venerdì 27 giugno 2008

Temporali eccezionali ull'Europa Centrale!!!

Dopo le devastanti grandinate in Germania dei giorni scorsi (ed anche quella di Bolzano...), ora ecco che temporali eccezionali hanno devastato le Alpi e l'Austria.
Fonte http://www.meteogiornale.it. Una rilevanate serie di temporali, con una linea di groppo temporalesca, ha interessato ieri 26 giugno l'Austria, con temporali di eccezionale violenza (ci sono state delle interruzioni alla diretta TV della partita di calcio degli Europei 2008 , a causa della perdita di segnale per le compatte nubi temporalesche). Stamattina 27 giugno, non distante da Vienna, si individuano le tracce di quello che dovrebbe esser stato il passaggio di una grossa tromba d'aria o tornado. Va anche sottolineato che i venti hanno raggiunto nei sobborghi di Vienna raffiche di oltre i 150 km/h e che diverse persone sono rimaste ferite. Nella foto, fulmini e il cenno della tromba d'aria su Vienna.
Clima sempre più estremo sulla nostra "normale" Europa...

venerdì 6 giugno 2008

Nucleare e salute: i soliti controsensi italiani...

Sul n° 23 del settimanale "Oggi" ho trovato due articoli che fotografano alla perfezione i tipici controsensi italiani: uno riguarda la scomparsa del Ministero della Salute (e porta la firma di Umberto Veronesi), mentre l'altro riguarda il possibile ritorno al nucleare (a firma di Ermete Realacci, ministro-ombra dell'Ambiente).
Direi due situazioni completamente incompatibili e anomale per un paese sviluppato ma, in quanto italiane, assolutamente possibili...

giovedì 5 giugno 2008

"MARCIA PER IL CLIMA" sabato 07 giugno 2008 a Milano


A proprosito della "MARCIA PER IL CLIMA", che si terrà sabato 07 giugno 2008 a Milano ed organizzata da Legambiente, ho trovato questo interessante articoletto sull'inserto "Salute" del quotidiano La Repubblica di oggi giovedì 05 giugno.

martedì 3 giugno 2008

Perché non far fruttare il patrimonio pubblico italiano?

Se lo chiede il giornalista Giovanni Valentini nel suo articolo “Come far fruttare il patrimonio pubblico” apparso sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 21 maggio 2008. L’Italia ha un patrimonio pubblico vastissimo composto di beni materiali (come immobili e terreni), grandi infrastrutture (come porti, aeroporti, strade, autostrade ed acquedotti), risorse naturali (come montagne, beni culturali, beni storici, paesaggio, fiumi e laghi), beni immateriali (come la moneta, i crediti pubblici, marchi, brevetti, frequenze elettromagnetiche e diritti televisivi su manifestazioni sportive) e quant’altro. Un patrimonio davvero immenso, stimato in ben il 140% del Prodotto Interno Lordo: tuttavia, solo il 25% di questo (per un valore di circa 400 miliardi di euro) è in grado di produrre reddito ed è quella parte composta di immobili, crediti, partecipazioni e concessioni. Si tratta dunque di un patrimonio pubblico che ha un reddito nettamente negativo, visto che il 75% non produce ricchezza: conoscendo i forti problemi economici che il nostro paese ha da decenni e alla continua ricerca di tagli alle spese, pensate che se si riuscisse a far fruttare questo patrimonio di almeno il 2% si otterrebbero ben 10 miliardi di euro all’anno da utilizzare nella Pubblica Amministrazione!!!
Per quanto riguarda gli immobili pubblici, quelli considerati in eccesso rispetto alle esigenze delle funzioni pubbliche potrebbero essere privatizzati ottenendone una cifra che va dai 100 ai 150 miliardi di euro (pari a 10-15 punti di Pil…): una bella somma che potrebbe essere utilizzata per nuove opere o per ridurre il famigerato debito pubblico (quest’ultimo ci costa ben 70 miliardi di interessi all’anno…), senza ricorrere sempre alle tasche dei cittadini.
Per quanto riguarda i beni demaniali, l’Italia si ritrova notevolmente arretrata rispetto ai paesi europei: è arrivato il momento di rimodernare la disciplina che è rinchiusa in appena 10 articoli del Codice Civile (dall’822 all’831). Già qualcosa è stato fatto: nel giugno 2007 è stato fatto un disegno di legge-delega predisposto da una commissione nominata dall’ex ministro Mastella, presieduta da Stefano Rodotà (ordinario di Diritto Civile all’Università La Sapienza di Roma) e composta da diversi giuristi ed economisti tra cui Ugo Mattei (ordinario di Diritto Civile all’Università di Torino), Giacomo Vaciago (ordinario di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano) ed Edoardo Reviglio (docente di Scienza delle Finanze all’Università di Reggio Calabria). Il progetto elaborato dalla Commissione prevede innanzitutto una nuova categoria di beni, i cosiddetti “beni comuni”, ovvero quelli che non rientrano nella categoria dei beni pubblici poiché sono a titolarità diffusa e possono appartenere anche a privati: oltre ai beni naturali (come montagne, fiumi, laghi, parchi, aria, ecc…), ne fanno parte anche i beni archeologici, culturali ed ambientali. Secondo la relazione di accompagnamento di questo disegno di legge-delega, questi beni comuni soffrono di una situazione altamente critica per problemi di scarsità e di depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche: sono cose che hanno utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, con riguardo anche alle generazioni future. Ecco perché è stata creata una disciplina garantistica in tal senso, in grado di preservare a questi beni comuni in ogni caso un godimento collettivo. È risaputo come la possibilità di concessione (per utilizzo) di questi beni comuni ai privati sia severamente limitata: tuttavia, se allo Stato spetta il diritto al risarcimento o alla restituzione del bene comune utilizzato in caso di danno commesso dal privato a questo bene, allo stesso tempo chiunque può usufruire del bene comune (in quanto titolare di un corrispondente diritto soggettivo) ha la facoltà di ricorrere alla magistratura per denunciarne l’uso improprio.
Per quanto riguarda invece i beni pubblici (appartenenti a soggetti pubblici), il nuovo progetto della Commissione Rodotà abbandona la distinzione degli stessi in demanio e patrimonio ed individua tre nuove categorie:

  • beni ad appartenenza pubblica necessaria: sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali come la sicurezza, l’ordine pubblico e la libera circolazione, e comprendono le opere destinate alla difesa come la rete ferroviaria, stradale ed autostradale, i porti e gli aeroporti. Tutti questi beni resteranno inalienabili (cioè non potranno essere trasferiti ad altri) e non potranno essere soggetti ad usucapione (cioè coloro che li utilizzano da almeno 20 anni non potranno far valere la loro proprietà su di essi, vedi artt. 1158-1167 del Codice Civile); sono previste inoltre per questi beni garanzie esplicite per la tutela risarcitoria ed inibitoria;
  • beni pubblici sociali: sono quelli che soddisfano esigenze del privato che a sua volta ha un peso rilevante nella società dei servizi. Ne fanno parte le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli ospedali, le università, gli edifici scolastici e le reti locali di pubblico servizio. Per questi beni il vincolo di destinazione d’uso può decadere solo se verrà assicurato il mantenimento o addirittura il miglioramento dei servizi sociali erogati: la loro tutela amministrativa spetta allo Stato o ad enti pubblici anche non territoriali;
  • beni pubblici fruttiferi: si tratta di beni privati in appartenenza pubblica, alienabili e gestibili con strumenti di diritto privato. Tuttavia vengono stabiliti dei limiti alla loro alienazione per evitare le cosiddette “dismissioni facili” e per garantire un’amministrazione efficiente da parte di soggetti pubblici.

Questi ultimi beni sono quelli che possono apportare maggiori benefici all’erario statale in quanto favoriscono un’utilizzazione più efficiente del patrimonio pubblico. Lo scopo fondamentale del disegno di legge-delega è infatti quello di evitare due cose: sia l’inutilizzo del patrimonio pubblico (che non porta alcun vantaggio economico per la società) sia le dismissioni facili e le svendite di Stato (che invece portano vantaggi economici solo a pochi). Si vuole quindi far fruttare al meglio questo patrimonio pubblico, fermo restando il principio assoluto della sua tutela sociale ed ambientale, dandolo in uso a soggetti vari i quali pagheranno un corrispettivo che sarà rigorosamente proporzionale ai vantaggi che gli stessi ricaveranno dall’utilizzo del bene. Una bella somma economica che andrà utilizzata dallo Stato per i servizi dei cittadini, visto che il patrimonio pubblico è comune e quindi anche i benefici che se ne ricavano devono restare comuni.

Riparte il TESTO UNICO AMBIENTALE…

Il TESTO UNICO AMBIENTALE è il termine con cui è stato denominato il Decreto Legislativo n° 152/2006: decreto dal percorso un po’ turbolento, visto che è stato emanato nelle ultime settimane di vita del penultimo governo Berlusconi, mentre il successivo “decreto correttivo” (Decreto Legislativo n° 4 del 16/01/2008) che ne ha riscritto molte parti rendendolo dunque operativo (finalmente!) è stato emanato nelle ultime settimane di vita dello scorso governo Prodi. Non è difficile prevedere, però, che per essere applicato e reso esecutivo (e per fare ciò serviranno vari decreti applicativi) tale decreto avrà ancora un percorso difficile perché questi decreti applicativi saranno emanati da un governo avverso a quello precedente, soprattutto per quanto riguarda la politica ambientale.
Diamo un’occhiata alle novità introdotte dal decreto correttivo che, come detto, è il Decreto Legislativo n° 4 del 16/01/2008 pubblicato nel Supplemento Ordinario n° 24/L alla Gazzetta Ufficiale del 29/01/2008. Tratteremo di “Rifiuti, materie seconde e sottoprodotti”, “Acque reflue, fanghi e risorse idriche”, “Bonifiche e siti contaminati” e “VIA, VAS e AIA”. Di queste novità ne ha trattato la rivista “Hi-Tech Ambiente” nel suo n° 4 di maggio 2008, dalla quale traggo spunto.
Rifiuti, materie seconde e sottoprodotti. In tema di rifiuti, per la definizione di “materie, sostanze e prodotti secondari” si rinvia all’emanazione di un decreto entro il 31/12/2008. Per la cosiddetta “materia seconda” è stata introdotta la priorità di essere recuperata e riutilizzata anziché essere utilizzata come fonte di energia (poveri inceneritori…, speriamo bene!). Vengono introdotti criteri più restrittivi per i sottoprodotti eliminando il precedente regime di favore riservato a coke di petrolio, ceneri di pirite e rottami ferrosi. È stata introdotta una distinzione tra le operazioni di recupero dei rifiuti e quelle di deposito temporaneo. Si sono dichiarati illegali i dissipatori di rifiuti alimentari (ovvero quegli apparecchi elettronici che, tramite opportuno trattamento, permettevano di scaricare i rifiuti domestici nella rete fognaria). Sono stati definiti criteri più precisi per il riutilizzo di terre e rocce da scavo. L’esenzione della presentazione del MUD riguarderà non solo gli imprenditori agricoli ma anche le aziende che raccolgono e trasportano i propri rifiuti non pericolosi e quelle che hanno meno di 10 dipendenti e non producono rifiuti pericolosi. È stato reintrodotto l’obbligo di vidimazione dei registri di carico/scarico dei rifiuti: la vidimazione dovrà essere effettuata dalle Camere di Commercio le quali imporranno però una tariffa di 30 euro per ogni registro (e questa misura ha sollevato molte polemiche…).
Acque reflue, fanghi e risorse idriche. Nuove definizioni sono state date a “scarico”, “acque reflue industriali” e “acque reflue urbane”. È stato soppresso il meccanismo del silenzio-assenso per le domande di autorizzazione agli scarichi. È stata limitata la possibilità di diluire gli scarichi, che ora spetta agli impianti di trattamento delle acque reflue industriali che trattano sostanze pericolose e ricevono tramite condotta acque reflue urbane o provenienti da altri stabilimenti. Qualora più stabilimenti abbiano lo scarico finale in comune, dovranno obbligatoriamente costituire un consorzio per il loro trattamento.
Bonifiche e siti contaminati. Nel “secondo correttivo” sono state apportate alcune modifiche all’analisi di rischio, mentre per una revisione più approfondita si rimanda all’emanazione di un “terzo correttivo” entro il 30/06/2008 (anche se credo che per tale data il nuovo esecutivo non emani questo provvedimento…). Nel frattempo, si continuano ad usare i criteri previsti dall’allegato 1 alla parte IV del D.Lgs. n° 152/06 (sono state apportate solo alcune modifiche tecniche relative alla valutazione della contaminazione delle acque sotterranee). È stato aggiunto un articolo (il 252-bis) al D.Lgs. n° 152/06 riguardante i “siti di preminente interesse pubblico per la riconversione industriale”: le nuove disposizioni vogliono snellire e velocizzare le procedure di bonifica e riconversione, ripristinando sostanzialmente la procedura prevista dal D.M n° 471/99.
VIA, VAS e AIA. Sono state riscritte le norme in materia di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) e di VAS (Valutazione Ambientale Strategica), adeguandole alle direttive europee. Tra le altre, sono stati stabiliti dei tempi certi per l’ottenimento della VIA, che dovrà essere tra i 150 e i 330 giorni: in caso di superamento dei termini, deciderà il Consiglio dei Ministri eliminando così il precedente meccanismo del silenzio-rigetto. Saranno assoggettati a VIA anche gli impianti di recupero sottoposti a procedure semplificate, mentre per altri impianti è stato tolto l’obbligo di VIA, come ad esempio quelli per il recupero dei rifiuti non pericolosi con capacità inferiore alle 10 tonnellate al giorno. Per quanto riguarda il coordinamento tra le procedure di VIA e quella di AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale), si è introdotto un procedimento unico per gli impianti di competenza statale, spingendo le Regioni a fare altrettanto per i progetti di loro competenza.
Ora dunque ci rimettiamo nelle mani del nuovo governo (il Berlusconi IV): speriamo che questa continua alternanza politica non si rifletti sulla messa in opera finale del TESTO UNICO AMBIENTALE. Per il bene del nostro paese e soprattutto per la tutela del nostro territorio, speriamo che quei decreti applicativi vengano emanati il più presto possibile senza stravolgere l’ossatura del precedente decreto, perché il nostro paese ha fortemente bisogno di una normativa certa e seria per la tutela del suo fragile territorio e dell’ambiente che lo circonda.

Scirocco sull’Italia e… volano record!

Nel precedente post ho parlato dell’alluvione che ha colpito alcune valli piemontesi negli ultimi giorni: si è trattato di un fenomeno intenso, che si è già verificato numerose volte in passato (anche recente), come le gravissime alluvioni del 1994 e del 2000. Quando una depressione rimane stazionaria per più giorni sulla Penisola Iberica, ecco che si innescano correnti sciroccali a go-go sul nostro paese: questo significa caldo per il Centro-Sud ed il Nord-Est italiano e piogge prolungate per il Nord-Ovest. Lo scirocco, infatti, risalendo dall’Adriatico si carica di umidità, entra in Valpadana da sud-est e, quando incontra la barriera alpina ad ovest, si solleva condensando in nubi e piogge: piogge che durano per tutta la durata della sciroccata. È quello che è successo in questi giorni nelle valli piemontesi: più giorni di scirocco hanno portato precipitazioni incessanti per giorni e giorni, nell’ordine di 200-300 mm d’acqua, soprattutto nella valli la cui orografia le espone maggiormente allo scirocco.
Si è trattato di un fenomeno intenso, ma non eccezionale: in passato si sono avute precipitazioni anche di 700-800 mm d’acqua in 2-3 giorni (in occasione delle alluvioni del 1994 e del 2000). Quello che preoccupa è la loro frequenza: questo è un sintomo del cambiamento climatico in corso sul nostro pianeta, che porta ad una estremizzazione dei fenomeni meteorologici. Nel caso del Piemonte, ciò si tramuta in episodi alluvionali sempre più frequenti e più intensi e tra l’altro concentrati localmente. Stupisce, poi, come ormai a quasi ogni sciroccata corrispondano nuovi record termini: la scorsa estate 2007 tre violente ondate di caldo (a cadenza incredibilmente di 30 giorni l’una dall’altra) hanno colpito la nostra penisola, facendo cadere continuamente nuovi record. Una ondata di caldo così intenso ci sta in un’estate, ma tre di fila non rappresentano proprio la normalità e sono un segnale tangibile di come si sta modificando il clima sul Mediterraneo. Adesso ecco la prima sciroccata della stagione (questa di fine maggio, vedi mappa allegata del 27 maggio 2008 alla quota di 850 hPa), suffragata anche dal vento di foehn che ha alzato ulteriormente le temperature in alcune zone, e subito volano record: guardando i dati registrati dai radiosondaggi, si scopre che a 850 hPa (circa 1.500 metri di quota) si sono registrati ben 17.0°C sopra Milano (8°C oltre la media), 19.0°C a Cagliari (8°C oltre la media), addirittura 27.0°C a Trapani (ben 15°C oltre la media), valori già eccezionali in piena estate!!! Per rendere l’idea, a Milano Linate in occasione di questa sciroccata lo zero termico (ovvero la temperatura di 0°C) si è registrata ad una quota di ben 3.724 metri, mentre dovrebbe essere mediamente in questo periodo a 2.600 metri circa…
Dicevo dei record, sono ben 12 in tutta Italia e si sono registrati lo scorso 27 maggio 2008 (sono in ordine alfabetico):
  • Arezzo 32.6°C (precedente record 32.4°C nel maggio 2005);
  • Firenze 34.4°C (precedente record 34.0°C nel maggio 1979);
  • Frosinone 33.6°C (precedente record 32.8°C nel maggio 2006);
  • Grazzanise 35.8°C (precedente record 33.0°C nel maggio 2008);
  • Guidonia 35.8°C (precedente record 33.6°C nel maggio 2001);
  • Palermo Boccadifalco 36.8°C (precedente record 36.6°C nel maggio 1994);
  • Palermo Punta Raisi 38.9°C (precedente record 38.2°C nel maggio 1994);
  • Pisa 31.6°C (eguagliato il precedente record del maggio 1953 e maggio 2007);
  • Pratica di Mare 31.6°C (eguagliato il precedente record del maggio 2006);
  • Roma Fiumicino 33.1°C (precedente record 31.4°C nel maggio 1977 e maggio 2008);
  • Roma Ciampino 34.2°C (precedente record 33.0°C nel maggio 1977);
  • Vigna di Valle 30.4°C (precedente record 30.0°C nel maggio 2005).

Si tratta di stazioni meteo dell’Aeronautica Militare, pertanto altre stazioni “non ufficiali” avranno battuto sicuramente altri record: il record assoluto di caldo è stato registrato a Carini (in provincia di Palermo) con ben 40.4°C (dati registrati dal servizio meteorologico regionale SIAS).
L’ondata sciroccale è partita dall’entroterra libico: per tre giorni consecutivi Tripoli (la capitale libica) ha avuto minime notturne di 30°C e massime fino a 45°C!!!
Ma il gran caldo ha interessato in maniera intensa anche l’Europa Orientale:

  • Grecia: 33.4°C a Kastoria (600 metri di quota!), 37.2°C a Lamia e ben 38.4°C a Larissa (media di 25.7C…);
  • Macedonia: 34.4°C a Bitola (587 metri di quota…, media di 21.7°C!), 35.0°C a Stip, 35.2°C a Skopje (media di 23.7°C), 37.0°C a Demir Kapija e ben 37.5°C a Gevgeljia;
  • Bulgaria: 35.0°C a Lom (media di 22.6°C), 35.2°C a Novo Selo e Vidin, 35.4°C a Plovdiv, 35.6°C a Ivailo, 36.0°C a Sandanski (media di 24.1°C) e 36.2°C a Chirpan;
  • Serbia-Montenegro: 34.5°C a Belgrado (22.5°C la media…), 34.7°C a Nis e Krusevac, 35.3°C a Veliko Gradiste, 35.4°C a Kragujevac, 35.5°C a Negotin e 35.6°C a Smeredevska Palanca;
  • Bosnia-Erzegovina: 35.0°C a Monstar (media di 24.0°C), 35.1°C a Banja-Luka e 35.4°C a Zenica;
  • Croazia: 34.2°C a Osijek e 34.3°C a Gradiste e Sisak;
  • Romania: 34.0°C a Rossori De Vede e 35.0°C a Drobeta-Turnu Severin.

Si è trattato dunque di una sciroccata molto intensa e non su scala locale, ma che ha interessato una vasta zona. E siamo solo nel mese di maggio: vedremo come sarà la prossima estate, ma è ormai certo che il cambiamento climatico in corso sta portando ad una forte estremizzazione dei fenomeni meteo nell’area mediterranea.

Alluvione in Piemonte: ha ancora senso la TAV?

L’ennesimo episodio alluvionale ha interessato alcune valli del Piemonte (in particolare la Val di Susa) pochi giorni fa causando frane e purtroppo alcune vittime. Si è trattato di una situazione meteorologica eccezionale, in quanto per giorni e giorni le correnti sciroccali (che hanno portato le temperature a sfiorare i 40°C nel Palermitano e a far battere vari record termini in tutta Italia) sono penetrate in Valpadana incuneandosi sulla sua parte più occidentale: qui incontrano la barriera alpina e sono costrette a sollevarsi dove si condensano in nubi e piogge, quindi per più giorni piogge insistenti sono cadute sempre sulle stesse zone scaricandovi fino a 200-300 mm d’acqua. Naturale che alcuni torrenti si ingrossino ed escano dai loro argini. Già episodi simili erano successi in passato in queste zone: recentemente ricordiamo le gravissime alluvioni degli autunni del 1994 e del 2000, ed ancora prima nelle primavere degli anni 1728, 1926, 1949 e 1977. Diciamo piuttosto che i danni provocati da queste alluvioni hanno alla loro radice ben altri problemi, tipici italiani: la fragilità del nostro territorio e l’incuria umana. Due problemi di cui si parla da decenni ma che puntualmente non vengono risolti.
Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico italiano, ricordiamo che in 50 anni sono state censite in Italia ben 470.000 frane, tanto che il 70% dei Comuni è stato colpito da dissesto (ben 5.596 Comuni su 8.101). La fragilità del nostro territorio non è mai stata considerata dall’uomo: sono stati disboscati interi pendii di montagne facendo mancare agli stessi la stabilità permessa dalle radici degli alberi e consentendo un impoverimento dei terreni stessi maggiormente esposti ai fenomeni atmosferici.
Per quanto riguarda l’incuria umana, basti solo pensare alle costruzioni realizzate vicino ai torrenti ed in zone a forte rischio franoso, con responsabilità sia di chi le ha realizzate (abusive) sia di chi le ha realizzate (regolari) col consenso ignobile delle varie amministrazioni. Basti pensare poi agli alvei dei fiumi che raramente vengono ripuliti dai detriti che vi si accumulano nel tempo, alle tombinature di vari scoli, ecc… Manca, da sempre, la prevenzione: le previsioni meteorologiche in tal senso hanno fatto passi da gigante in quanto sono ormai in grado di avvertire le autorità (nazionali e locali) con alcuni giorni di anticipo dell’arrivo di fenomeni particolarmente intensi (come le piogge prolungate di questi ultimi giorni), ma manca tuttavia la protezione idrogeologica del territorio, considerando anche che il cambiamento climatico in corso apporterà un aumento della frequenza e dell’intensità di questi fenomeni. Certo, non si arriverà mai al punto di evitare qualsiasi frana, ma sicuramente di limitare al massimo i danni conseguenti. E, a questo punto, la domanda sorge spontanea: ma ha ancora senso realizzare la TAV in Piemonte? La Valle di Susa, quella ove passerà la tanto tormentata TAV, ha subito ben due alluvioni negli ultimi 8 anni, per non contare quelle del passato. Sono assolutamente d’accordo che la TAV vada fatta, altrimenti dovremo bandire tutte le ciance che abbiamo fatto in questi anni a favore del trasporto ferroviario a discapito del trasporto su ruota (soprattutto per liberare le nostre strade dai camion e le aree circostanti dall’inquinamento): il problema è se questa TAV doveva proprio transitare in questo punto. Stiamo parlando di una zona con uno dei più alti rischi alluvione d’Italia, visto che quando si innesca lo scirocco (e capita spesso!) significa precipitazioni eccezionali per il Piemonte. Se abbiniamo questo ad un’area con un elevato rischio di dissesto idrogeologico, beh allora la scelta della Val di Susa per farvi passare la TAV è stata proprio sconsiderata. Non c’erano altri punti, più a nord o più a sud, per farla passare? L’assessore all’assistenza di Bussoleno (comune della Val di Susa) Giovanni Vighetti ha dichiarato: “Quello che è successo in questi giorni dimostra che la storia non insegna nulla, siamo allo stesso punto di otto anni fa. Da allora non è stato fatto nulla, il Magispo non ha pulito il letto del fiume, l’ANAS non ha rinforzato le strade, siamo dentro allo stesso identico incubo. E proprio in Val di Susa, dove nulla di ordinario viene mai fatto, vorrebbero far passare il treno da 53 milioni di euro a km? Ma siamo pazzi?”. Lo stesso sindaco di Bussoleno, Beppe Joannas, afferma: “Capisco la rabbia della gente. Come si può pensare di fare una gigantesca stazione interrata in un paese che ha avuto due alluvioni nel giro di otto anni? Lo dice anche questo fiume spaventoso, con tutti i danni che sta facendo”. E ancora le affermazioni di Luca Pesando, rappresentante di Legambiente Valsusa: “Siamo una zona a fortissimo dissesto idrogeologico, non è pensabile sovraccaricare la zona con altre opere mastodontiche. Sopra di noi ci sono le dighe di tre centrali elettriche. Se gli invasi tracimano, per noi sono guai”.
Come possiamo dare toro a queste affermazioni? Io personalmente non ci riesco e chiunque abbia un po’ di senso di responsabilità non può affermare il contrario. Vuoi vedere che il nuovo governo, così come farà con l’emergenza rifiuti, userà l’esercito e metterà in carcere quei cittadini che protesteranno per salvare le proprie vite?

È in arrivo “GOOGLE OCEAN”!

È proprio vero: le mappe di Google non conoscono confini, con lo scopo di mappare la Terra con tutto ciò che la circonda. Finora Google ha sfornato:

  • GOOGLE MAPS: è un servizio accessibile dal Web che permette di visualizzare mappe geografiche di gran parte del nostro pianeta, oltre che fornire informazioni su servivi commerciali tra cui indirizzi, recapiti telefonici ed indicazioni stradali;
  • GOOGLE EARTH: è una rappresentazione tridimensionale delle Terra fatta su fotografie aeree ed immagini satellitari. Per utilizzarlo basta scaricare un software sul computer. Ne esistono tre versioni: una gratuita e due a pagamento, ovvero la Earth Plus (20 dollari) e la Earth Pro (400 dollari). Molte zone sono già mappate con altissima definizione;
  • GOOGLE MOON: progetto portato avanti con la NASA, con l’obiettivo di caricare informazioni utili a mappare la Luna (finora sono state caricate molte immagini relative alle diverse missioni Apollo);
  • GOOGLE MARS: progetto portato avanti con la NASA, con l’obiettivo di caricare informazioni utili a mappare il pianeta Marte;
  • GOOGLE SKY: si tratta di una piattaforma per osservare lo spazio. Ci sono immagini catturate dal telescopio spaziale Hubble: tutte le carte spaziali possono essere viste nello spettro dell’infrarosso ed in quello delle microonde. Si possono osservare sia i pianeti del Sistema Solare sia le varie costellazioni.

Ma ora Google ha in serbo qualcos’altro: si tratta di GOOGLE OCEAN, una piattaforma per mappare tutti i fondali oceanici: la società ha infatti convocato molti esperti di oceanografia per discutere sulle possibilità di realizzare una mappa tridimensionale degli oceani e dei mari di tutto il pianeta. Al momento poco si sa dell’operazione: non si sa la data dell’uscita del prodotto, ma si sa già che il nuovo software sarà da scaricare (e non consultabile sul Web) e sul quale tutti potranno caricare le loro informazioni (ad esempio foto scattate con fotocamere in grado di scattare fotografie sott’acqua e riguardanti pesci o particolari dei fondali). Il nuovo software avrà potenzialità anche nell’ambito professionale e scientifico: commento positivo è arrivato dalla NOAA, l’agenzia statunitense che si occupa dello studio del clima. Certo, si tratterà di un lavoro enorme, come afferma Nevio Zitellini, direttore dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il lavoro sarà difficile non solo per la quantità delle zone da mappare (gli oceani e i mari ricoprono i 2/3 del pianeta), ma anche (e soprattutto) per la difficoltà nel raggiungere le zone da rappresentare (ad esempio quelle attorno all’Antartide). Un esempio: per realizzare una mappa marina della zona atlantica compresa tra il Portogallo ed il Marocco, il team di Zitellini (assieme ad altre 13 istituzioni scientifiche) per raccogliere i dati necessari alla mappa ha dovuto impiegare ben 200 giorni di navigazione. Stephen P. Miller, direttore del Geological Data Center della Scripps Institution of Oceanography, ha affermato che Google fornirà solo uno strato su cui tutti potranno inserire le loro immagini per renderlo ricco di informazioni. “Google Ocean” sarà importante non solo per scoprire la morfologia dei fondali, ma anche per elaborare previsioni attendibili circa l’arrivo di onde anomale, per studiare le faglie sottomarine o la fauna ittica (ed eventualmente per proteggerla) o ancora per sapere in anticipo gli effetti delle onde normali nella aree portuali. Ma servirà anche per la realizzazione di alcune opere ingegneristiche come la costruzione di rigassificatori o pale eoliche in mare aperto, o ancora per la posa di cavi sottomarini di Internet.
Già un’idea del genere l’ha pensata qualcuno prima di Google: l’Unione Europea ha finanziato con 12 milioni di euro il programma Mersea (Marine Environment and Security for the European Area) per realizzare una mappa morfologica dei fondali marini europei e per capire la composizione degli stessi. Di questo progetto fa parte anche il nostro Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS): lo scopo del progetto è anche quello di studiare il moto ondoso, le correnti marine, la temperatura dell’acqua, la trasparenza e la clorofilla. Ma c’è anche un progetto francese, realizzato dalla MIS (Magic Instinct Software) che attraverso Google Earth consente di inserire dati (come foto satellitari, rotte navali e previsioni meteorologiche) sulle zone blu del mappamondo di Google Earth.
Per studiare la morfologia dei fondali si utilizza attualmente la tecnologia multibeam: delle onde acustiche colpiscono i fondali ed un sonar è in grado di calcolare l’eco per elaborare immagini in alta risoluzione. Questa tecnologia tuttavia non consente di studiare la composizione degli oceani e per questo verranno utilizzati altri strumenti alcuni dei quali saranno mandati nello spazio: nei prossimi mesi partirà il satellite GOCE (Gravity field and steady-state Ocean Circulation Explorer) dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea), a bordo del quale ci sarà un radiometro in grado di misurare il campo gravitazionale terrestre per comprendere meglio la circolazione delle correnti oceaniche (indispensabili per lo studio del clima terrestre); e ancora il satellite SMOS (Soil Moisture and Ocean Salinity), sempre dell’ESA, il quale porterà in orbita il radiometro Miras (Microwave Imaging Radiometer with Aperture Synthesis) che permetterà di ricavare i campi di salinità degli oceani oltre che l’umidità atmosferica. Ci sarà poi il progetto internazionale Argo, che però agirà sulla superficie terrestre per misurare e studiare la temperatura e la salinità degli oceani e dei mari della Terra attraverso delle boe hi-tech dotate di sensori che prima si immergono e catturano informazioni e poi tornano in superficie per spedire (attraverso un collegamento satellitare) i dati raccolti ad un centro di elaborazione: questo progetto è iniziato nel 2000 ed oggi conta 3.138 boe in tutto il pianeta.
Ora restiamo in attesa di GOOGLE OCEAN, un altro passo importante per lo studio completo del nostro pianeta.