venerdì 29 novembre 2013
lunedì 17 ottobre 2011
L'EDUCAZIONE CIVICA che non si insegna a scuola... - 3° parte
Il libro che ho citato in premessa è del 1985, quindi di 26 anni fa. Lo spazio dedicato alla libertà di stampa lo termina con una domanda: "Ma la stampa è davvero libera?". La risposta che l'autore del libro da a questa domanda è la seguente: "E' intanto evidente che non tutti sono liberi di pubblicare ciò che vogliono, e trasmettere agli altri con questo mezzo il loro pensiero, perchè la carta stampata costa molto. Molti quotidiani italiani, ad esempio, non riescono a pagarsi le spese con ciò che ricavano dalle vendite, per cui la maggior parte delle aziende giornalistiche è in deficit. Chi paga allora le spese di questi giornali? Sono grossi gruppi industriali che, acquistando le azioni delle aziende giornalistiche in crisi, ne diventano proprietari e se ne accollano l'onere. Alcuni di questi gruppi possiedono anche parecchie "testate", cioè parecchi giornali, e possono così controllare vasti settori dell'informazione". Ed io aggiungo: e non sempre i direttori di tali giornali sono indipendenti dai loro editori...
Profezia? A distanza di 26 anni, dobbiamo ammettere che la risposta di quel libro è stata assolutamente preveggente, visto il pericolo che corre oggi la libertà di stampa in Italia. Vedasi le continue proposte di legge per limitare (o addirittura bloccare!) la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di persone indagate o degli atti dei processi in corso. Sono dell'idea che il cittadino debba sempre sapere cosa fa e come si comporta il politico al quale ha dato il proprio voto o che governa il paese in cui abita.
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martedì 5 aprile 2011
L'EDUCAZIONE CIVICA che non si insegna a scuola... - 2° parte
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giovedì 17 marzo 2011
Ministero dei Beni Culturali allo sbando...
Pochi giorni fa il ministro Sandro Bondi ha lasciato la direzione del Ministero dei Beni Culturali (http://www.beniculturali.it), un pò in seguito ai crolli di Pompei un pò per i continui tagli dei fondi al suo ministero. Sono notizia di questa settimana anche le dimissioni di Andrea Carandini (archeologo) dalla Presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Testuali parole di Carandini dopo le sue dimissioni: "Nella politica italiana hanno vinto i nemici della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato. Non potendo abolire il Minsitero, hanno deciso di ammazzarlo con un progressivo svuotamento di uomini e mezzi. Ci stiamo allontanando dalla patria, anche quella visibile fatta di paesaggio ed arte. Rischiamo di perderla, e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato". Uno sfogo amaro che fotografa alla perfezione lo stato disastroso in cui versa il ministero: ministero che nel marzo 2009 poteva contare su 155 milioni di euro (cifra già allarmante per affrontare il mantenimento dell'enorme patrimonio storico-culturale del Paese), per il 2011 lo stanziamento è già sceso a 102 milioni di euro, mentre negli ultimi 6 anni i finanziamenti sono stati tagliati di ben il 70%!! Ancora Carandini: "Bondi è stato colpito, prima ancora che dall'opposizione, dal governo e dallo stesso partito di cui è coordinatore nazionale. Non ha una personalità forte, e in questo senso gli va attribuita una responsabilità politica. Ma la sua caduta e il ritardo nel nominarne il successore dimostrano quanto sia forte il partito che vuole liquidare la cultura". Ovvero il PdL...
A tal proposito mi aggancio a bel articolo di Michele Serra, apparso alcuni giorni fa sul quotidiano la Repubblica, intitolato "Se i cittadini fanno audience" e dedicato agli smisurati tagli fatti per l'anno 2011 a cinema, teatro e lirica: solo 231 milioni di euro stanziati per quest'anno, così pochi che persino la Consulta ministeriale si è rifiutata a decidere. Con questi tagli indiscriminati sono a rischio chiusura, tra gli altri, il teatro lirico genovese Carlo Felice, l'archivio storico del cinema Cinecittà-Luce, il Madre di Napoli e molti festival (tra cui quello della Letteratura di Mantova e quello del cinema di Trieste). Cito testualmente Michele Serra: "Impoverire il tessuto culturale di una qualsiasi comunità è comunque un atto di cecità. Farlo in un Paese come il nostro è puro sabotaggio, soprattutto contro le nuove generazioni. Al punto che è legittimo sospettare che dietro il fragile sipario della mancanza di fondi agisca un animus politico anti-culturale che si concilia perfettamente con il proposito di una trasformazione strutturale della società italiana. Consumatori di pubblicità invece che cittadini. Audience invece che opinione pubblica". Un pensiero che condivido pienamente: la società italiana è stata trasformata negli ultimi 20 anni dalla TV commerciale, e le preferenze per la TV commerciale si sono poi trasformate in voti politici (per il PdL...). E questi ne sono i risultati: ormai quasi l'intera TV (salvo pochissime eccezioni) tralasciano argomenti ed approfondimenti su cultura, ambiente ed arte. Come sta accadendo per il decreto taglia energie rinnovabili, anche nel campo della cultura, dell'arte, dell'istruzione, del paesaggio e del territorio i tagli statali comporteranno perdite di centinaia di migliaia di posti di lavoro: è questo un governo serio? Secondo voi i temi urgenti dell'Italia sono oggi la riforma della giustizia e il ritorno al nucleare? Evidentemente sì, visto come trattano questi due argomenti i programmi di approfondimento serali di molti canali TV... D'altronde, come ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, con la cultura non si mangia. Ammettiamo che sia vero (ma non è vero, visti i tantissimi posti di lavoro), dobbiamo quindi credere che si mangia col Province? Si mangia con il nucleare? Si mangia con le spese del Parlamento? Si mangia con le enormi spese militari? Che dilettanti...
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giovedì 25 novembre 2010
Il FAMIGERATO taglio al 5 per mille...
Sono 16 milioni gli italiani che ogni anno scelgono il 5 per mille: come si può evincere dal sito http://www.5-per-mille.it/ il contribuente può destinare la quota del 5 per mille della sua imposta sul reddito delle persone fisiche apponendo la firma in uno dei quattro appositi riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione. È consentita una sola scelta di destinazione, ma il contribuente può altresì indicare il codice fiscale dello specifico soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille. Se guardiamo i dati della dichiarazione dei redditi dell'anno 2009, mediamente ogni contribuente che ha scelto il 5 per mille ha versato € 28,81 al volontariato, € 28,69 alla ricerca scientifica, € 26,29 alla ricerca sanitaria e € 29,21 alle associazioni sportive: complessivamente sono stati distribuiti nel 2009 278,6 milioni di euro al volontariato, 65,9 milioni di euro alla ricerca sanitaria e 64,1 milioni di euro alla ricerca scientifica (oltre che 6,9 milioni di euro ad associazioni sportive).
E quest'anno? La riduzione del 75% dei fondi del 5 per mille da evolvere alle varie associazioni comporterà un disastro in molti settori, soprattutto nel volontariato. Da cosa nasce il volontariato? Questa la chiara definizione che trovo su wikipedia: "Volontariato è un'attività libera e gratuita svolta per ragioni private e personali, che possono essere di solidarietà, di giustizia sociale, di altruismo o di qualsiasi altra natura. Nasce dalla spontanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti, o non affrontati, o mal gestiti dallo Stato e dal mercato. Per questo motivo il volontariato si inserisce nel "terzo settore" insieme ad altre organizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto o del diritto pubblico". A proposito di volontariato, http://www.volontariato.com/.
E lo Stato cosa fa? Taglia e mette in allarme proprio il mondo del volontariato. Sono migliaia le associazioni in Italia che si occupano di volontariato (impiegando con continuità 1,1 milioni di italiani e saltuariamente 4 milioni), nei più svariati campi: dalla protezione della natura alla difesa di beni storico-artistici, dall'aiuto a persone bisognose alla lotta contro malattie gravi. In tutti questi campi il volontariato si sostituisce allo Stato: e lo Stato taglia. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti taglia: taglia sulla cultura, sull'istruzione, sull'ambiente ed ora sul volontariato. E come più volte abbiamo detto non taglia sui costi esorbitanti del Parlamento (la politica italiana costa 4 miliardi di euro all'anno: ma i nostri amati parlamentari si sono già tagliati lo stipendio di 1.000 euro, che quindi è sceso da 14.000 a 13.000 euro netti al mese..., oltre che maturare la pensione dopo appena 2 anni e mezzo di legislatura!!), non taglia sulle maledette Province (2 miliardi di euro all'anno), non taglia sulle spese militari (8 miliardi di euro all'anno)! E a proprosito di spese militari, è sconcertante quanto è appena stato deliberato dallo Stato in materia: 100 milioni di euro spesi per i sistemi d'arma, 200 milioni di euro per 10 elicotteri AW-139, 13 miliardi (miliardi!) di euro per 131 cacciabombardieri e 4 miliardi (miliardi!) di euro per 41 Eurofighter!!! E l'opposizione tace!
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sabato 15 maggio 2010
E' quasi realtà il FEDERALISMO DEMANIALE
Il federalismo è uno dei cavalli di battaglia della Lega Nord, ovvero il trasferimento di molti poteri alle Regioni e agli enti minori: tra questi c'è anche il cosiddetto FEDERALISMO DEMANIALE. Ora, dopo gli ottimi esiti elettorali di marzo 2010, la Lega vuole accelerare l'approvazione di tale federalismo: in Commissione bicamerale è arrivata una bozza di parere sul federalismo demaniale, ma la Lega lo vuole portare al più presto al Consiglio dei Ministri in modo di centrare l'obiettivo della sua approvazione entro un anno dall'entrata in vigore della delega (ovvero il prossimo 21 maggio). Sembra che il voto sul parere sia fissato per mercoledì 19 maggio, e qui scatta il braccio di ferro con l'opposizione: il PD infatti chiede più tempo per verificare il testo. Al di là delle (inevitabili) polemiche politiche, vediamo di cosa si tratta: in poche parole è stata fatta una distinzione tra beni demaniali che resteranno sotto il controllo dello Stato e quelli che invece verranno ceduti e gestiti dagli enti minori. Più precisamente:
- beni non trasferibili: non si potranno trasferire (e quindi resteranno sotto il controllo statale) i beni di ambito sovraregionale (ad esempio fiumi importanti, come il Po, o grandi laghi, come quello di Garda), gli immobili statali con finalità istituzionali (ad esempio palazzi come Montecitorio e Palazzo Madama), porti ed aeroporti di rilevanza nazionale (come il porto di Genova o l'aeroporto Fiumicino), il patrimonio culturale in genere nonchè tutte le reti stradali, ferroviarie ed energetiche di interesse statale;
- beni trasferibili alle Regioni: si potranno trasferire quelli del demanio idrico e marittimo (ad esempio le spiagge e i laghi che bagnano più province di una stessa Regione), nonchè aeroporti e porti di interesse regionale;
- beni trasferibili alle Province: si potranno trasferire laghi chiusi e miniere che stanno in un'unica Provincia (come ad esempio il Lago di Bracciano, in provincia di Roma);
- beni trasferibili alle autonomie locali: si potranno trasferire a Regioni, Province, Comuni e città metropolitane i beni del demanio militare dismesso (come le caserme), le aree ed i fabbricati statali e le miniere.
Ricordiamo che il patrimonio demaniale attualmente disponibile nello Stato Italiano ha un valore di ben 3,2 miliardi di euro, dei quali una fetta importante spetta al demanio idrico e marittimo composto da 10.000 terreni, 9.127 fabbricati, 5.050 km di spiagge e 69 laghi naturali.
Ma cosa succederà col federalismo demaniale? I beni del demanio statale che si potranno cedere verranno ceduti alle autonomie locali in base allo schema sopra citato, le quali li potranno inserire come fondi immobiliari e venderli a privati o società: del ricavato, l'85% dovrà essere impiegato alla riduzione del debito locale (in caso di attivo dovrà essere reinvestimento sul posto), mentre il restante 15% verrà destinato al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato. Si prevede inoltre che ogni 2 anni vengano attribuiti agli enti locali i nuovi beni eventualmente resisi dispobili.
E qui ritorniamo alle polemiche politiche: si tratterà di una grande innovazione nella gestione del patrimonio demaniale statale (che potrebbe risanare molte casse vuote!) o si tratterà di una svendita di tale patrimonio col rischio di finire in mano a degli scellerati speculatori (che non sono pochi in Italia)? Beh, difficile dirlo: personalmente, sarei favorevole alla cessione agli enti locali (e quindi alla loro successiva vendita) degli edifici dismessi del demanio militare (magari obbligando gli acquirenti a riconvertirli in carceri), dei vari edifici di proprietà statale ma non di valore culturale e delle aree fabbricabili di proprietà statale. Ma di certo non sono favorevole alla cessione agli enti locali di beni naturalistici come fiumi, laghi, spiagge: qui ci sarebbe il fortissimo rischio di speculazione edilizia con i conseguenti problemi (urbanizzazione selvaggia, abusivismo, inquinamento). Staremo a vedere: ci vorrebbe una forte collaborazione tra maggioranza ed opposizione per arrivare al meglio, ma al meglio qui in Italia non ci pensa nessuno, purtroppo...
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venerdì 19 febbraio 2010
ITALIA CHIUSA PER FRANE!!!
La cronaca dei fatti ormai la conosciamo. Snoccioliamo ora alcuni dati relativi al terribile dissesto idrogeologico italiano. Negli ultimi 50 si sono verificate ben 470.000 frane (più o meno gravi), di cui 11.000 molto gravi: assieme ad alluvioni e terremoti, hanno causato ben 3.500 morti (ovvero 6 morti al mese!). Tra le frane più gravi ricordiamo quella che nel Salernitano causò 297 morti nel 1954, quella del Vajont (con conseguente crollo della diga) che nel 1963 causò 1.817 morti, quella della Val di Stana del 1985 che causò 269 morti, fino a quella di Sarno (e dei comuni limitrofi) del 1998 che causò 153 morti. E i danni? Incalcolabili! Dal 1994 al 2004 sono stati ben 21 i miliardi spesi dallo Stato per riparare i danni più gravi provocati da frane, alluvioni e terremoti, mentre per i danni più lievi lo Stato ha speso 1,5 miliardi di euro all’anno!!! Buona parte del paese poi è a rischio idrogeologico: ben 5.596 comuni su un totale di 8.101 (pari al 70%)!!! Tutti questi dati sconcertanti sono stati rilevati dall’ultimo “Rapporto sulle frane in Italia” realizzato dall’ex Apat, Regioni e Province autonome, nonché in base ai dati dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche.
Il clima (nel senso di tempo meteorologico) ci sta probabilmente mettendo del suo: fenomeni localizzati molto intensi (come piogge monsoniche dell’ordine di 300-400 mm d’acqua in pochissime ore) stanno mettendo a dura prova un territorio di per sé già molto instabile. Tuttavia, la maggior responsabilità è dell’uomo e, soprattutto, dello Stato. Le cause di questo dissesto idrogeologico? Eccole:
- disboscamento: negli anni sono stati divelti boschi interi per lasciare spazio a pascoli o ad aree urbanizzate, ma sono le radici degli alberi che tengono unito il terreno. Se mancano gli alberi il terreno è molto più instabile;
- urbanizzazione sfrenata: si è costruito (legalmente) su terreni che poi nel tempo non si sono rivelati idonei a sostenere edifici. Perché non si è verificato prima? Perchè continuare a costruire quando la richiesta non c'é? Mistero italiano: beh, mica tanto mistero, solo soldi, soldi, soldi!
- abusivismo: si è costruito illegalmente su aree dove era vietata l’edificazione. In questo hanno colpa le autorità, che non hanno impedito queste edificazioni (e poi non hanno fatto niente per rimediare), e gli stessi residenti, che hanno costruito ben sapendo che lo stavano facendo su terreni non idonei e a rischio;
- incuria istituzioni: negli anni lo Stato è sempre intervenuto per riparare i danni e quasi mai per fare opere che evitino il rischio.
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venerdì 22 gennaio 2010
Ecco il FEDERALISMO DEMANIALE…
A primo acchito potrebbe sembrare una cosa di buon senso, ma in realtà non lo è proprio in quanto si corrono due rischi: il primo è che potranno essere svenduti anche beni “assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano rilevanza nazionale” (perché, c’è anche un valore storico o artistico o ambientale di rilevanza regionale…?), il secondo è che questo processo di dismissione aprirà le porte alla speculazione edilizia e immobiliare in quanto sarà più facile intervenire su tali opere se dall’altra parte ci sono enti inferiori all’organo statale e potenzialmente “interessati” a questi interventi. Lo ha denunciato, giustamente, anche il presidente dei Verdi, Angelo Monelli.
I Verdi sono preoccupati soprattutto per due articoli del decreto legislativo: l’art. 5 (comma b) il quale stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio Comunale costituisce variante allo strumento urbanistico generale (ciò significa che ogni delibera per il passaggio di un bene demaniale al Comune si trasformerà automaticamente in variante al piano regolatore saltando pertanto il normale iter di modifica); e l’art. 6 il quale semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari. Si tratta di un vero e proprio regalo a quelle grande famiglie di costruttori che nel tempo hanno devastato il territorio italiano in nome dei ricavi derivanti dall’urbanizzazione sfrenata.
Lo stesso provvedimento prevede un esatto censimento dei beni demaniali: secondo i dati dell’Agenzia del demanio ci sono in Italia circa 30.000 beni in gestione, di cui 20.000 (pari al 67%) sono fabbricati (per una cubatura complessiva di 95 milioni di mc…) e 10.000 (pari al 33%) sono terreni (per una superficie di 150 milioni di mq…). Il demanio militare occupa invece lo 0.26% del territorio nazionale (pari a 783 kmq). Fra le possibile cessioni figurano così lo splendido Arsenale di Venezia, la Caserma Cavalli di Firenze, il Castello di Brindisi, il Poligono di Capo Teulada (in Sardegna) e alcune isole (tra cui l’isola di Sant’Andrea a Venezia e l’isola Palmaria a La Spezia).
Certo, dobbiamo essere sinceri: è anche vero che la maggior parte dei beni demaniali versa in stato di abbandono o quasi, e che comunque mancano le risorse necessarie per la loro conservazione e valorizzazione. Probabilmente il trasferimento agli enti minori potrebbe garantire maggiori investimenti, in quanto arriverebbe risorse di privati, tuttavia ci sono alcuni punti molto importanti che dovrebbero essere inseriti nel nuovo provvedimento per evitare lo smantellamento di quello che è il più grande patrimonio storico, artistico e ambientale del mondo intero: si dovrebbero escludere dai beni trasferibili quelli storici ed artistici (evitando così che castelli o musei passino in mani “bucate” e diventino opere dall’uso completamente diverso da quello originario) e si dovrebbe introdurre un vincolo di destinazione d’uso per questi immobili trasferiti. Allo stesso tempo sarà una buona cosa trasferire un’area abbandonata o una caserma purché venga poi utilizzata per fini sociali come ospedali, carceri, istituti scolastici, centri di assistenza, parchi pubblici, impianti sportivi, ecc… Pier Luigi Cervellati, urbanista e professore all’Università di Venezia, nell’intervista di Giovanni Valentini per il quotidiano la Repubblica del 31 dicembre 2009, esprime tutta la sua preoccupazione per il futuro dei centro storici, dicendo giustamente: “Vendere caserme in un centro storico, senza che questo serva alla città stessa, senza che serva a creare spazi pubblici, ma solo a fini speculativi, significa accentuare la trasformazione delle città in merce”.
Il pericolo, per fare cassa vista la carenza di fondi nello Stato, è che questo provvedimento si trasformi in un nuovo Piano Casa, ogni regione ne farà un uso proprio, in quanto punta sull’edilizia per riavviare il meccanismo economico, senza considerare che la speculazione edilizia a fini residenziali avrà gravi conseguenze sulle città (aumento di traffico, aumento di inquinamento, ecc…) e con ulteriore rischio di bolla speculativa (vedi quello che è successo in Spagna…). Staremo a vedere cosa cambierà in fase di approvazione di questo emendamento…
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martedì 8 dicembre 2009
IN DIFESA DELLO ZUCCHERO ITALIANO
“Dopo la riforma OCM Zucchero decisa dalla UE nel 2006, il settore bieticolo-saccarifero italiano ha dovuto affrontare una profondissima ristrutturazione, che se da un lato ha comportato la chiusura di 15 zuccherifici, dall’altro ha portato a concentrare sui 4 zuccherifici rimasti in attività investimenti per oltre 130 milioni di euro, per adeguarne la competitività ai nuovi parametri europei.
Questi quattro zuccherifici, che occupano circa 2.000 dipendenti, sono distribuiti a Minerbio (BO), Pontelongo (PD), S. Quirico (PR) e Termoli (CB). Producono 508.000 tonnellate di zucchero (il 30% del fabbisogno italiano) da circa 4 milioni di tonnellate di barbabietole, coltivate in oltre 10.000 aziende agricole italiane su più di 60.000 ettari, distribuiti in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo, Lazio e Basilicata: le aree più vocate del paese, dove la coltivazione della barbabietola e la produzione di zucchero hanno una tradizione secolare.
È proprio per garantire al Paese questa quota di produzione di zucchero italiano che, nel 2006, il nostro Governo, allora rappresentato dal Ministro Alemanno, vincolò il proprio assenso a quella dolorosa riforma a due condizioni: che lo Stato italiano fosse autorizzato ad erogare aiuti nazionali alla produzione e che la UE concedesse a sua volta propri aiuti accoppiati.
Così avvenne, e aiuti nazionali e comunitari furono autorizzati per un periodo di cinque anni, dal 2006 al 2010, al fine di consentire al settore il graduale adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riforma.
Mentre per il 2006, il 2007 e il 2008 questi aiuti – autorizzati dall’UE con Reg. CE n° 318 del 20 febbraio 2006 e sanciti nel “Piano per la ristrutturazione per il settore bieticolo-saccarifero” adottato il 31 gennaio 2007 dal Comitato Interministeriale ad hoc costituito ai sensi della Legge n° 81/2006 – sono stati regolarmente erogati, a tutt’oggi, nonostante le rassicurazioni ricevute, non sono state ancora stanziate le risorse per gli aiuti nazionali per il 2009 (pari ad € 43.000.000), e anche per il 2010 la finanziaria attualmente in discussione non prevede i 43 milioni di euro di competenza.
Ciò che chiediamo è solo il rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, sulla base dei quali le nostre imprese agricole e industriali hanno elaborato i loro programmi ed effettuato gli investimenti, anche a sostegno dell’occupazione.
È superfluo sottolineare che la mancata erogazione di questi importi metterebbe in ginocchio il settore nazionale con un impatto drammatico sul futuro occupazionale dei lavoratori attualmente occupati e determinando la totale dipendenza dei consumatori e delle industrie italiane dalle disponibilità di approvvigionamento da parte dei produttori e dei consumatori esteri.
Sarebbe veramente paradossale che ciò avvenisse per un’inadempienza dello Stato italiano, mentre la UE ha già garantito gli aiuti di propria competenza per tutto il quinquennio.
Chiediamo quindi il Suo autorevole intervento per arrivare ad una soluzione che superi questa incredibile situazione. CONFIDIAMO NEL RISPETTO DEGLI IMPEGNI”.
Questa è la lettera – appello dei produttori italiani di zucchero, che fotografa una situazione allarmante e che mostra ancora una volta il disinteresse dello Stato italiano verso alcuni rami agricoli – industriali della propria economia. D’altronde, uno Stato che ha appena stanziato 15 miliardi (ripeto, miliardi) di euro (così come denunciato da Umberto Veronesi) in spese militari (carri armati, aerei, armi, ecc…) che non si sa per che cosa e non elargisce fondi per la propria economia, che Stato volete che sia? E che dire delle centinaia di milioni di euro di fondi elargiti ogni anno dallo Stato ad enti assolutamente inutili, come ad esempio il CNEL? Il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con sede a Roma, che da quasi 50 anni sforma pareri completamente inutili che non si sa per cosa e che solo per il 2010 ha ricevuto uno stanziamento di ben 18 milioni di euro (di cui l’80% serve a pagare stipendi e indennità)!!! Ed intanto la nostra economia muore…
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venerdì 14 settembre 2007
Ambiente: quanto costa salvare l'Italia?
- per rispettare il protocollo di Kyoto (e quindi per tagliare le emissioni di CO2 in atmosfera) serviranno almeno 1,5 miliardi di euro in 3 anni, di cui 100 milioni di euro l'anno saranno destinati alla mobilità sostenibile ovvero alle infrastrutture (come colonnine elettriche e distributori di mtano) e ai veicoli a basso impatto ambientale;
- 40 miliardi di euro in 10 anni serviranno per combattere frane e alluvioni e dunque per le politiche di difesa del suolo;
- 60 miliardi di euro in 10 anni serviranno per migliorare il trasporto su ferrovia e via mare.
Per questo, come afferma il Ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: "Bisogna arrivare ad una Finanziaria verde che consenta di metter in sicurezza il paese e nello stesso tempo aiuti a risanare il bilancio. Può sembrare che chieda il miracolo, ma basta fare un pò di conti per scoprire che è possibile. I fondi per Kyoto possono essere ricavati da una piccola quota di dividendi pubblici di ENEL ed ENI: è giusto che i ricavati di queste due società siano almeno in parte utilizzati per compensare i danni prodotti dalle emissioni serra. Inoltre si potrebbe contrastare efficaciemente l'avanzata di frane e alluvioni, che sarà determinata dal progredire dei cambiamenti climatici, passando dalle opere di ingegneria classica basata sul cemento alla bioingegneria basata sulla rinaturalizzazione degli ambienti a rischio. In questo modo si potrebbero risparmiare fino a 3/4 dei 40 miliardi di euro previsti". Sulla stessa linea d'onda è la Banca Mondiale secondo la quale: "Il cambiamento climatico darà luogo, in ultima istanza, a danni maggiori che possono penalizzare le prospettive di crescita". Attuando quindi una giusta politica ambientale, si poitrà arrivare al risultato che per ogni euro investito in prevenzione sull'ambiente se ne risparmieranno almeno tre! Lo stesso discorso vale anche per il taglio delle emissioni di CO2 e per il rispetto del protocollo di Kyoto: investendo meno di un miliardo di euro l'anno in efficenza energetica e fonti rinnovabili si evitano ben 12 miliardi di sanzioni nel periodo 2008-2012! Potrebbe essere la strada giusta, oltre che per la protezione dell'ambiente, anche per il risanamento dei bilanci dello Stato: speriamo di poterlo confermare tra qualche anno col famoso detto "due piccioni con una fava"!
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Unknown
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martedì 29 maggio 2007
Petrolio: i regali dello Stato alla raffineria di Moratti....
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Unknown
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