domenica 27 dicembre 2009

QUEI DELITTI ACCETTABILI…

È il titolo dell’interessante articolo di Giorgio Bocca apparso sul settimanale L’Espresso del 29 dicembre 2009, articolo che fotografa alla perfezione lo stato culturale del nostro paese.
L’articolo inizia così: “I delitti che appassionano gli italiani sono quelli senza ragione”. Mai frase è stata così azzeccata per fotografare il popolo italiano e l’informazione. In questi anni gli italiani si sono appassionati di delitti del tipo: la Franzoni che forse ha ucciso il suo figlio (omicidio di Cogne), la studentessa americana Meredith che viene uccisa da alcuni amici (omicidio di Perugina), la ragazza Chiara Poggi che viene forse uccisa dal suo fidanzato (omicidio di Garlasco), e la lista sarebbe lunghissima (lo stupro, la prostituta, il trans, l’extra-comunitario). E la gente? La gente si appassiona, perché la TV fa passare esclusivamente questi omicidi, omicidi “popolari”: i TG dedicano tempi lunghissimi a questi omicidi, le trasmissioni di approfondimento spesso trattano di questi omicidi in maniera morbosa (con modellini, ricostruzioni, ecc…). Tanto che siamo arrivati ad un punto “culturale” in cui agli italiani non interessano i “veri” omicidi, quelli che riguardano la nostra vita o la nostra salute, ma quelli di cronaca nera, ovvero a quelli che non hanno alcuna ripercussione sulla nostra vita: certo che siamo proprio un popolo strano, non ci interessano i processi a coloro che attentano alla nostra vita, ma ci interessano quelli di uno sconosciuto che uccide la sua fidanzata!
In tutto ciò la TV in generale (salvo pochissimi pesci fuor d’acqua) e buona stampa in generale (soprattutto di destra) hanno un ruolo fondamentale, riescono a plasmare la mente del telespettatore/lettore probabilmente per “nascondere” delitti ben più gravi. Quali? Ne possiamo citare un’infinità, ma citiamo solo i più gravi:
  • delitti industriali: tutte quelle fabbriche che mettono in circolazione e in vendita prodotti che contengono migliaia di sostanze tossiche dannose per la nostra salute (vernici velenose, diossine, mercurio, metalli pesanti, ecc…), o ancora tutte quelle truffe che riguardano la vendita di cibi avariati o scaduti;
  • morti bianche: le migliaia di morti sul lavoro ogni anno, dei cui processi non si sa poi più niente;
  • delitti ambientali: basti pensare alle migliaia di morti per lo smog, per l’inquinamento delle acque, per il riciclaggio illegale di rifiuti tossici, per le discariche abusive. Esempi concreti? Le navi contenenti rifiuti tossici affondate nei mari italiani, i veleni di Taranto, l’inquinamento di città come Milano e Roma (nella capitale uno studio dell’Asl del 2008 ha certificato che i decessi da inquinamento “evitabili” ogni anno sarebbero migliaia, ma questo studio non è stato divulgato…);
  • degrado del territorio: basti pensare all’urbanizzazione selvaggia, all’abusivismo edilizio, alle mancate opere di bonifica, ai mancati consolidamenti dei pendii delle montagne o alla mancata pulizia dei letti dei fiumi, e poi contiamo ogni anno decine o centinaia di morti dovuti alle conseguenze di ondate di maltempo.
Tutti delitti assolutamente gravi per la salute del cittadino, che causano ogni anno migliaia di decessi ma dei quali non si interessa nessuno: perché la gente non si appassiona al processo dei morti nel rogo alla Thyssen di Torino, o al processo ai dirigenti dell’azienda Eternit che stanno causando migliaia di morti in seguito alla vendita per decine di anni di lastre di copertura contenenti amianto, o alle inchieste ambientali? Bella domanda…
Ha ragione Bocca quando sostiene: “Ogni giorno le cronache dei media ci ripetono che siamo una specie balorda e autolesionista. La ripetizione del male, della sua stupidità, della sua inutilità non ci stanca mai, anzi, la cerchiamo con paziente applicazione e ingegnosità”. E gli ascolti Auditel danno ragione a questa affermazione… Probabilmente, come dice Bocca, questo succede perché l’italiano (inteso come cittadino) ha in sé quell’innata dote (secolare…) del “farla franca”, di premiare sempre e comunque i furbetti, quelli che truffano e si arricchiscono alle spalle di altri, quelli che seppur commettono un reato riescono a dimostrare (falsamente) il contrario. E su questo Tv e giornali ci marciano…
Poi però non lamentiamoci se all’italiano non interessa di ambiente, di territorio, di salute, di alimentazione sicura, di sicurezza sul lavoro, di inquinamento e di quant’altro che possa intaccare la sua salute: siamo autolesionisti e da questo non ne usciremo in fretta. Ma se solo TV e giornali cambiassero strategia…

RIFIUTI TOSSICI: ora tornano in Italia...

Sempre a proposito di inchieste, ne ho trovata una sull’inserto Il venerdì del quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, intitolata “RIFIUTI TOSSICI: dall’Italia all’Africa e ritorno. Scoperto il nuovo business dei veleni”, condotta da Nadia Francalacci, inchiesta che è a dir poco inquietante e della quale naturalmente nessuno parla in TV.
Fino ad un po’ di tempo fa i rifiuti tossici italiani erano (illegalmente) smaltiti in Africa, tanto per rafforzare il famoso detto “Non nel mio giardino”… Ora però sembra qualcosa stia cambiando, ma si tratta di qualcosa di ancora più terribile: questi rifiuti tossici ritornano in Italia! Di cosa si tratta? Scarti industriali e rottami ferrosi contaminati con sostanze cancerogene o radioattive che per legge non sono più riutilizzabili nei cicli di produzione industriale. Come funziona il nuovo percorso? Questi rifiuti tossici vengono imbarcati nei porti di molte regioni italiane (soprattutto Liguria, Toscana, Campania, Calabria e Sicilia) dove quasi sempre sfuggono ai controlli doganali facendoli figurare come generi alimentari, veicoli da turismo, materiali edili e quant’altro (tutto tranne che la realtà…), sono diretti verso l’Africa ma, subito dopo, rientrano verso l’Italia figurando come materie prime secondarie (e quindi riutilizzate per risparmiare sui cicli produttivi). INQUIETANTE!
Ma, oltre a questi rifiuti tossici che rientrano dall’Africa, entrano nel nostro paese anche rifiuti tossici provenienti da ogni parte del mondo (soprattutto Sudamerica): come sempre, siamo i migliori… Pensate che nel 2008, grazie ad alcuni controlli, sono state individuate quasi 4.000 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dall’Africa, dall’America e dal Nord Europa, oltre che centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall’Albania e dalla Croazia. Tra i prodotti che arrivano nel nostro paese vi sono catalizzatori esausti contaminati con materie tossiche, prodotti chimici e (in gran quantità) pet coke. Che cos’è questo pet coke? È un sotto prodotto del petrolio, con consistenza spugnosa e compatta, che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi, che viene utilizzato come combustibile (in quanto più economico di quello normale): il problema però sta nel fatto che è altamente cancerogeno in quanto contiene moltissimo zolfo (ben sopra i livelli previsti dalla legge). La pericolosità di questo prodotto è già stata dimostrata da alcune analisi disposte dal sostituto procuratore di Catania Antonio Nicastro su un carico di questo prodotto proveniente dal Venezuela e arrivato nel porto di Gela per essere utilizzato per la produzione di cemento in uno stabilimento industriale di Siracusa.
Ecco, questo è il problema: questo pet coke, altamente tossico (è chiamato la “feccia dell’oro nero”…), viene riciclato illegalmente in vari settori industriali di tutta Italia! L’Agenzia delle Dogane ne ha sequestrato in un anno ben 106.000 tonnellate e il problema ancora più grave è che viene utilizzato anche in stabilimenti per la produzione di derrate alimentari (come lo zucchero e i prodotto dolciari in genere)…
Per fare un esempio, poco tempo fa la Guardi di Finanza ha sequestrato al porto di Salerno vari container provenienti dall’Irlanda e da alcuni paesi dell’Africa centrale, contenenti sostanze tossiche e materiali elettronici di scarto: questo materiale era destinato ad una (inesistente) società romana che era stata incorporata da anni da un’altra società con sede a Milano. Si trattava degli stessi rifiuti che (illegalmente) l’Italia aveva esportato in vari paesi africani (come il Ghana, l’Egitto, il Senegal, la Tunisia e il Benin) e proprio dal Benin questi rifiuti erano rientrati in un porto del Nord Italia.
È davvero inquietante: tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici che, anziché essere legalmente smaltiti nelle discariche o recuperati, vengono riutilizzati tali e quali nei processi lavorativi di molti industrie italiane, per risparmiare e pure guadagnandoci, ma sempre a discapito della nostra salute: vengono utilizzati come combustibili altamente tossici che vomitano in atmosfera una quantità incredibile di sostanze assai velenose, con ripercussioni sul nostro organismo. E se penso agli inceneritori, che per farli funzionare vi viene bruciato di tutto, mi viene la pelle d’oca! Siamo ancora ben lontani da una logica industriale ove la salute della popolazione venga prima di tutto: prima di tutto c’è il denaro, lo sporco denaro, tanto i cittadini non sanno cosa respirano o cosa mangiano perché il cosiddetto “inquinamento trasparente” non fa paura a nessuno proprio perché nessuno ne è informato… E poi vogliono fare le centrali nucleari…

PARCHI NAZIONALI E LE LOBBY…

Ho trovato sul settimanale L’Espresso del 22 dicembre 2009 un’interessante inchiesta di Roberto Di Caro intitolata “PARCHI NAZIONALI: l’assalto delle lobby”, dai contenuti piuttosto allarmanti in merito ai nostri parchi nazionali.
Partiamo come sempre dai dati: ci sono oggi in Italia 23 parchi naturali nazionali (il 24° era stato istituito nel 1998 in Sardegna, tra il Golfo di Orosei ed il massiccio montuoso del Gennargentu, solo che non è mai nato e nel 2008 una sentenza del TAR l’ha cancellato): sembrerebbe una cifra elevata, tuttavia numerosi paesi europei hanno un numero ben più elevato di parchi nazionali e soprattutto una maggiore superficie protetta. Se poi consideriamo la vastità e la varietà dei paesaggi e degli ambienti italiani, beh allora dovremmo essere i primi in materia. Invece… Arriviamo al tasto dolente dei finanziamenti: l’ultimo governo Prodi aveva stanziato per i parchi nazionali 70 milioni di euro, poi la successiva Finanziaria del governo Berlusconi ha cancellato ben 22 milioni di fondi, e sono annunciati altri tagli… Vogliamo infine parlare dell’attuale Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: a lungo è stato criticato (giustamente) il precedente ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio per la sua incompetenza, ma francamente ora siamo andati in peggio! Ha ragione Angelo Bonelli, neopresidente dei Verdi, quando afferma che l’attuale ministro vuole piazzare i “suoi” negli enti di gestione dei parchi naturali (ci aveva già provato pochi mesi fa con le Commissioni Via, Vas, Covis e Ippc ma il TAR le ha dato, giustamente, torto): purtroppo anche Lei, come tutti i ministri del PDL, ha una visione dell’amministrazione del nostro Paese che è incentrata sul potere, sul favorire, sul “piazzare qualcuno”, ed è proprio questo che non va nel nostro paese. Dovremmo eleggere dei ministri che governano per il bene del nostro paese e non per il bene/interessi propri o di qualcuno a loro vicino, perché questo da troppo tempo sta succedendo. Questo porta inevitabilmente alla deriva, così come sta accadendo ai parchi naturali: i finanziamenti sono sempre meno, ma gli enti che gestiscono questi parchi per garantirne la sopravvivenza sono costretti (ahimè) a ricorrere ad altre fonti di guadagno che sono contrarie ai principi di salvaguardia dell’ambiente.
È l’esempio della Duna di Lesina (in provincia di Foggia), una sottile striscia di terra lunga 20 km che divide il Mare Adriatico dalla Laguna di Lesina, all’interno del Parco del Gargano: si tratta davvero di un piccolo paradiso naturale, chiamato anche Bosco Isola visto che è tutto un susseguirsi di lecci, salici, eriche, corbezzoli e macchia mediterranea in genere popolata da testuggini, 70 specie di uccelli che si riproducono (tra cui l’airone rosso e il tarabuso che qui nidificano) e le anguille. Si tratta dell’area più protetta d’Europa: vi sono state attribuite tutte le sigle possibili in materia di protezione ambientale (sic, ate, iba, zps, zona A, ex-legge 1939 ovvero sito di importanza comunitaria, zona a protezione speciale, important bird area, vincolo paesaggistico ed idrogeologico, ecc…): praticamente non si può toccare nulla, giustamente, visto l’importanza ambientale dell’area. Ed invece sapete cosa accadrà? All’interno dell’area verrà realizzato addirittura un villaggio turistico: si chiamerà “Ecovillaggio”, ma alla faccia della protezione ambientale consiste in 80 strutture abitative, 200 posti letto, parcheggi, 5 corpi accessori per sala convegni, reception, ristoranti e centri servizi, oltre ad un ettaro di pannelli solari ed un contorno di pale eoliche, per un totale di ben 19.430 mc!!! INCREDIBILE!! Ma c’è di più: è già in previsione la realizzazione di altre due lottizzazioni turistiche attorno a questo villaggio, ovvero “Tenuta del Gargano” (nell’agro di Cagnano Varano a 300 metri dall’area protetta) e “Lesina Due” (a 100 metri dall’area protetta), per un totale di 330 villette ed un campo da golf per 3.167 nuovi residenti!!! E, naturalmente, per completare il tutto è prevista anche la realizzazione di tre porti turistici…
Ma com’è possibile tutto questo? La realizzazione di queste strutture comporterà la distruzione di migliaia di mq di area ora ricoperta di vegetazione, con la conseguente distruzione di un habitat unico al mondo, la realizzazione di nuove strade con conseguente forte inquinamento atmosferico ed acustico, la modifica del clima locale, il rischio di inquinamento delle acque lacustri e marine, la realizzazione di una rete fognaria per lo smaltimento dei liquami (dove andranno?). Mi domando ancora: com’è possibile? L’unica spiegazione è il denaro: il denaro nella prima fase (pensate a quanti oneri di urbanizzazione e costo di costruzione incasserà il Comune…) e il denaro nella seconda fase (quello che incasseranno le ditte che gestiranno l’area: certamente, un’ottima operazione di marketing…). C’è purtroppo un problema nell’attuale legislazione di tutela dei parchi: la legge-quadro 394 sulle aree protette, promulgata 18 mesi fa e ideata da Fulco Pratesi (ex presidente del Wwf e e del Parco Nazionale d’Abruzzo) prevede che i parchi devono diventare economicamente produttivi, e forse è qui il guaio, perché ne approfittano i diretti interessati (i proprietari, ovvero i Comuni e i privati): negli USA, ad esempio, non è così, visto che le aree protette sono interamente di proprietà del demanio e quindi non si possono toccare. In Italia, invece, gli uffici tecnici dei parchi badano di più a strade, parcheggi ed opere di urbanizzazione che alla conservazione della natura. E pensare che l’area protetta italiana è la minima parte dell’intero territorio nazionale: è proprio necessario costruire in queste aree? Non si può costruire dove si può costruire? Ma no, volete mettere come si vendono le villette in un’area immersa nella natura…? INQUIETANTE, OLTRE CHE SCANDALOSO! È proprio il paese delle lobby, non possiamo definirlo altrimenti il nostro, anche perché sennò saremmo volgari…

Lunga vita agli ATLANTI GEOGRAFICI!

Paolo Rumiz ha scritto un articolo sul quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, intitolato “ATLANTI: le mappe battono Google Earth” che comincia così: “Perché diavolo la gente continui a comprare atlanti col mercato saturo e la concorrenza invasiva di Google Earth è un mistero del mercato e forse non solo. Pesanti, quasi intrasportabili e di conseguenza antitesi paradossale dell’invito al viaggio che contengono, questi pesi massimi della cartografia rappresentano forse l’ultima trincea dell’amore del popolo del Libro verso la carta stampata e la dimostrazione migliore che gli infiniti dettagli della visione satellitare non bastano a dare l’idea di un territorio e a costruire il sogno che sta alla base di ogni nostra partenza”.
Partiamo da una breve storia degli Atlanti. Nel 1635 esce Atlas Maior del Blaeu, ovvero il primo atlante di tutto il nostro pianeta realizzato al termine della prima grande stagione delle scoperte. Nei secoli gli Atlanti si sono perfezionati fino ad arrivare all’Atlante dei tipi geografici dell’Istituto Geografico Militare del 1922 (ideato da Olindo Marinelli), all’Atlante Internazionale del Touring del 1927 e al Grande Atlante De Agostini del 1936 (firmato da Baratta e Visintini). In quei periodi gli Atlanti erano ricchissimi di informazioni, tanto che il lettore era portato a guardare di più (in quanto affascinato) le aree delle mappe geografiche che avevano pochissime informazioni: fu così, ad esempio, che Pietro Savorgnan di Brazzà quando era bambino davanti ad uno spazio della mappa libero da informazioni, quale l’area ad est del Golfo di Guinea, si appassionò di Africa e gli nacque il desiderio di esplorare il fiume Congo oltre le foci (cosa che poi fece)!
Arrivando ai tempi nostri, quindi all’era digitale, Internet offre oggi certamente ottimi spunti geografici per poter visionare un territorio (da Google Maps a Google Earth), ma con questi si perde quel fascino tipico della carta stampata, dove sulla carta geografica visualizzi subito la toponomastica, le varie reti di comunicazione, le città, i fiumi, le montagne, le informazioni storiche ed economiche, le foto, realizzando quindi un “viaggio mentale” che si differenzia notevolmente da quelle che si potrebbe fare su Internet (che infatti è più sterile).
Ed ecco che quest’anno la casa editrice italiana De Agostini festeggia i 100 anni del suo primo Atlante Geografico Metodico per le scuole (inciso su pietra con punta di zaffiro) con l’uscita de Il Mondo (516 pagine al costo di € 89), un’opera assolutamente completa con carte tematiche, tantissime informazioni e visioni satellitari aggiornate. La De Agostini sta portando avanti un’evoluzione incredibile in fatto di rappresentazioni geografiche: prima la rivoluzione della stampa su pellicola, poi la tecnica raffinata della quadricromia, fino ad arrivare 10 anni fa al digitale e all’archiviazione informatica dei dati secondo un sistema unificato mondiale chiamato GIS (Geographical Information System), grazie al quale la realizzazione di un Atlante risulta molto più veloce di un tempo in quanto si riescono ad avere dati sempre aggiornati.
C’è però un problema che sta affiorando in questi anni: l’ignoranza geografica di molti ragazzi, spesso dovuta ad un accantonamento della geografia tra le materie di insegnamento scolastico alle superiori. Un errore gravissimo al quale ho già dedicato altri post in passato e al quale sembra che il Ministero dell’istruzione (in generale, non di questo o di quel governo) non voglia porre rimedio: purtroppo i ragazzi guardano l’Atlante ma non sanno cosa guardano, perché un mancato insegnamento non gli fa capire la posizione geografica di un determinato punto, la sua storia, la sua evoluzione, la sua economica, la sua società. E così, da un recente sondaggio, risulta che per molti la capitale della Gran Bretagna è L’Ondra (sì, avete letto bene, con l’apostrofo…)!!!
Se invece siete già appassionati di geografia e volete approfondire l’argomento, vi consiglio l’Atlante di Filosofia (pubblicato da Einaudi, 299 pagine al costo di € 65), scritto da Helmar Holenstein, il quale cerca di spiegare che alla nascita del mondo moderno hanno contribuito sia la rivoluzione scientifica che le grandi scoperte geografiche, e che il pensiero filosofico non era una vicenda solamente europea ma aveva avuto risvolti su tutto il pianeta. Così in questo Atlante si possono trovare, ad esempio, della mappe che mostrano i flussi di matematica o i flussi di diritto tra i vari stati, tra l’Occidente e l’Oriente, tra l’Europa e le Americhe, scoprendo così in che modo la filosofia abbia viaggiato per il mondo. Come ha scritto su la Repubblica Antonio Gnoli (che ha dedicato un articolo all’argomento), “come i venti e le correnti così il pensiero non conosce veri confini. Cosa concludere? Si può giungere a uno stesso grado di consapevolezza della verità seguendo metodi differenti. È un chiaro invito al confronto culturale: niente è così centrico e autoreferenziale da pretendere di escludere ciò che nel resto del mondo è stato pensato”.

Le 10 scoperte più importanti del 2009

La rivista Science ha stilato, in conclusione di questo anno, la classifica delle 10 scoperte più importanti avvenute nel mondo della scienza nel 2009, in pratica le 10 scoperte che (secondo la rivista) hanno rivoluzionato il mondo della scienza e avranno pertanto ripercussioni positive in futuro sulla nostra vita. Eccole, in ordine decrescente:
1. OMINIDE ARDI: si tratta del fossile dell’ominide più antico scoperto finora (vissuto 4,4 milioni di anni fa), scoperto nel 1994 ma identificato proprio in questo 2009. Per la sua identificazione ci sono voluti ben 15 anni, con la collaborazione di 47 scienziati di 9 paesi che hanno assemblato 125 frammenti di cranio, denti, bacino, mani, braccia, gambe e piedi. Si tratta quindi del nostro antenato più antico (risulta più vecchio di ben un milione di anni rispetto al precedente ominide Lucy), ovvero l’ominide più prossimo al bivio che divise uomini da scimpanzè che presenta un cervello poco più grande di quello dei primati ma con allineamenti più gentili (zigomi poco sporgenti, canini ridotti, polsi sottili ed agili, pollice opponibile già pronto ad afferrare gli oggetti per farne degli strumenti e gambe pronte a sostenere un corpo in posizione eretta);
2. NUOVE PULSAR: il telescopio Fermi a raggi gamma della NASA ha trovato nuove pulsar;
3. ALLUNGAVITA: in una sostanza individuata nel sottosuolo dell’isola di Pasqua (la rapamicina) sono state rinvenute proprietà in grado di allungare notevolmente la vita (in laboratorio ha allungato del 14% quella dei topi);
4. GRAFENE: si tratta di un foglio di carbonio spesso come un atomo, che è un ottimo conduttore elettrico;
5. RECETTORI ABA: sono delle molecole che possiedono una struttura tale da far vivere una pianta anche in presenza di siccità prolungata (potrà avere ottimi ripercussioni in agricoltura, soprattutto nelle zone aride e povere);
6. TELECAMERA LCLS: è una telecamera a raggi X che riesce a riprendere gli atomi in movimento;
7. TERAPIA GENICA: si è riusciti a curare la cecità congenita, un deficit immunitario e una malattia cerebrale;
8. MONOPOLI MAGNETICI: è stato creato un magnete con un polo solo, il tutto partendo da materiali cristallini;
9. ACQUA SULLA LUNA: poche settimane fa la NASA (tramite la nave spaziale Lcross), bombardando il polo sud lunare ha trovato dell’acqua analizzando il polverone sollevato dal bombardamento stesso;
10. RIPARAZIONE HUBBLE: lo scorso mese di maggio l’equipaggio dello Shuttle è riuscito ad aggiustare il telescopio spaziale Hubble, direttamente in mezzo al cosmo (impresa non certo facile…).
Si tratta di scoperte sensazionali, che potete trovare anche sul sito http://www.sciencemag.org. Personalmente, la scoperta dell’acqua sulla Luna non la trovo una scoperta tale da avere ripercussioni positive sulla nostra vita: piuttosto nelle primissime posizioni avrei certamente messo le scoperte della TERAPIA GENICA (visto che ora si cureranno malattie finora incurabili) e la scoperta dei RICETTORI ABA (che risolverebbe molti problemi alimentari di paesi poveri).
Certo, non è ancora tutto rose e fiori nel mondo della scienza in generale: come ha ricordato Elena Dusi nel suo articolo dedicato a questo argomento, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, ci sono da ricordare ancora i tantissimi precari italiani nel mondo della scienza (l’Italia è citata fra gli esempi negativi per i tagli alle università…) e poi il fatto increscioso del recente premio Nobel per la medicina Elisabeth Blackburn che si è vista tagliare lo stipendio del 4%, il che non è per niente un buon segnale!! Vuoi vedere che tra poco scopriremo che anche gli scienziati fomentano il clima di odio in atto nel nostro paese?

domenica 13 dicembre 2009

BENEVOLO: “NOI URBANISTI ABBIAMO FALLITO”

Lo dice Leonardo Benevolo, nato nel 1923 e considerato uno dei padri dell’urbanistica, non solo in Italia, che vive da molti anni vicino a Brescia dove tra gli anni ’60 e ’70 ha collaborato ad uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana (ovvero la pianificazione della città di Brescia): lo dice in un’intervista fatta dal giornalista Francesco Erbani sul quotidiano la Repubblica del 10 dicembre scorso. Erbani dà nel suo articolo una bella definizione di urbanistica: l’urbanistica è quella disciplina (che si insegna all’università) nella quale convergono saperi scientifici ed umanistici, e che dopo un’indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli.
Dice Benevolo: “Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche (Regioni, Comuni e Province) ha un posto secondario con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile”. Parole pesanti ma assolutamente realistiche. Basta guardare i dati ISTAT: fra il 1995 ed il 2006 sono state realizzate in Italia circa 10 milioni di stanze che, sommate ai nuovi capannoni, ad altre iniziative produttive ed alle infrastrutture, equivale a ben 750.000 ettari di terreno cementificati (quanto l’Umbria!!!). Questo sarebbe stato congruo in un paese in via di sviluppo economico e con un aumento demografico forte: invece, in Italia il boom produttivo è avvenuto decenni prima e la popolazione in quel periodo analizzato dall’ISTAT è aumentata di soli 1.900.000 abitanti (che tra l’altro sono quasi tutti immigrati che quasi mai hanno la possibilità economica di garantirsi queste nuove case costruite…). Dunque l’incredibile quantità di edifici costruiti non corrisponde alla domanda: allora perché si costruisce? E soprattutto perché non si costruiscono in Italia alloggi di edilizia popolare? La risposta è sempre quella: denaro, denaro, denaro. L’aspetto economico purtroppo ormai prevale su tutto e, nel caso dell’urbanistica, prevale sul buon senso, sulla protezione del territorio, sulla lotta all’inquinamento, sul recupero degli edifici dimessi e abbandonati. Facciamo solo l’esempio dei Comuni: le casse comunali in genere sono disastrate per la sempre più piccola quantità di denaro che arriva dallo Stato, accentuata ancor di più dalla recente e scellerata abolizione dell’ICI (che era sempre stata una delle più importanti fonti di introito per i Comuni, non adeguatamente sostituita da corrispondenti fondi statali). Che fanno allora i Comuni: al di là di ogni limite e ragionevolezza urbanistica, approvano in continuo nuove lottizzazioni residenziali e produttive (ma soprattutto le prime), che sottraggono terreno all’agricoltura e si trasformano in migliaia di palazzoni e/o edifici singoli. Questo comporta lo spostamento di molte persone da altre parti della città verso le nuove aree periferiche: ecco perché ormai i centri storici delle città sono dei quartieri fantasma, disabitati e decadenti. Naturalmente, dalle nuove lottizzazioni i Comuni incassano centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione e di costi di costruzione, che vanno ad impinguare parzialmente le casse comunali. Praticamente, è come un cane che si morde la coda: alla fine chi ne fa le spese è sempre il nostro caro territorio (con tutte le conseguenze del caso…), e tutto ciò perché lo Stato non riesce a garantire fondi a sufficienza ai Comuni, e questo perché continuiamo a portarci sulle spalle un debito pubblico stratosferico ereditato da anni scellerati di sperperi anti-tangentopoli dal quale difficilmente riusciremo ad uscirne. Sperperi per i quali stanno pagando solo i semplici cittadini, e non chi li ha commessi… Il degrado attuale dell’urbanistica è frutto di questo: infatti, tempo fa non era così, l’urbanistica nel dopoguerra e per alcuni decenni successivi è stata uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale italiano.
Come dice Benevolo, l’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Si costruisce per il mercato e non per le città, un tempo l’urbanistica doveva dare un senso alla città garantendo il giusto equilibrio tra urbanizzazione e protezione del territorio, ora questo non succede più: come dice Paolo Berdini (che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma), il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi e li ha trovati nelle città e nel territorio. Gravissimo. E doveva essere proprio l’urbanistica a garantire che questo non accadesse. Ed ora è arrivato anche il Piano Casa…
Concludo con l’intervento di Paola Bonora, che non è una urbanistica ma è una geografa dell’Università di Bologna (autrice con Pier Luigi Cervellati del libro “Per una nuova urbanità”, edito da Diabasis, 213 pagine al costo di € 21), la quale afferma: “In molti urbanisti prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica”. E il problema sta anche a monte, negli insegnamenti universitari: nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali ove vengono realizzati gli interventi edilizi. Forese, per cambiare qualcosa, si potrebbe partire anche da qui…

NORVEGIA: ecco la 1° centrale osmotica al mondo!

È stata inaugurata martedì 24 novembre 2009 in Norvegia la prima centrale osmotica al mondo per la produzione di energia elettrica, precisamente a Tofte (sul fiordo di Oslo, lungo la costa sud-occidentale del paese, circa 60 Km ad ovest della capitale). Di cosa si tratta? Di uno stabilimento per la produzione di energia elettrica assolutamente pulito che non ha eguali nel mondo in quanto sfrutta un processo naturale, l’osmosi. Che cos’è l’osmosi? È un processo fisico naturale che si verifica quando vengono messe a contatto tra di loro due soluzioni (acqua con sale) a concentrazione diversa. Come funziona dunque questa nuova centrale? La soluzione meno concentrata (acqua dolce, pescata da un fiume) va a diluire quella più concentrata (acqua salata, pescata dal mare), separate da una membrana semipermeabile (questa membrana filtra l’acqua dolce impedendo all’acqua salata di passare dall’altra parte): ciò crea una pressione da parte dell’acqua dolce sull’acqua marina, e questa pressione può essere utilizzata per azionare le turbine della centrale alimentando di conseguenza un alternatore che produce energia elettrica.
Come dicevo, si tratta di una centrale assolutamente pulita, in quanto non produce alcun inquinante ma solo acqua salmastra che può essere ributtata in mare senza conseguenze. L’impianto è stato realizzato dalla società norvegese Statkraft (http://www.statkraft.com) dopo molti anni di ricerca: lo scopo è innanzitutto quello di sperimentare questo sistema, infatti oggi la centrale fornisce di energia solo poche case, quindi se l’esperimento avrà successo potrà avere ripercussioni ben maggiori sul mondo della produzione dell’energia elettrica (questo potrebbe accadere entro soli 5 anni).
Secondo la società produttrice della centrale, con l’osmosi sarà possibile produrre 1.799 terawatt/ora per anno, che equivale a circa il 10% della richiesta di energia elettrica del mondo. Questo tipo di centrale si potrebbe quindi realizzare in molte città del mondo poste sulla costa e sulla foce di un fiume, ovvero quei luoghi ove è possibile reperire sia acqua dolce sia acqua salata.
Si tratta quindi di un modo assolutamente nuovo di produrre energia in modo pulito. Naturalmente, l’energia prodotta con l’osmosi non può risolvere da sola il problema energetico mondiale, così come nessun tipo di altra energia può da solo risolvere questo problema. Ma è l’insieme di energie rinnovabili che può risolvere il grave problema energetico, che coinvolge tutto il pianeta e che è così importante per sostituire il petrolio e i combustibili fossili e per contribuire al taglio di sostanze inquinanti emesse in atmosfera (e di conseguenza per combattere il cambiamento climatico in corso). Pensate però se a livello mondiale si riuscisse ad arrivare ad un 10% di energia prodotta da osmosi, almeno un 20-30% di energia prodotta dal sole, un 10% prodotto dal vento, un 10% prodotto da biomassa, un 10% prodotto dal geotermico, un 10% prodotto dalle onde del mare, arriveremo ad almeno un 70-80% di energia prodotta per tutto il mondo in modo assolutamente naturale e senza inquinare. Un sistema che, badate bene, non includerebbe più petrolio, gas naturale ed energia nucleare, soprattutto queste ultime due risorse (gas naturale ed uranio) che comporterebbero la costruzione di rigassificatori e centrali nucleari dai costi esorbitanti, con tutti gli effetti (economici ed ambientali) che sappiamo… Perché non investire questi soldi nella costruzione di centrali ad energia pulita? A tal proposito ho trovato sul quotidiano la Repubblica di lunedì 30 novembre 2009 l’intervista fatta dal giornalista Luigi Bignami a Massimo Scalia, docente di Fisica ambientale all’Università La Sapienza di Roma, secondo il quale nella prospettiva di sostituire almeno parzialmente i combustibili fossili è senza dubbio positivo provare ad ottenere energia pulita da ogni forma possibile, cercando quindi di realizzare centrali che devono essere efficienti da un punto di vista energetico ed essere realmente pulite e rinnovabili. Ma è importante soprattutto che sfruttino le forme di energia alternativa che meglio si adattino ad un determinato tipo di territorio. Ciò che è importante è uscire dal concetto difficile da sradicare, soprattutto nel nostro paese, che energia sicura significa sempre grandi impianti a combustibili fossili o nucleari…

I “PROMESSI SPOSI” illustrati...

Tutti conosciamo i “Promessi Sposi”, la grande opera di Alessandro Manzoni che abbiamo studiato a scuola: un’opera nella quale sono stati dettagliatamente descritti dall’autore luoghi e personaggi che la nostra immaginazione ha cercato di decifrare, attribuendo loro un volto e un significato. Ma ora quella nostra immaginazione si può tramutare in realtà grazie ad una raccolta di tavole grafiche davvero interessante che dà un volto ai personaggi del romanzo e una descrizione realistica dei luoghi trattati. Ne ha dedicato un articolo Armando Besio sul quotidiano la Repubblica del 9 dicembre scorso.
Di cosa si tratta? Di una raccolta di ben 180 tavole, quasi tutte inedite, pubblicata da Paolo Cattaneo (http:///www.cattaneoeditore.it), un piccolo editore di Oggiono (in provincia di Lecco), e realizzata con le immagini di Giacomo Mantegazza. Paolo Cattaneo ha collezionato per circa 30 anni, in una lunga serie di escursioni antiquarie, tutte queste tavole illustrative realizzate appunto da Giacomo Mantegazza, ovvero un pittore lombardo nato a Saronno nel 1853 e morto a Cernobbio nel 1920, allievo di Brera, che aveva lo studio a Milano nella Casa degli Artisti (posta in via San Primo). A suo tempo era famoso: nel 1895 aveva partecipato ad un concorso a premio (di lire diecimila) tra gli artisti italiani, che era stato bandito a Milano da Ulrico Hoepli che voleva festeggiare il 25° anniversario della sua casa editrice con una nuova edizione illustrata dei “Promessi Sposi”. Il concorso lo vinse Gaetano Previati (giovane ferrarese che poi fece carriera), mentre secondo si piazzò il Mantegazza i cui disegni fatti si persero però nel nulla. 8 di questi disegni riaffiorarono nel 1923 in una nuova edizione dei “Promessi sposi” pubblicata da Vallardi, mentre altri 22 furono esposti qualche anno fa alla Biblioteca di via Senato a Milano in occasione della mostra “Manzoni illustrato”.
Fino ad arrivare ai giorni nostri con questa terza edizione illustrata del romanzo, a cura appunto di Cattaneo: la prima edizione illustrata (che è anche l’originale) è del 1840, con 400 incisioni realizzate da Francesco Gonin ispirate ed impaginate dallo stesso Manzoni (recentemente riprodotta dall’editore Salerno in una splendida anastatica elettronica: l’anastatica è un sistema di riproduzione litografica di opere già stampate, in cui la nuova matrice si ottiene facendo il trasporto mediante fotografia dalla pagina tipografica alla pietra), mentre la seconda edizione illustrata è la Hoepli creata da Previati e uscita nel 1900 (che oggi rappresenta una rarità per i bibliofili, rintracciabile solo presso alcuni antiquari). E appunto questa terza edizione di Cattaneo, davvero accurata (tra i vari particolari si notano i capilettera che introducono i capitoli, i ritratti dei protagonisti e le scene del romanzo realizzati al tratto o ad acquerello), composta da ben 480 pagine al costo di € 110, con pagine di grande formato (cm 24x28) stampate su raffinata e robusta carta Modiglioni bianca. La nuova edizione presenta un’introduzione di Gian Luigi Daccò (direttore dei Musei Civici di Lecco) ed include anche un saggio dello storico dell’arte Sergio Rebora che descrive il Mantegazza.
Un’opera assolutamente impedibile che rispolvera una grande opera come i “Promessi Sposi” le cui immagini rendono il romanzo stesso meno “pesante” e quindi più accessibile a tutti: un altro esempio del grande, anzi immenso, patrimonio storico – culturale del nostro paese che riaffiora grazie al paziente lavoro di personaggi come Cattaneo.

martedì 8 dicembre 2009

IN DIFESA DELLO ZUCCHERO ITALIANO

Venerdì 4 dicembre 2009 mi sono imbattuto nel quotidiano la Repubblica su un messaggio a pagamento, esteso a tutta pagina, scritto delle più importanti aziende produttrici di zucchero italiano e aziende correlate (ovvero Eridania, Zucchero del Molise S.p.A., Coprob, Italia Zuccheri, ANB, CGIL FLAI, FAI CISL, CNB, UILA e Unionzucchero): un messaggio che non è altro che una appello intitolato “In difesa dello zucchero e delle barbabietole italiane” rivolto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per denunciare la scomparsa degli investimenti statali che sta portando molte preoccupazioni in uno dei più importanti settori agricoli ed industriali del nostro paese. Ho trovato l’appello molto interessante (oltre che preoccupante), tanto che mi è sembrato giusto diffonderlo anche attraverso questo mio blog. Riporto integralmente l’appello.
“Dopo la riforma OCM Zucchero decisa dalla UE nel 2006, il settore bieticolo-saccarifero italiano ha dovuto affrontare una profondissima ristrutturazione, che se da un lato ha comportato la chiusura di 15 zuccherifici, dall’altro ha portato a concentrare sui 4 zuccherifici rimasti in attività investimenti per oltre 130 milioni di euro, per adeguarne la competitività ai nuovi parametri europei.
Questi quattro zuccherifici, che occupano circa 2.000 dipendenti, sono distribuiti a Minerbio (BO), Pontelongo (PD), S. Quirico (PR) e Termoli (CB). Producono 508.000 tonnellate di zucchero (il 30% del fabbisogno italiano) da circa 4 milioni di tonnellate di barbabietole, coltivate in oltre 10.000 aziende agricole italiane su più di 60.000 ettari, distribuiti in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo, Lazio e Basilicata: le aree più vocate del paese, dove la coltivazione della barbabietola e la produzione di zucchero hanno una tradizione secolare.
È proprio per garantire al Paese questa quota di produzione di zucchero italiano che, nel 2006, il nostro Governo, allora rappresentato dal Ministro Alemanno, vincolò il proprio assenso a quella dolorosa riforma a due condizioni: che lo Stato italiano fosse autorizzato ad erogare aiuti nazionali alla produzione e che la UE concedesse a sua volta propri aiuti accoppiati.
Così avvenne, e aiuti nazionali e comunitari furono autorizzati per un periodo di cinque anni, dal 2006 al 2010, al fine di consentire al settore il graduale adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riforma.
Mentre per il 2006, il 2007 e il 2008 questi aiuti – autorizzati dall’UE con Reg. CE n° 318 del 20 febbraio 2006 e sanciti nel “Piano per la ristrutturazione per il settore bieticolo-saccarifero” adottato il 31 gennaio 2007 dal Comitato Interministeriale ad hoc costituito ai sensi della Legge n° 81/2006 – sono stati regolarmente erogati, a tutt’oggi, nonostante le rassicurazioni ricevute, non sono state ancora stanziate le risorse per gli aiuti nazionali per il 2009 (pari ad € 43.000.000), e anche per il 2010 la finanziaria attualmente in discussione non prevede i 43 milioni di euro di competenza.
Ciò che chiediamo è solo il rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, sulla base dei quali le nostre imprese agricole e industriali hanno elaborato i loro programmi ed effettuato gli investimenti, anche a sostegno dell’occupazione.
È superfluo sottolineare che la mancata erogazione di questi importi metterebbe in ginocchio il settore nazionale con un impatto drammatico sul futuro occupazionale dei lavoratori attualmente occupati e determinando la totale dipendenza dei consumatori e delle industrie italiane dalle disponibilità di approvvigionamento da parte dei produttori e dei consumatori esteri.
Sarebbe veramente paradossale che ciò avvenisse per un’inadempienza dello Stato italiano, mentre la UE ha già garantito gli aiuti di propria competenza per tutto il quinquennio.
Chiediamo quindi il Suo autorevole intervento per arrivare ad una soluzione che superi questa incredibile situazione. CONFIDIAMO NEL RISPETTO DEGLI IMPEGNI”.
Questa è la lettera – appello dei produttori italiani di zucchero, che fotografa una situazione allarmante e che mostra ancora una volta il disinteresse dello Stato italiano verso alcuni rami agricoli – industriali della propria economia. D’altronde, uno Stato che ha appena stanziato 15 miliardi (ripeto, miliardi) di euro (così come denunciato da Umberto Veronesi) in spese militari (carri armati, aerei, armi, ecc…) che non si sa per che cosa e non elargisce fondi per la propria economia, che Stato volete che sia? E che dire delle centinaia di milioni di euro di fondi elargiti ogni anno dallo Stato ad enti assolutamente inutili, come ad esempio il CNEL? Il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con sede a Roma, che da quasi 50 anni sforma pareri completamente inutili che non si sa per cosa e che solo per il 2010 ha ricevuto uno stanziamento di ben 18 milioni di euro (di cui l’80% serve a pagare stipendi e indennità)!!! Ed intanto la nostra economia muore…

“IL CREAZIONISMO NON E’ SCIENZA”

“No, il creazionismo non è scienza. E nemmeno cultura cattolica cristiana. Anche la Chiesa oggi si è aperta alle teorie di Darwin. Quell’idea non ha alcun diritto di cittadinanza nella nostra società”. Sono le parole di Nicola Cabibbo, uno dei più importanti fisici italiani che insegna all’Università La Sapienza di Roma e presiede la Pontificia Accademia delle Scienze. La frase è stata pronunciata in seguito all’ennesimo colpo inferto alla teoria dell’evoluzionismo: tale colpo è stato sferrato lo scorso 23 febbraio durante il convegno “Evoluzionismo. Il tramonto di un’ipotesi” tenutosi (udite udite) presso la sede del CNR a Roma. L’ultimo di una serie di colpi per dare discredito a Darwin (e al mondo scientifico in generale) e per diffondere nella gente la convinzione (cattolica) del creazionismo. Già quello che è successo in Italia nel 2004 con la cancellazione dell’evoluzionismo dai libri scolastici è stato qualcosa di scandaloso (o almeno lo sarebbe per gli altri paesi, non per il nostro…), ora anche questo convegno: tra l’altro, dopo questo convegno, qualcuno ha avuto la penosa idea di pubblicare un volume dove, udite udite, si scrive che il Grand Canyon americano si è formato nel giro di un anno a causa del diluvio universale e che la Terra è troppo giovane per aver consentito l’evoluzione umana!! Ma vi sembra possibile che in un Paese sviluppato e laico (come si dice sia il nostro!) si possano dire delle scemenze del genere? Certo, ognuno è libero di pensarla come crede, in fondo si tratta di religione, ma vi sembra giusto che quello che è scritto in questo volume si insegni a scuola? Davvero incredibile, non capisco come si faccia ancora a negare che la Chiesa non influisca nella vita del nostro paese. Tra l’altro, quello che sconcerta è che il convegno si è tenuto presso la sede del CNR (ovvero il Consiglio Nazionale delle Ricerche) e che il simbolo riportato sul volume accanto a quello della casa editrice (la Cantagalli) sia proprio quello del CNR stesso (che ha dato un contributo di 9.000 euro…), ovvero il più importante ente pubblico italiano dedicato alla scienza.
Il convegno sembra non sia stato realizzato a caso in questo 2009, visto che quest’anno cadono sia il 200° anniversario dalla nascita di Darwin sia il 150° anniversario dall’uscita del suo “L’origine delle specie”. Naturalmente, sono state molte le polemiche che si sono accese dopo quel convegno, soprattutto nel mondo scientifico, polemiche raccolte da Elena Dusi in un articolo sul quotidiano la Repubblica di giovedì 3 dicembre 2009. Così scopro che Telmo Pievani (insegnante di filosofia della scienza alla Bicocca di Milano) su Micromega scrive: “In qualsiasi paese normale, governato dal buon senso, tesi come quelle del convegno getterebbero nel ridicolo chiunque fosse così temerario dall’affermarle”; e ancora, Marco Cattaneo (direttore della rivista Le scienze) nel suo blog scrive in merito a Roberto De Mattei (vicepresidente del CNR): “Come è possibile che rivesta un incarico di primo piano nel più importante ente pubblico di ricerca del paese e allo stesso tempo organizzi convegni in aperta contraddizione con l’evidenza scientifica? Come si sentiranno i biologi del CNR con un vicepresidente così?”. Ricordiamo che De Mattei, oltre che vicepresidente del CNR (dove è dal 2003), è anche professore di storia del cristianesimo all’università europea di Roma e presidente della fondazione Lepanto “per la difesa dei principi e delle istituzioni della Civiltà Cristiana”… Ah, nel 2000, dopo il Gay Pride di Roma, ha organizzato nella capitale una marcia di espiazione da Piazza San Giovanni al Santuario del divino amore “per cancellare l’offesa arrecata alla capitale del cristianesimo”… Non ho parole!!!
In seguito a tutte queste polemiche il presidente del CNR, Luciano Maiani, ha più volte affermato che quello che si è verificato al convegno non è altro che libertà d’espressione. Certo, allora la libertà d’espressione sta anche nei partecipanti al Gay Pride e dovrebbe stare anche nei libri di scuola, ed invece… Proprio per questa affermazione di Maiani, Ferdinando Boero (biologo dell’Università di Lecce) gli risponde così: “Qui la libertà d’espressione non c’entra. Se Lei manda a una rivista scientifica un articolo dove dice che la Terra è piatta, il suo articolo viene bocciato. Questo convegno esprime posizioni analoghe a queste. E ha l’etichetta del CNR”.
In questi giorni è arrivata la nuova risposta di Maiani, sentite un po’ e giudicate: “Il convegno si è svolto per iniziativa del vicepresidente. Ovviamente non presto alcuna fede al creazionismo. Né le ricerche del CNR sono ispirate in alcun modo a quell’idea. La programmazione del nostro ente seguirà come sempre criteri esclusivamente scientifici”. Ed allora, perché è stato fatto al CNR questo convegno, caro Maiani? La solita ipocrisia cattolica italiana…

EMILIA: nasce il “TECNOPOLO” d’Italia!

La notizia l’ho appresa dall’inserto Affari & Finanza del quotidiano la Repubblica di lunedì 7 dicembre 2009 (articolo di Luciano Nigro) e si tratta della creazione in Emilia Romagna di dieci “città della scienza” per aprire una nuova fase economica puntando su energie rinnovabili, ambiente e tecnologie moderne. Un progetto che vede la partecipazione di Regione, enti locali, università, centri di ricerca e imprese varie: si tratta di un investimento di 270 milioni di euro in 5 anni, dei quali 130 forniti dalla Regione (di questi, 80 sono stati forniti dall’Unione Europea), 90 forniti dalle università e dai centri di ricerca e i rimanenti 50 forniti da enti locali ed imprese varie.
In cosa consiste il progetto? Un progetto che mette in rete 53 laboratori industriali sparsi su tutto il territorio regionale per creare un sistema che coinvolge anche le 4 università regionali, il Politecnico di Milano, il CNR, l’ENEA e gli Istituti Ortopedici Rizzoli. In questi laboratori si condurranno studi, si effettueranno ricerche ma si produrrà anche, sperimentando nuovi prodotti e rilanciando attività finora abbandonate o in difficoltà.
Queste le 10 “città della scienza”:
Bologna: ci si occuperà di ambiente, micro & nanotech, medicina rigenerativa, nuovi materiali, ICT multimedia, design, costruzioni, energia e automazione;
Ferrara: ci si occuperà di acque e suolo, biotecnologie, acustica e vibrazioni e beni culturali;
Ravenna: ci si occuperà di nautica, energia e restauro;
Rimini: ci si occuperà di tecnologie per la moda e life cycle tecnology (applicazioni sull’ambiente);
Forlì-Cesena: ci si occuperà di avionica (applicazioni sulla meccanica), agroalimentare e infomobilità (applicazioni sulla meccanica);
Faenza: ci si occuperà di nuovi materiali;
Modena: ci si occuperà di meccanica, nuovi materiali e medicina rigenerativa;
Reggio Emilia: ci si occuperà di meccatronica, eco-building (applicazioni sulle costruzioni) e agroalimentare;
Parma: ci si occuperà di agroalimentare, farmaceutica e tracciabilità;
Piacenza: ci si occuperà di robotica ed energia.
Praticamente un tecnopolo per ognuna delle 10 province dell’Emilia Romagna.
Il perno sarà naturalmente in tecnopolo di Bologna, che sorgerà nella ex Manifattura Tabacchi di via Stalingrado, ora abbandonata: 100.000 mq di superficie che ora verrà recuperata e diventerà un centro d’eccellenza. Negli altri poli si stanno già avviando studi davvero innovativi in svariati settori: all’Istituto Rizzoli di Bologna si stanno costruendo i prototipi di nuovi tessuti ossei per creare le protesi del futuro, ovvero quelle organiche; al centro Stamina di Ferrara 80 giovani stanno studiando le cellule staminali per le loro applicazioni in cardiologia, ematologia, cartilagine del ginocchio e mandibola; al CNR di Bologna si sta lavorando in materia di energia per la creazione di transistor con materiali organici anziché silicio con ottime applicazioni future sui pannelli fotovoltaici e sulle lampadine; a Parma nell’industria del packaging si stanno studiando ed utilizzando biomateriali per aumentare la sicurezza ed evitare la tossicità degli imballaggi; a Modena nel centro di ingegneria meccanica Intermech si utilizzano le nanotecnologie per produrre pistoni senza attrito che riducano il dispendio di energia degli attuali macchinari.
Insomma, un progetto davvero interessante ed innovativo, unico in Italia e con pochi precedenti nel mondo, anche perché ha già portato all’impiego di 300 ricercatori nei laboratori (oltre ai 600 universitari) e 1200 ricercatori nelle aziende (di questi, 800 da precari si sono trasformati in posti fissi). Si sta quindi inaugurando la nuova industria, l’industria del domani, quella che ha cominciato oggi con i giovani ricercatori, che porta ad un notevole salto occupazionale, che porta un esempio di soluzione alla grave crisi economica mondiale, che punta sulle nuove tecnologie e sul rispetto del nostro pianeta. Complimenti al progetto!

martedì 1 dicembre 2009

PAPUA NUOVA GUINEA: ecco il mondo perduto

La notizia è dello scorso mese di settembre e si tratta di una scoperta sensazionale avvenuta nella Papua Nuova Guinea: una spedizione di scienziati ha scoperto sul Monte Bosavi un “mondo perduto” ove sono state trovate specie animali mai scoperte prima.
La Papua Nuova Guinea è un’immensa isola posta a nord dell’Australia, con clima equatoriale: il Monte Bosavi, dove è stata fatta la scoperta, si trova nell’interno dell’isola ed è un cratere di un vulcano ormai spento da oltre 200.000 anni con pareti alte mille metri ricoperte di fitta vegetazione. Cosa ha fatto questa spedizione? Ha risalito il Monte Bosavi e si è calata nel cratere, scendendo al suo interno anche per mille metri, sempre dentro una vegetazione fittissima e con un clima piuttosto freddo ed umido: appena entrata nel cratere, la spedizione ha attivato una telecamera all’infrarosso in grado di rilevare il movimento di essere viventi in base al calore che emettono. Praticamente, una zona dove non è mai entrato nessun essere umano prima d’ora. Questo isolamento ha portato alla creazione di un ambiente a sé, ove sono state scoperte specie davvero incredibili, delle quali non si sapeva l’esistenza. Tra queste:
  • Bosavi lanoso: si tratta di un ratto della lunghezza di ben 82 cm, del peso di 1,5 kg, vegetariano, che vive nelle cavità degli alberi o sottoterra, che ha una folta pelliccia bruno-argentata, dall’aspetto meno ripugnante dei nostri comuni ratti e che non ha mostrato alcun segno di paura alla vista degli esseri umani. Il nome non è però ancora stato riconosciuto dal mondo scientifico;
  • Litoria sauroni: si tratta di una delle 16 nuove specie di rane scoperte nel cratere;
  • Tube-nose bat: una specie di pipistrello;
  • Bosavi silky cuscus: un tipo di marsupiale;
ed ancora l’uccello del paradiso, un super ragno, 3 nuove specie di pesci (di cui una emette un grugnito da una piccola vescica), un geco mai visto e un bruco nero e giallo (una sorta di “insetto stecco” ricoperto di pelo e lungo come l’avambraccio di un uomo).
Quindi una scoperta davvero sensazionale per il mondo scientifico, così come sostiene Kristofer Hengel, dello Smithsonian National Museum of Natural Histoiry (http://www.mnh.si.edu), chiamato sul posto dagli scienziati della spedizione: dopo la spedizione è stato realizzato un interessante documentario per la BBC. La scoperta è tra l’altro avvenuta in un paese, come la Papua Nuova Guinea, che già di per sé è un’area di grandissimo interesse biogeografico per il fatto che ci sono specie che appartengono sia alla fauna asiatica sia alla fauna australiana ed è quindi assai preziosa perché è un ponte tra due regioni con faune molto ricche e diverse tra loro, così come sostiene Francesco Petretti (etologo e docente di Gestioni Animali dell’Università di Camerino), intervistato per il quotidiano la Repubblica da Luigi Bignami.
Come è possibile che esistano nel nostro pianeta degli ambienti così sconosciuti? È possibile perché si tratta di ambienti cosiddetti “conservativi”, ovvero che riescono a mantenere inalterate le loro caratteristiche nel tempo, soprattutto in funzione del fatto che non risentono di trasformazioni esterne praticate dal genere umano. Naturalmente, ci sono ancora molte aree sparse per il pianeta che sono ancora “vergini” e che rappresentano dei veri e propri gioielli per il mondo scientifico. Tra l’altro il progredire della tecnologia ha portato a dei risultati straordinari per la scoperta di nuove specie, soprattutto sono migliorate le tecniche di analisi del Dna che permettono di differenziare le specie come mai prima d’ora. Questo consentirà di scoprire presto altre specie di quella stragrande maggioranza di specie animali di cui ignoriamo ancora l’esistenza, visto che è stimabile che oggi si conosca appena il 10% delle specie animali (e vegetali) realmente esistenti.