mercoledì 30 aprile 2008

Inaugurato ad Arezzo il primo IDROGENODOTTO!

Finalmente anche l’idrogeno trova spazio nel quadro delle nuove energie pulite da impiegare nel nostro pianeta per contribuire al taglio delle emissioni di gas serra e alla conseguente lotta al cambiamento climatico.
Negli ultimi due anni (grazie anche al contributo dei bistrattati Verdi, appena cancellati dal Parlamento italiano) è esplosa una campagna di sensibilizzazione pubblica sulle energie rinnovabili, parlando spesso di fotovoltaico (tra l’altro in grande diffusione grazie alle ultime leggi ed agli incentivi statali), di solare termico, di eolico, di geotermico, ecc… Purtroppo si è parlato assai poco di idrogeno: ma ora qualcosa si muove ed Arezzo festeggerà la nascita del primo IDROGENODOTTO al mondo.
Di cosa si tratta? Dei pannelli fotovoltaici (installati sui tetti degli edifici) catturano l’energia solare con la quale si scinde la molecola dell’acqua (composta da idrogeno ed ossigeno): l’idrogeno viene catturato e convogliato in condutture mentre l’ossigeno viene impiegato in medicina. Le condutture che contengono l’idrogeno (ove viaggia a bassa pressione) sono costituite da tubi del diametro di 10 cm posti a circa un metro di profondità (in piena sicurezza): questi tubi si diramano in varie direzioni che terminano in rubinetti di erogazioni installati nei pressi di esercizi commerciali, di fermate dei mezzi pubblici, di abitazioni e di distributori di carburante. Infatti, questo idrogeno può essere utilizzato per vari scopi: può essere trasformato in elettricità tramite un fuel-cells che crea una differenza di potenziale, può sostituire il gas metano come combustibile ad uso domestico sia nelle cucine che per la produzione di acqua calda, può essere utilizzato nelle attività produttive come elemento in alcuni processi di lavorazione, può anche essere impiegato come carburante. Quindi gli scopi sono molteplici: quel che conta è che tutto ciò avviene in maniera assolutamente pulita per l’ambiente.
Questo “idrogenodotto” è costato 1,2 milioni di euro, dei quali 800.000 forniti dalla “Fabbrica del Sole” (una piccola cooperativa di trentenni) e 400.000 dalla Regione Toscana: attualmente l’idrogeno viene ancora prodotto dal metano, ma entro la fine del 2008 sarà pulito al 100% grazie all’impiego dei pannelli fotovoltaici di cui vi dicevo prima. Per adesso l’idrogenodotto servirà 4 aziende, ma si stanno già prendendo accordi per portare l’idrogeno direttamente nelle abitazioni: finora è stato realizzato un km di condutture, ma sarà presto ampliato perché si tratta di un sistema dalle potenzialità molto elevate in quanto è possibile distribuire in modo facile ed economico (nonché assolutamente pulito) elettricità, calore e carburante per le auto. Infatti, come atto simbolico, oggi Claudio Martini (presidente della Regione Toscana) inaugurerà l’idrogenodotto bevendo un caffè fatto da una moka tradizionale scaldata ad idrogeno. Come detto, si tratta del primo idorgenodotto al mondo, ma già ce lo stanno invidiando: la Cina (l’ambasciata cinese ha chiesto un progetto simile per Pujan, città di 600.000 abitanti nei pressi di Shangai), il Giappone (che ha già stanziato 20 miliardi di euro per il periodo 2006-2012), ma anche l’Unione Europea (che vuole realizzare una capillare rete infrastrutturale dell’idrogeno entro il 2025).
Altri progetto all’idrogeno sono in cantiere nel nostro paese: Pisa sta mettendo a punto un sistema di produzione di idrogeno ma da eolico (anziché da pannelli fotovoltaici); in Puglia entro un anno entreranno in funzione 5 distributori di idrometano (miscela composta da 30% di idrogeno e da 70% di metano) che potrà essere utilizzato dalle auto a metano (senza alcuna modifica per quelle realizzate negli ultimi 2-3 anni), ma si sta già pensando anche alle barche (quelle a vela potranno usare idrogeno puro per i loro motori ausiliari, mentre per le altre barche sarà disponibile l’idrometano), e tutto ciò grazie ad un finanziamento di 5 milioni di euro stanziato dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Puglia con l’aiuto dell’Università dell’Idrogeno di Monopoli. Per informazioni sull’idrogeno come fonte energetica andate sui siti http://www.hydro2power.it, http://www.lafabbricadelsole.it/wp e http://www.filieraidrogeno.it.
Si tratta di una forma di energia assolutamente pulita oltre che conveniente economicamente, che dovrebbe trovare molto più spazio nel campo delle energie rinnovabili e che darebbe un bel contributo alla protezione ambientale: se ripenso all’ultima campagna elettorale e a quanto professato da entrambi gli schieramenti (PDL e PD) a proposito di diffusione di energia nucleare e di termovalorizzatori per risolvere il problema energetico italiano, mi viene un rigurgito interno che a stento riesco a trattenere. E questa è la classe politica che ci deve governare…

PROTEZIONE dell’AMBIENTE: si deve partire dai bambini

Quello dell’ambiente è uno dei problemi principali di questi ultimi anni: un problema che riguarda tutto (territorio, ambiente, clima, salute, città) e tutti (dai più piccoli agli anziani). Un problema profondo figlio di scelte e stili di vita (imposti e non) assolutamente sbagliati. Proprio in questi ultimi anni si stanno cercando le soluzioni per risolvere varie problematiche legate all’ambiente: dalla protezione del territorio al cambiamento climatico, dall’inquinamento (di ogni tipo) ai rifiuti. Ma credo che in questa ricerca delle soluzioni molto poco si sia puntato sui bambini, perché proprio da loro si deve partire per cambiare la CULTURA AMBIENTALE: insegnando loro quelle piccole buone azioni quotidiane che farebbero crescere per il futuro un popolo più attento alle varie problematiche ambientali.
Ecco perché sono qui a segnalare alcune interessanti iniziative che ho trovato in questi ultimi tempi, tutte atte alla sensibilizzazione ambientale dei bambini.
BAMBINI-CONTADINI. Ne sono un esempio quelli delle classi IB, IIA, IIB e VB della scuola elementare “Giorgio Catti” di San Mauro Torinese (Piemonte): in tale scuola è stato ideato il progetto “Orto in condotta”, per insegnare ai bambini a coltivare la terra perché ciò significa anche imparare a mangiare, fare la spesa, conoscere il terreno e le piante, ecc… Questi orti botanici sono stati ideati negli anni ’90 in California da Alice Waters in seguito al progetto “The Edible Schoolyards” (poi importati in Italia nel 1993 ed oggi già più di 100 con coinvolgimento di oltre 4.000 bambini). Così i bambini hanno imparato a vangare, seminare, seguire le piante nella crescita, a fare la compostiera per ricavare il terriccio dal rifiuto umido, ecc… fino ad arrivare al prodotto finale pronto per essere mangiato. Come ha scritto Carlo Petrini sul quotidiano La Repubblica di domenica 27 aprile 2008, resta un mistero il fatto per cui i programmi ministeriali continuino a trascurare l’alimentazione e la conoscenza diretta della natura, che forse rispecchiano ancora la sensibilità di un tempo in cui le campagne ed il mestiere del contadino dovevano essere accantonati nel nome della modernità, quasi fossero un peccato originale di povertà e di pochezza culturale. Amare il nostro territorio è sicuramente un buon inizio per ricordarsi poi di proteggerlo…
CARTONI AMBIENTALI IN TV
. Ebbene sì, sono approdati in TV l’effetto serra ed i cambiamenti climatici spiegati ai bambini. Si tratta di un cartone animato intitolato “2 amici per la terra”, coprodotto da RAI Fiction e Union Contact col sostegno del Ministero dell’Ambiente, in onda ogni domenica mattina alle ore 8:50 su RAI3 fino al termine dell’estate. Nelle diverse puntate si parlerà in maniera semplice degli effetti del cambiamento climatico, di rifiuti e di raccolta differenziata, delle specie a rischio di estinzione, delle energie rinnovabili e di risparmio energetico. Il cartone animato vede due protagonisti: Pietro (un simpatico combina-guai e molto curioso) e Raimondo (un uomo che viene da un futuro in cui sono stati risolti i problemi ecologici, ma molto ingenuo), i quali mostrano ai bambini davanti alla TV come piccole azioni quotidiane possano migliorare le condizioni di vita sulla Terra. Peccato solo per l’orario: la domenica mattina non sono molti i bimbi disposti a sintonizzarsi alla TV prima delle 9, perché dunque non spostarlo al tardo mattino o nel pomeriggio?
VIDEOGIOCHI AMBIENTALI. Sono arrivati dalla Gran Bretagna due nuovi videogiochi ambientali per salvare il nostro pianeta dalla catastrofe climatica. Realizzati nel 2007 dalla compagnia inglese Red Redemption, si chiamano “Operation Climate Control” e “Climate Challenge” e sono rivolti ad un target giovane (ma non è detto…). Per quanto riguarda “Operation Climate Control” si deve accedere al sito http://www.operationclimatecontrol.co.uk, scegliere un nickname, un avatar e una location da cui cominciare (si può scegliere tra “energia nazionale” e “trasporti”); lo scopo del gioco è ridurre le emissioni di gas serra individuando ed eliminando i maggiori produttori di CO2; per eliminare il nemico non c’è nessuna arma (finalmente!!!) ma lo si farà decidendo su quali mezzi di trasporto puntare e quali fonti rinnovabili utilizzare tra quelle che producono meno CO2. Per quanto riguarda “Climate Challenge” si deve accedere al sito http://www.bbc.co.uk/sn/hottopics/climatechange/climate_challenge) ed anche qui lo scopo del gioco è ridurre le emissioni di CO2: il giocatore si identifica nel ruolo del Presidente dell’Unione Europea ed ha a disposizione 10 livelli per applicare scelte politiche e strategiche che abbiano un impatto positivo sull’ambiente; dovrà inoltre mantenere il consenso degli elettori, occuparsi dello sviluppo economico degli Stati UE ed attivare alleanze con altri Paesi; il giocatore si dovrà muovere su 5 linee di intervento (nazionale, industriale, import-export, locale e politiche abitative) e, attraverso varie scelte, si potrà cambiare il corso del gioco e salvare o meno le sorti della Terra. Davvero molto interessante: basta fuoco ed armi!!!
Si tratta di tre iniziative molto particolari che possono davvero contribuire in maniera fondamentale ad uno sviluppo della cultura ambientale nei nostri ragazzi: ce n’è bisogno per il nostro pianeta ed anche per il loro futuro. Aggiungo che non sarebbe per niente male ridare importanza a quell’educazione civica per troppi anni bistrattata nelle scuole italiane, magari inserendo argomenti di attualità come appunto le buone azioni quotidiane quali raccolta differenziata, risparmio energetico, rispetto dell’ambiente, ecc…
E, sempre a proposito di ragazzi, anche le scuole (assieme a tanti singoli cittadini, ai governi locali, ai personaggi pubblici, alle imprese) possono partecipano alla campagna di Legambiente chiamata STOP THE FEVER (http://www.stopthefever.org) per stimolare i cambiamenti degli stili di vita dei cittadini ed orientare le scelte politiche dei governi e delle imprese nel campo delle energie rinnovabili, del risparmio energetico, dell’inquinamento, dei consumi sostenibili, ecc… denunciando anche ritardi, sprechi ed uso scellerato delle fonti fossili. Insieme si può, ed i ragazzi ci possono aiutare a costruire un futuro senz’altro migliore: una battaglia ardua, ma assolutamente fattibile.

mercoledì 23 aprile 2008

RACCOLTA PILE e BATTERIE: il COBAT compie 20 anni

COBAT sta per “Consorzio Obbligatorio Batterie al Piombo ed Esauste” ed è stato istituito in Italia nel 1988, pertanto quest’anno cade il ventennale dalla sua fondazione: è stato fondato per occuparsi dello smaltimento e del riciclo delle pile e delle batterie (http://www.cobat.it). Un problema quello dello smaltimento delle pile che sta diventando sempre più pesante visto il numero crescente di pile e batterie che viene consumato: se è vero che nella sola Europa in un anno vengono vendute ben 900.000 tonnellate di batterie portatili non al piombo (di cui 13.000 in Italia), allo stesso tempo non bisogna dimenticarsi della enorme quantità di batterie allo zinco, alcaline e al nichel-cadmio che ancora sono in circolazione e che vi vengono tuttora immesse. Riguarda proprio questi ultimi tipi di pile il problema dello smaltimento: proprio per questo l’Unione Europea ha emanato la Direttiva 2006/66/CE obbligando gli Stati UE ad adeguarsi a questa direttiva entro il 2009, la quale prevede i tempi ed i requisiti necessari per la creazione di sistemi nazionali per la raccolta e l’invio delle pile/batterie raccolte al totale riciclo (obbligandoli anche al potenziamento della raccolta delle pile, che dovrà essere di almeno il 25% del totale delle pile vendute nel 2010 e di almeno il 45% nel 2016). Il che vuol dire che allo stato attuale, di tutte le pile e le batterie immesse nel mercato, meno del 20% viene raccolto negli appositi contenitori e quindi riciclato, mentre la maggior parte finisce ancora in discarica!! Ed, infatti, oggi in Italia non esiste ancora un sistema di censimento e di raccolta differenziata ben strutturato: ecco perché sarà importante l’impegno del COBAT, grazie anche al coordinamento di una rete di aziende sparse in tutta Italia che già possiedono i requisiti e le autorizzazioni per poter effettuare la raccolta differenziata per tale tipo di prodotti (come già avviene per gli altri rifiuti).
Già un primo progetto sta vedendo la luce: nei prossimi mesi a Lecco verrà realizzato un sistema capillare di raccolta delle pile e delle batterie con piombo attraverso il ritiro presso le isole ecologiche dei Comuni ed i punti di raccolta già attivati dal COBAT con accordi specifici presso i centri della Grande Distribuzione Organizzata (ad esempio fuori dei negozi di elettrodomestici ed elettronica).
In questi 20 anni il COBAT ha comunque dato un notevole contributo alla raccolta delle pile, ponendo l’Italia al primo posto in Europa: dal 1988 ad oggi sono state raccolte nel nostro paese ben 2.782.929 tonnellate di batterie esauste (pari a circa 230 milioni di batterie avviate al riciclo), con un tasso di recupero che oggi corrisponde praticamente a quello che viene immesso nel mercato. Alcuni dati rendono meglio l’idea del riciclo effettuato: in questi 20 anni sono state raccolte 1.558.440 tonnellate di piombo metallo, 130.798 tonnellate di polipropilene e di neutralizzare 455.388 milioni di litri di acido solforico, tutti prodotti che sono stati strappati alla discarica. Ogni anno sono state così recuperate oltre 110.000 tonnellate di piombo che rappresentano oltre il 50% del nostro fabbisogno nazionale: pensate dunque a che risparmio di materia prima ed anche di denaro (circa 200 milioni di euro in meno nelle importazioni, considerando che il prezzo del piombo è aumentato di ben l’80% in un solo anno)!!! Tra l’altro, il recupero del piombo permette una riduzione di circa il 66% dell’energia che sarebbe necessaria per l’estrazione della materia prima e la lavorazione del metallo: quindi anche un bel contributo in fatto di risparmio energetico e di taglio alle emissioni di CO2 in atmosfera.
A proposito dell’attività del COBAT, questo in 20 anni ha organizzato una rete di 90 raccoglitori incaricati e 7 impianti di riciclo che coprono l’intero territorio nazionale: è un ente senza fini di lucro ed effettua il servizio di raccolta presso quasi 59.000 produttori in tutto il paese, per un numero di ritiri pari a 140.780 l’anno (560 al giorno). Per effettuare questo lavoro, il COBAT si è dotato di una banca dati interna e di un sistema di gestione ed archiviazione chiamato “Spycob”, il quale permette di monitorare in tempo reale ogni ritiro effettuato dalla propria rete di raccoglitori, dal luogo della produzione del rifiuto fino all’impianto di riciclo, il che garantisce anche di individuare i rifiuti in qualsiasi posto essi siano dando quindi un bel contributo alla lotta contro i traffici illeciti di rifiuti.
Si tratta quindi di un altro tassello da inserire nel processo completo di differenziazione e di riciclo dei rifiuti: respingendo ancora una volta i termovalorizzatori/inceneritori e puntando sempre sulla riduzione consistente degli imballaggi, i rifiuti vanno differenziati al massimo (carta, cartone, vetro, plastica, alluminio, medicinali scaduti, prodotti infiammabili, umido, metalli, legno, vestiti, ecc..: si può arrivare fino all’85% del totale!) e dopo riciclati, in modo che solo la minima parte (il 15%) finisca in discarica. Si arriverebbe ad un risparmio notevole di materia prima e di energia e si contribuirebbe in maniera considerevole alla protezione del nostro territorio (pensate a cosa è stato interrato nelle discariche in questi decenni e a cosa è finito nelle falde acquifere…). Piccoli gesti (che ci competono) utili per un grande lavoro…

martedì 22 aprile 2008

22 APRILE 2008: si festeggia EARTH DAY

Si tiene oggi in tutto il mondo “EARTH DAY”, la giornata dedicata alla Terra. Una manifestazione nata il 22 aprile 1970 quando Gaylord Nelson (senatore USA del Wisconsin), in seguito al disastro petrolifero di Santa Barbara, mobilitò ben venti milioni di americani i quali dunque parteciparono alla prima grande manifestazione ambientalista (su quest’onda nacquero successivamente “ENVIRONMENTAL PROTECTION AGENCY” e “GREENPEACE”).
Oggi più che mai si sente il bisogno di organizzare questa giornata per la Terra, in un periodo (quello di questi ultimi anni) che sta vivendo un degrado continuo del nostro pianeta da parte dell’uomo e un cambiamento climatico sempre più veloce “grazie” al contributo delle attività umane. Molte cose sono cambiate da quel 1970, ma basta citare un dato per spiegare la situazione: nel 1970 c’erano 325 parti per milione di CO2 in atmosfera, oggi sono 384…
Ecco perché viene organizzato l’
EARTH DAY: concerti, appelli e raccolta firme in tutto il mondo per chiedere ai vari governi di mettere in atto azioni concrete contro l’inquinamento atmosferico e il cambiamento climatico, e per chiedere ai cittadini di contribuire (nel loro piccolo) a tali lotte cambiando leggermente le proprie abitudini (spegnere le luci, razionalizzare l’acqua nelle normali operazioni di lavaggio, differenziare i rifiuti, usare le energie rinnovabili, ecc…).
Quest’anno l’EARTH DAY vede coinvolti 174 paesi di tutto il pianeta e circa un miliardo di persone: centinaia di eventi sparsi in tutto il mondo tra cui una mostra di Chris Jordan a Roma, un concerto gratuito sempre nella nostra capitale (in Piazza del Campidoglio) intitolato “Nat Geo Music Live: Musica per l’Ambiente”, il “Green Apple Festival” al Central Park di New York, musica e mostre dedicate ai problemi del pianeta a Buenos Aires.
Ma per chi non può partecipare a tali eventi, si possono seguire varie trasmissioni televisive: i canali satellitari National Geographic Channel e Discovery Channel dedicano una no-stop di documentari, concerti ed immagini; il canale Sky Cinema Mania ripropone alcuni film e documentari come “Una scomoda verità”, “Il popolo migratore” e “Microcosmos – Il popolo dell’Erba”; il canale Sky Tg24 organizza l’intera programmazione della giornata dedicandola a temi ambientali con documentari, interviste e dibattiti.
E, se anche il giornalismo italiano comincia ad occuparsi dell’argomento (ieri il quotidiano La Repubblica ha dedicato ben 3 pagine all’argomento, mentre addirittura il TG1 delle ore 20 di ieri sera ha aperto le notizie proprio con l’EARTH DAY), allora vuol dire che qualcosa, lentamente ma finalmente, sta cambiando: bisogna sensibilizzare i cittadini, perché la cultura è sempre alla base di evoluzioni positive.

I Verdi fuori dal Parlamento italiano...

Questo è stato il tragico responso delle elezioni politiche italiane del 13-14 aprile 2008: il partito dei Verdi è stato letteralmente cancellato dal Parlamento italiano, visto che la Sinistra Arcobaleno (il raggruppamento di cui facevano parte) non ha raggiunto le soglie previste dal “Porcellum” per ottenere i seggi alla Camera (almeno il 4%) e al Senato (almeno l’8%). I “Verdi” si presentarono per la prima volta ad una tornata elettorale nel 1987, ed entrarono subito in Parlamento dove rimasero fino… a pochi giorni fa: erano nati per rappresentare quell’ecologia che non doveva essere né di destra né di sinistra, doveva essere una cultura naturalmente trasversale ed un movimento che non avrebbe mai dovuto trasformarsi in partito. Lo scorso 17 aprile 2008 Giovanni Valentini ha scritto un articolo per il quotidiano La Repubblica intitolato “Il Sole che non ride più”, davvero interessante per comprendere le motivazioni che hanno portato alla cancellazione dei Verdi. Perché è incomprensibile come mai, proprio in questo momento storico in cui molti cittadini sono preoccupati dell’ambiente che li circonda, pochissimi elettori abbiano continuato a sostenere i Verdi: ha ragione il giornalista dire che “I Verdi erano diventati un partito e sono rimasti sempre un partito. Piuttosto che portare aria fresca nelle stanze della politica, ne hanno assorbito purtroppo i vizi e i veleni. Si sono intossicati di burocrazia. Hanno costruito un gruppo di potere, dividendosi perfino in correnti e conventicole. Hanno peccato spesso di estremismo e di radicalismo, invece di praticare un ambientalismo sostenibile come pure qui avevamo auspicato da tempo, finendo per apparire come il partito del NO anche quando avevano qualcosa di positivo e di propositivo da dire. E a molti è sembrato che fosse ormai un partito ministero o addirittura un altro partito–azienda in scala ridotta”. Credo siano proprio questi i motivi per cui i fedeli elettori abbiano tradito i Verdi: io personalmente non ho mai condiviso il fatto che i Verdi fossero un partito (ed infatti non li ho mai votati, pur condividendo molte loro idee), in quanto loro avrebbero dovuto essere l’anima verde di un grande partito riformista di sinistra che, purtroppo, in Italia è nato solo pochi mesi fa. Ribadisco che l’ambientalismo non dovrebbe essere né di destra né di sinistra: tuttavia, di fronte alla famigerata destra degli ultimi 15 anni (compresa quella che ha appena vinto, che sappiamo come la pensi su territorio ed ambiente), è inevitabile che io affianchi i Verdi ad un partito di sinistra… Se il PD fosse nato già in concomitanza delle elezioni politiche del 2006 e i Verdi ne fossero diventati un loro correntone, forse oggi staremmo parlando di altri risultati elettorali. Invece, per una serie di congiunture politiche, il PD è nato troppo tardi (ed ha perso) e i Verdi (non correndo col PD) sono stati cancellati: Alfonso Pecoraio Scanio si è dimesso dalla direzione del partito, mentre ora si aspetta il congresso che si dovrebbe tenere a luglio di quest’anno.
Il ministro dei Verdi Paolo Cento ricalca quanto detto dal giornalista Valentini: “Il problema è essere diventati un partito verticista e il rimedio è tornare al federalismo territoriale spostando il baricentro delle decisioni dal vertice alla periferia. Per le alleanze faremo di necessità virtù sperimentandole a livello globale”. Tuttavia, dobbiamo rendere merito a Verdi di aver cambiato alcune cose in questi anni in Italia: è certamente merito loro se sotto il Governo Prodi hanno trovato spazio la tutela del territorio (vedi il “Codice del Paesaggio e dei Beni Culturali”), la lotta all’inquinamento e al cambiamento climatico e, soprattutto, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili (in primis il solare termico e il fotovoltaico). Ha certamente ragione Valentini quando dice che “non si sarebbe diffusa tanto in questi vent’anni una coscienza ambientale in Italia senza l’apporto dei Verdi, senza il loro radicalismo originario. Non sarà più facile né tantomeno più efficace la difesa dell’ambiente con la loro uscita dal Parlamento. Nelle amministrazioni locali, nelle città e nelle regioni, potranno continuare a svolgere un ruolo tanto più incisivo se metteranno a frutto la severa lezione di questo responso elettorale, rifugendo dalle tentazioni o dai rigurgiti del massimalismo”.
Da dove ripartire, allora? Ripartire dagli ambientalisti veri, e lo dico con franchezza visto che sono Segretario di un circolo aderente a Legambiente: Monica Frassoni (copresidente del gruppo europeo dei Verdi) dice che per rifondare il movimento bisogna convocare gli Stati generali dell’ecologia per aprirsi agli ambientalisti che non hanno partecipato direttamente alla storia dei Verdi. Gente nuova quindi, togliendo ogni dubbio. Il giornalista Valentini punta anche lui su questa cosa: a parte l’impegno futuro dei Verdi (ancora da verificare) col PD, resta sul campo il presidio delle associazioni ambientaliste tra le quali Legambiente, Greenpeace, Italia Nostra, WWF, FAI, MareVivo, i cui iscritti sono numerosissimi (addirittura numericamente superiori a coloro che alle ultime politiche hanno votato i Verdi) che con il loro costante lavoro stanno mantenendo vivo il pensiero ecologista in Italia. Siamo noi ambientalisti, iscritti a queste associazioni, che dobbiamo porre le basi per un “patto per l’ambiente”, è l’unione dei nostri singoli impegni che sta sostenendo e conducendo varie battaglie per la difesa del territorio, per la tutela dell’ambiente, contro varie forme di inquinamento. Più saremo, meglio sarà per il nostro paese.

domenica 13 aprile 2008

URBANISTICA: a Ferrara il “Città Territorio Festival”

Negli ultimi giorni (ma spesso anche in passato) ho dedicato vari post all’urbanizzazione selvaggia in atto nelle città italiane che si stanno espandendo senza limiti. Si continua a strappare terreno coltivabile ed aree verdi alle zone circostanti le città, realizzandovi nuove lottizzazioni residenziali e produttive e costruendo centinaia di migliaia di edifici, col risultato di causare lo spopolamento dei centri storici (già in atto anche per altri motivi), aumentare le aree cementificate, intensificare il traffico (e di conseguenza lo smog), strappare terreno prezioso al nostro territorio sconvolgendolo (con ripercussioni sul clima, sullo smaltimento delle acque piovane, sui rifiuti, ecc…).
Ho ripetuto più volte quanti centro storici in Italia siano letteralmente spopolati ed abbandonati: perché, allora, invece di costruire nuovi edifici in periferia, non si recuperano quelli esistenti nei centro storici? Semplice: i Comuni dalle nuove costruzioni incassano una quantità incredibile di denaro da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, cosa che invece non avviene per le ristrutturazioni ed i recuperi. Siccome il federalismo (di memoria leghista…) ha tagliato negli anni i fondi ai Comuni, questi sono costretti a trovare il denaro mancante in maniera diversa, e quella delle nuove costruzioni è la più semplice, alla faccia della difesa del territorio! Tra l’altro dobbiamo ricordare che la nuova legge urbanistica del 2001 prevede che i Comuni possano utilizzare gli introiti dagli oneri di urbanizzazione per coprire qualsiasi spesa comunale (prima invece dovevano essere impiegati solo per opere pubbliche come strade, scuole, ecc…)!
La campagna elettorale è volta al termine ed oggi 13 e domani 14 aprile 2008 si vota per il rinnovo del governo italiano: purtroppo, da nessuno (ripeto, nessuno!) schieramento politico ho sentito dire qualcosa in merito. Tutti hanno replicato che l’Italia ha bisogno di quantità enormi di case, senza accennare minimamente al recupero dell’esistente e alla difesa del nostro fragile territorio. Sarebbero stati senz’altro più credibili (e realisti) se avessero detto di recuperare l’enorme quantità di edifici esistenti (prima di costruirne di nuovi) e rinvigorire le casse comunali con denaro statale proveniente da altre fonti (magari dal taglio della spesa pubblica), mettendo quindi i Comuni nella condizione di non avere più così bisogno degli introiti dagli oneri di urbanizzazione. Ne guadagnerebbero tutti: i centri storici, la vivibilità delle città, il nostro territorio, la qualità dell’aria cittadina, il traffico. Invece niente, gli unici slogan in merito erano quelli inerenti l’urgente bisogno di costruire case ovunque (chi 500.000, chi 800.000, chi un milione!): ebbene, dati alla mano, negli ultimi 10 anni sono state realizzate in Italia case per 3 miliardi di mc (!), dal 1995 ad oggi sono stati realizzati nuovi edifici (residenziali e non) per una superficie di ben 3,5 milioni di ettari (!!) che è l’equivalente della superficie di Lazio ed Abruzzo messe assieme (!!!) e di ben 20 mq per ogni italiano!!!!
Ma ora gli urbanisti vogliono ora dare il loro contributo in difesa del territorio: secondo loro c’è il bisogno di bloccare questa urbanizzazione selvaggia e di DEMOLIRE gli errori del passato. Secondo loro, infatti, negli ultimi anni i centri urbani italiani si sono allargati in maniera troppo disordinata, la mobilità è sempre più caotica, le aree agricole e naturali sono sempre più rare. Di questo se ne parlerà al “CITTA’ TERRITORIO FESTIVAL” che si terrà a Ferrara dal 17 al 20 aprile 2008 (http://www.cittaterritoriofestival.com): organizzato da Laterza Agorà, vedrà la partecipazione di oltre cento urbanisti, architetti, storici, amministratori ed imprenditori per discutere dello sviluppo delle città ed in particolare di centro, periferia, mobilità, sicurezza e tutela del paesaggio. Secondo l’urbanista Pier Luigi Cervellati bisognerebbe varare una moratoria di almeno 10 anni sulle nuove costruzioni, bloccare le nuove urbanizzazioni e ricostruire l’esistente, riqualificando le periferie e ricostruendo un tessuto urbano sano. Sulla stessa linea anche l’architetto Stefano Boeri (direttore della rivista Abitare), secondo il quale c’è bisogno di nuove regole che arrestino l’espansione delle città perché il boom edilizio degli ultimi anni ha provocato solo spreco di suolo, distruzione delle aree verdi ed impossibilità di nuove infrastrutture perché il territorio è sempre più occupato.
Voi stessi potete notare quante case ci sono sfitte ed invendute in tutta Italia: altroché bisogno di un milione di nuove case, qui ci stanno solo prendendo in giro perché, come sempre, tutto muove una quantità incredibile di denaro che abbraccia varie categorie (Comuni, professionisti, imprese, agenzie immobiliari, ecc…), mentre del territorio cari miei non gliene frega niente a nessuno, purtroppo!

GLOBAL WARMING: overdose carbonica!

Ormai è fuori discussione che il clima sul nostro pianeta sta subendo un cambiamento molto rapido: si può sicuramente parlare di ciclo naturale (perché di questo si tratta) come sempre ne sono accaduti nella miliardaria (in termini di anni!) storia della Terra. Il problema è che nessuno dei precedenti cicli si è sviluppato con la velocità di quello attuale: su questo attuale cambiamento climatico ha una buona responsabilità (senza ombra di dubbio) l’attività umana che, nel corso dell’ultimo secolo, ha scaricato (e sta scaricando) in atmosfera una enorme quantità di gas serra (CO2 in primis) che stanno creando un effetto serra senza precedenti (lo dimostrano le concentrazioni di CO2 attuali mai così alte da almeno 650.000 anni, come hanno dimostrato i carotaggi effettuati sul ghiaccio del Polo Sud). Come sempre, gli scettici si fanno sentire continuando a dire che il global warming è una montatura e sempre pronti a presentare quei (pochissimi) dati in controtendenza: secondo le ultime rilevazioni, gli ultimi tre mesi (gennaio, febbraio e marzo) sono stati leggermente più freddi del normale su scala mondiale. Credo che se espongono questo è perché non hanno altre argomentazioni: il fatto che, dal 1995 la temperatura abbia continuato ad aumentare in maniera vistosa su tutto il pianeta, si commenta da solo, visto che gli anni più caldi (da quando esistono misurazioni con termometro, quindi da circa 200-250 anni) sono tutti concentrati nell’ultimo decennio…
Premesso questo, si stanno studiando vari tesi inerenti questo cambiamento climatico (global warming, termine così in voga!): intanto bisogna dire che l’andamento climatico terrestre è il risultato dell’azione di un insieme di fattori le cui dinamiche sono note solo parzialmente e, per questo, gli studi in atto vogliono indagare sulla presenza o meno di fattori che possano innescare nei prossimi decenni dinamiche i cui esiti sarebbero difficilmente prevedibili.
Attualmente l’umanità rilascia nell’atmosfera circa 8,8 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno, delle quali solo meno della metà (3,2 miliardi di tonnellate) rimangono nell’atmosfera incrementando la CO2 già presente. Dove finisce la parte rimanente? Viene assorbita (fortunatamente) da boschi, foreste ed oceani che stanno dimostrando una capacità di assorbimento incredibile, riducendo quindi l’impatto del carbonio sul clima. Il pericolo deriva ora dalla salute di boschi, foreste ed oceani: se la temperatura media globale continuasse ad aumentare (come sta effettivamente accadendo) la loro capacità di assorbimento del carbonio (in seguito al deterioramento degli ecosistemi) verrebbe meno con conseguenze disastrose per il nostro clima. Perché?
  • foreste: un’elevata concentrazione di CO2 stimola nelle piante una crescita più rapida ma, contemporaneamente, la conseguente diminuzione di azoto nel terreno ne impedirebbe lo sviluppo futuro, innescando così una diminuzione delle distese di boschi e foreste (che sarebbero anche in pericolo per le siccità sempre più frequenti): dunque concentrazioni elevate di CO2 associate a temperature troppo alte finirebbero per sottrarre alle piante il loro ruolo di assorbimento di CO2, la quale rimarrebbe dunque in atmosfera incrementando quella (notevole) già presente;
  • oceani: la crescente quantità di carbonio assorbita dagli oceani (tramite fitoplancton) ne sta provocando la loro acidificazione. La dissoluzione della CO2 nell’acqua marina comporta un aumento della concentrazione degli ioni di idrogeno determinando un decremento del PH oceanico, l’aumento della quantità di CO2 in atmosfera intensifica tale fenomeno determinando l’interruzione dei processi di formazione delle conchiglie e dei coralli e questo avrebbe effetti assai negativi sul fitoplancton e sullo zooplancton (che rappresentano elementi fondamentali della catena alimentare). Inoltre, l’aumento termico sta diminuendo la capacità di assorbimento di carbonio da parte degli oceani in quanto la CO2 è meno solubile nell’acqua calda.

Si tratta quindi di una profonda alterazione del ciclo del carbonio, aggravato da altri fattori importanti quale il forte scioglimento dei ghiacci nell’Artico: in seguito allo scioglimento del permafrost (quel terreno rimasto ghiacciato per millenni), si potrebbero liberare in atmosfera immense quantità di CO2 e di metano rimaste imprigionate per millenni nella torba ghiacciata e questo causerebbe un aumento ulteriore dei gas serra presenti in atmosfera. Ma altri studi stanno dimostrando che si possono innescare anche altri fenomeni, tutti in gradi di liberare ulteriore CO2 in atmosfera.
Si tratta quindi di una serie di fenomeni innescati dall’effetto serra e dal conseguente riscaldamento globale che, a loro volta, andrebbero ad aumentare le quantità di gas serra presenti in atmosfera, aggravando ulteriormente l’effetto serra stesso: un po’ come il gatto che si mangia la coda…
Lo ripeto, si tratta di studi che forniscono delle spiegazioni parziali e che possono essere oggetto di correzione: tuttavia, forniscono risultati piuttosto attendibili e che indicano non dati certi sull’aumento della temperatura ma una linea di tendenza di aumento che è davvero preoccupante. Le profonde alterazioni del ciclo del carbonio in corso (la cosiddetta “OVERDOSE CARBONICA”), e quelle che si prospettano ancora più drammatiche per il futuro, ci indicano che il clima del nostro pianeta sarà sottoposto ad un cambiamento sempre più intenso e veloce con ripercussioni gravi sulla vita del nostro pianeta. Nessuno sa con certezza se questo accadrà, le basi tuttavia ci sono e forse siamo ancora in tempo per rimediare…

venerdì 11 aprile 2008

EOLIE: rinvio a giudizio la ditta PUMEX S.p.A.

Un pò di tempo fa pubblicai un post relativo alla devastazione che era in corso nell'isola di Lipari (nelle Eolie) causata dall'attività estrattiva della pietra pomice che stava letteralmente sventrando una montagna (ricordiamo che le Isole Eolie sono inserite nel Patrimomio Mondiale dell'UNESCO). Ma Legambiente diede battaglia.
Ora la situazione ha subito degli sviluppi e vi pubblico integralmente il comunicato stampa di Legambiente di ieri giorvedì 10 aprile 2008:

“L’attività estrattiva ha danneggiato un paesaggio prezioso e unico e ha messo in dubbio la permanenza delle Eolie nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Oggi, dopo le nostre reiterate denunce, arriva anche una conferma dalle indagini della procura di Barcellona: l’operato della Pumex era illegale”. E’ questo il commento del presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, alla notizia del rinvio a giudizio dei vertici della Pumex SpA disposto dalla procura di Barcellona Pozzo di Gotto a conclusione delle indagini preliminari sulle attività estrattive dell’azienda. Gli inquirenti contestano alla Pumex reati sia contro l’ambiente che contro il patrimonio: l’azienda avrebbe infatti proseguito abusivamente la sua attività estrattiva nonostante il blocco decretato dalla Regione Sicilia. Riconosciute come parti danneggiate dall’impresa il Ministero dell’Ambiente, la Regione, l’Unesco, il Comune di Lipari e Legambiente che si costituirà parte civile. “La vicenda della cava - commenta Salvatore Granata, Direttore di Legambiente Sicilia – fa parte di una pessima politica di gestione del territorio che ha visto le forze politiche e imprenditoriali locali opporsi all’istituzione della Riserva Naturale dell’Isola di Lipari e promuovere nuovi insediamenti che rispondono a una logica di speculazione edilizia. Basti pensare alle previsioni di un aeroporto, di sproporzionate strutture portuali e all’ampliamento di alcune strutture alberghiere in zona vincolata dal piano paesistico”.
Sicuramente una buona notizia: ora confidiamo nella giustizia, l'ambiente ha bisogno delle nostre lotte.


P.A.T.: un pericolo per la difesa del territorio…

Scusate se ritorno ancora sull’argomento della difesa del territorio e dell’espansione edilizia senza freno: continuo a ritornarci perché ho molto a cuore il problema e perché continuo a trovare nuovi pericoli per il nostro caro territorio. E per questo continuo a ricordare nei miei post il nuovo “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”: c’è ritornato anche Salvatore Settis sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 9 aprile 2008, il quale a ragione sostiene che questo Codice (fortemente voluto dal ministro Rutelli ed entrato in vigore in questi giorni) è un passo importante verso la difesa del territorio italiano. Riassumendone il contenuto, la difesa del paesaggio e dei beni culturali non deve più essere di competenza delle Regioni o degli enti locali (ai quali tale difesa veniva spesso delegata…), ma sarà competenza esclusiva dello Stato, ridando quindi valore al famoso art. 9 della nostra Costituzione (e che forse molti hanno, volutamente, dimenticato…). Tuttavia non sono tutte rose e fiori: ha ragione Settis a sottolineare che le leggi in materia di difesa del paesaggio esistono, ma bisogna applicarle (e qui nasce il problema). Anzi, a tal proposito solleva tre dubbi fondamentali:

  • gli organici delle Sovrintendenze: c’è stato un blocco delle assunzioni nelle Sovrintendenze da alcuni anni, tanto che ora l’età media degli addetti è di 55 anni. C’è assolutamente bisogno di nuove assunzioni (previste dal Codice di Rutelli), ma a queste devono essere affiancati addetti giovani e soprattutto competenti, quindi assunti per le loro qualità e non per grazia dovuta…;
  • lo stato della normativa regionale: in funzione dell’entrata in vigore di questo nuovo Codice, le Regioni devono ora adeguare le loro normative, che attualmente (ahimè) prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica (e questo è stato la rovina del nostro territorio, in quanto ha permesso il prevalere degli interessi economici locali…). Il nuovo Codice rende illegittima questa sub-delega e per questo si dovranno adeguare il più in fretta possibile le normative regionali al fine di evitare il blocco normativo, con ripercussioni sulle reali azioni di difesa del territorio;
  • le incertezze finanziarie degli enti locali (soprattutto dei Comuni), e qui voglio riportare integralmente quanto ha scritto Settis nel suo articolo: “Si sa che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc…); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura. Si spiega così che Comuni e sindaci anche virtuosi si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote”.

Ho voluto riportare integralmente questo passaggio di Salvatore Settis perché è fondamentale nell’indicare la responsabilità che i Comuni hanno nella difesa del territorio: l’ho già detto in molti miei precedenti post e lo ribadisco.
Ed è qui che mi allaccio agli ormai famosi P.A.T. (Piani di Assetto Territoriale), ovvero quei nuovi strumenti urbanistici che stanno per essere adottati dai Comuni italiani in sostituzione dei vecchi P.R.G. (Piani Regolatori Generali): purtroppo sono sempre più convinto che con questi P.A.T. la situazione sfuggirà di mano alle amministrazioni locali per quanto riguarda la difesa del territorio. Perché dico questo? Proprio in questi giorni il Consiglio Comunale di un paesino della Bassa Veronese (zona in cui abito) ha adottato il P.A.T. (che ora passerà all’approvazione regionale) per ridisegnare l’aspetto urbanistico del paese in questione. Premetto che si tratta di un paese di circa 8.000 abitanti: ebbene, le previsioni del P.A.T. sono per la realizzazione di nuovi edifici residenziali per un totale di ben 500.000 mc ai quali corrispondono circa 2.000 nuovi abitanti (l’amministrazione comunale pensa di aumentare la popolazione del paese di ben il 25% in 10 anni, non considerando che già adesso molte abitazioni sono vuote…). Se è senz’altro una buona cosa la realizzazione di nuove aree verdi, di piste ciclabili e di un polo sanitario, allo stesso tempo considero fortemente negativo il fatto dell’espansione edilizia sfrenata attorno alle città e nelle frazioni. Il centro storico del paese in questione è praticamente vuoto: perché non prediligere il recupero di questo, ripopolarlo e portare il centro del paese allo splendore di un tempo? Purtroppo, come sostiene Settis e come sostengo io da molto tempo, il Comune dalle ristrutturazioni ottiene ben pochi oneri, mentre ne guadagna a valanga dalle nuove edificazioni: quindi meglio costruire in periferia al paese, rubare terreno verde ed agricolo alla campagna circostante, costruire nuove strade, nuove piccole aree produttive sparse nel territorio comunale (anziché raggrupparle in un unico polo produttivo), aumentare di conseguenza il traffico veicolare e lo smog, contribuire all’ulteriore spostamento della popolazione dal centro storico verso la periferia.
Non è certo questo il metodo per ridare vigore ad un paese: è la soluzione peggiore, ma la più economicamente conveniente (per il Comune…). E provate a pensare quante realtà simili si stanno verificando un po’ in tutta Italia: qui il nuovo Codice dovrebbe intervenire, visto che sono le Regioni ad avere l’ultima parola sull’approvazione di questi P.A.T. Speriamo in una serie opera di vigilanza e di rispetto delle regole da parte del nuovo Codice: l’Italia in questo momento ha bisogno di tutto fuorché di una espansione edilizia scellerata. Il motto dovrebbe essere: PRIMA RECUPERARE IL PATRIMONIO ESISTENTE, POI EVENTUALMENTE COSTRUIRE IL NUOVO (MA SOLO SE CI SONO REALI NECESSITA’). Magari qui lo Stato potrebbe avere un ruolo importante: aumentare le entrate ai Comuni, spingendoli quindi a non recuperare denaro in maniera disastrosa (per il territorio) dalle nuove edificazioni, e questa sì che potrebbe essere una bella ed utile collaborazione tra Stato e Comuni.

HAWAII: partito il catamarano che funziona con l’energia delle onde!

È salpato sabato 15 marzo 2008 da Honolulu (nelle isole Hawaii) il catamarano chiamato “Suntory Mermaid II”: si tratta di un’imbarcazione che si muove con la sola energia del moto ondoso! È guidato da un giapponese di 69 anni, Ken-ichi-Hoirie e la sua meta è lo Stretto di Kii, in Giappone (dopo aver attraversato una lunga distanza nell’Oceano Pacifico): si tratta di un viaggio di 6.050 km che durerà circa due mesi e mezzo. Il tizio giapponese non è nuovo ad imprese simili: nel 1993 aveva compiuto una traversata di 7.500 km con una imbarcazione a pedali, mentre nel 1996 aveva attraversato l’Oceano Pacifico con una barca mossa ad energia solare.
Ma torniamo al nostro catamarano che si muove con l’energia del moto ondoso: il sistema di propulsione si trova sotto la prua dell’imbarcazione, al di sotto del pelo dell’acqua (si trova sotto la prua e non sotto la poppa perché è progettato per tirare la barca e non per spingerla come avviene solitamente per i motori). Il meccanismo consiste in due pinne orizzontali che si muovono verso l’alto e verso il basso sfruttando il movimento delle onde (un po’ come il movimento della coda dei delfini), producendo così una spinta media di 3 nodi: questo è sufficiente a produrre energia in grado di far muovere l’imbarcazione senza motore. La barca pesa tre tonnellate e sulla sommità è dotata di 8 pannelli solari in grado di fornire 560 watt di energia per far funzionare la luce, la radio ed il telefono satellitare; ha uno scafo in alluminio dello spessore di appena due millimetri e può raggiungere (in condizioni ottimali) anche i 5-6 nodi di velocità. L’imbarcazione è stata realizzata dalla “Scuola Universitaria Tokai delle Scienze e Tecnologie Marine” giapponesi, mentre i lavori di costruzione sono stati eseguiti da Yutaka Terao il quale ha affermato: “I combustibili fossili si stanno esaurendo e così è importante studiare nuovi sistemi di propulsione marina che possono ridurre di molto il loro utilizzo o addirittura farne a meno”. Lo scopo dell’impresa è dunque quello di dimostrare che anche solo con il moto ondoso si può produrre l’energia necessaria a far funzionare una nave. Certo si tratta di un progetto sperimentale: bisogna infatti trovare le onde giuste per poter navigare (in caso di burrasca la nave deve infatti fermarsi), e la stessa barca è dotata di un piccolo motore di emergenza per uscire da situazioni di pericolo ed è dotata anche di vele (sempre per casi di emergenza).
Si tratta comunque di un’impresa assolutamente interessante per dimostrare quante forme di energia può utilizzare un’imbarcazione per muoversi (solare, eolica, moto ondoso), anziché le tradizionali ed inquinanti fonti fossili (derivati del petrolio in primis): potrebbe essere l’inizio di un impiego di fonti di energia alternativa (ed assolutamente pulita) in vari mezzi di trasporto (e quindi non solo le imbarcazioni), dando così un contributo notevole al taglio delle emissioni di gas serra in atmosfera e alla lotta al cambiamento climatico in atto nel nostro pianeta (sul quale l’attività umana ha un peso notevole).

giovedì 10 aprile 2008

ABUSIVISMO: piaga italiana...

Sul quotidiano La Repubblica di ieri mercoledì 9 aprile 2008 ho trovato questo bellissimo articolo "bonsai" a cura di Concita De Gregorio, che trovo perfetto per descrivere la piaga dell'abusivismo che interessa l'Italia ormai da decenni. Ve lo riporto integralmente:
Direi assolutamente rispondenti all'attualità le ultime battute dell'articolo. Purtroppo, per coloro che si battono contro l'abusivismo e soprattutto in difesa del territorio italiano non si sta aprendo un buon periodo...

mercoledì 9 aprile 2008

PIATTI DI PLASTICA: perchè non vanno riciclati?

Bicchieri, piatti e posate di plastica: chissà quanti di voi si saranno domandati come mai questi rifiuti non vanno inseriti nella raccolta differenziata della plastica, bensì nel rifiuto secco. Io me lo sono domandato più volte, anche perché nei vari opuscoli della raccolta differenziata ti dicono semplicemente di metterli nel rifiuto secco senza però spiegartene il motivo. Fino a quando la scorsa settimana una lettera pubblicata nello spazio dei lettori del quotidiano La Repubblica ha sollevato il problema: si trattava della lettera di una signora bolognese la quale si chiedeva come mai il vasetto dello yogurt va inserito nella raccolta della plastica mentre posate, bicchieri e piatti di plastica (fatti dello stesso materiale del vasetto dello yogurt!!) vanno nel rifiuto secco. Lei stessa dice di essersi informata e di essere venuta a conoscenza che le ditte produttrici di bicchieri, piatti e posate di plastica non sono tenute al pagamento del contributo CONAI e pertanto il loro prodotto non va riciclato. Incuriosito (ma anche meravigliato e… schifato!) sono andato a spulciare in internet.
Si deve fare un passo indietro di un decennio: il Decreto Legislativo n° 22/1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) fu emanato per regolare la grande quantità di imballaggi presenti nella spazzatura (il 50% in volume ed il 30% in peso del totale) ed in particolare per stabilire i meccanismi per finanziare lo smaltimento degli imballaggi. Per far fronte alla spesa di smaltimento degli imballaggi, fu istituito un Contributo Ambientale che le varie imprese produttrici di imballaggi devono versare al CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi) il quale, a sua volta, viene appunto utilizzato per lo smaltimento degli imballaggi stessi. Questo contributo è fissato in proporzione all’utilizzo degli imballaggi (ve lo esprimo in lire, come indicato nel Decreto): acciaio 30 £/kg, alluminio 100 £/kg, carta 30 £/kg, legno 5 £/kg, plastica 140 £/kg e vetro 5 £/kg (niente è dovuto per gli imballaggi tessili). Il decreto quindi riguarda ogni tipo di imballaggio, non solo di plastica, ed in particolare l’art. 35 dello stesso distingue tre tipi di imballaggi:

  • quelli che contengono e proteggono le merci;
  • quelli che consentono la manipolazione delle merci e la loro consegna al consumatore;
  • quelli che assicurano la protezione delle merci.

Per fare un esempio, prendiamo l’acqua in bottiglia: la bottiglia in plastica rientra nel primo tipo di imballaggi, il nylon che racchiude le confezioni di bottiglie da 6 di acqua rientra nel secondo tipo di imballaggi, il bancale in legno che supporta le varie confezioni di acqua rientra nel terzo tipo di imballaggi.
Il decreto prevedeva che dal 1° ottobre 1998 gli operatori economici dovevano addebitare ai propri clienti il Contributo Ambientale, mentre entro il 31 dicembre 1998 tali operatori dovevano diventare consorziati CONAI (se obbligati per legge) senza subire sanzioni.
Ritornando alla plastica, tutto quello che oggi inseriamo nella raccolta differenziata della plastica è un “imballaggio”: le bottiglie delle bevande, i flaconi dei detersivi, gli involucri in nylon, i contenitori di generi alimentari, ecc… Si tratta di prodotti per i quali le imprese produttrici sono obbligate a versare il Contributo Ambientale e che quindi vengono riciclati. Siccome i piatti, i bicchieri e le posate di plastica non sono imballaggi (in quanto non hanno le caratteristiche previste dall’art. 35 del Decreto Ronchi), allora vanno inseriti nel rifiuto secco, anche se sono dello stesso materiale dei vasetti dello yogurt (e di altri contenitori) che vanno invece riciclati!!!
È uno dei soliti paradossi italiani: pensate giornalmente alla grande quantità di piatti, bicchieri e posate di plastica che vengono utilizzate (soprattutto nelle mense scolastiche ed aziendali) e che vanno a finire nel rifiuto secco e quindi in discarica. Viviamo in un momento storico in cui esiste la necessità urgente di riciclare tutto il possibile per evitare di utilizzare ulteriore materia prima e per dare respiro alle nostre discariche, ormai quasi piene: abbiamo questa urgente necessità, ma poi si scoprono delle nefandezze come questa. E chissà quante ce ne saranno, delle quali non siamo a conoscenza. Allora perché non riciclare anche questa plastica oggi non differenziata e farne pagare il relativo Contributo Ambientale alle ditte produttrici? Sarebbe un ulteriore passo in avanti verso quella raccolta differenziata doc che qui in Italia stenta a decollare (ma va?).

La morte dei CENTRI STORICI...

Faccio riferimento ad un interessante articolo di Francesco Erbani apparso sul quotidiano La Repubblica di sabato 5 aprile 2008.
È ormai un dato di fatto che i centri storici delle città italiane si stanno svuotando, stanno morendo, perdono i loro residenti e le loro attività tipiche, e si stanno trasformando sempre di più in centri per uffici, banche, negozi d’alta moda e turisti (per i quali si sono costruiti ovunque alberghi, bed & breakfast, ristoranti, pizzerie, gelaterie, bar, ecc…). Varie le cause che stanno portando i residenti del centro a spostarsi altrove:

  • il traffico sempre più intenso dovuto ai pendolari delle banche e degli uffici, a quelli dei giorni festivi, a quelli dei negozi, ecc…;
  • l’aria sempre più inquinata (smog delle automobili, inquinanti dagli impianti di riscaldamento, ecc…);
  • la chiusura di quelle attività artigianali e di quei piccoli negozi in quanto soffocati dalla grande distribuzione;
  • la mancanza costante di parcheggi;
  • la folla di gente che quotidianamente si riversa in centro;
  • la scarsità e l’inefficienza dei mezzi pubblici;
  • il degrado di alcuni punti del centro a discapito delle aree periferiche molto spesso più seguite dal Comune;
  • la scarsità di aree verdi e tranquille;
  • lo sviluppo del settore terziario fuori delle città;
  • l’aumento senza controllo dei prezzi nel centro storico.

Alcuni dati rendono l’idea: nel centro storico della bellissima rinascimentale Urbino gli abitanti negli ultimi 60 anni sono calati di ben l’86%: prima nel quartiere del Duomo risiedevano 350 persone, oggi sono 16!!! A Venezia, gli abitanti sono passati da 164.000 a 60.000!!! Il centro di Urbino è oggi abitato quasi esclusivamente da studenti universitari (quindi di passaggio), mentre Venezia è visitata da 12 milioni di turisti all’anno… Altri dati: nel centro storico di Firenze, nel 1987 il 30% della superficie era destinata ad abitazione, oggi è del 10%! Per quanto riguarda Roma, nel 1951 dentro le Mura Aureliane risiedevano 370.000 persone, oggi sono meno di 100.000; sempre nella nostra capitale, nel 1951 la città si sviluppava su 6.000 ettari di terreno (con 1.600.000 abitanti), mentre oggi con una popolazione di 2.500.000 abitanti (meno che raddoppiata) la città si estende su una superficie 7 volte superiore, ben 45.000 ettari (che arriveranno a 60.000 ettari secondo le previsioni del nuovo P.R.G.).
In tutto questo le Amministrazioni Comunali abbiano le loro colpe: nel corso degli anni, il calo dei finanziamenti che lo Stato manda alle Regioni e ai Comuni ha spinto questi ultimi a far cassa in maniera diversa. L’espansione delle città in periferia, tramite la realizzazione di lottizzazioni residenziali e produttive e quindi di costruzioni di ogni tipo, ha risollevato le casse comunali. In che modo? Dal cambio di destinazione d’uso dei terreni da agricoli a residenziali i Comuni ricevono dai privati fior fiore di quattrini tramite l’operazione della perequazione urbanistica (in pratica, il Comune vuole essere ricompensato per aver fatto aumentare il valore dell’area del privato in seguito al cambio d’uso); dai nuovi terreni ottiene poi, sempre dai privati, fior fiore di quattrini dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione per la realizzazione delle lottizzazioni e degli edifici, e da questi incassa infine I.C.I. a volontà (l’ultima riforma urbanistica nazionale del 2001 prevede che i Comuni utilizzino i proventi dagli oneri di urbanizzazione nella maniera che vogliono, e quindi non solo per realizzare opere di urbanizzazione come prevedeva la vecchia normativa…). Nel frattempo gli abitanti del centro, invogliati a trasferirsi in periferia per tutti i motivi sopra elencati, vendono i loro fabbricati posti in centro storico, i quali restano però vuoti: i Comuni non hanno interesse ad incentivare la ristrutturazione in centro storico perché dalle ristrutturazioni incassano ben pochi oneri di urbanizzazione… Non si rendono però conto che, costruendo in periferia, si sta sottraendo in continuazione terreno all’agricoltura e al paesaggio circostante, si stanno costruendo strade ovunque aumentando il traffico anche in periferia e quindi lo smog, si contribuisce all’aumento della cosiddetta “isola di calore” con squilibri climatici locali, si contribuisce al dissesto idrogeologico del territorio circostante, si accentua il degrado degli edifici in centro storico che rimangono disabitati a lungo, ecc… Tutto è dettato da soli interessi economici.
Allora che fare? Certamente il turismo è una risorsa fondamentale per il nostro paese, ma il degrado dei centro storici potrebbe avere conseguenze negative anche sull’attività turistica.
Bisogna far ripopolare i centro storici e per farlo i Comuni potrebbero (anzi dovrebbero…):

  • incentivare il recupero e la ristrutturazione degli edifici in centro storico;
  • esentare dall’I.C.I. o da altre imposte comunali tali edifici;
  • stabilire dei prezzi di acquisto o di affitto agevolati per coloro che vogliono insediarsi (ad esempio tramite accordi con le agenzie immobiliari);
  • realizzare parcheggi per i soli residenti nei punti strategici del centro e delle aree verdi rinunciando a qualche albergo;
  • chiudere totalmente il centro al traffico, puntando allo stesso tempo sul trasporto pubblico (tram e autobus);
  • agevolare l’apertura delle attività commerciali di piccola taglia (come quelle artigianali) esentandole da alcune imposte comunali o limitando i prezzi di affitto/compravendita;
  • eseguire la raccolta differenziata “porta a porta” in tutto il centro storico, riciclando ogni tipo di rifiuto.

Si tratta di soluzioni per niente “irrealizzabili”: con un po’ di buona volontà e di sacrificio, si riuscirebbe ad evitare la morte dei nostri centro storici (che tutto il mondo ci invidia) conservando quella tradizione storica e quel fascino che li ha sempre contraddistinti. I Comuni italiani saranno in grado di farlo?

mercoledì 2 aprile 2008

ENERGIA SOLARE: via libera alle centrali anche in Italia

Finalmente è successo anche qui in Italia: è arrivato un decreto legislativo, in seguito all’approvazione ottenuta dalla Conferenza Unificata Stato – Regioni, che dà il via libera alla costruzione delle centrali elettriche ad energia solare.
Grazie a questo decreto, anche queste centrali potranno sfruttare le tariffe incentivate che ora sono riservate solo ai pannelli solari installati negli edifici. Questo avrà il vantaggio di permettere una distribuzione diffusa di energia pulita a livello nazionale grazie all’impegno di capitali consistenti da parte degli operatori elettrici (che magari fiutano l’affare): in particolare ciò consentirà una forte diffusione del solare termodinamico a concentrazione, come già sta succedendo in Spagna.
Qualche mese fa in un mio post vi parlai della centrale solare costruita nei pressi di Siviglia: si tratta di un immenso campo cosparso di pannelli solari i quali riscaldano l’acqua di una caldaia posta in una torre centrale al campo, l’acqua riscaldata produce vapore e questo a sua volta muove una turbina generando elettricità. Grazie a questo progetto, attualmente l’energia prodotta dalla centrale di Sanlucar la Mayor serve 6.000 case ed entro il 2013 (grazie alla costruzione di altre 8 centrali simili) soddisferà il fabbisogno di tutti gli abitanti di Siviglia, che sono 600.000! Niente male…
Ritornando al nostro decreto, già alcune regioni italiane (Lazio, Calabria, Sardegna, Calabria e Puglia) hanno firmato col Ministero dell’Ambiente degli accordi per la costruzione di queste centrali ad energia solare. C’è un obiettivo particolare: entro il 2012 raggiungere i 150-200 megawatt di potenza installata e pannelli solari funzionanti per una superficie coperta di 1,5 milioni di mq.
Dunque, le nuove centrali potranno usufruire degli incentivi previsti dal “Conto Energia”: questi incentivi saranno estesi anche a tutti gli impianti che entreranno in funzione un anno dopo il raggiungimento delle soglie sopraccitate e che sarà riconosciuto per 25 anni. Ci sarà inoltre la priorità di immissione di questa energia pulita nella rete nazionale rispetto a quella prodotta da fonti non rinnovabili, mentre sarà garantito un incentivo compreso tra 22 e 28 centesimi di euro a chilowattora in aggiunta a quello stabilito dal mercato per l’energia normale (certamente, l’incentivo varierà a seconda del tipo di centrale che verrà realizzata). Infatti, se si tratterà di una centrale ibrida (ovvero una porzione di energia ottenuta dal sole e l’altra parte da gas o altra fonte), questa otterrà un incentivo di 28 centesimi per Kwh se produrrà più dell’85% dell’energia dal sole, scenderà a 25 centesimi se l’energia solare sarà del 50% e a 22 centesimi se sarà sotto il 50%. Gli impianti ibridi sono quelli più economici e quindi quelli a cui le aziende sono più indirizzate, ma il decreto prevede alcune condizioni: la parte solare dovrà produrre almeno il 15% dell’energia prodotta complessivamente, la superficie minima dei pannelli solari dovrà essere di 25.000 mq, per ovviare all’intermittenza della disponibilità della luce solare le centrali dovranno poter accumulare e rilasciare quanto prodotto con un ritardo di 4 ore ed infine non si potranno utilizzare come altre fonti gas tossici o nocivi. Toccherà al Gestore dell’Energia esaminare le proposte che arriveranno e definire quindi l’ammissibilità agli incentivi, mentre l’Autorità per l’Energia definirà i requisiti per l’allaccio alla rete nazionale e le tariffe.
Si tratta di una svolta importante e di un ulteriore contributo alla diffusione delle energie rinnovabili, di cui il nostro paese ha tanto bisogno per rientrare negli impegni previsti dal protocollo di Kyoto (che per adesso l’Italia non ha rispettato…) e necessario quindi per contribuire al taglio delle emissioni di gas serra in atmosfera provenienti per una buona parte proprio da quelle centrali elettriche che funzionano esclusivamente ad energie fossili (petrolio, gas, carbone), che sono ancora tante nel nostro paese... Confidiamo ora nella costruzione diffusa di queste centrali su tutto il territorio nazionale: pensate se ne venisse costruita una per ogni città italiana, avremmo città energicamente indipendenti dando un contributo notevole alla lotta contro il cambiamento climatico. Altro che termovalorizzatori…

L'effetto serra "compie" 50 anni!

L’effetto serra non è certo nato 50 anni, ma proprio tanti anni or sono è stato “scoperto”: già nel 1954 si tenne a Stoccolma una conferenza per sottolineare l’importanza di misurare a livello globale la quantità di gas serra presente in atmosfera, al fine di poterne studiare gli effetti sul clima terrestre. Dopo questa conferenza alcune organizzazioni erogarono dei finanziamenti che, però, non furono sufficienti per effettuare misure regolari dei gas serra, ottenendo quindi risultati insoddisfacenti. Ma fu poco dopo che un tale Charles David Keeling, studente di dottorato al California Institute of Technology e grande appassionato di geochimica, compì enormi sforzi per costruire una base stabile di osservazione per garantire misurazioni continuative: assieme a Roger Revelle, oceanografo e direttore della “Scripps Institution of Oceanography” a San Diego, che riuscì ad ottenere dei fondi per la ricerca dal Comitato dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957-1985, acquistarono uno spettrofotometro e lo installarono nel 1957 in cima al monte Mauna Loa, che svetta con i suoi 3.400 metri di quota nell’arcipelago delle Hawaii. Grazie ai successivi incentivi forniti dal chimico Hans Suess e dalla “National Science Foundation”, nel 1958 Keeling e Revelle poterono iniziare le misurazioni della concentrazione di gas serra (e di CO2 in particolare) in atmosfera. Ecco, qui parte lo studio dell’effetto serra.
Dopo pochi anni di misurazioni, cominciarono le sorprese: si scoprì innanzitutto l’aumento costante del biossido di carbonio derivante dalle attività umane, ma si scoprì anche una fluttuazione stagionale delle concentrazioni di gas serra dovuta alla temporanea cattura della CO2 da parte della fotosintesi delle piante durante l’estate nell’emisfero boreale (ove è appunto posizionata la centralina di rilevamento).
Questa “scoperta” dell’effetto serra rese felicissimo il chimico svedese e premio Nobel Svante Arrhenius che già nel 1896 aveva teorizzato l’influenza di un incremento del biossido di carbonio sul riscaldamento dell’atmosfera (oltre 100 anni fa…)! Successivamente, nel 1967, Syukuro Manabe e Richard Wetherald del “Geophysical Laboratori” di Princeton pubblicarono la prima previsione numerica del riscaldamento globale, mentre avremmo dovuto aspettare fino al 1988 per la creazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change) da parte dell’ONU per la valutazione delle informazioni sul clima, ed il 1997 per la stesura del Protocollo di Kyoto che avrebbe stabilito una riduzione entro il 2008-2012 del 5,2% delle emissioni dei sei gas serra rispetto al 1990.
Tornando ai nostri eroi hawaiani, all’inizio delle misurazioni la concentrazione di biossido di carbonio era di circa 315 parti per milione; nel 2007 (circa 50 anni dopo) questa concentrazione era salita a ben 385 parti per milione, ovvero un valore che (dai risultati ottenuti dai carotaggi dei ghiacci antartici) non era mai stato riscontrato almeno negli ultimi 650.000 anni!!! Diciamo che si tratta di una risposta reale agli (ancora) scettici che non vogliono credere che l’attività umana stia alterando il clima terrestre… Così, dopo 50 anni, oggi esiste la cosiddetta “curva di Keeling”, che rappresenta la più lunga serie strumentale al mondo di misurazioni di gas serra e che si sta rivelando davvero preziosa per lo studio del cambiamento climatico in corso e delle possibili soluzioni da attuare per la lotta al riscaldamento globale. Nel frattempo, altre esperienze analoghe sono sorte un po’ ovunque, anche qui in Italia: vi sono delle stazioni di misurazione dei gas serra sul Monte Cimone (nell’Appennino Tosco-Emiliano, gestito dall’ISAC-CNR di Bologna), sul Plateau Rosà (sul Monte Rosa, gestito dal CESI) e sull’Isola di Lampedusa (gestito dall’ENEA).
È proprio in funzione di questi rilevamenti che si stanno concentrando gli studi degli esperti per cercare di individuare delle strade percorribili per poter invertire questa linea di tendenza che porta ad una crescita costante dei gas serra e al conseguente riscaldamento del nostro pianeta, la cui atmosfera si sta trasformando in una vera e propria serra: si tratta di misurazioni davvero preziose e dal valore inestimabile, soprattutto se consideriamo questo periodo della storia terrestre che sta vivendo uno stravolgimento climatico incredibile il cui artefice principale è senza ombra di dubbio l’uomo, e credo che su questo non ci debbano essere più dubbi (o meglio non ci dovrebbero essere, visto che in realtà ci sono ancora coloro che sostengono, purtroppo, il contrario facendo male due volte al nostro pianeta).