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giovedì 20 novembre 2014

CASSINETTA DI LUGAGNANO: il paese a cemento zero

Cassinetta di Lugagnano  è un comune italiano di 1.921 abitanti della provincia di Milano, di cui potete approfondire al link http://it.wikipedia.org/wiki/Cassinetta_di_Lugagnano. Ne parlo perché ho trovato un interessante articolo di Ettore Livini intitolato “Il suolo a consumo zero un'altra Italia è possibile - Il paese a cemento zero” pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 novembre 2014, che potete leggere al link http://www.astampa.rassegnestampa.it/GruppoTotoAc/View.aspx?ID=2014111828870807. E' la storia di un paesino la cui Amministrazione ha deciso per il consumo zero di suolo: nessun terreno agricolo diventa edificabile, ma si recupera il costruito esistente, riuscendo a sopravvivere anche senza i maledetti oneri di urbanizzazione. Un Amministrazione davvero lodevole. 
Permettetemi però un appunto. Si fa tanto parlare in queste settimane dello Sblocca Italia emanato e approvato dal Governo: moltissime le voci che si sono alzate contro questo decreto perché deturperebbe il paesaggio (sono previste nuove strade, alcuni porti, ecc...). Personalmente ritengo molto più grave la dissennata cementificazione che fanno praticamente tutti i Comuni italiani, piuttosto che qualche decina di strade nuove in più: potremmo anche non farle queste strade (che occuperebbero una minima parte del territorio nazionale), ma se i Comuni continuano così la superficie cementificata sarà molta molta di più. Con o senza Sblocca Italia...

martedì 12 aprile 2011

SALVIAMO LE CITTA: il decalogo di Italia Nostra

Lo scorso 6 aprile si è tenuto a Roma presso la Sala dei Dioscuri in via Piacenza 1 un convegno intitolato "La città venduta. Vent'anni di urbanistica contrattata": il convegno è stato organizzato dall'associazione Italia Nostra (http://www.italianostra.org) ed è stato aperto da una relazione di Pier Luigi Cervellati intitolata "L'Aquila come caso emblematico".
Il tema del convegno è stata la cementificazione spropositata che ha interessato l'Italia negli ultimi anni. Ecco alcuni dati: ogni anno nelle sole città italiane si costruiscono mediamente 273 milioni di metri cubi di edifici, di cui l'80% sono nuove costruzioni, mentre dal 1995 al 2007 i Comuni italiani hanno autorizzato 3,4 miliardi di metri cubi di edifici (senza quindi contare le opere abusive...). Invece di recuperare l'esistente, si costruisce sempre il nuovo, sottraendo sempre più terreni liberi al territorio: pensate che le case vuote sono ben 245.000 solo a Roma, mentre sono 81.000 a Milano e 98.000 a Napoli, e le previsioni non sono confortanti (70 milioni i metri cubi costruibili a Roma col nuovo Piano Regolatore e 35 milioni quelli costruibili a Milano in base al nuovo Piano di Governo). Inquietante... A proposito, è uscito un libro-inchiesta di Salvatore Settis intitolato "Paesaggio, costituzione, cemento": sconvolgente!
Italia Nostra al convegno ha presentato un decalogo, redatto da Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. Ecco i punti del decalogo:
  1. la città è un bene comune e deve garantire gli interessi collettivi;
  2. moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagne;
  3. ripristino della legalità: no ai condoni, no ai piani casa;
  4. no a strumenti che vanificano la pianificazione ed esclusione dell’iniziativa privata;
  5. ripristino della destinazione originaria degli oneri di urbanizzazione;
  6. rilancio della pianificazione paesaggistica;
  7. riaffermazione della tutela dell’identità culturale e dell’intergrità fisica;
  8. recupero delle immense periferie degradate cresciute negli ultimi decenni;
  9. mobilità sostenibile ed integrata: incentivazione del trasporto pubblico;
  10. partecipazione di cittadini ed associazioni alle scelte urbanistiche.
Un decalogo molto importante: consiglio a tutti gli Amministratori Comunali italiani di portarlo in Consiglio Comunale, discuterne ed adottarlo per inserirlo nei programmi di sviluppo urbanistico del Comune. E se siete semplici cittadini, fate avere questo decalogo al Vostro Comune, partecipate ai Consigli Comunali e fate sentire la Vostra voce. Diffondete questo decalogo, organizzate banchetti in piazza o associazioni in difesa delle Vostre città, perchè il Vostro Comune possa recepire questo decalogo: ricordate che siamo noi CITTADINI che decidiamo cosa fare del nostro territorio, gli Amministratori vengono solo eletti in nostra rappresentanza e quindi devono rispettare la volontà della popolazione.

domenica 7 novembre 2010

Così l'edilizia è selvaggia!

Questo è il titolo di un articolo di Francesco Erbani sul quotidiano la Repubblica di giovedì 4 novembre 2010, dedicato all'uscita di un libro dell'urbanista Paolo Berdini intitolato "Breve storia dell'abuso edilizio in Italia. Dal ventennio fascista al prossimo futuro" (pubblicato da Donzelli, pagg. 166, costo € 16,50). Un libro in cui l'urbanista spiega i motivi che nei decenni hanno spinto gli italiani all'abuso edilizio, che addirittura dal Lazio in giù è diventato un modo di essere dell'attività edilizia (quasi come parcheggiare l'auto in seconda fila!).
Partiamo da alcune cifre. Dal 1948 ad oggi sono stati realizzati ben 4.600.000 edifici abusivi, il che vuol dire una media di 74.000 ogni anno (203 al giorno), nei quali vivono oggi circa 6 milioni di persone!!! IMPRESSIONANTE! Quasi la metà degli abusi edilizi è stata commessa al Sud Italia (se aggiungiamo il Lazio si arriva al 64%!). Quando nasce l'abusivismo? Nasce durante il Fascismo (ma forse addirittura prima): esplode però negli anni '50, nell'immediato dopoguerra che vedeva il nostro paese uscire distrutto dalla seconda guerra mondiale, probabilmente per il mancato intervento pubblico allora nell'edilizia che mettesse a disposizione case a prezzo contenuto (non era ancora esploso il boom economico). Come sostiene Berdini, questo però non doveva essere l'unica spiegazione, ma ce ne dovrebbe essere stata anche una geografica visto che sin da allora l'abusivismo si era concentrato soprattutto al Sud e non omogeneamente in tutto il territorio italiano (omogeneamente era invece uscito distrutto economicamente dalla guerra). Si parte dall'abusivismo cosiddetto "familiare" (chi costruisce l'edificio abusivo per la propria famiglia) diffuso nell'immediato dopoguerra, fino ad arrivare all'abusivismo cosiddetto "economico" degli anni '60-'70 (sulla necessità dei più deboli piomba la speculazione che lottizza, costruisce e vende senza richiedere nessuna licenza edilizia). Dalla fine degli anni '70 (e ancor più nei decenni successivi) l'abusivismo diventa di "pura valorizzazione", che consiste nella costruzione delle famigerate seconde case (a fine di capriccio) in aree ove non si potrebbe costruire perchè ad alto valore paesaggistico o a rischio idro-geologico (come la campagna romana, la valle dei Templi di Agrigento, le coste siciliane, campane, sarde e calabresi, le aree fragili di Sarno e del Messinese, il Vesuvio, le isole minori tra cui Ischia, ecc...).
Abusivismo edilizio è non solo costruire dove non si può, ma è anche (e soprattutto) un pericolo costante per il dissesto idro-geologico, per l'aumento delle frane, per la perdita di valore del nostro paesaggio, per lo svuotamento dei centri storici delle città e la conseguente sempre maggiore urbanizzazione, per gli scarichi fognari illegali, per l'inquinamento. Ma tant'è: l'italiano è sempre stato poco inlcine al rispetto delle regole: in Europa è diffuso un "patto sociale riconosciuto" per cui la pianificazione urbanistica è accettata dalle autorità pubbliche, dagli operatori economici e dai cittadini. In italia invece non vige questo patto, ma anzi vige un patto non scritto fra chi amministra e chi è amministrato tendente a non rispettare le regole perchè si considera l'edificare come un diritto proprio inseparabile dal possesso del suolo.
In tutto questo i famigerati condoni edilizi hanno avuto un ruolo devastante: ne sono stati fatti tre (nel 1985, nel 1994 e nel 2004), che hanno messo nella testa delle persone il principio che la sanatoria edilizia è un normale sistema di governo del territorio (infatti nei decenni gli abbattimenti di illeciti edilizi sono stati davvero una miseria). Proprio in questi giorni sto leggendo il libro di Roberto Ippolito "Il Bel Paese maltrattato: viaggio tra le offese ai tesori d'Italia" (edito da Bompiani, pagg. 380, costo € 18,00), nel quale il capitolo 3° "La pretesa della legalità" è dedicato all'abusivismo edilizio soprattutto nell'isola di Ischia, dove raggiunge percentuali inqualificabili, che purtroppo a cadenza regolare comporta frane e dissesti idro-geologici con perdita di vite umane. Da pelle d'oca...
Concludo citando (perchè condivido pienamente) la parte terminale dell'articolo di Erbani: "L'abusivismo è destinato a continuare perchè la pratica dei condoni non si è arretrata. E l'esperienza insegna che i condoni non occorre farli, basta prometterli per scatenare la corsa al mattone illegale". Anche qui lo Stato ha le sue pesanti responsabilità, sia per i condoni edilizi permessi sia per la mancanza di controlli e di prevenzione, permettendo lo sfascio del territorio e la perdita di vite umane. Praticamente un non-Stato del quale vergognarsi.

domenica 31 ottobre 2010

La professione del GEOLOGO in Italia

Lo scorso 11 ottobre 2010 ho trovato un interessante articolo sull'inserto "Affari & Finanza" del quotidiano la Repubblica, intitolato "Geologi, professionisti in trincea per far fronte a un paese dissestato": l'articolo è di Daniele Autieri ed è incentrato su un'intervista fatta a Pietro De Paola, che è il Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi (http://www.consiglionazionalegeologi.it). E' lo stesso De paola a definire i geologi italiani "professionisti in trincea" per il fatto di dover affrontare una realtà molto difficile che è quella del dissesto idrogeologico del nostro paese, dove il 6.9% del territorio nazionale è soggetto a frane e quasi 5.500 comuni sono a rischio idro-geologico, non dimenticando che ogni anno l'urbanizzazione selvaggia strappa 240.000 ettari di terreno verde!!! Proprio l'urbanizzazione selvaggia è spesso tra le cause principali del dissesto del nostro territorio, ed è per questo che può bastare una precipitazione meteorologica (seppur eccezionale) per causare danni gravissimi e purtroppo anche la perdita di vite umane. Come dice De Paola nell'intervista "Si parla spesso di prevenzione ma per farlo è necessario prima uscire dall'emergenza, e con queste condizioni superare l'emergenza è impossibile. Non solo nel reperimento delle risorse finanziarie necessarie, ma anche nella tempestività richiesta per stare dietro a tutte le situazioni di disagio e difficoltà che si vengono a creare a seguito dei fenomeni atmosferici". Ha ragione De Paola quando dice che l'urbanizzazione selvaggia e scriteriata ha dissestato il nostro territorio rendendolo fragile e pericoloso: pensate agli edifici costruiti troppo vicino ai fiumi (o addirittura nelle lore golene!), all'abusivismo, alle nuove costruzioni senza pensare al recupero del patrimonio esistente, al mancato rimboschimento dei pendii bruciati, alla mancata pulizia degli alvei di fiumi e torrenti, al mancato consolidamento dei pendii disconnessi. Ed è anche vero che spesso i Comuni sono sprovvisti di una seria pianificazione territoriale, ignorando le importantissime mappature delle aree a rischio: questo rende molto difficile la gestione delle zone di pericolo, anche perchè manca pure dallo Stato un serio coordinamento e un centro preposto a controllare le condizioni di tutto il territorio nazionale.
150 anni fa, in occasione dell'Unità d'Italia, era stata redatta la Carta Geologica Nazionale: si tratta di una mappa delle criticità di tutto il territorio italiano che individua le aree a rischio, che da allora era stata ripresa solo negli anni '80. Sono passati 30 anni dall'ultima volta che si era pensato di revisionarla ma ad oggi non è ancora stata terminata... Questo certo non aiuta nella prevenzione.
Alla domanda del giornalista su qual'è il ruolo del geologo di fronte a questa domanda di contrasto all'emergenza idrogeologica nazionale, De Paola risponde: "La nostra figura professionale è in trincea da molti anni e si confronta con richieste del mercato diversificate. Il rischio vulcanico, sismico, idrogeologico, l'erosione costiera sono tutti fenomeni dietro l'angolo, ed è per rispondere a queste emergenze che serve una geologia moderna e specializzata". Oggi i geologi italiani sono impegnati per il 43% nel settore delle costruzioni, per l'11% nelle operazioni di rilevamento di base, per un altro 11% nell'ambiente, per un 7% nell'idrogeologia, per un altro 7% nella difesa del suolo e per un 21% in altri settori. Purtroppo sono sempre più in calo gli studenti che si iscrivolo alla facoltà di geologia: tra il 2002 e il 2009 il numero di iscritti a questo corso di laurea è sceso da 8.689 a 7.246, con un calo di ben il 17%!! Evidentemente l'università italiana non riesce più ad invogliare gli studenti in questo ramo, per questo il Consiglio Nazionale dei Geologi ha creato una propria scuola specializzata per la formazione dopo la laurea attraverso una convenzione con l'università La Sapienza di Roma.: la scuola ha aperto i battenti 4 anni fa e sta formando sempre più geologi facilitando loro il trovare un posto di lavoro, così tanto importante per l'Italia. E sempre per far fronte all'importanza di questa professione per il nostro paese, il Consiglio Nazionale dei Geologi ha stabilito un aggiornamento professionale continuo e obbligatorio applicando sanzioni molto pesanti per chi non lo rispetta. E poi c'è il tasto dolente dei tagli da parte del Ministero dell'Economia, che sta mettendo in difficoltà molti geologi precari e ricercatori... Ah, la ricerca...
E' assolutamente importante appoggiare qusta professione: tocca allo Stato fare la sua parte per porre fine a quell'emorragia sempre più grave che sta distruggendo il nostro territorio spesso portando alla perdita di vite umane. I geologi in questo hanno un ruolo importante, ma senza ombra di dubbio il loro lavoro non può avere questa importanza senza l'intervento costante dello Stato in materia di contributi economici, di formazione scolastica, di lotta all'abusivismo e di contrasto dell'urbanizzazione selvaggia. Certo, si tratta di un compito molto difficile ma solo così si può uscire dall'emergenza e poi arrivare a pianificare: anche perchè i dati contenuti nel "Primo Rapporto sullo stato dei rischi e sulle opportunità offerte dal territorio" (realizzato dal Consiglio Nazionale dei Geologi in collaborazione col Cresme e presentato a Roma in Campidoglio lo scorso 13 ottobre 2010) sono allarmanti: quasi 5.500 Comuni italiani a rischio, per una popolazione interessata di 23 milioni di persone e un territorio a rischio frane della superficie di quasi 28.000 kmq!!

domenica 17 ottobre 2010

Come il CEMENTO aasedia il paesaggio!

Un dossier di Legambiente (http://www.legambiente.eu) riporta dati allarmanti sulla cementificazione in Italia: dal 1995 al 2009 sono state costruite ben 4 milioni di abitazioni, per un totale di 3 miliardi di metri cubi di cemento (sono i dati forniti dall'ISTAT, assolutamente reali visto che ogni intervento edilizio comporta la compilazione di un modulo da inviare appunto all'ISTAT), il che corrisponde a 500 kmq di suolo mangiato in media ogni anno dal cemento (ah, senza calcolare i capannoni...), mentre oggi il consumo di suolo è pari al 7.1% della superficie totale. Bene (anzi, male!): dal 1995 al 2009 la popolazione italiana non è certo aumentata, anzi è rimastra pressochè stabile. E infatti, oggi sono oltre un milione le case vuote nelle soli grandi città, mentre sono aumentate le periferie dequalificate e si contano ancora oltre 110.000 famiglie che negli ultimi due anni sono state sfrattate.
Ho già dedicato numerosi post all'argomento, quindi scusatemi se mi ripeto: per anni si è costruito alla grande senza motivo, solo per sostenere l'economia (che si poteva sostenere in ben altre maniere), in nome del solo profitto economico. Da una parte i costruttori avidi, dall'altra le amministrazioni comunali "costrette" dagli tagli statali ad approvare sempre più lottizzazioni per incassare oneri di urbanizzaione e poi costo di costruzione dai nuovi edifici. Del territorio non gliene frega niete a nessuno: poi però ci stupiamo se ad ogni evento meteorologico intenso succede qualche alluvione o frana che comporta la perdita di vittime umane e danni inestimabili perchè colpiscono zone ad alto rischio idrogeologico (si costruisce in aree dissestate, si condonano opere abusive in aree non adeguate, non si rimboscano i pendii montani incendiati, non si fa manutenzione idraulica, si tombinano fossati, si riduce il terreno permeabile). Al contempo, la costruzione delle nuove lottizzazioni nelle periferie comporta l'abbandono dei centri storici, che pian piano stanno morendo: perchè non riqualificare questi centri storici? Perchè non incentivare il recupero dell'edilizia esistente? Non lo si fa perchè dagli interventi di recupero i Comuni non incassano soldi, e di soldi ne hanno bsogno perchè lo Stato (anzi, il governo Berlusconi) ha tolto l'ICI e non li finanzia più (lo stesso Stato che non taglia sulle Province, non taglia sui costi del Parlamento, spenderà miliardi di euro sulle centrali nucleari, non fa lotta alla corruzione e all'evasione fiscale...).
Legambiente suggerisce infatti un (urgente) approccio nuovo sulle questioni edilizie ed abitative, sostituendo il modello di sviluppo centrato sul mattone con un modello attento all'innovazione energetica e tecnologica che punti al recupero del patrimonio edilizio, fermando così il consumo di suolo naturale e rispondendo lo stesso alla domanda abitiva.
Proprio a proposito della cementificazione sfrenata, pochi giorni fa sul quotidiano la Repubblica è stata pubblicata una lettera di un lettore, indirizzata a Corrado Augias, nella quale lamentava il fatto che il sindaco (di sinistra) della sua città (Camogli), in merito al piccolo giardino di fronte al Teatro Sociale acquistato dal Comune e ceduto ad un privato per farlo cementificare, ha fatto affliggere il seguente manifesto: "Invece di caricare alla comunità i costi della perenne manutenzione del verde si avrebbe la disponibilità di locali riunione più 400.000 euro"!! Sconvolgente: il verde è già poco e, pur di non mantenerlo, lo si cementifica!!! Certo, forse i Sindaci sono arrivati a questo punto per l'incapacità dello Stato a risolvere certi problemi: il governo (soprattutto quello attuale) è più attento alla propaganda elettorale che ad altro... Augias risponde con dati altrettanto sconvolgenti: negli ultimi 10 anni nella sola Campania sono state realizzate 60.000 case abusive, mentre ad Ischia sono stati realizzati 120.000 vani abusivi su una popolazione di 60.000 abitanti!!! 5.500 Comuni italiani (su un totale di 8.094) sono a rischio idrogeologico: in 50 anni ci sono state 470.000 frane con 3.500 morti!!! Che commento dovrei aggiungere oltre a quanto già detto? Non ho più parole: se ne riparlerà alla prossima vita umana spezzata da un alluvione o da una frana.

lunedì 20 settembre 2010

DEGRADO DEI CENTRI STORICI: allarme dell'Unesco

"Mentre in Nord Europa i centri storici-artistici ricevono la protezione di provvedimenti e linee guida atti a preservare il territorio, nel resto del mondo e in molte zone del Sud Europa la situazione appare sempre più critica". Sono le parole di Francesco Bandarin, vicedirettore generale per la Cultura dell'Unesco (http://www.unesco.it), in occasione del 50° anniversario della nascita dell'Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici (http://www.ancsa.org) festeggiato a Bergamo in questi giorni. L'allarme riguarda anche l'Italia, e le cause sono molteplici: da una parte l'"aggressione residenziale" dei centri storici (che vengono presi d'assalto da tipologie abitative e commerciali non consone a tali centri, in quanto sono zone privilegiate ed ambite economicamente), dall'altra per paradosso lo spopolamento di molti centro storici a discapito delle periferie in continua espansione ed urbanizzazione. Nel primo caso spesso è l'abusivismo a devastare i nostri centri storici e la scarsa conservazione e valorizzazione dei suoi edifici, nel secondo caso la fame di soldi dei Comuni (sempre più a secco economicamente) li induce ad approvare sempre più lottizzazioni residenziali nelle perifierie (causando uno spostamento di popolazione dal centro alla periferia) in quanto in tal modo incamerano centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione e di costi di costruzione (incassi che non si avrebbero ristrutturando l'esistente...).
A tal proposito è uscito in questi giorni nelle librerie il libro "Bel Paese maltrattato", un libro di denuncia scritto da Roberto Ippolito (pubblicato da Bompiani, pagg. 380, costo € 18), nel quale si parla di tutti i guasti prodotti dall'incuria umana sui beni artistici e monumentali italiani, dei danni provocati dalle frane e quindi del dissesto idrogeologico, di abusivismo, di inquinamento (sempre attento a questo tema Giovanni Valentini che ne ha dedicato un articolo venerdì 17 settembre 2010 sul quotidiano la Repubblica). E pensare che l'Italia è prima al mondo per il numero di siti patrimonio dell'umanità inclusi nella lista dell'Unesco: pensate che su 890 luoghi scelti in tutto il mondo, ben 44 sono italiani (ovvero 1 su 20)!! Per non parlare dell'intero patrimonio storico-artistico italiano: 4.739 musei pubblici e privati, 62.128 archivi, 59.910 beni archeologici ed architettonici, 1.144 aree natuali e protette. Un patrimonio dal valore inestimabile, che però spesso non viene valorizzato o addirittura lasciato al degrado, causando danni al turismo (la prima industria del nostro paese): certo non si tratta solo di un valore economico, anzi. Come ha affermato Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom e presidente del Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Rovereto, http://www.mart.trento.it): "La sfida è che la cultura, oltre ad essere un valore in sè, deve far crescere il territorio".
Allora perchè i Comuni non incentivano lo sviluppo dei centri storici? Perchè non promuovono il recupero degli edifici in degrado nei centri storici? Magari ponendo degli incentivi alla ristrutturazione, come ad esempio l'esenzione dall'ICI o una riduzione delle imposte sugli affitti o un'IVA agevolata sui lavori. E perchè non effettuano una severa ( e doverosa) opera di controllo sullo stato dei centro storici? Le solite domande alle quali si arriva sempre alla solita risposta, purtroppo: DENARO!

domenica 20 giugno 2010

MESSINA: se l'alluvione non ha insegnato NIENTE...!

Ci risiamo: ogni qualvolta un evento alluvionale o franoso interessa un angolo del nostro paese, seguono dichiarazioni rassicuranti delle autorità sul fatto che si sarebbe combattuto contro l'uso indiscriminato e scellerato del territorio. Lo scorso mese di ottobre 2009 un'alluvione aveva imvestito una piccola parte del territorio messinese della costa ionica (area di Giampilieri): certo, le precipitazioni erano state eccezionali, con punte di 300-400 mm d'acqua scaricati in pochissime ore, tuttavia l'uso illecito che l'uomo ha fatto del territorio ha portato alla catastrofe con la morte di 31 persone (oltre a 6 dispersi e danni incalcolabili). Tutto questo per mancata pulizia dei corsi d'acqua, disboscamento dei pendii, non esecuzione delle opere di rafforzamento idrogeologico, abusivismo edilizio e, ancor peggio, concessioni edilizie rilasciate laddove non si potrebbe costruire.
Sono passati neanche 9 mesi e... NON E' CAMBIATO NIENTE! Da un'indagine di Paolo Casicci (intitolata "A Messina hanno inventato il sacco edilizio legale") pubblicata sull'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica del 18 giugno 2010, scopro che tre palazzine stanno sorgendo su un pendio scosceso del quartiere Annunziata di Messina e che, a monte, un muro di contenimento è stato spezzato dalle piogge invernali (senza essere riparato...); scopro che poco più a nord, sempre a Messina, sul fiume Trapani una ditta sta sbancando parte del terreno adibito ad area verde per compensare il notevole carico di alcune palazzine in costruzione su un altro pendio; scopro che da gennaio 2010 ad oggi sono state avanzate ai Comuni ben 47 richieste di "Permesso di Costruire" per nuovi residence e villaggi sparsi sui pendii dei Monti Peloritani e lungo le 51 fiumare cittadine che degradano verso il mare. L'importante è che questi nuovi residence abbiano "vista mare"... Alcune denunce sono state fatte dall'Associazione Mediterranea per la Natura (http://www.migrazione.it/).
Davvero incredibile come l'interesse economico sia davvero più importante non solo del rispetto dle nostro territorio, ma addirittura della vita umana! E questo grazie alla legge urbanistica siciliana e al menefreghismo degli uffici tecnici comunali: tale legge prevede infatti il silenzio-assenso nel caso in cui, passati 120 giorni, il Comune non si esprima su una richiesta di "Permesso di Costruire". E spesso non si esprime: per mancanza di tempo? Mah... Molto probabilmente per corruzione e tangenti che vengono fatte circolare nei Comuni... Naturalmente non sono tutti corrotti: Giuseppe Corvaja, assessore all'Urbanistica del Comune di Messina, parla di "piano sregolatore" ed ora ha intimato la revisione di alcune concessioni rilasciate troppo frettolosamente (o non rilasciate...). Si sta consumando un "sacco edilizio legale" con cui la mafia ricicla il denaro.
Come può essere che il Piano Regolatore Comunale preveda (perchè così è stato approvato!) delle zone di completamento edilizio (ove quindi poter costruire) su intere aree di collina, sapendo che quei pendii sono instabili (senza quindi fare opere per rinforzarli)? Come è possibile che vengano previste aree lottizzabili in zone a forte rischio idrogeologico? E' normale secondo voi che in una città in continuo calo demografico si continuino a costruire edifici residenziali? C'è una sola risposta a tutte queste domande: il denaro, sporco maledetto denaro. Alla prossima alluvione, intanto, morirà qualche altro innocente, ma coloro che continuano a costruire ove non si potrebbe contunueranno a farlo perchè sono così animali che questo termine è un'offesa per gli animali veri! Tanto poi arriva qualche condono...

venerdì 19 febbraio 2010

ITALIA CHIUSA PER FRANE!!!

Sembra una battuta ma in realtà è proprio quello che sta accadendo. Abbiamo tutti negli occhi le terribili immagini delle frane che a più riprese hanno colpito in questi ultimi giorni alcune località della Sicilia e della Calabria: immagini davvero incredibili, che mostrano (come nel caso calabrese) la frana che letteralmente scende giù a valle! Terrificante!
La cronaca dei fatti ormai la conosciamo. Snoccioliamo ora alcuni dati relativi al terribile dissesto idrogeologico italiano. Negli ultimi 50 si sono verificate ben 470.000 frane (più o meno gravi), di cui 11.000 molto gravi: assieme ad alluvioni e terremoti, hanno causato ben 3.500 morti (ovvero 6 morti al mese!). Tra le frane più gravi ricordiamo quella che nel Salernitano causò 297 morti nel 1954, quella del Vajont (con conseguente crollo della diga) che nel 1963 causò 1.817 morti, quella della Val di Stana del 1985 che causò 269 morti, fino a quella di Sarno (e dei comuni limitrofi) del 1998 che causò 153 morti. E i danni? Incalcolabili! Dal 1994 al 2004 sono stati ben 21 i miliardi spesi dallo Stato per riparare i danni più gravi provocati da frane, alluvioni e terremoti, mentre per i danni più lievi lo Stato ha speso 1,5 miliardi di euro all’anno!!! Buona parte del paese poi è a rischio idrogeologico: ben 5.596 comuni su un totale di 8.101 (pari al 70%)!!! Tutti questi dati sconcertanti sono stati rilevati dall’ultimo “Rapporto sulle frane in Italia” realizzato dall’ex Apat, Regioni e Province autonome, nonché in base ai dati dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche.
Il clima (nel senso di tempo meteorologico) ci sta probabilmente mettendo del suo: fenomeni localizzati molto intensi (come piogge monsoniche dell’ordine di 300-400 mm d’acqua in pochissime ore) stanno mettendo a dura prova un territorio di per sé già molto instabile. Tuttavia, la maggior responsabilità è dell’uomo e, soprattutto, dello Stato. Le cause di questo dissesto idrogeologico? Eccole:
  • disboscamento: negli anni sono stati divelti boschi interi per lasciare spazio a pascoli o ad aree urbanizzate, ma sono le radici degli alberi che tengono unito il terreno. Se mancano gli alberi il terreno è molto più instabile;
  • urbanizzazione sfrenata: si è costruito (legalmente) su terreni che poi nel tempo non si sono rivelati idonei a sostenere edifici. Perché non si è verificato prima? Perchè continuare a costruire quando la richiesta non c'é? Mistero italiano: beh, mica tanto mistero, solo soldi, soldi, soldi!
  • abusivismo: si è costruito illegalmente su aree dove era vietata l’edificazione. In questo hanno colpa le autorità, che non hanno impedito queste edificazioni (e poi non hanno fatto niente per rimediare), e gli stessi residenti, che hanno costruito ben sapendo che lo stavano facendo su terreni non idonei e a rischio;
  • incuria istituzioni: negli anni lo Stato è sempre intervenuto per riparare i danni e quasi mai per fare opere che evitino il rischio.
È proprio su quest’ultimo punto che mi vorrei soffermare: dai dati che ho citato prima, nel solo decennio 1994-2004 lo Stato ha speso ben 21 miliardi di euro per riparare i danni più gravi causati da frane, alluvioni e terremoti. Ribadisco: per riparare, non per prevenire. Ad ogni frana ci si chiede come mai non siano state fatte le dovute opere di prevenzione (consolidamento dei pendii, terrazzamenti, rimboschimento, pulizia degli alvei dei fiumi, abbattimento degli edifici abusivi, controllo dell’edificazione sul territorio): però dopo non se ne parla più e lo Stato non fa niente altro, in attesa dei morti della tragedia successiva. Perché non si investe sul territorio? In occasione dell’alluvione del Messinese di ottobre 2009, la Protezione Civile aveva calcolato in circa 25 miliardi di euro la somma necessaria per sistemare l’intero territorio italiano e preservarlo dal dissesto idrogeologico. Sono tanti? Certo, sono tanti: però vedo che il governo Berlusconi per le centrali nucleari alcune decine di miliardi di euro li trova fuori (quando se ne potrebbero investire molti meno sul fotovoltaico, avendo gli stessi risultati), vedo che il governo Berlusconi per il Ponte di Messina alcuni miliardi di euro li trova fuori, vedo che il governo Berlusconi per la Protezione Civile (e l’organizzazione di un’infinità di eventi) centinaia di milioni di euro li trova fuori. E la vita umana? La vita umana vale meno del Ponte di Messina? La vita umana vale meno del nucleare? Una sola cosa posso pensare: che le vite umane valgono meno della campagna elettorale, e quindi della sete del potere che attanaglia il Sultano (come lo chiama il caro Giorgio Bocca). Con che coraggio si continua a parlare del Ponte di Messina quando alle sue spalle ci sono due regioni che stanno franando? Il fatto è che il Ponte di Messina alle elezioni (ora le Regionali) paga…

domenica 27 dicembre 2009

PARCHI NAZIONALI E LE LOBBY…

Ho trovato sul settimanale L’Espresso del 22 dicembre 2009 un’interessante inchiesta di Roberto Di Caro intitolata “PARCHI NAZIONALI: l’assalto delle lobby”, dai contenuti piuttosto allarmanti in merito ai nostri parchi nazionali.
Partiamo come sempre dai dati: ci sono oggi in Italia 23 parchi naturali nazionali (il 24° era stato istituito nel 1998 in Sardegna, tra il Golfo di Orosei ed il massiccio montuoso del Gennargentu, solo che non è mai nato e nel 2008 una sentenza del TAR l’ha cancellato): sembrerebbe una cifra elevata, tuttavia numerosi paesi europei hanno un numero ben più elevato di parchi nazionali e soprattutto una maggiore superficie protetta. Se poi consideriamo la vastità e la varietà dei paesaggi e degli ambienti italiani, beh allora dovremmo essere i primi in materia. Invece… Arriviamo al tasto dolente dei finanziamenti: l’ultimo governo Prodi aveva stanziato per i parchi nazionali 70 milioni di euro, poi la successiva Finanziaria del governo Berlusconi ha cancellato ben 22 milioni di fondi, e sono annunciati altri tagli… Vogliamo infine parlare dell’attuale Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: a lungo è stato criticato (giustamente) il precedente ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio per la sua incompetenza, ma francamente ora siamo andati in peggio! Ha ragione Angelo Bonelli, neopresidente dei Verdi, quando afferma che l’attuale ministro vuole piazzare i “suoi” negli enti di gestione dei parchi naturali (ci aveva già provato pochi mesi fa con le Commissioni Via, Vas, Covis e Ippc ma il TAR le ha dato, giustamente, torto): purtroppo anche Lei, come tutti i ministri del PDL, ha una visione dell’amministrazione del nostro Paese che è incentrata sul potere, sul favorire, sul “piazzare qualcuno”, ed è proprio questo che non va nel nostro paese. Dovremmo eleggere dei ministri che governano per il bene del nostro paese e non per il bene/interessi propri o di qualcuno a loro vicino, perché questo da troppo tempo sta succedendo. Questo porta inevitabilmente alla deriva, così come sta accadendo ai parchi naturali: i finanziamenti sono sempre meno, ma gli enti che gestiscono questi parchi per garantirne la sopravvivenza sono costretti (ahimè) a ricorrere ad altre fonti di guadagno che sono contrarie ai principi di salvaguardia dell’ambiente.
È l’esempio della Duna di Lesina (in provincia di Foggia), una sottile striscia di terra lunga 20 km che divide il Mare Adriatico dalla Laguna di Lesina, all’interno del Parco del Gargano: si tratta davvero di un piccolo paradiso naturale, chiamato anche Bosco Isola visto che è tutto un susseguirsi di lecci, salici, eriche, corbezzoli e macchia mediterranea in genere popolata da testuggini, 70 specie di uccelli che si riproducono (tra cui l’airone rosso e il tarabuso che qui nidificano) e le anguille. Si tratta dell’area più protetta d’Europa: vi sono state attribuite tutte le sigle possibili in materia di protezione ambientale (sic, ate, iba, zps, zona A, ex-legge 1939 ovvero sito di importanza comunitaria, zona a protezione speciale, important bird area, vincolo paesaggistico ed idrogeologico, ecc…): praticamente non si può toccare nulla, giustamente, visto l’importanza ambientale dell’area. Ed invece sapete cosa accadrà? All’interno dell’area verrà realizzato addirittura un villaggio turistico: si chiamerà “Ecovillaggio”, ma alla faccia della protezione ambientale consiste in 80 strutture abitative, 200 posti letto, parcheggi, 5 corpi accessori per sala convegni, reception, ristoranti e centri servizi, oltre ad un ettaro di pannelli solari ed un contorno di pale eoliche, per un totale di ben 19.430 mc!!! INCREDIBILE!! Ma c’è di più: è già in previsione la realizzazione di altre due lottizzazioni turistiche attorno a questo villaggio, ovvero “Tenuta del Gargano” (nell’agro di Cagnano Varano a 300 metri dall’area protetta) e “Lesina Due” (a 100 metri dall’area protetta), per un totale di 330 villette ed un campo da golf per 3.167 nuovi residenti!!! E, naturalmente, per completare il tutto è prevista anche la realizzazione di tre porti turistici…
Ma com’è possibile tutto questo? La realizzazione di queste strutture comporterà la distruzione di migliaia di mq di area ora ricoperta di vegetazione, con la conseguente distruzione di un habitat unico al mondo, la realizzazione di nuove strade con conseguente forte inquinamento atmosferico ed acustico, la modifica del clima locale, il rischio di inquinamento delle acque lacustri e marine, la realizzazione di una rete fognaria per lo smaltimento dei liquami (dove andranno?). Mi domando ancora: com’è possibile? L’unica spiegazione è il denaro: il denaro nella prima fase (pensate a quanti oneri di urbanizzazione e costo di costruzione incasserà il Comune…) e il denaro nella seconda fase (quello che incasseranno le ditte che gestiranno l’area: certamente, un’ottima operazione di marketing…). C’è purtroppo un problema nell’attuale legislazione di tutela dei parchi: la legge-quadro 394 sulle aree protette, promulgata 18 mesi fa e ideata da Fulco Pratesi (ex presidente del Wwf e e del Parco Nazionale d’Abruzzo) prevede che i parchi devono diventare economicamente produttivi, e forse è qui il guaio, perché ne approfittano i diretti interessati (i proprietari, ovvero i Comuni e i privati): negli USA, ad esempio, non è così, visto che le aree protette sono interamente di proprietà del demanio e quindi non si possono toccare. In Italia, invece, gli uffici tecnici dei parchi badano di più a strade, parcheggi ed opere di urbanizzazione che alla conservazione della natura. E pensare che l’area protetta italiana è la minima parte dell’intero territorio nazionale: è proprio necessario costruire in queste aree? Non si può costruire dove si può costruire? Ma no, volete mettere come si vendono le villette in un’area immersa nella natura…? INQUIETANTE, OLTRE CHE SCANDALOSO! È proprio il paese delle lobby, non possiamo definirlo altrimenti il nostro, anche perché sennò saremmo volgari…

domenica 13 dicembre 2009

BENEVOLO: “NOI URBANISTI ABBIAMO FALLITO”

Lo dice Leonardo Benevolo, nato nel 1923 e considerato uno dei padri dell’urbanistica, non solo in Italia, che vive da molti anni vicino a Brescia dove tra gli anni ’60 e ’70 ha collaborato ad uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana (ovvero la pianificazione della città di Brescia): lo dice in un’intervista fatta dal giornalista Francesco Erbani sul quotidiano la Repubblica del 10 dicembre scorso. Erbani dà nel suo articolo una bella definizione di urbanistica: l’urbanistica è quella disciplina (che si insegna all’università) nella quale convergono saperi scientifici ed umanistici, e che dopo un’indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli.
Dice Benevolo: “Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche (Regioni, Comuni e Province) ha un posto secondario con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile”. Parole pesanti ma assolutamente realistiche. Basta guardare i dati ISTAT: fra il 1995 ed il 2006 sono state realizzate in Italia circa 10 milioni di stanze che, sommate ai nuovi capannoni, ad altre iniziative produttive ed alle infrastrutture, equivale a ben 750.000 ettari di terreno cementificati (quanto l’Umbria!!!). Questo sarebbe stato congruo in un paese in via di sviluppo economico e con un aumento demografico forte: invece, in Italia il boom produttivo è avvenuto decenni prima e la popolazione in quel periodo analizzato dall’ISTAT è aumentata di soli 1.900.000 abitanti (che tra l’altro sono quasi tutti immigrati che quasi mai hanno la possibilità economica di garantirsi queste nuove case costruite…). Dunque l’incredibile quantità di edifici costruiti non corrisponde alla domanda: allora perché si costruisce? E soprattutto perché non si costruiscono in Italia alloggi di edilizia popolare? La risposta è sempre quella: denaro, denaro, denaro. L’aspetto economico purtroppo ormai prevale su tutto e, nel caso dell’urbanistica, prevale sul buon senso, sulla protezione del territorio, sulla lotta all’inquinamento, sul recupero degli edifici dimessi e abbandonati. Facciamo solo l’esempio dei Comuni: le casse comunali in genere sono disastrate per la sempre più piccola quantità di denaro che arriva dallo Stato, accentuata ancor di più dalla recente e scellerata abolizione dell’ICI (che era sempre stata una delle più importanti fonti di introito per i Comuni, non adeguatamente sostituita da corrispondenti fondi statali). Che fanno allora i Comuni: al di là di ogni limite e ragionevolezza urbanistica, approvano in continuo nuove lottizzazioni residenziali e produttive (ma soprattutto le prime), che sottraggono terreno all’agricoltura e si trasformano in migliaia di palazzoni e/o edifici singoli. Questo comporta lo spostamento di molte persone da altre parti della città verso le nuove aree periferiche: ecco perché ormai i centri storici delle città sono dei quartieri fantasma, disabitati e decadenti. Naturalmente, dalle nuove lottizzazioni i Comuni incassano centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione e di costi di costruzione, che vanno ad impinguare parzialmente le casse comunali. Praticamente, è come un cane che si morde la coda: alla fine chi ne fa le spese è sempre il nostro caro territorio (con tutte le conseguenze del caso…), e tutto ciò perché lo Stato non riesce a garantire fondi a sufficienza ai Comuni, e questo perché continuiamo a portarci sulle spalle un debito pubblico stratosferico ereditato da anni scellerati di sperperi anti-tangentopoli dal quale difficilmente riusciremo ad uscirne. Sperperi per i quali stanno pagando solo i semplici cittadini, e non chi li ha commessi… Il degrado attuale dell’urbanistica è frutto di questo: infatti, tempo fa non era così, l’urbanistica nel dopoguerra e per alcuni decenni successivi è stata uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale italiano.
Come dice Benevolo, l’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Si costruisce per il mercato e non per le città, un tempo l’urbanistica doveva dare un senso alla città garantendo il giusto equilibrio tra urbanizzazione e protezione del territorio, ora questo non succede più: come dice Paolo Berdini (che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma), il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi e li ha trovati nelle città e nel territorio. Gravissimo. E doveva essere proprio l’urbanistica a garantire che questo non accadesse. Ed ora è arrivato anche il Piano Casa…
Concludo con l’intervento di Paola Bonora, che non è una urbanistica ma è una geografa dell’Università di Bologna (autrice con Pier Luigi Cervellati del libro “Per una nuova urbanità”, edito da Diabasis, 213 pagine al costo di € 21), la quale afferma: “In molti urbanisti prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica”. E il problema sta anche a monte, negli insegnamenti universitari: nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali ove vengono realizzati gli interventi edilizi. Forese, per cambiare qualcosa, si potrebbe partire anche da qui…

venerdì 27 novembre 2009

PARCHI ITALIANI SOTTO ASSEDIO…

Ci sono in Italia 1.144 parchi (di questi, 24 sono parchi nazionali), che occupano una superficie di 3.494.000 ettari (pari all’11.69% del territorio nazionale): sembrerebbe una buona cifra, in realtà non è così visto che molti paesi europei ci superano alla grande. Se la media dell’Unione Europea è del 18.4%, in Repubblica Ceca è del 25.9%, il Polonia il 29.2%, in Estonia il 36.3%, in Gran Bretagna il 37.4% e in Germania addirittura il 59.4% (ovvero oltre metà del territorio nazionale è protetto)!!! Certo, nel nostro paese i parchi, oltre a proteggere il paesaggio, sono anche una notevole fonte di reddito (visto che fatturano circa 2 miliardi di euro all’anno e danno lavoro a 89.000 persone), però sono pochi e se ne costituiscono sempre meno, quando invece il degrado del nostro territorio dovrebbe portare ad un aumento del loro numero (dal 2003 è stato istituito un solo parco…). Per non dimenticare che gli investimenti sono in continuo calo ed invece aumentano (e pericolosamente) le aggressioni edilizia…
Sono i dati contenuti sul primo rapporto sul grande patrimonio culturale dei parchi, presentato da Federparchi (http://www.parks.it/federparchi) e Federculture (http://www.federcultura.confcooperative.it): questo rapporto è stato presentato ieri 26 novembre 2009 a Roma presso la Società Geografica Italiana, e due giorni fa Francesco Erbani ne ha dedicato un articolo sul quotidiano la Repubblica. Giustamente sono da proteggere e valorizzare questi parchi perché racchiudono un immenso patrimonio culturale fatto di paesaggi, territori, centri storici, beni artistici, tradizioni, valori comunitari, lingue e pratiche artigianali: tutte cose minacciate dall’incalzante sete economica della società, il che si tramuta in villaggi turistici, nuovi quartieri residenziali o produttivi, strade, porti, cave, ecc… Come dice Giampiero Sammuri (presidente di Federparchi) “I parchi sono un grande sistema per conservare la biodiversità, ma anche uno strumento di coesione sociale e di promozione economica”.
C’è inoltre un aspetto non di poco conto, sottolineato da Roberto Grossi (presidente di Federculture): il 70% dei parchi italiani è amministrato da Province e Regioni, quando invece tale compito dovrebbe spettare ad enti specifici. E veniamo al capitolo finanziamenti pubblici: 241 milioni di euro nel 2008, pari ad appena lo 0.015% del Pil!!! E in questo 2009 c’è stato addirittura un taglio del 10%! Proprio il fatto che siano Province e Regioni ad amministrare i parchi non fa pensare proprio a delle buone cose: i piani paesaggistici delle Regioni sono pochissimi e quasi mai impongono dei limiti ai Comuni, incapaci di fronteggiare l’enorme spinta della speculazione immobiliare. E qui arriviamo al punto doloroso: i Comuni. Già i loro introiti non sono mai stati elevati, ora da quando è stata eliminata l’Ici sulla prima casa sono al lastrico, anche perché di fondi pubblici per compensare non ne arrivano dallo Stato. E allora cosa possono fare? Lottizzazioni, lottizzazioni, lottizzazioni. Proprio in questi giorni ho letto un’intervista fatta dal quotidiano la Repubblica a Maria Cristina Treu, docente di Progettazione Urbanistica al Politecnico di Milano, secondo la quale: “La svendita del territorio e il consumo del suolo non sono solo la reazione alla deindustrializzazione, sono una sorta di autodifesa da parte dei Comuni, di istinto di sopravvivenza contabile. Gli oneri delle lottizzazioni di case e terziario servono ai Comuni per le spese ordinarie, per tirare avanti e far quadrare i bilanci, in particolare ora che è stata abolita l’Ici”. Come darle torto… C’è un passaggio dell’intervista che commenta da solo (e al meglio, o al peggio, fate voi!) la situazione: “Abbiamo fatto uno studio recentissimo. Ci dice che su una lottizzazione di circa 20.000 metri quadrati, mediamente, in gettito di contributi diretti o in opere un’amministrazione è in grado di garantirsi la sopravvivenza per 5 anni, ossia la durata del mandato di un sindaco. E sa cosa ci restano dopo i 5 anni? I costi di manutenzione...”. Spese di manutenzione per riasfaltare le strade, per mantenere l’illuminazione pubblica, per gestire le aree verdi, per rifare la segnaletica stradale, per sistemare i marciapiedi, per pulire le fognature, ecc…
Questa affermazione spiega al meglio la situazione: la mancanza cronica di fondi porta i Comuni a realizzare continuamente nuove lottizzazioni (anziché recuperare l’esistente, i centri storici sono quasi vuoti…), sottraendo terreni liberi all’agricoltura e, purtroppo e sempre più spesso, anche ad aree protette. E lo Stato cosa fa? Oltre a non fornire soldi a Comuni e a tagliare i fondi a quei Ministeri che invece ne avrebbero più bisogno (dell’Ambiente, dell’Istruzione, ecc…), non sta facendo niente per eliminare spese inutili per miliardi e miliardi di euro (vedi le nuove Province costituite senza un motivo, vedi i Comuni piccolissimi che potrebbero essere fusi tra di loro, vedi le stratosferiche spese dei palazzi di stato, ecc…). E chi ci rimette? Tra i tanti, anche il nostro caro paesaggio…

martedì 6 ottobre 2009

TRAGEDIA DI MESSINA: la colpa è SOLO dello Stato!

Abbiamo visto tutti in questi giorni le orrende immagini della distruzione che ha colpito alcune zone della parte ionica della provincia di Messina: non ci sono parole in merito. Ma è stata colpa solo del clima? Credo proprio di no… Vediamo perché.
Premetto che si è trattato senza ombra di dubbio di un evento meteorologico eccezionale: una insidiosa perturbazione ha attraversato la Sicilia da ovest verso est e nel suo percorso ha richiamato correnti sciroccali da sud-est che sono andate a sbattere contro le montagne messinesi poste parallelamente alla costa e perpendicolarmente a tali correnti: sbattendo contro le montagne, si sono sollevate condensando in precipitazioni. Una situazione altamente esplosiva: si stima che su Giampilieri siano caduti dai 300 ai 350 mm d’acqua in appena 3-4 ore!!! Significa 300-350 litri d’acqua per ogni metro quadrato di territorio in poche ore: fate un pò voi i conti di quanta acqua si è incuneata in quel torrente…
Ciò premesso, dobbiamo dire che un fenomeno simile non può comportare il disfacimento di una montagna!!! Sono molteplici le concause di questa immane tragedia, che voglio riassumere così:
  • disboscamento: abbiamo visto nelle immagini televisive molte montagne messinesi prive di vegetazione. In seguito agli incendi estivi (che puntualmente si verificano ogni anno) tali montagne si sono venute a trovare senza alberi (anche per far posto a prati da pascolo…), che proprio con le loro radici tengono a freno i pendii montuosi. Perché queste montagne non sono state rimboscate?
  • dissesto idrogeologico: ammettiamo che non si sia voluto rimboschire, perché però non si è almeno provveduto a rinforzare questi pendii? Bastavano alcuni terrazzamenti, alcuni muretti o terrapieni per rafforzare i pendii. Perché non sono stati fatti?
  • pulizia dei torrenti: abbiamo visto nelle immagini il torrente della valle per certi tratti tombinato. Come può restare tombinato un fiume del genere, a regime torrentizio e per tale motivo soggetto a piene improvvise (anche se secco per la maggior parte dell’anno)? Eppure periodicamente si verificano eventi precipitativi come quello appena successo. Perché poi questi fiumi non vengono puliti da alberi, tronchi, detriti e quant’altro, che non fanno altro che ostacolare il regolare deflusso dell’acqua? Per non parlare di bar, campeggi, ecc... che vi sorgono nei letti di questi torrenti!
  • abusivismo: perché nessuna amministrazione ha mai il coraggio di far abbattere gli edifici abusivi e hanno invece il coraggio di condonarli? Gravissimo se vengono condonati, ma gravissimo anche se sono abusivi perché significa che manca il controllo del territorio da parte delle autorità. Perché questo non si fa mai?
  • urbanizzazione selvaggia: come si fa a costruire sempre e comunque vicinissimo a fiumi e torrenti o addirittura su di essi? Chi autorizza ciò? O chi non controlla? E un P.R.G. come fa a permetterlo?
Sono questi 5 problemi che portano a questi disastri: basta che se ne verifichi anche uno soltanto per portare a morte e distruzione. Ad esempio, se i pendii delle montagne dietro Giampilieri fossero stati messi in sicurezza non sarebbe successo questo disastro!
E qui scattano le colpe: le colpe sono delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali che continuano a non effettuare queste opere di messa in sicurezza dei territori a rischio idrogeologico. E perché non lo fanno? Lo promettono per la campagna elettorale ma arrivati al sodo mancano… i fondi! E qui scatta la colpa a monte di tutto ciò: i tagli statali ai finanziamenti!!! La colpa, ragazzi miei, è solo dello STATO!!! È colpa di tutti quei governi che continuano a tagliare su cose indispensabili alla salvaguardia delle vite umane: per ultimo l’attuale governo Berlusconi. L’enorme debito pubblico italiano ha radici ben lontane e di questo ne risentiremo per sempre, ma come si fa (dopo aver tolto l’ICI ai comuni!!) non fornire finanziamenti ai poveri enti locali? E con quale coraggio, dinnanzi ad una disgrazia del genere, il ministro Altero Matteoli proprio in questi giorni parla nuovamente del Ponte sullo Stretto dicendo che a dicembre partiranno i lavori? Prima si mette in sicurezza il territorio italiano, poi eventualmente col tempo se ci saranno fondi si farà il Ponte (sempre se necessario…, ma qui entriamo in altro discorso). Purtroppo con l’avvento di Berlusconi in politica, l’Italia è in continua campagna elettorale: il Ponte sullo Stretto sarà un bel biglietto da visita per le prossime elezioni e per quei poveretti che continueranno a votarlo Berlusconi, però intanto decine di persone perdono la vita senza averne NESSUNA colpa. E ne dico un’altra: come già detto da Berlusconi in questi giorni, si provvederà a ricostruire i paesi danneggiati da un’altra parte. Ma vi sembra questa la soluzione del problema? Invece di ridare al paese distrutto la sicurezza perduta e permettere alla gente di rientrare nei loro luoghi natii, si preferisce costruire altrove: non basterebbe rinforzare le montagne? Eh no, vuoi mettere quanto belle sono le casette nuove stile L’Aquila, le casette attira-voti?
Il problema, insomma, è sempre la mancanza di soldi: ecco perché si prosegue sempre con i condoni e si continua a costruire selvaggiamente ovunque. Tanto della vita dei poveri cittadini non interessa niente a nessuno. Una recente valutazione di Bertolaso della Protezione Civile stima in 25 miliardi di euro la somma necessaria per mettere in sicurezza le aree a dissesto idrogeologico in tutta Italia: vi sembra sensato spendere miliardi di euro per costruire il Ponte sullo Stretto?
Cari miei, è giunto il momento che scattino gli ERGASTOLI: gli ergastoli per i responsabili di queste perdite di vite umane, per i responsabili di questi OMICIDI, perché di omicidi si tratta. Amministratori locali, provinciali, regionali e soprattutto statali: è ora che qualcuno paghi seriamente, con l’ergastolo, perché solo l’ergastolo può punire un menefreghismo del genere che porta solo alla morte. Voglio proprio vedere come andrà a finire…

domenica 13 aprile 2008

URBANISTICA: a Ferrara il “Città Territorio Festival”

Negli ultimi giorni (ma spesso anche in passato) ho dedicato vari post all’urbanizzazione selvaggia in atto nelle città italiane che si stanno espandendo senza limiti. Si continua a strappare terreno coltivabile ed aree verdi alle zone circostanti le città, realizzandovi nuove lottizzazioni residenziali e produttive e costruendo centinaia di migliaia di edifici, col risultato di causare lo spopolamento dei centri storici (già in atto anche per altri motivi), aumentare le aree cementificate, intensificare il traffico (e di conseguenza lo smog), strappare terreno prezioso al nostro territorio sconvolgendolo (con ripercussioni sul clima, sullo smaltimento delle acque piovane, sui rifiuti, ecc…).
Ho ripetuto più volte quanti centro storici in Italia siano letteralmente spopolati ed abbandonati: perché, allora, invece di costruire nuovi edifici in periferia, non si recuperano quelli esistenti nei centro storici? Semplice: i Comuni dalle nuove costruzioni incassano una quantità incredibile di denaro da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, cosa che invece non avviene per le ristrutturazioni ed i recuperi. Siccome il federalismo (di memoria leghista…) ha tagliato negli anni i fondi ai Comuni, questi sono costretti a trovare il denaro mancante in maniera diversa, e quella delle nuove costruzioni è la più semplice, alla faccia della difesa del territorio! Tra l’altro dobbiamo ricordare che la nuova legge urbanistica del 2001 prevede che i Comuni possano utilizzare gli introiti dagli oneri di urbanizzazione per coprire qualsiasi spesa comunale (prima invece dovevano essere impiegati solo per opere pubbliche come strade, scuole, ecc…)!
La campagna elettorale è volta al termine ed oggi 13 e domani 14 aprile 2008 si vota per il rinnovo del governo italiano: purtroppo, da nessuno (ripeto, nessuno!) schieramento politico ho sentito dire qualcosa in merito. Tutti hanno replicato che l’Italia ha bisogno di quantità enormi di case, senza accennare minimamente al recupero dell’esistente e alla difesa del nostro fragile territorio. Sarebbero stati senz’altro più credibili (e realisti) se avessero detto di recuperare l’enorme quantità di edifici esistenti (prima di costruirne di nuovi) e rinvigorire le casse comunali con denaro statale proveniente da altre fonti (magari dal taglio della spesa pubblica), mettendo quindi i Comuni nella condizione di non avere più così bisogno degli introiti dagli oneri di urbanizzazione. Ne guadagnerebbero tutti: i centri storici, la vivibilità delle città, il nostro territorio, la qualità dell’aria cittadina, il traffico. Invece niente, gli unici slogan in merito erano quelli inerenti l’urgente bisogno di costruire case ovunque (chi 500.000, chi 800.000, chi un milione!): ebbene, dati alla mano, negli ultimi 10 anni sono state realizzate in Italia case per 3 miliardi di mc (!), dal 1995 ad oggi sono stati realizzati nuovi edifici (residenziali e non) per una superficie di ben 3,5 milioni di ettari (!!) che è l’equivalente della superficie di Lazio ed Abruzzo messe assieme (!!!) e di ben 20 mq per ogni italiano!!!!
Ma ora gli urbanisti vogliono ora dare il loro contributo in difesa del territorio: secondo loro c’è il bisogno di bloccare questa urbanizzazione selvaggia e di DEMOLIRE gli errori del passato. Secondo loro, infatti, negli ultimi anni i centri urbani italiani si sono allargati in maniera troppo disordinata, la mobilità è sempre più caotica, le aree agricole e naturali sono sempre più rare. Di questo se ne parlerà al “CITTA’ TERRITORIO FESTIVAL” che si terrà a Ferrara dal 17 al 20 aprile 2008 (http://www.cittaterritoriofestival.com): organizzato da Laterza Agorà, vedrà la partecipazione di oltre cento urbanisti, architetti, storici, amministratori ed imprenditori per discutere dello sviluppo delle città ed in particolare di centro, periferia, mobilità, sicurezza e tutela del paesaggio. Secondo l’urbanista Pier Luigi Cervellati bisognerebbe varare una moratoria di almeno 10 anni sulle nuove costruzioni, bloccare le nuove urbanizzazioni e ricostruire l’esistente, riqualificando le periferie e ricostruendo un tessuto urbano sano. Sulla stessa linea anche l’architetto Stefano Boeri (direttore della rivista Abitare), secondo il quale c’è bisogno di nuove regole che arrestino l’espansione delle città perché il boom edilizio degli ultimi anni ha provocato solo spreco di suolo, distruzione delle aree verdi ed impossibilità di nuove infrastrutture perché il territorio è sempre più occupato.
Voi stessi potete notare quante case ci sono sfitte ed invendute in tutta Italia: altroché bisogno di un milione di nuove case, qui ci stanno solo prendendo in giro perché, come sempre, tutto muove una quantità incredibile di denaro che abbraccia varie categorie (Comuni, professionisti, imprese, agenzie immobiliari, ecc…), mentre del territorio cari miei non gliene frega niente a nessuno, purtroppo!

venerdì 11 aprile 2008

P.A.T.: un pericolo per la difesa del territorio…

Scusate se ritorno ancora sull’argomento della difesa del territorio e dell’espansione edilizia senza freno: continuo a ritornarci perché ho molto a cuore il problema e perché continuo a trovare nuovi pericoli per il nostro caro territorio. E per questo continuo a ricordare nei miei post il nuovo “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”: c’è ritornato anche Salvatore Settis sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 9 aprile 2008, il quale a ragione sostiene che questo Codice (fortemente voluto dal ministro Rutelli ed entrato in vigore in questi giorni) è un passo importante verso la difesa del territorio italiano. Riassumendone il contenuto, la difesa del paesaggio e dei beni culturali non deve più essere di competenza delle Regioni o degli enti locali (ai quali tale difesa veniva spesso delegata…), ma sarà competenza esclusiva dello Stato, ridando quindi valore al famoso art. 9 della nostra Costituzione (e che forse molti hanno, volutamente, dimenticato…). Tuttavia non sono tutte rose e fiori: ha ragione Settis a sottolineare che le leggi in materia di difesa del paesaggio esistono, ma bisogna applicarle (e qui nasce il problema). Anzi, a tal proposito solleva tre dubbi fondamentali:

  • gli organici delle Sovrintendenze: c’è stato un blocco delle assunzioni nelle Sovrintendenze da alcuni anni, tanto che ora l’età media degli addetti è di 55 anni. C’è assolutamente bisogno di nuove assunzioni (previste dal Codice di Rutelli), ma a queste devono essere affiancati addetti giovani e soprattutto competenti, quindi assunti per le loro qualità e non per grazia dovuta…;
  • lo stato della normativa regionale: in funzione dell’entrata in vigore di questo nuovo Codice, le Regioni devono ora adeguare le loro normative, che attualmente (ahimè) prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica (e questo è stato la rovina del nostro territorio, in quanto ha permesso il prevalere degli interessi economici locali…). Il nuovo Codice rende illegittima questa sub-delega e per questo si dovranno adeguare il più in fretta possibile le normative regionali al fine di evitare il blocco normativo, con ripercussioni sulle reali azioni di difesa del territorio;
  • le incertezze finanziarie degli enti locali (soprattutto dei Comuni), e qui voglio riportare integralmente quanto ha scritto Settis nel suo articolo: “Si sa che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc…); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura. Si spiega così che Comuni e sindaci anche virtuosi si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote”.

Ho voluto riportare integralmente questo passaggio di Salvatore Settis perché è fondamentale nell’indicare la responsabilità che i Comuni hanno nella difesa del territorio: l’ho già detto in molti miei precedenti post e lo ribadisco.
Ed è qui che mi allaccio agli ormai famosi P.A.T. (Piani di Assetto Territoriale), ovvero quei nuovi strumenti urbanistici che stanno per essere adottati dai Comuni italiani in sostituzione dei vecchi P.R.G. (Piani Regolatori Generali): purtroppo sono sempre più convinto che con questi P.A.T. la situazione sfuggirà di mano alle amministrazioni locali per quanto riguarda la difesa del territorio. Perché dico questo? Proprio in questi giorni il Consiglio Comunale di un paesino della Bassa Veronese (zona in cui abito) ha adottato il P.A.T. (che ora passerà all’approvazione regionale) per ridisegnare l’aspetto urbanistico del paese in questione. Premetto che si tratta di un paese di circa 8.000 abitanti: ebbene, le previsioni del P.A.T. sono per la realizzazione di nuovi edifici residenziali per un totale di ben 500.000 mc ai quali corrispondono circa 2.000 nuovi abitanti (l’amministrazione comunale pensa di aumentare la popolazione del paese di ben il 25% in 10 anni, non considerando che già adesso molte abitazioni sono vuote…). Se è senz’altro una buona cosa la realizzazione di nuove aree verdi, di piste ciclabili e di un polo sanitario, allo stesso tempo considero fortemente negativo il fatto dell’espansione edilizia sfrenata attorno alle città e nelle frazioni. Il centro storico del paese in questione è praticamente vuoto: perché non prediligere il recupero di questo, ripopolarlo e portare il centro del paese allo splendore di un tempo? Purtroppo, come sostiene Settis e come sostengo io da molto tempo, il Comune dalle ristrutturazioni ottiene ben pochi oneri, mentre ne guadagna a valanga dalle nuove edificazioni: quindi meglio costruire in periferia al paese, rubare terreno verde ed agricolo alla campagna circostante, costruire nuove strade, nuove piccole aree produttive sparse nel territorio comunale (anziché raggrupparle in un unico polo produttivo), aumentare di conseguenza il traffico veicolare e lo smog, contribuire all’ulteriore spostamento della popolazione dal centro storico verso la periferia.
Non è certo questo il metodo per ridare vigore ad un paese: è la soluzione peggiore, ma la più economicamente conveniente (per il Comune…). E provate a pensare quante realtà simili si stanno verificando un po’ in tutta Italia: qui il nuovo Codice dovrebbe intervenire, visto che sono le Regioni ad avere l’ultima parola sull’approvazione di questi P.A.T. Speriamo in una serie opera di vigilanza e di rispetto delle regole da parte del nuovo Codice: l’Italia in questo momento ha bisogno di tutto fuorché di una espansione edilizia scellerata. Il motto dovrebbe essere: PRIMA RECUPERARE IL PATRIMONIO ESISTENTE, POI EVENTUALMENTE COSTRUIRE IL NUOVO (MA SOLO SE CI SONO REALI NECESSITA’). Magari qui lo Stato potrebbe avere un ruolo importante: aumentare le entrate ai Comuni, spingendoli quindi a non recuperare denaro in maniera disastrosa (per il territorio) dalle nuove edificazioni, e questa sì che potrebbe essere una bella ed utile collaborazione tra Stato e Comuni.

mercoledì 19 marzo 2008

ITALIA: case raddoppiate dal 2000 ad oggi...

La campagna elettorale per le politiche del prossimo 13-14 aprile 2008 è in pieno svolgimento e, a proposito di case, ogni schieramento sta dando cifre sempre più grandi sul numero di case di costruire per fronteggiare l’esigenza dei giovani e delle famiglie: 500.000, 800.000, un milione di case, olè! Tuttavia mi sorge il dubbio che la volontà di far nuove case non dipenda dall’esigenza effettiva della popolazione, ma da qualcos’altro…
Proprio in questi giorni è uscito un rapporto del CRESME che, sulla base dei modelli ISTAT che vengono compilati dai tecnici per le pratiche edilizie, sta smentendo quanto si sta affermando in campagna elettorale: dal 2000 le case nuove in Italia sono aumentate di ben l’88%!!! Ma, mi sembra, che la popolazione italiana non sia aumentata dell’88% nello stesso lasso di tempo… Nel 2000 si sono costruite in Italia 159.000 nuove case, nel 2007 sono state ben 298.000 (più di quante ne furono denunciate nel 1985 in occasione del famigerato condono edilizio di Craxi, quando furono 290.000): considerando anche gli ampliamenti, nel 2007 il numero di nuove case aumenta nel 2007 a 336.000! Alcuni dati: nel 2007 si sono costruiti in Italia 134.263.706 mc di abitazioni, di cui 34.386.833 nel Nord-Ovest (+22.6% rispetto al 2004), 37.760.792 nel Nord-Est (+19.1%), 21.536.226 al Centro (+36.5%), 27.958.168 al Sud (+22.2%) e 12.621.688 nelle Isole (+28.8%). Le prime cinque province per mc costruiti nel 2007 sono state Milano con 7.292.405 mc, Roma con 7.032.486, Brescia con 4.075.359, Bari con 4.047.707 e Torino con 3.960.624, che assieme rappresentano il 19.7% dei mc costruiti in tutta Italia! E stiamo parlando solamente di abitazioni: se vi aggiungiamo anche gli edifici non residenziali come i capannoni, i negozi e i centri commerciali, allora il numero sale ulteriormente!
Ma come mai si costruisce così tanto? C’è tanta richiesta? Si potrebbe pensare di no, visto che la popolazione italiana è stabile da molti anni (salvo piccole variazioni): invece la richiesta c’è (anche se da sola non giustifica il forte aumento di case), solo che invece di recuperare gli edifici esistenti si preferisce costruirne di nuovi. Come mai? Semplice: dalle nuove costruzioni i Comuni intascano una enorme marea di denaro che deriva dagli oneri di urbanizzazione e dai costi di costruzione (nella prima fase) e dall’ICI (nella seconda fase), denaro che risolleva le casse comunali. Fra i Comuni con il maggior gettito pro-capite nel 2007 derivante da oneri ed ICI figurano Rimini (1° posto) con 478 euro pro-capite, poi Siena (469 euro), Roma (462 euro), Reggio Emilia (443 euro) e Catania (441 euro), mentre tra il 2005 e il 2007 tali gettiti sono aumentati di ben il 143% a Catania, del 94% a Lucca, del 57% a Cosenza, del 56% a Ragusa e del 54% a Crotone! Mediamente, di tutti questi introiti il 78% deriva dall’ICI e il restante 22% dai Permessi di Costruire (ex concessioni edilizie). Proprio per quanto riguarda i Permessi di Costruire, il forte aumento di nuove costruzioni dal 2000 al 2007 si giustifica col fatto che fino al 2000 gli incassi derivanti dalle ex concessioni edilizie (oneri di urbanizzazione e costo di costruzione) avevano un vincolo di destinazione, cioè dovevano essere utilizzati solo per investimenti comunali (come opere di urbanizzazione quali strade, marciapiedi, piazze, ecc…), mentre dal 2001 con l’entrata in vigore del “Testo Unico per l’Edilizia” tali gettiti di denaro possono essere utilizzati per coprire qualsiasi spesa comunale… Certo, i Comuni non sono da biasimare visto che il federalismo ha tagliato i fondi ai Comuni stessi che, per affrontare i propri problemi, devono far cassa in altra maniera.
Questo però comporta la ricerca continua di nuovi terreni ove realizzare nuove lottizzazioni e nuovi edifici (residenziali e non), strappandoli all’agricoltura e alle aree verdi circostanti le città: nel contempo, mentre le periferie si espandono, i centri storici si spopolano perché non si punta al recupero edilizio. Questo ha contraccolpi negativi sul nostro territorio, con diminuzione dei terreni agricoli e delle aree verdi, aumento del dissesto idrogeologico, aumento delle temperature cittadine, smog, ulteriore traffico: la soluzione sarebbe semplice, se solo si volessero recuperare quelle migliaia di fabbricati disabitati che si trovano nel centro delle città, bloccando così l’espansione in periferia e tutti i problemi che vi sono collegati. Ma così facendo i Comuni vedrebbero diminuire sensibilmente i propri introiti (visto che dalle ristrutturazioni e dai recuperi edilizi si incassano pochi oneri…) ma, come sempre, del nostro territorio non se ne preoccupa nessuno…

mercoledì 12 marzo 2008

LOMBARDIA: salta la legge "ammazzaparchi"

AVEVO PUBBLICATO POCHI GIORNI FA UN POST CIRCA LA PROBABILE APPROVAZIONE DI UN ARTICOLO DELLA LEGGE URBANISTICA LOMBARDA CHE AVREBBE CONSENTITO LA COSTRUZIONE DI NUOVI EDIFICI ANCHE ALL’INTERNO DEI PARCHI E DELLE AREE NATURALI.
ORA PERO ARRIVA LA NOTIZIA CHE FORSE NESSUNO SI ASPETTAVA (MA CHE IN CUOR SUO SPERAVA): L’ASSESSORE REGIONALE DAVIDE BONI HA RITIRATO L’EMENDAMENTO 13 BIS, IL COSIDDETTO “AMMAZZAPARCHI”, STRALCIANDOLO DALLA LEGGE URBANISTICA.
PER IL MOMENTO ALMENO LE AREE VERDI SONO SALVE…

mercoledì 27 febbraio 2008

LOMBARDIA: ecco la "legge vergogna" sull'urbanistica!

Si tratta di un emendamento di Davide Boni (Lega Nord), assessore lombardo all’Urbanistica, che ha ottenuto il via libera della Commissione Regionale Territorio (ricordiamo che la Regione Lombardia è guidata da una giunta di centro-destra): l’emendamento prevede che spetterà alla Regione l’ultima parola sull’edificazione anche nei parchi e nelle aree verdi! Naturalmente sono insorte, e giustamente, varie associazioni: Legambiente, WWF, Italia Nostra, Federparchi e FAI. Manca ancora l’approvazione definitiva, che avverrà a partire dal 4 marzo, ma sono sicuro al 100% che la giunta di centro-destra sarà perfettamente compatta nell’approvare la “legge 12” sul nuovo piano regionale del territorio che include anche l’emendamento sopraccitato. Quindi, in parole povere, si potranno rendere edificabili parchi ed aree verdi lombarde!!! L’articolo di approfondimento di Luca Beltrami Gadola, apparso sul quotidiano La Repubblica di martedì 26 febbraio 2008, spiega in maniera limpida i risvolti che hanno portato a questo emendamento scellerato: i Comuni interessati vogliono poter costruire in nuovi terreni per incassare dal rilascio dei “Permessi di Costruire” milioni e milioni di euro, mentre i proprietari dei suoli sono d’accordo in quanto vedono aumentare le valutazioni dei terreni stessi. Una vera e propria speculazione edilizia a danno del territorio. Si cerca di costruire attorno alle grandi città (come Milano), consentendo un progressivo spostamento della popolazione dal centro alla periferia: come sempre si scelgono sempre le strade peggiori per risolvere i problemi, così invece di recuperare l’esistente si costruisce sempre da zero sottraendo terra preziosa al verde (che è sempre meno!). E c’è il forte dubbio che tutti i nuovi edifici vengano venduti: ma che importa, l’importante è costruire, si ottengono i fondi (da vari enti, locali e comunitari) che probabilmente vengono “equamente” distribuiti fra proprietari e costruttori, mentre l’unico che ci perde è proprio il nostro vulnerabile territorio (cementificazione, inquinamento, rifiuti, ecc…).
Allo scoccare della polemica, lo stesso Boni ha detto: “Sono tranquillo come lo era due mesi fa. Perché questa norma non dà alcuna possibilità a nessuno di edificare dove non si può. Io sono per salvaguardare l’ambiente il più possibile, ma non per salvaguardare i 1900 euro al mese che guadagna ogni presidente di parco”. La dichiarazione naturalmente si commenta da sé… Gli da ragione Marcello Raimondi (Forza Italia), presidente della Commissione Territorio della Regione Lombardia: “Le nuove norme tutelano il territorio e i cittadini. Si prospetta così il disegno di una Lombardia ancora più bella. Con questa legge, ad esempio, tutte le strade e le infrastrutture di mobilità dovranno prevedere adeguate opere di mitigazione ambientale”. Bosi dice che non si edificherà dove non si può: ha ragione, visto che d’ora in poi nei parchi si potrà farlo!!! Una piccola modifica ai P.R.G. (o ai P.A.T., dove sono già attivi) e il terreno prima verde diverrà edificabile: tutto è possibile… Raimondi dice invece che tutte le nuove strade e le infrastrutture devono prevedere adeguate opere di mitigazione ambientale: non sarà certo con alcune aiuole lungo le strade che si sostituiranno i parchi edificati.
Qui è in pericolo il nostro territorio, già messo a dura prova dall’attività umana: si continueranno a strappare terreni coltivabili e polmoni verdi alle periferie delle città, quel verde prezioso ad ossigenare l’inquinata aria cittadina e che funge da termoregolatore del clima locale. Nuovi edifici, nuove strade, nuove fabbriche: si tratterà di creare nuovo traffico, peggioramento della qualità dell’aria, ulteriore aumento dei rifiuti, e tutto quanto è conseguente all’attività umana. Ma, come detto prima, gli interessi economici prevalgono: la classe politica è sempre la stessa, e mi meraviglio come può la maggior parte della popolazione accettare ancora questa classe politica (di centro-destra) che non è nuova a questi “delitti ambientali” e che, nonostante ciò, l’ha rivotata. Questo succede non solo a livello regionale ma anche a livello nazionale: vedi il quinquennio berlusconiano 2001-2006 fatto di speculazione edilizia, abusivismo edilizio, costruzione di strade ed autostrade ovunque, capannoni a non finire. E se penso che c’è il forte rischio che il 13-14 aprile 2008 la maggioranza che uscirà dalle elezioni politiche sarà di centro-destra, beh evidentemente ci sarà qualcosa che non va nel popolo italiano, che sinceramente non capisco (o, meglio, faccio finta di capire per non vergognarmi troppo di essere italiano).

domenica 10 febbraio 2008

PAESAGGIO: astuzie per farsi del male!

Ormai sono numerosi i post che ho realizzato finora sul continuo degrado del nostro territorio e del nostro paesaggio relativamente all’urbanizzazione selvaggia senza freno. Oggi ripropongo il tema dopo aver trovato sul quotidiano La Repubblica di sabato 09 febbraio 2008 un interessante articolo di Stefano Malatesta intitolato appunto “PEASAGGIO: ASTUZIE PER FARSI DEL MALE”, che tratta di astuzie varie che vengono applicate al fine di aggirare il problema delle limitazioni edificatorie in alcune zone. Pochi giorni fa si è svolto a Grosseto un convegno intitolato “L’albergo non è una casa” che aveva come tema alcuni incredibili abusi edilizi svoltisi in Toscana ma che sicuramente saranno stati effettuati in varie parti d’Italia. E la Toscana non è una regione qualunque: qui vi sono tra i più bei paesaggi italiani, fatti di colline che si perdono a vista d’occhio nelle quali l’uomo nei secoli è riuscito ad inserirsi con armonia cercando di rispettare il più possibile gli ecosistemi che fanno da base all’economia locale, permettendo così lo svolgimento di attività (come i forestieri, i pastori, gli agricoltori) che hanno permesso di ottenere prodotti culinari di alta qualità come l’olio, il vino, il cacio, il panforte, la finocchiona. L’uomo dunque ha cercato nei secoli di adattarsi a questi territori rispettandoli il più possibile… fino a pochi decenni fa! Infatti l’incuria umana ha spinto alcune menti malate di denaro a deturpare questi territori compiendo abusi che hanno dell’incredibile. Si tratta delle RTA, ovvero delle “residenze turistico alberghiere”: in pratica un metodo per aggirare dei limiti edificatori esistenti su alcune aree protette. Come funziona? Semplice: in genere il piano regolatore di una città proibisce la costruzione di qualsiasi tipo di edificio in zone protette o comunque con un elevato grado di qualità ambientale, poi si fa una finta ricognizione delle capacità ricettive turistiche della città facendo sapere che c’è bisogno di ulteriori posti letto per i turisti che entrano in città, poi (in deroga al piano regolatore) si procede alla realizzazione di alberghi in zone che possono attirare i turisti (come in queste zone protette, e così facendo nessuno insorge per non creare danno economico alla città…), infine gli alberghi una volta realizzati vengono trasformati (all’insaputa di tutti) in… appartamenti per privati!!! E qui si scopre una fitta rete di truffatori che da questo maquillage ci guadagnano fior fiore di quattrini: i costruttori, che fin dall’inizio dei lavori adibiscono l’edificio direttamente ad appartamenti per privati anziché a destinazione turistico-alberghiera (in difformità al progetto realizzato); i tecnici, che hanno realizzato il progetto e che alla fine dei lavori accertano il falso richiedendo l’agibilità dell’edificio come struttura alberghiera; i venditori, che cedono gli appartamenti ai privati come se nulla fosse e all’insaputa di quest’ultimi; i notai, che prima registrano i contratti di compravendita e poi ne stipulano i relativi atti di vendita dichiarando dunque il falso (ha ragione il giornalista Malatesta quando, a proposito dei notai, li paragona alla “prosa dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria”!). Tra l’altro, i costruttori in questo modo non solo truffano i compratori (ai quali viene fatto credere di diventare proprietari quando in realtà non lo sono!) ma anche lo Stato (in quanto i costruttori, dichiarando che si tratta di un albergo ma poi vendendolo per appartamenti privati, pagano meno tasse!). Infine ci mettiamo le amministrazioni comunali, con i loro mancati controlli (oppure con controlli taroccati…), che come spesso succede rilasciano i “permessi di costruire” senza poi realmente verificare l’operato in loco: una volta venute a conoscenza del problema, le amministrazioni comunali avrebbero il dovere di procedere alla denuncia di questi costruttori e alla conseguente demolizione degli edifici abusivi. Nessuna l’ha fatto: ma, anche ammettendo che avessero voluto chiudere un occhio sull’abuso, moltissime di queste amministrazioni hanno oltretutto evitato di fare il minimo che si poteva fare, ovvero chiedere almeno un cambio di destinazione uso da “albergo” a “residenza”, ma siccome questo passaggio avrebbe comportato il pagamento di oneri comunali da parte dei costruttori allora tutto è rimasto come prima…
A proposito di edificazione, sono emersi i dati della ricerca del Cresme e del Consiglio Nazionale degli Architetti sul “mercato della progettazione architettonica in Italia”: nel 2007 sono state realizzate in Italia ben 81.516 nuove costruzioni costate 67 miliardi di euro, delle quali il 75% è stato adibito ad uso abitativo. I fabbricati adibiti ad abitazione sono stati 43.100 (ovvero villini da 1 a 4 abitazioni, di cui 24.000 monofamiliari), le palazzine (da 5 a 15 abitazioni) sono state 11.000, mentre 3.874 sono stati gli edifici di edilizia residenziale con oltre 15 abitazioni. E poi 6.425 fra capannoni e laboratori, 3.332 edifici commerciali e turistici, 9.696 fabbricati per l’agricoltura e 3.119 per vari usi non residenziali. Infine un ultimo dato su cui riflettere: l’Italia detiene il primato europeo di architetti (ben 123.083), mentre la seconda in classifica (la Germania) ne ha 50.000… Si continua a costruire ex-novo senza recuperare gli edifici esistenti: si occupano nuove aree (a destinazione agricola, boschiva, ecc…) per la realizzazione di quelle unità immobiliari che si potrebbero ottenere invece da quel vastissimo patrimonio edilizio disabitato e decadente presente ovunque (come nei centri storici). Ma sapete, conviene economicamente di più costruire ex-novo…
Come sempre in Italia prevale l’arte dei furbetti, manca una cultura paesaggistica e territoriale ad ogni livello: si continua a costruire senza freno ovunque, in zone protette, di elevato valore storico-paesaggistico-ambientale, lungo il corso dei fiumi, in zone geologicamente instabili, deturpando quanto di buono abbiamo in Italia e con elevati rischi di dissesto idrogeologico, di disastri ambientali (come alluvioni), di inaridimento dei suoli, di distruzione di aree boschive. Mi viene sempre in mente un fatto successo lo scorso anno sulle rive del Lago Maggiore: in occasione della demolizione di alcune grandi opere abusive costruite sulle coste del lago, intervennero alcuni locali esponenti politici di centro-destra a fermare queste demolizioni “in quanto sono un segnale che l’economia è viva”! UN FATTO INQUIETANTE e, se penso che il 13 aprile ci sono elevatissime probabilità che al Governo ritorni l’armata Berlusconi, allora mi rassegno perché, se qualcosa era stato fatto dal punto di vista di protezione ambientale dal decaduto Governo Prodi, dal 13 aprile in avanti (e per almeno 5 anni, ahimè) si continuerà con l’abusivismo edilizio, tanto poi interverranno i condoni… Poi però non vi veniate a dire che non lo sapevate!