Visualizzazione post con etichetta Stato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stato. Mostra tutti i post

venerdì 29 novembre 2013

Gli enti inutili che nessuno sopprime

Sempre sul quotidiano la Repubblica di ieri ho trovato un'altra bella lettera di un lettore infuriato, come me e come tanti altri, per le spese folli dello Stato italiano. La lettera è intitolata “Quegli enti inutili a spese dei cittadini” e recita così. 
“In un momento in cui lo Stato non sa dove andare a pescare i soldi e inventa nuovi nomi per oberare di tasse i cittadini, ci sono 30.000 enti inutili, alcuni istituiti da Vittorio Emanuele e Mussolini, circa 500.000 con quelli locali. Si pensi a quanto ammonterebbe il risparmio se si abolissero. Basterebbe una legge per sopprimerli, ma sembra impossibile. Forse perché servono a sistemare qualche nullafacente referenziato dai partiti a spese di noi cittadini?”.
Il lettore tocca un tema delicato: forse non tutti questi enti sono da eliminare ma credo che la maggior parte sì sia inutile, per una spesa annua di miliardi di euro. Perchè nessuno li vuole eliminare? Forse ha ragione il lettore, sono una riserva di voti: il problema di questo paese è che per fare una cosa la si deve fare solo per prendere i voti, non perchè è utile. E infatti i risultati disastrosi di questo Paese sono sotto gli occhi di tutti. Neanche la peggiore dittatura si meriterebbe una classe politica del genere.

lunedì 17 ottobre 2011

L'EDUCAZIONE CIVICA che non si insegna a scuola... - 3° parte

Lo scorso 15 marzo ho pubblicato la 1° parte e il 5 aprile la 2° parte di un libro dedicato all'EDUCAZIONE CIVICA: sono sempre dell'idea che nella scuola dovrebbe essere ripristinato l'insegnamento di questa materia, perchè (anche) con questa si formano gli uomini del domani. Continuo quindi con la pubblicazione di alcune parti del libro di educazione civica delle mie scuole medie, libro intitolato appunto "Educazione civica", scritto da Bianca Maria Ribetto (edito da Società Editrice Italiana di Torino nel 1985). Ora voglio trattare Parte Terza di questo libro intitolata "Il cittadino e lo Stato", che è articolata in più capitoli (oggi tratto del tema della libertà). Eccone alcuni stralci. La persona,, in quanto tale, possiede diritti inviolabili di libertà, che non le sono concessi dallo Stato ma le appartengono per natura, cioè per lo stesso fatto di essere nata, di esistere; sono diritti che lo Stato non solo non può violare, ma anzi deve impegnarsi a difendere... Il primo di questi diritti è la libertà personale (art. 13 della Costituzione) che non può subire alcuna restrizione se non nei casi espressamente previsti dalla legge e con l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria... La Costituzione garantisce la libertà religiosa, cioè il diritto riconosciuto ai fedeli, di qualunque confesisone, di professare liberamente la propria religione e di farne propaganda (art. 19 della Costituzione). Tale libertà deve intendersi essenzialmente come libertà di coscienza, che può essere anche la libertà di non professare alcuna religione... Di fondamentale importanza è il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21 della Costituzione): questo diritto è il necessario complemento della libertà di coscienza e di pensiero che, di per sè, non avrebbe alcun valore se non fosse accompagnata dalla libertà di manifestare agli altri le proprie convinzioni. Rientra in questo la libertà di stampa. La libertà di stampa è la libertà, riconosciuta ai cittadini, di diffondere notizie, giudizi, opinioni per mezzo di libri e giornali, o di altri organi di informazione, come la radio o la televisione. I giornali e gli altri mezzi d'informazione svolgono due compiti essenziali: fornire informazioni sui fatti accaduti e far conoscere il pensiero di chi scrive. Libertà di stampa non significa che il giornalista è libero di scrivere quel che gli pare, anche notizie false, ma che egli deve essere libero di riferire i fatti che sono accaduti, nel rispetto della dignità e della libertà delle altre persone, e libero inoltre di esprimere su questi fatti, o su qualunque problema, le proprie opinioni ed i propri giudizi. Il cittadino che legge i giornali, o ascolta le notizie televisive, a sua volta ha diritto a ricevere un'informazionee veritiera ed onesta (in un regime autoritario non è necessario che il cittadino conosca tutta la verità, basta che sappia ciò che serve per approvare ed obbedire; in uno Stato democratico si richiede invece un'informazione corretta e il più possibile completa). L'art. 21 della Costituzione precisa che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Il rispetto di questa norma non garantisce che l'informazione sia obiettiva in senso assoluto: chi presenta le notizie non può prescindere dalle proprie opinioni, che del resto ha diritto di esprimere, ma quella norma dovrebbe garantire a chi scrive di poter effettivamente manifestare il proprio pensiero, e al lettore di leggere le autentiche opinioni di chi scrive, e non ciò che fa comodo ad una autorità che sta sopra di lui.
Il libro che ho citato in premessa è del 1985, quindi di 26 anni fa. Lo spazio dedicato alla libertà di stampa lo termina con una domanda: "Ma la stampa è davvero libera?". La risposta che l'autore del libro da a questa domanda è la seguente: "E' intanto evidente che non tutti sono liberi di pubblicare ciò che vogliono, e trasmettere agli altri con questo mezzo il loro pensiero, perchè la carta stampata costa molto. Molti quotidiani italiani, ad esempio, non riescono a pagarsi le spese con ciò che ricavano dalle vendite, per cui la maggior parte delle aziende giornalistiche è in deficit. Chi paga allora le spese di questi giornali? Sono grossi gruppi industriali che, acquistando le azioni delle aziende giornalistiche in crisi, ne diventano proprietari e se ne accollano l'onere. Alcuni di questi gruppi possiedono anche parecchie "testate", cioè parecchi giornali, e possono così controllare vasti settori dell'informazione". Ed io aggiungo: e non sempre i direttori di tali giornali sono indipendenti dai loro editori...
Profezia? A distanza di 26 anni, dobbiamo ammettere che la risposta di quel libro è stata assolutamente preveggente, visto il pericolo che corre oggi la libertà di stampa in Italia. Vedasi le continue proposte di legge per limitare (o addirittura bloccare!) la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche di persone indagate o degli atti dei processi in corso. Sono dell'idea che il cittadino debba sempre sapere cosa fa e come si comporta il politico al quale ha dato il proprio voto o che governa il paese in cui abita.

martedì 5 aprile 2011

L'EDUCAZIONE CIVICA che non si insegna a scuola... - 2° parte

Lo scorso 15 marzo ho pubblicato la 1° parte di un libro dedicato all'EDUCAZIONE CIVICA: sono sempre dell'idea che nella scuola dovrebbe essere ripristinato l'insegnamento di questa materia, perchè (anche) con questa si formano gli uomini del domani. Continuo quindi con la pubblicazione di alcune parti del libro di educazione civica delle mie scuole medie, libro intitolato appunto "Educazione civica", scritto da Bianca Maria Ribetto (edito da Società Editrice Italiana di Torino nel 1985). La scorsa volta ho trattato la "Parte Prima - Vivere Insieme" del libro, ora tratto la Parte Seconda. PARTE SECONDA - Lavoro e società. Il lavoro viene considerato un dovere sociale, cioè un dovere che gli individui hanno nei confronti della società. Non a caso l'art. 1 della nostra cara Costituzione recita proprio: "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Ciò significa che i cittadini sono degni di rispetto e di considerazione non in quanto possiedono ricchezze, ma in quanto collaborano con il proprio lavoro, anche modesto, al benessere della società (così come recita l'art. 4 della stessa Costituzione). Il modo in cui gli uomini si organizzano per lavorare è molto importante, non soltanto perchè da esso dipende la produzione dei beni necessari, ma anche perchè esso determina i rapporti fra le persone all'interno della comunità. Si tratta di princìpi molto importanti: dobbiamo ricordare che siamo noi la società e siamo noi a far funzionare la società stessa. Con il lavoro l'uomo si procura il denaro con il quale acquista le cose o paga i servizi dei quali ha bisogno. Nella vita di tutti i giorni però l'uomo usa anche beni o servizi che, almeno apparentemente, non gli costano nulla: non paga ad esempio per usare una strada, non paga la lezione che riceve nella scuola statale, non paga l'uso della panchina ai giardini pubblici o il vantaggio dell'illuminazione stradale. Chi paga questi servizi? Siamo noi che li paghiamo, ne sosteniamo il costo tutti assieme tramite il pagamento delle tasse (proporzionate in base al proprio reddito). Ecco perchè pagare le tasse è così importante: le tasse servono a sostenere la società in cui viviamo e a far funzionare lo Stato, ricordate sempre che la società siamo noi. Tutti dobbiamo quindi pagare le tasse: chi evade le tasse fa un torto agli altri e alla società. Negli Stati moderni, che cercano di soddisfare sempre meglio le esigenze dei cittadini e di organizzare più adeguatamente i servizi, le spese crescono più rapidamente delle entrate e lo Stato spesso non è in grado di assolvere a tutti i suoi compiti. Questo accade anche in Italia, dove la situazione è aggravata sia dal fatto che talvolta il denaro pubblico è male amministrato e si compiono inutili sprechi, sia da una forte evasione fiscale: ci sono cioè nel nostro paese molti cittadini che si sottraggono al loro dovere di contribuire alle spese della collettività. Queste persone commettono un reato ai danni dello Stato, cioè di tutti i cittadini, perchè, pur usufruendo di tutti i vantaggi che derivano dal far parte di una comunità e utilizzando i servizi che essa fornisce, non contribuiscono a sostenerne le spese. Ciò significa che la collettività viene derubata ogni anno di una somma enorme: pensate quanti ospedali, quante scuole, quante cose potrebbero essere costruite con questo denaro! Credo che a questi princìpi non ci sia nulla da aggiungere. .. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Sia gli individui che lo Stato devono sempre avere presente che tutti i cittadini sono ugualmente degni di rispetto; che tutti allo stesso modo devono obbedire alle leggi; che tutti ugualmente possono esercitare il potere politico, cioè possono prendere parte alle decisioni che riguardano la vita della Nazione. Le decisioni politiche vengono in gran parte determinate da coloro che occupano posizioni di rilievo i quali, tra l'altro, possono servirsi della stampa e degli altri mezzi di informazione per indirizzare le opinioni dei cittadini. Questa disuguaglianza di potere è tanto più grande quanto più basso è il livello di partecipazione dei singoli cittadini all'attività della comunità e delle assoiciazioni democratiche in cui si articola la nostra società: i quartieri, i Comuni, i sindacati, i partiti politici, ecc... Partecipare all'attività di queste comunità significa contare di più, avere maggiori possibilità di influire sulle scelte politiche, non lasciare che siano pochi a decidere per tutti. Ma non sono in grado di esercitare il loro potere coloro che, per mancanza di un minimo di istruzione, non sanno far valere le proprie ragioni, difendere i propri interessi, prospettare soluzioni; coloro che vivono in una condizione di "ignoranza così grave da non essere neanche più uomini" (come disse don Lorenzo Milani). Questi ultimi princìpi mi hanno colpito molto, perchè, pur essendo stati scritti quasi 30 anni, sono perfettamente descrittivi della situazione attuale del nostro Paese: il potere in mano a pochi (i soliti), la politica trasformata in una casta, il controllo delle masse con i mezzi di informazione (TV e giornali), la diffusa ignoranza, le bugie, gli interessi personali. Abbiamo un grande mezzo (ormai uno dei pochi) che sono le elezioni politiche: spero che almeno alle prossime gli italiani sappiano cosa fare per poter ridare un pò di dignità a questo Paese...

giovedì 17 marzo 2011

Ministero dei Beni Culturali allo sbando...

In questi giorni ho cominciato a pubblicare i vari articoli della Costituzione Italiana, perchè tutti insieme dobbiamo diffondere e far conoscere la Costituzione a chi (purtroppo) ancora non la conosce (nella speranza che al più presto il Ministero della Pubblica Istruzione decida di farne, assieme all'educazione civica, una materia di insegnamento scolastico in tutte le scuole di ogni ordine e grado). Tra i principi fondamentali della Costituzione, l'art. 9 recita: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". Ecco: il contrario di quello che negli ultimi anni sta facendo il governo Berlusconi. I tagli smisurati ai Ministeri dei Beni Culturali, della Pubblica Istruzione e dell'Ambiente vanno pertanto in contrasto rispetto a quanto previsto dalla Costituzione: i tagli (dicono al governo) servono per affrontare la crisi economica e l'enorme debito pubblico. I soldi però si continuano a trovare per il Parlamento (circa un miliardo di euro all'anno), per le centrali nucleari, per le Province, oltre che continuare ad assecondare un'evasione fiscale da record e a lasciare impuniti (e anzi a favorire) il taroccamento degli appalti pubblici sottraendo soldi dalle casse statali.
Pochi giorni fa il ministro Sandro Bondi ha lasciato la direzione del Ministero dei Beni Culturali (http://www.beniculturali.it), un pò in seguito ai crolli di Pompei un pò per i continui tagli dei fondi al suo ministero. Sono notizia di questa settimana anche le dimissioni di Andrea Carandini (archeologo) dalla Presidenza del Consiglio Superiore dei Beni Culturali. Testuali parole di Carandini dopo le sue dimissioni: "Nella politica italiana hanno vinto i nemici della cultura e dei beni culturali tutelati dallo Stato. Non potendo abolire il Minsitero, hanno deciso di ammazzarlo con un progressivo svuotamento di uomini e mezzi. Ci stiamo allontanando dalla patria, anche quella visibile fatta di paesaggio ed arte. Rischiamo di perderla, e non sono passate neppure cinque generazioni dalla fondazione dello Stato". Uno sfogo amaro che fotografa alla perfezione lo stato disastroso in cui versa il ministero: ministero che nel marzo 2009 poteva contare su 155 milioni di euro (cifra già allarmante per affrontare il mantenimento dell'enorme patrimonio storico-culturale del Paese), per il 2011 lo stanziamento è già sceso a 102 milioni di euro, mentre negli ultimi 6 anni i finanziamenti sono stati tagliati di ben il 70%!! Ancora Carandini: "Bondi è stato colpito, prima ancora che dall'opposizione, dal governo e dallo stesso partito di cui è coordinatore nazionale. Non ha una personalità forte, e in questo senso gli va attribuita una responsabilità politica. Ma la sua caduta e il ritardo nel nominarne il successore dimostrano quanto sia forte il partito che vuole liquidare la cultura". Ovvero il PdL...
A tal proposito mi aggancio a bel articolo di Michele Serra, apparso alcuni giorni fa sul quotidiano la Repubblica, intitolato "Se i cittadini fanno audience" e dedicato agli smisurati tagli fatti per l'anno 2011 a cinema, teatro e lirica: solo 231 milioni di euro stanziati per quest'anno, così pochi che persino la Consulta ministeriale si è rifiutata a decidere. Con questi tagli indiscriminati sono a rischio chiusura, tra gli altri, il teatro lirico genovese Carlo Felice, l'archivio storico del cinema Cinecittà-Luce, il Madre di Napoli e molti festival (tra cui quello della Letteratura di Mantova e quello del cinema di Trieste). Cito testualmente Michele Serra: "Impoverire il tessuto culturale di una qualsiasi comunità è comunque un atto di cecità. Farlo in un Paese come il nostro è puro sabotaggio, soprattutto contro le nuove generazioni. Al punto che è legittimo sospettare che dietro il fragile sipario della mancanza di fondi agisca un animus politico anti-culturale che si concilia perfettamente con il proposito di una trasformazione strutturale della società italiana. Consumatori di pubblicità invece che cittadini. Audience invece che opinione pubblica". Un pensiero che condivido pienamente: la società italiana è stata trasformata negli ultimi 20 anni dalla TV commerciale, e le preferenze per la TV commerciale si sono poi trasformate in voti politici (per il PdL...). E questi ne sono i risultati: ormai quasi l'intera TV (salvo pochissime eccezioni) tralasciano argomenti ed approfondimenti su cultura, ambiente ed arte. Come sta accadendo per il decreto taglia energie rinnovabili, anche nel campo della cultura, dell'arte, dell'istruzione, del paesaggio e del territorio i tagli statali comporteranno perdite di centinaia di migliaia di posti di lavoro: è questo un governo serio? Secondo voi i temi urgenti dell'Italia sono oggi la riforma della giustizia e il ritorno al nucleare? Evidentemente sì, visto come trattano questi due argomenti i programmi di approfondimento serali di molti canali TV... D'altronde, come ha detto il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, con la cultura non si mangia. Ammettiamo che sia vero (ma non è vero, visti i tantissimi posti di lavoro), dobbiamo quindi credere che si mangia col Province? Si mangia con il nucleare? Si mangia con le spese del Parlamento? Si mangia con le enormi spese militari? Che dilettanti...

giovedì 25 novembre 2010

Il FAMIGERATO taglio al 5 per mille...

Credo che FAMIGERATO sia il termine esatto per commentare il taglio al 5 per mille previsto dall'ultima Finanziaria 2011 (ancora da approvare). I dati sono eloquenti: la Finanziaria 2007 ha previsto 400 milioni di euro dal 5 per mille per le varie associazioni (di cui 353 milioni erogati), la Finanziaria 2008 ha previsto 400 milioni di euro (di cui 397,3 milioni erogati), la Finanziaria 2009 ha previsto 400 milioni di euro (ma zero euro erogati...), la Finanziaria 2010 ha previsto 400 milioni di euro (ma zero euro erogati), la Finanziaria 2011 ha tagliato i fondi a 100 milioni! Un taglio di ben il 75%!!! E il 5 per mille versato dagli italiani, che prima andava al volontariato e alle varie associazioni, dove andrà?
Sono 16 milioni gli italiani che ogni anno scelgono il 5 per mille: come si può evincere dal sito http://www.5-per-mille.it/ il contribuente può destinare la quota del 5 per mille della sua imposta sul reddito delle persone fisiche apponendo la firma in uno dei quattro appositi riquadri che figurano sui modelli di dichiarazione. È consentita una sola scelta di destinazione, ma il contribuente può altresì indicare il codice fiscale dello specifico soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille. Se guardiamo i dati della dichiarazione dei redditi dell'anno 2009, mediamente ogni contribuente che ha scelto il 5 per mille ha versato € 28,81 al volontariato, € 28,69 alla ricerca scientifica, € 26,29 alla ricerca sanitaria e € 29,21 alle associazioni sportive: complessivamente sono stati distribuiti nel 2009 278,6 milioni di euro al volontariato, 65,9 milioni di euro alla ricerca sanitaria e 64,1 milioni di euro alla ricerca scientifica (oltre che 6,9 milioni di euro ad associazioni sportive).
E quest'anno? La riduzione del 75% dei fondi del 5 per mille da evolvere alle varie associazioni comporterà un disastro in molti settori, soprattutto nel volontariato. Da cosa nasce il volontariato? Questa la chiara definizione che trovo su wikipedia: "Volontariato è un'attività libera e gratuita svolta per ragioni private e personali, che possono essere di solidarietà, di giustizia sociale, di altruismo o di qualsiasi altra natura. Nasce dalla spontanea volontà dei cittadini di fronte a problemi non risolti, o non affrontati, o mal gestiti dallo Stato e dal mercato. Per questo motivo il volontariato si inserisce nel "terzo settore" insieme ad altre organizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto o del diritto pubblico". A proposito di volontariato, http://www.volontariato.com/.
E lo Stato cosa fa? Taglia e mette in allarme proprio il mondo del volontariato. Sono migliaia le associazioni in Italia che si occupano di volontariato (impiegando con continuità 1,1 milioni di italiani e saltuariamente 4 milioni), nei più svariati campi: dalla protezione della natura alla difesa di beni storico-artistici, dall'aiuto a persone bisognose alla lotta contro malattie gravi. In tutti questi campi il volontariato si sostituisce allo Stato: e lo Stato taglia. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti taglia: taglia sulla cultura, sull'istruzione, sull'ambiente ed ora sul volontariato. E come più volte abbiamo detto non taglia sui costi esorbitanti del Parlamento (la politica italiana costa 4 miliardi di euro all'anno: ma i nostri amati parlamentari si sono già tagliati lo stipendio di 1.000 euro, che quindi è sceso da 14.000 a 13.000 euro netti al mese..., oltre che maturare la pensione dopo appena 2 anni e mezzo di legislatura!!), non taglia sulle maledette Province (2 miliardi di euro all'anno), non taglia sulle spese militari (8 miliardi di euro all'anno)! E a proprosito di spese militari, è sconcertante quanto è appena stato deliberato dallo Stato in materia: 100 milioni di euro spesi per i sistemi d'arma, 200 milioni di euro per 10 elicotteri AW-139, 13 miliardi (miliardi!) di euro per 131 cacciabombardieri e 4 miliardi (miliardi!) di euro per 41 Eurofighter!!! E l'opposizione tace!
Ha ragione Marco Granelli, presidente di CSVnet (Coordinamento nazionale dei centri di servizio per il volontariato, http://www.csvnet.it) quando a Lucio Cillis del quotidiano la Repubblica ha recentemente dichiarato: "Guerra e produttori d'armi contano più dei volontari, di famiglie colpite dalla crisi, di anziani e disabili non autosufficienti". VERGOGNA NAZIONALE!!

sabato 15 maggio 2010

E' quasi realtà il FEDERALISMO DEMANIALE

Il federalismo è uno dei cavalli di battaglia della Lega Nord, ovvero il trasferimento di molti poteri alle Regioni e agli enti minori: tra questi c'è anche il cosiddetto FEDERALISMO DEMANIALE. Ora, dopo gli ottimi esiti elettorali di marzo 2010, la Lega vuole accelerare l'approvazione di tale federalismo: in Commissione bicamerale è arrivata una bozza di parere sul federalismo demaniale, ma la Lega lo vuole portare al più presto al Consiglio dei Ministri in modo di centrare l'obiettivo della sua approvazione entro un anno dall'entrata in vigore della delega (ovvero il prossimo 21 maggio). Sembra che il voto sul parere sia fissato per mercoledì 19 maggio, e qui scatta il braccio di ferro con l'opposizione: il PD infatti chiede più tempo per verificare il testo. Al di là delle (inevitabili) polemiche politiche, vediamo di cosa si tratta: in poche parole è stata fatta una distinzione tra beni demaniali che resteranno sotto il controllo dello Stato e quelli che invece verranno ceduti e gestiti dagli enti minori. Più precisamente:

  • beni non trasferibili: non si potranno trasferire (e quindi resteranno sotto il controllo statale) i beni di ambito sovraregionale (ad esempio fiumi importanti, come il Po, o grandi laghi, come quello di Garda), gli immobili statali con finalità istituzionali (ad esempio palazzi come Montecitorio e Palazzo Madama), porti ed aeroporti di rilevanza nazionale (come il porto di Genova o l'aeroporto Fiumicino), il patrimonio culturale in genere nonchè tutte le reti stradali, ferroviarie ed energetiche di interesse statale;
  • beni trasferibili alle Regioni: si potranno trasferire quelli del demanio idrico e marittimo (ad esempio le spiagge e i laghi che bagnano più province di una stessa Regione), nonchè aeroporti e porti di interesse regionale;
  • beni trasferibili alle Province: si potranno trasferire laghi chiusi e miniere che stanno in un'unica Provincia (come ad esempio il Lago di Bracciano, in provincia di Roma);
  • beni trasferibili alle autonomie locali: si potranno trasferire a Regioni, Province, Comuni e città metropolitane i beni del demanio militare dismesso (come le caserme), le aree ed i fabbricati statali e le miniere.

Ricordiamo che il patrimonio demaniale attualmente disponibile nello Stato Italiano ha un valore di ben 3,2 miliardi di euro, dei quali una fetta importante spetta al demanio idrico e marittimo composto da 10.000 terreni, 9.127 fabbricati, 5.050 km di spiagge e 69 laghi naturali.
Ma cosa succederà col federalismo demaniale? I beni del demanio statale che si potranno cedere verranno ceduti alle autonomie locali in base allo schema sopra citato, le quali li potranno inserire come fondi immobiliari e venderli a privati o società: del ricavato, l'85% dovrà essere impiegato alla riduzione del debito locale (in caso di attivo dovrà essere reinvestimento sul posto), mentre il restante 15% verrà destinato al fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato. Si prevede inoltre che ogni 2 anni vengano attribuiti agli enti locali i nuovi beni eventualmente resisi dispobili.
E qui ritorniamo alle polemiche politiche: si tratterà di una grande innovazione nella gestione del patrimonio demaniale statale (che potrebbe risanare molte casse vuote!) o si tratterà di una svendita di tale patrimonio col rischio di finire in mano a degli scellerati speculatori (che non sono pochi in Italia)? Beh, difficile dirlo: personalmente, sarei favorevole alla cessione agli enti locali (e quindi alla loro successiva vendita) degli edifici dismessi del demanio militare (magari obbligando gli acquirenti a riconvertirli in carceri), dei vari edifici di proprietà statale ma non di valore culturale e delle aree fabbricabili di proprietà statale. Ma di certo non sono favorevole alla cessione agli enti locali di beni naturalistici come fiumi, laghi, spiagge: qui ci sarebbe il fortissimo rischio di speculazione edilizia con i conseguenti problemi (urbanizzazione selvaggia, abusivismo, inquinamento). Staremo a vedere: ci vorrebbe una forte collaborazione tra maggioranza ed opposizione per arrivare al meglio, ma al meglio qui in Italia non ci pensa nessuno, purtroppo...

venerdì 19 febbraio 2010

ITALIA CHIUSA PER FRANE!!!

Sembra una battuta ma in realtà è proprio quello che sta accadendo. Abbiamo tutti negli occhi le terribili immagini delle frane che a più riprese hanno colpito in questi ultimi giorni alcune località della Sicilia e della Calabria: immagini davvero incredibili, che mostrano (come nel caso calabrese) la frana che letteralmente scende giù a valle! Terrificante!
La cronaca dei fatti ormai la conosciamo. Snoccioliamo ora alcuni dati relativi al terribile dissesto idrogeologico italiano. Negli ultimi 50 si sono verificate ben 470.000 frane (più o meno gravi), di cui 11.000 molto gravi: assieme ad alluvioni e terremoti, hanno causato ben 3.500 morti (ovvero 6 morti al mese!). Tra le frane più gravi ricordiamo quella che nel Salernitano causò 297 morti nel 1954, quella del Vajont (con conseguente crollo della diga) che nel 1963 causò 1.817 morti, quella della Val di Stana del 1985 che causò 269 morti, fino a quella di Sarno (e dei comuni limitrofi) del 1998 che causò 153 morti. E i danni? Incalcolabili! Dal 1994 al 2004 sono stati ben 21 i miliardi spesi dallo Stato per riparare i danni più gravi provocati da frane, alluvioni e terremoti, mentre per i danni più lievi lo Stato ha speso 1,5 miliardi di euro all’anno!!! Buona parte del paese poi è a rischio idrogeologico: ben 5.596 comuni su un totale di 8.101 (pari al 70%)!!! Tutti questi dati sconcertanti sono stati rilevati dall’ultimo “Rapporto sulle frane in Italia” realizzato dall’ex Apat, Regioni e Province autonome, nonché in base ai dati dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche.
Il clima (nel senso di tempo meteorologico) ci sta probabilmente mettendo del suo: fenomeni localizzati molto intensi (come piogge monsoniche dell’ordine di 300-400 mm d’acqua in pochissime ore) stanno mettendo a dura prova un territorio di per sé già molto instabile. Tuttavia, la maggior responsabilità è dell’uomo e, soprattutto, dello Stato. Le cause di questo dissesto idrogeologico? Eccole:
  • disboscamento: negli anni sono stati divelti boschi interi per lasciare spazio a pascoli o ad aree urbanizzate, ma sono le radici degli alberi che tengono unito il terreno. Se mancano gli alberi il terreno è molto più instabile;
  • urbanizzazione sfrenata: si è costruito (legalmente) su terreni che poi nel tempo non si sono rivelati idonei a sostenere edifici. Perché non si è verificato prima? Perchè continuare a costruire quando la richiesta non c'é? Mistero italiano: beh, mica tanto mistero, solo soldi, soldi, soldi!
  • abusivismo: si è costruito illegalmente su aree dove era vietata l’edificazione. In questo hanno colpa le autorità, che non hanno impedito queste edificazioni (e poi non hanno fatto niente per rimediare), e gli stessi residenti, che hanno costruito ben sapendo che lo stavano facendo su terreni non idonei e a rischio;
  • incuria istituzioni: negli anni lo Stato è sempre intervenuto per riparare i danni e quasi mai per fare opere che evitino il rischio.
È proprio su quest’ultimo punto che mi vorrei soffermare: dai dati che ho citato prima, nel solo decennio 1994-2004 lo Stato ha speso ben 21 miliardi di euro per riparare i danni più gravi causati da frane, alluvioni e terremoti. Ribadisco: per riparare, non per prevenire. Ad ogni frana ci si chiede come mai non siano state fatte le dovute opere di prevenzione (consolidamento dei pendii, terrazzamenti, rimboschimento, pulizia degli alvei dei fiumi, abbattimento degli edifici abusivi, controllo dell’edificazione sul territorio): però dopo non se ne parla più e lo Stato non fa niente altro, in attesa dei morti della tragedia successiva. Perché non si investe sul territorio? In occasione dell’alluvione del Messinese di ottobre 2009, la Protezione Civile aveva calcolato in circa 25 miliardi di euro la somma necessaria per sistemare l’intero territorio italiano e preservarlo dal dissesto idrogeologico. Sono tanti? Certo, sono tanti: però vedo che il governo Berlusconi per le centrali nucleari alcune decine di miliardi di euro li trova fuori (quando se ne potrebbero investire molti meno sul fotovoltaico, avendo gli stessi risultati), vedo che il governo Berlusconi per il Ponte di Messina alcuni miliardi di euro li trova fuori, vedo che il governo Berlusconi per la Protezione Civile (e l’organizzazione di un’infinità di eventi) centinaia di milioni di euro li trova fuori. E la vita umana? La vita umana vale meno del Ponte di Messina? La vita umana vale meno del nucleare? Una sola cosa posso pensare: che le vite umane valgono meno della campagna elettorale, e quindi della sete del potere che attanaglia il Sultano (come lo chiama il caro Giorgio Bocca). Con che coraggio si continua a parlare del Ponte di Messina quando alle sue spalle ci sono due regioni che stanno franando? Il fatto è che il Ponte di Messina alle elezioni (ora le Regionali) paga…

venerdì 22 gennaio 2010

Ecco il FEDERALISMO DEMANIALE…

Poco meno di un mese fa, alla vigilia di Natale, il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto legislativo sul cosiddetto federalismo demaniale, che ora è all’esame delle competenti Commissioni parlamentari. Che cosa prevede questo “federalismo demaniale"? Consiste nel trasferire dei beni statali agli enti minori (Regioni, Province e Comuni), e questo trasferimento si attuerà con la dismissione di edifici pubblici, caserme, terreni, spiagge, fiumi, laghi, acquedotti, porti ed ogni altro bene attualmente di proprietà demaniale. Il provvedimento è costituito da 7 articoli ed è stato presentato da Roberto Calderoni in qualità di ministro della Semplificazione Normativa.
A primo acchito potrebbe sembrare una cosa di buon senso, ma in realtà non lo è proprio in quanto si corrono due rischi: il primo è che potranno essere svenduti anche beni “assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano rilevanza nazionale” (perché, c’è anche un valore storico o artistico o ambientale di rilevanza regionale…?), il secondo è che questo processo di dismissione aprirà le porte alla speculazione edilizia e immobiliare in quanto sarà più facile intervenire su tali opere se dall’altra parte ci sono enti inferiori all’organo statale e potenzialmente “interessati” a questi interventi. Lo ha denunciato, giustamente, anche il presidente dei Verdi, Angelo Monelli.
I Verdi sono preoccupati soprattutto per due articoli del decreto legislativo: l’art. 5 (comma b) il quale stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio Comunale costituisce variante allo strumento urbanistico generale (ciò significa che ogni delibera per il passaggio di un bene demaniale al Comune si trasformerà automaticamente in variante al piano regolatore saltando pertanto il normale iter di modifica); e l’art. 6 il quale semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari. Si tratta di un vero e proprio regalo a quelle grande famiglie di costruttori che nel tempo hanno devastato il territorio italiano in nome dei ricavi derivanti dall’urbanizzazione sfrenata.
Lo stesso provvedimento prevede un esatto censimento dei beni demaniali: secondo i dati dell’Agenzia del demanio ci sono in Italia circa 30.000 beni in gestione, di cui 20.000 (pari al 67%) sono fabbricati (per una cubatura complessiva di 95 milioni di mc…) e 10.000 (pari al 33%) sono terreni (per una superficie di 150 milioni di mq…). Il demanio militare occupa invece lo 0.26% del territorio nazionale (pari a 783 kmq). Fra le possibile cessioni figurano così lo splendido Arsenale di Venezia, la Caserma Cavalli di Firenze, il Castello di Brindisi, il Poligono di Capo Teulada (in Sardegna) e alcune isole (tra cui l’isola di Sant’Andrea a Venezia e l’isola Palmaria a La Spezia).
Certo, dobbiamo essere sinceri: è anche vero che la maggior parte dei beni demaniali versa in stato di abbandono o quasi, e che comunque mancano le risorse necessarie per la loro conservazione e valorizzazione. Probabilmente il trasferimento agli enti minori potrebbe garantire maggiori investimenti, in quanto arriverebbe risorse di privati, tuttavia ci sono alcuni punti molto importanti che dovrebbero essere inseriti nel nuovo provvedimento per evitare lo smantellamento di quello che è il più grande patrimonio storico, artistico e ambientale del mondo intero: si dovrebbero escludere dai beni trasferibili quelli storici ed artistici (evitando così che castelli o musei passino in mani “bucate” e diventino opere dall’uso completamente diverso da quello originario) e si dovrebbe introdurre un vincolo di destinazione d’uso per questi immobili trasferiti. Allo stesso tempo sarà una buona cosa trasferire un’area abbandonata o una caserma purché venga poi utilizzata per fini sociali come ospedali, carceri, istituti scolastici, centri di assistenza, parchi pubblici, impianti sportivi, ecc… Pier Luigi Cervellati, urbanista e professore all’Università di Venezia, nell’intervista di Giovanni Valentini per il quotidiano la Repubblica del 31 dicembre 2009, esprime tutta la sua preoccupazione per il futuro dei centro storici, dicendo giustamente: “Vendere caserme in un centro storico, senza che questo serva alla città stessa, senza che serva a creare spazi pubblici, ma solo a fini speculativi, significa accentuare la trasformazione delle città in merce”.
Il pericolo, per fare cassa vista la carenza di fondi nello Stato, è che questo provvedimento si trasformi in un nuovo Piano Casa, ogni regione ne farà un uso proprio, in quanto punta sull’edilizia per riavviare il meccanismo economico, senza considerare che la speculazione edilizia a fini residenziali avrà gravi conseguenze sulle città (aumento di traffico, aumento di inquinamento, ecc…) e con ulteriore rischio di bolla speculativa (vedi quello che è successo in Spagna…). Staremo a vedere cosa cambierà in fase di approvazione di questo emendamento…

martedì 8 dicembre 2009

IN DIFESA DELLO ZUCCHERO ITALIANO

Venerdì 4 dicembre 2009 mi sono imbattuto nel quotidiano la Repubblica su un messaggio a pagamento, esteso a tutta pagina, scritto delle più importanti aziende produttrici di zucchero italiano e aziende correlate (ovvero Eridania, Zucchero del Molise S.p.A., Coprob, Italia Zuccheri, ANB, CGIL FLAI, FAI CISL, CNB, UILA e Unionzucchero): un messaggio che non è altro che una appello intitolato “In difesa dello zucchero e delle barbabietole italiane” rivolto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per denunciare la scomparsa degli investimenti statali che sta portando molte preoccupazioni in uno dei più importanti settori agricoli ed industriali del nostro paese. Ho trovato l’appello molto interessante (oltre che preoccupante), tanto che mi è sembrato giusto diffonderlo anche attraverso questo mio blog. Riporto integralmente l’appello.
“Dopo la riforma OCM Zucchero decisa dalla UE nel 2006, il settore bieticolo-saccarifero italiano ha dovuto affrontare una profondissima ristrutturazione, che se da un lato ha comportato la chiusura di 15 zuccherifici, dall’altro ha portato a concentrare sui 4 zuccherifici rimasti in attività investimenti per oltre 130 milioni di euro, per adeguarne la competitività ai nuovi parametri europei.
Questi quattro zuccherifici, che occupano circa 2.000 dipendenti, sono distribuiti a Minerbio (BO), Pontelongo (PD), S. Quirico (PR) e Termoli (CB). Producono 508.000 tonnellate di zucchero (il 30% del fabbisogno italiano) da circa 4 milioni di tonnellate di barbabietole, coltivate in oltre 10.000 aziende agricole italiane su più di 60.000 ettari, distribuiti in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo, Lazio e Basilicata: le aree più vocate del paese, dove la coltivazione della barbabietola e la produzione di zucchero hanno una tradizione secolare.
È proprio per garantire al Paese questa quota di produzione di zucchero italiano che, nel 2006, il nostro Governo, allora rappresentato dal Ministro Alemanno, vincolò il proprio assenso a quella dolorosa riforma a due condizioni: che lo Stato italiano fosse autorizzato ad erogare aiuti nazionali alla produzione e che la UE concedesse a sua volta propri aiuti accoppiati.
Così avvenne, e aiuti nazionali e comunitari furono autorizzati per un periodo di cinque anni, dal 2006 al 2010, al fine di consentire al settore il graduale adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riforma.
Mentre per il 2006, il 2007 e il 2008 questi aiuti – autorizzati dall’UE con Reg. CE n° 318 del 20 febbraio 2006 e sanciti nel “Piano per la ristrutturazione per il settore bieticolo-saccarifero” adottato il 31 gennaio 2007 dal Comitato Interministeriale ad hoc costituito ai sensi della Legge n° 81/2006 – sono stati regolarmente erogati, a tutt’oggi, nonostante le rassicurazioni ricevute, non sono state ancora stanziate le risorse per gli aiuti nazionali per il 2009 (pari ad € 43.000.000), e anche per il 2010 la finanziaria attualmente in discussione non prevede i 43 milioni di euro di competenza.
Ciò che chiediamo è solo il rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, sulla base dei quali le nostre imprese agricole e industriali hanno elaborato i loro programmi ed effettuato gli investimenti, anche a sostegno dell’occupazione.
È superfluo sottolineare che la mancata erogazione di questi importi metterebbe in ginocchio il settore nazionale con un impatto drammatico sul futuro occupazionale dei lavoratori attualmente occupati e determinando la totale dipendenza dei consumatori e delle industrie italiane dalle disponibilità di approvvigionamento da parte dei produttori e dei consumatori esteri.
Sarebbe veramente paradossale che ciò avvenisse per un’inadempienza dello Stato italiano, mentre la UE ha già garantito gli aiuti di propria competenza per tutto il quinquennio.
Chiediamo quindi il Suo autorevole intervento per arrivare ad una soluzione che superi questa incredibile situazione. CONFIDIAMO NEL RISPETTO DEGLI IMPEGNI”.
Questa è la lettera – appello dei produttori italiani di zucchero, che fotografa una situazione allarmante e che mostra ancora una volta il disinteresse dello Stato italiano verso alcuni rami agricoli – industriali della propria economia. D’altronde, uno Stato che ha appena stanziato 15 miliardi (ripeto, miliardi) di euro (così come denunciato da Umberto Veronesi) in spese militari (carri armati, aerei, armi, ecc…) che non si sa per che cosa e non elargisce fondi per la propria economia, che Stato volete che sia? E che dire delle centinaia di milioni di euro di fondi elargiti ogni anno dallo Stato ad enti assolutamente inutili, come ad esempio il CNEL? Il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con sede a Roma, che da quasi 50 anni sforma pareri completamente inutili che non si sa per cosa e che solo per il 2010 ha ricevuto uno stanziamento di ben 18 milioni di euro (di cui l’80% serve a pagare stipendi e indennità)!!! Ed intanto la nostra economia muore…

venerdì 14 settembre 2007

Ambiente: quanto costa salvare l'Italia?

E' una delle domande che si sono posti gli esperti riuniti alla CONFERENZA NAZIONALE SUL CLIMA che si è tenuta a Roma il 12 e 13 settembre 2007. Proprio l'avvicinarsi della nuova Finanziaria spinge gli esperti ad azzardare alcune cifre da impiegare per la prevenzione ambientale, cifre che si possono riassumere così:
  • per rispettare il protocollo di Kyoto (e quindi per tagliare le emissioni di CO2 in atmosfera) serviranno almeno 1,5 miliardi di euro in 3 anni, di cui 100 milioni di euro l'anno saranno destinati alla mobilità sostenibile ovvero alle infrastrutture (come colonnine elettriche e distributori di mtano) e ai veicoli a basso impatto ambientale;
  • 40 miliardi di euro in 10 anni serviranno per combattere frane e alluvioni e dunque per le politiche di difesa del suolo;
  • 60 miliardi di euro in 10 anni serviranno per migliorare il trasporto su ferrovia e via mare.
Cifre che sono necessarie visto quanto speso finora dallo Stato italiano per affrontare le varie emergenze: 2,1 miliardi di euro spesi negli ultimi 20 anni per combattere le siccità e per tutelare il patrimonio idrico, mentre 591 milioni di euro sono stati spesi (sempre negli ultimi 20 anni) per pagare i anni causati dagli incendi boschivi!
Per questo, come afferma il Ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: "Bisogna arrivare ad una Finanziaria verde che consenta di metter in sicurezza il paese e nello stesso tempo aiuti a risanare il bilancio. Può sembrare che chieda il miracolo, ma basta fare un pò di conti per scoprire che è possibile. I fondi per Kyoto possono essere ricavati da una piccola quota di dividendi pubblici di ENEL ed ENI: è giusto che i ricavati di queste due società siano almeno in parte utilizzati per compensare i danni prodotti dalle emissioni serra. Inoltre si potrebbe contrastare efficaciemente l'avanzata di frane e alluvioni, che sarà determinata dal progredire dei cambiamenti climatici, passando dalle opere di ingegneria classica basata sul cemento alla bioingegneria basata sulla rinaturalizzazione degli ambienti a rischio. In questo modo si potrebbero risparmiare fino a 3/4 dei 40 miliardi di euro previsti". Sulla stessa linea d'onda è la Banca Mondiale secondo la quale: "Il cambiamento climatico darà luogo, in ultima istanza, a danni maggiori che possono penalizzare le prospettive di crescita". Attuando quindi una giusta politica ambientale, si poitrà arrivare al risultato che per ogni euro investito in prevenzione sull'ambiente se ne risparmieranno almeno tre! Lo stesso discorso vale anche per il taglio delle emissioni di CO2 e per il rispetto del protocollo di Kyoto: investendo meno di un miliardo di euro l'anno in efficenza energetica e fonti rinnovabili si evitano ben 12 miliardi di sanzioni nel periodo 2008-2012! Potrebbe essere la strada giusta, oltre che per la protezione dell'ambiente, anche per il risanamento dei bilanci dello Stato: speriamo di poterlo confermare tra qualche anno col famoso detto "due piccioni con una fava"!

martedì 29 maggio 2007

Petrolio: i regali dello Stato alla raffineria di Moratti....

Ho trovato un'interessante (ed inquietante!) inchiesta su La Repubblica di sabato 26 maggio realizzata da Carlo Bonini e Walter Galbiati intitolata "Quei milioni dello Stato alla raffineria di Moratti". L'inchiesta riguarda la raffineria di petrolio di Sarroch (cittadina posta a 25 km da Cagliari, sulla costa sud-orientale della Sardegna), che è la più grande raffineria del Mediterraneo e che è di proprietà della famiglia Moratti (quella dell'Inter...): ben 15 milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (corrispondenti a 300.000 barili al giorno) pari ad 1/4 della capacità di raffinazione italiana. Si tratta del cuore dell'azienda di famiglia Saras: da essa "pompano" varie compagnie di carburanti come Shell, Eni, Total, Tamoil, Q8, ecc... Fin qui nulla da eccepire: quella che inquieta (e che è il centro dell'inchiesta) è che lo Stato italiano ha versato all'azienda negli utlimi 10 anni ben 200 milioni di euro, elargiti a fondo perduto attraverso tre "Contratti di Programma" (denominati Saras I, Saras II e Saras III), programmi firmati dai vari presidenti che negli anni si sono succeduti alla guida del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), equamante distribuiti tra centro-destra e centro-sinistra (Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco, Domenico Siniscalco, Mario Baldassari, Giancarlo Pagliarini e.... Giulio Tremonti!). Con questi 200 milioni di euro sono stati rinnovati gli impianti dell'azienda consentendone la quotazione in Borsa e traendone naturalmente ulteriori benefici: si tratta di oltre 2 miliardi di euro di cui 1.700.000.000 di euro percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360.000.000 di euro elargiti al gruppo! Ricordiamo che i "Contratti di Programma" vengono fatti dallo Stato per incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in periodi di transizione ed il loro valore viene misurato nella creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004 la Saras di "Contratti di Programma" ne ha sottoscritti ben 3, un caso unico in Italia (poche altre aziende ne hanno beneficiato, come Eni e Fiat): in base ai contratti solo una parte degli investimenti sarebbe dovuta essere impiegata nella sistemazione della raffineria mentre un'altra parte sarebbe dovuta andare in investimenti collaterali per progetti di ricerca. Alla data odierna, solo Saras I si è chiuso mentre gli altri due contratti devono ancora essere sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi (dopo di chè nel bilancio dell'azienda tali finanziamenti pubblici passano dalla voce "debiti verso lo Stato" a voce di "sovvenzioni a fondo perduto"). Tirando le somme, si è evidenziato che Saras per ristrutturare la raffineria ha speso in totale 508,5 milioni di euro di cui ben 197,17 elargiti dallo Stato; nelle attività collaterali per progetti di ricerca (che l'azienda non avrebbe mai fatto senza l'aiuto dello Stato) la Saras ha investito 83,8 milioni di euro dei quali ben 58,2 milioni ricevuti in agevolazione, quindi con una spesa netta di appena 25,6 milioni di euro!!! Credo che la famiglia Moratti abbia speso volentieri 25,6 milioni di euro sapendo di riceverne 197,17 dallo Stato! Ricordiamo infine che i "Contratti di Programma" hanno creato alla Saras 269 posti di lavoro: ebbene, ogni singolo posto di lavoro è costato allo Stato italiano tra 400.000 e 1.000.000 di euro, quando per i "Contratti di Programma" sottoscritti con altre società si era arrivati al massimo a 166.000 euro!!! Ecco come viene sprecato il denaro dei cittadini italiani...