Visualizzazione post con etichetta CONAI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CONAI. Mostra tutti i post

martedì 19 novembre 2013

Rifiuti, SECOND LIFE

“Che fatica: raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti, l'Italia è sempre in affanno”. Inizia così un articolo di Fabio Lepore pubblicato sul settimanale L'Espresso del 14 novembre 2013, dedicato alla seconda vita (second life, appunto) che possono avere i rifiuti, cosa che però stenta in italia. E infatti i dati sono inquietanti: ad oggi ancora il 42,1% dei rifiuti prodotti nel nostro Paese viene smaltito in discarica mentre il riciclaggio complessivo rappresenta appena il 34,4% della produzione. In questo molti paesi europei sono ben più avanti di noi: in Germania, ad esempio, ben il 63% dei rifiuti viene riciclato! Senza dimenticarci che l'Unione Europea chiede ai Paesi che ne fanno parte di arrivare nel 2020 almeno al 50% di riciclo... Certo, il trend è positivo in Italia: la raccolta differenziata è in costante aumento dal 2007, ci sono delle isole felici (Veneto e Trentino-Alto Adige) ove la raccolta differenziata mediamente è a ben il 62% dei rifiuti totali, ma al contrario ci sono Regioni al Sud Italia (come Calabria e Sicilia) ove la differenziata rappresenta appena il 13% del totale!!! Sono i dati forniti dall'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (http://www.isprambiente.gov.it/it). 
Alcuni dati confortanti arrivano da specifici cicli di recupero dei rifiuti. Ad esempio, negli imballaggidi plastica il sistema consortile Conai (http://www.conai.org/) nel 2012 ha recuperato ben 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti derivanti dagli imballaggi, pari a ben il 75,3% del totale immesso al consumo (con una percentuale di recupero del 65,6%9. Dati positivi anche per il riciclo dell'alluminio (lattine, scatolette, vaschette, bombolette e fogli: ricordiamo che l'alluminio può essere riciclato al 100% e in un numero illimitato di volte senza perdere le sue caratteristiche originali): il CIAL (http://www.cial.it/index.shtm), ovvero il consorzio degli imballaggi in alluminio, ha recuperato e ridato nuova vita nel 2012 a ben 40.700 tonnellate di imballaggi, pari al 59,4% del mercato, consentendo all'Italia di diventare il primo produttore europeo di alluminio riciclato. E parliamo anche della gomma: Ecopneus (http://www.ecopneus.it/), una società senza scopo di lucro che dal 2009 raggruppa sei società del settore, nel 2012 ha raccolto e trattato ben 240.140 tonnellate di pneumatici usati, che una volta lavorati vengono utilizzati per vari usi (in asfalti modificati, nelle superfici sportive, per la produzione di materiali edili, ecc...). 
L'obiettivo è dunque quello di migliorare il più possibile la raccolta differenziata: ricordiamo che solo una minima parte dei rifiuti che produciamo (10-15%) non è riciclabile, mentre tutto il resto può tornare a nuova vita, con riflessi solo che positivi nelle nostre vite: minori risorse naturali da utilizzare, abbattimento dei costi per la produzione dei materiali, abbattimento dei costi energetici per l'estrazione e la lavorazione delle materie prime, sempre meno discariche (a ciclo completo, quindi solo per il rifiuto secco, ne servirebbero davvero pochissime e di piccole dimensioni), mancato pericolo di inquinamento delle falde acquifere da parte delle stesse discariche, non più necessità di inceneritori (che solo col rifiuto secco non avrebbero più senso di esistere) con risvolti positivi sulla qualità dell'aria. 
Insomma, i risultati positivi sarebbero molteplici. Perchè tutto ciò in Italia non è possibile? Perchè ciò è ormai realtà solo in Veneto e Trentino-Alto Adige e non nelle altre Regioni italiane? Qui la mancanza dello Stato è davvero grave, e la scuola dovrebbe puntare di più sull'educazione ambientale. Resta tuttavia l'amarezza per le Amministrazioni di ogni grado (Statale, regionale, provinciale, Comunale) che non riescono ad imporre la raccolta differenziata: segno di un Paese non civile.

mercoledì 9 aprile 2008

PIATTI DI PLASTICA: perchè non vanno riciclati?

Bicchieri, piatti e posate di plastica: chissà quanti di voi si saranno domandati come mai questi rifiuti non vanno inseriti nella raccolta differenziata della plastica, bensì nel rifiuto secco. Io me lo sono domandato più volte, anche perché nei vari opuscoli della raccolta differenziata ti dicono semplicemente di metterli nel rifiuto secco senza però spiegartene il motivo. Fino a quando la scorsa settimana una lettera pubblicata nello spazio dei lettori del quotidiano La Repubblica ha sollevato il problema: si trattava della lettera di una signora bolognese la quale si chiedeva come mai il vasetto dello yogurt va inserito nella raccolta della plastica mentre posate, bicchieri e piatti di plastica (fatti dello stesso materiale del vasetto dello yogurt!!) vanno nel rifiuto secco. Lei stessa dice di essersi informata e di essere venuta a conoscenza che le ditte produttrici di bicchieri, piatti e posate di plastica non sono tenute al pagamento del contributo CONAI e pertanto il loro prodotto non va riciclato. Incuriosito (ma anche meravigliato e… schifato!) sono andato a spulciare in internet.
Si deve fare un passo indietro di un decennio: il Decreto Legislativo n° 22/1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) fu emanato per regolare la grande quantità di imballaggi presenti nella spazzatura (il 50% in volume ed il 30% in peso del totale) ed in particolare per stabilire i meccanismi per finanziare lo smaltimento degli imballaggi. Per far fronte alla spesa di smaltimento degli imballaggi, fu istituito un Contributo Ambientale che le varie imprese produttrici di imballaggi devono versare al CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi) il quale, a sua volta, viene appunto utilizzato per lo smaltimento degli imballaggi stessi. Questo contributo è fissato in proporzione all’utilizzo degli imballaggi (ve lo esprimo in lire, come indicato nel Decreto): acciaio 30 £/kg, alluminio 100 £/kg, carta 30 £/kg, legno 5 £/kg, plastica 140 £/kg e vetro 5 £/kg (niente è dovuto per gli imballaggi tessili). Il decreto quindi riguarda ogni tipo di imballaggio, non solo di plastica, ed in particolare l’art. 35 dello stesso distingue tre tipi di imballaggi:

  • quelli che contengono e proteggono le merci;
  • quelli che consentono la manipolazione delle merci e la loro consegna al consumatore;
  • quelli che assicurano la protezione delle merci.

Per fare un esempio, prendiamo l’acqua in bottiglia: la bottiglia in plastica rientra nel primo tipo di imballaggi, il nylon che racchiude le confezioni di bottiglie da 6 di acqua rientra nel secondo tipo di imballaggi, il bancale in legno che supporta le varie confezioni di acqua rientra nel terzo tipo di imballaggi.
Il decreto prevedeva che dal 1° ottobre 1998 gli operatori economici dovevano addebitare ai propri clienti il Contributo Ambientale, mentre entro il 31 dicembre 1998 tali operatori dovevano diventare consorziati CONAI (se obbligati per legge) senza subire sanzioni.
Ritornando alla plastica, tutto quello che oggi inseriamo nella raccolta differenziata della plastica è un “imballaggio”: le bottiglie delle bevande, i flaconi dei detersivi, gli involucri in nylon, i contenitori di generi alimentari, ecc… Si tratta di prodotti per i quali le imprese produttrici sono obbligate a versare il Contributo Ambientale e che quindi vengono riciclati. Siccome i piatti, i bicchieri e le posate di plastica non sono imballaggi (in quanto non hanno le caratteristiche previste dall’art. 35 del Decreto Ronchi), allora vanno inseriti nel rifiuto secco, anche se sono dello stesso materiale dei vasetti dello yogurt (e di altri contenitori) che vanno invece riciclati!!!
È uno dei soliti paradossi italiani: pensate giornalmente alla grande quantità di piatti, bicchieri e posate di plastica che vengono utilizzate (soprattutto nelle mense scolastiche ed aziendali) e che vanno a finire nel rifiuto secco e quindi in discarica. Viviamo in un momento storico in cui esiste la necessità urgente di riciclare tutto il possibile per evitare di utilizzare ulteriore materia prima e per dare respiro alle nostre discariche, ormai quasi piene: abbiamo questa urgente necessità, ma poi si scoprono delle nefandezze come questa. E chissà quante ce ne saranno, delle quali non siamo a conoscenza. Allora perché non riciclare anche questa plastica oggi non differenziata e farne pagare il relativo Contributo Ambientale alle ditte produttrici? Sarebbe un ulteriore passo in avanti verso quella raccolta differenziata doc che qui in Italia stenta a decollare (ma va?).