mercoledì 17 dicembre 2014
martedì 28 ottobre 2014
Economia reale e finanza...
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Etichette: economia, economia finanziaria, finanza, sviluppo economico
sabato 18 gennaio 2014
Scuola e dirittto
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mercoledì 25 settembre 2013
Il fallimento di ITALIA S.P.A.
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domenica 16 dicembre 2012
Maledetta BUROCRAZIA!
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martedì 8 dicembre 2009
IN DIFESA DELLO ZUCCHERO ITALIANO
“Dopo la riforma OCM Zucchero decisa dalla UE nel 2006, il settore bieticolo-saccarifero italiano ha dovuto affrontare una profondissima ristrutturazione, che se da un lato ha comportato la chiusura di 15 zuccherifici, dall’altro ha portato a concentrare sui 4 zuccherifici rimasti in attività investimenti per oltre 130 milioni di euro, per adeguarne la competitività ai nuovi parametri europei.
Questi quattro zuccherifici, che occupano circa 2.000 dipendenti, sono distribuiti a Minerbio (BO), Pontelongo (PD), S. Quirico (PR) e Termoli (CB). Producono 508.000 tonnellate di zucchero (il 30% del fabbisogno italiano) da circa 4 milioni di tonnellate di barbabietole, coltivate in oltre 10.000 aziende agricole italiane su più di 60.000 ettari, distribuiti in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo, Lazio e Basilicata: le aree più vocate del paese, dove la coltivazione della barbabietola e la produzione di zucchero hanno una tradizione secolare.
È proprio per garantire al Paese questa quota di produzione di zucchero italiano che, nel 2006, il nostro Governo, allora rappresentato dal Ministro Alemanno, vincolò il proprio assenso a quella dolorosa riforma a due condizioni: che lo Stato italiano fosse autorizzato ad erogare aiuti nazionali alla produzione e che la UE concedesse a sua volta propri aiuti accoppiati.
Così avvenne, e aiuti nazionali e comunitari furono autorizzati per un periodo di cinque anni, dal 2006 al 2010, al fine di consentire al settore il graduale adattamento alle nuove condizioni imposte dalla riforma.
Mentre per il 2006, il 2007 e il 2008 questi aiuti – autorizzati dall’UE con Reg. CE n° 318 del 20 febbraio 2006 e sanciti nel “Piano per la ristrutturazione per il settore bieticolo-saccarifero” adottato il 31 gennaio 2007 dal Comitato Interministeriale ad hoc costituito ai sensi della Legge n° 81/2006 – sono stati regolarmente erogati, a tutt’oggi, nonostante le rassicurazioni ricevute, non sono state ancora stanziate le risorse per gli aiuti nazionali per il 2009 (pari ad € 43.000.000), e anche per il 2010 la finanziaria attualmente in discussione non prevede i 43 milioni di euro di competenza.
Ciò che chiediamo è solo il rispetto degli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, sulla base dei quali le nostre imprese agricole e industriali hanno elaborato i loro programmi ed effettuato gli investimenti, anche a sostegno dell’occupazione.
È superfluo sottolineare che la mancata erogazione di questi importi metterebbe in ginocchio il settore nazionale con un impatto drammatico sul futuro occupazionale dei lavoratori attualmente occupati e determinando la totale dipendenza dei consumatori e delle industrie italiane dalle disponibilità di approvvigionamento da parte dei produttori e dei consumatori esteri.
Sarebbe veramente paradossale che ciò avvenisse per un’inadempienza dello Stato italiano, mentre la UE ha già garantito gli aiuti di propria competenza per tutto il quinquennio.
Chiediamo quindi il Suo autorevole intervento per arrivare ad una soluzione che superi questa incredibile situazione. CONFIDIAMO NEL RISPETTO DEGLI IMPEGNI”.
Questa è la lettera – appello dei produttori italiani di zucchero, che fotografa una situazione allarmante e che mostra ancora una volta il disinteresse dello Stato italiano verso alcuni rami agricoli – industriali della propria economia. D’altronde, uno Stato che ha appena stanziato 15 miliardi (ripeto, miliardi) di euro (così come denunciato da Umberto Veronesi) in spese militari (carri armati, aerei, armi, ecc…) che non si sa per che cosa e non elargisce fondi per la propria economia, che Stato volete che sia? E che dire delle centinaia di milioni di euro di fondi elargiti ogni anno dallo Stato ad enti assolutamente inutili, come ad esempio il CNEL? Il CNEL è il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, con sede a Roma, che da quasi 50 anni sforma pareri completamente inutili che non si sa per cosa e che solo per il 2010 ha ricevuto uno stanziamento di ben 18 milioni di euro (di cui l’80% serve a pagare stipendi e indennità)!!! Ed intanto la nostra economia muore…
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martedì 3 giugno 2008
Perché non far fruttare il patrimonio pubblico italiano?
Se lo chiede il giornalista Giovanni Valentini nel suo articolo “Come far fruttare il patrimonio pubblico” apparso sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 21 maggio 2008. L’Italia ha un patrimonio pubblico vastissimo composto di beni materiali (come immobili e terreni), grandi infrastrutture (come porti, aeroporti, strade, autostrade ed acquedotti), risorse naturali (come montagne, beni culturali, beni storici, paesaggio, fiumi e laghi), beni immateriali (come la moneta, i crediti pubblici, marchi, brevetti, frequenze elettromagnetiche e diritti televisivi su manifestazioni sportive) e quant’altro. Un patrimonio davvero immenso, stimato in ben il 140% del Prodotto Interno Lordo: tuttavia, solo il 25% di questo (per un valore di circa 400 miliardi di euro) è in grado di produrre reddito ed è quella parte composta di immobili, crediti, partecipazioni e concessioni. Si tratta dunque di un patrimonio pubblico che ha un reddito nettamente negativo, visto che il 75% non produce ricchezza: conoscendo i forti problemi economici che il nostro paese ha da decenni e alla continua ricerca di tagli alle spese, pensate che se si riuscisse a far fruttare questo patrimonio di almeno il 2% si otterrebbero ben 10 miliardi di euro all’anno da utilizzare nella Pubblica Amministrazione!!!
Per quanto riguarda gli immobili pubblici, quelli considerati in eccesso rispetto alle esigenze delle funzioni pubbliche potrebbero essere privatizzati ottenendone una cifra che va dai 100 ai 150 miliardi di euro (pari a 10-15 punti di Pil…): una bella somma che potrebbe essere utilizzata per nuove opere o per ridurre il famigerato debito pubblico (quest’ultimo ci costa ben 70 miliardi di interessi all’anno…), senza ricorrere sempre alle tasche dei cittadini.
Per quanto riguarda i beni demaniali, l’Italia si ritrova notevolmente arretrata rispetto ai paesi europei: è arrivato il momento di rimodernare la disciplina che è rinchiusa in appena 10 articoli del Codice Civile (dall’822 all’831). Già qualcosa è stato fatto: nel giugno 2007 è stato fatto un disegno di legge-delega predisposto da una commissione nominata dall’ex ministro Mastella, presieduta da Stefano Rodotà (ordinario di Diritto Civile all’Università La Sapienza di Roma) e composta da diversi giuristi ed economisti tra cui Ugo Mattei (ordinario di Diritto Civile all’Università di Torino), Giacomo Vaciago (ordinario di Politica Economica all’Università Cattolica di Milano) ed Edoardo Reviglio (docente di Scienza delle Finanze all’Università di Reggio Calabria). Il progetto elaborato dalla Commissione prevede innanzitutto una nuova categoria di beni, i cosiddetti “beni comuni”, ovvero quelli che non rientrano nella categoria dei beni pubblici poiché sono a titolarità diffusa e possono appartenere anche a privati: oltre ai beni naturali (come montagne, fiumi, laghi, parchi, aria, ecc…), ne fanno parte anche i beni archeologici, culturali ed ambientali. Secondo la relazione di accompagnamento di questo disegno di legge-delega, questi beni comuni soffrono di una situazione altamente critica per problemi di scarsità e di depauperamento e per assoluta insufficienza delle garanzie giuridiche: sono cose che hanno utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, con riguardo anche alle generazioni future. Ecco perché è stata creata una disciplina garantistica in tal senso, in grado di preservare a questi beni comuni in ogni caso un godimento collettivo. È risaputo come la possibilità di concessione (per utilizzo) di questi beni comuni ai privati sia severamente limitata: tuttavia, se allo Stato spetta il diritto al risarcimento o alla restituzione del bene comune utilizzato in caso di danno commesso dal privato a questo bene, allo stesso tempo chiunque può usufruire del bene comune (in quanto titolare di un corrispondente diritto soggettivo) ha la facoltà di ricorrere alla magistratura per denunciarne l’uso improprio.
Per quanto riguarda invece i beni pubblici (appartenenti a soggetti pubblici), il nuovo progetto della Commissione Rodotà abbandona la distinzione degli stessi in demanio e patrimonio ed individua tre nuove categorie:
- beni ad appartenenza pubblica necessaria: sono quelli che soddisfano interessi generali fondamentali come la sicurezza, l’ordine pubblico e la libera circolazione, e comprendono le opere destinate alla difesa come la rete ferroviaria, stradale ed autostradale, i porti e gli aeroporti. Tutti questi beni resteranno inalienabili (cioè non potranno essere trasferiti ad altri) e non potranno essere soggetti ad usucapione (cioè coloro che li utilizzano da almeno 20 anni non potranno far valere la loro proprietà su di essi, vedi artt. 1158-1167 del Codice Civile); sono previste inoltre per questi beni garanzie esplicite per la tutela risarcitoria ed inibitoria;
- beni pubblici sociali: sono quelli che soddisfano esigenze del privato che a sua volta ha un peso rilevante nella società dei servizi. Ne fanno parte le case dell’edilizia residenziale pubblica, gli ospedali, le università, gli edifici scolastici e le reti locali di pubblico servizio. Per questi beni il vincolo di destinazione d’uso può decadere solo se verrà assicurato il mantenimento o addirittura il miglioramento dei servizi sociali erogati: la loro tutela amministrativa spetta allo Stato o ad enti pubblici anche non territoriali;
- beni pubblici fruttiferi: si tratta di beni privati in appartenenza pubblica, alienabili e gestibili con strumenti di diritto privato. Tuttavia vengono stabiliti dei limiti alla loro alienazione per evitare le cosiddette “dismissioni facili” e per garantire un’amministrazione efficiente da parte di soggetti pubblici.
Questi ultimi beni sono quelli che possono apportare maggiori benefici all’erario statale in quanto favoriscono un’utilizzazione più efficiente del patrimonio pubblico. Lo scopo fondamentale del disegno di legge-delega è infatti quello di evitare due cose: sia l’inutilizzo del patrimonio pubblico (che non porta alcun vantaggio economico per la società) sia le dismissioni facili e le svendite di Stato (che invece portano vantaggi economici solo a pochi). Si vuole quindi far fruttare al meglio questo patrimonio pubblico, fermo restando il principio assoluto della sua tutela sociale ed ambientale, dandolo in uso a soggetti vari i quali pagheranno un corrispettivo che sarà rigorosamente proporzionale ai vantaggi che gli stessi ricaveranno dall’utilizzo del bene. Una bella somma economica che andrà utilizzata dallo Stato per i servizi dei cittadini, visto che il patrimonio pubblico è comune e quindi anche i benefici che se ne ricavano devono restare comuni.
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martedì 2 ottobre 2007
Infrastrutture italiane: male i porti commerciali (mentre quelli turistici...)
Il paradosso (l'Italia è un paese di paradossi...) è che, mente i porti commerciali arrancano, quelli turistici... vanno a gonfie vele!!! Negli ultimi anni, dopo il decreto Burlando del 1997, le procedure per la costruzione di un porto turistico si sono enormemente semplificate (prima ci volevano anche 10 anni): dopo il decreto, lo Stato ha delegato in ciò le Regioni (e molto spesso queste ai Comuni...) semplificando alla grande i tempi di esecuzione. Questo ha favorito un grande sviluppo del turismo nautico (che incide oggi per un 2.2% sul Pil), nonchè dei paesi affacciati sul mare: dove sono stati costruiti porti turistici si sono sviluppate attività legate alla gestione portuale (gestione degli ormeggi, manutenzione e carenaggio delle imbarcazioni, rifornimento, servizi diretti, ecc...), nonchè poli di attrazione commerciale ed urbanistica, attività varie (albergazione, ristorazione, ecc...) e un pullulare di eventi e manifestazioni sportive e nautiche. Solo nel 2006 sono stati realizzati in Italia 3.000 posti barca, portandoli ad un totale di 130.000 di cui 54.000 in porti turistici, 44.000 in approdi e 32.000 in punti di ormeggio. Attualmente sono in corso di realizzazione circa 35 progetti di nuovi porti turistici o di riqualificazione di quelli esistenti (tra cui quelli di Imperia, Siracusa, Marina di Pisa e Nettuno), i quali a loro volta riqualificano aree depresse. Tuttavia, la richiesta di posti barca è in continuo aumento e l'offerta non riesce più a soddisfarla: questo crea il rischio di un allontanamento delle barche verso le più attrezzate Francia e Spagna e le più concorrenziali Grecia, Croazia e Turchia.
Cosa si può concludere da tutto questo:
1) porti turistici: buona la situazione, anche se non bisogna perdere l'opportunità di costruirne di nuovi (vista la domanda sempre in aumento) e sempre nel rispetto dell'ambiente circostante (tutti gli interventi devono infatti essere accompagnati da opere di riqualificazione ambientale stabilite per legge). Sarebbe un peccato non approfittarne visto il notevole peso dell'attività turistica sull'economia nazionale;
2) porti commerciali: situazione molto meno buona rispetto a quelli turistici. C'è bisogno di un forte investimento per il potenziamento di quelli esistenti e la realizzazione di nuovi: strade ed autostrade sono ormai intasate di camion ed autoveicoli vari, sarebbe ora puntare sul trasporto marino visti anche i 3.000 km di costa che abbiamo e l'estensione dei mari che ci circondano.
Proprio la posizione centrale nel Mediterraneo dovrebbe giovare in tal senso all'Italia: non dimentichiamo che questo fatto le fece guadagnare in passato una posizione invidiabile rispetto al resto d'Europa facendo la fortuna della nostra economia (un esempio ne sono state le Repubbliche Marinare...) e che invece ora sta avvantaggiando i paesi laterali a noi, come la Spagna. Il rischio è quello di essere il paese con più km di costa e allo stesso tempo quello che non riesce a fare del suo mare una risorsa per la sua economia.
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Caro-prezzo del grano: aumentare le piantagioni?
Sembra pensarla così l'Unione Europea che pochi giorni fa ha deciso, per calmare il prezzo del grano e del mais, di mettere a coltura nei paesi europei (ed anche in Italia) quella quota di terreno che annualmente resta incolta (si tratta della messa a riposo di alcuni terreni per evitare il tracollo dei prezzi). Si è fatto un gran parlare in queste ultime settimane (sopratutto nei telegiornali) del caro-prezzo di alcuni prodotti di prima necessità come pane, pasta, latte, ecc... dando adito (giustamente) alle lamentele dei consumatori ma senza spiegare loro le vere ragioni di questi considerevoli aumenti, che invece (per volere degli stessi tg...) vengono fatti percepire come una colpa dell'attuale governo. Non dicono purtroppo (e la maggior parte della gente non lo sa!) che il prezzo del grano duro (e quindi della materia prima) è aumentato di ben l'80% in un solo anno a livello globale: l'aumento è stato causato dalla sempre maggiore richiesta di grano da parte dei paesi in via di sviluppo (come Cina e India) e allo stesso tempo da una sempre minore di quantità di grano disponibile per l'alimentazione in quanto una buona fetta di esso è oggi impiegata per la produzione dell'etanolo necessario ai biocarburanti! Quindi sempre maggiore grano disponibile, maggiore domanda e prezzi in costante aumento! Altro che Governo... Questa è purtroppo l'informazione che abbiamo in Italia... Tornando alla soluzione presa dall'UE, per il 2008 essa rimette in utilizzo circa 3,8 milioni di ettari di terreno sperando che gli agricoltori li coltivino a grano: in Italia la superficie riutilizzata sarà pari a circa 180-200 mila ettari (circa il 10% dell'attuale superficie coltivata a frumento), per una potenziale maggiore produzione di grano di circa 700.000 tonnellate annue. Per quanto riguarda l'Italia, c'è poi in atto una speculazione (in atto da alcuni anni e mai controllata....) che permette rincari esorbitanti dei prezzi nei vari passaggi dal produttore, al commerciate, al venditore, al consumatore. Guardate nel grafico allegato com'è aumentato il prezzo dei prodotti ortofrutticoli dal 1995 ad oggi: l'Italia è ben distinguibile... Nello stesso schema è inoltre riportato l'aumento che subisce il prezzo di un prodotto in base ai passaggi che fa: con due intermediari il prezzo rispetto alla produzione è quasi 4 volte maggiore!!! Ci sono quindi due problemi di fondo:1) uno a livello generale, che riguarda il prezzo salito alle stelle del grano (complici lo sviluppo demografico di Cina ed India e la richiesta di etanolo derivante dal grano per la produzione dei biocarburanti);
2) l'altro a livello nazionale, che sta nella speculazione dei prezzi in atto nei vari passaggi.
A livello globale stiamo pagando una politica sbagliata di protezione ambientale basata sui biocarburanti che sì limitano le emissioni di gas serra ma allo stesso tempo stanno privando di grano la popolazione mondiale; a livello nazionale stiamo invece pagando i mancati controlli sui prezzi da quando l'euro è entrato in vigore (in questo il Governo Berlusconi ha fatto praticamente zero ed ora la situazione è impossibilitata nel tornare alla normalità). Ecco perchè pasta, pane e latte sono aumentati in maniera così sostanziosa: altro che Governo Prodi... Sinceramente, quella di rimettere in utilizzo i terreni fermi non la vedo come la soluzione al problema, anche perchè non è detto (e questo è uno dei dubbi dell'UE) che gli agricoltori coltiveranno tutti i nuovi terreni a cereali....
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