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mercoledì 17 dicembre 2014

L'analfabetismo finanziario dilaga...

Ne ha scritto un bel articolo Daniela Condorelli sul settimanale L'Espresso del 18 dicembre 2014: c'è un analfabetismo finanziario dilagante nel nostro Paese. Secondo il World Competitiveness Index, l'Italia è al 44° posto nel mondo per diffusione di educazione finanziaria (e ultima tra i Paesi del G8). Secondo Doxa, inoltre, il 50% dei giovani tra i 18 e i 29 anni non sa cosa sia un'obbligazione, il 42% associa la Borsa ad una scommessa e ben l'80% non sa orientarsi nel risparmio gestito!! Ha ragione Ignazio Visco, governatore della Banca d'Italia, quando sostiene che l'educazione finanziaria consente ai cittadini di essere meno vulnerabili alle congiunture economiche sfavorevoli e guardare al futuro con maggiore fiducia. Ci manca l'ABC della finanza e dell'economia: tra l'altro, siamo europei e la maggior parte non sa cos'è la BCE, quali sono i suoi compiti, cos'è la Troika, cos'è il FMI, cos'è lo spred, il Pil, il deficit/Pil, il debito pubblico, ecc... Ma ora sono sempre di più gli italiani che frequentano corsi e seminari per imparare quello che non avevano saputo finora: quindi imparare a pianificare le spese, fare un bilancio preventivo, identificare le proprie esigenze e riflettere su come spendono e gestiscono il budget. E in tempi di crisi economica prolungata, è assolutamente importante. E così ecco i corsi della Banca d'Italia (https://www.bancaditalia.it/), di Banca Etica (http://www.bancaetica.it/), del Laboratorio di Educazione Finanziaria (https://it-it.facebook.com/pages/Laboratorio-di-Educazione-Finanziaria/342368505795709), di Economiascuola (http://www.economiascuola.it/), di Consumerclassroom (http://www.consumerclassroom.eu/it/) nonché il Museo del Risparmio di Torino (http://www.museodelrisparmio.it/). Consiglierei infine al Ministero dell'Istruzione di introdurre economia e finanza come materia scolastica nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, almeno le cose basilari della vita quotidiana e reale di un Paese.

martedì 28 ottobre 2014

Economia reale e finanza...

“La più sintetica fotografia del nostro tempo difficile è nel rapporto tra due numeri, nella cui gigantesca differenza si annidano gran parte dei pericoli che ci minacciano. I l primo è 75 bilioni di dollari, 75 mila miliardi, l’ammontare del prodotto lordo mondiale nel 2013. Il secondo è 993 bilioni di dollari, 993 mila miliardi, l’ammontare delle attività finanziarie globali alla fine dello scorso anno”. Così inizia l'interessante articolo di Marco Panara intitolato “Finanza, un trilione di dollari che soffoca l'economia reale” pubblicato sull'inserto del lunedì “Affari&Finanza” del quotidiano la Repubblica del 27 ottobre 2014, e che potete leggere al link http://iusletter.com/finanza-un-trilione-di-dollari-che-soffoca-leconomia-reale/. Come avrete capito tratta dell'enorme divario economico tra l'economia reale e l'economia finanziaria del nostro pianeta, a dir poco inquietante. Concordo con quanto dice il giornalista: la finanza non è un nemico dell’economia, è anzi fondamentale per la sua crescita, e non lo è neanche l’innovazione finanziaria in sé. Il problema è che la finanza è diventata un competitore dell’economia reale nell'attrazione delle risorse, un potentissimo elemento di distorsione dei processi e delle politiche, un ancora più potente fattore di instabilità i cui rischi sono amplificati dalla velocissima mobilità dei capitali e dalla volatilità delle scelte, oltre che dalla dimensione delle risorse in gioco.

sabato 18 gennaio 2014

Scuola e dirittto

In queste ultime settimane ho trovato due interessanti lettere di lettori pubblicate sul quotidiano la Repubblica dedicate all'insegnamento del diritto nella scuola, lettere che voglio pubblicare integralmente perchè le condivido appieno. Eccole. 
Prima lettera. “Nella mia attività di insegnante di diritto ed economia cerco di trasmettere ai miei studenti il senso e la bellezza di parole come diritti, dignità, uguaglianza (intesa come opportunità); mi accorgo che, nonostante le difficoltà, una traccia resta. Ma sta andando a regime la riforma Gelmini e dal settembre prossimo le ore di insegnamento del diritto e dell'economia (e lo spread?) saranno ormai ridotte al lumicino in tutti i corsi di studio. Sconcerta pensare che le attuali classi quinte dell'Iti, degli istituti agrari, alberghieri, artistici e per geometri sono le ultime ad avere il diritto nel loro percorso scolastico. Il diritto è una materia su cui la cosiddetta riforma si è accanita in modo particolare. Il perchè è ormai fin troppo chiaro! D'altra parte si approvavano i condono edilizi tombali e si cancellava il diritto dal triennio... dei geometri. Invece l'apporcio al diritto è fondamentale per formare persone per bene e cittadini consapevoli, così come lampante è il legame fra il diritto e l'economia perchè 'la corruzione è il male dell'ecnomia' (è il Pontefice a ricordarlo). Dove si acquisisce il senso civico se non fra i banchi di scuola? È proprio vero che un paese è la scuola che ha!”
Seconda lettera. “La riduzione delle ore di insegnamento di diritto avrà sempre più pesanti ricadute sul livello di coscienza civile di giovani e no. Rivendicare un diritto apparirà la richiesta di un privilegio, ottemperare a un dovere verrà inteso come soggezione a una vessazione. In questi giorni di 'forconi' per strada, appare chiaro come la rivendicazione di diritti pur legittimi sia nascosta da un vociare confuso. Si sta perdendo il senso del vivere comune, quel senso che lo studio del diritto riuscirebbe a indicare”
Io fortunatamente, avendo fatto la scuola per geometri ormai 20 anni fa, ho studiato diritto ed economia (assieme all'estimo). E sono d'accordo con le due lettere di cui sopra: io sarei dell'idea di rendere obbligatoria la materia di diritto ed economia in tutte le scuole, di ogni ordine e grado. Conoscere i diritti della persona, il rispetto delle leggi, la materia del lavoro, l'architettura dello Stato, le differenze tra governo e Parlamento, legge elettorale, economia, spred, inflazione e deflazione, sapere almeno il significato di queste cose aiuterebbe un popolo a creare una società migliore, a comportarsi in maniera diversa al momento di esprimere il proprio voto alle elezioni, a combattere l'evasione e la corruzione. Questo era ed è il senso dell'educazione civica, altra materia bistrattata. Ha ragione il lettore quando dice che un Paese è la scuola che ha!

mercoledì 25 settembre 2013

Il fallimento di ITALIA S.P.A.

Titolo più azzeccato non poteva esserci per descrivere questo momento così critico per l'economia italiana, in seguito alla cessione di fatto di Telecom alla società spagnola Telefonica e alla ormai quasi certa cessione di Alitalia ad Airfrance. Si tratta del titolo di un articolo che oggi il bravo Alessandro Penati ha scritto sul quotidiano la Repubblica (titolo completo: “È il fallimento dell’Italia Spa: aziende gestite male e svalutate, così gli stranieri corrono ai saldi”). Voglio riportare 4 passaggi di questo lungo articolo, non solo perchè li condivido pienamente, ma anche (e soprattutto) perchè fotografano alla perfezione e con il giusto senso critico lo stato della nostra economia.
1) Chi pensasse che il vero problema dell’Italia oggi sia la colonizzazione delle nostre grandi aziende, si sbaglierebbe due volte. GlI stranieri comprano, e a prezzo di saldo, perché le nostre aziende valgono poco; e valgono poco perché sono state gestite male per troppo tempo dagli italiani, e non reggono più la concorrenza in un mondo sempre più aperto. Il problema dunque è tutto nostro. Lo abbiamo creato con la nostra incapacità. Lo straniero alle porte è la conseguenza, non la causa. 
2) Le nostre aziende riescono a essere competitive finché dominano una nicchia, troppo piccola per essere aggredita dai grandi gruppi internazionali. Ma la dimensione della nicchia finisce per limitare quella delle imprese. I tentativi di espansione fuori dai confini, spesso finisce con una Caporetto (Rcs, Fininvest, Enel, Finmeccanica, Indesit, DeAgostini). Meglio quindi restare a casa, e operare in settori protetti dalla concorrenza estera grazie a concessioni, licenze o regolamentazione nazionale; e dove le relazioni con la classe politica locale e nazionale sono indispensabili: banche, assicurazioni, energia e servizi di pubblica utilità, autostrade e trasporti, giochi e scommesse, immobiliare. Aziende grandi, capaci di crescere fuori dai confini, reggere la concorrenza e acquisire una posizione rilevante nel mondo, ce ne sono anche da noi, ma bastano le dita delle mani a contarle: Fiat Industrial e, forse, Auto, Luxottica, Autogrill, Prysmian, Generali, Eni e qualche altra. Troppo poco per un paese di 60 milioni di abitanti. 
3) L’incapacità di crescere delle nostre imprese ci esclude dai settori che beneficiano maggiormente dalle economie di scala, che spesso sono anche quelle a maggior crescita della produttività (e quindi dei salari che pagano): tecnologia, farmaceutica e apparecchiature sanitarie, engineering e costruzioni, informatica, grande distribuzione, e ora anche lusso e tempo libero. 
4) Oggi però non si può più contare sulle banche per una soluzione di sistema, perché sono a loro volta in crisi. Avanti quindi con l’idea di utilizzare la Cassa DP al loro posto. Così si ritorna all’Iri, e il cerchio si chiude. È il fallimento di Italia S. p. a. Inutile scatenare la caccia ai colpevoli. Lo sono tutti: governi e ministri, banchieri, imprenditori nobili e meno nobili, sindacati. Ci vorrebbe una Norimberga per i crimini contro il capitalismo in Italia: ma forse l’Europa e i mercati ci stanno già giudicando. 
Le ultime righe sono di una realtà straordinaria. Ma dove sono stati i Governi in questi ultimi 20 anni? Di chi è la colpa se non dei Governi se il nostro paese si sta de-industrializzando? Come si può pensare che possa essere questa classe politica (la stessa da 20-30 anni a questa parte) a rilanciare un paese che lei stessa a contribuito, con la sua incapacità, a portare alla rovina economica? A questo punto solo gente nuova, e con idee nuove, può raddrizzare la nostra economia e il nostro Paese: in fatto di gente nuova ce nè poca in giro, ma una sta emergendo molto in questi ultimi anni: non voglio farne il nome perchè in questo blog non si fa propaganda politica, ma credo che abbiate già capito di chi sto parlando, anche consultando il mio blog. Qui ormai non c'è più bisogno di destra o sinistra, ma di gente che fa, ed io ne conosco solo una....

domenica 16 dicembre 2012

Maledetta BUROCRAZIA!

La burocrazia sta purtroppo travolgendo il nostro Paese, bloccando ogni cosa. Sul tema ho letto un interessante articolo di Leonardo Maugeri (ex Presidente della società petrolchimica dell'ENI) intitolato "51 passi nel delirio Burocrazia" pubblicato nel settimanale l'Espresso del 15/11/2012. Maugeri parla nel suo articolo di "business location", ovvero della selezione da parte di esperti stranieri dei paesi in cui fare investimenti: il guidizio unanime è di tenersi lontano dall'Italia!!! Ai primi posti delle motivazioni che spingono molti investitori a stare lontani dal nostro paese ci sono burocrazia, corruzione, giustizia civile e penale. Ad esempio: in Italia le autorizzazioni necessarie per realizzare un investimento industriale a normale sensibilità ambientale possono richiedere oltre 3 anni con il concorso di oltre 15 uffici pubblici (comunali, provinciali, regionali e nazionali) che naturalmente aumentano a dismisura se aumenta la sensibilità ambientale dell'investimento. Maugeri fa un esempio vissuto sulla propria pelle quando era appunto Presidente della società petrolchimica dell'Eni: ben 51 (cinquantuno!!) autorizzazioni necessarie per sostituire una centrale elettrica (delle dimensioni di due roulotte!!) in un sito di interesse nazionale: tre anni e mezzo per avere la centrale in funzione!!! Incredibile! Qui non si svuole sminuire l'importanza di certi siti di interesse nazionale e/o ambientale, per i quali ci vogliono le giuste autorizzazioni; ma da qui a richiederne a decine mi sembra davvero fuori luogo, oltretutto per la lentezza dei vari uffici vista l'immensa mole di pratiche da districare. Ma questo lo possiamo vedere in qualsiasi cosa facciamo: io svolgo la professione di geometra e mi capita di vedere quotidianamente quanto la macchina della burocrazia sia incredibilmente affollata di iter autorizzativi (per fare una semplice abitazione devo ottenere il "Permesso di Costruire" dal Comune, l'autorizzazione allo scarico fognario, il certificato di agibilità, le prove geologiche del terreno, l'analisi chimica del terreno di scavo indicando dove lo porto, una relazione sull'isolamento termico, il progetto degli impianti, la pratica sulle cosiddette linee vita, una pratica di denuncia delle opere in cemento armato, il Piano di Sicurezza, il collaudo statico, l'inserimento catastale, una pratica per l'isolamento acustico, l'autorizzazione paesaggistica se si è in zona tutelata, l'autorizzazione provinciale o comunale per l'apertura dell'accesso carraio). Se si è in zona vincolata paesaggistica, non vi dico le tempistiche: mesi, mesi e mesi! Ma mesi anche per le altre pratiche che ho detto: pensate un pò per costruzioni più importanti. Purtroppo è così in ogni settore.
Mettiamoci nei panni di un investitore straniero che deve mettere milioni di euro e che vuole produrre nel minimo tempo possibile: deve affronate questa macchina mostruosa della burocrazia, oltre che mettere in conto una corruzione diffusa ormai ad ogni livello, figlia di una cultura che l'accetta e ci convive, e se ti metti contro prima o poi finirai per pagarne le conseguenze. E poi la giustizia: pensa se l'investitore un domani dovesse andare in contenzioso per qualsiasi cosa, dovrebbe tuffarsi in processi che durerebbero anni (se non decenni!!).
Ma chi glielo fa fare di venire in Italia? A questo dovrebbe pensare una politica seria e responsabile: qui c'è da rifondare un paese, si devono sistemare queste cose se si vuole far ripartire la propria economia. Quando arriverà questa classe politica? Non voglio esprimere la mia risposta...

martedì 8 dicembre 2009

IN DIFESA DELLO ZUCCHERO ITALIANO

Venerdì 4 dicembre 2009 mi sono imbattuto nel quotidiano la Repubblica su un messaggio a pagamento, esteso a tutta pagina, scritto delle più importanti aziende produttrici di zucchero italiano e aziende correlate (ovvero Eridania, Zucchero del Molise S.p.A., Coprob, Italia Zuccheri, ANB, CGIL FLAI, FAI CISL, CNB, UILA e Unionzucchero): un messaggio che non è altro che una appello intitolato “In difesa dello zucchero e delle barbabietole italiane” rivolto al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per denunciare la scomparsa degli investimenti statali che sta portando molte preoccupazioni in uno dei più importanti settori agricoli ed industriali del nostro paese. Ho trovato l’appello molto interessante (oltre che preoccupante), tanto che mi è sembrato giusto diffonderlo anche attraverso questo mio blog. Riporto integralmente l’appello.
“Dopo la riforma OCM Zucchero decisa dalla UE nel 2006, il settore bieticolo-saccarifero italiano ha dovuto affrontare una profondissima ristrutturazione, che se da un lato ha comportato la chiusura di 15 zuccherifici, dall’altro ha portato a concentrare sui 4 zuccherifici rimasti in attività investimenti per oltre 130 milioni di euro, per adeguarne la competitività ai nuovi parametri europei.
Questi quattro zuccherifici, che occupano circa 2.000 dipendenti, sono distribuiti a Minerbio (BO), Pontelongo (PD), S. Quirico (PR) e Termoli (CB). Producono 508.000 tonnellate di zucchero (il 30% del fabbisogno italiano) da circa 4 milioni di tonnellate di barbabietole, coltivate in oltre 10.000 aziende agricole italiane su più di 60.000 ettari, distribuiti in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo, Lazio e Basilicata: le aree più vocate del paese, dove la coltivazione della barbabietola e la produzione di zucchero hanno una tradizione secolare.
È proprio per garantire al Paese questa quota di produzione di zucchero italiano che, nel 2006, il nostro Governo, allora rappresentato dal Ministro Alemanno, vincolò il proprio assenso a quella dolorosa riforma a due condizioni: che lo Stato italiano fosse autorizzato ad erogare aiuti nazionali alla produzione e che la UE concedesse a sua volta propri aiuti accoppiati.
Così avvenne, e aiuti nazionali e comunitari furono autorizzati per un periodo di cinque anni, dal 2006 al 2010, al fine di consentire al settore il graduale adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riforma.
Mentre per il 2006, il 2007 e il 2008 questi aiuti – autorizzati dall’UE con Reg. CE n° 318 del 20 febbraio 2006 e sanciti nel “Piano per la ristrutturazione per il settore bieticolo-saccarifero” adottato il 31 gennaio 2007 dal Comitato Interministeriale ad hoc costituito ai sensi della Legge n° 81/2006 – sono stati regolarmente erogati, a tutt’oggi, nonostante le rassicurazioni ricevute, non sono state ancora stanziate le risorse per gli aiuti nazionali per il 2009 (pari ad € 43.000.000), e anche per il 2010 la finanziaria attualmente in discussione non prevede i 43 milioni di euro di competenza.
Ciò che chiediamo è solo il rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, sulla base dei quali le nostre imprese agricole e industriali hanno elaborato i loro programmi ed effettuato gli investimenti, anche a sostegno dell’occupazione.
È superfluo sottolineare che la mancata erogazione di questi importi metterebbe in ginocchio il settore nazionale con un impatto drammatico sul futuro occupazionale dei lavoratori attualmente occupati e determinando la totale dipendenza dei consumatori e delle industrie italiane dalle disponibilità di approvvigionamento da parte dei produttori e dei consumatori esteri.
Sarebbe veramente paradossale che ciò avvenisse per un’inadempienza dello Stato italiano, mentre la UE ha già garantito gli aiuti di propria competenza per tutto il quinquennio.
Chiediamo quindi il Suo autorevole intervento per arrivare ad una soluzione che superi questa incredibile situazione. CONFIDIAMO NEL RISPETTO DEGLI IMPEGNI”.
Questa è la lettera – appello dei produttori italiani di zucchero, che fotografa una situazione allarmante e che mostra ancora una volta il disinteresse dello Stato italiano verso alcuni rami agricoli – industriali della propria economia. D’altronde, uno Stato che ha appena stanziato 15 miliardi (ripeto, miliardi) di euro (così come denunciato da Umberto Veronesi) in spese militari (carri armati, aerei, armi, ecc…) che non si sa per che cosa e non elargisce fondi per la propria economia, che Stato volete che sia? E che dire delle centinaia di milioni di euro di fondi elargiti ogni anno dallo Stato ad enti assolutamente inutili, come ad esempio il CNEL? Il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con sede a Roma, che da quasi 50 anni sforma pareri completamente inutili che non si sa per cosa e che solo per il 2010 ha ricevuto uno stanziamento di ben 18 milioni di euro (di cui l’80% serve a pagare stipendi e indennità)!!! Ed intanto la nostra economia muore…

martedì 3 giugno 2008

Perché non far fruttare il patrimonio pubblico italiano?

Se lo chiede il giornalista Giovanni Valentini nel suo articolo “Come far fruttare il patrimonio pubblico” apparso sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 21 maggio 2008. L’Italia ha un patrimonio pubblico vastissimo composto di beni materiali (come immobili e terreni), grandi infrastrutture (come porti, aeroporti, strade, autostrade ed acquedotti), risorse naturali (come montagne, beni culturali, beni storici, paesaggio, fiumi e laghi), beni immateriali (come la moneta, i crediti pubblici, marchi, brevetti, frequenze elettromagnetiche e diritti televisivi su manifestazioni sportive) e quant’altro. Un patrimonio davvero immenso, stimato in ben il 140% del Prodotto Interno Lordo: tuttavia, solo il 25% di questo (per un valore di circa 400 miliardi di euro) è in grado di produrre reddito ed è quella parte composta di immobili, crediti, partecipazioni e concessioni. Si tratta dunque di un patrimonio pubblico che ha un reddito nettamente negativo, visto che il 75% non produce ricchezza: conoscendo i forti problemi economici che il nostro paese ha da decenni e alla continua ricerca di tagli alle spese, pensate che se si riuscisse a far fruttare questo patrimonio di almeno il 2% si otterrebbero ben 10 miliardi di euro all’anno da utilizzare nella Pubblica Amministrazione!!!
Per quanto riguarda gli immobili pubblici, quelli considerati in eccesso rispetto alle esigenze delle funzioni pubbliche potrebbero essere privatizzati ottenendone una cifra che va dai 100 ai 150 miliardi di euro (pari a 10-15 punti di Pil…): una bella somma che potrebbe essere utilizzata per nuove opere o per ridurre il famigerato debito pubblico (quest’ultimo ci costa ben 70 miliardi di interessi all’anno…), senza ricorrere sempre alle tasche dei cittadini.
Per quanto riguarda i beni demaniali, l’Italia si ritrova notevolmente arretrata rispetto ai paesi europei: è arrivato il momento di rimodernare la disciplina che è rinchiusa in appena 10 articoli del Codice Civile (dall’822 all’831). Già qualcosa è stato fatto: nel giugno 2007 è stato fatto un disegno di legge-delega predisposto da una commissione nominata dall’ex ministro Mastella, presieduta da Stefano Rodotà (ordinario di Diritto Civile all’Università La Sapienza di Roma) e composta da diversi giuristi ed economisti tra cui Ugo Mattei (ordinario di Diritto Civile all’Università di Torino), Giacomo Vaciago (ordinario di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano) ed Edoardo Reviglio (docente di Scienza delle Finanze all’Università di Reggio Calabria). Il progetto elaborato dalla Commissione prevede innanzitutto una nuova categoria di beni, i cosiddetti “beni comuni”, ovvero quelli che non rientrano nella categoria dei beni pubblici poiché sono a titolarità diffusa e possono appartenere anche a privati: oltre ai beni naturali (come montagne, fiumi, laghi, parchi, aria, ecc…), ne fanno parte anche i beni archeologici, culturali ed ambientali. Secondo la relazione di accompagnamento di questo disegno di legge-delega, questi beni comuni soffrono di una situazione altamente critica per problemi di scarsità e di depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche: sono cose che hanno utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, con riguardo anche alle generazioni future. Ecco perché è stata creata una disciplina garantistica in tal senso, in grado di preservare a questi beni comuni in ogni caso un godimento collettivo. È risaputo come la possibilità di concessione (per utilizzo) di questi beni comuni ai privati sia severamente limitata: tuttavia, se allo Stato spetta il diritto al risarcimento o alla restituzione del bene comune utilizzato in caso di danno commesso dal privato a questo bene, allo stesso tempo chiunque può usufruire del bene comune (in quanto titolare di un corrispondente diritto soggettivo) ha la facoltà di ricorrere alla magistratura per denunciarne l’uso improprio.
Per quanto riguarda invece i beni pubblici (appartenenti a soggetti pubblici), il nuovo progetto della Commissione Rodotà abbandona la distinzione degli stessi in demanio e patrimonio ed individua tre nuove categorie:

  • beni ad appartenenza pubblica necessaria: sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali come la sicurezza, l’ordine pubblico e la libera circolazione, e comprendono le opere destinate alla difesa come la rete ferroviaria, stradale ed autostradale, i porti e gli aeroporti. Tutti questi beni resteranno inalienabili (cioè non potranno essere trasferiti ad altri) e non potranno essere soggetti ad usucapione (cioè coloro che li utilizzano da almeno 20 anni non potranno far valere la loro proprietà su di essi, vedi artt. 1158-1167 del Codice Civile); sono previste inoltre per questi beni garanzie esplicite per la tutela risarcitoria ed inibitoria;
  • beni pubblici sociali: sono quelli che soddisfano esigenze del privato che a sua volta ha un peso rilevante nella società dei servizi. Ne fanno parte le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli ospedali, le università, gli edifici scolastici e le reti locali di pubblico servizio. Per questi beni il vincolo di destinazione d’uso può decadere solo se verrà assicurato il mantenimento o addirittura il miglioramento dei servizi sociali erogati: la loro tutela amministrativa spetta allo Stato o ad enti pubblici anche non territoriali;
  • beni pubblici fruttiferi: si tratta di beni privati in appartenenza pubblica, alienabili e gestibili con strumenti di diritto privato. Tuttavia vengono stabiliti dei limiti alla loro alienazione per evitare le cosiddette “dismissioni facili” e per garantire un’amministrazione efficiente da parte di soggetti pubblici.

Questi ultimi beni sono quelli che possono apportare maggiori benefici all’erario statale in quanto favoriscono un’utilizzazione più efficiente del patrimonio pubblico. Lo scopo fondamentale del disegno di legge-delega è infatti quello di evitare due cose: sia l’inutilizzo del patrimonio pubblico (che non porta alcun vantaggio economico per la società) sia le dismissioni facili e le svendite di Stato (che invece portano vantaggi economici solo a pochi). Si vuole quindi far fruttare al meglio questo patrimonio pubblico, fermo restando il principio assoluto della sua tutela sociale ed ambientale, dandolo in uso a soggetti vari i quali pagheranno un corrispettivo che sarà rigorosamente proporzionale ai vantaggi che gli stessi ricaveranno dall’utilizzo del bene. Una bella somma economica che andrà utilizzata dallo Stato per i servizi dei cittadini, visto che il patrimonio pubblico è comune e quindi anche i benefici che se ne ricavano devono restare comuni.

martedì 2 ottobre 2007

Infrastrutture italiane: male i porti commerciali (mentre quelli turistici...)

Più passa il tempo e più ci si accorge di quanto le infrastrutture italiane siano ormai insufficienti per soddisfare le esigenze dei trasporti privati e delle attività economiche. In tal senso è intervenuto anche il Governo Prodi che con l'ultimo D.p.e.f. ha scremato la lista di opere da realizzare previste dalla vecchia Legge Obiettivo del 2001 (approvata dal Governo Berlusconi), dando priorità alle opere di maggiore impatto sull'economia italiana. Il fabbisogno individuato per fare ciò è di 32.149 milioni di euro e si punterà in particolare alla rete ferroviaria per lo sviluppo del Corridoio 5 e delle tratte meridionali del Corridoio 1, allo sviluppo delle cosiddette "autostrade del mare", allo sviluppo dell'aereoporto di Malpensa, al potenzionamento del Corridoio Tirrenico ed Adriatico, al rafforzamento delle trasversali peninsulari, al completamento dei lavori dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (sarebbe ora!!!) e al decongestionamento del traffico cittadino nelle grandi città. Un dato su tutti per descrivere l'insufficienza delle attuali infrastrutture: secondo un sondaggio condotto da Format a metà settembre, oltre il 70% delle imprese italiane che operano nel settore dei trasporti e della logistica ritiene le infrastrutture insufficienti o addirittura del tutto carenti. Abbiamo 3000 km di costa ma le infrastrutture portuali arrancano: c'è bisogno di un dragaggio dei fondali, di un ammodernamento delle piattaforme logistiche e di uno sviluppo dei collegamenti tra porti e reti autostradali/ferroviarie. In particolare, si cerca di puntare sulle cosiddette "autostrade del mare", in modo da favorire il trasporto merci via mare. Certo, ci sono già molti progetti in atto per lo sviluppo dei porti commerciali italiani (dei quali molti già finanziati ed avviati), ma il problema resta legato ai tempi e alla burocrazia che ne rallentano la realizzazione in maniera vergognosa, facendoci arrancare rispetto al resto d'Europa. La Spagna, ad esempio, stanzia ogni anno 1,5 miliardi di euro per i porti di Barcellona e Valencia, il Marocco sta investendo sul porto di Tangeri, l'Egitto sta investendo sui porti 1,4 miliardi di euro, addirittura la città di Amburgo ha previsto stanziamenti di 3 miliardi di euro in 10 anni! Ha ragione Piero Luzzati, il direttore di Confetra (Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica), quando dice che: "Quello che manca è la cultura dell'efficienza: gli altri puntano alla velocità delle operazioni che moltiplica il numero dei container trattati, noi invece li taglieggiamo. La soluzione nel lungo periodo è da ricercarsi nel partenariato pubblico-privato, nel rafforzamento della portata innovativa della Legge Obiettivo del 2001, ampliando i poteri della Conferenza Stato-Regioni e limitando il ruolo di Comuni e Provincie, nell'ottimizzazione dell'utilizzo delle risorse esistenti, in una equilibrata ponderazione dei benefici ambientali e soprattutto nella semplificazione dell'intera filiera del trasporto e della logistica".
Il paradosso (l'Italia è un paese di paradossi...) è che, mente i porti commerciali arrancano, quelli turistici... vanno a gonfie vele!!! Negli ultimi anni, dopo il decreto Burlando del 1997, le procedure per la costruzione di un porto turistico si sono enormemente semplificate (prima ci volevano anche 10 anni): dopo il decreto, lo Stato ha delegato in ciò le Regioni (e molto spesso queste ai Comuni...) semplificando alla grande i tempi di esecuzione. Questo ha favorito un grande sviluppo del turismo nautico (che incide oggi per un 2.2% sul Pil), nonchè dei paesi affacciati sul mare: dove sono stati costruiti porti turistici si sono sviluppate attività legate alla gestione portuale (gestione degli ormeggi, manutenzione e carenaggio delle imbarcazioni, rifornimento, servizi diretti, ecc...), nonchè poli di attrazione commerciale ed urbanistica, attività varie (albergazione, ristorazione, ecc...) e un pullulare di eventi e manifestazioni sportive e nautiche. Solo nel 2006 sono stati realizzati in Italia 3.000 posti barca, portandoli ad un totale di 130.000 di cui 54.000 in porti turistici, 44.000 in approdi e 32.000 in punti di ormeggio. Attualmente sono in corso di realizzazione circa 35 progetti di nuovi porti turistici o di riqualificazione di quelli esistenti (tra cui quelli di Imperia, Siracusa, Marina di Pisa e Nettuno), i quali a loro volta riqualificano aree depresse. Tuttavia, la richiesta di posti barca è in continuo aumento e l'offerta non riesce più a soddisfarla: questo crea il rischio di un allontanamento delle barche verso le più attrezzate Francia e Spagna e le più concorrenziali Grecia, Croazia e Turchia.
Cosa si può concludere da tutto questo:
1) porti turistici: buona la situazione, anche se non bisogna perdere l'opportunità di costruirne di nuovi (vista la domanda sempre in aumento) e sempre nel rispetto dell'ambiente circostante (tutti gli interventi devono infatti essere accompagnati da opere di riqualificazione ambientale stabilite per legge). Sarebbe un peccato non approfittarne visto il notevole peso dell'attività turistica sull'economia nazionale;
2) porti commerciali: situazione molto meno buona rispetto a quelli turistici. C'è bisogno di un forte investimento per il potenziamento di quelli esistenti e la realizzazione di nuovi: strade ed autostrade sono ormai intasate di camion ed autoveicoli vari, sarebbe ora puntare sul trasporto marino visti anche i 3.000 km di costa che abbiamo e l'estensione dei mari che ci circondano.
Proprio la posizione centrale nel Mediterraneo dovrebbe giovare in tal senso all'Italia: non dimentichiamo che questo fatto le fece guadagnare in passato una posizione invidiabile rispetto al resto d'Europa facendo la fortuna della nostra economia (un esempio ne sono state le Repubbliche Marinare...) e che invece ora sta avvantaggiando i paesi laterali a noi, come la Spagna. Il rischio è quello di essere il paese con più km di costa e allo stesso tempo quello che non riesce a fare del suo mare una risorsa per la sua economia.

Caro-prezzo del grano: aumentare le piantagioni?

Sembra pensarla così l'Unione Europea che pochi giorni fa ha deciso, per calmare il prezzo del grano e del mais, di mettere a coltura nei paesi europei (ed anche in Italia) quella quota di terreno che annualmente resta incolta (si tratta della messa a riposo di alcuni terreni per evitare il tracollo dei prezzi). Si è fatto un gran parlare in queste ultime settimane (sopratutto nei telegiornali) del caro-prezzo di alcuni prodotti di prima necessità come pane, pasta, latte, ecc... dando adito (giustamente) alle lamentele dei consumatori ma senza spiegare loro le vere ragioni di questi considerevoli aumenti, che invece (per volere degli stessi tg...) vengono fatti percepire come una colpa dell'attuale governo. Non dicono purtroppo (e la maggior parte della gente non lo sa!) che il prezzo del grano duro (e quindi della materia prima) è aumentato di ben l'80% in un solo anno a livello globale: l'aumento è stato causato dalla sempre maggiore richiesta di grano da parte dei paesi in via di sviluppo (come Cina e India) e allo stesso tempo da una sempre minore di quantità di grano disponibile per l'alimentazione in quanto una buona fetta di esso è oggi impiegata per la produzione dell'etanolo necessario ai biocarburanti! Quindi sempre maggiore grano disponibile, maggiore domanda e prezzi in costante aumento! Altro che Governo... Questa è purtroppo l'informazione che abbiamo in Italia... Tornando alla soluzione presa dall'UE, per il 2008 essa rimette in utilizzo circa 3,8 milioni di ettari di terreno sperando che gli agricoltori li coltivino a grano: in Italia la superficie riutilizzata sarà pari a circa 180-200 mila ettari (circa il 10% dell'attuale superficie coltivata a frumento), per una potenziale maggiore produzione di grano di circa 700.000 tonnellate annue. Per quanto riguarda l'Italia, c'è poi in atto una speculazione (in atto da alcuni anni e mai controllata....) che permette rincari esorbitanti dei prezzi nei vari passaggi dal produttore, al commerciate, al venditore, al consumatore. Guardate nel grafico allegato com'è aumentato il prezzo dei prodotti ortofrutticoli dal 1995 ad oggi: l'Italia è ben distinguibile... Nello stesso schema è inoltre riportato l'aumento che subisce il prezzo di un prodotto in base ai passaggi che fa: con due intermediari il prezzo rispetto alla produzione è quasi 4 volte maggiore!!! Ci sono quindi due problemi di fondo:
1) uno a livello generale, che riguarda il prezzo salito alle stelle del grano (complici lo sviluppo demografico di Cina ed India e la richiesta di etanolo derivante dal grano per la produzione dei biocarburanti);
2) l'altro a livello nazionale, che sta nella speculazione dei prezzi in atto nei vari passaggi.
A livello globale stiamo pagando una politica sbagliata di protezione ambientale basata sui biocarburanti che sì limitano le emissioni di gas serra ma allo stesso tempo stanno privando di grano la popolazione mondiale; a livello nazionale stiamo invece pagando i mancati controlli sui prezzi da quando l'euro è entrato in vigore (in questo il Governo Berlusconi ha fatto praticamente zero ed ora la situazione è impossibilitata nel tornare alla normalità). Ecco perchè pasta, pane e latte sono aumentati in maniera così sostanziosa: altro che Governo Prodi... Sinceramente, quella di rimettere in utilizzo i terreni fermi non la vedo come la soluzione al problema, anche perchè non è detto (e questo è uno dei dubbi dell'UE) che gli agricoltori coltiveranno tutti i nuovi terreni a cereali....