giovedì 29 ottobre 2009

Ecco il TERMOMETRO per la... TERRA!!!

Ormai la gran parte del mondo scientifico e meteorologico concorda sul fatto che è in atto sul nostro pianeta un riscaldamento climatico, che soprattutto negli ultimi anni si è notevolmente impennato. Non tutti, però, concordano sui suoi effetti sull'agricoltura e sulle risorse idriche del nostro pianeta. Ecco perchè l'avanzatissima Università di Tel Aviv (Israele, la cosiddetta TAU) ha creato un "termometro" per poter stimare la febbre della Terra, ideato dal professore Eyal Ben-Dor del Dipartimento di Geografia dell'Università israeliana. Ne dà notizia proprio oggi il rinomato sito meteo italiano http://www.meteogiornale.it tramite un articolo di Alessandra Garau.
Ma in che cosa consiste questo termometro? Si tratta di un'asta, chiamata OSD (Optical Soil Dipstick) che dovrà essere inserita nel suolo tramite un piccolo foro fatto su quest'ultimo, asta che in tempo reale sarà in grado di fornire una serie di dati diagnostici che saranno utili per effettuare varie analisi sul suolo e che potrà essere utile a scienziati, geografi, agricoltori e progettisti.
Potrà essere così utile agli agricoltori e ai geografi per scoprire quali terreni sono adatti o meno all'agricoltura (anche oggi è possibile ma con macchinari molto costosi, e tra l'altro dopo aver effettuato le opportune analisi in laboratorio): il nuovo termometro avrà un prezzo indicativo di circa 10.000 dollari, che sembrano parecchi ma, rapportati all'utilità dello strumento, saranno invece ben investiti. Inoltre, il termometro sarà di facile utilizzo e fornirà dati in tempo reale salvabili immediatamente su un computer portatile.
Si potrà così scoprire la temperatura del suolo, se lo stesso è inquinato, se sarà coltivabile: questo permetterà la realizzazione di importanti mappe dei suoli di determinate aree, che poi saranno di grande aiuto sia per gli scienziati che eseguono studi sul riscaldamento globale sia per tutti coloro che svolgono attività legate alla terra (agricoltori, geologi, progettisti, ecc...). Potrà, ad esempio, essere molto utile per mappare intere aree del vicino Oriente, dell'Africa o dei Poli che servirebbero ai governi nelle loro pianificazioni territoriali.
Si tratta quindi di uno strumento molto importante, che è stato recentemente descritto anche sulla rivista "Soil Science Society of America Journal": attualmente esiste solo sotto forma di prototipo, ma ora si sta studiando e completando il progetto per la commercializzazione, sperando di trovare un giusto partner.
Si potrà così contribuire a limitare gli impatti e i danni del cambiamento climatico sul nostro territorio, anche se ci si dovrebbe impegnare a combattere direttamente questo cambiamento climatico...

mercoledì 28 ottobre 2009

Il PONTE, simbolo perfetto della deriva italiana...

Lo scorso 1° ottobre una tragedia immensa ha colpito parte della costa ionica del Messinese: in seguito a piogge torrenziali, parte della montagna è crollata portando morte e distruzione fino al mare. Abbiamo visto per giorni i risultati di questa disgrazia: pochi giorni dopo dedicai un post alle colpe scellerate di questa tragedia da parte degli organi competenti ed in particolare dello Stato. Ormai sappiamo tutti del gravissimo dissesto idrogeologico che affligge buona parte del nostro paese: per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale servirebbero almeno 25 miliardi di euro (secondo stime della Protezione Civile)!!! Purtroppo, certe autorità non provano vergogna neppure di fronte a dei morti incolpevoli: pochissimi giorni dopo la tragedia, infatti, il ministro Matteoli parla del futuro Ponte sullo Stretto di Messina, ponte che s’ha da fare a tutti i costi: ma vi sembra il caso spendere miliardi di euro per un’opera faraonica quando migliaia di italiani sono costantemente a rischio di morte a causa del dissesto del nostro territorio?
Ebbene, pochi giorni fa Curzio Maltese sull’inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica pubblica un articolo intitolato: “Il Ponte, simbolo perfetto della deriva italiana”, che trovò così interessante che pubblico integralmente.
“Ricomincia la favola del Ponte sullo Stretto. Ci vorrebbe ancora la forza d’indignarsi. Il Meridione cade a pezzi, le montagne franano al primo acquazzone d’autunno e il governo pompa miliardi nella più assurda delle inutili imprese. Ma come si fa? Dopo tanti anni, alla fiaba del ponte ci si affeziona, la seguiamo ormai come uno sceneggiato, una saga. Berlusconi ha assicurato che il cantiere riaprirà prima di fine anno e l’opera sarà pronta nel 2016. Nella cabala del Ponte in effetti il 2016 mancava. ‘Soltanto sei anni, sarà un altro record’ ha festosamente promesso il premier. Ma anche per lui gli anni passano. Nel 2005 aveva garantito da Vespa: ‘Il Ponte si può completare in cinque anni al massimo, entro il 2010’. Del resto, trattandosi di un’opera che non vedremo mai, avrebbe anche potuto dire il 2014, il 2013 o il prossimo compleanno di Pier Silvio, ornato di candeline per tutti i tre chilometri e mezzo della campata. L’assurdità economica del Ponte è dimostrata da un’ampia letteratura. Sono in perdita cronica i ponti necessari che collegano Stati ricchissimi, come Danimarca e Svezia, o aree urbane popolate da decine di milioni di persone. Figurarsi su un ponte che collega due piccole città come Reggio Calabria e Messina, in una delle aree più povere d’Italia. Il danno ambientale è provato da decine di studi, condotti da associazioni ecologiste ma anche da tecnici al servizio dello Stato. L’ultima mazzata calata sul progetto è arrivata con la pubblicazione di un libro fondamentale, e forse per questo introvabile, stampato dal Genio Civile e firmato da un grande ingegnere calabrese, Remo Calzona, da sempre favorevole alla costruzione del Ponte. Non di questo, però, visti i costi faraonici e il forte rischio d’insostenibilità. Eppure il Ponte s’ha da fare. Non l’opera reale. Bisogna alimentare l’eterno progetto, l’eterno cantiere che ogni cinque anni fa slittare la data di fine lavori e intanto, sempre ogni cinque anni, moltiplica i costi. Prima un miliardo e mezzo, poi tre, ora sei. Due anni fa, parve incredibile che in Italia qualcuno chiudesse una volta per tutte i rubinetti di uno spreco colossale, come ha provato a fare Prodi. E infatti non vi riuscì, schiantato dall’insurrezione di lobby impensate, perfino nel partito di Antonio Di Pietro. Un ponte che non si farà mai e sarà costato più di ogni altra opera pubblica della storia. Non è una metafora perfetta della nostra deriva?”.
Condivido quasi appieno quanto scritto da Maltese, ma ho paura a condividerne un passaggio: ovvero quando dice che il Ponte non si farà mai. Lo spero tanto, ma il dubbio rimane e farlo sarebbe una sconfitta per il Paese intero: intanto altre persone moriranno alla prossima alluvione perché non si spenderà un centesimo per sistemare una montagna o l’alveo di un fiume e, anche se il ponte non si farà, una montagna di soldi verrà intanto spesa per consulenze, progetti, plastici, pubblicità, sopralluoghi e chi più ne ha più ne metta. Per i morti ci si penserà più avanti…

PAVLOPETRI, il 1° porto del Mediterraneo!

Poco tempo fa sono state portate alla luce alcune parti della città di Pavlopetri, posta nella provincia di Laconia nella parte meridionale del Peloponneso (Grecia del sud). Che cos’ha di importante questa scoperta? Beh, Pavlopetri è stata il 1° porto di tutto il Mediterraneo!!! L’insediamento scoperto risale a circa 5.000 anni fa e si tratta attualmente della città sommersa più antica di cui si è a conoscenza!
Un gruppo di ricercatori inglesi, capitanati dal geo-archeologo Nic Flemming del National Oceanography Center di Southampton (Gran Bretagna, http://www.noc.soton.ac.uk), sta portando alla luce resti di vario tipo della città, come ad esempio alcune ceramiche risalenti al Neolitico e parti del “megaron” (un edificio monumentale con una grande stanza rettangolare utilizzato solo da un’elite della popolazione). Già lo stesso Flemming aveva scoperto questa città sommersa nel lontano 1967: in seguito ad un sopralluogo, fu redatta una relazione scientifica nel 1969 in seguito alla quale si pensò di dimenticare forzatamente questa scoperta per evitare che qualcuno ne rubasse i reperti. Ora, dopo tanti anni, Flemming è riuscito a convincere il Ministro della Cultura greco a finanziare una nuova campagna di ricerca per Pavlopetri, e questo sta portando a risultati entusiasmanti.
La nuova area di studio è sviluppata su una superficie di ben 100.000 metri quadrati: dalle ricerche si è riusciti ad individuare l’intera pianta della città (anche grazie alla limpidezza delle acque del mare, finora è stata mappata almeno metà città) risaltando le strade, gli edifici e le tombe, oltre a trovare una serie di dati utili per capire come veniva utilizzato il porto (ad esempio, come avvenivano gli scambi mercantili e l’attracco delle imbarcazioni), visto che si tratterebbe del primo porto del Mediterraneo!
Ricordiamo che la città di Pavlopetri è sprofondata nel mare intorno al 1.000 a.C.: non si sa ancora per quale motivo sia sprofondata ed ora si cercherà di capirlo. Forse un violento tsunami che ha cambiato l’andamento delle coste e fatto sprofondare la città, oppure si pensa che la città sia lentamente sprofondata a causa del fenomeno della subsidenza (ovvero un abbassamento del suolo in seguito al compattamento di strati sottostanti, come avviene nella zona di Ravenna), oppure ancora un repentino innalzamento delle acque marine. Ma è ancora tutto da verificare. Qualcuno sta addirittura pensando di essere finalmente davanti al mito di Atlantide!!!
A proposito di ciò, Luigi Bignami del quotidiano la Repubblica, ha intervistato l’archeologo subacqueo Giacomo Cavillier (docente dell’Università di Bari nella sede di Taranto): secondo l’archeologo, i nuovi studi hanno fatto capire che la città di Pavlopetri era stata costruita su modelli urbanistici molto avanzati per l’epoca, oltre ad avere un commercio sviluppato e soprattutto un elevato sviluppo culturale. Secondo l’archeologo, considerato che il commercio era molto sviluppato nel Mediterraneo già 5.000 anni fa, potrebbero esserci molte altre città antiche sommerse lungo le coste. Ma sempre lo stesso archeologo sottolinea l’importanza del mare nella conservazione delle opere antiche: infatti, fuori dall’acqua è molto più difficile risalire alle varie epoche delle opere in quanto le opere stesse si usurano a causa degli effetti dell’aria e degli agenti atmosferici, mentre sott’acqua si conservano enormemente. Ecco perché sarebbe importante potenziare la ricerca storica sott’acqua.
Sperando sempre nel mito di Atlantide…

martedì 20 ottobre 2009

Il vero LABIRINTO non era a Cnosso, forse...

Partiamo dalla mitologia greca: Minosse, re di Creta, fece costruire un labirinto per racchiudervi al suo interno l’orribile Minotauro (che era nato dall’unione di sua moglie con un toro e che, infatti, è dipinto come un uomo con la testa di un toro). Il labirinto fu progettato e costruito da Dedalo e da suo figlio Icaro i quali, dopo averlo terminato, vi rimasero imprigionati e dovettero fuggirvi volando. Da qui nacque la leggenda del “labirinto”, sempre localizzato a Cnosso (nei pressi di Iraklion, lungo la costa settentrionale dell’isola di Creta).
Ora però una spedizione archeologica anglo-greca ha scoperto qualcosa di nuovo: scavando in un complesso di caverne nella località di Gortyna (32 km a sud-ovest di Cnosso) ha portato alla luce una rete di tunnel, stanze e passaggi sotterranei molto complicati che potrebbero essere identificati come il vero labirinto di Minosse!! Ne danno notizia Nicholas Howart (geografo della Oxford University) e il quotidiano La Repubblica di sabato 17 ottobre 2009, tramite il corrispondente Enrico Franceschini.
In realtà, le caverne di Gortyna erano note da secoli (si tratta di ben 4 km di tunnel sotterranei) e sono state nel tempo meta di visitatori per poter essere esplorate: si trattava senza ombra di dubbio di un’opera umana, considerate anche le numerose stanze che puntellano questi tunnel. Tuttavia, tra il 1900 ed il 1935 un ricco archeologo inglese, sir Arthur Evans, fece eseguire una grandiosa ricerca a Cnosso, annunciando poi a tutto il mondo di aver scoperto il mitico labirinto di Minosse, che sarebbe diventato in seguito metà del turismo di massa (600.000 visitatori all’anno!!). In realtà, come afferma lo stesso professor Nicholas Howart tutte queste persone potrebbero aver visitato il “falso” labirinto.
Tuttavia ci sono anche altre ipotesi: alcuni studiosi sono ad esempio convinti che il vero labirinto si trovi addirittura a Skotino, 20 km ad est di Cnosso, dove è stata scoperta un’altra serie di caverne collegate tra loro.
Certo, la comunità scientifica è divisa tra sostenitori e contrari alla nuova scoperta. Chi è propenso a pensare che il labirinto sia a Cnosso, chi a Gortyna, chi addirittura ne mette in dubbio l’esistenza. Come afferma infatti Emanuele Greco, ordinario di archeologia classica all’Università L’Orientale di Napoli e direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, non bisogna dimenticarsi che la storia del labirinto è in realtà un mito ed è quindi sbagliato cercare la sua corrispondenza con la realtà. Lo stesso Greco afferma: “La ricerca archeologica si misura sulla serietà delle domande e non dalle risposte che dà. Fare un’ipotesi alternativa sulla sede del Labirinto del Minotauro rispetto al sito che fu scavato da Arthur Evans significa inseguire uno scoop. E probabilmente poter ottenere finanziamenti per gli scavi”.
Insomma, il rebus del labirinto continua…

mercoledì 14 ottobre 2009

PIEMONTE: scoperto un vulcano preistorico!!!

Una scoperta davvero sensazionale è stata fatta in Piemonte: in Valsesia è stato scoperto un vulcano preistorico, ma si tratta di un caso unico al mondo visto che il vulcano è disposto orizzontalmente anziché verticalmente!! Si tratta di un vulcano fossile, risalente a ben 280-290 milioni di anni fa che, quando era attivo, scaricò nell’atmosfera dai 300 ai 500 chilometri cubi di materiale terrestre oscurando il cielo e comportando molto probabilmente un cambiamento del clima del nostro pianeta!
Si tratta di una scoperta alla quale già da molti anni stavano lavorando l’italiano Silvano Sinigoi (professore di petrografia all’Università di Trieste) e James Quick (prorettore della Methodist University di Dallas) i quali, assieme ai loro studenti, hanno vagliato in lungo e in largo un territorio dell’estensione di 400 kmq raccogliendo materiale ovunque e scoprendo che tutte le rocce di quel vulcano avevano la stessa età, il che significava che derivavano da un unico evento fortissimo. Si è proceduto così all’analisi di quei campioni col metodo piombo-uranio dentro i cristalli di zirconio (ci sono al mondo solo 6 apparecchiature in grado di datare i materiali con questo metodo e in questo caso le analisi sono state fatte sia a Stanford negli USA sia a Canberra in Australia): hanno confermato quello che già si pensava.
Il vulcano era posto in origine a 25 km di profondità, poi l’orogenesi alpina lo ha portato in superficie: si trova precisamente tra Varallo e Borgo Sesia, in Valsesia (Piemonte settentrionale), in pieno territorio montuoso. Ora si può entrare nel suo cratere e percorrerlo! Risalendo il letto del fiume Sesia si ripercorre la struttura del vulcano (incontrando rocce come vulcaniti e porfidi e poi graniti pesanti), fino ad arrivare alla pancia del vulcano dove si incontrano rocce durissime (gabbri e basalti). Proseguendo ancora, tra Balmuccia e il rifugio Borgosesia, sopra Scodello, si arriva alla Linea Insubrica, ovvero il punto di contatto tra lo zoccolo basale africano e la barriera eurasiatica che chiude la strada a nord-ovest verso il Monte Rosa: è proprio in questo punto che, 50 milioni di anni fa, avvenne lo scontro tra i due continenti dando origine alle Alpi e il vulcano preistorico si piegò su un fianco rimanendo, tuttavia, eccezionalmente integro!!!
Una scoperta davvero sensazionale che illustra la struttura del nostro pianeta e servirà in futuro a svelare molti altri segreti della Terra, soprattutto potrà apportare vantaggi sullo studio dei fenomeni vulcanici in paesi a rischio come l’Italia. Notizie della scoperta su http://geology.gsapubs.org e http://www.sciencedaily.com.

ROMA: grandi scoperte archeologiche dell'era imperiale!

In queste ultime settimane, dagli scavi per la nuova linea metropolitana di Roma e durante altri lavori di rafforzamento stanno affiorando dei veri e propri gioielli artistici direttamente dall’era imperiale: l’ateneo di Adriano e la Coenatio Rotonda nella Domus Aurea di Nerone. Dei fatti ne ho trovato notizia su due articoli di Carlo Alberto Bucci apparsi sul quotidiano La Repubblica il 30 settembre ed il 9 ottobre scorsi, e sono documentati sui siti http://www.archeoroma.beniculturali.it e su http://www.beniculturali.it. Vediamo di cosa si tratta.
Ateneo di Adriano. Nel 133 d.C. l’imperatore Adriano, di ritorno dalla Palestina, fece costruire un ateneo per ospitare poeti, retori, filosofi, scienziati, letterati e magistrati, che dovevano affrontare orazioni, gare di versi e dibattiti in latino e in greco. L’imperatore fece costruire questo ateneo a sue spese sul modello del tempio di Atena ad Atene: Aurelio Vittore definì l’ateneo ludum ingenuarum artium. Ora, durante gli scavi per la nuova linea metropolitana, si sono trovati alcuni reperti in un angolo di Piazza Venezia, dove non era mai stato scavato prima d’ora: a dire il vero, già durante i primi scavi effettuati ad aprile 2008 vicino alla chiesa di Santa Maria di Loreto (in Piazza Venezia) venne alla luce una scala monumentale. In un primo momento si pensò alla gradinata di accesso ad un edificio pubblico, poi il soprintendente archeologo Angelo Bottini fece notare che quelle gradinate sembravano fatte più per stare seduti che per essere salite. Poi, il progredire degli scavi portò alla scoperta anche di un’altra gradinata, posta di fronte a quella già rinvenuta, e fu così che si arrivò alla scoperta delle gradinate dell’aula magna dell’ateneo. Si è arrivati pertanto alla scoperta di un edificio del quale non si sapeva la localizzazione, visto che non figurava neppure nella pianta della città Forma Urbis risalente al 203-211 d.C. Si tratta di una grande scoperta, che sarà illustrata dagli archeologi della Soprintendenza speciale di Roma il prossimo 21 ottobre dal commissario per la metropolitana Roberto Cecchi, che farà il punto della situazione sui lavori svolti.
Coenatio Rotunda nella Domus Aurea di Nerone. Ancora più sensazionale questa scoperta: durante alcuni lavori di rafforzamento di un muro, gli archeologi hanno scoperto sotto il Palatino il celeberrimo “salotto girevole” di Nerone! Si trattava di una stanza rotante, che girava giorno e notte imitando il movimento della Terra, che regalava un panorama mozzafiato su tutta la città. Ciò conferma quanto sosteneva Svetonio, il quale descriveva la struttura affermando che il soffitto della stanza era fatto di tavolette d’avorio mobili, percorse da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori o profumi. Incredibile! La struttura ha un’altezza di 12 metri (su due piani da 6 metri ciascuno), con un perimetro esterno di ben 16 metri e muri dello spessore addirittura di 210 cm: il cilindro centrale ha un diametro di 4 metri (vedi immagine). Non si è ancora scoperto come faceva a ruotare la struttura: si pensa che potesse girare come un mulino azionato e spinto dall’acqua, oppure che fosse spinta da animali. Non si ha ancora la certezza comunque che si tratti del salotto girevole di Nerone, tuttavia le prove a carico sono molte: l’edificio è infatti in asse con gli altri ambienti della Domus Aurea. C’è ancora da scavare per portare alla luce tutta la struttura, ma il commissario per l’archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha già messo subito a disposizione 200 mila euro.
Magica Roma! Tutto questo grazie al sapiente lavoro degli archeologi che non solo col loro lavoro riportano alla luce tracce della millenaria storia del nostro paese ma rappresentano anche una delle più importanti scuole al mondo di archeologia. Col rischio, però, costante del taglio ai loro fondi da parte della Finanziaria… In questi giorni ricorre il 110° compleanno della Scuola Archeologica Italiana di Atene che coordina gli scavi nel territorio greco, in particolare a Creta dove ha riportato alla luce in questi anni un palazzo risalente al Protopalaziale (1900-1700 a.C.), il famoso Disco di Festo (dalla scrittura indecifrabile e misteriosa), stanze reali, botteghe di artigiani, magazzini, tutti risalenti all’epoca minoica (a proposito, tale Scuola è stata profondamente criticata dal quotidiano La Padania il quale afferma che si dovrebbe studiare solo la storia dei Celti…! Senza vergogna!). Ricordiamo che in tale Scuola vengono formati ragazzi all’archeologia, sul modello del campus: purtroppo le sempre più scarse risorse fornite dallo Stato italiano stanno portando al serio pericolo di chiusura della Scuola, con una perdita gravissima in fatto di storia ed archeologia. Salvo (ormai, solo) finanziamenti privati…

martedì 6 ottobre 2009

TRAGEDIA DI MESSINA: la colpa è SOLO dello Stato!

Abbiamo visto tutti in questi giorni le orrende immagini della distruzione che ha colpito alcune zone della parte ionica della provincia di Messina: non ci sono parole in merito. Ma è stata colpa solo del clima? Credo proprio di no… Vediamo perché.
Premetto che si è trattato senza ombra di dubbio di un evento meteorologico eccezionale: una insidiosa perturbazione ha attraversato la Sicilia da ovest verso est e nel suo percorso ha richiamato correnti sciroccali da sud-est che sono andate a sbattere contro le montagne messinesi poste parallelamente alla costa e perpendicolarmente a tali correnti: sbattendo contro le montagne, si sono sollevate condensando in precipitazioni. Una situazione altamente esplosiva: si stima che su Giampilieri siano caduti dai 300 ai 350 mm d’acqua in appena 3-4 ore!!! Significa 300-350 litri d’acqua per ogni metro quadrato di territorio in poche ore: fate un pò voi i conti di quanta acqua si è incuneata in quel torrente…
Ciò premesso, dobbiamo dire che un fenomeno simile non può comportare il disfacimento di una montagna!!! Sono molteplici le concause di questa immane tragedia, che voglio riassumere così:
  • disboscamento: abbiamo visto nelle immagini televisive molte montagne messinesi prive di vegetazione. In seguito agli incendi estivi (che puntualmente si verificano ogni anno) tali montagne si sono venute a trovare senza alberi (anche per far posto a prati da pascolo…), che proprio con le loro radici tengono a freno i pendii montuosi. Perché queste montagne non sono state rimboscate?
  • dissesto idrogeologico: ammettiamo che non si sia voluto rimboschire, perché però non si è almeno provveduto a rinforzare questi pendii? Bastavano alcuni terrazzamenti, alcuni muretti o terrapieni per rafforzare i pendii. Perché non sono stati fatti?
  • pulizia dei torrenti: abbiamo visto nelle immagini il torrente della valle per certi tratti tombinato. Come può restare tombinato un fiume del genere, a regime torrentizio e per tale motivo soggetto a piene improvvise (anche se secco per la maggior parte dell’anno)? Eppure periodicamente si verificano eventi precipitativi come quello appena successo. Perché poi questi fiumi non vengono puliti da alberi, tronchi, detriti e quant’altro, che non fanno altro che ostacolare il regolare deflusso dell’acqua? Per non parlare di bar, campeggi, ecc... che vi sorgono nei letti di questi torrenti!
  • abusivismo: perché nessuna amministrazione ha mai il coraggio di far abbattere gli edifici abusivi e hanno invece il coraggio di condonarli? Gravissimo se vengono condonati, ma gravissimo anche se sono abusivi perché significa che manca il controllo del territorio da parte delle autorità. Perché questo non si fa mai?
  • urbanizzazione selvaggia: come si fa a costruire sempre e comunque vicinissimo a fiumi e torrenti o addirittura su di essi? Chi autorizza ciò? O chi non controlla? E un P.R.G. come fa a permetterlo?
Sono questi 5 problemi che portano a questi disastri: basta che se ne verifichi anche uno soltanto per portare a morte e distruzione. Ad esempio, se i pendii delle montagne dietro Giampilieri fossero stati messi in sicurezza non sarebbe successo questo disastro!
E qui scattano le colpe: le colpe sono delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali che continuano a non effettuare queste opere di messa in sicurezza dei territori a rischio idrogeologico. E perché non lo fanno? Lo promettono per la campagna elettorale ma arrivati al sodo mancano… i fondi! E qui scatta la colpa a monte di tutto ciò: i tagli statali ai finanziamenti!!! La colpa, ragazzi miei, è solo dello STATO!!! È colpa di tutti quei governi che continuano a tagliare su cose indispensabili alla salvaguardia delle vite umane: per ultimo l’attuale governo Berlusconi. L’enorme debito pubblico italiano ha radici ben lontane e di questo ne risentiremo per sempre, ma come si fa (dopo aver tolto l’ICI ai comuni!!) non fornire finanziamenti ai poveri enti locali? E con quale coraggio, dinnanzi ad una disgrazia del genere, il ministro Altero Matteoli proprio in questi giorni parla nuovamente del Ponte sullo Stretto dicendo che a dicembre partiranno i lavori? Prima si mette in sicurezza il territorio italiano, poi eventualmente col tempo se ci saranno fondi si farà il Ponte (sempre se necessario…, ma qui entriamo in altro discorso). Purtroppo con l’avvento di Berlusconi in politica, l’Italia è in continua campagna elettorale: il Ponte sullo Stretto sarà un bel biglietto da visita per le prossime elezioni e per quei poveretti che continueranno a votarlo Berlusconi, però intanto decine di persone perdono la vita senza averne NESSUNA colpa. E ne dico un’altra: come già detto da Berlusconi in questi giorni, si provvederà a ricostruire i paesi danneggiati da un’altra parte. Ma vi sembra questa la soluzione del problema? Invece di ridare al paese distrutto la sicurezza perduta e permettere alla gente di rientrare nei loro luoghi natii, si preferisce costruire altrove: non basterebbe rinforzare le montagne? Eh no, vuoi mettere quanto belle sono le casette nuove stile L’Aquila, le casette attira-voti?
Il problema, insomma, è sempre la mancanza di soldi: ecco perché si prosegue sempre con i condoni e si continua a costruire selvaggiamente ovunque. Tanto della vita dei poveri cittadini non interessa niente a nessuno. Una recente valutazione di Bertolaso della Protezione Civile stima in 25 miliardi di euro la somma necessaria per mettere in sicurezza le aree a dissesto idrogeologico in tutta Italia: vi sembra sensato spendere miliardi di euro per costruire il Ponte sullo Stretto?
Cari miei, è giunto il momento che scattino gli ERGASTOLI: gli ergastoli per i responsabili di queste perdite di vite umane, per i responsabili di questi OMICIDI, perché di omicidi si tratta. Amministratori locali, provinciali, regionali e soprattutto statali: è ora che qualcuno paghi seriamente, con l’ergastolo, perché solo l’ergastolo può punire un menefreghismo del genere che porta solo alla morte. Voglio proprio vedere come andrà a finire…

venerdì 2 ottobre 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE = PIU' URAGANI?

È una domanda che i climatologi si sono posti spesso negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2005, anno record di uragani nell’Oceano Atlantico (e l’anno del famoso uragano “Katrina”). Ma se la sono posti anche dopo che lo scorso anno (ed anche quest’anno) di uragani ce ne sono stati davvero pochi, contro ogni previsione. Ma allora, questo riscaldamento globale influisce sulla formazione degli uragani, oppure no? Per rispondere a questa domanda i ricercatori dell’Università di Clemson hanno effettuato una ricerca prendendo in considerazione su tutti gli uragani che hanno colpito l’Atlantico dal 1850 ad oggi e i risultati sono stati due:
  • è aumentato il loro numero per anno (come verificabile nel grafico): se tra il 1850 ed il 1935 erano in media compresi tra 5 e 10 l’anno, successivamente sono aumentati con una frequenza media compresa tra 10 e 15 (fino al picco record del 2005, ben 28 fenomeni tra uragani e cicloni tropicali);
  • allo stesso tempo non vi è stata però un’intensificazione della potenza dei singoli uragani, rimasta pressoché invariata nel tempo.
Pertanto, se il riscaldamento globale sta comportando inevitabilmente un aumento della temperatura delle acque oceaniche che, di conseguenza, comporta una maggiore predisposizione alla formazione di uragani, contemporaneamente non si può affermare che essi sono aumentati di intensità: uragani potenti e distruttivi ci sono sempre stati (uno dei più forti fu quello che nel 1900 rase al suolo la cittadina di Galvestone, nel Texas). Dobbiamo anche dire che l’uragano “Katrina” del 2005 è stato certamente violento, ma la distruzione fu provocata soprattutto dal cedimento delle dighe che proteggono New Orleans, dovuto alla loro scarsa manutenzione più che alla forza della marea alzata dai venti…
Tuttavia, appurato che il riscaldamento globale ha comunque le sue colpe, c’è anche da dire che hanno la loro influenza sulla frequenza degli uragani due fenomeni naturali che si verificano periodicamente nell’Oceano Pacifico centro-orientale e che riguardano la variazione di temperatura nelle sue acque: si tratta del “Nino” (riscaldamento delle acque in questa parte dell’oceano) e della “Nina” (fenomeno opposto), che riescono ad avere ripercussioni sul clima di tutto il globo. Ad esempio, l’anno record di uragani in Atlantico (il 2005) si è verificato in concomitanza della “Nina”, mentre il 2008 ed il 2009 (anni con pochissimi uragani) sono stati caratterizzati al contrario dal “Nino”.
Devo fare però una considerazione: purtroppo spesso accade che i media d’informazione di tutto il mondo (ma soprattutto quelli occidentali) si preoccupino quasi esclusivamente degli uragani atlantici (in quanto diretti nei Caraibi e negli USA…) e quasi sempre si “dimenticano” dei tifoni che colpiscono varie zone dell’Oceano Pacifico: è il caso di quest’anno, quando una serie incredibile di tifoni sta portando morte e distruzione in Estremo Oriente. Proprio il “Nino” che sta interessando l’Oceano Pacifico (anche se di media intensità) sta dando un surplus di riscaldamento alle acque del Pacifico equatoriale, fornendo quindi più energia per la formazione dei tifoni. Ed infatti, in questa stagione già 19 tra tifoni e tempeste tropicali si sono sviluppati in questa parte del Pacifico, andando ad interessare sempre le stesse zone: coste cinesi, Taiwan e Filippine.
Abbiamo visto in questi giorni le tremende devastazioni causate dal tifone “Ketsana” sulle Filippine, uno dei più forti degli ultimi decenni: non tanto per i venti (seppur violenti) quanto per le precipitazioni eccezionali (fino a 500 mm d’acqua in due giorni) che hanno causato alluvioni disastrose e che, lo ricordiamo, colpiscono spesso popolazioni non proprio fortunate…
Nella lista dei tifoni di quest’anno cito: il tifone “Molave” che il 19-20 luglio colpì il sud della Cina ed Hong Kong; il tifone “Morakot” che dall’8 agosto ha interessato per alcuni giorni l’isola di Taiwan, con venti fino a 180 km/h e precipitazioni eccezionali (in alcune zone interne sono caduti fino a 2.900 mm d’acqua in 3 giorni!!!), causando oltre 500 morti; il tifone “Choi Wan” che dal 14 settembre e per alcuni giorni colpisce prima le Isole Marianne e poi le Isole Bonin, Volcano e Iwo To con venti fino a 260 km/h (e raffiche fino a 306 km/h!!!), di categoria 5 (il massimo sulla scala), con pressione centrale di appena 922 hPa ed onde alte fino a 12 metri!! E poi una lunga serie di tempeste e depressioni tropicali che, seppur non avendo raggiunto la forza di tifone, hanno portato morte e distruzione in varie zone.
A parte il tifone “Ketsana” di questi ultimi giorni, gli altri fenomeni non sono nemmeno stati citati dall’informazione: vorrei vedere se avessero interessato gli USA… Ed ora si sta rinforzando il tifone “Parma”, previsto di “categoria 3” (su una scala di 5 dove 5 è il massimo) che potrebbe nuovamente investire le Filippine: ne sapremo qualcosa? Quelle povere persone non hanno la nostra stessa dignità? Non hanno il nostro stesso diritto ad essere aiutate in caso di calamità? Sì, ma se non lo sappiamo non le possiamo aiutare. Purtroppo questi tifoni fanno notizia solo se colpiscono pozzi petroliferi! Da noi fanno notizia appena due giornate consecutive a 35°C…