giovedì 13 novembre 2014
venerdì 24 ottobre 2014
“Smart cities” e rilancio del Paese
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martedì 29 ottobre 2013
10° anniversario del TREKKING URBANO
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martedì 10 maggio 2011
CITTA': ecco i GIARDINI CONDIVISI
Spesso vengono creati in questi giardini degli spazi recintati dedicati ai giochi dei bambini, si creano orticelli coltivati dai genitori, il verde viene mantenuto dai volontari che magari si ripagano aprendo in questi giardini dei piccoli chioschi che vendono gelati e bibite, si organizzano pranzi all'aperto, qualche cena durante l'estate: insomma un vero e proprio rilassante e salutare punto d'incontro della comunità.
Ne ha dedicato un articolo Elisa Palagi sulla rivista mensile “La nuova ecologia” di marzo 2011 (articolo intitolato “La carica dei giardini condivisi: in città germoglia il benessere”, http://www.lanuovaecologia.it).
A Roma ce ne sono già parecchi, sorti in modo spontaneo: Flavia Montini di Filoverde (http://filoverde.blogspot.com/) associazione che si propone come intermediaria tra cittadini ed istituzioni per favorire la creazione dei giardini condivisi a Roma) vorrebbe metterli tutti in rete, in modo che le esperienze esistenti possano potenziarsi e nascerne così di nuove. Si può anche consultare una mappa (realizzata e resa accessibile on line dallo studio di architettura Uap, http://www.studiouap.it) nella quale si può constatare la diffusione sul territorio dei giardini condivisi e la diversificazione delle modalità di lavoro e degli scopi.
I giardini condivisi si sono diffusi in Europa molto tempo prima che in Italia, addirittura con l'industrializzazione dell'Ottocento quando erano stati creati come luoghi comunitari degli operai perché potessero affrontare una vita meno deprimente, fatta di relazioni tra vicini e attività all'aria aperta. Durante le due grandi guerre mondiali si erano addirittura coltivati piccoli lotti di terra nelle città per il sostentamento alimentare. Poi però se ne perse l'interesse. Ritornarono in auge negli anni '70 negli USA e negli anni '90 in Europa, soprattutto in Francia (proprio in questo paese è presente dal 1997 “Il giardino in tutti i suoi stati”, ovvero un'organizzazione di coordinamento di tutte le forme di giardinaggio collettivo, nata dal forum di Lille “Giardinaggio e cittadinanza” che rispondenva all'interesse dei cittadini verso la sostenibilità ambientale). Addirittura nel 2003 il Comune di Parigi ha adottato la Charte main verte (Carta pollice verde) in base alla quale i cittadini, costituendo un'associazione, possono prendere in gestione uno spazio della città rispettando precise regole.
Interessante anche l'associazione guerrilla gardening (http://www.guerrillagardening.it/), nata a Roma nel marzo 2010, che periodicamente (l'ultima domenica del mese) cerca di radunare più persone possibili che poi si spostano per la città per piantare fiori e alberi per renderla più verde, operando in pieno giorno e legittimati non da permessi regolari ma dalla comunità.
Il verde e la vivibilità è quindi (anche) nelle nostre mani: laddove non riesce l'Amministrazione comunale, lo possiamo fare noi. Volontari e appassionati di verde, riunitevi: costituite delle associazioni, dei comitati o dei gruppi e curate le aree verdi della vostra città o addirittura fate rivivere angoli degradati, create delle iniziative originali per coinvolgere la popolazione. Solo così possiamo rendere (un po') più vivibili le nostre città.
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martedì 12 aprile 2011
SALVIAMO LE CITTA: il decalogo di Italia Nostra
Il tema del convegno è stata la cementificazione spropositata che ha interessato l'Italia negli ultimi anni. Ecco alcuni dati: ogni anno nelle sole città italiane si costruiscono mediamente 273 milioni di metri cubi di edifici, di cui l'80% sono nuove costruzioni, mentre dal 1995 al 2007 i Comuni italiani hanno autorizzato 3,4 miliardi di metri cubi di edifici (senza quindi contare le opere abusive...). Invece di recuperare l'esistente, si costruisce sempre il nuovo, sottraendo sempre più terreni liberi al territorio: pensate che le case vuote sono ben 245.000 solo a Roma, mentre sono 81.000 a Milano e 98.000 a Napoli, e le previsioni non sono confortanti (70 milioni i metri cubi costruibili a Roma col nuovo Piano Regolatore e 35 milioni quelli costruibili a Milano in base al nuovo Piano di Governo). Inquietante... A proposito, è uscito un libro-inchiesta di Salvatore Settis intitolato "Paesaggio, costituzione, cemento": sconvolgente!
Italia Nostra al convegno ha presentato un decalogo, redatto da Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. Ecco i punti del decalogo:
- la città è un bene comune e deve garantire gli interessi collettivi;
- moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagne;
- ripristino della legalità: no ai condoni, no ai piani casa;
- no a strumenti che vanificano la pianificazione ed esclusione dell’iniziativa privata;
- ripristino della destinazione originaria degli oneri di urbanizzazione;
- rilancio della pianificazione paesaggistica;
- riaffermazione della tutela dell’identità culturale e dell’intergrità fisica;
- recupero delle immense periferie degradate cresciute negli ultimi decenni;
- mobilità sostenibile ed integrata: incentivazione del trasporto pubblico;
- partecipazione di cittadini ed associazioni alle scelte urbanistiche.
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L'uomo che parla con gli alberi
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domenica 13 dicembre 2009
BENEVOLO: “NOI URBANISTI ABBIAMO FALLITO”
Dice Benevolo: “Oggi in Italia l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio e preferibilmente accantonata. Nei programmi elettorali e nel comportamento delle istituzioni centrali questo capitolo è scomparso da tempo. Nelle amministrazioni periferiche (Regioni, Comuni e Province) ha un posto secondario con uffici ridotti al minimo e disponibilità economiche precarie; nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare. Dovunque se ne parla malvolentieri, e il meno possibile”. Parole pesanti ma assolutamente realistiche. Basta guardare i dati ISTAT: fra il 1995 ed il 2006 sono state realizzate in Italia circa 10 milioni di stanze che, sommate ai nuovi capannoni, ad altre iniziative produttive ed alle infrastrutture, equivale a ben 750.000 ettari di terreno cementificati (quanto l’Umbria!!!). Questo sarebbe stato congruo in un paese in via di sviluppo economico e con un aumento demografico forte: invece, in Italia il boom produttivo è avvenuto decenni prima e la popolazione in quel periodo analizzato dall’ISTAT è aumentata di soli 1.900.000 abitanti (che tra l’altro sono quasi tutti immigrati che quasi mai hanno la possibilità economica di garantirsi queste nuove case costruite…). Dunque l’incredibile quantità di edifici costruiti non corrisponde alla domanda: allora perché si costruisce? E soprattutto perché non si costruiscono in Italia alloggi di edilizia popolare? La risposta è sempre quella: denaro, denaro, denaro. L’aspetto economico purtroppo ormai prevale su tutto e, nel caso dell’urbanistica, prevale sul buon senso, sulla protezione del territorio, sulla lotta all’inquinamento, sul recupero degli edifici dimessi e abbandonati. Facciamo solo l’esempio dei Comuni: le casse comunali in genere sono disastrate per la sempre più piccola quantità di denaro che arriva dallo Stato, accentuata ancor di più dalla recente e scellerata abolizione dell’ICI (che era sempre stata una delle più importanti fonti di introito per i Comuni, non adeguatamente sostituita da corrispondenti fondi statali). Che fanno allora i Comuni: al di là di ogni limite e ragionevolezza urbanistica, approvano in continuo nuove lottizzazioni residenziali e produttive (ma soprattutto le prime), che sottraggono terreno all’agricoltura e si trasformano in migliaia di palazzoni e/o edifici singoli. Questo comporta lo spostamento di molte persone da altre parti della città verso le nuove aree periferiche: ecco perché ormai i centri storici delle città sono dei quartieri fantasma, disabitati e decadenti. Naturalmente, dalle nuove lottizzazioni i Comuni incassano centinaia di migliaia di euro di oneri di urbanizzazione e di costi di costruzione, che vanno ad impinguare parzialmente le casse comunali. Praticamente, è come un cane che si morde la coda: alla fine chi ne fa le spese è sempre il nostro caro territorio (con tutte le conseguenze del caso…), e tutto ciò perché lo Stato non riesce a garantire fondi a sufficienza ai Comuni, e questo perché continuiamo a portarci sulle spalle un debito pubblico stratosferico ereditato da anni scellerati di sperperi anti-tangentopoli dal quale difficilmente riusciremo ad uscirne. Sperperi per i quali stanno pagando solo i semplici cittadini, e non chi li ha commessi… Il degrado attuale dell’urbanistica è frutto di questo: infatti, tempo fa non era così, l’urbanistica nel dopoguerra e per alcuni decenni successivi è stata uno degli argomenti più popolari nel dibattito politico e culturale italiano.
Come dice Benevolo, l’urbanistica arretra proprio nel momento in cui ci sarebbe più bisogno di essa. Si costruisce per il mercato e non per le città, un tempo l’urbanistica doveva dare un senso alla città garantendo il giusto equilibrio tra urbanizzazione e protezione del territorio, ora questo non succede più: come dice Paolo Berdini (che insegna alla Facoltà di Ingegneria di Tor Vergata, a Roma), il fiume di denaro virtuale creato dall’economia finanziaria doveva trovare luoghi in cui materializzarsi e li ha trovati nelle città e nel territorio. Gravissimo. E doveva essere proprio l’urbanistica a garantire che questo non accadesse. Ed ora è arrivato anche il Piano Casa…
Concludo con l’intervento di Paola Bonora, che non è una urbanistica ma è una geografa dell’Università di Bologna (autrice con Pier Luigi Cervellati del libro “Per una nuova urbanità”, edito da Diabasis, 213 pagine al costo di € 21), la quale afferma: “In molti urbanisti prevale un senso di disincanto malizioso e compiaciuto. L’espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica”. E il problema sta anche a monte, negli insegnamenti universitari: nelle facoltà di Architettura c’è un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali ove vengono realizzati gli interventi edilizi. Forese, per cambiare qualcosa, si potrebbe partire anche da qui…
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venerdì 6 novembre 2009
ALBERI IN CITTA’: se non curati sono un pericolo!
Pensate, ce sono un milione nelle nostre città, dei quali 30.000 a Palermo, 40.000 a Napoli, 170.000 a Torino, 180.000 a Milano e 340.000 a Roma (nelle città del Nord Italia si tratta generalmente di latifoglie, platani, ippocastani e tigli, mentre in quelle del Centro-Sud si tratta di conifere, querce e palme): per valutare lo stato di un albero esiste una apposita scala chiamata Vta, che è un criterio di valutazione internazionale che prevede quattro classi, ovvero A (albero che non presenta alcun problema), B (albero che ha piccoli problemi di salute che però non ne intaccano la stabilità), C (albero non stabile che va valutato una volta l’anno) e D (albero da abbattere). Ebbene, ogni anno circa 10.000 alberi ricadono nella categoria D e devono quindi essere abbattuti in quanto pericolosi.
Al tema ha dedicato un articolo Paolo Griseri sul quotidiano la Repubblica del 14 ottobre scorso, il quale ha intervistato Mario Palenzona (direttore dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno, http://www.ipla.org), secondo il quale: “In questo come in altri campi la sicurezza assoluta non esiste. Gli alberi resistono a particolari condizioni: se arriva una bufera che non si è mai verificata in duecento anni, possono cadere platani secolari. È un rischio con cui in qualche modo dobbiamo convivere. Invece, si usano troppo spesso le motoseghe per evitare guai giudiziari”. Invece che prevenire, si abbatte… È stato intervistato anche Antimo Palumbo, dell’associazione “Adea - Amici DEgli Alberi”, secondo il quale: “Il traffico, come i lavori di asfaltatura, rovinano spesso le radici e anche una ferita leggera può finire, col tempo, per compromettere la stabilità di una pianta”.
E qui siamo al punto: come mai questi alberi cittadini diventano instabili? Raramente per colpa loro: certo, può intervenire qualche malattia che li consuma, ma il più delle volte le colpe sono dell’uomo, colpe che possono essere riassunte così:
- l’incuria da parte delle amministrazioni cittadine che spesso sottovalutano le malattie della pianta (che spesso portano al marcamento dei rami e/o del tronco facendolo crollare);
- le potature spregiudicate (le cosiddette “capitozzature”), che vengono fatte solo per avere meno foglie da raccogliere…, che spesso indeboliscono la pianta per due motivi: espongono il tronco libero a funghi che lo divorano dall’interno, e poi sottopongono la pianta a maggior rischio caduta in caso di forte vento (infatti, in caso di forte potatura, l’albero emette molte foglie ma ha pochi rami in grado di fare peso e spezzare il vento, così le foglie fanno da vela);
- il traffico, in quanto estirpare le radici superficiali, per asfaltare o per fare scavi, contribuisce a compromettere la stabilità degli alberi in quanto gli stessi alberi difficilmente hanno radici in profondità.
Quindi, i vantaggi che gli alberi comportano nelle città sono molteplici: purtroppo nella loro (scarsa) manutenzione si pensa quasi sempre al lato economico (più si taglia minore sarà la manutenzione da fare…) senza valutare attentamente i vantaggi che gli stessi alberi portano alla vita delle città. E quando ci scappa il morto (per caduta di un ramo che causa un incidente stradale) non si pensi subito a segare le piante, pensiamo piuttosto a quante vittime ci sono ogni anno nelle nostre città per malattie respiratorie causate dall’inquinamento cittadino (che proprio un maggior numero di piante renderebbe meno grave): ma queste sono le cosiddette “morte invisibili” che non colpiscono l’opinione pubblica semplicemente perché quest’ultima non viene, purtroppo, informata in merito…
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domenica 13 aprile 2008
URBANISTICA: a Ferrara il “Città Territorio Festival”
Negli ultimi giorni (ma spesso anche in passato) ho dedicato vari post all’urbanizzazione selvaggia in atto nelle città italiane che si stanno espandendo senza limiti. Si continua a strappare terreno coltivabile ed aree verdi alle zone circostanti le città, realizzandovi nuove lottizzazioni residenziali e produttive e costruendo centinaia di migliaia di edifici, col risultato di causare lo spopolamento dei centri storici (già in atto anche per altri motivi), aumentare le aree cementificate, intensificare il traffico (e di conseguenza lo smog), strappare terreno prezioso al nostro territorio sconvolgendolo (con ripercussioni sul clima, sullo smaltimento delle acque piovane, sui rifiuti, ecc…).
Ho ripetuto più volte quanti centro storici in Italia siano letteralmente spopolati ed abbandonati: perché, allora, invece di costruire nuovi edifici in periferia, non si recuperano quelli esistenti nei centro storici? Semplice: i Comuni dalle nuove costruzioni incassano una quantità incredibile di denaro da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione, cosa che invece non avviene per le ristrutturazioni ed i recuperi. Siccome il federalismo (di memoria leghista…) ha tagliato negli anni i fondi ai Comuni, questi sono costretti a trovare il denaro mancante in maniera diversa, e quella delle nuove costruzioni è la più semplice, alla faccia della difesa del territorio! Tra l’altro dobbiamo ricordare che la nuova legge urbanistica del 2001 prevede che i Comuni possano utilizzare gli introiti dagli oneri di urbanizzazione per coprire qualsiasi spesa comunale (prima invece dovevano essere impiegati solo per opere pubbliche come strade, scuole, ecc…)!
La campagna elettorale è volta al termine ed oggi 13 e domani 14 aprile 2008 si vota per il rinnovo del governo italiano: purtroppo, da nessuno (ripeto, nessuno!) schieramento politico ho sentito dire qualcosa in merito. Tutti hanno replicato che l’Italia ha bisogno di quantità enormi di case, senza accennare minimamente al recupero dell’esistente e alla difesa del nostro fragile territorio. Sarebbero stati senz’altro più credibili (e realisti) se avessero detto di recuperare l’enorme quantità di edifici esistenti (prima di costruirne di nuovi) e rinvigorire le casse comunali con denaro statale proveniente da altre fonti (magari dal taglio della spesa pubblica), mettendo quindi i Comuni nella condizione di non avere più così bisogno degli introiti dagli oneri di urbanizzazione. Ne guadagnerebbero tutti: i centri storici, la vivibilità delle città, il nostro territorio, la qualità dell’aria cittadina, il traffico. Invece niente, gli unici slogan in merito erano quelli inerenti l’urgente bisogno di costruire case ovunque (chi 500.000, chi 800.000, chi un milione!): ebbene, dati alla mano, negli ultimi 10 anni sono state realizzate in Italia case per 3 miliardi di mc (!), dal 1995 ad oggi sono stati realizzati nuovi edifici (residenziali e non) per una superficie di ben 3,5 milioni di ettari (!!) che è l’equivalente della superficie di Lazio ed Abruzzo messe assieme (!!!) e di ben 20 mq per ogni italiano!!!!
Ma ora gli urbanisti vogliono ora dare il loro contributo in difesa del territorio: secondo loro c’è il bisogno di bloccare questa urbanizzazione selvaggia e di DEMOLIRE gli errori del passato. Secondo loro, infatti, negli ultimi anni i centri urbani italiani si sono allargati in maniera troppo disordinata, la mobilità è sempre più caotica, le aree agricole e naturali sono sempre più rare. Di questo se ne parlerà al “CITTA’ TERRITORIO FESTIVAL” che si terrà a Ferrara dal 17 al 20 aprile 2008 (http://www.cittaterritoriofestival.com): organizzato da Laterza Agorà, vedrà la partecipazione di oltre cento urbanisti, architetti, storici, amministratori ed imprenditori per discutere dello sviluppo delle città ed in particolare di centro, periferia, mobilità, sicurezza e tutela del paesaggio. Secondo l’urbanista Pier Luigi Cervellati bisognerebbe varare una moratoria di almeno 10 anni sulle nuove costruzioni, bloccare le nuove urbanizzazioni e ricostruire l’esistente, riqualificando le periferie e ricostruendo un tessuto urbano sano. Sulla stessa linea anche l’architetto Stefano Boeri (direttore della rivista Abitare), secondo il quale c’è bisogno di nuove regole che arrestino l’espansione delle città perché il boom edilizio degli ultimi anni ha provocato solo spreco di suolo, distruzione delle aree verdi ed impossibilità di nuove infrastrutture perché il territorio è sempre più occupato.
Voi stessi potete notare quante case ci sono sfitte ed invendute in tutta Italia: altroché bisogno di un milione di nuove case, qui ci stanno solo prendendo in giro perché, come sempre, tutto muove una quantità incredibile di denaro che abbraccia varie categorie (Comuni, professionisti, imprese, agenzie immobiliari, ecc…), mentre del territorio cari miei non gliene frega niente a nessuno, purtroppo!
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venerdì 11 aprile 2008
P.A.T.: un pericolo per la difesa del territorio…
Scusate se ritorno ancora sull’argomento della difesa del territorio e dell’espansione edilizia senza freno: continuo a ritornarci perché ho molto a cuore il problema e perché continuo a trovare nuovi pericoli per il nostro caro territorio. E per questo continuo a ricordare nei miei post il nuovo “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”: c’è ritornato anche Salvatore Settis sul quotidiano
- gli organici delle Sovrintendenze: c’è stato un blocco delle assunzioni nelle Sovrintendenze da alcuni anni, tanto che ora l’età media degli addetti è di 55 anni. C’è assolutamente bisogno di nuove assunzioni (previste dal Codice di Rutelli), ma a queste devono essere affiancati addetti giovani e soprattutto competenti, quindi assunti per le loro qualità e non per grazia dovuta…;
- lo stato della normativa regionale: in funzione dell’entrata in vigore di questo nuovo Codice, le Regioni devono ora adeguare le loro normative, che attualmente (ahimè) prevedono la sub-delega ai Comuni di ogni autorizzazione paesaggistica (e questo è stato la rovina del nostro territorio, in quanto ha permesso il prevalere degli interessi economici locali…). Il nuovo Codice rende illegittima questa sub-delega e per questo si dovranno adeguare il più in fretta possibile le normative regionali al fine di evitare il blocco normativo, con ripercussioni sulle reali azioni di difesa del territorio;
- le incertezze finanziarie degli enti locali (soprattutto dei Comuni), e qui voglio riportare integralmente quanto ha scritto Settis nel suo articolo: “Si sa che, in una condizione generale di sofferenza, gli oneri di urbanizzazione sono diventati per i Comuni una delle principali fonti di introito, se non la principale. Queste tasse, dovute ai Comuni per ogni nuovo insediamento o edificio, erano destinate in origine alle opere pubbliche di volta in volta necessarie (strade, fognature, ecc…); ma da qualche anno, entrando nel bilancio comunale, sono utilizzabili per spese di ogni natura. Si spiega così che Comuni e sindaci anche virtuosi si lascino tentare dal consumo indiscriminato del territorio, pur di assicurare introiti adeguati alle loro casse altrimenti vuote”.
Ho voluto riportare integralmente questo passaggio di Salvatore Settis perché è fondamentale nell’indicare la responsabilità che i Comuni hanno nella difesa del territorio: l’ho già detto in molti miei precedenti post e lo ribadisco.
Ed è qui che mi allaccio agli ormai famosi P.A.T. (Piani di Assetto Territoriale), ovvero quei nuovi strumenti urbanistici che stanno per essere adottati dai Comuni italiani in sostituzione dei vecchi P.R.G. (Piani Regolatori Generali): purtroppo sono sempre più convinto che con questi P.A.T. la situazione sfuggirà di mano alle amministrazioni locali per quanto riguarda la difesa del territorio. Perché dico questo? Proprio in questi giorni il Consiglio Comunale di un paesino della Bassa Veronese (zona in cui abito) ha adottato il P.A.T. (che ora passerà all’approvazione regionale) per ridisegnare l’aspetto urbanistico del paese in questione. Premetto che si tratta di un paese di circa 8.000 abitanti: ebbene, le previsioni del P.A.T. sono per la realizzazione di nuovi edifici residenziali per un totale di ben 500.000 mc ai quali corrispondono circa 2.000 nuovi abitanti (l’amministrazione comunale pensa di aumentare la popolazione del paese di ben il 25% in 10 anni, non considerando che già adesso molte abitazioni sono vuote…). Se è senz’altro una buona cosa la realizzazione di nuove aree verdi, di piste ciclabili e di un polo sanitario, allo stesso tempo considero fortemente negativo il fatto dell’espansione edilizia sfrenata attorno alle città e nelle frazioni. Il centro storico del paese in questione è praticamente vuoto: perché non prediligere il recupero di questo, ripopolarlo e portare il centro del paese allo splendore di un tempo? Purtroppo, come sostiene Settis e come sostengo io da molto tempo, il Comune dalle ristrutturazioni ottiene ben pochi oneri, mentre ne guadagna a valanga dalle nuove edificazioni: quindi meglio costruire in periferia al paese, rubare terreno verde ed agricolo alla campagna circostante, costruire nuove strade, nuove piccole aree produttive sparse nel territorio comunale (anziché raggrupparle in un unico polo produttivo), aumentare di conseguenza il traffico veicolare e lo smog, contribuire all’ulteriore spostamento della popolazione dal centro storico verso la periferia.
Non è certo questo il metodo per ridare vigore ad un paese: è la soluzione peggiore, ma la più economicamente conveniente (per il Comune…). E provate a pensare quante realtà simili si stanno verificando un po’ in tutta Italia: qui il nuovo Codice dovrebbe intervenire, visto che sono le Regioni ad avere l’ultima parola sull’approvazione di questi P.A.T. Speriamo in una serie opera di vigilanza e di rispetto delle regole da parte del nuovo Codice: l’Italia in questo momento ha bisogno di tutto fuorché di una espansione edilizia scellerata. Il motto dovrebbe essere: PRIMA RECUPERARE IL PATRIMONIO ESISTENTE, POI EVENTUALMENTE COSTRUIRE IL NUOVO (MA SOLO SE CI SONO REALI NECESSITA’). Magari qui lo Stato potrebbe avere un ruolo importante: aumentare le entrate ai Comuni, spingendoli quindi a non recuperare denaro in maniera disastrosa (per il territorio) dalle nuove edificazioni, e questa sì che potrebbe essere una bella ed utile collaborazione tra Stato e Comuni.
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mercoledì 9 aprile 2008
La morte dei CENTRI STORICI...
Faccio riferimento ad un interessante articolo di Francesco Erbani apparso sul quotidiano La Repubblica di sabato 5 aprile 2008.
È ormai un dato di fatto che i centri storici delle città italiane si stanno svuotando, stanno morendo, perdono i loro residenti e le loro attività tipiche, e si stanno trasformando sempre di più in centri per uffici, banche, negozi d’alta moda e turisti (per i quali si sono costruiti ovunque alberghi, bed & breakfast, ristoranti, pizzerie, gelaterie, bar, ecc…). Varie le cause che stanno portando i residenti del centro a spostarsi altrove:
- il traffico sempre più intenso dovuto ai pendolari delle banche e degli uffici, a quelli dei giorni festivi, a quelli dei negozi, ecc…;
- l’aria sempre più inquinata (smog delle automobili, inquinanti dagli impianti di riscaldamento, ecc…);
- la chiusura di quelle attività artigianali e di quei piccoli negozi in quanto soffocati dalla grande distribuzione;
- la mancanza costante di parcheggi;
- la folla di gente che quotidianamente si riversa in centro;
- la scarsità e l’inefficienza dei mezzi pubblici;
- il degrado di alcuni punti del centro a discapito delle aree periferiche molto spesso più seguite dal Comune;
- la scarsità di aree verdi e tranquille;
- lo sviluppo del settore terziario fuori delle città;
- l’aumento senza controllo dei prezzi nel centro storico.
Alcuni dati rendono l’idea: nel centro storico della bellissima rinascimentale Urbino gli abitanti negli ultimi 60 anni sono calati di ben l’86%: prima nel quartiere del Duomo risiedevano 350 persone, oggi sono 16!!! A Venezia, gli abitanti sono passati da 164.000 a 60.000!!! Il centro di Urbino è oggi abitato quasi esclusivamente da studenti universitari (quindi di passaggio), mentre Venezia è visitata da 12 milioni di turisti all’anno… Altri dati: nel centro storico di Firenze, nel 1987 il 30% della superficie era destinata ad abitazione, oggi è del 10%! Per quanto riguarda Roma, nel 1951 dentro le Mura Aureliane risiedevano 370.000 persone, oggi sono meno di 100.000; sempre nella nostra capitale, nel 1951 la città si sviluppava su 6.000 ettari di terreno (con 1.600.000 abitanti), mentre oggi con una popolazione di 2.500.000 abitanti (meno che raddoppiata) la città si estende su una superficie 7 volte superiore, ben 45.000 ettari (che arriveranno a 60.000 ettari secondo le previsioni del nuovo P.R.G.).
In tutto questo le Amministrazioni Comunali abbiano le loro colpe: nel corso degli anni, il calo dei finanziamenti che lo Stato manda alle Regioni e ai Comuni ha spinto questi ultimi a far cassa in maniera diversa. L’espansione delle città in periferia, tramite la realizzazione di lottizzazioni residenziali e produttive e quindi di costruzioni di ogni tipo, ha risollevato le casse comunali. In che modo? Dal cambio di destinazione d’uso dei terreni da agricoli a residenziali i Comuni ricevono dai privati fior fiore di quattrini tramite l’operazione della perequazione urbanistica (in pratica, il Comune vuole essere ricompensato per aver fatto aumentare il valore dell’area del privato in seguito al cambio d’uso); dai nuovi terreni ottiene poi, sempre dai privati, fior fiore di quattrini dagli oneri di urbanizzazione e dal costo di costruzione per la realizzazione delle lottizzazioni e degli edifici, e da questi incassa infine I.C.I. a volontà (l’ultima riforma urbanistica nazionale del 2001 prevede che i Comuni utilizzino i proventi dagli oneri di urbanizzazione nella maniera che vogliono, e quindi non solo per realizzare opere di urbanizzazione come prevedeva la vecchia normativa…). Nel frattempo gli abitanti del centro, invogliati a trasferirsi in periferia per tutti i motivi sopra elencati, vendono i loro fabbricati posti in centro storico, i quali restano però vuoti: i Comuni non hanno interesse ad incentivare la ristrutturazione in centro storico perché dalle ristrutturazioni incassano ben pochi oneri di urbanizzazione… Non si rendono però conto che, costruendo in periferia, si sta sottraendo in continuazione terreno all’agricoltura e al paesaggio circostante, si stanno costruendo strade ovunque aumentando il traffico anche in periferia e quindi lo smog, si contribuisce all’aumento della cosiddetta “isola di calore” con squilibri climatici locali, si contribuisce al dissesto idrogeologico del territorio circostante, si accentua il degrado degli edifici in centro storico che rimangono disabitati a lungo, ecc… Tutto è dettato da soli interessi economici.
Allora che fare? Certamente il turismo è una risorsa fondamentale per il nostro paese, ma il degrado dei centro storici potrebbe avere conseguenze negative anche sull’attività turistica.
Bisogna far ripopolare i centro storici e per farlo i Comuni potrebbero (anzi dovrebbero…):
- incentivare il recupero e la ristrutturazione degli edifici in centro storico;
- esentare dall’I.C.I. o da altre imposte comunali tali edifici;
- stabilire dei prezzi di acquisto o di affitto agevolati per coloro che vogliono insediarsi (ad esempio tramite accordi con le agenzie immobiliari);
- realizzare parcheggi per i soli residenti nei punti strategici del centro e delle aree verdi rinunciando a qualche albergo;
- chiudere totalmente il centro al traffico, puntando allo stesso tempo sul trasporto pubblico (tram e autobus);
- agevolare l’apertura delle attività commerciali di piccola taglia (come quelle artigianali) esentandole da alcune imposte comunali o limitando i prezzi di affitto/compravendita;
- eseguire la raccolta differenziata “porta a porta” in tutto il centro storico, riciclando ogni tipo di rifiuto.
Si tratta di soluzioni per niente “irrealizzabili”: con un po’ di buona volontà e di sacrificio, si riuscirebbe ad evitare la morte dei nostri centro storici (che tutto il mondo ci invidia) conservando quella tradizione storica e quel fascino che li ha sempre contraddistinti. I Comuni italiani saranno in grado di farlo?
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mercoledì 19 marzo 2008
ITALIA: case raddoppiate dal 2000 ad oggi...
La campagna elettorale per le politiche del prossimo 13-14 aprile 2008 è in pieno svolgimento e, a proposito di case, ogni schieramento sta dando cifre sempre più grandi sul numero di case di costruire per fronteggiare l’esigenza dei giovani e delle famiglie: 500.000, 800.000, un milione di case, olè! Tuttavia mi sorge il dubbio che la volontà di far nuove case non dipenda dall’esigenza effettiva della popolazione, ma da qualcos’altro…
Proprio in questi giorni è uscito un rapporto del CRESME che, sulla base dei modelli ISTAT che vengono compilati dai tecnici per le pratiche edilizie, sta smentendo quanto si sta affermando in campagna elettorale: dal 2000 le case nuove in Italia sono aumentate di ben l’88%!!! Ma, mi sembra, che la popolazione italiana non sia aumentata dell’88% nello stesso lasso di tempo… Nel 2000 si sono costruite in Italia 159.000 nuove case, nel 2007 sono state ben 298.000 (più di quante ne furono denunciate nel
Ma come mai si costruisce così tanto? C’è tanta richiesta? Si potrebbe pensare di no, visto che la popolazione italiana è stabile da molti anni (salvo piccole variazioni): invece la richiesta c’è (anche se da sola non giustifica il forte aumento di case), solo che invece di recuperare gli edifici esistenti si preferisce costruirne di nuovi. Come mai? Semplice: dalle nuove costruzioni i Comuni intascano una enorme marea di denaro che deriva dagli oneri di urbanizzazione e dai costi di costruzione (nella prima fase) e dall’ICI (nella seconda fase), denaro che risolleva le casse comunali. Fra i Comuni con il maggior gettito pro-capite nel 2007 derivante da oneri ed ICI figurano Rimini (1° posto) con 478 euro pro-capite, poi Siena (469 euro), Roma (462 euro), Reggio Emilia (443 euro) e Catania (441 euro), mentre tra il 2005 e il 2007 tali gettiti sono aumentati di ben il 143% a Catania, del 94% a Lucca, del 57% a Cosenza, del 56% a Ragusa e del 54% a Crotone! Mediamente, di tutti questi introiti il 78% deriva dall’ICI e il restante 22% dai Permessi di Costruire (ex concessioni edilizie). Proprio per quanto riguarda i Permessi di Costruire, il forte aumento di nuove costruzioni dal 2000 al 2007 si giustifica col fatto che fino al 2000 gli incassi derivanti dalle ex concessioni edilizie (oneri di urbanizzazione e costo di costruzione) avevano un vincolo di destinazione, cioè dovevano essere utilizzati solo per investimenti comunali (come opere di urbanizzazione quali strade, marciapiedi, piazze, ecc…), mentre dal 2001 con l’entrata in vigore del “Testo Unico per l’Edilizia” tali gettiti di denaro possono essere utilizzati per coprire qualsiasi spesa comunale… Certo, i Comuni non sono da biasimare visto che il federalismo ha tagliato i fondi ai Comuni stessi che, per affrontare i propri problemi, devono far cassa in altra maniera.
Questo però comporta la ricerca continua di nuovi terreni ove realizzare nuove lottizzazioni e nuovi edifici (residenziali e non), strappandoli all’agricoltura e alle aree verdi circostanti le città: nel contempo, mentre le periferie si espandono, i centri storici si spopolano perché non si punta al recupero edilizio. Questo ha contraccolpi negativi sul nostro territorio, con diminuzione dei terreni agricoli e delle aree verdi, aumento del dissesto idrogeologico, aumento delle temperature cittadine, smog, ulteriore traffico: la soluzione sarebbe semplice, se solo si volessero recuperare quelle migliaia di fabbricati disabitati che si trovano nel centro delle città, bloccando così l’espansione in periferia e tutti i problemi che vi sono collegati. Ma così facendo i Comuni vedrebbero diminuire sensibilmente i propri introiti (visto che dalle ristrutturazioni e dai recuperi edilizi si incassano pochi oneri…) ma, come sempre, del nostro territorio non se ne preoccupa nessuno…
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domenica 16 dicembre 2007
Urbanistica: la città del futuro
A prescindere che si tratti di città grandi o piccoli paesi, basta recarsi in centro storico italiano ed alzare gli occhi per vedere moltissimi appartamenti o interi stabili chiusi. Un degrado urbano che comporta tra l'altro una continua espansione urbanistica in periferia: perchè è questo che sta succedendo nelle città italiane. E' più conveniente economicamente individuare terreni agricoli attorno alla città, espropriarli, trasformarli tramite variante al P.R.G. e perequazione urbanistica in residenziali (e con questo procedimento di perequazione urbanistica i Comuni già si arricchiscono per gli oneri ricevuti) e poi attuare piani edilizi per la realizzazione di sterminate lottizzazioni residenziali con annesse migliaia di costruzioni per decine di migliaia di abitanti equivalenti (che poi non si sa con certezza se arriveranno...). Ma intanto è meglio ricevere gli incentivi statali o europei, versare fior fiore di oneri di urbanizzazione ai Comuni e costruire questi quartieri: e così facendo i centri storici, già vuoti, rimangono tali! Perchè succede questo? Perchè non si vuole recuperarli? Il centro storico è il cuore della città, da ogni punto di vista (storico, urbanistico, sociale), con una fisionomia ed un tessuto urbanistico unici: diciamo che è il biglietto da visita di una città! Però, i proprietari di tali stabili non hanno la forza economica per recuperarli e se ce l'hanno non hanno poi la certezza di poter rivenderli stante il valore di vendita alle stelle ormai accessibile a pochi. Allora che fare? In tal senso le amministrazioni comunali qualcosa possono fare... Semplicemente come succedeva alcuni anni fa: incentivare (o addirittura obbligare!) il recupero degli stabili del centro storico proponendo ad esempio di esentare tali interventi dal pagamento degli oneri di urbanizzazione e del costo di costruzione, esentare o alleviare il pagamento dell'I.C.I. per alcuni anni, apporre uno scontro su qualche altra tassa comunale (tassa sui rifiuti, tassa sugli accessi carrai, ecc...), accordarsi con le agenzie immobiliari per offrire gli appartamenti ristrutturati del centro storico ad un prezzo più agevolato, aiutare i proprietari a trovare dei posti auto (coperti o scoperti) nei pressi degli stabili facendoli diventare di uso esclusivo degli stessi, insomma ci sarebbero vari metodi per poter recuperare i centri storici, manca purtroppo la volontà comune. Poi, quando i centri storici avranno esaurito i loro posti, facciamo come Londra e recuperiamo le aree dismesse come ex aree industriali, vecchie stazioni ferroviarie (ce ne sono tantissime in disuso), e allo stesso tempo offrire un buon trasporto pubblico (tram, metropolitane, autobus, bike-sharing, ecc...) e mantenere (se non addirittura aumentare) le aree verdi e i servizi pubblici (scuole, biblioteche, ecc...). Per ultimo, quando tutto sarà esaurito, allora costruiremo attorno alle città: purtroppo qui in Italia il percorso è inverso.... Certo, chiedere ai Comuni italiani di rinunciare agli oneri comunali o ad altre tasse comunali è una cosa che va oltre l'immaginazione umana: sono per altro comprensibili anche i motivi per cui i Comuni non possono rinunciarvi, visto che il federalismo ha tagliato loro i proventi statali ma qui entriamo in un'altra polemica...
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domenica 9 dicembre 2007
Legambiente: ecco le "10 megalopoli a effetto serra"
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giovedì 15 novembre 2007
TORINO: un grattacielo più alto della Mole (parte 2°...)
Qualche giorno fa ho pubblicato un articolo sul futuro grattacielo che dovrebbe sorgere a Torino, allegando una foto del possibile impatto del nuovo fabbricato sullo skyline della città e riportando, tra l'altro, che probabilmente quella foto (diffusa ovunque) era un
falso. Oggi, a dovere di completamento dell'informazione, vi confermo che quella foto era davvero un falso: quella allegata qui è invece la vera prospettiva del nuovo grattacielo, fatta avere agli organi di stampa da Renzo Piano, l'architetto progettista dell'edificio. Come si nota nell'immagine lunga, il grattacielo sorgerà piuttosto lontano dalla Mole Antonelliana (simbolo di Torino), circa 2,4 km più in là, e seppur più alto di 60 metri del noto monumento torinese la sua lontananza rispetto a quest'ultimo lo farà sembrare un pò più piccolo (vedi ricostruzione grafica). Personalmente, nulla tolgo all'efficacia di queste strutture, dettate dall'esigenza di cercare spazi che nelle città non si trovano più (e quindi ci si butta in verticale) ma dettate anche da un pò di narcisismo "acchiappa-clienti" da parte delle società che poi le utilizzeranno (in questo caso la Banca Intesa-San Paolo); nulla tolgo all'efficacia energetica di certe strutture e al loro rispetto dell'ambiente; a maggior ragione sono sempre stato affascinato da tali edifici, in particolar modo dagli skyline di grandi città che hanno una concentrazione centrale di grattacieli davvero fantastica. Non condivido però, e qui ribadisco quanto detto nel mio precedente articolo, la scelta di ricorrere ai grattacieli per Torino: una città che ne ha fatto a meno fino ad oggi, può continuare a farlo! Il fatto che fino ad oggi abbia rinunciato a tali strutture dimostra la sensibilità e le politiche affrontate in questi decenni per conservare lo skyline tipico della città piemontese: ovvero una distesa di palazzi medio-bassi, con al centro la Mole Antonelliana che svetta su tutto e sullo sfondo lo scenario della catena alpina. Anche questo significa "urbanistica": costruire in maniera sensata! Perchè ora rovinare uno skyline perfetto che ha sempre conferito a Torino lo scenario di una città tranquilla, qual'è peraltro: si priverebbe la Mole Antonelliana (seppur giudicata negativamente da molti per la sua bruttezza...) di un valore che ha conservato per decenni, ovvero il punto di riferimento della città. Ecco perchè sostengo il mio personale NO al grattacielo di Torino. L'Intesa-San Paolo troverà maniere migliori per espandere la propria immagine...
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martedì 13 novembre 2007
1° CONFERENZA NAZIONALE DELLA BICICLETTA
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giovedì 1 novembre 2007
Strade: le rotatorie battono i semafori!
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4:11 PM
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martedì 16 ottobre 2007
LEGAMBIENTE: città italiane sempre più inquinate!
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venerdì 5 ottobre 2007
ROTTERDAM "Città dell'Architettura" nel 2007
E' ormai diventata una bella metropoli (oltre che un grandissimo porto) la città di ROTTERDAM, famosa in tutto il mondo per i tantissimi esempi di urbanistica ed edilizia contemporanea. Non a caso, i cittadini assicurano che proprio qui a Rotterdam fu costruito (nel lontano 1898) il primo grattacielo europeo! Per valorizzare la città, l'amministrazione locale ogni due anni dedica alla metropoli una serie di grandi iniziative: così nel 2001 è stata "Capitale Europea della Cultura", nel 2003 è stata "Città dell'Acqua" e nel 2005 è stata invece "Città dello Sport". Quest'anno invece è la "Città dell'Architettura". Si sono infatti da poco concluse le seguenti manifestazioni:- "Skyscraper Weekend" dedicato ai grattacieli della città;
- "Terza Biennale Internazionale dell'Architettura".
Ricordiamo che la città di Rotterdam fu pesantemente bombardata dalla Luftwaffe nel 1940 e solo la forte collaborazione tra l'amministrazione pubblica e i grandi architetti seppe ridare un volto nuovo alla città con un tipo di architettura che tuttora fa scuola nel mondo! Come non ammirare il quartiere Kop Van Zuid, chiamato la Manhattan sul Maas (il fiume cittadino), costruito sul vecchio porto e alla cui progettazione ha partecipato anche il nostro architetto italiano Renzo Piano. E come non restare incantati davanti al Kpn Telecom, il grattacielo inclinato sempre progettato da Renzo Piano. E come dimenticare l'Erasmus Bridge (vedi foto), il fantastico ponte ideato da Van Berkel & Bos, costruito tra il 1990 ed il 1996, lungo ben 802 metri per 139 metri d'altezza e 6800 tonnellate di peso: in città è chiamato "il cigno"per la sua forma. E ancora, si può ammirare il Fotomuseum, il Museo della Fotografia inaugurato lo scorso mese di aprile, ottenuto dal restauro di un vecchio edificio degli anni '50 al quale è stata data una forma ellittica. Infine non si possono non citare le famosissime Cube House, le case a forma di cubo ideate dall'architetto P. Blom. Immagini ed informazioni sono raccolte nell'inserto "Viaggi" di oggi del quotidiano La Repubblica. Una città che vale dunque la pena di visitare!
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martedì 25 settembre 2007
L'Europa riscopre la bici, l'Italia invece l'auto...
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