domenica 31 ottobre 2010

Ecco gli ORTI che salveranno l'Africa!

Dal 21 al 25 ottobre scorsi si è tenuta a Torino la 4° edizione di "Terra Madre" (http://www.terramadre.info), ovvero il Social Forum dell'Agricoltuta di tutto il mondo che ha visto 7.000 partecipanti di cui 5.000 delegati da 163 Paesi di tutto il pianeta, un punto d'incontro tra contadini, pescatori e allevatori che vogliono difendere la biodiversità, visto anche che il 2010 è l'Anno Internazionale della Biodiversità (il forum è creato da Slow Food, http://www.slowfood.it).
Durante il forum si è parlato anche degli ORTI che salveranno l'Africa: si tratti di veri e propri orti da coltivare nelle periferie delle città per salvare i disperati dalla malavita e da coltivare nelle zone agricole ormai ridotte a mono-coltura per soddisfare l'export e non il fabbisogno alimenate locale (e ce ne sarebbe molto...). Dice Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food: "La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all'esportazione, dei pesticidi, dell'urbanizzazione, dell'avanzata del deserto, ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food".
Ecco perchè è nata l'idea di questi orti, in cui recuperare i prodotti locali e soddisfare pertanto l'esigenza alimentare di quei popoli. Già ne sono stati istituiti 150 in 20 paesi africani, ma l'obiettio è di arrivare almeno a 1.000 entro la fine del 2011, anche se i problemi certo non mancano. Alcuni esempi di orti già fatti? In Senegal, dove fino a pochi anni fa il 95% del riso coltivato proveniva dal Sud-Est Asiatico e le colture tradizionali erano ormai la minima parte, oggi grazie al progetto "Mangeons local" (nato nel 2008 e sostenuto dalla Regione Piemonte) si è creata una rete di consumo basata sul fonio (un cereale locale), sul miglio e sul sorgo, che verranno coltivati in questo orti garantendo quindi la coltivazione di prodotti locali che andranno a sostenere l'alimentazione locale e non le multinazionali. In Costa d'Avorio, dove i conflitti interni hanno ostacolato sempre di più la circolazione delle merci e la produzione agricola, gli orti hanno come obiettivo il recupero di alcuni prodotti locali come il sumbalà, un composto che aumenta la sapidità dei cibi che era andato in disuso dopo una incredibile campagna pubblicitaria a favore del dado da brodo... In Guinea Bissau si era ormai arrivati alla mono-coltura dell'anacardo (un frutto tropicale proveniente dall'Amazzonia) soppiantando tutte le colture tradizionali e causando un forte aumento di casi di alcolismo per l'abuso di vino di anacardo: ora negli orti si è ripartiti dal recupero di piante tradizionali come il riso de pilau e il peperoncino malagueta. In Kenya vari scontri etnici e l'abbandono delle tecniche tradizionali agricole a favore di quelle moderne per le mono-colture hanno causato una forte migrazione verso le città, con notevoli problemi per le città stesse: ora gli orti puntano al recupero di piante antiche come la zucca di Lare e l'ortica.
Ed ora sono pronti i progetti per i nuovi orti: 50 in Senegal, 30 in Marocco, 20 nel Mali, 10 in Congo, 20 in Egitto, 200 in Kenya, 20 in Etiopia, 2 nel Madagascar, 30 in Mozambico, 20 in Tanzania, 200 nel Sud Africa, 50 in Uganda, 50 in Costa d'Avorio, 30 in Sierra Leone e 100 in Guinea Bissau. Ne ha dedicato un articolo anche il quotidiano la Repubblica venerdì 24 settembre 2010 (articolo di Antonio Cianciullo).
Quindi senza ombra di dubbio quello degli ORTI in Africa è davvero un bel progetto, per salvaguardare il territorio e per combattere la fame delle popolazioni locali, visto che gli Stati africani finora non ci hanno pensato badando solo alle multinazionali (e ai loro soldi che però non veenivano investiti per le popolazioni...). Gli orti punteranno su colture diversificate (ortaggi, frutta ed erbe varie), utilizzando solo sementi locali (quindi autoprodotte in loco), utilizzando fertilizzanti con compost naturale (e quindi senza prodotti chimici) e applicando tecniche di difesa naturali del terreno (come le rotazioni delle colture e le consociazioni). In pratica quello che dovrebbe essere fatto nell'agricoltura di tutto il mondo...

Nuove trivellazioni e... la petroliera Haven!

Ci sono oggi in Italia circa 700 pozzi petroliferi, dai quali si estraggono ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di petrolio (di cui ben 3 milioni nella sola Basilicata!), e dai quali lo Stato Italiano incassa annualmente ben 800 milioni di euro! In realtà questo petrolio contribuisce solo per un 4% sulla bilancia energetica nazionale e rappresneta il 5% del fabbisogno energetico del nostro paese. Ecco perchè i petrolieri vogliono estrarre più petrolio in Italia, procedendo con nuove trivellazioni. Ebbene: sono già state recentemente rilasciate dal Ministero dell'Ambiente 95 autorizzazioni per nuove trivellazioni, di cui 71 a terra (per una superficie di ben 25.000 kmq!) e 24 a mare (per una superficie di 11.000 kmq!). Ma sono già state presentate altre 65 istanze (24 a terra e 41 a mare), e crediamo che il Ministero dell'Ambiente non trovi difficioltà nell'accoglierle.... Un boom: come è stato un boom il petrolio estratto dai mari italiani nei primi due mesi del 2010: 113.000 tonnellate di petrolio, ben +35% rispetto al periodo precedente!! Quali sono le zone per le quali le compagnie petrolifere hanno richiesto di poter trivellare? Il Parco del Curone nella Brianza, le Isole Tremiti, le coste meridionali della Sicilia, metà del territorio abruzzese, l'area marina di Cagliari ed Oristano, le coste marchigiane, l'area di mare tra le Isole Egadi e Pantelleria, la parte calabrese del Mar Ionio e il mare a sud dell'Isola d'Elba: inquietante!
Ma che convenienza ha l'estrarre questo petrolio che inciderebbe comunque in una piccolissima parte del fabbisogno energetico nazionale e che allo stesso tempo rappresenta un serio pericolo per l'incolumità ambientale del nostro paese? Probabilmente la convenienza è solo economica, e per pochi (oltre che per lo Stato...). Quello Stato che dovrebbe proteggere il proprio patrimonio naturale, senza eguali nel resto del mondo: ed invece pensa solo ai soldi... Basti pensare che sono state recentemente autorizzate (dopo una lunga battaglia) le trivellazioni in Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, che è stato dichiarato patriomomio mondiale dell'Unesco...
E' negli occhi di tutti il tremendo disastro ecologico causato dal pozzo petrolifero della BP nel Golfo del Messico la scorsa estate: come possiamo permetterci in Italia di correre un rischio del genere, in un paese con un patrimonio naturale che tutti ci invidiano e che è già in pericolo anche senza le trivellazioni per inquinamento, scarichi illegali, urbanizzazione selvaggia? Conoscendo poi quanto l'odore dei soldi sia forte in Italia, mi viene il pel d'oca a pensare cosa comporterebbe per il nostro paese un disastro ecologico simile. Vi spiego perchè.
Proprio in questi giorni ho letto una notizia sconvolgente sul disastro ecologico che era stato causato dall'esplosione della superpetroliera Haven davanti alla costa ligure (tra Savona e Genova, a 3 km dalla costa), avvenuta alle ore 12:30 dell'11 aprile 1991, una delle più gravi sciagure ambientali della storia italiana. Nell'esplosione morirono tra l'altro 5 persone: la petroliera (che trasportava 144.000 tonnellate di greggio) bruciò per tre giorni, dopo di che il 14 aprile alle ore 10:30 si inabissò (il cassero di poppa a 36 metri di profondità e la chiglia a 80). Sui fondali sono rimaste oltre 42.000 tonnellate di greggio sparsi su una superficie di circa 200 kmq: intanto l'11 marzo 2000 la Corte d'Appello di Genova assolve gli armatori della Haven (mentre i pm avevano chiesto per loro 7 anni per omicidio colposo plurimo e disastro colposo), e poi di fronte alla richiesta di danni di ben 2.000 miliardi di lire avanzata dagli esperti l'Italia ne riesce ad incassare solo 117! Tutto finito? No, perchè qui viene il bello (anzi, il brutto): dopo quasi vent'anni, una denuncia della trasmissione televisiva "Report" (http://www.report.rai.it, in onda ogni domenica sera su RaiTre alle ore 21:30) scopre che le 42.000 tonnellate di greggio sono oggi ancora sul fondo del mare e da 20 anni sta inquinando e facendo ammalare i pesci che poi noi mangiamo. E i 117 miliardi di lire per la bonifica? Ne sono stati spesi solo 16 per bonificare una parte della Haven, bonifica affidata alla Protezione Civile..., certificando poi che la acque erano pulite!! E gli altri 101 miliardi di lire? Sono stati usati in altre opere: per rifare la passeggiata a mare di Arenzano, per sistemare alcune reti fognarie e alcune aree dell'ex ferrovia di alcuni comuni della costa ligure!!
Ma vi rendete conto? Lo Stato incassa dei soldi per bonificare il mare dal greggio depositato e cosa fa? Dichiara che le acque sono pulite, tanto in superficie non si vede niente, utilizza i soldi per altro e permette che noi continuiamo a mangiare pesci ammalati facendoci ammalare e morire di cancro!! Questo è lo Stato Italiano: e noi dovremmo essere felici delle nuove trivellazioni?

La professione del GEOLOGO in Italia

Lo scorso 11 ottobre 2010 ho trovato un interessante articolo sull'inserto "Affari & Finanza" del quotidiano la Repubblica, intitolato "Geologi, professionisti in trincea per far fronte a un paese dissestato": l'articolo è di Daniele Autieri ed è incentrato su un'intervista fatta a Pietro De Paola, che è il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi (http://www.consiglionazionalegeologi.it). E' lo stesso De paola a definire i geologi italiani "professionisti in trincea" per il fatto di dover affrontare una realtà molto difficile che è quella del dissesto idrogeologico del nostro paese, dove il 6.9% del territorio nazionale è soggetto a frane e quasi 5.500 comuni sono a rischio idro-geologico, non dimenticando che ogni anno l'urbanizzazione selvaggia strappa 240.000 ettari di terreno verde!!! Proprio l'urbanizzazione selvaggia è spesso tra le cause principali del dissesto del nostro territorio, ed è per questo che può bastare una precipitazione meteorologica (seppur eccezionale) per causare danni gravissimi e purtroppo anche la perdita di vite umane. Come dice De Paola nell'intervista "Si parla spesso di prevenzione ma per farlo è necessario prima uscire dall'emergenza, e con queste condizioni superare l'emergenza è impossibile. Non solo nel reperimento delle risorse finanziarie necessarie, ma anche nella tempestività richiesta per stare dietro a tutte le situazioni di disagio e difficoltà che si vengono a creare a seguito dei fenomeni atmosferici". Ha ragione De Paola quando dice che l'urbanizzazione selvaggia e scriteriata ha dissestato il nostro territorio rendendolo fragile e pericoloso: pensate agli edifici costruiti troppo vicino ai fiumi (o addirittura nelle lore golene!), all'abusivismo, alle nuove costruzioni senza pensare al recupero del patrimonio esistente, al mancato rimboschimento dei pendii bruciati, alla mancata pulizia degli alvei di fiumi e torrenti, al mancato consolidamento dei pendii disconnessi. Ed è anche vero che spesso i Comuni sono sprovvisti di una seria pianificazione territoriale, ignorando le importantissime mappature delle aree a rischio: questo rende molto difficile la gestione delle zone di pericolo, anche perchè manca pure dallo Stato un serio coordinamento e un centro preposto a controllare le condizioni di tutto il territorio nazionale.
150 anni fa, in occasione dell'Unità d'Italia, era stata redatta la Carta Geologica Nazionale: si tratta di una mappa delle criticità di tutto il territorio italiano che individua le aree a rischio, che da allora era stata ripresa solo negli anni '80. Sono passati 30 anni dall'ultima volta che si era pensato di revisionarla ma ad oggi non è ancora stata terminata... Questo certo non aiuta nella prevenzione.
Alla domanda del giornalista su qual'è il ruolo del geologo di fronte a questa domanda di contrasto all'emergenza idrogeologica nazionale, De Paola risponde: "La nostra figura professionale è in trincea da molti anni e si confronta con richieste del mercato diversificate. Il rischio vulcanico, sismico, idrogeologico, l'erosione costiera sono tutti fenomeni dietro l'angolo, ed è per rispondere a queste emergenze che serve una geologia moderna e specializzata". Oggi i geologi italiani sono impegnati per il 43% nel settore delle costruzioni, per l'11% nelle operazioni di rilevamento di base, per un altro 11% nell'ambiente, per un 7% nell'idrogeologia, per un altro 7% nella difesa del suolo e per un 21% in altri settori. Purtroppo sono sempre più in calo gli studenti che si iscrivolo alla facoltà di geologia: tra il 2002 e il 2009 il numero di iscritti a questo corso di laurea è sceso da 8.689 a 7.246, con un calo di ben il 17%!! Evidentemente l'università italiana non riesce più ad invogliare gli studenti in questo ramo, per questo il Consiglio Nazionale dei Geologi ha creato una propria scuola specializzata per la formazione dopo la laurea attraverso una convenzione con l'università La Sapienza di Roma.: la scuola ha aperto i battenti 4 anni fa e sta formando sempre più geologi facilitando loro il trovare un posto di lavoro, così tanto importante per l'Italia. E sempre per far fronte all'importanza di questa professione per il nostro paese, il Consiglio Nazionale dei Geologi ha stabilito un aggiornamento professionale continuo e obbligatorio applicando sanzioni molto pesanti per chi non lo rispetta. E poi c'è il tasto dolente dei tagli da parte del Ministero dell'Economia, che sta mettendo in difficoltà molti geologi precari e ricercatori... Ah, la ricerca...
E' assolutamente importante appoggiare qusta professione: tocca allo Stato fare la sua parte per porre fine a quell'emorragia sempre più grave che sta distruggendo il nostro territorio spesso portando alla perdita di vite umane. I geologi in questo hanno un ruolo importante, ma senza ombra di dubbio il loro lavoro non può avere questa importanza senza l'intervento costante dello Stato in materia di contributi economici, di formazione scolastica, di lotta all'abusivismo e di contrasto dell'urbanizzazione selvaggia. Certo, si tratta di un compito molto difficile ma solo così si può uscire dall'emergenza e poi arrivare a pianificare: anche perchè i dati contenuti nel "Primo Rapporto sullo stato dei rischi e sulle opportunità offerte dal territorio" (realizzato dal Consiglio Nazionale dei Geologi in collaborazione col Cresme e presentato a Roma in Campidoglio lo scorso 13 ottobre 2010) sono allarmanti: quasi 5.500 Comuni italiani a rischio, per una popolazione interessata di 23 milioni di persone e un territorio a rischio frane della superficie di quasi 28.000 kmq!!

domenica 24 ottobre 2010

BASILICATA: la regione invisibile

Ho trovato molto interessante l'articolo che il mensile Focus (http://www.focus.it) nel numero 212 di giugno 2010 ha dedicato alla regione Basilicata, intitolandolo "La regione invisibile". Una regione invisibile perchè sconosciuta ai più ma che riserva sorprese e primati incredibili: una regione che non si mette in mostra ed anzi ama stare nell'ombra, e questo le sta dando grandi soddisfazioni, con moltissime curisoità.
Intanto il nome, perchè la Basilicata è l'unica regione italiana che ha un nome ma non il relativo aggettivo per chiamare i suoi abitanti (ad esempio Veneto - veneti, Lazio - laziali, Calabria - calabresi): così, i suoi abitanti vengono chiamati lucani (e non basilicatesi o basilicani) da Lucania, antico nome della zona (a proposito dei Lucani, è uscito un libro di Angela Langone intitolato "Lucani: popolo di contadini, poeti, briganti; i peggiori difetti, le migliori virtù", nonchè un film di Rocco Papaleo intitolato "Basilicata Coast to Coast").
Una regione come dicevo poco fa sconosciuta, misteriosa, selvaggia, eppure così vicina ad altre realtà molto più famose (regioni come la Puglia e la Campania, e città come Bari e Napoli), alle quali è collegata da importanti strade e ferrovie (Potenza, il capoluogo campano, è il capoluogo di regione più alto d'Italia ed è stata tra le prime città in Europa ad avere la ferrovia nel 1880).
Tra le altre curiosità: Matera (la città dei Sassi, la 2° citta lucana) è stata la prima provincia del Sud Italia a ribellarsi all'occupazione neofascista nel 1943, ed è così ricca di chiese che una del Seicento, l'Annunziata, è stata trasformata in un cinema!; il paese di Castelmezzano (bellissimo, sulle cosiddette "Dolomiti Lucane", http://www.castelmezzano.net) è stato riconosciuto come la località sconosciuta più bella del mondo (è infatti al n° 1 della lista di queste località compilata dal sito USA Budget Travel), oltre che essere inserito nella lista dei borghi italiani più belli (http://www.borghitalia.it); il distretto industriale di Melfi è il più produttivo al mondo; Craco, in provincia di Matera, è la più bella città fantasma d'Italia, in quanto è stata evacuata nel 1963 per una frana; il 50% dei lucani maschi si chiama Rocco; i lucani sono i maggiori mangiatori di pasta al mondo con ben 45 kg a testa all'anno; in Val d'Agri c'è il più grande giacimento di petrolio d'Europa. Quante curiosità!!
Popolata da circa 610.000 abitanti, ha una delle più basse densità abitative d'Italia (62 abitanti per kmq) e, forse grazie anche a questo, in seguito al progetto "un computer in ogni casa" oggi è diventata la regione più informatizzata d'Italia!! E' bagnata da due mari (Mar Tirreno e Mar Ionio) ma con poca costa, il 47% del territorio è montuoso, ha un vulcano spento (il Vulture) e possiede parchi importanti (tra cui quello del Pollino, ove cresce il rarissimo pino loricato). Due paesi, Pietrapertosa e Castelmezzano (citato prima), separati da profondi canyon, sono collegati tra loro non solo dal sentiero "delle sette pietre" ma anche dal cosiddetto "Volo dell'Angelo" (http://www.volodellangelo.com): quest'ultimo secondo i giornali inglesi è una delle 30 attrazioni-imprese al mondo da compiere nella vita, e consiste in un viaggio a 120 km/h (altro recod europeo) sdraiati e appesi a una carrucola che scivola su due corde d'acciaio. E ancora, un emigrante di Castelmezzano edificò nel '900 a New York il 1° grattacielo cittadino chiamandolo Lucania!
Interessanti i seguenti siti sulla regione: http://www.aptbasilicata.it, http://www.basilicata.cc e http://www.inbasilicata.org.
Insomma, una specie di Svizzera meridionale: verde, pulita, ma estranea a molte cose brutte del Sud Italia, così come la Svizzera nel mezzo dell'Europa centrale. Serve altro per descrivere questa meravigliosa regione? Forse un'ultima affermazione, quella del regista Rocco Papaleo. "C'è tutto in Basilicata, solo che non c'è la mafia".

FAI: l'appello al ministro del Turismo

"Il FAI vuole mettere a disposizione la propria esperienza per salvare il turismo del paese, che è a rischio. Il ministro Michela Vittoria Brambilla dice che è aumentato del 2%, ma quando vado in giro per l'Italia tutti gemono e si lamentano. I parchi inoltre, con i tagli previsti, sono a rischio di chiusura. Ma noi abbiamo la ricetta, che è data dalla creazione di circuiti in cui si associno arte, cultura, buon cibo e artigianato. Questa è la formula vincente, ci affidino i grandi centri culturali, perfino la valle dei Templi di Agrigento, noi sapremo come rilanciarli". Questo è l'accorato appello che Giulia Maria Crespi (Presidente del FAI - Fondo Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it) lancia a Michela Vittoria Brambilla (ministro del Turismo, http://www.michelavittoriabrambilla.it).
L'appello viene lanciato perchè con i continui tagli imposti dal Ministero dell'Economia le aree culturali e naturali italiane sono destinate alla chiusura e alla rovina: l'Italia dovrebbe essere al 1° posto nelle classifiche mondiali del turismo, perchè nessun altro paese al mondo ha un patrimonio storico-artistico-naturale come il nostro. Ma questo non sta succedendo, perchè in Italia le priorità del governo sono le centrali nucleari, costruire nuovi aereoporti (come l'ampliamento di Malpensa nel Parco del Ticino...), realizzare nuove strade/autostrade e il Ponte di Messina: per queste opere i soldi si trovano sempre. Ma, oltre che distruggere ulteriormente il territorio, lasciano senza fondi proprio quell'incredibile patrimonio storico-artsitico-naturale che abbiamo.
Il FAI è convinto di avere la ricetta giusta per rilanciare il turismo: ovvero collegare tra loro i luoghi di un territorio con circuiti piacevoli e lenti, contenendo anche le spese. Ne è convinto perchè in Piemonte il FAI è già riuscito in questo intento, e con grande successo: sono stati eccellentemente messi in collegamento tra loro castelli, il paesaggio, le montagne, la produzione locale e il buon cibo, creando un buon indotto e nuovi posti di lavoro.
L'esempio il Presidente del FAI lo fa sui tagli imposti ai parchi: ci sono in Italia 24 parchi nazionali e 144 parchi regionali, per i quali nel 2011 verranno stanziati 30 milioni (a fronte dei 54 stanziati in precedenza...). Come si può pensare, con sempre meno soldi, di continuare nella lotta per prevenire gli incendi, per contrastare l'abusivismo, per garantire la sicurezza contro il rischio idrogeologico? Ma queste cose sembrano non essere segnate come punti urgenti nell'agenda dei politici, soprattutto dell'attuale governo, impegnato com'è nella propaganda elettorale delle centrali nucleari e nell'urgentissima (ma solo per il Cavaliere) riforma della Giustizia (in questo drammatico momento economico la cosa principale sembra essere la separazione delle carriere dei giudici e il lodo Alfano...). E pensare che il turismo dovrebbe essere la prima industria del paese: a proposito, visitate il sito http://www.italia.it.
In Italia non si è ancora capito che dovrebbe essere la cosiddetta green economy a farci uscire da questa crisi: abbiamo bisogno contemporaneamente di creare migliaia di nuovi posti di lavoro e di investire sul patrimonio storico-artistico-naturale. Il connubio sarebbe importante per risolvere nello stesso tempo i due problemi, oltre che rilanciare il turismo aumentando le entrate per le casse dello Stato. Perchè gli italiani quando vanno a votare non si chiedono chi si sta impegnando in questo?

La COSTITUENTE ECOLOGISTA

A completamento del mio post "VERDI: Il Sole che ride non ride più" dello scorso 17 ottobre 2010, scrivo questa nota perchè sull'argomento ho trovato un interessante lettera di un lettore pubblicata nell'inserto "Il Venerdì" del quotidiano la Repubblica del 15 ottobre 2010, nello spazio "Per posta" del bravissimo Michele Serra.
Il lettore (di Vicenza) è amareggiato della mancanza di educazione civica e ambientale nel nostro Paese: riferendosi alla sua città, dice che l'anomalia è della Confcommercio che a Vicenza si batte (con la maggioranza dei cittadini!!) contro un centro storico pedonale e contro le piste ciclabili perchè tolgono posto alle auto (ricordiamo che il centro storico di Vicenza è patrimonio dell'Unesco, http://www.unesco.it); continua sottolineando che la maggior parte della gente è contro le giornate ecologiche perchè (a loro detta) non servono a niente; l'anomalia è una donna che si fa eleggere dai cacciatori alla Regione Veneto promettendo loro che potranno sparare sempre e a tutto. La lettera del lettore si conclude così: "Più che un partito dei Verdi, abbiamo bisogno di ripartire dall'educazione civica". Quanto mi trovo d'accordo con questo lettore!
Michele Serra gli risponde dicendogli di aver ricevuto una orgogliosa lettera dal segretario dei Verdi, Angelo Bonelli, che oltre a denunciare la disattenzione dei media nazionali segnala un appello costituente: un appello che servirà "per costruire un'ampia e moderna aggregazione ecologista sul modello francese e tedesco", che è stato sottoscritto da 100 personalità italiane che fanno parte del mondo ambientalista, della ricerca, del lavoro e dell'economia (tra questi Mario Monicelli, Enrico Deaglio e Dacia Maraini). L'appello è visibile sul sito http://www.costituenteecologista.it. Tornando alla lettera del lettore, Michele Serra giustamente osserva quanto sia poco radicato nel popolo italiano il connubio senso civico-cultura ambientalista, soprattutto perchè molto spesso gli interessi privati prevalgono sul bene collettivo (così come conferma la situazione che si sta verificando a Vicenza e denunciata dal lettore). Condivido pienamente con quanto afferma Serra quando dice che: "L'ambientalismo è, strutturalmente, il pensiero politico e culturale più legato al futuro e più minacciato dal presente".
Altro non aggiungo: ho già ampiamente espresso il mio parere, anche in passato. Non mi resta che sperare...

Il riciclaggio degli PNEUMATICI USATI

Partiamo dai numeri: in Europa ogni anno si contano 3,2 milioni di tonnellate di pneumatici non più utilizzabili, di cui poco meno di 400.000 in Italia: di queste 400.000, il 12% (circa 85.000 tonn) è avviato alla ricostruzione perchè ancora riutilizzabili, il 19% (circa 100.000 tonn) è destinato al recupero energetico e quasi il 12% (circa 90.000 tonn) viene riciclato come materia prima. Ma, ahimè, ci sono ben 170.000 tonn di pneumatici di cui non si conosce la destinazione finale: ci sono circa 90.000 tonn di materiale che dovrebbe essere esportato illegalmente in qualche paese del Terzo Mondo (dove vengono smaltite a pochi soldi in discariche abusive), mentre le rimanenti 80.000 tonn vengono purtroppo disperse nell'ambiente (lasciate lungo le strade, bruciate o gettate nei fiumi, nei laghi o in mare). Qualcosa di davvero inqualificabile, soprattutto per quanto riguarda il rispetto dell'ambiente. Ecco perchè su questi pneumatici dispersi stanno ora indagando varie procure, e sono già scattati alcuni arresti e sequestri per alcuni trafficanti che falsificano la documentazione che accompagna i rifiuti (spesso sono coinvolte le cosche dell'ecomafia). C'è anche la collaborazione di Ecopneus (http://www.ecopneus.it), ovvero il consorzio che raccoglie i principali produttori italiani di pneumatici, che si sta impegnando assieme a Legambiente (http://www.legambiente.eu) sulla ricerca dei traffici e degli smaltimenti illegali dei pneumatici usati in Italia. Si tratta quindi di una piaga che bisogna assolutamente risolvere.
Al di là di questo aspetto assolutamente negativo, ci sta comunque anche un aspetto positivo, ovvero il riciclaggio del pneumatico usato, che può essere utilizzato in tantissime maniere: si tratta di una politica rivolta al recupero dei rifiuti, con conseguente riduzione del materiale da inviare in discarica e conseguente minor utilizzo di petrolio per produrre i materiali che possono essere sostituiti dalla gomma riciclata (ricordiamo che per produrre un pneumatico nuovo servono 27 litri di petrolio grezzo: ma riciclandolo a fine vita si diminuisce notevolemnte l'impatto ambientale, tanto che l'effetto serra causato dalla produzione di una tonnellata di gomma vergine naturale è uguale a quello causato da un'auto che va da Roma a Singapore, mentre l'effetto serra causato dal riciclaggio della gomma è uguale a quello causato da un'auto che va da Roma a Bologna!!!). Le aziende italiane impegnate nel riciclaggio dei pneumatici sono aggregate dal consorzio Argo (http://www.consorzioargo.it), che tra l'altro nel 2009 ha ottenuto l'approvazione di uno standard europeo del settore, ovvero una norma tecnica che fissa in maniera univoca tutte le caratteristiche e i parametri qualitativi del recupero degli pneumatici non più utilizzabili e l'introduzione di alcune buone pratiche in materia. All'argomento ha dedicato un articolo anche l'inserto "Affari & Finanza" del quotidiano la Repubblica di lunedì 18 ottobre 2010.
Ma veniamo al riciclaggio degli pneumatici: dal loro riciclo non si ottengono altri pneumatici ma fibre tessili, acciaio, granulato e polverino di gomma che possono essere utilizzati per la produzione di materiali isolanti, per la realizzazione di prati sintetici ad uso sportivo, per creare pavimenti che attutiscono i colpi di caduta (da utilizzare nelle scuole e nei parchi giochi), con impieghi nelle piste di atletica, nei campi da tennis, nei pavimenti in gomma delle scuderie, negli asfalti, nei pigmenti per gli inchiostri, nelle opere di isolamento in edilizia, per le passerelle pedonali da spiaggia. Pensate a quanta materia prima viene risparmiata riutilizzando la gomma, con una riduzione dell'impatto ambientale davvero incredibile.
Questo è il percorso che si deve seguire per contribuire sia al rispetto dell'ambiente, sia alla lotta all'inquinamento, sia alla risoluzione del problema rifiuti: oltre che contribuire a livello lavorativo. Quante volte abbiamo detto che le attività "verdi" sono un investimento per uscire dalla crisi economica (ma sembra che in italia non lo si capisca): basti pensare che sono sorte in Italia negli ultimi 20 anni circa 50 piccole e medie imprese che si occupano del riciclaggio dei pneumatici, che danno lavoro a ben 15.000 persone con un giro d'affari di circa 300 milioni di euro! In Italia invece si punta sul nucleare e non su come uscire dalla crisi economica...

L'educazione ambientale a scuola

Ieri ho avuto il piacere di partecipare alla festa "AmbienTiAmo" che ha coinvolto la scuola primaria del paese dove abito (Bevilacqua, nella bassa pianura veronese): la festa è stata la conclusione di un percorso durato alcune settimane nel quale le 5 classi della classe primaria sono state impegnate a svolgere attività legate al rispetto dell'ambiente. Agli alunni è stata insegnata la raccolta differenziata, sono state spiegate le energie rinnovabili (elettrica, solare e eolica), è stato profuso il rispetto dell'ambiente, il tutto corredato da composizioni realizzate con alcuni tipi di rifiuti (pezzi di plastica, tappi, ecc...) e da disegni in cui sono illustrate le varie centrali rinnovabili. Davvero incredibile la bravura con cui sono stati realizzati: complimenti alle insegnanti che hanno realizzato tutto questo materiale assieme agli alunni, coadiuvate da personale del servizio di raccolta differenziata della zona.
Ma complimenti soprattutto all'Amministrazione Comunale di Bevilacqua (http://www.comune.bevilacqua.vr.it): un'amministrazione (per il 3° mandato consecutivo di centro-sinistra, vincendo tra l'altro sempre con percentuali bulgare) molto attenta al rispetto dell'ambiente (stiamo sfiorando l'80% di raccolta differenziata!!) che è stata una delle poche in tutto il Veneto a portare questo progetto nelle scuole primarie, realizzato grazie ad un contributo a fondo perduto della Regione Veneto (infatti alla festa era presente anche qualche rappresentante regionale). Il progetto ‘AmbienTiAmo’ fa riferimento al concetto espresso dall’articolo 7 della "Carta dei Principi dell’Educazione Ambientale" che così recita: “L'Educazione Ambientale contribuisce a ricostruire il senso di identità e le radici di appartenenza dei singoli e dei gruppi, a sviluppare il senso civico e di responsabilità verso la res publica, a diffondere la cultura della partecipazione e della cura per la qualità del proprio ambiente, creando anche un rapporto affettivo tra le persone, le comunità ed il territorio" (la "Carta dei Principi dell'Educazione Ambientale" è stata promulgata a Fiuggi dal Ministero dell'Ambiente nell'ottobre del 1997: la potete trovare all'indirizzo http://www.arpa.veneto.it/educazione_sostenibilita/docs/carte/Carta_Fiuggi.pdf). Quindi complimenti ancora all'amministrazione comunale di Bevilacqua: dovrebbe essere di esempio per tutte le altre amministrazioni perchè è alle scuole che si deve insegnare l'educazione ambinetale, è alle scuole che viene formato una persona: anzi, vi dirò di più, una seria riforma della scuola dovrebbe imporre alcune ore settimanali obbligatorie di educazione ambientale ma anche di educazione civica.
La formazione della persona sta nel rispettare l'ambiente in cui abitiamo, nell'avere un senso civico dello Stato, nel rispettare le persone che ci stanno attorno, nell'avere un'etica morale appropriata: sono tutti valori che, ahimè, molti adulti di adesso non hanno. E' arrivato il momento di invertire questa tendenza: l'insegnamento di questi principi alle scuole primarie deve essere considerato come un investimento per il futuro, per poter sperare che le prossime generazioni possano essere in grado di poter condurre lo Stato in maniera seria e di rispettare quell'ambiente in cui viviamo così troppo spesso maltrattato (a discapito della nostra salute, tra l'altro).

domenica 17 ottobre 2010

VERDI: "Il Sole che ride non ride più"

Il Sole che ride non ride più: un giro di parole efficace ma che rappresenta al meglio la situazione del partito dei Verdi oggi in Italia. E questo è il titolo dell'articolo che il settimanale L'Espresso del 2 settembre 2010 ha dedicato all'argomento: la Federazione dei Verdi guidata da Angelo Bonelli (http://www.verdi.it) è uscita letteralmente decimata dalle ultime elezioni, in pratica fuori dal Parlamento sia italiano che europeo, con soli 5 consiglieri regionali. Nelle ultime elezioni, nelle regioni in cui i Verdi si sono presentati con una lista autonoma, hanno raccolto tra lo 0,7 e l'1,7%: incredibile! Il bello (anzi, il brutto!) è che in Europa i Verdi vanno forte, anzi fortissimo: in Germania alle politiche hanno raggiunto il 10,7% e dagli ultimi sondaggi sono addirittura al 20-22% (primo partito a Berlino)!!! In Francia, in occasione delle Europee del 2009, i Verdi hanno raggiunto il 16,3% raggiungendo quasi i socialisti! Come mai in Italia questo non avviene? Chi prima votava per i Verdi, ora per chi potrebbe votare? Bella domanda...
I Verdi racchiudono dentro di sè molti valori ambientali che non si possono trovare negli altri partiti: lotta all'urbanizzazione selvaggia e alla speculazione edilizia, contrarietà alle centrali nucleari e agli OGM, protezione delle risorse idriche, lotta allo smog e ad ogni forma di inquinamento, forestazione, protezione del patrimonio storico-artistico-naturale. In ogni attuale partito italiano c'è qualcosa di "verde": certo, nel centro-destra si tratta prevalentemente di propaganda elettorale, e anche nel PD le idee non sono molto chiare, ma nessuno incarna tutti gli ideali che hanno (anzi, avrebbero...) i Verdi. Che invece dovrebbero essere inseguiti e ricercati da molte persone: perchè il tema è scottante, mai come in questi anni c'è bisogno di una politica ambientale attenta per combattere il cambiamento climatico, l'inquinamento e l'urbanizzazione, soprattutto visti i tagli drastici ai fondi (attuati dal governo) da destinare all'ambiente. Le molte associazioni ambientaliste (Legambiente, WWF, Lipu, Italia Nostra, ecc...) potrebbero ottenere risultati ancora migliori se avessero una rappresentazione politica forte in Parlamento: con un bel numero di parlamentari si potrebbe veramente (e finalmente) cambiare l'Italia, in meglio.
Il segreto del successo dei Verdi in Germania sta in questo: farsi ascoltare dall'associazione delle piccole e medie imprese, creando un rapporto col mondo economico e puntando sul rigore del bilancio e al contempo sul primato dell'ambiente, sul no al nucleare, sui cortei antiatomici e paicifsti, sulle energie rinnovabili. Perchè non si riesce a farlo anche in Italia?
Intanto, l'ex ministro dell'Ambiente Alfonso Pecorario Scanio torna alla ribalta perchè ha creato una propria fondazione, chiamata UniVerde (http://www.univerde.it): ma non bisogna continuare con la frammentazione, bisogna invece chiamare a raccolta tutti quelli che hanno un'anima ambientalista, anche quelli che sono già in altri partiti, e creare una grande campagna a favore dell'ambiente. Solo così si può sperare di ricostruire una forza politica verde in Italia, in grado di poter (ri)entrare in Parlamento, ma con percentuali molto più elevate. Ne abbiamo fortemente bisogno!

Come il CEMENTO aasedia il paesaggio!

Un dossier di Legambiente (http://www.legambiente.eu) riporta dati allarmanti sulla cementificazione in Italia: dal 1995 al 2009 sono state costruite ben 4 milioni di abitazioni, per un totale di 3 miliardi di metri cubi di cemento (sono i dati forniti dall'ISTAT, assolutamente reali visto che ogni intervento edilizio comporta la compilazione di un modulo da inviare appunto all'ISTAT), il che corrisponde a 500 kmq di suolo mangiato in media ogni anno dal cemento (ah, senza calcolare i capannoni...), mentre oggi il consumo di suolo è pari al 7.1% della superficie totale. Bene (anzi, male!): dal 1995 al 2009 la popolazione italiana non è certo aumentata, anzi è rimastra pressochè stabile. E infatti, oggi sono oltre un milione le case vuote nelle soli grandi città, mentre sono aumentate le periferie dequalificate e si contano ancora oltre 110.000 famiglie che negli ultimi due anni sono state sfrattate.
Ho già dedicato numerosi post all'argomento, quindi scusatemi se mi ripeto: per anni si è costruito alla grande senza motivo, solo per sostenere l'economia (che si poteva sostenere in ben altre maniere), in nome del solo profitto economico. Da una parte i costruttori avidi, dall'altra le amministrazioni comunali "costrette" dagli tagli statali ad approvare sempre più lottizzazioni per incassare oneri di urbanizzaione e poi costo di costruzione dai nuovi edifici. Del territorio non gliene frega niete a nessuno: poi però ci stupiamo se ad ogni evento meteorologico intenso succede qualche alluvione o frana che comporta la perdita di vittime umane e danni inestimabili perchè colpiscono zone ad alto rischio idrogeologico (si costruisce in aree dissestate, si condonano opere abusive in aree non adeguate, non si rimboscano i pendii montani incendiati, non si fa manutenzione idraulica, si tombinano fossati, si riduce il terreno permeabile). Al contempo, la costruzione delle nuove lottizzazioni nelle periferie comporta l'abbandono dei centri storici, che pian piano stanno morendo: perchè non riqualificare questi centri storici? Perchè non incentivare il recupero dell'edilizia esistente? Non lo si fa perchè dagli interventi di recupero i Comuni non incassano soldi, e di soldi ne hanno bsogno perchè lo Stato (anzi, il governo Berlusconi) ha tolto l'ICI e non li finanzia più (lo stesso Stato che non taglia sulle Province, non taglia sui costi del Parlamento, spenderà miliardi di euro sulle centrali nucleari, non fa lotta alla corruzione e all'evasione fiscale...).
Legambiente suggerisce infatti un (urgente) approccio nuovo sulle questioni edilizie ed abitative, sostituendo il modello di sviluppo centrato sul mattone con un modello attento all'innovazione energetica e tecnologica che punti al recupero del patrimonio edilizio, fermando così il consumo di suolo naturale e rispondendo lo stesso alla domanda abitiva.
Proprio a proposito della cementificazione sfrenata, pochi giorni fa sul quotidiano la Repubblica è stata pubblicata una lettera di un lettore, indirizzata a Corrado Augias, nella quale lamentava il fatto che il sindaco (di sinistra) della sua città (Camogli), in merito al piccolo giardino di fronte al Teatro Sociale acquistato dal Comune e ceduto ad un privato per farlo cementificare, ha fatto affliggere il seguente manifesto: "Invece di caricare alla comunità i costi della perenne manutenzione del verde si avrebbe la disponibilità di locali riunione più 400.000 euro"!! Sconvolgente: il verde è già poco e, pur di non mantenerlo, lo si cementifica!!! Certo, forse i Sindaci sono arrivati a questo punto per l'incapacità dello Stato a risolvere certi problemi: il governo (soprattutto quello attuale) è più attento alla propaganda elettorale che ad altro... Augias risponde con dati altrettanto sconvolgenti: negli ultimi 10 anni nella sola Campania sono state realizzate 60.000 case abusive, mentre ad Ischia sono stati realizzati 120.000 vani abusivi su una popolazione di 60.000 abitanti!!! 5.500 Comuni italiani (su un totale di 8.094) sono a rischio idrogeologico: in 50 anni ci sono state 470.000 frane con 3.500 morti!!! Che commento dovrei aggiungere oltre a quanto già detto? Non ho più parole: se ne riparlerà alla prossima vita umana spezzata da un alluvione o da una frana.

Il giallo delle ossa di GIOTTO...

Li chiamano i "RIS dei Beni Culturali": si tratta degli studiosi del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici e Culturali, coordinati dallo storico Silvano Vinceti e finanziati da fondazioni bancarie e università, che ha come scopo trovare la verità su alcune vicende storiche usando strumenti diagnostici ed investigativi della scienza. Si tratta di antropologi, medici e genetisti che, partendo da documenti storici, utilizzano analisi del DNA, tac e spettrografie effettute su resti ossei. Ne ha dedicato un articolo "il Venerdì" (l'inserto settimanale del quotidiano la Repubblica) nel numero dello scorso 6 agosto, nell'articolo di Natascia Ronchetti.
Questi RIS sono già arrivati alla soluzione di alcuni misteri storici: per molto tempo si è pensato che il filosofo Pico della Mirandola fosse stato avvelenato e che il filologo e poeta Poliziano fosse morto di sifilide, ma grazie alla spettrometria di massa (tecnica usata in antropologia per rilevare nelle ossa la presenza di metalli pesanti) sono state trovate tracce di arsenico in entrambi, in dosi tipiche dell'avvelenamento, arrivando alla conclusione che ad uccidere i due sia stata la stessa persona. Recentemente i RIS hanno scoperto che questa persona omicida era il filosofo ed umanista fiorentino Marsilio Ficino: è stata infatti trovata una lettera alla biblioteca Laurenziana di Firenze, dell'inizio del 1494, nella quale Pico della Mirandola (anche a nome di Poliziano) minacciava di denunciare Ficino all'Inquisizione per la sua inclinazione verso la magia e l'occultismo. Caso risolto! Giorgio Grupponi (antropologo e docente all'Università di Bologna) afferma infatti che è pur vero che a quell'epoca l'arsenico veniva utilizzato in medicina, ma confrontando i resti ossei di Pico della Mirandola con quelli di un altro individuo sepolto con lui ha dimostrato che la quantità di arsenico presente in Pico della Mirandola era molto più elevata. Utilizzando i metodi della genetica e dell'antropologia non solo si può risalire a quando è morta una persona, ma addirittura alle malattie che aveva avuto!
Altro caso risolto è stato quello di Caravaggio: le ossa trovate presso il cimitero di Porto Empedocle sono proprio le sue. Per molto tempo ci si era fidati solo dei documenti storici: grazie all'esame del Carbonio 14, si è accertato che i resti ossei sono risalenti a circa il 1600 (Caravaggio è morto nel 1610), poi ricostruendo la discendenza dell'artista attraverso il cognome si è risaliti ad una trentina di persone, e confrontando il loro DNA con quello estratto dalle ossa rinvenute si sono trovate molte parti in comune (curiosità: un documento trovato nel 2001 nella parrocchia di Sant'Erasmo a Porto Ercole, nel Grossetano, afferma che Caravaggio morì il 18 luglio 1610 nell'ospedale di Santa Maria Ausiliatrice, dopo due giorni di malattia: sembra però un falso perchè Silvano Vicenti afferma che non ci sono tracce storiche dell'esistenza dell'ospedale, mai citato nei libri della parrocchia, mentre la morte di Caravaggio non fu mai trascritta nel Libro dei Morti per poter così entrare in possesso di suoi dipinti contesi da prelati e principi. Caravaggio morì certamente in luglio, ma non si sa in che giorno).
Ora la nuova impresa dei RIS: risolvere il giallo delle ossa di Giotto, trovate nel 1972 durante alcuni scavi nella cattedrale di Santa Reparata a Firenze (sono rimaste il cranio, parte della mandibola, una tibia e qualche altro frammento). Nel 1995 Francesco Mallegni dell'Università di Pisa arrivò alla conclusione che fossero le ossa di Giotto perchè gli esami avevano confermato che si trattava di ossa di un uomo morto in età avanzata e che avevano assorbito metalli pesanti (piombo e mercurio) usati per i colori dell'attività di pittore. Però qualcosa non quadra: una testimonianza storica del 1549 posiziona la tomba di Giotto a nord della cattedrale, mentre le ossa sono state trovate in una tomba a sud. Inoltre, all'interno della tomba, c'erano monete che non coincidevano con l'epoca della morte di Giotto (morto l'8 gennaio 1337). Per risolvere questi dubbi si ricorrerà ora all'esame del Carbonio 14 e a quello del DNA, seguendo la traccia del cognome. I lavori sono partiti lo scorso mese di settembre: non ci resta che aspettare!

SOLO LA RICERCA CI REGALA IL FUTURO

"Solo la ricerca ci regala il futuro": questo è il titolo di un articolo scritto da Aldo Schiavone sul quotidiano la Repubblica di venerdì 15 ottobre 2010, che fotografa alla perfezione i drastici (e ingiusti) tagli alla cultura italiana (e non solo). In questi giorni Giulio Tremonti (ministro dell'Economia) ha dato il via libera alla sua drastica Finanziaria che, come abbiamo visto, ha sollevato ampie critiche e creato musi lunghi (e non solo) da parte dei ministeri della Cultura, dell'Istruzione e dell'Ambiente per il taglio allo stanziamento dei fondi per la scuola, per la ricerca, per la cultura e per il patrimonio storico-artistico-naturale: semplicemente perchè Tremonti, in questo periodo prolungato di crisi economica, pensa e sostiene che: "La cultura non si mangia". Quindi, per uscire dalla crisi economica, meglio crescere un popolo di ignoranti? Secondo lui, evidentemente sì! Sono allibito: tutte le democrazie europee stanno seguendo (e con ottimi risultati) la strada contraria... Interessante l'analisi di Schiavone nel suo articolo: i tagli di Tremonti sono lo specchio di un Presidente del Consiglio (tale S.B.) che ha in mente un'idea (attuale e futura) del paese fondata sull'esistenza di due Italie, una destinata alla costante regressione, l'altra destinata invece a salvarsi e a stare sempre meglio. Quello che sorprende è che sta lavorando perchè questa frattura tra le due Italie si amplifichi sempre di più, arrivando ad un punto di non ritorno sul quale fondare il caposaldo politivo del post-Berlusconi. Evidentemente non si sta accorgendo che sta inasprendo sempre di più le già esistenti divisioni italiane: geografiche (tra Nord e Sud) e sociali (tra professioni emergenti e il vecchio ceto medio in caduta libera). In tutto questo Tremonti non fa niente per contrastarlo. Vero, la cultura non si mangia, ma con la cultura si mangia: quella preposizione semplice "con" cela il segreto dell'importanza della cultura nel contribuire all'uscita dalla crisi, perchè elimina la successiva negazione "non". Pensate a quate nuove profesisoni (e quindi a nuovi posti di lavoro) si possono creare con la ricerca scientifica (trattenendo in patria gli eccellenti ricercatori italiani), che naturalmente si deve basare su un servizio scolastico (dalla scuola dell'obbligo all'università) sempre migliore (sia per quanto riguarda gli insegnamenti sia per quanto riguarda l'edilizia scolstica da sistemare). Pensate a quanti introiti si potrebbero avere dalla continua valorizzazione dell'immenso patrimonio storico-artistico-naturale italiano (derivanti da musei, riserve naturali e parchi, edifici storici, ecc...). Niente da fare: questi sono campi in cui bisogna tagliare a tutti i costi. Non si possono tagliare le Province (miliardi di euro per pagare e mantenere migliaia di cariche, edifici, ecc..., tra l'altro il numero delle Province continua a lievitare...), non si possono tagliare i costi del Parlamento (poveri parlamentari, gli sono stati tolti 1.000 euro al mese del loro stipendio, ora di euro mensili ne avranno solo 13.000...), non si può consolidare la lotta all'evasione fiscale (miliardi di euro all'anno, ma si tagliano i costi alla polizia che pertanto può intervenire sempre meno), non si può inasprire la lotta alla corruzione (pensate a quanti miliardi di euro vengono bruciati dai conti pubblici per appalti truccati, favoritismi, ecc..., ma si applicano tagli alla giustizia e il problema principale sembra il "lodo Alfano"). No, meglio tagliare i fondi all'ambiente e alla cultura (quanti altri paesi vorrebbero avere il nostro patrimonio storico e naturale!), meglio tagliare i fondi all'istruzione: meglio crescere degli ignoranti, l'ignoranza di massa è quella che è servita a Mussolini per vincere le elezioni per vent'anni, ma abbiamo visto come ha ridotto l'Italia... 16 anni di Berlusconismo abbiamo visto come hanno ridotto l'Italia: ridotta ad un popolo incline al menefreghismo, alla maleducazione, al razzismo, alla corruzione, all'etica sotto i tacchi, ai favoritismi. I tagli certo non aiutano: almeno servissero ad uscire dalla crisi, no, nemmeno da quella! L'unico scopo è quello elettorale, propaganda elettorale...

La valorizzazione delle VILLE VENETE

Il Veneto vanta un numero incredibile di ville antiche, denominate appunto VILLE VENETE: si tratta di oltre 4.000 edifici dall'immenso valore storico-culturale, purtroppo però spesso in decadenza. Esiste un istituto che si occupa di queste ville: è lo IRVV (Istituto Regionale Ville Venete), consultabile al sito http://www.irvv.net. Le ville venete cominciarono a perdere la loro importanza prima con la fine nel 1797 della Serenissima e successivamente con la progressiva decadenza dell'agricoltura in seguito al ridursi della rendita agraria (le Ville possedevano molti ettari di campagna). Durante le due guerre mondiali queste Ville furono spesso utilizzate per scopi militari come sale comando, ospedali militari o addirittura deposito di munizioni: con l'inizio della metà del secolo scorso iniziò il totale inutilizzo di queste Ville e cominciò il loro decadimento. Proprio in quel periodo si cominciò a preoccuparsi della difesa di questo incredibile patrimonio, testimonianza della civiltà veneta antica: si organizzò così una grandissima mostra che girò tutta l'Europa per far conoscere queste ville, mostra che fu presentata come "Mostra denuncia" nel 1953 presso Villa Contarini Simes a Piazzola sul Brenta (vi parteciparono molti uomini di cultura ed enti/associazioni vari). Proprio da qui partì la difesa del patrimonio delle Ville Venete che, come ricordato prima, sono oltre 4.000, quasi tutte di notevoli dimensioni e composte da architettura varia (barchesse, giardini, oratori, nonchè affreschi, stucchi e materiali lapidei: c'è un altro interessante sito su tali ville, http://www.villevenete.net). Nacque anche l'Ente per le Ville Venete, istituito con la Legge n° 243 del 6 marzo 1958: si trattava di un consorzio tra Amministrazioni Provinciali per il Turismo delle province di Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Verona, Venezia e Vicenza (parecchie ville sono anche in Friuli Venezia Giulia) al quale lo Stato Italiano aveva delegato compiti specifici di tutela attraverso l'intervento economico (mutui e contributi) ma anche di competenza, quali l'espropriazione e la salvaguardia, attraverso la presenza di alcuni Soprintendenti nel Consiglio di amministrazione dell'Ente. Spesso purtroppo il contributo economico dei privati non è sufficiente: pensate solo alla manutenzione dell'edificio, al consolidamento dlele strutture, alla messa in sicurezza del manto di copertura, ai sistemi di sorveglianza, alla lotta contro l'umidità (date le grandi dimensioni, è assolutamente difficile e costoso riscaldare questi edifici), fino ad arrivare al pagamento dell'ICI (notevole, tra l'altro: a tal proposito, non si fa pagare l'ICI alle attività in Italia del Vaticano...). Scrivo tutto ciò perchè proprio ieri sabato 16 ottobre 2010 si è tenuto il convegno "La valorizzazione delle Ville Venete: istruzioni per l'uso", tenutosi presso Palazzo Ducale a Venezia e promosso dall'IRVV (di cui sopra). Durante il conveegno sono stati presentati alcuni libri realizzati appunto a sostegno delle Ville Venete, incentrati sulla catalogazione di queste ville, ma si è cercato soprattutto ddi coordinare una collaborazione tra enti e Soprintendenze per sostenere questi edifici. A tal proposito Marino Zorzato, vicepresidente della giunta regionale veneta nonchè assessore alla cultura, ha dichiarato: "La realtà delle Ville Venete è unica al mondo: è un nostro dovere valorizzare questo straordinario patrimonio. In questo impegno bisogna trovare la strada per mettere insieme le necessità pubbliche e il rapporto con i privati che, più che essere aiutati, hanno bisogno di essere considerati".
Verissimo, ma staremo ora a vedere gli esiti di questo convegno: deve essere assolutamente concreto questo impegno delle varie amministrazioni per salvare un patrimonio dal valore storico inestimabile. Non può sempre intervenire il FAI (Fondo Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it, noto per acquistare edifici storici in decadimento per rivalorizzarli), bisogna aiutare i privati pensando ad un nuovo utilizzo di queste ville (museo, sede di esposizioni, centro culturale, ecc...), altrimenti destinate alla morte.

giovedì 7 ottobre 2010

Alluvione in Liguria: se il passato non ha insegnato niente...

Purtroppo siamo ancora qui a parlare dell'ennesimo disastro naturale che ha colpito una parte del nostro paese: questa volta è toccato a Genova e alcune zone ad ovest della città (Sestri Ponente, Varazze e Cogoleto). Ad inizio settimana una valanga di acqua e fango ha investito questi paesi, causando danni ingentissimi e 1 disperso (per fortuna il bilancio delle perdite umane è molto meno disastroso di altre precedenti alluvioni).
C'è da premettere che, come altre volte in passato, si è verificata una precipitazione pluviometrica eccezionale: in un'area molto ristretta sono caduti fino a 400 mm d'acqua in appena 5 ore (vuol dire ben 400 litri d'acqua per metro quadrato), una pioggia di tipo monsonico (si è trattato di un temporale autorigenerante rimasto stazionario sul posto per alcune ore, che è stato alimentato dallo scirocco e con effetti pluviometrici incentivati dalle montagne che si trovano proprio a ridosso del mare e dietro le città costiere). E' naturale che in simili situazioni si verifichino situazioni alluvionali: in questo non c'entra tanto il riscaldamento globale, visto che episodi simili si sono verificati già in passato nella zona e in molte altre parti d'Italia (citiamo Atrani la scorsa estate, Giampilieri in provincia di Messina un anno fa, Sarno nel 1998, tanto per ricordare le più note, ma la lista sarebbe lunghissima). La stessa area genovese ha vissuto in passato situazioni tragiche: nel 1993 Genova venne sommersa da oltre 500 mm d'acqua in poche ore e nel 1970 a Polcevera di mm ne caddero addirittura 984 (quasi un metro!!!) in 24 ore, impressionante, causando decine di vittime.
Ciò premesso, si deve ricordare che questo non deve coprire le vere cause di questi gravi disastri: l'uomo. Ad ogni alluvione se ne parla ma poi tutto va nel dimenticatoio, soprattutto perchè lo Stato fa pochissimo: si continuano a disboscare i pendii delle montagne, non si rimpiazzano i boschi incendiati nelle zone montuose accelerando il dilavamento del terreno, non si demoliscono le tantissime costruzioni presenti negli alvei e nelle golene dei fiumi, si fa scarsa pulizia dei fiumi stessi, si continua a costruire a ridosso dei torrenti, si continuano a mantenere incanalati alcuni torrenti sotto l'asfalto stradale, non si fanno opere di rafforzamento dei pendii montani. Certamente il problema è molto più grande di quel che sembra, e assolutamente difficile da risolvere: tuttavia, se ogni fiume e torrente avesse la sua ampia area in cui sfogare la violenza delle acque sarebbe tutta un'altra cosa, ma ciò non avviene perchè i torrenti continuano ad essere delimitati da edifici, opere abusive o (ancora più grave) condonate che impediscono il libero sfogo delle acque, pendii instabili (e lo si sa) che non vengono rinforzati.
Alla base di tutto ciò ci sta la carenza di fondi, la cronica carenza di fondi, o meglio i fondi che lo Stato destina ad altro invece che alla sicurezza del territorio italiano e dei suoi cittadini: come dicevo nel mio precedente post, si continuano a finanziare i partiti, si continuano ad inviare aiuti al Vaticano (sotto varie forme), non si tagliano enti inutili (tipo le sempre più numerose Province), non si tagliano le spese immense del Parlamento (poverini, gli onorevoli: gli sono stati tagliati 1.000 dei loro 14.000 euro di stipendio mensile...). E intanto l'Italia va letteralmente a rotoli, e molto spesso ci rimettono in vite umane moltissimi cittadini (oltre che a subire danni inestimabili).
I dati sono inquietanti e si commentano da soli: nella sola Liguria, 188 Comuni sono a rischio idrogeologico, nei quali ben l'84% dei loro abitanti vive in aree golenali, in prossimità di alvei e in aree a rischio idrogeologico, e di questi Comuni il 27% ha interi quartieri a rischio e il 53% ha aree industriali in zone a rischio!!!! Basta: è ora di far pagare i colpevoli, e sono lo Stato per i mancati interventi di sistemazione idrogeologica e per i tagli di spesa sempre più folli, e le Amministrazioni Regionali, Provinciali e Comunali che, con varie responsabilità, devastano il territorio con condoni di abusivismi, edificazione selvagge in zone a rischio e mancate manutenzioni. Sono loro i killer di queste nostre vite umane, nessun'altro, neanche l'evento meteorologico eccezionale.

Quando a salvare l'ARTE ci pensa un SMS...

Ecco l'ultima campagna del FAI (Fondo Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it): mandando un SMS al n° 45504 si donano 2 euro al FAI da destinare al recupero di un capolavoro naturale o dell'arte italiana (ma telefondando dalla rete Telecom si possono donare anche somme maggiori). La campagna, iniziata lo scorso 4 ottobre, andrà avanti fino al 31 ottobre 2010. I fondi raccolti serviranno innanzitutto per il recupero di:

  • Villa Fogazzaro, a Oria in Valsolda (vicino a Como), ove visse il grande scrittore Antonio Fogazzaro (autore di "Piccolo mondo antico"), donata al FAI dal marchese Giuseppe Roi, che presto diventerà un museo;
  • Punta Don Diego, nei pressi di Palau (Sardegna), ove insistono alcune fortificazioni militari risalenti al 1797, affidata in concessione per 12 anni al FAI nel 2003;
  • Baia di Ieranto, area incontaminata nella costa meridionale della penisola sorrentina, ove la mitologia indica l'approdo di Ulisse e dove ora è rinata la colonia corallina;
  • Torre Campatelli a San Gimignano, risalente al XII-XIII secolo, che sarà ora oggetto di restauro valorizzando i suoi arredi originari e la cappella privata.

I fondi che saranno avanzati serviranno poi per il recupero di altre opere: inoltre, il 16 ottobre in 25 città italiane ci sarà una ulteriore raccolta fondi da parte del FAI.
La campagna di raccolta fondi del FAI spiega contemporaneamente due aspetti molto importanti del nostro paese: da una parte la valorizzazione dell'immenso patrimonio storico-artistico-naturale dell'Italia, che non ha eguali nel mondo, del valore inestimabile, che presto svelerà quanto gli italiani sono legati a questo patrimonio; dall'altra la denuncia della gravissima situazione dei fondi che lo Stato destina (sempre meno) alla difesa di tale patrimonio.
Oltre al valore in sè della campagna del FAI, il fatto principale è la denuncia che questa campagna svela ai cittadini italiani: oltre ai tagli ai fondi già effettuati in questi ultimi anni, per il triennio 2011/2013 sono previste riduzioni di spesa per ulteriori 174 milioni!!! Chi lo salva questo patrimonio storico-artistico-naturale dal degrado? Lo può, e lo deve, fare solo lo Stato: ricordiamo che lo sancisce la Costituzione, ma nessuno se lo ricorda. La storia italiana, soprattutto recente, è fatta di condoni edilizi, dissesti idrogeologici mai affrontati, urbanizzazioni selvagge, disboscamenti continui, abbandono di edifici storici, ora anche i tagli ai (pochi) fondi. Come dice Ilaria Buitoni, presidente del FAI: "In momenti in cui sembra che si stia perdendo la bussola bisogna ricordarci chi siamo: siamo anche il nostro paesaggio, i nostri beni di arte e natura, pensare al paesaggio significa pensare al futuro". Parole assolutamente condivisibili.
E lo Stato che fa? Il governo Berlusconi, sempre meno sensibile a queste tematiche, anzichè tagliare i finanziamenti dei partiti, le spese folli del Parlamento, le Province, gli enti inutili, i fondi ai giornali di partito e le spese per stampare gli opuscoli del "buon governo" che presto raggiungeranno la casa di 10 milioni (milioni!) di famiglie italiane, taglia i finanziamenti alla polizia, alla scuola, all'arte e al territorio. Non vi sembra abbastanza per dare ancora fiducia a un governo che sta portando l'Italia alla devastazione, oltre che etica, anche culturale e naturale?