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giovedì 13 novembre 2014

TARANTO non è solo l'Ilva

Proprio per il gran parlare che se ne è fatto negli ultimi anni, nell'immaginario collettivo Taranto è ormai la città dell'Ilva. Sbagliando! Taranto è un comune italiano di 204.731 abitanti, capoluogo dell'omonima provincia in Puglia. Antica colonia della Magna Grecia, è il secondo comune della regione per popolazione, terzo dell'Italia meridionale peninsulare dopo Napoli e Bari, nonché sesto del Mezzogiorno. Per la sua posizione geografica a cavallo tra Mar Grande e Mar Piccolo, Taranto è conosciuta come "città dei due mari": da taluni viene definita "città spartana" con riferimento alla sua fondazione nell'VIII secolo a.C. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Taranto
Traggo spunto in questo da un articolo di Domenico Palmiotti intitolato "Quelle facce ancora da scoprire della città (non solo) dell'Ilva", pubblicato sul quotidiano Il Sole 24 Ore dell'11 novembre 2014 e che potete leggere al link http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2014-11-11/quelle-facce-ancora-scoprire-citta-non-solo-ilva-115909.shtml?uuid=ABD04dCC. Taranto è ben altra cosa che la città dell'Ilva!

venerdì 24 ottobre 2014

“Smart cities” e rilancio del Paese

Cristiana Salvagni ha scritto un bel articolo sull'argomento intitolato “Dal wi-fi al car sharing: ecco cosa rende intelligenti le città che rilanciano l'Italia”, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 23 ottobre 2014 e che potete leggere al link http://www.corviale.com/index.php/dal-wi-fi-al-car-sharing-ecco-cosa-rende-intelligenti-le-citta-che-rilanciano-litalia/. Parla delle “smart cities” (per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Citt%C3%A0_intelligente), ovvero di quelle città “intelligenti” che aiutano a creare impresa, offrono spazi verdi, asili nido e trasporti efficienti, nonché una rete sociale adeguata che aiuti tutti i suoi cittadini. La classifica italiana vede Milano al 1° posto, seguita da Bologna, Firenze, Modena e Padova; all'ultimo posto Reggio Calabria. Ma purtroppo siamo ancora lontani rispetto alle città straniere: le prime in Italia sono infatti quasi le ultime nella classifica europea... 
E pensare che proprio le “smart cities” potrebbero contribuire (e non poco) a rilanciare lo sviluppo del nostro Paese.

martedì 29 ottobre 2013

10° anniversario del TREKKING URBANO

Il Trekking Urbano è un nuovo modo di fare turismo, meno strutturato e lontano dai circuiti tradizionali. È una forma di turismo sostenibile e "vagabonding", più libero e ricco di sorprese che privilegia gli angoli più nascosti e meno noti delle città d´arte italiane. Il trekker, attraverso itinerari studiati da esperti, ha la possibilità di vivere una esperienza di viaggio unica, coniugando la possibilità di immergersi nell´arte e nella natura, facendo sport. Fonte http://www.trekkingurbano.info/
Come ha scritto Micol Passariello sul quotidiano la Repubblica del 26 ottobre 2013, si cammina per rivendicare la lentezza, prendersela comoda. E fermarsi a guardare, come fosse la prima volta, bellezze architettoniche spesso dimenticate e capolavori creati da madre natura. Attività sportiva e culturale per tutta la famigliam che unisce arte, gusto e movimento con itinerari fatti di scalinate, salite e discese. 
Ebbene, questo progetto il 31 ottobre compie 10 anni e proprio in tale data si terrà in 35 città italiane la Giornata Nazionale del Trekkin Urbano: il titolo della giornata sarà "10 ANNI DI TREKKING TRA PASSATO E FUTURO", con varie iniziative che si terranno tra il 25 ottobre e il 3 novembre 2013 (a partire da Siena, dove tutto cominciò 10 anni or sono). Tra le varie proposte passeggiate e visite a Cividale del Friuli, Ragusa, Trento, Cagliari, Ancona (ripercorrendo i luoghi della Seconda Guerra Mondiale), Lucca, Spoleto (si visiteranno i sotterranei della città), Roma (tra i chiostri e i cortili medievali).
Davvero un'ottima iniziativa che vede uniti la riscoperta di storia ed arte del nostro paese assieme al fare sport e a mantenersi in forma fisica: un ottimo connubio, anche contro l'inquinamento atmosferico delle nostre città!

martedì 10 maggio 2011

CITTA': ecco i GIARDINI CONDIVISI

Si stanno diffondendo anche in molte città italiane i cosiddetti GIARDINI CONDIVISI, gestiti da associazioni di quartiere nate proprio per questo oppure già esistenti, che cercano di valorizzare il verde cittadino e la partecipazione della popolazione: in questi giardini la gente può trovare degli spazi verdi in cui passare il proprio tempo libero, per incontrare altra gente facendo comunità, per svolgere attività culturali ed ecologiche, ecc... Possono nascere all'interno di parchi pubblici oppure in aree urbane residenziali abbandonate, o ancora in cortili interni o in spazi verdi degradati.
Spesso vengono creati in questi giardini degli spazi recintati dedicati ai giochi dei bambini, si creano orticelli coltivati dai genitori, il verde viene mantenuto dai volontari che magari si ripagano aprendo in questi giardini dei piccoli chioschi che vendono gelati e bibite, si organizzano pranzi all'aperto, qualche cena durante l'estate: insomma un vero e proprio rilassante e salutare punto d'incontro della comunità.
Ne ha dedicato un articolo Elisa Palagi sulla rivista mensile “La nuova ecologia” di marzo 2011 (articolo intitolato “La carica dei giardini condivisi: in città germoglia il benessere”, http://www.lanuovaecologia.it).
A Roma ce ne sono già parecchi, sorti in modo spontaneo: Flavia Montini di Filoverde (http://filoverde.blogspot.com/) associazione che si propone come intermediaria tra cittadini ed istituzioni per favorire la creazione dei giardini condivisi a Roma) vorrebbe metterli tutti in rete, in modo che le esperienze esistenti possano potenziarsi e nascerne così di nuove. Si può anche consultare una mappa (realizzata e resa accessibile on line dallo studio di architettura Uap, http://www.studiouap.it) nella quale si può constatare la diffusione sul territorio dei giardini condivisi e la diversificazione delle modalità di lavoro e degli scopi.
I giardini condivisi si sono diffusi in Europa molto tempo prima che in Italia, addirittura con l'industrializzazione dell'Ottocento quando erano stati creati come luoghi comunitari degli operai perché potessero affrontare una vita meno deprimente, fatta di relazioni tra vicini e attività all'aria aperta. Durante le due grandi guerre mondiali si erano addirittura coltivati piccoli lotti di terra nelle città per il sostentamento alimentare. Poi però se ne perse l'interesse. Ritornarono in auge negli anni '70 negli USA e negli anni '90 in Europa, soprattutto in Francia (proprio in questo paese è presente dal 1997 “Il giardino in tutti i suoi stati”, ovvero un'organizzazione di coordinamento di tutte le forme di giardinaggio collettivo, nata dal forum di Lille “Giardinaggio e cittadinanza” che rispondenva all'interesse dei cittadini verso la sostenibilità ambientale). Addirittura nel 2003 il Comune di Parigi ha adottato la Charte main verte (Carta pollice verde) in base alla quale i cittadini, costituendo un'associazione, possono prendere in gestione uno spazio della città rispettando precise regole.
Interessante anche l'associazione guerrilla gardening (http://www.guerrillagardening.it/), nata a Roma nel marzo 2010, che periodicamente (l'ultima domenica del mese) cerca di radunare più persone possibili che poi si spostano per la città per piantare fiori e alberi per renderla più verde, operando in pieno giorno e legittimati non da permessi regolari ma dalla comunità.
Il verde e la vivibilità è quindi (anche) nelle nostre mani: laddove non riesce l'Amministrazione comunale, lo possiamo fare noi. Volontari e appassionati di verde, riunitevi: costituite delle associazioni, dei comitati o dei gruppi e curate le aree verdi della vostra città o addirittura fate rivivere angoli degradati, create delle iniziative originali per coinvolgere la popolazione. Solo così possiamo rendere (un po') più vivibili le nostre città.

martedì 12 aprile 2011

SALVIAMO LE CITTA: il decalogo di Italia Nostra

Lo scorso 6 aprile si è tenuto a Roma presso la Sala dei Dioscuri in via Piacenza 1 un convegno intitolato "La città venduta. Vent'anni di urbanistica contrattata": il convegno è stato organizzato dall'associazione Italia Nostra (http://www.italianostra.org) ed è stato aperto da una relazione di Pier Luigi Cervellati intitolata "L'Aquila come caso emblematico".
Il tema del convegno è stata la cementificazione spropositata che ha interessato l'Italia negli ultimi anni. Ecco alcuni dati: ogni anno nelle sole città italiane si costruiscono mediamente 273 milioni di metri cubi di edifici, di cui l'80% sono nuove costruzioni, mentre dal 1995 al 2007 i Comuni italiani hanno autorizzato 3,4 miliardi di metri cubi di edifici (senza quindi contare le opere abusive...). Invece di recuperare l'esistente, si costruisce sempre il nuovo, sottraendo sempre più terreni liberi al territorio: pensate che le case vuote sono ben 245.000 solo a Roma, mentre sono 81.000 a Milano e 98.000 a Napoli, e le previsioni non sono confortanti (70 milioni i metri cubi costruibili a Roma col nuovo Piano Regolatore e 35 milioni quelli costruibili a Milano in base al nuovo Piano di Governo). Inquietante... A proposito, è uscito un libro-inchiesta di Salvatore Settis intitolato "Paesaggio, costituzione, cemento": sconvolgente!
Italia Nostra al convegno ha presentato un decalogo, redatto da Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. Ecco i punti del decalogo:
  1. la città è un bene comune e deve garantire gli interessi collettivi;
  2. moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagne;
  3. ripristino della legalità: no ai condoni, no ai piani casa;
  4. no a strumenti che vanificano la pianificazione ed esclusione dell’iniziativa privata;
  5. ripristino della destinazione originaria degli oneri di urbanizzazione;
  6. rilancio della pianificazione paesaggistica;
  7. riaffermazione della tutela dell’identità culturale e dell’intergrità fisica;
  8. recupero delle immense periferie degradate cresciute negli ultimi decenni;
  9. mobilità sostenibile ed integrata: incentivazione del trasporto pubblico;
  10. partecipazione di cittadini ed associazioni alle scelte urbanistiche.
Un decalogo molto importante: consiglio a tutti gli Amministratori Comunali italiani di portarlo in Consiglio Comunale, discuterne ed adottarlo per inserirlo nei programmi di sviluppo urbanistico del Comune. E se siete semplici cittadini, fate avere questo decalogo al Vostro Comune, partecipate ai Consigli Comunali e fate sentire la Vostra voce. Diffondete questo decalogo, organizzate banchetti in piazza o associazioni in difesa delle Vostre città, perchè il Vostro Comune possa recepire questo decalogo: ricordate che siamo noi CITTADINI che decidiamo cosa fare del nostro territorio, gli Amministratori vengono solo eletti in nostra rappresentanza e quindi devono rispettare la volontà della popolazione.

L'uomo che parla con gli alberi

Ho trovato questo curioso articolo sull'inserto "La Repubblica delle Donne" (http://d.repubblica.it) del quotidiano la Repubblica di sabato 9 aprile 2011, scritto da Eva Grippa. Un articolo curioso che parla di James Wilkinson, scozzese di Glasgow ma londinese d'adozione, 46 anni e laureato in economia: una persona normalissima, che svolge lavoro d'ufficio per buona parte della giornata ma che dedica il suo tempo libero (ormai da 7 anni) ad un hobby molto particolare. STUDIA TUTTE LE SPECIE DI ALBERI DELLA SUA CITTA', NE INDIVIDUA OGNI SINGOLO ESEMPLARE E NE RIPORTA SU DELLE APPOSITE MAPPE LA LORO POSIZIONE, CATALOGANDO LE ZONE (PARCHI, GIARDINI E CORTILI) CHE SONO PIU' PARTICOLARI PER LE VARIETA' DI PIANTE CHE VI SONO E PER LA LORO TIPICITA'. Per mettere a conoscenza di tutti i cittadini questa sua straordinaria raccolta, ha creato un sito (http://www.londontrees.co.uk) ove si può trovare il censimento di tutte le piante della città. Decisamente un caso raro, forse unico nel web! Non si tratta solamente di individuare le piante più particolari, o quelle più grandi, o quelle più vecchie, o quelle più rare, ma anche quelle più comuni, individuare le sottocategorie (ad esempio la betulla ne ha almeno venti), raccogliendo una serie di informazioni che difficilmente si trovano su un libro. Dopo sette anni di ricerca, il signor Wilkinson è arrivato a catalogare a Londra oltre 200 specie di alberi, di cui però solo 33 sono native dell'Inghilterra. L'unica propriamente londinese è il Carpino Bianco (ovvero quello che si trova a Berkley Square, che ha 300 anni), mentre il più raro è la vite di Gower Street. E' arrivato alla conclusione invece che la quercia è la specie londinese più sfortunata in quanto difficilmente sopravvive allo smog. I londinesi sono entusiasti di questo lavoro, tanto che ogni giorno almeno 200 persone visitano il sito, anzi alcuni si offrono per dargli una mano nel suo lavoro. Il suo scopo era inizialmente quello di raccogliere tutte queste informazioni in un sito per poi scriverne un libro, ma per il momento non ne ha il tempo. Anzi, sta traducendo in italiano alcune pagine del suo sito, che risultano molto cliccate. Per questo gli piacerebbe ora fare un lavoro simile per una città italiana, ad esempio Roma. Le autorità potrebbero poi distribuire il fascicolo per far scoprire ai turisti e agli stessi cittadini posti bellissimi, e magari sconosciuti, della città. Veramente un grande hobby, dal notevole peso scientifico per la protezione delle piante di una città: propongo che venga fatto per ogni città, sarebbe fantastico.

domenica 13 dicembre 2009

BENEVOLO: “NOI URBANISTI ABBIAMO FALLITO”

Lo dice Leonardo Benevolo, nato nel 1923 e considerato uno dei padri dell’urbanistica, non solo in Italia, che vive da molti anni vicino a Brescia dove tra gli anni ’60 e ’70 ha collaborato ad uno degli esperimenti più riusciti dell’urbanistica italiana (ovvero la pianificazione della città di Brescia): lo dice in un’intervista fatta dal giornalista Francesco Erbani sul quotidiano la Repubblica del 10 dicembre scorso. Erbani dà nel suo articolo una bella definizione di urbanistica: l’urbanistica è quella disciplina (che si insegna all’università) nella quale convergono saperi scientifici ed umanistici, e che dopo un’indagine sulla realtà fisica e sociale di un territorio, pianifica trasformazioni e conservazioni, misurando gli effetti in tempi lunghi e in spazi vasti, e mediando fra gli interessi generali e quelli dei privati, in particolare dei proprietari dei suoli.
Dice Benevolo: “Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche (Regioni, Comuni e Province) ha un posto secondario con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile”. Parole pesanti ma assolutamente realistiche. Basta guardare i dati ISTAT: fra il 1995 ed il 2006 sono state realizzate in Italia circa 10 milioni di stanze che, sommate ai nuovi capannoni, ad altre iniziative produttive ed alle infrastrutture, equivale a ben 750.000 ettari di terreno cementificati (quanto l’Umbria!!!). Questo sarebbe stato congruo in un paese in via di sviluppo economico e con un aumento demografico forte: invece, in Italia il boom produttivo è avvenuto decenni prima e la popolazione in quel periodo analizzato dall’ISTAT è aumentata di soli 1.900.000 abitanti (che tra l’altro sono quasi tutti immigrati che quasi mai hanno la possibilità economica di garantirsi queste nuove case costruite…). Dunque l’incredibile quantità di edifici costruiti non corrisponde alla domanda: allora perché si costruisce? E soprattutto perché non si costruiscono in Italia alloggi di edilizia popolare? La risposta è sempre quella: denaro, denaro, denaro. L’aspetto economico purtroppo ormai prevale su tutto e, nel caso dell’urbanistica, prevale sul buon senso, sulla protezione del territorio, sulla lotta all’inquinamento, sul recupero degli edifici dimessi e abbandonati. Facciamo solo l’esempio dei Comuni: le casse comunali in genere sono disastrate per la sempre più piccola quantità di denaro che arriva dallo Stato, accentuata ancor di più dalla recente e scellerata abolizione dell’ICI (che era sempre stata una delle più importanti fonti di introito per i Comuni, non adeguatamente sostituita da corrispondenti fondi statali). Che fanno allora i Comuni: al di là di ogni limite e ragionevolezza urbanistica, approvano in continuo nuove lottizzazioni residenziali e produttive (ma soprattutto le prime), che sottraggono terreno all’agricoltura e si trasformano in migliaia di palazzoni e/o edifici singoli. Questo comporta lo spostamento di molte persone da altre parti della città verso le nuove aree periferiche: ecco perché ormai i centri storici delle città sono dei quartieri fantasma, disabitati e decadenti. Naturalmente, dalle nuove lottizzazioni i Comuni incassano centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione e di costi di costruzione, che vanno ad impinguare parzialmente le casse comunali. Praticamente, è come un cane che si morde la coda: alla fine chi ne fa le spese è sempre il nostro caro territorio (con tutte le conseguenze del caso…), e tutto ciò perché lo Stato non riesce a garantire fondi a sufficienza ai Comuni, e questo perché continuiamo a portarci sulle spalle un debito pubblico stratosferico ereditato da anni scellerati di sperperi anti-tangentopoli dal quale difficilmente riusciremo ad uscirne. Sperperi per i quali stanno pagando solo i semplici cittadini, e non chi li ha commessi… Il degrado attuale dell’urbanistica è frutto di questo: infatti, tempo fa non era così, l’urbanistica nel dopoguerra e per alcuni decenni successivi è stata uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale italiano.
Come dice Benevolo, l’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Si costruisce per il mercato e non per le città, un tempo l’urbanistica doveva dare un senso alla città garantendo il giusto equilibrio tra urbanizzazione e protezione del territorio, ora questo non succede più: come dice Paolo Berdini (che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma), il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi e li ha trovati nelle città e nel territorio. Gravissimo. E doveva essere proprio l’urbanistica a garantire che questo non accadesse. Ed ora è arrivato anche il Piano Casa…
Concludo con l’intervento di Paola Bonora, che non è una urbanistica ma è una geografa dell’Università di Bologna (autrice con Pier Luigi Cervellati del libro “Per una nuova urbanità”, edito da Diabasis, 213 pagine al costo di € 21), la quale afferma: “In molti urbanisti prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica”. E il problema sta anche a monte, negli insegnamenti universitari: nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali ove vengono realizzati gli interventi edilizi. Forese, per cambiare qualcosa, si potrebbe partire anche da qui…

venerdì 6 novembre 2009

ALBERI IN CITTA’: se non curati sono un pericolo!

Quante volte è stato detto che gli alberi sono assolutamente necessari nelle nostre città: però, come succede per il verde pubblico in generale, molto spesso quelli presenti sono talmente poco curati che rischiano addirittura di diventare un pericolo per i cittadini.
Pensate, ce sono un milione nelle nostre città, dei quali 30.000 a Palermo, 40.000 a Napoli, 170.000 a Torino, 180.000 a Milano e 340.000 a Roma (nelle città del Nord Italia si tratta generalmente di latifoglie, platani, ippocastani e tigli, mentre in quelle del Centro-Sud si tratta di conifere, querce e palme): per valutare lo stato di un albero esiste una apposita scala chiamata Vta, che è un criterio di valutazione internazionale che prevede quattro classi, ovvero A (albero che non presenta alcun problema), B (albero che ha piccoli problemi di salute che però non ne intaccano la stabilità), C (albero non stabile che va valutato una volta l’anno) e D (albero da abbattere). Ebbene, ogni anno circa 10.000 alberi ricadono nella categoria D e devono quindi essere abbattuti in quanto pericolosi.
Al tema ha dedicato un articolo Paolo Griseri sul quotidiano la Repubblica del 14 ottobre scorso, il quale ha intervistato Mario Palenzona (direttore dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno, http://www.ipla.org), secondo il quale: “In questo come in altri campi la sicurezza assoluta non esiste. Gli alberi resistono a particolari condizioni: se arriva una bufera che non si è mai verificata in duecento anni, possono cadere platani secolari. È un rischio con cui in qualche modo dobbiamo convivere. Invece, si usano troppo spesso le motoseghe per evitare guai giudiziari”. Invece che prevenire, si abbatte… È stato intervistato anche Antimo Palumbo, dell’associazione “Adea - Amici DEgli Alberi”, secondo il quale: “Il traffico, come i lavori di asfaltatura, rovinano spesso le radici e anche una ferita leggera può finire, col tempo, per compromettere la stabilità di una pianta”.
E qui siamo al punto: come mai questi alberi cittadini diventano instabili? Raramente per colpa loro: certo, può intervenire qualche malattia che li consuma, ma il più delle volte le colpe sono dell’uomo, colpe che possono essere riassunte così:
  • l’incuria da parte delle amministrazioni cittadine che spesso sottovalutano le malattie della pianta (che spesso portano al marcamento dei rami e/o del tronco facendolo crollare);
  • le potature spregiudicate (le cosiddette “capitozzature”), che vengono fatte solo per avere meno foglie da raccogliere…, che spesso indeboliscono la pianta per due motivi: espongono il tronco libero a funghi che lo divorano dall’interno, e poi sottopongono la pianta a maggior rischio caduta in caso di forte vento (infatti, in caso di forte potatura, l’albero emette molte foglie ma ha pochi rami in grado di fare peso e spezzare il vento, così le foglie fanno da vela);
  • il traffico, in quanto estirpare le radici superficiali, per asfaltare o per fare scavi, contribuisce a compromettere la stabilità degli alberi in quanto gli stessi alberi difficilmente hanno radici in profondità.
Ottima l’osservazione in merito del meteorologo Luca Mercalli: è una questione di scegliere correttamente le specie vegetali e di curarne la manutenzione. I vantaggi sarebbero non solo estetici (in quanto il verde riposa) ma soprattutto fisici (gli alberi infatti contribuiscono a mitigare gli eccessi termici estivi delle città, in quanto la loro evapotraspirazione abbassa la temperatura di qualche grado ed il loro ombreggiamento espone meno superficie alla radiazione solare, contribuendo ad un risparmio energetico con il conseguente minor utilizzo dei condizionatori). Da non sottovalutare inoltre quanta CO2 assorbe una pianta contribuendo alla lotta all’inquinamento e il fatto che le chiome degli alberi ospitano molti uccelli che divorano zanzare ed altri insetti fastidiosi.
Quindi, i vantaggi che gli alberi comportano nelle città sono molteplici: purtroppo nella loro (scarsa) manutenzione si pensa quasi sempre al lato economico (più si taglia minore sarà la manutenzione da fare…) senza valutare attentamente i vantaggi che gli stessi alberi portano alla vita delle città. E quando ci scappa il morto (per caduta di un ramo che causa un incidente stradale) non si pensi subito a segare le piante, pensiamo piuttosto a quante vittime ci sono ogni anno nelle nostre città per malattie respiratorie causate dall’inquinamento cittadino (che proprio un maggior numero di piante renderebbe meno grave): ma queste sono le cosiddette “morte invisibili” che non colpiscono l’opinione pubblica semplicemente perché quest’ultima non viene, purtroppo, informata in merito…

domenica 13 aprile 2008

URBANISTICA: a Ferrara il “Città Territorio Festival”

Negli ultimi giorni (ma spesso anche in passato) ho dedicato vari post all’urbanizzazione selvaggia in atto nelle città italiane che si stanno espandendo senza limiti. Si continua a strappare terreno coltivabile ed aree verdi alle zone circostanti le città, realizzandovi nuove lottizzazioni residenziali e produttive e costruendo centinaia di migliaia di edifici, col risultato di causare lo spopolamento dei centri storici (già in atto anche per altri motivi), aumentare le aree cementificate, intensificare il traffico (e di conseguenza lo smog), strappare terreno prezioso al nostro territorio sconvolgendolo (con ripercussioni sul clima, sullo smaltimento delle acque piovane, sui rifiuti, ecc…).
Ho ripetuto più volte quanti centro storici in Italia siano letteralmente spopolati ed abbandonati: perché, allora, invece di costruire nuovi edifici in periferia, non si recuperano quelli esistenti nei centro storici? Semplice: i Comuni dalle nuove costruzioni incassano una quantità incredibile di denaro da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, cosa che invece non avviene per le ristrutturazioni ed i recuperi. Siccome il federalismo (di memoria leghista…) ha tagliato negli anni i fondi ai Comuni, questi sono costretti a trovare il denaro mancante in maniera diversa, e quella delle nuove costruzioni è la più semplice, alla faccia della difesa del territorio! Tra l’altro dobbiamo ricordare che la nuova legge urbanistica del 2001 prevede che i Comuni possano utilizzare gli introiti dagli oneri di urbanizzazione per coprire qualsiasi spesa comunale (prima invece dovevano essere impiegati solo per opere pubbliche come strade, scuole, ecc…)!
La campagna elettorale è volta al termine ed oggi 13 e domani 14 aprile 2008 si vota per il rinnovo del governo italiano: purtroppo, da nessuno (ripeto, nessuno!) schieramento politico ho sentito dire qualcosa in merito. Tutti hanno replicato che l’Italia ha bisogno di quantità enormi di case, senza accennare minimamente al recupero dell’esistente e alla difesa del nostro fragile territorio. Sarebbero stati senz’altro più credibili (e realisti) se avessero detto di recuperare l’enorme quantità di edifici esistenti (prima di costruirne di nuovi) e rinvigorire le casse comunali con denaro statale proveniente da altre fonti (magari dal taglio della spesa pubblica), mettendo quindi i Comuni nella condizione di non avere più così bisogno degli introiti dagli oneri di urbanizzazione. Ne guadagnerebbero tutti: i centri storici, la vivibilità delle città, il nostro territorio, la qualità dell’aria cittadina, il traffico. Invece niente, gli unici slogan in merito erano quelli inerenti l’urgente bisogno di costruire case ovunque (chi 500.000, chi 800.000, chi un milione!): ebbene, dati alla mano, negli ultimi 10 anni sono state realizzate in Italia case per 3 miliardi di mc (!), dal 1995 ad oggi sono stati realizzati nuovi edifici (residenziali e non) per una superficie di ben 3,5 milioni di ettari (!!) che è l’equivalente della superficie di Lazio ed Abruzzo messe assieme (!!!) e di ben 20 mq per ogni italiano!!!!
Ma ora gli urbanisti vogliono ora dare il loro contributo in difesa del territorio: secondo loro c’è il bisogno di bloccare questa urbanizzazione selvaggia e di DEMOLIRE gli errori del passato. Secondo loro, infatti, negli ultimi anni i centri urbani italiani si sono allargati in maniera troppo disordinata, la mobilità è sempre più caotica, le aree agricole e naturali sono sempre più rare. Di questo se ne parlerà al “CITTA’ TERRITORIO FESTIVAL” che si terrà a Ferrara dal 17 al 20 aprile 2008 (http://www.cittaterritoriofestival.com): organizzato da Laterza Agorà, vedrà la partecipazione di oltre cento urbanisti, architetti, storici, amministratori ed imprenditori per discutere dello sviluppo delle città ed in particolare di centro, periferia, mobilità, sicurezza e tutela del paesaggio. Secondo l’urbanista Pier Luigi Cervellati bisognerebbe varare una moratoria di almeno 10 anni sulle nuove costruzioni, bloccare le nuove urbanizzazioni e ricostruire l’esistente, riqualificando le periferie e ricostruendo un tessuto urbano sano. Sulla stessa linea anche l’architetto Stefano Boeri (direttore della rivista Abitare), secondo il quale c’è bisogno di nuove regole che arrestino l’espansione delle città perché il boom edilizio degli ultimi anni ha provocato solo spreco di suolo, distruzione delle aree verdi ed impossibilità di nuove infrastrutture perché il territorio è sempre più occupato.
Voi stessi potete notare quante case ci sono sfitte ed invendute in tutta Italia: altroché bisogno di un milione di nuove case, qui ci stanno solo prendendo in giro perché, come sempre, tutto muove una quantità incredibile di denaro che abbraccia varie categorie (Comuni, professionisti, imprese, agenzie immobiliari, ecc…), mentre del territorio cari miei non gliene frega niente a nessuno, purtroppo!

venerdì 11 aprile 2008

P.A.T.: un pericolo per la difesa del territorio…

Scusate se ritorno ancora sull’argomento della difesa del territorio e dell’espansione edilizia senza freno: continuo a ritornarci perché ho molto a cuore il problema e perché continuo a trovare nuovi pericoli per il nostro caro territorio. E per questo continuo a ricordare nei miei post il nuovo “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”: c’è ritornato anche Salvatore Settis sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 9 aprile 2008, il quale a ragione sostiene che questo Codice (fortemente voluto dal ministro Rutelli ed entrato in vigore in questi giorni) è un passo importante verso la difesa del territorio italiano. Riassumendone il contenuto, la difesa del paesaggio e dei beni culturali non deve più essere di competenza delle Regioni o degli enti locali (ai quali tale difesa veniva spesso delegata…), ma sarà competenza esclusiva dello Stato, ridando quindi valore al famoso art. 9 della nostra Costituzione (e che forse molti hanno, volutamente, dimenticato…). Tuttavia non sono tutte rose e fiori: ha ragione Settis a sottolineare che le leggi in materia di difesa del paesaggio esistono, ma bisogna applicarle (e qui nasce il problema). Anzi, a tal proposito solleva tre dubbi fondamentali:

  • gli organici delle Sovrintendenze: c’è stato un blocco delle assunzioni nelle Sovrintendenze da alcuni anni, tanto che ora l’età media degli addetti è di 55 anni. C’è assolutamente bisogno di nuove assunzioni (previste dal Codice di Rutelli), ma a queste devono essere affiancati addetti giovani e soprattutto competenti, quindi assunti per le loro qualità e non per grazia dovuta…;
  • lo stato della normativa regionale: in funzione dell’entrata in vigore di questo nuovo Codice, le Regioni devono ora adeguare le loro normative, che attualmente (ahimè) prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica (e questo è stato la rovina del nostro territorio, in quanto ha permesso il prevalere degli interessi economici locali…). Il nuovo Codice rende illegittima questa sub-delega e per questo si dovranno adeguare il più in fretta possibile le normative regionali al fine di evitare il blocco normativo, con ripercussioni sulle reali azioni di difesa del territorio;
  • le incertezze finanziarie degli enti locali (soprattutto dei Comuni), e qui voglio riportare integralmente quanto ha scritto Settis nel suo articolo: “Si sa che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc…); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura. Si spiega così che Comuni e sindaci anche virtuosi si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote”.

Ho voluto riportare integralmente questo passaggio di Salvatore Settis perché è fondamentale nell’indicare la responsabilità che i Comuni hanno nella difesa del territorio: l’ho già detto in molti miei precedenti post e lo ribadisco.
Ed è qui che mi allaccio agli ormai famosi P.A.T. (Piani di Assetto Territoriale), ovvero quei nuovi strumenti urbanistici che stanno per essere adottati dai Comuni italiani in sostituzione dei vecchi P.R.G. (Piani Regolatori Generali): purtroppo sono sempre più convinto che con questi P.A.T. la situazione sfuggirà di mano alle amministrazioni locali per quanto riguarda la difesa del territorio. Perché dico questo? Proprio in questi giorni il Consiglio Comunale di un paesino della Bassa Veronese (zona in cui abito) ha adottato il P.A.T. (che ora passerà all’approvazione regionale) per ridisegnare l’aspetto urbanistico del paese in questione. Premetto che si tratta di un paese di circa 8.000 abitanti: ebbene, le previsioni del P.A.T. sono per la realizzazione di nuovi edifici residenziali per un totale di ben 500.000 mc ai quali corrispondono circa 2.000 nuovi abitanti (l’amministrazione comunale pensa di aumentare la popolazione del paese di ben il 25% in 10 anni, non considerando che già adesso molte abitazioni sono vuote…). Se è senz’altro una buona cosa la realizzazione di nuove aree verdi, di piste ciclabili e di un polo sanitario, allo stesso tempo considero fortemente negativo il fatto dell’espansione edilizia sfrenata attorno alle città e nelle frazioni. Il centro storico del paese in questione è praticamente vuoto: perché non prediligere il recupero di questo, ripopolarlo e portare il centro del paese allo splendore di un tempo? Purtroppo, come sostiene Settis e come sostengo io da molto tempo, il Comune dalle ristrutturazioni ottiene ben pochi oneri, mentre ne guadagna a valanga dalle nuove edificazioni: quindi meglio costruire in periferia al paese, rubare terreno verde ed agricolo alla campagna circostante, costruire nuove strade, nuove piccole aree produttive sparse nel territorio comunale (anziché raggrupparle in un unico polo produttivo), aumentare di conseguenza il traffico veicolare e lo smog, contribuire all’ulteriore spostamento della popolazione dal centro storico verso la periferia.
Non è certo questo il metodo per ridare vigore ad un paese: è la soluzione peggiore, ma la più economicamente conveniente (per il Comune…). E provate a pensare quante realtà simili si stanno verificando un po’ in tutta Italia: qui il nuovo Codice dovrebbe intervenire, visto che sono le Regioni ad avere l’ultima parola sull’approvazione di questi P.A.T. Speriamo in una serie opera di vigilanza e di rispetto delle regole da parte del nuovo Codice: l’Italia in questo momento ha bisogno di tutto fuorché di una espansione edilizia scellerata. Il motto dovrebbe essere: PRIMA RECUPERARE IL PATRIMONIO ESISTENTE, POI EVENTUALMENTE COSTRUIRE IL NUOVO (MA SOLO SE CI SONO REALI NECESSITA’). Magari qui lo Stato potrebbe avere un ruolo importante: aumentare le entrate ai Comuni, spingendoli quindi a non recuperare denaro in maniera disastrosa (per il territorio) dalle nuove edificazioni, e questa sì che potrebbe essere una bella ed utile collaborazione tra Stato e Comuni.

mercoledì 9 aprile 2008

La morte dei CENTRI STORICI...

Faccio riferimento ad un interessante articolo di Francesco Erbani apparso sul quotidiano La Repubblica di sabato 5 aprile 2008.
È ormai un dato di fatto che i centri storici delle città italiane si stanno svuotando, stanno morendo, perdono i loro residenti e le loro attività tipiche, e si stanno trasformando sempre di più in centri per uffici, banche, negozi d’alta moda e turisti (per i quali si sono costruiti ovunque alberghi, bed & breakfast, ristoranti, pizzerie, gelaterie, bar, ecc…). Varie le cause che stanno portando i residenti del centro a spostarsi altrove:

  • il traffico sempre più intenso dovuto ai pendolari delle banche e degli uffici, a quelli dei giorni festivi, a quelli dei negozi, ecc…;
  • l’aria sempre più inquinata (smog delle automobili, inquinanti dagli impianti di riscaldamento, ecc…);
  • la chiusura di quelle attività artigianali e di quei piccoli negozi in quanto soffocati dalla grande distribuzione;
  • la mancanza costante di parcheggi;
  • la folla di gente che quotidianamente si riversa in centro;
  • la scarsità e l’inefficienza dei mezzi pubblici;
  • il degrado di alcuni punti del centro a discapito delle aree periferiche molto spesso più seguite dal Comune;
  • la scarsità di aree verdi e tranquille;
  • lo sviluppo del settore terziario fuori delle città;
  • l’aumento senza controllo dei prezzi nel centro storico.

Alcuni dati rendono l’idea: nel centro storico della bellissima rinascimentale Urbino gli abitanti negli ultimi 60 anni sono calati di ben l’86%: prima nel quartiere del Duomo risiedevano 350 persone, oggi sono 16!!! A Venezia, gli abitanti sono passati da 164.000 a 60.000!!! Il centro di Urbino è oggi abitato quasi esclusivamente da studenti universitari (quindi di passaggio), mentre Venezia è visitata da 12 milioni di turisti all’anno… Altri dati: nel centro storico di Firenze, nel 1987 il 30% della superficie era destinata ad abitazione, oggi è del 10%! Per quanto riguarda Roma, nel 1951 dentro le Mura Aureliane risiedevano 370.000 persone, oggi sono meno di 100.000; sempre nella nostra capitale, nel 1951 la città si sviluppava su 6.000 ettari di terreno (con 1.600.000 abitanti), mentre oggi con una popolazione di 2.500.000 abitanti (meno che raddoppiata) la città si estende su una superficie 7 volte superiore, ben 45.000 ettari (che arriveranno a 60.000 ettari secondo le previsioni del nuovo P.R.G.).
In tutto questo le Amministrazioni Comunali abbiano le loro colpe: nel corso degli anni, il calo dei finanziamenti che lo Stato manda alle Regioni e ai Comuni ha spinto questi ultimi a far cassa in maniera diversa. L’espansione delle città in periferia, tramite la realizzazione di lottizzazioni residenziali e produttive e quindi di costruzioni di ogni tipo, ha risollevato le casse comunali. In che modo? Dal cambio di destinazione d’uso dei terreni da agricoli a residenziali i Comuni ricevono dai privati fior fiore di quattrini tramite l’operazione della perequazione urbanistica (in pratica, il Comune vuole essere ricompensato per aver fatto aumentare il valore dell’area del privato in seguito al cambio d’uso); dai nuovi terreni ottiene poi, sempre dai privati, fior fiore di quattrini dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione per la realizzazione delle lottizzazioni e degli edifici, e da questi incassa infine I.C.I. a volontà (l’ultima riforma urbanistica nazionale del 2001 prevede che i Comuni utilizzino i proventi dagli oneri di urbanizzazione nella maniera che vogliono, e quindi non solo per realizzare opere di urbanizzazione come prevedeva la vecchia normativa…). Nel frattempo gli abitanti del centro, invogliati a trasferirsi in periferia per tutti i motivi sopra elencati, vendono i loro fabbricati posti in centro storico, i quali restano però vuoti: i Comuni non hanno interesse ad incentivare la ristrutturazione in centro storico perché dalle ristrutturazioni incassano ben pochi oneri di urbanizzazione… Non si rendono però conto che, costruendo in periferia, si sta sottraendo in continuazione terreno all’agricoltura e al paesaggio circostante, si stanno costruendo strade ovunque aumentando il traffico anche in periferia e quindi lo smog, si contribuisce all’aumento della cosiddetta “isola di calore” con squilibri climatici locali, si contribuisce al dissesto idrogeologico del territorio circostante, si accentua il degrado degli edifici in centro storico che rimangono disabitati a lungo, ecc… Tutto è dettato da soli interessi economici.
Allora che fare? Certamente il turismo è una risorsa fondamentale per il nostro paese, ma il degrado dei centro storici potrebbe avere conseguenze negative anche sull’attività turistica.
Bisogna far ripopolare i centro storici e per farlo i Comuni potrebbero (anzi dovrebbero…):

  • incentivare il recupero e la ristrutturazione degli edifici in centro storico;
  • esentare dall’I.C.I. o da altre imposte comunali tali edifici;
  • stabilire dei prezzi di acquisto o di affitto agevolati per coloro che vogliono insediarsi (ad esempio tramite accordi con le agenzie immobiliari);
  • realizzare parcheggi per i soli residenti nei punti strategici del centro e delle aree verdi rinunciando a qualche albergo;
  • chiudere totalmente il centro al traffico, puntando allo stesso tempo sul trasporto pubblico (tram e autobus);
  • agevolare l’apertura delle attività commerciali di piccola taglia (come quelle artigianali) esentandole da alcune imposte comunali o limitando i prezzi di affitto/compravendita;
  • eseguire la raccolta differenziata “porta a porta” in tutto il centro storico, riciclando ogni tipo di rifiuto.

Si tratta di soluzioni per niente “irrealizzabili”: con un po’ di buona volontà e di sacrificio, si riuscirebbe ad evitare la morte dei nostri centro storici (che tutto il mondo ci invidia) conservando quella tradizione storica e quel fascino che li ha sempre contraddistinti. I Comuni italiani saranno in grado di farlo?

mercoledì 19 marzo 2008

ITALIA: case raddoppiate dal 2000 ad oggi...

La campagna elettorale per le politiche del prossimo 13-14 aprile 2008 è in pieno svolgimento e, a proposito di case, ogni schieramento sta dando cifre sempre più grandi sul numero di case di costruire per fronteggiare l’esigenza dei giovani e delle famiglie: 500.000, 800.000, un milione di case, olè! Tuttavia mi sorge il dubbio che la volontà di far nuove case non dipenda dall’esigenza effettiva della popolazione, ma da qualcos’altro…
Proprio in questi giorni è uscito un rapporto del CRESME che, sulla base dei modelli ISTAT che vengono compilati dai tecnici per le pratiche edilizie, sta smentendo quanto si sta affermando in campagna elettorale: dal 2000 le case nuove in Italia sono aumentate di ben l’88%!!! Ma, mi sembra, che la popolazione italiana non sia aumentata dell’88% nello stesso lasso di tempo… Nel 2000 si sono costruite in Italia 159.000 nuove case, nel 2007 sono state ben 298.000 (più di quante ne furono denunciate nel 1985 in occasione del famigerato condono edilizio di Craxi, quando furono 290.000): considerando anche gli ampliamenti, nel 2007 il numero di nuove case aumenta nel 2007 a 336.000! Alcuni dati: nel 2007 si sono costruiti in Italia 134.263.706 mc di abitazioni, di cui 34.386.833 nel Nord-Ovest (+22.6% rispetto al 2004), 37.760.792 nel Nord-Est (+19.1%), 21.536.226 al Centro (+36.5%), 27.958.168 al Sud (+22.2%) e 12.621.688 nelle Isole (+28.8%). Le prime cinque province per mc costruiti nel 2007 sono state Milano con 7.292.405 mc, Roma con 7.032.486, Brescia con 4.075.359, Bari con 4.047.707 e Torino con 3.960.624, che assieme rappresentano il 19.7% dei mc costruiti in tutta Italia! E stiamo parlando solamente di abitazioni: se vi aggiungiamo anche gli edifici non residenziali come i capannoni, i negozi e i centri commerciali, allora il numero sale ulteriormente!
Ma come mai si costruisce così tanto? C’è tanta richiesta? Si potrebbe pensare di no, visto che la popolazione italiana è stabile da molti anni (salvo piccole variazioni): invece la richiesta c’è (anche se da sola non giustifica il forte aumento di case), solo che invece di recuperare gli edifici esistenti si preferisce costruirne di nuovi. Come mai? Semplice: dalle nuove costruzioni i Comuni intascano una enorme marea di denaro che deriva dagli oneri di urbanizzazione e dai costi di costruzione (nella prima fase) e dall’ICI (nella seconda fase), denaro che risolleva le casse comunali. Fra i Comuni con il maggior gettito pro-capite nel 2007 derivante da oneri ed ICI figurano Rimini (1° posto) con 478 euro pro-capite, poi Siena (469 euro), Roma (462 euro), Reggio Emilia (443 euro) e Catania (441 euro), mentre tra il 2005 e il 2007 tali gettiti sono aumentati di ben il 143% a Catania, del 94% a Lucca, del 57% a Cosenza, del 56% a Ragusa e del 54% a Crotone! Mediamente, di tutti questi introiti il 78% deriva dall’ICI e il restante 22% dai Permessi di Costruire (ex concessioni edilizie). Proprio per quanto riguarda i Permessi di Costruire, il forte aumento di nuove costruzioni dal 2000 al 2007 si giustifica col fatto che fino al 2000 gli incassi derivanti dalle ex concessioni edilizie (oneri di urbanizzazione e costo di costruzione) avevano un vincolo di destinazione, cioè dovevano essere utilizzati solo per investimenti comunali (come opere di urbanizzazione quali strade, marciapiedi, piazze, ecc…), mentre dal 2001 con l’entrata in vigore del “Testo Unico per l’Edilizia” tali gettiti di denaro possono essere utilizzati per coprire qualsiasi spesa comunale… Certo, i Comuni non sono da biasimare visto che il federalismo ha tagliato i fondi ai Comuni stessi che, per affrontare i propri problemi, devono far cassa in altra maniera.
Questo però comporta la ricerca continua di nuovi terreni ove realizzare nuove lottizzazioni e nuovi edifici (residenziali e non), strappandoli all’agricoltura e alle aree verdi circostanti le città: nel contempo, mentre le periferie si espandono, i centri storici si spopolano perché non si punta al recupero edilizio. Questo ha contraccolpi negativi sul nostro territorio, con diminuzione dei terreni agricoli e delle aree verdi, aumento del dissesto idrogeologico, aumento delle temperature cittadine, smog, ulteriore traffico: la soluzione sarebbe semplice, se solo si volessero recuperare quelle migliaia di fabbricati disabitati che si trovano nel centro delle città, bloccando così l’espansione in periferia e tutti i problemi che vi sono collegati. Ma così facendo i Comuni vedrebbero diminuire sensibilmente i propri introiti (visto che dalle ristrutturazioni e dai recuperi edilizi si incassano pochi oneri…) ma, come sempre, del nostro territorio non se ne preoccupa nessuno…

domenica 16 dicembre 2007

Urbanistica: la città del futuro

Traggo spunto da un'intervista che il giornalista Francesco Erbani ha fatto all'architetto Richard Burdett e pubblicata sul quotidiano La Repubblica di venerdì 14 dicembre 2007. Richard Burdett, oltre che famoso architetto, è stato consulente del sindaco di Londra Ken Livingstone e da anni sta studiando quanto la struttura fisica di una città produca benessere sociale oppure esclusione. Nell'intervista l'architetto fa riferimento a Londra. L'amministrazione comunale guidata dal sindaco Livingstone (chiamato "Ken il rosso") ha deciso che per far fronte al continuo aumento di popolazione della città (si prevedono ben 750.000 nuovi arrivi entro il 2015) lo sviluppo edilizio si svolga all'interno dei confini della città utilizzando l'esistente e senza rubare un solo metro quadrato alle campagne circostanti (praticamente il contrario di quanto avviene in Italia...): infatti si edificherà solo su terreni abbandonati, ex aree industriali dismesse, vecchi scali ferroviari, depositi elettrici o di gas non più utilizzati, ecc... E soprattutto verrà riedificato solo dove esiste un sistema di trasporto pubblico. Si cercherà dunque di creare nuovi quartieri nei quali si mescolino varie funzioni come casa, lavoro, cultura e divertimento e non più quartieri esclusivamente residenziali o industriali: inoltre, i nuovi insediamenti saranno realizzati per essere accessibili alle fasce economiche più deboli ospitando persone di ceti diversi senza quindi trasformare questi quartieri in ghetti. Il fatto di puntare su aree già dotate di sistema di trasporto pubblico consentirà di migliorare la qualità dell'aria (attualmente le grandi città del mondo contribuiscono per il 75% alle emissioni di CO2...). Si parla dunque di ridensificazione urbanistica, già in atto da alcuni anni e che ha consentito ad oggi di diminuire del 20% l'utilizzo delle auto, mentre allo stesso tempo è raddoppiato l'utilizzo dei mezzi pubblici: i parcheggi sono stati banditi dal centro cittadino ed oggi ben il 99.8% di chi lavora a Londra usa la metropolitana o l'autobus (e si tratta per la maggior parte di gente ricca, una cosa che qui in Italia non succederebbe mai...). A proposito di parcheggi, nel centro di Londra sono stati banditi e si prevedono solo quelli per i disabili: i soldi che il Comune raccoglie dal biglietto d'ingresso delle auto nel centro (circa 200-300 milioni di euro all'anno) vengono utilizzati per migliorare il trasporto pubblico e tutti i servizi che si realizzano nei nuovi quartieri come ospedali, biblioteche, scuole, ecc... Purtroppo il problema rimane per la maggior parte delle grandi città del mondo dove invece di puntare sul trasporto pubblico si tende a costruire autostrade a due livelli!! Davvero interessante la soluzione presa dall'amministrazione comunale londinese: purtroppo qui in Italia i centro storici si stanno svuotando.
A prescindere che si tratti di città grandi o piccoli paesi, basta recarsi in centro storico italiano ed alzare gli occhi per vedere moltissimi appartamenti o interi stabili chiusi. Un degrado urbano che comporta tra l'altro una continua espansione urbanistica in periferia: perchè è questo che sta succedendo nelle città italiane. E' più conveniente economicamente individuare terreni agricoli attorno alla città, espropriarli, trasformarli tramite variante al P.R.G. e perequazione urbanistica in residenziali (e con questo procedimento di perequazione urbanistica i Comuni già si arricchiscono per gli oneri ricevuti) e poi attuare piani edilizi per la realizzazione di sterminate lottizzazioni residenziali con annesse migliaia di costruzioni per decine di migliaia di abitanti equivalenti (che poi non si sa con certezza se arriveranno...). Ma intanto è meglio ricevere gli incentivi statali o europei, versare fior fiore di oneri di urbanizzazione ai Comuni e costruire questi quartieri: e così facendo i centri storici, già vuoti, rimangono tali! Perchè succede questo? Perchè non si vuole recuperarli? Il centro storico è il cuore della città, da ogni punto di vista (storico, urbanistico, sociale), con una fisionomia ed un tessuto urbanistico unici: diciamo che è il biglietto da visita di una città! Però, i proprietari di tali stabili non hanno la forza economica per recuperarli e se ce l'hanno non hanno poi la certezza di poter rivenderli stante il valore di vendita alle stelle ormai accessibile a pochi. Allora che fare? In tal senso le amministrazioni comunali qualcosa possono fare... Semplicemente come succedeva alcuni anni fa: incentivare (o addirittura obbligare!) il recupero degli stabili del centro storico proponendo ad esempio di esentare tali interventi dal pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, esentare o alleviare il pagamento dell'I.C.I. per alcuni anni, apporre uno scontro su qualche altra tassa comunale (tassa sui rifiuti, tassa sugli accessi carrai, ecc...), accordarsi con le agenzie immobiliari per offrire gli appartamenti ristrutturati del centro storico ad un prezzo più agevolato, aiutare i proprietari a trovare dei posti auto (coperti o scoperti) nei pressi degli stabili facendoli diventare di uso esclusivo degli stessi, insomma ci sarebbero vari metodi per poter recuperare i centri storici, manca purtroppo la volontà comune. Poi, quando i centri storici avranno esaurito i loro posti, facciamo come Londra e recuperiamo le aree dismesse come ex aree industriali, vecchie stazioni ferroviarie (ce ne sono tantissime in disuso), e allo stesso tempo offrire un buon trasporto pubblico (tram, metropolitane, autobus, bike-sharing, ecc...) e mantenere (se non addirittura aumentare) le aree verdi e i servizi pubblici (scuole, biblioteche, ecc...). Per ultimo, quando tutto sarà esaurito, allora costruiremo attorno alle città: purtroppo qui in Italia il percorso è inverso.... Certo, chiedere ai Comuni italiani di rinunciare agli oneri comunali o ad altre tasse comunali è una cosa che va oltre l'immaginazione umana: sono per altro comprensibili anche i motivi per cui i Comuni non possono rinunciarvi, visto che il federalismo ha tagliato loro i proventi statali ma qui entriamo in un'altra polemica...

domenica 9 dicembre 2007

Legambiente: ecco le "10 megalopoli a effetto serra"

LEGAMBIENTE ha pubblicato un dossier (che trovate sul sito http://www.legambiente.eu) che è stato redatto in occasione del VIII° Congresso di Legambiente che si sta tenendo a Roma: il dossier è stato pubblicato lo scorso 06 dicembre 2007 nel corso del convegno "Il clima è già cambiato. Quali strategie di adattamento per il territorio italiano" e si intitola "Le 10 megalopoli ad effetto serra". Si tratta di 10 grandi città (Bangkok, Giacarta, Lagos, Shangai, Rio de Janeiro, Dacca, Karachi, Il Cairo, Città del Messico e Mumbai) che saranno le prime a subire gli effetti del cambiamento climatico in corso sul nostro pianeta, come inondazioni, scarsità idrica e desertificazione, cicloni e tempeste. Infatti, come ha spiegato Roberto Della Seta (presidente di Legambiente) le comunità più esposte agli effetti di questo cambiamento climatico saranno proprio quelle più povere, dove gli standard delle infrastrutture e dei sistemi di prevenzione sono più bassi e quindi l'intensità dell'impatto dai cambiamenti del clima sarà più rilevante. Inoltre i paesi industrializzati, ovvero i principali responsabili delle emissioni di CO2 e di conseguenza del cambiamento climatico, non potranno più solo limitarsi ad intervenire con aiuti umanitari per far fronte a questi disastri naturali, ma dovranno investire molto di più in infrastrutture ed interventi di prevenzione. Per questo nella Conferenza sul Clima di Bali si è discusso della creazione di un fondo per l'adattamento a cura dei paesi più ricchi. Gli scenari futuri molto allarmanti previsti dal IV° rapporto dell'IPCC parlano di aumento termico e di innalzamento del livello dei mari, stante lo scioglimento dei ghiacciai dei Poli: Bangkok (con 9,5 milioni di abitanti) si trova ad appena 1-1,5 metri sul livello del mare, quindi unendo l'aumento del livello del mare di 25 mm all'anno e lo sprofondamento della città causa l'uso intensivo delle risorse idriche del sottosuolo ne stanno accelerando il momento in cui l'acqua comincerà ad invadere la città! E così per molte altre megalopoli poste lungo la costa come Mumbai (India), Giacarta (Indonesia), Lagos (Nigeria) e Shangai (Cina). Cicloni e tempeste di forte violenza sono quasi raddoppiati negli ultimi 35 anni: ne è esempio Dacca, la megalopoli capitale del Bangladesh colpita poche settimane fa dal ciclone Sidr che ha portato una catastrofe umana. Altre città sono interessate da siccità ed incombente desertificazione, soprattutto in Africa: si teme che entro il 2020 circa 60 milioni di persone potrebbero trasformarsi in profughi ambientali costretti ad emigrare a causa dell'inaridimento dei loro terreni... Per non parlare della crescente urbanizzazione che sta facendo calare vistosamente le scorte di acqua potabile, come a Il Cairo: l'acqua potabile, secondo la FAO, potrebbe ridursi del 50% entro il 2025, consentendo il diffondersi di molte malattie infettive come la malaria. Quindi la situazione è davvero preoccupante e il taglio delle emissioni di gas serra deciso dal Protocollo di Kyoto dovrà essere attuato al più presto ed in modo serio, ma anche qui imperà da parte mia il pessimismo...

giovedì 15 novembre 2007

TORINO: un grattacielo più alto della Mole (parte 2°...)

Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo sul futuro grattacielo che dovrebbe sorgere a Torino, allegando una foto del possibile impatto del nuovo fabbricato sullo skyline della città e riportando, tra l'altro, che probabilmente quella foto (diffusa ovunque) era un falso. Oggi, a dovere di completamento dell'informazione, vi confermo che quella foto era davvero un falso: quella allegata qui è invece la vera prospettiva del nuovo grattacielo, fatta avere agli organi di stampa da Renzo Piano, l'architetto progettista dell'edificio. Come si nota nell'immagine lunga, il grattacielo sorgerà piuttosto lontano dalla Mole Antonelliana (simbolo di Torino), circa 2,4 km più in là, e seppur più alto di 60 metri del noto monumento torinese la sua lontananza rispetto a quest'ultimo lo farà sembrare un pò più piccolo (vedi ricostruzione grafica). Personalmente, nulla tolgo all'efficacia di queste strutture, dettate dall'esigenza di cercare spazi che nelle città non si trovano più (e quindi ci si butta in verticale) ma dettate anche da un pò di narcisismo "acchiappa-clienti" da parte delle società che poi le utilizzeranno (in questo caso la Banca Intesa-San Paolo); nulla tolgo all'efficacia energetica di certe strutture e al loro rispetto dell'ambiente; a maggior ragione sono sempre stato affascinato da tali edifici, in particolar modo dagli skyline di grandi città che hanno una concentrazione centrale di grattacieli davvero fantastica. Non condivido però, e qui ribadisco quanto detto nel mio precedente articolo, la scelta di ricorrere ai grattacieli per Torino: una città che ne ha fatto a meno fino ad oggi, può continuare a farlo! Il fatto che fino ad oggi abbia rinunciato a tali strutture dimostra la sensibilità e le politiche affrontate in questi decenni per conservare lo skyline tipico della città piemontese: ovvero una distesa di palazzi medio-bassi, con al centro la Mole Antonelliana che svetta su tutto e sullo sfondo lo scenario della catena alpina. Anche questo significa "urbanistica": costruire in maniera sensata! Perchè ora rovinare uno skyline perfetto che ha sempre conferito a Torino lo scenario di una città tranquilla, qual'è peraltro: si priverebbe la Mole Antonelliana (seppur giudicata negativamente da molti per la sua bruttezza...) di un valore che ha conservato per decenni, ovvero il punto di riferimento della città. Ecco perchè sostengo il mio personale NO al grattacielo di Torino. L'Intesa-San Paolo troverà maniere migliori per espandere la propria immagine...

martedì 13 novembre 2007

1° CONFERENZA NAZIONALE DELLA BICICLETTA

Si terrà fino a domenica prossima la 1° CONFERENZA NAZIONALE DELLA BICICLETTA (http://www.bici2007.it), organizzata a Milano dal Ministero dell'Ambiente e dalla Provincia. Si tratta di una conferenza per discutere (e diffondere) la cultura della bici, ancora così poco radicata in Italia e che rappresenta una delle migliori forme per la lotta al traffico e all'inquinamento cittadino. Infatti, se in Europa mediamente il 9.45% della popolazione si sposta in bici (con punte del 18% in Danimarca e del 27% in Olanda!), in Italia tale percentuale scende al 4%! Il problema, almeno qui in Italia, esiste. Ora si cercherà di investire al meglio i 15 milioni di euro stanziati dallo Stato per la mobilità ciclistica urbana: si deve dunque investire in percorsi ciclabili ma anche sull'intermodalità, ovvero il combinare bici e mezzi pubblici, il trasporto delle biciclette in metropolitana e il bike-sharing (cioè il sistema della bicicletta condivisa che permette di noleggiare la bici in un posto della città e lasciarla in un altro). Il tutto dovrà essere abbinato ad un potenziamento dei trasporti pubblici e ad opere di moderazione del traffico autoveicolare come le rotonde, gli attraversamenti rialzati rispetto al piano stradale, l'allargamento dei marciapiedi, ecc... Uno studio della Federazione Italiana Amici della Bicicletta ha dimostrato che il numero di incidenti ai ciclisti (mortali e non) è inversamente proporzionale alle strutture ciclabili esistenti. Dicevamo del gup che, in ambito bici, l'Italia ha nei confronti del resto d'Europa: ad esempio, dal 2002 al 2006 la Germania ha stanziato 100 milioni di euro per realizzare e mantenere le piste ciclabili lungo le autostrade nazionali (e dal 2007 80 milioni di euro ogni anno), mentre in Italia nello stesso periodo se ne sono investiti meno di 5 milioni... La Spagna ha trasformato ben 1.600 km di ferrovie abbandonate in "vias verdes", ovvero dei percorsi riservati a biciclette, pedoni e cavalli. Un altro dato che fa meditare è il seguente: in Italia ci sono 2.413 km di percorsi per le biciclette, quando la sola città di Monaco di Baviera ne ha ben 1.200!!! In diverse città europee si sta diffondendo il bike-sharing, ovvero la possibilità di noleggiare una bici in un posto della città e rilasciarlo in un altro: Parigi ha dato l'esempio, ove ci sono posteggi bici in ogni angolo della città a distanza l'uno dall'altro inferiore a 300 metri, con una media di prelievi quotidiani di circa 50.000-70.000 bici mentre l'abbonamento annuo è già stato acquistato da 53.000 parigini (vedi mio precedente post). A ruota hanno seguito il suo esempio anche Lione, Barcellona, Siviglia, Tolosa e Marsiglia. Ora l'iniziativa la sta sperimentando anche la città di Milano: il servizio partirà il 1° gennaio 2008 e prevede complessivamente 5.000 bici per la città, con una partenza di almeno 250-500 bici da aumentare poi gradualmente. Verranno installate 250 postazioni di presa e rilascio; ogni bicicletta dovrà avere un software di gestione del servizio di noleggio, con possibilità di avere in ogni momento indicazioni sull'utilizzo e la disponibilità delle biciclette. Ogni bici sarà inoltre dotata di un sistema di sicurezza che permetta di legarla alle postazioni di presa e rilascio e ne impedisca il furto quando chi la usa la parcheggia altrove. Per prelevare il mezzo si userà un tesserino elettronico da cui verrà scalato automaticamente il costo del noleggio e che memorizzerà i dati di chi prende la bici. Si tratta quindi di un sistema ecologico, salutare, sicuro ed economicamente conveniente: darebbe un contributo notevole se molte città lo adottassero, unitamente ad un rafforzamento del trasporto pubblico. Calerebbero infatti sensibilmente sia il traffico cittadino che il livello di inquinanti nell'aria...

giovedì 1 novembre 2007

Strade: le rotatorie battono i semafori!

L'esempio più eclatente in Italia è quello di Cattolica, prima città italiana senza semafori ed ora provvista di ben 25 rotonde di ogni dimensione. Un vigile urbano della cittadina ha tecnicamente spiegato che: "In un incrocio regolato dalle lampade rosse, gialle e verdi un automobilista ha 32 possibilità di intersecazione con altri veicoli. Se tira dritto, ad esempio, può sbattere contro un'auto che svolta, e se gira a sinistra può fare un frontale con l'auto che arriva dalla direzione opposta. Queste 32 possibilità vengono chiamate punti di conflitto". Ebbene, con le rotonde i "punti di conflitto" scendono ad appna 8 e nessuno di questi prevede una collisione frontale: per questo una rotonda risulta essere almeno 4 volte più sicura di un semaforo! A Cattolica lo hanno capito prima di altri e ciò ha avuto molti effetti positivi: calo drastico degli incidenti (circa il 70%) e delle loro vittime, marciapiedi allargati ed inoltre in prossimità degli incroci il pedone attraversa la carreggiata senza scendere in strada, infatti sarà l'automobile che deve salire sul passaggio pedonale costretta così a fermarsi prima. In Italia il boom delle rotonde è stato tra il 1995 ed il 2000 ed oggi sono migliaia: più di 250 solo nella provincia di Treviso mentre sono decine anche nelle piccole città. Fra i primi progettisti vi fu l'architetto Bruno Gandino dello studio Urbafor di Torino il quale sostiene: "Le rotonde riducono decisamente la velocità dei veicoli e quindi la pericolosità dell'incrocio, e diminuiscono sia il numero che la gravità degli incidenti. Diminuiscono anche i tempi di attesa: una decina di secondi contro i 40-60 di un semaforo, e di conseguenza si riducono anche i consumi e le emissioni dei veicoli con cali fino al 75% delle sostanze inquinanti come CO, CO2, Nox E PM10. Se i progetti sono di qualità, le rotonde sono anche un bel biglietto da visita: costruite all'ingresso di una città trasformano un incrocio in una piazza". L'Inghilterra fu la prima nel 1966 a stabilire che nelle rotatorie (rotonde, giratorie, chiamatele come volete!) ha la precedenza chi è dentro l'anello, seguì la decisione la Francia nel 1983 mentre in Italia il primo comune ad adottare la rotonda con precedenza a sinistra fu Lecco nel 1989: per quanto riguarda i costi una rotonda del diametro di 15-20 metri costa da 30.000 a 70.000 euro, mentre una grande rotonda con diametro di 26-32 metri costa tra 150.000 e 250.000 euro (l'Italia ha stanziato 500 milioni di euro per le rotonde). Almeno così anche noi automobilisti diamo il nostro contributo al taglio elle emissioni di gas serra...

martedì 16 ottobre 2007

LEGAMBIENTE: città italiane sempre più inquinate!

Ecco qua la "bella" notizia: a fronte della lotta all'inquinamento atmosferico si scopre che le città italiane sono sempre più... INQUINATE!!! E' quanto emerge da "ECOSISTEMA URBANO 2008", una ricerca realizzata da Legambiente e dall'Istituto di Ricerche Ambiente Italia: la ricerca è stata fatta prendendo in considerazione 27 parametri diversi (tra i quali la qualità dell'aria e la raccolta differenziata dei rifiuti) ed ha analizzato molte città e 103 capoluoghi di provincia. Purtroppo le buone politiche rimangono ancora dei casi isolati: nella metà delle città analizzate l'inquinamento ha raggiunto livelli allarmanti, il trasporto pubblico è sottoutilizzato e la raccolta differenziata dei rifiuti è ancora un tabù (è buona solo al Nord Italia). La 1° città classificata è Belluno, seguita da Bergamo e Mantova, 4° è Livorno, 5° Perugia e 6° Siena. In fondo alla classifica, ancora una volta, le città del Meridione: all'ultimo posto figura Ragusa, preceduta da Benevento e Frosinone. Le grandi città si trovano a metà classifica: Roma è 55° (comunque migliorata di 5 posizioni rispetto allo scorso anno), Milano è 58°, Torino è 74° mentre Napoli scivola di ben 24 posizioni al 91° posto! Nessun capoluogo di provincia ha comunque raggiunto una qualità generale del 100%: per avere una "città ideale" si dovrebbero sommare i seguenti dati: i 45,61 mq/abitante di zone a traffico limitato di Bergamo, i 45,28 mq/abitante di verde urbano di Lucca, il 66,69% di raccolta differenziata dei rifiuti di Novara, i 16 mg/mc di media annuale di PM10 di Isernia, i 4,68 mq/abitante di isole pedonali di Venenzia, le 42 auto circolati ogni 100 abitanti di Venezia (contro le 74 di Roma...), i 28,66 metri di piste ciclabili ogni 100 abitanti di Modena, i 9,0 mg/mc come media annuale di biossido di azoto di Potenza nonchè la scarsa dispersione delle rete idrica di Viterbo (solo il 4%!). Purtroppo la "città ideale" rimane ancora un'utopia... Preoccupa ancora molto la scarsa raccolta differenziata dei rifiuti a livello nazionale: bene al Nord ma malissimo al Centro-Sud, con mediamente 618 kg di rifiuti buttati da ogni italiano nel cassonetto e solo 120 kg recuperati e riciclati. E molto preoccupante è ancora la situazione dello smog: in 40 città le polveri sottili superano i livelli di allarme per la salute...

venerdì 5 ottobre 2007

ROTTERDAM "Città dell'Architettura" nel 2007

E' ormai diventata una bella metropoli (oltre che un grandissimo porto) la città di ROTTERDAM, famosa in tutto il mondo per i tantissimi esempi di urbanistica ed edilizia contemporanea. Non a caso, i cittadini assicurano che proprio qui a Rotterdam fu costruito (nel lontano 1898) il primo grattacielo europeo! Per valorizzare la città, l'amministrazione locale ogni due anni dedica alla metropoli una serie di grandi iniziative: così nel 2001 è stata "Capitale Europea della Cultura", nel 2003 è stata "Città dell'Acqua" e nel 2005 è stata invece "Città dello Sport". Quest'anno invece è la "Città dell'Architettura". Si sono infatti da poco concluse le seguenti manifestazioni:
- "Site & Stories" dedicate a 40 siti architettonici contemporanei (tra questi lo storico Grande Magazzino De Bijenkorf, le celebri Cube House e l'Erasmus Bridge, che vedete anche nella foto);
- "Skyscraper Weekend" dedicato ai grattacieli della città;
- "Terza Biennale Internazionale dell'Architettura".
Altre manifestazioni seguiranno da qui sino alla fine del 2007, come l'Architecture Film Festival (che durerà fino al 14 ottobre) con documentari sui migliori edifici contemporanei di tutto il mondo, gli itinerari guidati nell'area del Delfshaven (fino al 31 dicembre) e la mostra (fino al 6 gennaio) dedicata all'architetto P.J.H. Cuypers (vissuto tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 e autore della Stazione Centrale di Amsterdam). Per vedere tutte le iniziative andate sul sito http://www.rotterdam2007.nl. Interessante sarà anche il Building Site Excavation Festival, che si chiuderà il 30 ottobre e consiste in una serie di visite ai nuovi edifici in costruzione nella città. Inoltre, fino al 6 gennaio prossimo al Netherlands Architecture Institute (un complesso creato da Jo Coenen in mezzo ad uno specchio d'acqua ed inaugurato nel 1993) saranno esposti disegni, progetti, foto e moltissimo materiale inedito dello stesso architetto Jo Coenen.
Ricordiamo che la città di Rotterdam fu pesantemente bombardata dalla Luftwaffe nel 1940 e solo la forte collaborazione tra l'amministrazione pubblica e i grandi architetti seppe ridare un volto nuovo alla città con un tipo di architettura che tuttora fa scuola nel mondo! Come non ammirare il quartiere Kop Van Zuid, chiamato la Manhattan sul Maas (il fiume cittadino), costruito sul vecchio porto e alla cui progettazione ha partecipato anche il nostro architetto italiano Renzo Piano. E come non restare incantati davanti al Kpn Telecom, il grattacielo inclinato sempre progettato da Renzo Piano. E come dimenticare l'Erasmus Bridge (vedi foto), il fantastico ponte ideato da Van Berkel & Bos, costruito tra il 1990 ed il 1996, lungo ben 802 metri per 139 metri d'altezza e 6800 tonnellate di peso: in città è chiamato "il cigno"per la sua forma. E ancora, si può ammirare il Fotomuseum, il Museo della Fotografia inaugurato lo scorso mese di aprile, ottenuto dal restauro di un vecchio edificio degli anni '50 al quale è stata data una forma ellittica. Infine non si possono non citare le famosissime Cube House, le case a forma di cubo ideate dall'architetto P. Blom. Immagini ed informazioni sono raccolte nell'inserto "Viaggi" di oggi del quotidiano La Repubblica. Una città che vale dunque la pena di visitare!

martedì 25 settembre 2007

L'Europa riscopre la bici, l'Italia invece l'auto...

Sabato 22 settembre 2007 è stata per l'Italia la "giornata senz'auto", promossa in 40 città per l'astensione volontaria dall'uso dell'automobile. E' notizia di questi giorni che il Ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio ha annunciato di voler stanziare 16 milioni di euro del fondo triennale per la "mobilità sostenibile" all'uso della bicicletta al fine di combattere l'effetto serra; ma arriveranno anche 1,25 milioni di euro per i progetti riguardanti il cosiddetto "bike sharing" (la bici a noleggio) visto il successo che questa iniziativa ha avuto in molte città europee. E, infatti, è proprio rispetto al resto d'Europa che si vede il gap dell'Italia per quanto riguarda l'uso ecologico della bicicletta: molti paesi europei hanno infatti diminuito l'uso dell'auto nelle loro città a vantaggio di biciclette, scooter e mezzi pubblici. Nel Regno Unito il chilometraggio medio dei veicoli privati è sceso dell'8% dal 1995, in Francia del 7% e in Germania del 4%, mentre nl nostro caro paese il chilometraggio è addirittura aumentato raggiungendo gli stessi livelli ante 1995! Ma non si tratta di una scelta: diciamo che gli italiani non hanno alternative! I mezzi pubblici sono scarsi e vetusti, mentre da ormai troppo tempo non si investe nelle infrastrutture nazionali: in Italia abbiamo le stesse strade di 30 anni fa (in Spagna invece le autostrade sono aumentate in lunghezza del 5% tra il 1995 e il 2003) e allo stesso tempo ha continuato ad aumentare il numero di auto in circolazione. Non dimentichiamo che ciò è stato favorito anche (e soprattutto) da politiche incentrate per decenni esclusivamente sull'uso dell'auto (vedi Fiat...): ciò ha portato ad avere quasi un auto per ogni italiano maggiorenne (infatti nel 2006 a fronte di 48.271.979 abitanti maggiorenni vi erano ben 34.667.487 vetture in circolazione, ovvero 1,4 abitanti per ogni auto!!!). Per fare un altro esempio in Danimarca si vendono in media all'anno 79 biciclette ogni 1.000 abitanti, 75 in Olanda, 59 in Germania, 54 in Francia e solo 25 in Italia (la media europea è di 43...). Altro dato allarmante deriva dalle piste ciclabili: in Europa mediamente ogni abitante ha a disposizione almeno 80 metri di pista ciclabile, in Italia la città che ha la media più elevata è Ravenna con 32 metri per abitante...(seguita da Modena, Ferrara, Mantova e Reggio Emilia)! In totale vi sono in Italia 2.488 km di piste ciclabili, mentre sono solo 7 le città italiane che hanno una rete di piste ciclabili superiore ai 70km (Modena, Ferrara, Ravenna, Reggio Emilia, Bologna, Torino e Milano). Tra le città in cui è più diffuso l'uso della bicicletta figurano Bolzano al 1° posto (17%), seguita da Ferrara (15.1%) e Ravenna (12.8%). Il problema è che in Italia finora non si è investito con costanza e a sufficienza per risolvere questo problema: la prima legge sulla "mobilità ciclabile" è stata la "legge Galletti" del 1998 la quale stanziò 11 miliardi di lire per incentivare la costruzione di una pista ciclabile per ogni strada ristrutturata o costruita ex-novo ed erogava soldi a progetto pagando 1/3 dell'opera. Tale finanziamento fu seguito da un secondo finanziamento di 20 miliardi di euro nel 2001, poi salì al governo Berlusconi... e lo stanziamento scese drasticamente a 2 milioni di euro (meglio i camion, no?)! Ora finalmente il nuovo cospicuo finanziamento del Ministro Pecoraro Scanio di 16 milioni di euro: attendiamo nuove piste ciclabili e un rinforzamento dei mezzi pubblici, anche se la strada è ancora lunga (scusatemi la battuta!).