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lunedì 17 ottobre 2011

L'EDUCAZIONE CIVICA che non si insegna a scuola... - 3° parte

Lo scorso 15 marzo ho pubblicato la 1° parte e il 5 aprile la 2° parte di un libro dedicato all'EDUCAZIONE CIVICA: sono sempre dell'idea che nella scuola dovrebbe essere ripristinato l'insegnamento di questa materia, perchè (anche) con questa si formano gli uomini del domani. Continuo quindi con la pubblicazione di alcune parti del libro di educazione civica delle mie scuole medie, libro intitolato appunto "Educazione civica", scritto da Bianca Maria Ribetto (edito da Società Editrice Italiana di Torino nel 1985). Ora voglio trattare Parte Terza di questo libro intitolata "Il cittadino e lo Stato", che è articolata in più capitoli (oggi tratto del tema della libertà). Eccone alcuni stralci. La persona,, in quanto tale, possiede diritti inviolabili di libertà, che non le sono concessi dallo Stato ma le appartengono per natura, cioè per lo stesso fatto di essere nata, di esistere; sono diritti che lo Stato non solo non può violare, ma anzi deve impegnarsi a difendere... Il primo di questi diritti è la libertà personale (art. 13 della Costituzione) che non può subire alcuna restrizione se non nei casi espressamente previsti dalla legge e con l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria... La Costituzione garantisce la libertà religiosa, cioè il diritto riconosciuto ai fedeli, di qualunque confesisone, di professare liberamente la propria religione e di farne propaganda (art. 19 della Costituzione). Tale libertà deve intendersi essenzialmente come libertà di coscienza, che può essere anche la libertà di non professare alcuna religione... Di fondamentale importanza è il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 della Costituzione): questo diritto è il necessario complemento della libertà di coscienza e di pensiero che, di per sè, non avrebbe alcun valore se non fosse accompagnata dalla libertà di manifestare agli altri le proprie convinzioni. Rientra in questo la libertà di stampa. La libertà di stampa è la libertà, riconosciuta ai cittadini, di diffondere notizie, giudizi, opinioni per mezzo di libri e giornali, o di altri organi di informazione, come la radio o la televisione. I giornali e gli altri mezzi d'informazione svolgono due compiti essenziali: fornire informazioni sui fatti accaduti e far conoscere il pensiero di chi scrive. Libertà di stampa non significa che il giornalista è libero di scrivere quel che gli pare, anche notizie false, ma che egli deve essere libero di riferire i fatti che sono accaduti, nel rispetto della dignità e della libertà delle altre persone, e libero inoltre di esprimere su questi fatti, o su qualunque problema, le proprie opinioni ed i propri giudizi. Il cittadino che legge i giornali, o ascolta le notizie televisive, a sua volta ha diritto a ricevere un'informazionee veritiera ed onesta (in un regime autoritario non è necessario che il cittadino conosca tutta la verità, basta che sappia ciò che serve per approvare ed obbedire; in uno Stato democratico si richiede invece un'informazione corretta e il più possibile completa). L'art. 21 della Costituzione precisa che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Il rispetto di questa norma non garantisce che l'informazione sia obiettiva in senso assoluto: chi presenta le notizie non può prescindere dalle proprie opinioni, che del resto ha diritto di esprimere, ma quella norma dovrebbe garantire a chi scrive di poter effettivamente manifestare il proprio pensiero, e al lettore di leggere le autentiche opinioni di chi scrive, e non ciò che fa comodo ad una autorità che sta sopra di lui.
Il libro che ho citato in premessa è del 1985, quindi di 26 anni fa. Lo spazio dedicato alla libertà di stampa lo termina con una domanda: "Ma la stampa è davvero libera?". La risposta che l'autore del libro da a questa domanda è la seguente: "E' intanto evidente che non tutti sono liberi di pubblicare ciò che vogliono, e trasmettere agli altri con questo mezzo il loro pensiero, perchè la carta stampata costa molto. Molti quotidiani italiani, ad esempio, non riescono a pagarsi le spese con ciò che ricavano dalle vendite, per cui la maggior parte delle aziende giornalistiche è in deficit. Chi paga allora le spese di questi giornali? Sono grossi gruppi industriali che, acquistando le azioni delle aziende giornalistiche in crisi, ne diventano proprietari e se ne accollano l'onere. Alcuni di questi gruppi possiedono anche parecchie "testate", cioè parecchi giornali, e possono così controllare vasti settori dell'informazione". Ed io aggiungo: e non sempre i direttori di tali giornali sono indipendenti dai loro editori...
Profezia? A distanza di 26 anni, dobbiamo ammettere che la risposta di quel libro è stata assolutamente preveggente, visto il pericolo che corre oggi la libertà di stampa in Italia. Vedasi le continue proposte di legge per limitare (o addirittura bloccare!) la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di persone indagate o degli atti dei processi in corso. Sono dell'idea che il cittadino debba sempre sapere cosa fa e come si comporta il politico al quale ha dato il proprio voto o che governa il paese in cui abita.

martedì 22 settembre 2009

QUEL DISPREZZO ANTICO PER LA CULTURA

Pochi giorni fa (domenica 13 settembre 2009), dal seminario del PDL a Gubbio, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta le ha sparate davvero grosse, diciamo pure che ormai in Italia siamo allo sfascio, nel vero senso della parola, peccato che la maggior parte degli italiani (succube del berlusconismo) non se ne accorga. Queste le frasi pronunciate dal ministro: “Accostare lo spettacolo alla cultura è un grande imbroglio… Lo Stato ha il dovere di finanziare la cultura, dalle biblioteche ai restauri, ma lo spettacolo è un’altra cosa. Ma perché finanziamo il cinema? Forse che finanziamo il piano bar o la discoteca? E anche i giornali devono andare sulle loro gambe… I cineasti sono parassiti, gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del paese, anzi non ha mai lavorato”. Ha ragione lo scrittore Giancarlo De Cataldo quando dice che Brunetta ha un’idea della cultura molto diffusa nella destra, ovvero che la cultura è buona quando diverte, e cattiva quando invece è problematica, e che c’è un astio nei confronti di chi non produce beni materiali come i professori, i magistrati, gli artisti, i giornalisti, ignorando che l’industria culturale produce un reddito non da poco nel nostro paese. Lunedì 14 settembre 2009 il quotidiano La Repubblica pubblica un articolo di Sandro Veronesi intitolato “Quel disprezzo antico per la cultura” del quale vorrei riportare alcuni passaggi importanti:
  • di pari passo con il disfacimento dell’immagine tranquillizzante che Berlusconi aveva costruito su di sé, molti dei suoi feldmarescialli stanno gettando la maschera per rivelare la propria mentalità fascista… il retaggio fascista continua ad alimentare buona parte della politica di governo, incardinando su due perni storici della demagogia populista: l’anticomunismo e lo sprezzo per la cultura. Chiunque può far strada nella politica berlusconiana se si arrocca su uno di questi due baluardi, meglio ancora se su entrambi coniugati assieme;
  • così, insieme alla caccia all’omosessuale, alla faccetta nera, al rom e al sindacalista, finalmente si è aperta anche quella all’intellettuale. Quanto poco, in realtà, possano essere pericolosi gli intellettuali con un popolo che è riuscito ad ignorare Pasolini e Don Milani, costoro non lo sanno; vivendo nel perenne complesso d’inferiorità tipico per l’appunto dei fascisti, essi si danno pena di attaccarli questi intellettuali, e la cosa pericolosa ovviamente non è l’attacco personale, bensì il ripugnate assunto sulla groppa del quale l’attacco viene fatto galoppare verso l’opinione pubblica, per il quale la cultura è di per sé parassitaria, nociva e sovversiva.
Sono osservazioni che prendono in pieno il problema. È assai grave l’ignoranza diffusa che circola nel popolo italiano, anche se non per colpa sua: d’altronde, dopo quasi trent’anni di TV commerciale (Mediaset in primis, alla quale si sono poi adeguate tutte le altre reti, RAI compresa), come poteva plasmarsi il cervello di un italiano medio? Veline, tornisti, reality, gossip, donne in ogni trasmissione esposte come oggetto da guardare, soldi a go-go, mentre le pochissime trasmissioni di cultura ed inchiesta vengono sempre più attaccate fino a farle chiudere: forse Berlusconi ha ancora paura, da buon padre di famiglia qual è…, che noi comunisti ci mangiamo i pochi bambini che sono rimasti i circolazione…

lunedì 21 settembre 2009

REPORT non deve chiudere!!!

E' ormai una delle pochissime trasmissioni televisive basate sulla serietà e sull'inchiesta vera: sto parlando di REPORT, su RAI3, che in questa nuova stagione rischia di partire senza copertura legale da parte della RAI. Il motivo ufficialmente non si sa, ma sappiamo tutti da dove partono gli ordini: ormai siano allo sfascio (o meglio dire al "fascio"!!!). In poche parole, le azioni legali (che puntualmente vengono fatte contro le inchieste di Report) quest'anno se le dovrebbero pagare gli autori del programma. Ah: ricordiamo che delle centinaia di denunce rivolte alle inchieste, Report non ne ha persa neppure una, altrochè inchieste inventate... Comunque, vi scrivo perchè esiste una petizione: la trovate su http://www.firmiamo.it/reportnondevechiuderefirmalapetizione