giovedì 19 maggio 2011

Se anche la Chiesa è per la PRIVATIZZAZIONE dell'acqua pubblica...

Ricevo oggi una notizia dal Comitato di Verona a favore del SI' per il referendum sull'acqua pubblica (http://www.acquabenecomuneverona.org) che mi lascia sconcertato.
Già TV e giornali stanno letteralmente disertando la campagna pro-referendaria: non ne parla proprio nessuno. E chi ne parla dice degli strafalcioni o volutamente ci rema contro...
Cosa è successo? Monsignor Bruno Fasani, nella sua rubrica “Risponde mons. Bruno Fasani” apparsa il 15 maggio 2011 sul settimanale diocesano “Verona Fedele” (di cui è Vicedirettore), ha scritto: “Quando si parla di privatizzazione deve essere chiaro che l’acqua non sarà mai dei privati. Resterà bene pubblico di proprietà dello stato e perciò di tutti”.
E' un fatto grave che la Chiesa (o almeno una parte di essa) si esprima sul referendum sull'acqua pubblica creando ancora più confusione. Il Comitato Veronese è (giustamente) insorto: per questo Vi invito ad inviare (tramite un mailbombing) nelle giornate di giovedì 19, venerdì 20 e sabato 21 maggio agli indirizzi elencati la lettera che segue (non dimenticate di firmare con nome del gruppo/associazione/comitato e riportare luogo e data, da estendere anche ai propri amici e contatti). Gli Indirizzi per il MAILBOMBING nei giorni di GIOVEDÌ 19 - VENERDÌ 20 - SABATO 21 sono i seguenti: vrfedele@tin.it, brunofasani@tiscali.it, vescovo@diocesivr.it, vicariogenerale@diocesivr.it, vicariopastorale@diocesivr.it, vicariocultura@diocesivr.it, ufficiostampa@diocesivr.it, p.c.: mailbombingacqua@gmail.com. Ecco il testo integrale della lettera da inviare.

OGGETTO: Mons. Fasani è poco informato. Il vescovo prenda posizione.

Al direttore di Verona Fedele Margoni don Alberto
Al vicedirettore di Verona Fedele Mons. Bruno Fasani
Al vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti
Ai vicari della diocesi di Verona

In riferimento alla rubrica “Risponde mons. Bruno Fasani” apparsa il 15 maggio 2011 sul giornale “Verona Fedele” in cui il vicedirettore del settimanale diocesano pretende di fare chiarezza sui quesiti referendari in tema di acqua pubblica, riteniamo che il suo intervento è tutt’altro che chiarificatore anzi confonde ancor di più l’opinione pubblica, in quanto afferma: “Quando si parla di privatizzazione deve essere chiaro che l’acqua non sarà mai dei privati. Resterà bene pubblico di proprietà dello stato e perciò di tutti”. Ricordiamo che nel 1992 nella conferenza delle Nazioni Unite di Dublino, i poteri economici e politici dei paesi del Nord hanno affermato che l’acqua doveva essere considerata un “bene economico”, quindi una merce da poter vendere e comprare, facendone profitti. Dal 1993 la Banca Mondiale ha imposto questo modello, definendolo “gestione integrata delle risorse idriche”, definendo il criterio del recupero totale dei costi a partire dalla remunerazione del capitale investito dai privati. Questo modello costituisce la spina dorsale della Direttiva Quadro Europea sull’Acqua del 2000 ed è alla base della legge Galli italiana sull’acqua del 1994 e dell’attuale spinta alla privatizzazione della legge Ronchi. In tal senso è mistificatorio distinguere tra proprietà dell’acqua e sua gestione se per poterne accedere si deve pagare un prezzo dettato dalle leggi di mercato. L’accesso all’acqua potabile per tutti sancito come diritto nella dichiarazione dell’Onu del luglio 2010, non può essere garantito dalla libera concorrenza. Non è vero neppure che la gestione privata è più efficiente. L’esperienza maturata da diverse città e comuni italiani che adottano modalità di gestione diretta dei servizi pubblici locali dimostrano che le gestioni virtuose esistono. Città importanti come Milano o Verona, hanno fatto registrare “range” elevati di efficienza, efficacia, economicità, con tassi di perdita compresi tra il 10-15%, investimenti crescenti negli anni e tariffe tra le più basse in Italia.
“Privatizzare vuol dire affidare la distribuzione dell’acqua a ditte concorrenti tra loro, le quali hanno l’obbligo sia di assumere per concorso e soprattutto, giocandosi gli appalti in concorrenza quello di calmierare i prezzi verso il basso”. Questa è un’affermazione ideologica. Il servizio idrico è un monopolio naturale. In un territorio passa un unico acquedotto per cui non è possibile creare un mercato dei servizi idrici, né creare la concorrenza nella gestione del servizio. Di conseguenza, la gestione è necessariamente monopolistica. La gara, serve solo a determinare chi sarà il futuro monopolista privato, che potrà dettare per i prossimi 25-30 anni tutte le condizioni di erogazione e costi del servizio rispondendo solo alla legge del profitto attraverso un chiaro aumento delle tariffe. I Comuni e lo stesso Stato saranno espropriati del controllo diretto degli acquedotti che nel corso della storia sono stati realizzati con la fiscalità generale a cui hanno contribuito generazioni di italiani, in questo senso si può parlare di predazione (furto) dell’acqua e quindi della vita. E nella ipotesi in cui le fonti o le falde si esauriscano, i monopolisti privati abbandoneranno la gestione lasciando le comunità locali senz’acqua come già accaduto in India.
“Quanto questo sistema si presti alle inefficienze e al clientelismo Dio solo lo sa. […]I politici ne hanno fatto delle vere e proprie riserve elettorali, attraverso assunzioni che sono di fatto voto di scambio”. Non neghiamo il problema del clientelismo presente da sempre in tutti i settori (anche in parlamento si possono “comperare” i voti). L’assenza di una cultura pubblica di servizio al bene comune è una responsabilità dell’attuale classe politica, di destra come di sinistra. Non esiste nessuna correlazione tra gestione pubblica e corruzione più di quanto nelle gestioni affidate ai privati. Tuttavia nel caso di una gestione non efficiente del servizio da parte di società a totale controllo pubblico, i cittadini hanno la possibilità,attraverso il proprio voto, di non rinnovare il mandato al Sindaco e ai consiglieri comunali. Se invece la gestione viene affidata ad una società mista o ad un privato per 20/30 anni successivi, pur attraverso gara, i singoli cittadini, anche se diventassero azionisti, non hanno alcuna possibilità di cambiare le cose, se non quello di inoltrare un ricorso e/o reclamo magari tramite un “call-center”.
Alla luce di quanto sopra, chiediamo pertanto una rettifica delle affermazioni, invitando a ribadire con forza l’importanza di andare a votare il 12 e 13 giugno per dire si all’acqua gestita come bene comune fuori dalle leggi di mercato.
Ci aspettiamo inoltre una presa di posizione chiara da parte del vescovo di Verona, che smentisca la mancata adesione al documento sottoscritto dalle diocesi italiane aderenti alla campagna "Acqua: dono di Dio e bene comune".
Cordiali saluti.

COMITATO/GRUPPO/ASSOCIAZIONE___________________oppure NOME COGNOME ________________ CITTÀ/PAESE _______________________ DATA______________


E' quindi giusto, anzi doveroso, che tutti facciano sapere la propria disapprovazione a Monsignor Fasani e fare in modo che il week-end 12-13 giugno vada a votare il maggior numero di italiani, perchè siamo noi a decidere del nostro destino. SIAMO NOI LO STATO!

SORPRESA: gli italiani non hanno più la “sindrome di Nimby”!

Che cos'è la “Sindrome di Nimby”? Con NIMBY (che è l'acronimo inglese per Not In My Back Yard, letteralmente "Non nel mio cortile") si indica un atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, centrali nucleari, depositi di sostanze pericolose, ecc...
Gli italiani hanno spesso sofferto di questa sindrome: credo però siano giustificati in questa loro preoccupazione, visto come nei decenni si sono comportate le istituzioni e i vari organi competenti nello scegliere i siti per la costruzione di particolari impianti e vista la furbizia con cui sono stati costruiti (vedi storie di appalti truccati, tangenti, materiali da costruzione scadenti, mancato rispetto delle regole ambientali, ecc....).
Ora però una ricerca fa affiorare qualcosa di diverso: la terza indagine sulla cultura dell'innovazione, ideata dal mensile Wired (http://www.wired.it) assieme alla Cotec (ovvero la Fondazione per l'innovazione tecnologica presieduta dal Capo dello Stato, http://www.cotec.it/it), e realizzata dall'Irpps-Cnr su un campione di 2.000 persone, ci dice che:
  • una larga maggioranza degli intervistati vuole sistemi di trattamento di rifiuti più efficienti e a minor costo ambientale;
  • il 55% è addirittura a favore di un termovalorizzatore nel proprio Comune (ma non di un inceneritore);
  • il 70% è comunque contrario alle centrali nucleari;
  • il 90% è decisamente favorevole all'uso delle cellule staminali;
  • il 75% spera di poter utilizzare in futuro l'auto elettrica;
  • il 47% è contrario alle coltivazioni OGM (anche se questa percentuale si abbassa al 40% se queste colture dovessero servire per combattere la fame nel mondo).
Il direttore di Wired, Riccardo Luna, commenta: “Da questa ricerca emerge un paese molto più evoluto e maturo del dibattito che lo rappresenta. Si è fatto un gran battage sul proliferare della sindrome Nimby, ma la maggior parte degli italiani è pronta a scommettere sull'innovazione tecnologica, sulla ricerca, sulla difesa dell'ambiente. C'è una domanda di futuro a cui francamente vedo offrire poche risposte da parte della politica e del mondo industriale”.
Alla domanda su quali fonti energetiche dovrebbe investire il nostro paese, gli italiani hanno risposto per il 40% il solare, il 25% l'eolico, il 12% il recupero energetico da trasformazione di rifiuti, l'11% l'idroelettrico, solo l'8% il nucleare e addirittura solo l'1% i combustibili fossili! Sul nucleare e sugli inceneritori c'è inoltre da sottolineare che comunque le persone critiche non limitano il loro giudizio negativo all'area in cui vivono, ma sono contrari in linea di principio e ovunque. Sempre sul nucleare, è inoltre da notare come gli italiani fossero già decisi sulla contrarietà al nucleare già prima dell'incidente giapponese: certo, le opinioni sono cambiate dopo il disastro di Fukushima ma senza modificare in maniera sostanziale un atteggiamento che era già nettamente contrario (le preoccupazioni a tal proposito riguardano le scorie radioattive, la sicurezza dei reattori e l'errore umano).
Bene, anzi male, perchè esiste solo un problema: che, purtroppo, non siamo noi a decidere le sorti del paese (come dovrebbe essere), ma lo fa la dannata politica, soprattutto questi politici attuali che fanno tutto fuorchè il nostro bene (vedasi le scelte sul nucleare, sugli inceneritori, sul fotovoltaico, ecc...). Forse soffriamo di una "Sindrome da politica"...

mercoledì 18 maggio 2011

PENDOLO DI FOUCAULT influenzato dalle onde dell'Adriatico!

Prima di commentare la notizia, facciamo una breve cronistoria del famosissimo Pendolo di Foucault. Più scienziati nel corso dei secoli avevano cercato di dimostrare la rotazione terrestre: Copernico, Galilei, Newton, Guglielmini (che ci provò dalla Torre degli Asinelli di Bologna, ma era influenzato dall'aria), infine Foucault. Fu proprio quest'ultimo a scoprire e dimostrare (tramite la variazione dell'accelerazione di gravità con la latitudine) l'appiattimento della Terra ai Poli e quindi la sua rotazione. Fu così che nel 1851 Foucault ideò il suo pendolo: la proprietà del pendolo è quella di conservare il proprio piano di oscillazione quando è soggetto alla sola forza di gravità (eliminate perciò le forze di attrito ed altre forze esterne). Foucault attaccò un pendolo lungo 67 metri alla cima del Pantheon di Parigi (la sfera di bronzo pesava 28 kg): il piano di oscillazione del pendolo sembrava ruotare apparentemente in un tempo pari a T = 24h / sin f (dove f è la latitudine del luogo). Scriveva Foucault all'indomani di quella sorprendente scoperta: "Il fenomeno si sviluppa con calma: è fatale, irreversibile... Si sente, vedendolo nascere e intensificarsi, che non è possibile per lo sperimentatore affrontarne o ritardarne la manifestazione... Ogni uomo davanti ad un tale fatto... per qualche istante rimane pensoso e silenzioso e si ritira quindi recando in sè il senso pressante e vivissimo del nostro incessante movimento nello spazio".
A distanza di decenni, arriviamo ora alla notizia: siamo nella Basilica di San Petronio (la chiesa principale di Bologna, su Piazza Maggiore), dove il pendolo installato (inaugurato da Umberto Eco) è in funzione di moto perpetuo dal 2005, indicando così la rotazione della Terra. Tale pendolo oscilla tenuto da una corda lunga 19 metri e mezzo fissata alla navata della basilica, e il periodo di oscillazione è di poco più di 8 secondi: la boccia è di rame e contiene all'interno alcune parti di metallo, pesa circa 10 kg ed ha una circonferenza di 40 cm. Tuttavia in questo tempo si sono riscontrate alcune imprecisioni rispetto al piano di oscillazione. In un primo tempo si pensò ad un errore dei progettisti, ad alcuni misteri scientifici o a qualche legenda. Ma dopo lunghe ricerche effettuate dagli ideatori del pendolo, ovvero i due fisici Romano Serra del laboratorio di Fisica all'Alma Mater e Giorgio Zucchelli, si è arrivati a scoprire che la forza oscura che rallentava in alcuni giorni il pendolo di Foucault era quella delle onde dell'Adriatico! La notizia è stata pubblicata ieri sul quotidiano la Repubblica (nella parte dedicata a Bologna), nell'articolo a firma di Luca Sancini.
Proprio così: se il mare Adriatico è in burrasca, il pendolo impiega più di 24 ore a compiere tutto il piano di oscillazione, sforando anche di dieci minuti. Praticamente questo pendolo è un sismometro, che durante il suo moto risente delle vibrazioni in bassa frequenza, trasmesse dalle onde marine del mare Adriatico che si infrangono sulla costa. Spiega infatti il fisico Serra: “Abbiamo verificato, grazie ai dati continuamente rilevati dalla boa a largo di Cesenatico e alle rilevazioni del sismografo all'interno del Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto che se l'altezza delle onde resta sotto i 30 cm la velocità del piano di rotazione è perfetta, se le onde arrivano ad un metro la rotazione ne risente in maniera evidente, a volte fino a quasi fermarsi. Non lo abbiamo ancora verificato ma pure le mareggiate del Mar Tirreno potrebbero sentirsi sul pendolo”.
Davvero interessante e sorprendente questa scoperta scientifica: una scoperta che, tra l'altro, sta attirando anche molti turisti nella basilica bolognese (http://www.sanpetronio.com), già notoriamente visitata.

martedì 17 maggio 2011

VENETO: A.R.P.A.V. in dissesto economico...

Lo scorso 13 maggio 2011 è uscito un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) relativo al dissesto economico in cui versa l'A.R.P.A. della Regione Veneto (http://www.arpa.veneto.it).
Ricordiamo che l'ARPA è l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente. Il 18 aprile 1993 un referendum abrogò le competenze del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e delle Unità Sanitarie Locali (USL) nel campo del controllo e della prevenzione ambientale: si creò in questo modo un vuoto di competenze che fu colmato dal Parlamento con la Legge n° 61 del 21 gennaio 1994 di conversione del terzo Decreto Legge n° 496/93, che affidò tali compiti ad apposite "Agenzie Regionali" deputate alla vigilanza e controllo ambientale in sede locale. La Legge n° 61/94 istituì inoltre l'ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente), poi APAT (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i servizi Tecnici) e oggi ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con l'incarico di indirizzo e di coordinamento delle Agenzie regionali e delle Agenzie delle Province autonome. Le funzioni delle ARPA possono così essere classificate: controllo del rispetto della normativa vigente e delle prescrizioni contenute nei provvedimenti emanati dalle Autorità competenti; supporto tecnico agli Enti titolari di funzioni di programmazione e di amministrazione attiva in campo ambientale; sviluppo di un sistema informativo ambientale che sia di supporto agli Enti istituzionali ed a disposizione delle formazioni sociali interessate. Accanto alle funzioni tradizionali di "controllo e vigilanza", dalla legge vengono affidati al "sistema delle agenzie ambientali" nuovi compiti di monitoraggio, elaborazione e diffusione dei dati ambientali nonché di elaborazioni e proposte tecniche (limiti di accettabilità, standars, tecnologie ecologicamente compatibili, verifica dell'efficacia "tecnica" delle normative ambientali, ecc.). Negli anni successivi tutte le regioni italiane e le province autonome si sono dotate di proprie Agenzie e oggi esistono 19 Agenzie regionali e 2 Agenzie delle province autonome.
Fatto questo doveroso preambolo, il comunicato stampa è relativo a questa notizia: I TAGLI DEI FINANZIAMENTI E DELLE SEDI PERIFERICHE DI ARPAV METTONO IN PERICOLO I CONTROLLI AMBIENTALI NEL VENETO. LEGAMBIENTE: "VENGANO INDIVIDUATI I RESPONSABILI DEL DISSESTO FINANZIARIO DELL’AGENZIA REGIONALE". Ecco il testo intergrale del comunicato stampa.
"In una recente audizione in Consiglio Regionale del Veneto il nuovo direttore generale dell’ARPAV Carlo Pepe ha anticipato alcuni contenuti del piano di riorganizzazione che l’Agenzia regionale sta mettendo a punto e che prevede, in particolare, la riduzione delle sedi, con la chiusura di 18 delle 45 attualmente operanti. “Una riduzione – commenta Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto – che rischia di mettere in ginocchio i controlli ambientali nella nostra regione. Se il nuovo direttore vuole fare dei tagli, inizi dagli sprechi della passata gestione ed eventualmente tagli i dirigenti in eccesso, ma non tocchi le sedi periferiche che consentono di monitorare il territorio e di intervenire celermente in caso di rischio ambientale”. La situazione – che è stata presentata in VII Commissione Consiliare – è a rischio insolvenza. Le prime stime quantificano in 60 milioni di euro i soldi necessari per rimettere in ordine i conti di ARPAV. Nelle casse dell’Agenzia mancano all'appello, infatti, 12,4 milioni di euro per la riduzione dello stanziamento nel bilancio regionale 2011, oltre a 22 milioni di debiti verso fornitori, 27.5 milioni di euro di debiti futuri (prossimi tre anni) per le operazioni di acquisto delle nuove sedi di Vicenza e Belluno, del battello oceanografico e per i contratti di global service, 11 milioni di euro di crediti dalla Regione, oltre a 13,8 mln di € di debiti verso il personale. “Il dissesto dell’ARPAV – ricorda Bertucco - ha però dei responsabili, il primo dei quali è sicuramente l'ex Direttore Generale Drago, ma molte responsabilità stanno in capo a chi doveva vigilare e non l'ha fatto. Dov'era la Giunta regionale quando in ARPAV si facevano scelte immobiliari e non operative o acquisti faraonici come il battello per indagini marine? Chi doveva controllare queste scelte e le modalità con cui si sono attuate?” “Si rischia - conclude il Presidente di Legambiente Veneto – di mettere a repentaglio una delle migliori agenzie di protezione ambientale d'Italia per quanto riguarda il monitoraggio e la prevenzione e dilapidare questo patrimonio sarebbe una scelta gravissima da parte della Regione. Bisogna tornare allo spirito della legge istitutiva dell’ARPAV (L.R. n. 32 del 1996) che assegnava all’Agenzia in via principale le funzioni di controllo e di monitoraggio del territorio veneto.”
Ecco i soliti tagli indiscriminati per far quadrare i conti: non si ha il coraggio (anzi, non si vuole...) di tagliare le spese e gli enti inutili (vedi Province, ad esempio) e i primi settori a cui si tagliano i fondi solo l'ambiente, l'istruzione e la cultura! Ah, questo è proprio un Governo (ir)responsabile: la Germania, facendo il contrario, ha oggi un Pil che sfiora il 5% (l'Italia solo l'1%...). E della nostra salute non importa niente a nessuno.

VENETO: armi spuntate per la lotta alle Ecomafie

Ecco qui un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) dello scorso 13 aprile 2011, relativo allo schema di Decreto Legislativo elaborato dal Governo che recepisce le Direttive Europee 2008/99 e 2009/123, dando seguito all'obbligo imposto dalla Ue di tutelare penalmente l’ambiente. A tal proposito Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto, ha affermato: "ARMI SPUNTATE PER LA LOTTA ALLE ECOMAFIE". Ecco perchè: di seguito il comunicato stampa integrale.
"L’Italia, che contrariamente a molti Paesi europei, sconta fenomeni di ecomafia e di criminalità ambientale gravissimi e del tutto sconosciuti altrove, avrebbe dovuto sfruttare l’occasione della Direttiva europea per porre un freno a questa situazione. Ma il recepimento della Direttiva, invece, è ben lontano da questo obiettivo. Se lo spirito europeo era, infatti, quello di assicurare un’adeguata tutela penale dell’ambiente, individuando una lunga serie di reati ambientali da punire con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, il nostro Paese l’ha recepito in modo assolutamente fiacco, elaborando una legislazione penale ambientale solo di facciata, completamente inefficace e scarsamente deterrente. Con questo schema di decreto i crimini ambientali continueranno, quindi, ad essere puniti solo con sanzioni di tipo contravvenzionale, peraltro di scarsa portata, con tempi di prescrizione bassissimi, l’impossibilità di usare adeguati strumenti investigativi e di chiedere rogatorie internazionali. Caratteristiche, queste, che pongono il nostro Paese palesemente in contrasto con i principi e lo spirito della Direttiva europea".
Spiega Bertucco: "In Veneto significa favorire ulteriormente i criminali ambientali e sottoporre il territorio a nuovi rischi legati al ciclo dei rifiuti e al ciclo del cemento". Secondo l’analisi di Legambiente, nello schema di decreto i reati ambientali continuano ad essere considerati di serie B dal momento che chi li compie rischia poco o praticamente nulla. Se per un piccolo furto, infatti, in Italia si incorre in un processo per direttissima, nel caso di crimini ambientali la clemenza del legislatore continua ad essere massima. E’ per questo che alcuni imprenditori mettono già in bilancio l’eventualità di dover pagare qualche spicciolo per essere stati scoperti.
E’ il caso, ad esempio, del reato di discarica abusiva per cui si prevede solo l’arresto da tre mesi a due anni (misura cautelare praticamente mai applicata) e una risibile ammenda da duemilaseicento a ventiseimila euro. Così come, chi ‘cagiona l'inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio’, che sostanzialmente, quindi, avvelena l’ambiente, rischierà l'arresto da sei mesi a un anno e l'ammenda da duemilaseicento a ventiseimila euro, se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall'autorità competente. E’ chiaro che a chi inquina converrà pagare questa piccola multa, piuttosto che sostenere i costi altissimi – circa 200.000 euro a metro quadrato – per la bonifica del territorio.
Stesso discorso per l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti di natura industriale in ambiente che, per una lunga serie di casi, è punibile al massimo con un’ammenda di 1.032 euro o scarico di acque reflue industriali per cui si rischia di pagare al massimo 52.000 euro. Cifre molto modeste che non fungono da deterrente per aziende che fatturano milioni di euro, e che il recente schema di decreto approvato dal governo non ha modificato.
La Direttiva 98/2009, inoltre, non prevede nulla per i reati nell’ambito del ciclo del cemento. Così la legislazione italiana, non elaborando niente di specifico, lascia senza un’adeguata tutela il paesaggio e la fragilità geomorfologia e urbanistica dei territori, mentre tutela chi costruisce abusivamente, ex novo o parzialmente, perchè non punibile con la reclusione. Per chi realizza cave illegalmente l’ammenda massima rimane infatti di 1.032 euro, mentre per l’abusivismo edilizio l’unico deterrente è costituito dall’eventuale demolizione, evento, peraltro, quanto mai eccezionale.
Secondo Legambiente Veneto dal decreto emerge, dunque, un solo un passo positivo di rilievo, ossia l’introduzione nel nostro ordinamento della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Queste, finalmente, saranno chiamate a rispondere con il proprio capitale per i reati ambientali. Fino ad oggi tale responsabilità, prevista dal decreto 231/2001 non era prevista per gli illeciti ambientali, è quindi merito dell’Ue se si risolve una palese ingiustizia ai danni dell’ambiente. Altra novità, di piccola portata, è invece la previsione della tutela dell’Habitat già protetto: in concreto, ciò permetterà una migliore applicazione del principio di tutela di aree già vincolate.
"Lo schema di Decreto approvato dal Governo fa compiere un passo avanti e due indietro verso una riforma che Legambiente definisce di ‘civiltà’ – conclude Bertucco - Se infatti riconosce la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche rimane su un piano sanzionatorio blando e non delittuoso, lasciando pene assolutamente inefficaci. Una riforma efficace, dunque, sarebbe quella che prevede l’introduzione nel Codice penale dei delitti contro l’ambiente, condannando con pene reclusive, crescenti in base alla gravità degli illeciti, l’inquinamento ambientale, la frode, il disastro, il delitto di ecomafia. Di tutto ciò non c’è traccia nel nuovo schema di Decreto e nemmeno un barlume di discussione all’interno della compagine governativa, nel mondo politico. Discussione che, invece, avrebbe dovuto coinvolgere, non solo i tecnici e gli esponenti del governo, ma anche gli addetti ai lavori, magistrati, le forze dell’ordine e le associazioni ambientaliste".
Direi che la situazione continua ad essere allarmante e questo governo nulla fa (anzi...) in difesa del nostro territorio: prevalgono semprte e solo gli interessi economici...

Referendum sul NUCLEARE in Sardegna

Voglio pubblicare il comunicato stampa di oggi di Legambiente (http://www.legambiente.it), realizzato dal Presidente Vittorio Cogliati Dezza e relativo agli esiti del referendum che si è tenuto ieri in Sardegna (unitamente alle elezioni amministrative) a proposito delle centrali nucleari. Ecco il testo integrale del comunicato stampa.
"Carissimi,
il successo del referendum contro il nucleare in Sardegna è un fatto di assoluta rilevanza nazionale. Nonostante l'opera di disinformazione (molti credono che il referendum sia già saltato e che comunque sia inutile) e di mancata informazione (il regolamento per la Rai e le relative trasmissioni informative sono partite con qualche settimana di ritardo) i cittadini sardi hanno di gran lunga fatto superare il quorum (bastava il 30% degli aventi diritto) riversandosi a votare ben al di là dei luoghi dove c'erano le amministrative e raggiungendo la quota del 60%. E ben il 98% ha votato contro il nucleare. E' per noi un grande successo, raccogliamo i frutti di un lavoro continuo e costante realizzato sul territorio, é per noi la conferma di quello che stiamo dicendo da mesi: gli italiani non vogliono il nucleare. Ora dobbiamo diffondere ovunque questo risultato. Partecipiamo e coinvolgiamo quanta più gente possibile nelle catene umane 'per chiudere il nucleare' del 21 prossimo (a Montalto il 22). Dobbiamo chiedere ai sindaci che vanno al ballottaggio di pronunciarsi. Fateci sapere (a noi e al Comitatro Vota SI per fermare il nucleare) le iniziative che organizzate, le azioni che vi inventate. Ad oggi ancora non siamo sicuri che il referendum sul nucleare si farà, è peró per noi fondamentale usare questi giorni per parlare con la gente e diffondere l'informazione sui referendum, perchè comunque, anche se la truffa andrà in porto e la maggioranza di governo scipperà il referendum sul nucleare, sarà molto importante che il 12 e 13 giugno gli italiani vadano a votare in massa. Ancora una volta la storia ci sta dando ragione e noi dobbiamo rendere irreversibile il passo indietro che il Governo ha fatto per liberare definitivamente l'Italia dal nucleare".
Si tratta di un comunicato molto importante: voglio diffondere le richieste di Legambiente perchè è giusto che ogni cittadino sappia. Io da alcuni anni faccio parte di un circolo di Legambiente: si tratta del circolo PERLA BLU (http://www.perlablu.it, di cui sono Segretario) di Cologna Veneta (VR) e in questi mesi ci stiamo impegnando nella campagna pubblicitaria per il referendum (a favore del SI'), tanto che facciamo parte sia del COMITATO VERONESE CONTRO IL NUCLEARE di Verona (http://votasifermiamoilnucleare.wordpress.com) sia del COMITATO ANTINUCLEARE BASSO VERONESE (http://comitatoantinuclearebassoveronese.blogspot.com): tutti possiamo fare la nostra parte, insieme si possono fare grandi cose e decidere le sorti del nostro paese. VOTA SI' AL REFERENDUM CONTRO IL NUCLEARE! E NATURALMENTE ANCHE AGLI ALTRI 3 QUESITI REFERENDARI (due sull'acqua pubblica e l'altro sul legittimo impedimento).

mercoledì 11 maggio 2011

Siti UNESCO in sofferenza in Italia...

Conosciamo purtroppo lo stato di degrado in cui versano molte opere del nostro immenso ed inestimabile patrimonio storico-artistico-naturale italiano, che non ha eguali nel mondo. Lo scorso 13 aprile 2011 è uscito un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) intitolato "Settimana della Cultura: in Italia e nel Veneto oltre la metà dei siti Unesco è in sofferenza. Legambiente racconta i mali dei luoghi patrimonio dell’Umanità nel dossier 'Unesco all’italiana'". Ecco il testo integrale del comunicato stampa.
Rappresentano un capolavoro del genio umano, sono esempi eccezionali di arte, architettura e natura, in grado di raccontare la cultura e la storia di una civiltà esistente o scomparsa. Sono luoghi e opere uniche al mondo e per questo rientrano nella lista dei beni patrimonio dell’Umanità stilata dall’Unesco, che le seleziona secondo criteri molto stringenti . L’Italia è tra i Paesi al mondo che ne possiede di più, ma troppo spesso, dopo aver ottenuto il prestigioso titolo, lascia questi tesori al proprio destino, senza fondi per il mantenimento e a volte senza alcun tipo di cura. Nella settimana dedicata alla cultura Legambiente richiama l’attenzione sulle emergenze dei siti italiani patrimonio dell’Umanità con il dossier Unesco all’italiana e chiede che il riconoscimento attribuito dall’organizzazione delle Nazioni Unite sia valorizzato meglio e non rimanga solo sulla carta come spesso avviene. Dei quarantacinque siti Unesco italiani, infatti, oltre la metà (23) è afflitta da situazioni critiche più o meno gravi che ne mettono a repentaglio il futuro. Tra questi ci sono beni paesaggistici unici al mondo come la costiera Amalfitana, un tratto di costa che tutto il mondo ci invidia, dove dilagano abusivismo edilizio ed emergenza rifiuti; le isole Eolie, paradisi della natura forgiati dal vento e dal fuoco quotidianamente minacciati da interessi speculativi e ipotesi di nuovo cemento; il parco nazionale del Cilento assediato dall’illegalità edilizia; la laguna di Venezia, un sistema fragilissimo insidiato dall’erosione, l’inquinamento marino, le acque alte e la pesca abusiva. In pericolo anche aree archeologiche di straordinario interesse come Agrigento, Siracusa e la necropoli rupestre di Pantalica, le necropoli etrusche di Cerveteri e le famosissime Pompei ed Ercolano che lottano quotidianamente contro il degrado, l’emergenza crolli, i rifiuti, gli abusi edilizi e la scarsità di servizi. “L’Italia e il Veneto hanno la fortuna di custodire un patrimonio di arte, cultura e storia unico e irriproducibile, che incarna la nostra stessa identità nazionale – sottolinea Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – ed è molto doloroso constatare, in molti casi, la totale incapacità di tutelarlo e valorizzarlo come grande ricchezza culturale e anche come chiave di uno sviluppo nuovo. Parliamo di monumenti e luoghi simbolo del nostro Paese, famosi in tutto il mondo, che rappresentano in un certo senso anche l’unione dell’Italia di cui quest’anno ricorrono i 150 anni. Un patrimonio per l’intera umanità che, una volta riconosciuto come tale, viene lasciato nell’abbandono, alla mercé di auto, inquinamento e nuovi edifici, figuriamoci che ne è dei beni cosiddetti ‘minori’, quelle migliaia di chiese, opere d’arte e monumenti che costellano ogni angolo della penisola e di cui ci occupiamo da anni con la campagna Salvalarte”. Tra i principali mali che incombono sui siti Unesco italiani, Legambiente segnala automobili e traffico, una vera ‘spada di Damocle’ sulla testa di molti posti straordinari come i Sassi di Matera dove il recupero e la rivitalizzazione degli antichi rioni è ferma da tempo mentre si progettano nuovi parcheggi, oppure i centri storici di alcune delle più importanti città d’arte del Paese come Roma, Napoli, Verona, Siena e Urbino: musei a cielo aperto, soffocati da smog, veicoli ovunque e inquinamento, dove si progetta e si realizza il ‘nuovo’ senza interessarsi troppo di quello che esiste da secoli. Lo sviluppo urbanistico eccessivo è anche l’incubo di Assisi e di altri siti francescani, del villaggio industriale di Crespi d’Adda e dei Sacri Monti della Lombardia, mentre l’incuria, la scarsa manutenzione e a volte il malcostume stanno seriamente mettendo in pericolo gioielli, archeologici, architettonici e artistici come la Villa del Casale a Piazza Armerina, Villa Adriana a Tivoli, Castel del Monte, i Monumenti paleocristiani di Ravenna, la Reggia di Caserta e le Residenze Sabaude. “Il recupero e della valorizzazione dei beni culturali può diventare l’asse portante di un diverso sviluppo del turismo - conclude Michele Bertucco - che porta lavoro e benessere e al tempo stesso promuove l’attenzione e l’amore degli italiani verso i tesori d’arte. Un Paese civile non può lasciare che simili tesori scompaiano sotto l’ombra del degrado, sono un patrimonio dell’umanità sempre e non solo quando devono candidarsi a entrare nella lista Unesco”.
Se volete leggere il Dossier integrale di Legambiente "Unesco all'Italiana: i siti in sofferenza nel Bel Paese", andate al sito http://www.legambienteverona.it/comunicati-stampa/2011/1142-siti-unesco-in-sofferenza.html.
La situazione non è per niente incoraggiante, anzi, se pensiamo all'intelligenza del Governo che continua a tagliare fondi al Ministero dei Beni Culturali, sperperando i soldi in altre piaghe del paese (politica, Provincie, nucleare, Ponte di Messina, ecc...) vengono i brividi ed un forte colpo al cuore...

Appello degli editori per la SCUOLA PUBBLICA

In seguito ai recenti attacchi alla SCUOLA PUBBLICA da parte del nostro Presidente del Consiglio e ai smisurati tagli ai finanziamenti da parte del ministro per l'Istruzione, alcuni editori hanno deciso di scrivere una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Parlamento e al Governo per sottolineare l'importanza e il valore della scuola pubblica.
L'appello inizia così: "La scuola è una risorsa essenziale per il libero sviluppo delle persone e per la crescita sociale, economica, culturale e civile di un Paese. In Italia lo è sempre stata: ha reso un insieme di sudditi analfabeti degli antichi stati una comunità di cittadini italiani. Lo è ancor più oggi, in un'epoca in cui il capitale umano, l'insieme delle conoscenze di cui disponiamo, è il fattore decisivo per il successo degli individui e delle nazioni.... Facciamo dell'istruzione un tema centrale di discussione tra i cittadini, nelle scuole e in ogni altro luogo d'incontro.... Nel mondo globalizzato è fondamentale conoscere chi è lontano da noi, per saperne cogliere i valori e le potenzialità, e perchè altri possano conoscere, a loro volta, i nostri valori e le nostre potenzialità. La scuola statale è perciò anche un luogo di integrazione tra individui provenienti da diversi ambienti familiari, sociali, culturali. Nella scuola statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.... In passato il diritto dei più deboli nella società italiana è stato garantito soprattutto dall'estensione dell'obbligo di frequenza della scuola pubblica, e dalla qualità del suo insegnamento, che hanno riscattato dalla miseria milioni di cittadini.... Purtroppo l'investimento nella scuola pubblica statale è stato inadeguato, ben al di sotto dei livelli medi dei Paesi UE, per gran parte della storia unitaria italiana, al punto che oggi spesso non è in grado di garantire neppure i servizi minimi. Di questa situazione ognuno di noi deve preoccuparsi, perchè essa è anche frutto dell'indifferenza. Dobbiamo tutti fare qualcosa per la scuola di tutti. Non dobbiamo lasciarla da sola a chiedere attenzione. Chi ricopre cariche istituzionali e politiche deve avvertire la forza dell'opinione pubblica. Chi ha più responsabilità e potere nella società, nell'economia, nella cultura, deve essere il primo ad impegnarsi".
Tra gli editori che hanno aderito all'appello figurano Marco Cassini, Daniele Di Gennaro, Carmine Donzelli, Carlo Feltrinelli, Alessandro e Giuseppe Laterza, Paolo Mieli: l'appello sarà presentato al Salone del Libro di Torino che si terrà dal 12 al 16 maggio 2011 (http://www.salonelibro.it). 8 Istituti italiani hanno già aderito all'appello: all'interno degli edifici scolastici ci saranno, col permesso dei presidi, dei banchetti per la raccolta delle firme.
Sul sito della casa editrice Laterza (http://www.laterza.it) si aprirà uno spazio interamente dedicato all'iniziativa, per le firme e gli aggiornamenti.
Facciamo sentire la nostra voce!

martedì 10 maggio 2011

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO SVELATO DALLE CHIOCCIOLE

Ho trovato questa notizia interessante nella sezione Scienze del sito http://www.repubblica.it (articolo a cura di Michele Catanzaro): il cambiamento climatico ha lasciato la sua traccia sul guscio delle chiocciole. In particolare, il colore di una specie chiamata Cepaea nemoralis è cambiato a causa della variazione della temperatura, soprattutto in quelle che vivono nelle zone dunose europee.
Si tratta di una specie di chiocciola che è diffusa in gran parte dell'Europa: in Italia è presente nelle regioni del centro-nord, sino alla Basilicata. Abita una grande varietà di habitat, tra cui boschi, giardini, cespugli, siepi, vegetazione erbosa. Caratteristiche distintive della specie sono la colorazione bruna del peristoma e l'ombelico chiuso: la dimensione della conchiglia di un esemplare adulto è di 20-24 mm. La specie si caratterizza per un elevato polimorfismo della conchiglia sia per quanto riguarda la colorazione che la presenza di bande. Il colore di base della conchiglia può variare dal bianco al giallo, al rosa al nocciola sino al marrone scuro. Le bande possono variare in intensità e colore oltreché in ampiezza e numero e possono talora essere assenti. I differenti pattern morfologici sembrano essere il frutto di modificazioni adattative dovute alla selezione naturale.
Tornando alla scoperta, questa è stata pubblicata pochi giorni fa sulla rivista Plos ONE (http://www.plosone.org). Chi ha fatto questa scoperta? Non degli esperti del settore, ma migliaia di volontari sparsi in tutta Europa (soprattutto ragazzi e bambini) che hanno pazientemente raccolto e catalogato gusci di questa chiocciola: hanno partecipato ad un esperimento chiamato “Evolution Megalab” (http://www.evolutionmegalab.org/it), che è stato lanciato nel 2009 per commemorare l'anniversario di Darwin, ed ora si è arrivati ai tanto attesi risultati. Nel periodo tra aprile ed ottobre 2009 circa 6000 volontari (secondo i promotori dell'esperimento, della britannica Open University) hanno raccolto chiocciole in 3000 località di 15 paesi europei: i volontari hanno classificato gli esemplari di Cepaea nemoralis in base al colore e al numero di strisce, e hanno caricato i dati sul sito del progetto. "Persino bambini di quattro anni hanno dimostrato la capacità di classificare i gusci", spiega Jenny Worthinghton, responsabile del progetto presso la Open University.
I promotori del progetto hanno combinato i dati raccolti con informazione storica tratta dai musei di scienze naturali: in questo modo è stato compilato un archivio con dati di più di mezzo milione di esemplari, vissuti nell'arco dell'ultimo secolo! Giorgio Bertorelle, professore dell'Università di Ferrara e coordinatore del progetto per l'Italia, ha dichiarato: "È uno degli studi evolutivi piú grandi che esistanto".
L'esperimento ha evidenziato che il guscio di questa specie di chiocciola tende ad essere tanto piú chiaro quanto piú si va verso i climi caldi del sud: dove fa caldo, la selezione naturale favorisce gli individui con un guscio che assorbe meno il calore. Inoltre, l'aumento di temperatura verificatosi in Europa nell'ultimo secolo ha cambiato il colore delle chiocciole: infatti, negli ambienti dunosi la popolazione di chiocciole gialle è aumentata a scapito di quelle piú scure. Secondo i coordinatori del progetto, mentre in altri ambienti le chiocciole si possono difendere dall'aumento di temperatura concentrandosi in zone ombreggiate, sulle dune questo è impossibile: per questo la selezione naturale ha favorito le popolazioni chiare rispetto alle scure. Altro dato riscontrato è che in tutti gli ambienti le chiocciole lisce sono diminuite e sono aumentate quelle striate (in particolare, quelle con un'unica striscia) e questo viene spiegato dallo stesso professor Bertorelle col fatto che i principali predatori delle chiocciole, i tordi, sono diminuiti e quindi non c'è piú una necessità imperiosa di mimetizzarsi assumendo colori uniformi.
Le conclusioni del professor Bertorelli (che appoggio pienamente) sono pertanto che l'evoluzione è evidente nella natura e rimane quindi sempre più inspiegabile come può un tale come De Mattei (sostenitore del creazionismo...) continuare a coprire la carica di vicedirettore del CNR (il prestigioso italiano "Centro Nazionale delle Ricerche", http://www.cnr.it). Appoggio anche la nota dolente sollevata dal professore: "Mentre in Inghilterra e Germania le attività extra-curricolari hanno un finanziamento pubblico esplicito, qui gli insegnanti si sono dovuti arrangiare da soli: però il sito web è ancora attivo e speriamo che continuino ad arrivare nuovi dati".

CITTA': ecco i GIARDINI CONDIVISI

Si stanno diffondendo anche in molte città italiane i cosiddetti GIARDINI CONDIVISI, gestiti da associazioni di quartiere nate proprio per questo oppure già esistenti, che cercano di valorizzare il verde cittadino e la partecipazione della popolazione: in questi giardini la gente può trovare degli spazi verdi in cui passare il proprio tempo libero, per incontrare altra gente facendo comunità, per svolgere attività culturali ed ecologiche, ecc... Possono nascere all'interno di parchi pubblici oppure in aree urbane residenziali abbandonate, o ancora in cortili interni o in spazi verdi degradati.
Spesso vengono creati in questi giardini degli spazi recintati dedicati ai giochi dei bambini, si creano orticelli coltivati dai genitori, il verde viene mantenuto dai volontari che magari si ripagano aprendo in questi giardini dei piccoli chioschi che vendono gelati e bibite, si organizzano pranzi all'aperto, qualche cena durante l'estate: insomma un vero e proprio rilassante e salutare punto d'incontro della comunità.
Ne ha dedicato un articolo Elisa Palagi sulla rivista mensile “La nuova ecologia” di marzo 2011 (articolo intitolato “La carica dei giardini condivisi: in città germoglia il benessere”, http://www.lanuovaecologia.it).
A Roma ce ne sono già parecchi, sorti in modo spontaneo: Flavia Montini di Filoverde (http://filoverde.blogspot.com/) associazione che si propone come intermediaria tra cittadini ed istituzioni per favorire la creazione dei giardini condivisi a Roma) vorrebbe metterli tutti in rete, in modo che le esperienze esistenti possano potenziarsi e nascerne così di nuove. Si può anche consultare una mappa (realizzata e resa accessibile on line dallo studio di architettura Uap, http://www.studiouap.it) nella quale si può constatare la diffusione sul territorio dei giardini condivisi e la diversificazione delle modalità di lavoro e degli scopi.
I giardini condivisi si sono diffusi in Europa molto tempo prima che in Italia, addirittura con l'industrializzazione dell'Ottocento quando erano stati creati come luoghi comunitari degli operai perché potessero affrontare una vita meno deprimente, fatta di relazioni tra vicini e attività all'aria aperta. Durante le due grandi guerre mondiali si erano addirittura coltivati piccoli lotti di terra nelle città per il sostentamento alimentare. Poi però se ne perse l'interesse. Ritornarono in auge negli anni '70 negli USA e negli anni '90 in Europa, soprattutto in Francia (proprio in questo paese è presente dal 1997 “Il giardino in tutti i suoi stati”, ovvero un'organizzazione di coordinamento di tutte le forme di giardinaggio collettivo, nata dal forum di Lille “Giardinaggio e cittadinanza” che rispondenva all'interesse dei cittadini verso la sostenibilità ambientale). Addirittura nel 2003 il Comune di Parigi ha adottato la Charte main verte (Carta pollice verde) in base alla quale i cittadini, costituendo un'associazione, possono prendere in gestione uno spazio della città rispettando precise regole.
Interessante anche l'associazione guerrilla gardening (http://www.guerrillagardening.it/), nata a Roma nel marzo 2010, che periodicamente (l'ultima domenica del mese) cerca di radunare più persone possibili che poi si spostano per la città per piantare fiori e alberi per renderla più verde, operando in pieno giorno e legittimati non da permessi regolari ma dalla comunità.
Il verde e la vivibilità è quindi (anche) nelle nostre mani: laddove non riesce l'Amministrazione comunale, lo possiamo fare noi. Volontari e appassionati di verde, riunitevi: costituite delle associazioni, dei comitati o dei gruppi e curate le aree verdi della vostra città o addirittura fate rivivere angoli degradati, create delle iniziative originali per coinvolgere la popolazione. Solo così possiamo rendere (un po') più vivibili le nostre città.

RACCOGLIAMO L'OLIO USATO DELLA CUCINA!

NON GETTATE L'OLIO DELLA FRITTURA NEL LAVANDINO O NEL TERRENO: RACCOGLIETELO ER SMALTITELO ALL'ISOLA ECOLOGICA. Io dove abito (Bevilacqua -VR-) lo faccio già da tempo: ora ho trovato un articolo dedicato all'argomento sulla rivista mensile “La nuova ecologia” di marzo 2011 (articolo “Oggi frittura? Attento a dove butti l'olio” di Valeria Buzi, http://www.lanuovaecologia.it) e trovo pertanto giusto diffondere questa informazione perché è molto importante.
Provate a pensare a quanto olio avanziamo dai nostri cibi: dalla frittura, dal fare una bistecca, dal condire un'insalata, da una pasta, dai prodotti sott'olio, ecc... Si tratta di OLIO ESAUSTO, che per tanto tempo le nostre brutte abitudini ci hanno portato a gettarlo giù per i tubi del lavandino della cucina o riversarlo nel terreno o nell'acqua. NIENTE DI PIU' DANNOSO! Dobbiamo infatti ricordare che le temperature elevate necessarie per friggere modificano la struttura dell'olio, il quale si deteriora e assorbe gli inquinanti derivanti dalla carbonizzazione dei residui alimentari, perciò se lo buttiamo giù per i tubi del lavandino finisce per danneggiare gli impianti fognari di depurazione mentre se lo buttiamo direttamente nel terreno o nell'acqua danneggia la flora e la fauna rendendo l'acqua stessa non potabile.
I dati parlano da soli: ogni anno dalle cucine italiane escono ben 160.000 tonnellate di olio vegetale e grassi animali esausti, alle quali vanno aggiunte 70.000 tonnellate di olio derivanti dal settore della ristorazione ed altre 50.000 dall'industria alimentare. Pensate, ben 280.000 tonnellate di olio esausto all'anno. La cifra è stata stimata dal CONOE, ovvero il Consorzio Obbligatorio Nazionale di raccolta e recupero di Oli e grassi vegetali ed animali Esausti (http://www.consorzioconoe.it): istituito nel 1998, ha iniziato la sua attività nel 2001 e attualmente raccoglie circa 40.000 tonnellate di olio esausto all'anno, ma con l'obiettivo di arrivare ad almeno 100.000 tonnellate nel 2013. Ad esso vi partecipano 9 confederazioni e associazioni di settore che rappresentano oltre 300.000 produttori di oli esausti, e vi aderiscono 198 aziende di raccolta e 37 aziende di recupero e riciclo: tale consorzio non ha scopo di lucro e, oltre ad assicurarsi che su tutto il territorio nazionale vengano effettuate la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio, il trattamento, il riutilizzo e lo smaltimento degli oli vegetali ed animali esausti, promuove anche campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per diffondere l'importanza di questo recupero.
Che cosa se ne fa dell'olio esausto? Oltre ad avere unenorme vantaggio per l'ambiente, ha anche vantaggi economici in quanto lo si può riutilizzare (una volta rigenerato) per la produzione di materie prime utili a varie industrie (lubrificanti vegetali per macchine agricole, estere metilico per biodiesel, glicerina per la saponificazione, combustibile per il recupero energetico, ecc...): da un kg di olio esausto si ricavano 0,8 kg di lubrificante rigenerato!
E' assolutamente facile recuperarlo nelle nostre case: se caldo, aspettate che l'olio si raffreddi e lo travasate in un contenitore (ad esempio una bottiglia). Quando questo è pieno lo portate all'isola ecologica dove ci sono gli appositi contenitori (nel mio paese invece ogni 15 giorni lo si può portare nella piazza centrale dove c'è un mezzo della ditta di raccolta dei rifiuti differenziati).
Assolutamente una buona azione che tutti dovrebbero fare: al momento però si raccoglie solo il 15% dell'olio vegetale ed animale esausto, quindi si dovrebbe fare una campagna di sensibilizzazione molto estesa. Intanto noi col nostro passaparola possiamo fare la nostra piccola parte.

venerdì 6 maggio 2011

NOTTE GIALLA il 27 maggio 2011

Ecco qui un'iniziativa davvero interessante e soprattutto molto importante per il nostro futuro e per la nostra vita: la sera del 27 maggio 2011 si terrà in tutte le piazze d'Italia la cosiddetta NOTTE GIALLA, che avrà lo scopo di informare e sensibilizzare la cittadinanza sul prossimo appuntamento referendario del week-end 12-13 giugno 2011 nel quale saremo chiamati a votare SI' per abrogare le leggi inerenti i 4 quesiti referendari (uno sul programma nucleare, 2 sulle privatizzazione dell'acqua pubblica ed uno sul legittimo impedimento).
Vista la scarsissima importanza (come ovvio....) che ne stanno dando gli organi di informazione (TV in primis, ma anche molti giornali), lo dobbiamo fare noi: l'idea è partita da alcune associazioni primontesi che hanno deciso di portare nelle piazze e nelle strade italiane questa iniziativa di sensibilizzazione, oltre che di informazione.
CHIUNQUE PUO' PERTANTO ORGANIZZARE QUALCOSA NELLA SUA CITTA': EVENTI INFORMATIVI COME CONFERENZE, INCONTRI, ASSEMBLEE E BANCHETTI, EVENTI CULTURALI COME PROIEZIONI, TEATRO E CONCERTI, O QUALSIASI ALTRA COSA ATTINENTE. L'IMPORTANTE E' CHE TUTTO CIO' SIA ORGANIZZATO DIRETTAMENTE DAI CITTADINI O DALLE ASSOCIAZIONI INTERESSATE.
Per informazioni andate sul sito http://www.nottegialla.org, dove potete scaricare il logo dell'iniziativa ed organizzare il vostro evento (che poi sarà caricato sul sito stesso).
DOBBIAMO FARCI VALERE E DECIDERE DEL NOSTRO FUTURO E DELLA NOSTRA VITA: NON LASCIAMO CHE LO FACCIANO I SOLITI POTERI FORTI. PIU' SIAMO MEGLIO E', PIU' SIAMO PIU' POSSIBILITA' ABBIAMO DI TRASFORMARE IN SUCCESSO L'APPUNTAMENTO REFERENDARIO.

giovedì 5 maggio 2011

SCATTI FOTOGRAFICI PER SALVARE GLI UCCELLI DALL'ESTINZIONE

Il kakapo è una specie di pappagallo di abitudini notturne originario della Nuova Zelanda, creduto estinto in natura ma che è stato invece reinserito da qualche anno grazie a molti ambientalisti che hanno contribuito al ripopolamento dell'animale: è noto per essere il pappagallo più pesante (raggiunge circa i 7 kg) e l'unico al mondo incapace di volare. Inoltre, è uno degli uccelli più longevi del mondo, potendo superare i 60 anni di età! Il kakapo è l’unico pappagallo notturno del mondo: si attiva al tramonto per andare a cercare i vegetali di cui si nutre abitualmente, li mastica per sorbirne il liquido e poi elimina il materiale fibroso, abbandonandolo sulle piante. Consuma anche rizomi e tuberi, che estrae dal terreno col becco. Se spinto dalla fame, può arrivare a mangiare rampicanti, rovi spinosi e cortecce. Il kakapo ha una personalità molto forte, che varia da individuo a individuo. Come molti pappagalli, esso ha una vasta gamma di richiami, utilizzati per vari scopi: oltre ai canti d'accoppiamento, usano bassi versi gutturali per indicare la loro posizione ad altri uccelli. I kakapo sono gli unici pappagalli nel mondo che hanno un sistema di scelta del compagno tramite lek, ossia il raduno di tutti i maschi in aree riproduttive e corteggiamento delle femmine, sfoggiando colori e sacche golari e nascondendosi in buche e richiamare con versi sonori, udibili per un chilometro in notti serene e fino a 5 km se c’è vento! Le femmine guardano i maschi sfoggiarsi nel "lek": scelgono un compagno basandosi sulla qualità della sua esposizione, infatti non viene eseguito dai maschi nessun tipo di lotta. Tra questi uccelli non vi è alcun legame tra le coppie, che si formano solo per l'accoppiamento e che si disgregano subito dopo. Durante il periodo dell’accoppiamento, i maschi lasciano i loro territori usuali per inserirsi in tane apposite, dove stabiliscono le proprie scelte. Questi lek possono essere fino a 7 km di distanza dal territorio usuale del kakapo e sono cerchi di circa 50 metri quadrati. I maschi rimangono nelle tane solo durante l’accoppiamento. All'inizio della stagione d'allevamento, i maschi combatteranno per assicurare le tane: si confrontano presentandosi con le piume arruffate, aprono le ali, schioccano il becco, alzano gli artigli e stridono. La lotta può lasciare gli uccelli con delle lesioni. Il kakapo non ha cucciolate ogni anno, cosa insolita tra gli uccelli. L'allevamento viene fatto soltanto durante gli anni in cui l’albero della frutta pesante, il Rimu, fornisce un’abbondante fruttificazione: l'albero di Rimu fa questo soltanto ogni 4-5 anni, in modo che in una foresta rimu-dominante la popolazione di kakapo resti bassa (fonte Wikipedia).
Era doverosa questa descrizione del kakapo, perchè questo uccello è stato protagonista (assieme ad altri uccelli) di un concorso fotografico composto dalle migliori foto scattate da appassionati ai 566 uccelli più rari del mondo: i ritratti migliori sono stati scelti dal premio fotografico internazionale The World's Rarest Birds (http://www.theworldsrarestbirds.com) e diventeranno un libro i cui proventi serviranno per finanziare progetti di conservazione delle specie di uccelli in pericolo di estinzione.
Prima ho parlato del kakapo perchè un suo scatto fotografico si è aggiudicato il 1° posto di questo concorso: è stato fotografato da Shane Mclnnes (Nuova Zelanda). Anche se l'aiuto degli ambientalisti ha portato ad un parziale ripopolamento della specie negli ultimi anni, ne rimangono comunque solo 120 esemplari in tutto il mondo, così come ha spiegato Ron Moorhouse, scienziato del Kakapo Program governativo neozelandese. I kakapo, non volando, sono suscettibili di vari pericoli e possono vivere al sicuro solo in pochissime isole dell'arcipelago neozelandesi prive di gatti, ermellini e ratti.
Il 2° posto del conrcorso fotografico se l'è aggiudicato Huajin Sun, con una sua foto scattata ad una gru della Manciuria in volo: questi splendidi uccelli migrano durante l'anno tra Siberia, Corea, Cina e Giappone ed ormai si sono ridotti a soli 1.700 esemplari adulti a causa della continua distruzione dei loro habitat (ovvero le zone umide) da parte dell'uomo per trasformarli in terreni agricoli...
Ho tratto questa interessante notizia dall'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica dell'11 marzo 2011 (articolo di Dedo Tortona). Quindi un'ottima idea quella di fare questo libro di scatti fotografici per utilizzare i proventi nella difesa degli uccelli in via d'estinzione, come già stanno facendo in Nuova Zelanda con i kakapo spostandoli in zone sicure.