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mercoledì 26 dicembre 2012

ROTTAMI D'ALTA QUOTA

Ho trovato questa inchiesta sul mensile di Legambiente "La nuova ecologia" (http://www.lanuovaecologia.it), nel suo numero di ottobre 2012: l'articolo si intitola appunto "Rottami d'alta quota" ed è stato scritto da Davide Valeriani. Fa riferimento ad una denuncia del circolo Legambiente di Reggio Emilia (http://www.legambientereggioemilia.it/web/) per voce del suo Presidente Massimo Becchi, relativa a vari impianti sciistici di risalita abbandonati sull'Appennino reggiano. Ad esempio, in località La Romita a Civago di Villa Minozzo (RE) ci sono due impianti di risalita (con annesse stazioni ed un albergo) che salgono sulle pendici del Monte Giovarello, che purtroppo non sono più funzionanti e sono in evidente stato di abbandono: lungo il percorso ci sono i punti di attacco dei cannoni per l'innevamento artificiale (sia idrici che elettrici) mancanti di vari pezzi, mentre nei pressi dell'albergo c'è una struttura metallica aperta in cui è presente un gatto delle nevi e materiale vario (cisterne per il gasolio, attrezzature, materiali plastici e metallici). TUTTO ABBANDONATO DA ANNI! E ancora: sul Monte Ventasso nel Comune di Ramiseto (RE) ci sono due impianti di risalita con relativi macchinari anche qui in evidente stato di abbandono, mentre nell'impianto a fianco, al Lago Calamone, ci sono tralicci e strutture murarie di sostegno, anch'esse abbandonate ma mai smantellate. Alla stazione sciistica di Febbio ci sono alcune auto abbandonate dell'ex Parco regionale del Gigante (ora confluito nel Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano), mentre le strutture per la manutenzione delle piste ospitano vari materiali ammassati a cielo aperto. Addirittura nel punto di ristoro alla partenza della seggiovia Febbio 2000 ci sono ancora le bibite sigillate e le attrezzature del bar, mentre la struttura è stata trasformata in recinto per gli animali. Senza dimenticare che ci sono sparsi ovunque all'aperto bidoni per l'olio e vari materiali.
Il problema purtroppo si sta verificando in tutto l'Appennino ed anche sulle Alpi: parecchi stazioni sciistiche, un tempo affollate, ora sono abbandonate per la neve sempre più scarsa (causa del repentino cambiamento climatico che sta relegando la neve a quote sempre più alte anche d'inverno). Ci si può informare dettagliatamente al link http://tinyurl.com/vette-abbandonate. Il problema non è tanto chiedersi perchè questi impianti cadono in disuso (anche se ci sarebbe da chiedersi profondamente il perchè siano stati realizzati così facilmente...), il problema è che non vengono smantellati, con seri problemi ambientali. Infatti, la normativa dell'USTIF (Ufficio Speciale Trasporti e Impianti Fissi del Ministero dei Trasporti, http://www.mit.gov.it/mit/site.php) prevede che un impianto a fune terrestre che non ha più il nulla osta dell'Ufficio stesso, e che quindi è arrivato a fine vita, deve essere "steso a terra", quindi completamente smantellato. Ma nessuno lo fa, e qui si vede l'assena delle istituzioni. Dove sono? Perchè non intervengono? Se non lo fanno loro, come possiamo noi difendere il nostro territorio? Sarà per la mancanza di fondi, ma i fondi per la protezione ambientale di devono trovare a tutti i costi. Dice Becchi, Presidente di Legambiente Reggio Emilia, e concordo perfettamente con lui: "E' nostro dovere protestare contro queste brutture figlie, probabilmente, di politiche clientelari. Attraverso le Guardie ecologiche volontarie di Legambiente possiamo, e lo faremo, verbalizzare e denunciare per danno ambientale quanto vediamo sul territorio ed inviarlo agli organi competenti e alla Procura della Repubblica".
Ha ragione: dobbiamo far sentire la nostra voce. Anche voi, se vedete uno scempio da denunciare, un attacco al territorio o un'area naturale in pericolo, scrivete una mail (con tanto di foto) a sosnuovaecologia@lanuovaecologia.it, mentre se avete realizzato un video di denuncia su una di queste aree speditelo a web@lanuovaecologia.it. L'aiuto di tutti è fondamentale.

domenica 23 dicembre 2012

Sono rinate le CINQUE TERRE

Il mensile scientifico FOCUS (http://www.focus.it) nel suo numero 239 di settembre 2012 ha dedicato un bel articolo alla rinascita delle Cinque Terre, dopo la devastazione che le ha colpite con l'alluvione del 25 ottobre 2011. L'articolo è intitolato appunto "Sono rinate le CINQUE TERRE", a cura di Amelia Beltramini, e nello stesso vengono descritti tutti i lavori che sono stati fatti, oltre a molte foto che testimoniano la rinascita. In molti altri post di questo mio blog ho affrontato il problema della cura del territorio, per questo dell'articolo di Focus mi hanno colpito soprattutto le interviste rilasciate da vari esponenti competenti in materia che dovrebbereo servire da lezione per altri territori, ma direi per l'Italia intera, se si voglione evitare disastri simili in futuro: certamente nel caso delle Cinque Terre (e come in altre località) si sono manifestate precipitazione davvero eccezionali (anche di 500 mm d'acqua, pari a 500 litri per metro quadrato) concentrate in pochissime ore, ma certo la devastazione è figlia di ben altro.
Dice Vittorio Alessandro, commissario straordinario del Parco delle Cinque Terre (http://www.parconazionale5terre.it/): "Il parco è fortemente legato al territorio circostante: con l'alluvione è emerso chiaramente che ciò che si abbatte a valle, sulla zona abitata, è determinato dalle zone a monte. L'abbandono delle coltivazioni è legato alla fortuna turistica di queste zone, risultato di una campagna di comunicazione riuscita. Ma se manca la cura dei contenuti, con il tempo la rendita di immagine potrebbe esaurirsi. E' ora di compensare l'attività turistica con la necessaria e determinante cura del territorio".
Dice Mario Tozzi, geologo e primo ricercatore dell'Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del CNR (http://www.igag.cnr.it/): "Si può vivere alla Cinque Terre solo se si lavora incessantemente la terra, se appena un muretto spancia o cade un sasso qualcuno se ne accorge e lo ricostruisce. Le pioggerelline invernali e le rugiade primaverili non ci sono più: il regime delle piogge è cambiato, e deflagrano le bombe d'acqua che abbiamo visto a Monterosso e Vernazza, a Genova, a Roma, all'Elba e nel salernitano. Figlie del cambiamento climatico, ne vedremo sempre più spesso. Se non si vuole che tutto si ripeta bisogna ripensare l'uso del territorio, fermarne il consumo e impegnarsi nella manutenzione".
Dice Stefano Sarti, vicepresidente di Legambiente Liguria (http://www.legambienteliguria.org/): "Se non si interviene a monte facendo prevenzione, c'è il rischio che a ogni cambio di stagione le frane riprendano. Oggi boschi e campagne sono abbandonati e nessuno fa il lavoro che facevano i contadini".
Dice Benito Castiglia, comandante provinciale del Corpo Forestale di La Spezia (http://www.corpoforestale.it/): "Il legname rinvenuto nelle aree alluvionate era prevalentemente di pino marittimo e castagno", volendo dire che nella macchia mediterranea originaria il pino marittimo non c'era in quanto il bosco era composto da lecci, roverelle e carpini neri, ovvero piante molto efficienti sotto il profilo idrogeologico perchè hanno apparati radicali larghi. Gli incendi nel tempo hanno devastato tale macchia mediterranea che poi è stata sostituita (dall'uomo) con il pino marittimo in quanto è una pianta pirofila (ovvero che si riprende velocemente dopo l'incendio), senza però pensare che il suo apparato radicale non è adatto a contenere i pendii montuosi. Per non parlare di molti parassiti che nel tempo hanno intaccato i boschi a causa del loro abbandono.
Dice infine Matteo Bonamini, presidente della Cooperativa viticola di Riomaggiore, considerando che con l'alluvione sono franati i costoni ripidissimi che l'uomo negli ultimi 10 secoli aveva reso fertili terrazzandoli con i muretti a secco: "Il 95% delle fasce di Monterosso ed il 70% di quelle di Vernazza sono abbandonate. Negli anni '50 gli ettari dedicati a vigne erano 500, oggi i consorziati hanno un'età media di 72 anni. Chi coltiva oggi lo fa per tradizione e per attaccamento alla terra, ma ad ogni generazione questo attaccamento si affievolisce". E questo anche a causa dai costi sempre più elevati che fanno capire che l'agricoltura delle fasce non è redditizia.
Da tutte queste interviste si possono trarre tutti gli spunti necessari per poter invertire questa tendenza di degrado del territorio che sta attanagliando tutto il nostro paese, con tutte le conseguenze del caso (morti, devastazioni, miliardi di euro in riprazioni, ecc...). Possibile che non si riesca ad attuare? Anche qui le forze politiche dovrebbero fare ogni sforzo necessario per tutelare il territorio: saranno in grado di farlo?

martedì 12 aprile 2011

SALVIAMO LE CITTA: il decalogo di Italia Nostra

Lo scorso 6 aprile si è tenuto a Roma presso la Sala dei Dioscuri in via Piacenza 1 un convegno intitolato "La città venduta. Vent'anni di urbanistica contrattata": il convegno è stato organizzato dall'associazione Italia Nostra (http://www.italianostra.org) ed è stato aperto da una relazione di Pier Luigi Cervellati intitolata "L'Aquila come caso emblematico".
Il tema del convegno è stata la cementificazione spropositata che ha interessato l'Italia negli ultimi anni. Ecco alcuni dati: ogni anno nelle sole città italiane si costruiscono mediamente 273 milioni di metri cubi di edifici, di cui l'80% sono nuove costruzioni, mentre dal 1995 al 2007 i Comuni italiani hanno autorizzato 3,4 miliardi di metri cubi di edifici (senza quindi contare le opere abusive...). Invece di recuperare l'esistente, si costruisce sempre il nuovo, sottraendo sempre più terreni liberi al territorio: pensate che le case vuote sono ben 245.000 solo a Roma, mentre sono 81.000 a Milano e 98.000 a Napoli, e le previsioni non sono confortanti (70 milioni i metri cubi costruibili a Roma col nuovo Piano Regolatore e 35 milioni quelli costruibili a Milano in base al nuovo Piano di Governo). Inquietante... A proposito, è uscito un libro-inchiesta di Salvatore Settis intitolato "Paesaggio, costituzione, cemento": sconvolgente!
Italia Nostra al convegno ha presentato un decalogo, redatto da Pier Luigi Cervellati, Vezio De Lucia e Maria Pia Guermandi, che riassume i principi cui deve ispirarsi una corretta urbanistica. Ecco i punti del decalogo:
  1. la città è un bene comune e deve garantire gli interessi collettivi;
  2. moratoria generalizzata sulle nuove urbanizzazioni per rigenerare città e campagne;
  3. ripristino della legalità: no ai condoni, no ai piani casa;
  4. no a strumenti che vanificano la pianificazione ed esclusione dell’iniziativa privata;
  5. ripristino della destinazione originaria degli oneri di urbanizzazione;
  6. rilancio della pianificazione paesaggistica;
  7. riaffermazione della tutela dell’identità culturale e dell’intergrità fisica;
  8. recupero delle immense periferie degradate cresciute negli ultimi decenni;
  9. mobilità sostenibile ed integrata: incentivazione del trasporto pubblico;
  10. partecipazione di cittadini ed associazioni alle scelte urbanistiche.
Un decalogo molto importante: consiglio a tutti gli Amministratori Comunali italiani di portarlo in Consiglio Comunale, discuterne ed adottarlo per inserirlo nei programmi di sviluppo urbanistico del Comune. E se siete semplici cittadini, fate avere questo decalogo al Vostro Comune, partecipate ai Consigli Comunali e fate sentire la Vostra voce. Diffondete questo decalogo, organizzate banchetti in piazza o associazioni in difesa delle Vostre città, perchè il Vostro Comune possa recepire questo decalogo: ricordate che siamo noi CITTADINI che decidiamo cosa fare del nostro territorio, gli Amministratori vengono solo eletti in nostra rappresentanza e quindi devono rispettare la volontà della popolazione.

domenica 17 ottobre 2010

Come il CEMENTO aasedia il paesaggio!

Un dossier di Legambiente (http://www.legambiente.eu) riporta dati allarmanti sulla cementificazione in Italia: dal 1995 al 2009 sono state costruite ben 4 milioni di abitazioni, per un totale di 3 miliardi di metri cubi di cemento (sono i dati forniti dall'ISTAT, assolutamente reali visto che ogni intervento edilizio comporta la compilazione di un modulo da inviare appunto all'ISTAT), il che corrisponde a 500 kmq di suolo mangiato in media ogni anno dal cemento (ah, senza calcolare i capannoni...), mentre oggi il consumo di suolo è pari al 7.1% della superficie totale. Bene (anzi, male!): dal 1995 al 2009 la popolazione italiana non è certo aumentata, anzi è rimastra pressochè stabile. E infatti, oggi sono oltre un milione le case vuote nelle soli grandi città, mentre sono aumentate le periferie dequalificate e si contano ancora oltre 110.000 famiglie che negli ultimi due anni sono state sfrattate.
Ho già dedicato numerosi post all'argomento, quindi scusatemi se mi ripeto: per anni si è costruito alla grande senza motivo, solo per sostenere l'economia (che si poteva sostenere in ben altre maniere), in nome del solo profitto economico. Da una parte i costruttori avidi, dall'altra le amministrazioni comunali "costrette" dagli tagli statali ad approvare sempre più lottizzazioni per incassare oneri di urbanizzaione e poi costo di costruzione dai nuovi edifici. Del territorio non gliene frega niete a nessuno: poi però ci stupiamo se ad ogni evento meteorologico intenso succede qualche alluvione o frana che comporta la perdita di vittime umane e danni inestimabili perchè colpiscono zone ad alto rischio idrogeologico (si costruisce in aree dissestate, si condonano opere abusive in aree non adeguate, non si rimboscano i pendii montani incendiati, non si fa manutenzione idraulica, si tombinano fossati, si riduce il terreno permeabile). Al contempo, la costruzione delle nuove lottizzazioni nelle periferie comporta l'abbandono dei centri storici, che pian piano stanno morendo: perchè non riqualificare questi centri storici? Perchè non incentivare il recupero dell'edilizia esistente? Non lo si fa perchè dagli interventi di recupero i Comuni non incassano soldi, e di soldi ne hanno bsogno perchè lo Stato (anzi, il governo Berlusconi) ha tolto l'ICI e non li finanzia più (lo stesso Stato che non taglia sulle Province, non taglia sui costi del Parlamento, spenderà miliardi di euro sulle centrali nucleari, non fa lotta alla corruzione e all'evasione fiscale...).
Legambiente suggerisce infatti un (urgente) approccio nuovo sulle questioni edilizie ed abitative, sostituendo il modello di sviluppo centrato sul mattone con un modello attento all'innovazione energetica e tecnologica che punti al recupero del patrimonio edilizio, fermando così il consumo di suolo naturale e rispondendo lo stesso alla domanda abitiva.
Proprio a proposito della cementificazione sfrenata, pochi giorni fa sul quotidiano la Repubblica è stata pubblicata una lettera di un lettore, indirizzata a Corrado Augias, nella quale lamentava il fatto che il sindaco (di sinistra) della sua città (Camogli), in merito al piccolo giardino di fronte al Teatro Sociale acquistato dal Comune e ceduto ad un privato per farlo cementificare, ha fatto affliggere il seguente manifesto: "Invece di caricare alla comunità i costi della perenne manutenzione del verde si avrebbe la disponibilità di locali riunione più 400.000 euro"!! Sconvolgente: il verde è già poco e, pur di non mantenerlo, lo si cementifica!!! Certo, forse i Sindaci sono arrivati a questo punto per l'incapacità dello Stato a risolvere certi problemi: il governo (soprattutto quello attuale) è più attento alla propaganda elettorale che ad altro... Augias risponde con dati altrettanto sconvolgenti: negli ultimi 10 anni nella sola Campania sono state realizzate 60.000 case abusive, mentre ad Ischia sono stati realizzati 120.000 vani abusivi su una popolazione di 60.000 abitanti!!! 5.500 Comuni italiani (su un totale di 8.094) sono a rischio idrogeologico: in 50 anni ci sono state 470.000 frane con 3.500 morti!!! Che commento dovrei aggiungere oltre a quanto già detto? Non ho più parole: se ne riparlerà alla prossima vita umana spezzata da un alluvione o da una frana.

lunedì 20 settembre 2010

Cinque Terre sepolte dalla plastica!!!

L'esempio più eclatante della maleducazione del popolo italiano e del suo scarso interesse per la protezione dell'ambiente arriva dalle meravigliose Cinque Terre (in provincia di La Spezia, http://www.cinqueterre.it): l'abbandono delle bottigliette di plastica all'interno del Parco Nazionale delle Cinque Terre!! L'allarme è stato lanciato dal presidente del parco (http://www.parconazionale5terre.it), Franco Bonanini, secondo il quale ogni anno ben 2 milioni di bottigliette di plastica vengono abbandonate dai turisti tra i sentieri e gli scogli del parco (e naturalmente ciò avviene in pochi mesi, durante l'estate). Per correre ai ripari, il presidente del parco ha lanciato una nuova iniziativa: ha acquistato migliaia di borracce di alluminio, della capacità di un litro e con il logo del parco, che verranno distribuite ai turisti del parco al costo di un euro l'una. Non so come funzioni esattamente questa inizitiva ma penso che, come un turista abbandona una bottiglia di plastica, possa abbandonare anche la borraccia di alluminio: spero quindi che sia prevista una multa salata per coloro che, al ritorno dall'itinerario all'interno del parco, non abbiano più la borraccia acquistata all'ingresso. Se così fosse sarebbe un'ottima iniziativa.
Di certo si tratta di un problema enorme quello dell'abbandono dei rifiuti (anzi, qualsiasi tipo di rifiuto): azioni del tipo tipo lanciare dal finestrino dell'auto ogni tipo di rifiuto (bottigliette, pacchetti di sigarette, ecc...) o portare rifiuti ingombranti nelle piazzole delle strade o lungo i fossi sono azioni inqualificabili sia da un punto di vista etico che da un punto di vista ambientale. Nell'italiano (inteso come abitante) manca la coscienza ambientale: coscienza ambientale che dovrebbe essere insegnata a scuola, e non solo nel periodo delle elementari, ma in tutte le scuole di ogni ordine e grado (assieme naturalmente all'educazione civica). Io stesso, quando vado a camminare in campagna, rabbrividisco nel trovare abbandonati rifiuti di ogni tipo, quando nella zona dove abito viene effettuata (da anni) la raccolta differenziata "porta a porta" di ogni tipo di rifiuto, anche ingombrante (e gratis!).
Solo partendo da un insegnamento scolastico si può pensare di poter avere una generazione futura finalmente diversa dalla nostra, molto più rispettosa dell'ambiente e degli altri: ne va anche della nostra stessa salute. Continuo a non capacitarmi come possano, a distanza di anni, molti miei coetanei (30-35 anni) a non saper effettuare una elementare raccolta differenziata: tanto per intenderci, non riescono ancora a separare la carta dalla plastica, o il rifiuto secco dall'umido. E, quello che è ancora più grave, ignorano a cosa serva la raccolta differenziata (il pensiero comune è che poi tutto venga mescolato...). Sono allibito: in questo la scuola dovrebbe insegnare molto ma molto di più. Almeno quell'educazione civica che a me personalmente non è mai stata insegnata (purtroppo) quando ero a scuola, ma che per mia fortuna sono riuscito comunque ad imparare. Sentissi almeno una volta la Gelmini pronunciarsi in questo...

venerdì 16 luglio 2010

Ecomostri e dintorni

Oliviero Toscani (noto fotografo) e Salvatore Settis (direttore della Normale di Pisa) hanno promosso un appello da diffondere ai giovani, alle scuole, agli ambientalisti ed anche agli appassionati di fotografia. L'appello è: “Fate un clic contro il degrado urbano, gli scempi edilizi e e le brutture delle nostre città”. Il progetto si chiama “Nuovo paesaggio italiano” e consiste nel raccogliere foto di coloro che vorranno documentare il degrado urbanistico e paesaggistico della propria zona.
Tutte le foto saranno raccolte nell'archivio Toscani e verranno esposte in mostre organizzate nelle principali città italiane. Per informazioni andate al sito http://www.nuovopaesaggioitaliano.it
Anche così si riuscirà a denunciare quegli ecomostri e quelle brutture che molti amministratori non vogliono vedere: avete quindi la possibilità di diventare relatori denunciando l'urbanizzazione selvaggia e l'abusiva, per combattere la speculazione edilizia e contribuire alla difesa del nostro fragile territorio. Facendo sentire la propria voce, gli amministratori non potranno restare indifferenti.
Certo non sarà semplice: soprattutto quando succedono cose che ti lasciano a bocca aperta, come questa che ora vi espongo. È il caso dell'ecomostro di Alimuri, sulla penisola sorrentina, in Campania (c'è un blog apposta su questo ecomostro, ovvero http://blog.verdenero.it/tag/ecomostro-alimuri/). Cosa è successo? E' successo che tre anni fa è stato siglato un accordo tra l'allora ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli con la Regione Campania, col Comune di Vico Equense e con la Sa.An. (proprietaria dell'ecomostro), in base al quale l'edificio doveva essere demolito entro il 31 ottobre 2007 ma con la possibilità per la stessa società proprietaria di costruire un altro albergo della stessa volumetria di quella demolita in un'altra parte del Comune di Vico Equense (volume di circa 18.000 mc). E con la metà del costo di demolizione accollato (per metà ciascuno) tra il Ministero e la Regione. Già allora però qualcosa sapeva di bruciato, si voleva evidentemente non danneggiare la proprietà (nella società proprietaria figurava Anna Normale, moglie di Andrea Cozzolino, allora assessore regionale del PD ed oggi eurodeputato....). Il solito impasto italiano... Ed oggi? Sono passati tre anni e l'ecomostro è ancora lì! Antonio Palagiano dell'Italia dei Valori ha chiesto un'interrogazione parlamentare ai ministri dell'Ambiente e dei Beni Culturali per sapere quale siano le loro iniziative per garantire la demolizione dell'ecomostro: ma ho paura che l'ecomostro resterà lì....

lunedì 7 giugno 2010

ECOMAFIA in Veneto: sempre peggio!

In questi giorni Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) ha diffuso un comunicato stampa intitolato "ECOMAFIA 2010. L’UNICO BUSINESS IMMUNE ALLA CRISI: BILANCI SEMPRE POSITIVI E AMPLIAMENTO DEI FLUSSI SULLE ROTTE GLOBALI - RIFIUTI E CEMENTO I SETTORI AL TOP - CRESCONO I REATI NEL VENETO IN MATERIA DI RIFIUTI E IL RISCHIO RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO NELLE GRANDI OPERE". In quanto io residente nel territorio veneto, Vi riporto integralmente l'allarmante comunicato stampa.

Aumentano gli arresti (+ 43%, da 221 nel 2008 agli attuali 316) e gli illeciti accertati (28.576 oggi, 25.776 lo scorso anno) pari a 78 reati al giorno, cioè più di 3 l’ora. Aumentano del 33,4% le persone denunciate (da 21.336 a 28.472) e dell’11% i sequestri effettuati (da 9.676 a 10.737). Nello specifico, si registra una decisa impennata di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti (da 3.911 nel 2008 a 5.217 nel 2009), e un leggero calo nel ciclo del cemento (da 7.499 a 7.463), crescono i reati contro la fauna (+58% ) e i diversi reati contro l’ambiente marino e costiero. Stabile l’immenso giro d’affari, anche quest’anno, nonostante l’inasprirsi della crisi economica, pari a 20,5 miliardi di euro.
Nella classifica sull’illegalità ambientale del 2009, il Lazio sale al secondo posto (era al quinto nel 2008), soprattutto per i reati contro il patrimonio faunistico, mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, in particolare nel Sud pontino, con Latina che si attesta addirittura al terzo posto nella classifica provinciale del ciclo del cemento in Italia. Al primo posto stabile la Campania con 4.874 infrazioni accertate (il 17% sul totale nazionale). Al terzo posto la Calabria , con 2.898 infrazioni seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia , al quinto posto con 2.520 infrazioni accertate, mentre la Liguria si conferma come lo scorso anno, quale prima regione del Nord Italia con il maggior numero di reati: 1.231. Il Veneto è in 11^ posizione con 777 reati.
Con oltre 20,5 miliardi di euro di fatturato, l’ecomafia si conferma come una holding solida e potente. Eppure, la stima del fatturato globale dell’ecomafia risente quest’anno della mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra. Circostanza che ci impedisce di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro illegale dei trafficanti di monnezza, trasformandosi in moneta sonante.. Grazie all’abusivismo edilizio, la somma in nero accumulata, si conferma in 2 miliardi. Un dato che rispecchia un andamento sostanzialmente stabile del fenomeno che, se letto alla luce della grave crisi economica in atto e del conseguente calo di costruzioni legali, dimostra tutta la sua gravità. Idem per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione (Lav), si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti.
Nel ciclo dei rifiuti si è registrato un significativo aumento delle infrazioni accertate: 5.217 nel 2009, erano 3.911 nel 2008, con un incremento del 33,4%, ma anche delle denunce (6.249, erano 4.591 l’anno precedente), e degli arresti: 2.429 a fronte dei 2.406 del 2008. La Campania si conferma in testa alla classifica con 810 reati accertati (15,5% del totale nazionale), seguita da Puglia (735 infrazioni), Calabria (386), Sicilia (364) e Toscana (327). Prima regione del Nord è il Piemonte, ottava, con 270 reati. A seguire il Veneto che nel 2009 ha registrato un incremento considerevole di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti, 243 (erano 164 nel 2008), il 4,7% sul totale nazionale, numero che spinge il Veneto al nono posto nella classifica per reati accertati su scala regionale. Crescono pure le persone denunciate, 314 (erano 242 nel 2008), e soprattutto gli arresti, ben 19, mentre diminuiscono i sequestri che passano da 105 a 70. Passando ai fatti di cronaca, due elementi emergono su tutto: primo, il ruolo da protagonista assunto dal Veneto nei traffici internazionali di rifiuti; secondo, un’impressionante mole di amianto trafficato e gestito nella regione in maniera criminale: una fibra killer che secondo gli ultimi dati dell’Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza del lavoro) ucciderebbe in Italia circa 4 mila persone ogni anno.
Il porto di Venezia si rivela, dunque, ancora una volta la testa di ponte di traffici illeciti di rifiuti destinati in Estremo Oriente. Il 24 giugno scorso i Carabinieri del Noe di Venezia, coordinati dalla procura di Padova, sono protagonisti dell’operazione “Serenissima”: rifiuti spacciati per materia prima seconda e spediti nella Repubblica popolare cinese. Sostanze tossiche e pericolose per la salute umana fatte circolare con documenti falsi, come fossero normali merci o rifiuti “recuperati”, ossia previamente trattati. Con il risultato di 2 ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni a carico del titolare e dei dipendenti di un’azienda dedita alla gestione di rifiuti, attiva nelle province di Padova e Rovigo. Le ipotesi di reato contestate ai due arrestati, e ad altre undici persone denunciate, sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e falso documentale. I militari hanno contabilizzato, dall’avvio dell’indagine nel 2005, il trattamento di oltre 230 mila tonnellate di rifiuti tossici che partivano dai porti di Venezia, Genova e Ravenna e destinati alla Cina. Il sospetto degli investigatori è che i rifiuti, per lo più carta e plastica contaminata con inquinanti velenosi di diversa natura, venissero utilizzati per produrre manufatti d’ogni tipo, poi venduti in Italia e Europa. Con evidenti rischi di tossicità per gli ignari futuri consumatori. Una storia già vista diverse volte. Il valore dei beni sequestrati ammonta a 60 milioni di euro, mentre l’illecito volume d’affari è stimato in circa 6 milioni di euro.
Il primo dato da segnalare per il ciclo del cemento è quello relativo al mancato ridimensionamento del fenomeno dell’abusivismo a causa della crisi economica. Secondo le stime Cresme Consulting, se il settore legale delle costruzioni ha vissuto un sostanzioso calo delle abitazioni ultimate (dalle 316mila del 2008 alle 280mila del 2009), la parte illegale ha visto una diminuzione di sole mille abitazioni, passando da 28mila abitazioni abusive del 2008 alle attuali 27mila. Come dire che i tracciati dell’industria delle costruzioni legale e di quella illegale sono ampiamente separati e vivono di vita propria. L’abusivismo organizzato opera in nero in tutta la sua filiera (acquisto materiali, manodopera, utilizzazione del bene ecc.), selezionando le occasioni migliori e a maggior valore aggiunto quali ville costiere, cascine in aree naturalisticamente pregiate, ecc. Nel complesso, 7.463 sono state le infrazioni accertate (erano 7.499 nel 2008), 9.784 le denunce (erano 9.986 nel 2008) e 2.832 sequestri (2.644 nel 2008). Più che triplicato, invece, il numero degli arresti, che raggiunge quota 13 (erano solo 3 nel 2008). Come ogni anno la Campania si conferma al primo posto con 1.179 reati accertati, il 15,8% sul totale nazionale. Al secondo posto la Calabria (con 905 reati, il 12,1% sul totale), al terzo posto il Lazio con 881 reati accertati (l’11,8% sul totale), mentre la prima regione del Nord è la Liguria con 301 infrazioni, il 4% sul totale nazionale.
Nel Veneto che si classifica al 13° posto le infrazioni accertate dalle forze dell’ordine nel 2009 sono 183 (erano 228 nel 2008), che significa il 2% sul totale nazionale. Stesso discorso vale per le persone denunciate, 241 (erano 319 nel 2008), e per i sequestri 44 (erano 79 nel 2008).
Dai numeri alle inchieste sul ciclo illegale del cemento, il 29 ottobre arriva la decisione del giudice per le udienze preliminari della procura di Vicenza, Stefano Furlani, che rinvia a giudizio 54 indagati per presunte gare d’appalto pilotate: 19 accusati di avere promosso e partecipato a un’associazione per delinquere finalizzata alla spartizione degli appalti pubblici per strade e rotatorie; 35 per turbativa d’asta. Viene così confermato l’impianto accusatorio disegnato dal procuratore Salvarani, in base alle risultanze investigative raccolte dalla Guardia di finanza. Accuse imperniate sulla gestione “drogata” di decine di gare pubbliche nel settore viario tra il Vicentino e il Nord-est – tra il 2006 e 2007 –, mediante la formazione dei cosiddetti “cartelli” composti da numerose imprese per concordare i ribassi. L’inchiesta è nata da un’altra indagine denominata “Mala Condicio”, avviata nel marzo 2006 dalla Polizia tributaria di Vicenza e Venezia, cha ha tratto spunto dalla denuncia dell’imprenditore Isnardo Carta. Questi, infatti, aveva segnalato accordi sottobanco tra le stesse imprese per l’assegnazione degli appalti per opere pubbliche in Veneto. Il 10 marzo scorso arrivano dalla procura di Vicenza altri 38 rinvii a giudizio per un secondo filone dell’inchiesta sulle gare pubbliche truccate (la stessa che a ottobre aveva portato al rinvio per 54 persone).
Ancora una volta l’ipotesi di accusa è di associazione per delinquere e turbativa d’asta nei confronti di impresari e dipendenti che avrebbero cercato di pilotare numerose gare pubbliche tra Vicenza e il Nord Italia. La vicenda è stata ribattezzata dai cronisti locali “Appaltopoli 2”. Secondo la procura, gli indagati avrebbero pilotato le aggiudicazioni di appalti nel settore viario con una presunta associazione per delinquere facente capo a due promotori, un impresario di Longare, e al loro addetto all’ufficio gare. La tesi degli avvocati difensori – così come si legge sui giornali locali – è che in base alla teoria dei giochi e alla statistica era molto difficile condizionare l’aggiudicazione delle gare. Addirittura ci sarebbe un calcolo che parla di meno dell’1% delle probabilità considerando il numero delle ditte che partecipavano. Di parere contrario, ovviamente, gli investigatori. Infatti, le intercettazioni telefoniche hanno messo a nudo contatti che secondo la procura sono illeciti perché servivano a concordate le offerte.
Altro capitolo inquietante, quello del calcestruzzo depotenziato. Strade, ponti, viadotti, ferrovie, gallerie, case, centri commerciali e perfino scuole, ospedali e commissariati. Tutti a rischio crollo perché tirati su con cemento di pessima qualità. Un business molto redditizio per i clan che praticamente controllano tutto il ciclo del cemento del Paese e per questo si aggiudicano appalti nazionali e locali per costruire opere pubbliche e private. Dopo le “bolle” false che accompagnano i rifiuti, ecco spuntare un altro documento tra i più utilizzati dalle aziende criminali, le “ricette di produzione” taroccate del calcestruzzo utilizzate per gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, l’ormai famoso Ospedale San Giovanni di Dio ad Agrigento e perfino per il Commissariato di Polizia di Catelvetrano (Tp); per il Palazzo di giustizia e la diga foranea di Gela, la piattaforma di emergenza dell’ospedale di Caltanissetta e lo svincolo di Castelbuono dell’autostrada Palermo-Messina. Ma il fenomeno del cemento depotenziato si estende a molte altre regioni: le scuole Maresca di Locri e quella di Tropea in Calabria; il viadotto Fallaco-Corace, nel cavalcavia della nuovissima ferrovia Catanzaro-Lamezia; in Molise per la variante Anas di Venafro, primo lotto della Termoli-San Vittore; nel vicentino nei lotti 9 e 14 dell’autostrada A31 Valdastico e poi per i lavori sull’autostrada A3 . In Campania la camorra impone materiale scadente e rifornisce multinazionali che costruiscono parcheggi e imprese impegnate nella costruzione di case abusive sulla collina di Camaldoli. E purtroppo ci potrebbe essere una brutta storia di calcestruzzo depotenziato anche dietro al crollo della casa dello studente dell’Aquila.
Ma la mafia ha scoperto da tempo un altro modo per fare ottimi guadagni nel ramo del commercio: aprire direttamente i propri negozi, supermarket e grandi centri . Un ottimo metodo per riciclare soldi, ma anche per esercitare il controllo sociale attraverso la gestione degli appalti, delle forniture e dei posti di lavoro. Si tratta di colate di cemento senza limiti su ampie superfici agricole a suon di varianti urbanistiche a favore delle lottizzazioni commerciali. Si fanno così nuove infrastrutture stradali e parcheggi per migliaia di automobili a uso esclusivo del polo commerciale. Svincoli e complanari che si accolla direttamente il comune o che la società costruttrice realizza deducendo i costi dagli oneri di urbanizzazione che, in ogni caso, vengono pagati con denaro pubblico. In aggiunta, spesso i progetti prevedono la realizzazione di volumetrie destinate a servizi di altro genere, come cinema multisala, palestre, grandi negozi monomarca, alberghi, centri benessere e centri conferenze: una manna per chi lavora nel settore edilizio, legale ma anche mafioso. A fine 2008 solo in Sicilia risultavano circa 100 autorizzazioni per nuove strutture commerciali, e se oggi in Italia la partita più grossa è quella che vede al centro Cosa nostra, c’è anche l’interesse della ‘ndrangheta nei poli commerciali calabresi, così come lo storico monopolio del movimento terra e la forte presenza nei cantieri delle grandi opere in Lombardia. E c’è il controllo della camorra sui supermercati della Campania e quello sui negozi della capitale.
“L’azione di contrasto messa in campo dalle Forze dell’ordine – dichiara Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto - deve essere sostenuta concretamente dal Governo con la disposizioni di nuovi efficaci strumenti. Introducendo finalmente (entro la fine del 2010) i delitti contro l’ambiente nel Codice Penale e consentendo l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini, ma anche mettendo mano alle situazioni di pericolo più grave, quali le aree inquinate da bonificare e gli edifici e le opere pubbliche a rischio calcestruzzo depotenziato da monitorare e mettere subito in sicurezza”.
Beh, che dire di più...

sabato 30 gennaio 2010

ABUSIVISMO EDILIZIO E IPOCRISIA...

Proprio in questi giorni ad Ischia si sono verificati violenti scontri tra alcuni abitanti del luogo e i poliziotti mandati per consentire la demolizione di una villetta abusiva. Infatti, un provvedimento firmato dai pm Antonio D’Alessio e Aldo De Chiara previsto la demolizione di un edificio abusivo ad un solo piano, di 70 mq: all’arrivo della ruspa alcuni abitanti del posto sono insorti contro la demolizione e ne è scaturita una manifestazione violenta in cui sono rimasti feriti alcuni poliziotti mandati sul posto per consentire la demolizione. Una signora del luogo, intervistata da un TG nazionale, afferma che la colpa di questo è delle istituzioni che negli anni non ha permesso di costruire in certi luoghi. Sì, avete letto bene: i residenti hanno costruito perché nel tempo le istituzioni hanno sempre vietato a loro di costruire e loro avevano bisogno di costruire! INCREDIBILE!!! Poi però viene giù una frana, come successo poche settimane fa, investe questi edifici, ci scappa il morto e poi si pretende che lo Stato paghi. Eh no cari miei, qui non ci siamo proprio.
Certamente lo Stato ha le sue colpe profonde quando non destina denaro pubblico a sufficienza per la difesa del territorio e quindi per mettere in sicurezza alcuni luoghi, ed hanno le loro colpe anche le istituzioni (dallo Stato al Comune) quando non viene attuata una vera politica urbanistica, quando si permette di costruire legalmente su terreni dove non si potrebbe, quando manca un’attività di sorveglianza e di controllo per impedire che le opere abusive arrivino a compimento. Ma non dobbiamo però dimenticare le colpe dei cittadini: è il cittadino incoerente che si ostina a voler costruire su zone dove è vietata la costruzione, su terreni dissestati, sui letti dei fiumi, nei pendii fragili: poi però ci si lamenta se una frana distrugge la propria abitazione e ci scappa il morto.
Una politica di salvaguardia del cittadino e del territorio va fatta e condotta da ambo le parti, dalle istituzioni e dai cittadini, altrimenti se lo fa una sola parte non se ne verrà mai fuori. Ci sono ad Ischia centinaia di case abusive, ed è ora di demolirle (e così si dovrà fare in tutta Italia): si devono demolire per evitare il degrado completo del territorio, si devono demolire per garantire la sicurezza delle altre costruzioni limitrofe, si devono demolire per la semplice incolumità di che le abita. Lo Stato deve garantire l’incolumità dei suoi cittadini: altrimenti facciamo un accordo, ovvero voi residenti rimanete nelle vostre case abusive ma alla prossima frana silenzio e non pretendere un solo centesimo di euro per la ricostruzione!
È arrivato il momento di fare il pugno duro. Ha ragione l’assessore regionale campano all’Urbanistica Gabriella Cundari quando sostiene che “il continuo ricorso da parte del governo alla procedura del condono ha abituato la gente a costruire in modo abusivo con la certezza che dopo pochi anni sarebbe giunta la norma risanatrice”. Parole sante!!! E come risponde il governo? Al Senato è stato fatto in questi giorni un emendamento al decreto Milleproroghe (firmato dai pidiellini Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli, ma appoggiato anche da alcuni esponenti PD…) il quale vorrebbe riaprire il condono edilizio fino al 31 dicembre 2010 per poter condonare gli abusi realizzati fino al 31 marzo 2003 anche su beni ambientali e paesaggistici, in barba ad ogni norma possibile!!! SCELLERATI. Lo ricordate Berlusconi nell’ultima campagna elettorale per le politiche 2008? “Mai più nessun condono edilizio” disse. Eh sì… Già il “Piano casa”, voglio dire… non è stato un gran atto per il nostro territorio, visto che si può costruire in deroga alle normative vigenti: se ora passasse anche il nuovo condono…
Le colpe sono di tutti, amministrazioni e cittadini, ma basta essere incoerenti: i Comuni tornino (o meglio dire, comincino) a fare una seria politica di controllo del territorio (un edificio abusivo non si fa in una settimana, possibile che edifici enormi non vengano visti durante la loro costruzione?), ma allo stesso tempo i cittadini si rendano consapevoli che se in un luogo non si può costruire un motivo c’è e va rispettato. Ed ora avanti con le demolizioni!

sabato 16 febbraio 2008

ARGENTARIO: lotta dura contro l'abusivismo edilizio!

Siamo in una delle zone marine più belle della Toscana (e dell’Italia intera): il promontorio dell’Argentario. Un territorio che, come tantissimi altri nel nostro paese, è stato deturpato dall’abusivismo edilizio nel corso degli ultimi decenni, abusivismo senza freno che ha spinto le autorità a pensare a qualcosa di duro per poterlo contrastare, visto che spesso il fenomeno ha interessato zone paesaggistiche vincolate.
L’abusivismo è senza ombra di dubbio una piaga tremenda del nostro paese, tanto che ha trasformato il nostro territorio (già instabile) deturpandolo in vari suoi punti: un abusivismo che certamente ha trovato terreno fertile negli orribili condoni edilizi che, a cadenza più o meno regolare nel tempo, si sono alternati nel corso degli ultimi 20 anni (l’ultimo nel 2004 sotto il Governo Berlusconi, il quale fece anche il condono fiscale, il condono tombale...); questo ha spinto la gente ha costruire sempre di più e ovunque (tanto poi si condona!), anche perché quasi sempre mancano i controlli da parte delle amministrazioni locali (com’è possibile che un Comune non si accorga della costruzione di un edificio?). Tutto questo ha dunque comportato la distruzione di molte parti del territorio italiano.
Ora però arriva la linea dura messa in atto nell’Argentario contro le opere abusive (negli ultimi 30 anni vi sono state presentate ben 7.000 richieste di condono edilizio!): la procura di Grosseto ha ottenuto dal Gip la misura durissima del divieto di dimora a coloro che abitano in edifici abusivi! Si tratta di edifici completamente abusivi (ville, case di villeggiatura, ecc…) o di porzioni abusive di edifici (soprattutto piscine, che stanno nascendo irregolarmente ovunque creando uno spreco enorme di acqua che ormai comincia a scarseggiare anche all’Argentario, e che per individuarle sono state scattate fotografie aeree). Sono vari i casi che stanno venendo alla luce in questo angolo di Toscana: ne stanno pagando le spese non solo i proprietari di questi edifici abusivi, ma anche i costruttori (che, prima di iniziare i lavori, dovrebbero accertare se si tratta di opera autorizzata dal Comune oppure abusiva, e in quest’ultimo caso dovrebbero rifiutare l’appalto), i direttori dei lavori (che spesso accertano il falso), le amministrazioni comunali con i loro mancati controlli (sia durante la realizzazione dell’opera, sia durante il rilascio delle agibilità, sia infine per un continuo controllo del territorio). In appena una settimana i carabinieri della Compagnia di Orbetello (Argentario) hanno sequestrato appartamenti e ville per un valore di oltre 8 milioni di euro!!! Nel frattempo, le oltre 7.000 richieste di condono edilizio giacciono ferme negli uffici comunali in quanto i tecnici non hanno il tempo di poterle visionare (e nel frattempo si aggiungono altre opere abusive…): ma la procura di Grosseto ha un altro sospetto, ovvero che amministrazioni e funzionari abbiano in questi anni favorito gli abusi magari anche guadagnandoci sopra con strani giri di tangenti…, tanto che lo scorso novembre 2007 undici tra funzionari, ex-assessori e professionisti sono finiti sotto inchiesta per abuso d’ufficio e corruzione.
La lotta contro l’abusivismo è ora favorita dal “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, approvato nel 2004 e modificato alla fine dello scorso anno dal ministro Rutelli, con inasprimento delle pene per abusi paesaggistici: prima dell’entrata in vigore di questo Codice gli abusi edilizi in zone paesaggistiche vincolate erano considerati delle semplici contravvenzioni, mentre ora sono considerati dei veri e propri delitti puniti con la reclusione da 1 a 4 anni. Ecco perché ora si sta ricorrendo alla misura durissima di divieto di dimora a coloro che risiedono in edifici abusivi: già una cosa simile era stata applicata nel 2003 dalla Cassazione per un caso di palazzinari recidivi a Napoli.
Sarà certo una misura durissima, ma era necessaria per tentare di bloccare questa ventata di abusivismo edilizio e che spero venga applicata in tutte le aree paesaggistiche vincolate: è ora di dare un segnale forte, questi edifici abusivi non devono essere condonati ma vanno demoliti, e allo stesso tempo si devono condannare con pene esemplari anche coloro che hanno portato a queste costruzioni abusive come i funzionari comunali o i professionisti che li hanno coperti. Il nostro territorio deve essere tutelato: deve essere tutelato per l’armonia del nostro paesaggio ma anche, e soprattutto, per preservarlo dall’inquinamento (gli edifici abusivi comportano scarichi abusivi, rifiuti non denunciati, ecc..), dalla cementificazione selvaggia (gli edifici abusivi occupano suolo impedendo all’acqua piovana di penetrare nel terreno, aumentando così gli episodi alluvionali), dal dissesto geologico (gli edifici abusivi comportano scavi che destabilizzano i suoli con conseguente pericolo di frane), dal disboscamento (gli edifici abusivi comportano eliminazioni di vaste aree alberate, con stravolgimento degli ecosistemi e con inaridimento del suolo): quindi, vedete quanti pericoli possono comportare queste costruzioni abusive. Ma scusate, altrimenti che ci stanno a fare i “Piani Regolatori Comunali” (o i P.A.T., ove sono già stati approvati)?
Continuo tuttavia a ribadire il mio dubbio alla lotta all’abusivismo edilizio nei prossimi anni, stante il possibile (e quasi certo) ritorno al governo del centro-destra (anzi solo destra) di Berlusconi, fautore di vari condoni (tra i quali anche quello edilizio), e lo dico dopo aver sentito lo stesso Berlusconi (durante la puntata di martedì 12 febbraio 2008 di “Porta a Porta” su RAI1) ribadire senza nessun problema che i condoni alla fine non sono poi così male. E ci risiamo…

domenica 10 febbraio 2008

PAESAGGIO: astuzie per farsi del male!

Ormai sono numerosi i post che ho realizzato finora sul continuo degrado del nostro territorio e del nostro paesaggio relativamente all’urbanizzazione selvaggia senza freno. Oggi ripropongo il tema dopo aver trovato sul quotidiano La Repubblica di sabato 09 febbraio 2008 un interessante articolo di Stefano Malatesta intitolato appunto “PEASAGGIO: ASTUZIE PER FARSI DEL MALE”, che tratta di astuzie varie che vengono applicate al fine di aggirare il problema delle limitazioni edificatorie in alcune zone. Pochi giorni fa si è svolto a Grosseto un convegno intitolato “L’albergo non è una casa” che aveva come tema alcuni incredibili abusi edilizi svoltisi in Toscana ma che sicuramente saranno stati effettuati in varie parti d’Italia. E la Toscana non è una regione qualunque: qui vi sono tra i più bei paesaggi italiani, fatti di colline che si perdono a vista d’occhio nelle quali l’uomo nei secoli è riuscito ad inserirsi con armonia cercando di rispettare il più possibile gli ecosistemi che fanno da base all’economia locale, permettendo così lo svolgimento di attività (come i forestieri, i pastori, gli agricoltori) che hanno permesso di ottenere prodotti culinari di alta qualità come l’olio, il vino, il cacio, il panforte, la finocchiona. L’uomo dunque ha cercato nei secoli di adattarsi a questi territori rispettandoli il più possibile… fino a pochi decenni fa! Infatti l’incuria umana ha spinto alcune menti malate di denaro a deturpare questi territori compiendo abusi che hanno dell’incredibile. Si tratta delle RTA, ovvero delle “residenze turistico alberghiere”: in pratica un metodo per aggirare dei limiti edificatori esistenti su alcune aree protette. Come funziona? Semplice: in genere il piano regolatore di una città proibisce la costruzione di qualsiasi tipo di edificio in zone protette o comunque con un elevato grado di qualità ambientale, poi si fa una finta ricognizione delle capacità ricettive turistiche della città facendo sapere che c’è bisogno di ulteriori posti letto per i turisti che entrano in città, poi (in deroga al piano regolatore) si procede alla realizzazione di alberghi in zone che possono attirare i turisti (come in queste zone protette, e così facendo nessuno insorge per non creare danno economico alla città…), infine gli alberghi una volta realizzati vengono trasformati (all’insaputa di tutti) in… appartamenti per privati!!! E qui si scopre una fitta rete di truffatori che da questo maquillage ci guadagnano fior fiore di quattrini: i costruttori, che fin dall’inizio dei lavori adibiscono l’edificio direttamente ad appartamenti per privati anziché a destinazione turistico-alberghiera (in difformità al progetto realizzato); i tecnici, che hanno realizzato il progetto e che alla fine dei lavori accertano il falso richiedendo l’agibilità dell’edificio come struttura alberghiera; i venditori, che cedono gli appartamenti ai privati come se nulla fosse e all’insaputa di quest’ultimi; i notai, che prima registrano i contratti di compravendita e poi ne stipulano i relativi atti di vendita dichiarando dunque il falso (ha ragione il giornalista Malatesta quando, a proposito dei notai, li paragona alla “prosa dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria”!). Tra l’altro, i costruttori in questo modo non solo truffano i compratori (ai quali viene fatto credere di diventare proprietari quando in realtà non lo sono!) ma anche lo Stato (in quanto i costruttori, dichiarando che si tratta di un albergo ma poi vendendolo per appartamenti privati, pagano meno tasse!). Infine ci mettiamo le amministrazioni comunali, con i loro mancati controlli (oppure con controlli taroccati…), che come spesso succede rilasciano i “permessi di costruire” senza poi realmente verificare l’operato in loco: una volta venute a conoscenza del problema, le amministrazioni comunali avrebbero il dovere di procedere alla denuncia di questi costruttori e alla conseguente demolizione degli edifici abusivi. Nessuna l’ha fatto: ma, anche ammettendo che avessero voluto chiudere un occhio sull’abuso, moltissime di queste amministrazioni hanno oltretutto evitato di fare il minimo che si poteva fare, ovvero chiedere almeno un cambio di destinazione uso da “albergo” a “residenza”, ma siccome questo passaggio avrebbe comportato il pagamento di oneri comunali da parte dei costruttori allora tutto è rimasto come prima…
A proposito di edificazione, sono emersi i dati della ricerca del Cresme e del Consiglio Nazionale degli Architetti sul “mercato della progettazione architettonica in Italia”: nel 2007 sono state realizzate in Italia ben 81.516 nuove costruzioni costate 67 miliardi di euro, delle quali il 75% è stato adibito ad uso abitativo. I fabbricati adibiti ad abitazione sono stati 43.100 (ovvero villini da 1 a 4 abitazioni, di cui 24.000 monofamiliari), le palazzine (da 5 a 15 abitazioni) sono state 11.000, mentre 3.874 sono stati gli edifici di edilizia residenziale con oltre 15 abitazioni. E poi 6.425 fra capannoni e laboratori, 3.332 edifici commerciali e turistici, 9.696 fabbricati per l’agricoltura e 3.119 per vari usi non residenziali. Infine un ultimo dato su cui riflettere: l’Italia detiene il primato europeo di architetti (ben 123.083), mentre la seconda in classifica (la Germania) ne ha 50.000… Si continua a costruire ex-novo senza recuperare gli edifici esistenti: si occupano nuove aree (a destinazione agricola, boschiva, ecc…) per la realizzazione di quelle unità immobiliari che si potrebbero ottenere invece da quel vastissimo patrimonio edilizio disabitato e decadente presente ovunque (come nei centri storici). Ma sapete, conviene economicamente di più costruire ex-novo…
Come sempre in Italia prevale l’arte dei furbetti, manca una cultura paesaggistica e territoriale ad ogni livello: si continua a costruire senza freno ovunque, in zone protette, di elevato valore storico-paesaggistico-ambientale, lungo il corso dei fiumi, in zone geologicamente instabili, deturpando quanto di buono abbiamo in Italia e con elevati rischi di dissesto idrogeologico, di disastri ambientali (come alluvioni), di inaridimento dei suoli, di distruzione di aree boschive. Mi viene sempre in mente un fatto successo lo scorso anno sulle rive del Lago Maggiore: in occasione della demolizione di alcune grandi opere abusive costruite sulle coste del lago, intervennero alcuni locali esponenti politici di centro-destra a fermare queste demolizioni “in quanto sono un segnale che l’economia è viva”! UN FATTO INQUIETANTE e, se penso che il 13 aprile ci sono elevatissime probabilità che al Governo ritorni l’armata Berlusconi, allora mi rassegno perché, se qualcosa era stato fatto dal punto di vista di protezione ambientale dal decaduto Governo Prodi, dal 13 aprile in avanti (e per almeno 5 anni, ahimè) si continuerà con l’abusivismo edilizio, tanto poi interverranno i condoni… Poi però non vi veniate a dire che non lo sapevate!

mercoledì 30 gennaio 2008

Chi sono i padroni del PAESAGGIO?

È questo il titolo di un interessante articolo di Giovanni Valentini apparso lunedì 28 gennaio 2008 sul quotidiano La Repubblica. Se lo domanda il giornalista e me lo chiedo anch’io: ma questo paesaggio di chi è? Ormai è sotto gli occhi di tutti lo scempio che è in atto da decenni e che sta distruggendo il nostro territorio: urbanizzazione selvaggia, disboscamenti, incendi “guidati”, speculazioni edilizie, aree industriali a non finire (e molti capannoni vuoti…), cementificazione senza freno, abusivismo edilizio (e successivi condoni…), inquinamento dell’aria, inquinamento dell’acqua, inquinamento del terreno, discariche abusive, distruzione di aree protette, rifiuti (con incenerimento selvaggio degli stessi), che lunga sarebbe questa lista!!! Eppure continua, supportata solo ed unicamente da interessi economici (e politici…). Come sempre, a rimetterci sono i cittadini ed il nostro caro territorio. La mancanza poi di governi stabili negli ultimi decenni ha portato al collasso totale: le cose buone fatte da un governo, venivano poi automaticamente distrutte dal successivo (e la situazione non è rosea attualmente, visto l’incombere del centro-destra che nei suoi anni di governo ci ha abituato ai condoni edilizi e alla cementificazione selvaggia). Ora finalmente è arrivata la tanto attesa e promessa (dal ministro Rutelli) riforma del “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, predisposta dallo stesso Rutelli e varata in extremis dal Governo Prodi (uscente): tale riforma segue a distanza di quattro anni la legge-delega del ministro Giuliano Urbani. Giovanni Valentini ha ragione quando afferma che è arrivato il momento giusto (con questa riforma) per dare inizio ad una “rifondazione ecologica” del nostro paese o, come lui stesso la definisce, una “nuova Italia, più ordinata, più pulita e dunque più vivibile”. Certo, ora dobbiamo affidarci alle Commissioni parlamentari che dovranno ratificare entro tre mesi i 184 articoli del decreto legislativo: se l’esito sarò positivo, allora potrà partire veramente questa “rifondazione ecologica”, tuttavia sarei uno sciocco a credere al 100% che, se il prossimo governo fosse di centro-destra (come assai probabile e guidato da Berlusconi…), questo approverebbe tutti gli articoli del decreto stesso!!! E il solito problema politico italiano…
Il “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” è fondato sull’art. 9 della Costituzione Italiana nel quale è previsto che la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico della Nazione: l’innovazione importante regola i rapporti tra Stato centrale ed enti locali, cercando di eliminare quell’eccesso di delega che per molto tempo ha prodotto (in materia ambientale, ma anche in altri campi) una sovrapposizione e frammentazione di poteri decisionali tra Regioni, Province e Comuni, che ha portato solo ad una gran confusione e ad una perdita di legalità, di chiarezza e di interesse per la collettività. In pratica, se la protezione di un bene ambientale riguarda più Regioni, o più Province o più Comuni, allora è giusto che in tal caso intervenga e decida lo Stato centrale, il quale dovrà tuttavia vigilare anche sulle azioni svolte dalla singola Regione, Provincia o Comune, al fine di evitare il verificarsi di situazioni sgradevoli o di parte…
La riscrittura del “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, elaborata da una commissione speciale con un lavoro durato 14 mesi e presieduta dal professor Salvatore Settis, è stata avallata in corso d’opera dalla Corte Costituzionale con l’importante sentenza n° 367/2007 dello scorso mese di novembre: secondo la Consulta, la tutela del paesaggio costituisce un valore primario ed assoluto, e perciò rientra nella competenza esclusiva dello Stato, precedendo e limitando il governo del territorio attribuito (dal federalismo…n.d.r.) ai governi locali. In tal senso il federalismo è stato distruttivo… Scatta quindi l’obbligo della stesura dei cosiddetti “piani paesaggistici” congiuntamente tra Stato e Regioni, subordinati poi al parere delle Sovrintendenze su qualsiasi intervento urbanistico o paesaggistico che interessa territori vincolati. Inoltre, il ministero dei Beni e delle Attività Culturali avrà il potere di apporre vincoli paesaggistici “ex novo” (attualmente il 47% del territorio italiano è protetto ma ha una configurazione tale da richiederne una continua tutela e salvaguardia): bisogna combattere le cosiddette “aree grigie” (così le chiama Rutelli), ovvero quelle aree in cui l’urbanizzazione selvaggia provoca un consumo del territorio senza ricorrere all’abusivismo, ma crea costruzioni legali che rappresentano comunque un serio pericolo per il nostro territorio (vedi gli ecomostri…). Bisogna quindi intervenire per apporre dei vincoli su tali aree.
Come commento a tutto ciò, riporto pari pari la conclusione dell’articolo di Giovanni Valentini il quale sostiene che: “Il paesaggio appartiene dunque a tutti. Non è né di destra né di sinistra. È una grande risorsa collettiva, ambientale e anche economica, da cui dipendono la salute dei cittadini, lo sviluppo del turismo e la stessa occupazione del settore, oltre all’identità e all’immagine del Paese. C’è da auspicare perciò che, nonostante le convulsioni della politica nazionale, la riforma del Codice venga approvata in tempo utile, quale che sia il governo in carica e la maggioranza parlamentare che lo sostiene”. Concordo pienamente, ma temo per l’evolversi della prossima situazione politica italiana, salvo miracoli…

lunedì 28 gennaio 2008

DIFESA DELL'AMAZZONIA: eppure si parla ancora di autostrade...

Nel precedente post ho riportato il record di deforestazione che si è verificato in Amazzonia nel corso del 2007, soprattutto tra agosto e dicembre (distrutti ben 7.000 kmq di foresta). Qualcosa bisogna assolutamente fare, soprattutto per preservare la biodiversità e per poter continuare la lotta al cambiamento climatico. Ora il governo brasiliano, per correre ai ripari, vuole coinvolgere le tribù indigene nella difesa dell’Amazzonia adottando delle forme di sfruttamento “intelligenti” che richiamano tecniche del passato. Già negli anni ’70 molti ambientalisti tremarono quando i generali golpisti lanciarono un progetto faraonico per la costruzione di autostrade che tagliavano l’Amazzonia da nord a sud e da est ad ovest, e intanto da allora il 10% della foresta è stato bruciato… Ora le cose non vanno meglio visto che il governo socialista di Lula vuole nuovamente pianificare la costruzione di queste autostrade: a questa notizia, un gruppo di scienziati del “Conservation International”, guidati da Tom Killen, ha azzardato una previsione inquietante secondo la quale l’impatto delle nuove strade tra 40 anni comporterebbe la distruzione di buona parte della foresta pluviale. A sentire il governo brasiliano, il piano di realizzazione delle nuove autostrade, finanziato dalla governativa IIRSA (Integrazione Infrastrutture Regionali Sud America), è certamente diverso dal piano di distruzione del secolo scorso e prevede, accanto alle autostrade, delle vaste aree protette, progetti di agricoltura biologica e produzioni eco-sostenibili, il tutto basato sulle tecniche da sempre utilizzate dalle tribù indigene le quali sono considerate i “migliori” sfruttatori dell’Amazzonia (tesi sostenuta anche dal biologo e geologo ambientalista Joao Merirelles Filho). Personalmente continuo a nutrire numerosi dubbi sul fatto di attuare questi progetti all’interno del più grande polmone verde del nostro pianeta, per le seguenti motivazioni.

  1. AGRICOLTURA: è vero che nel Cinquecento l’Amazzonia aveva più abitanti di adesso (oltre un milione di persone, era la zona più popolata delle Americhe), i quali sfruttavano i terreni più fertili periodicamente sommersi (le cosiddette “terre nere”) ove praticavano l’agricoltura irrigua e non quella estensiva, però è anche vero che il terreno dell’Amazzonia è il più povero del mondo. Infatti, il suo bacino è antichissimo (risale a 650 milioni di anni fa), le sue rocce sono state dilavate dalle piogge nel corso dei millenni e sono quindi poverissime di minerali (soprattutto fosforo e potassio indispensabili in agricoltura), tanto che solo il 10.7% dei terreni è adatto all’agricoltura mentre la foresta si alimenta da sola (le radici degli alberi sono infatti superficiali e sfruttano il sottile strato di humus che si forma con la caduta delle foglie e dei tronchi). Tra l’altro i terreni, una volta disboscati, restano fertili sono tra i 3 e i 5 anni: servirebbe?
  2. PIOGGIA: in Amazzonia le piogge sono per metà autoprodotte dall’umidità creata dalla vegetazione mentre l’altra metà arriva dall’Atlantico (ciclo svelato da uno studio del geologo Eneas Salati). Se la foresta scomparisse, le piogge si dimezzerebbero (stime ottimiste..) mentre la temperatura media aumenterebbe sensibilmente si circa 10°C, con forti ripercussioni sul clima terrestre. Servirebbe?
  3. ALLEVAMENTO: secondo l’Imazon (Istituto do Homem e Meio Ambiente da Amazonas) il tasso di rendimento degli allevamenti nei terreni disboscati è in media solo del 3.6% l’anno. E 2/3 dei terreni disboscati sono adibiti a pascolo… Ciò comporta solamente una forte perdita di foresta con ripercussioni sulle piogge e sul clima locale e globale. Servirebbe?

Leggo purtroppo da qualche parte che il progetto autostradale avrebbe effetti positivi su tutta l’Amazzonia (effetti di tipo economico s’intende): il legname anziché essere bruciato potrebbe essere commerciato, la capitale Manaus potrebbe tornare ai fasti di un tempo quando aveva il monopolio della gomma naturale che serviva a produrre i pneumatici, le tribù indigene che non hanno ancora avuto contatti con i bianchi potrebbero svilupparsi facendo ottimi affari ad esempio con le multinazionali dei cosmetici e dell’olio di noce, il Rio delle Amazzoni ed il Rio Negro potrebbero essere navigabili da grande navi come la maestosa “Queen Elisabeth” (visto che alla confluenza i due fiumi sono larghi 12 km e profondi 100 metri), addirittura si potrebbe sviluppare un mercato dei pesci visto che nel Rio Negro ci sono 474 specie di pesci ornamentali! Personalmente inorridisco di fronte a queste idee: se è vero che l’impiego razionale di questi sistemi porterebbe ad uno sviluppo economico dell’Amazzonia, dall’altro è inutile negare che ciò comporterebbe un aumento della popolazione, dell’urbanizzazione e delle industrie con scarichi inquinanti in aria ed acqua, un conseguente cambio del clima locale con forti ripercussioni sul clima terrestre, la deforestazione comunque, lo stravolgimento dell’habitat naturale che circonda il grande fiume con serio pericolo estinzione di specie animali e vegetali. Da decenni continuiamo a dire che l’Amazzonia è il “polmone verde” del nostro pianeta: l’unica cosa che si dovrebbe fare è mantenerlo tale, visto che non sono molte le zone sulla Terra che hanno una tale capacità regolatrice sul clima del nostro pianeta. E, in fatto di lotta al cambiamento climatico, non è poco… LASCIAMO STARE L’AMAZZONIA!!!

NATURA: apre la "banca della biodiversità"!

Inutile negarlo: stiamo vivendo in un periodo in cui la nostra natura e tutte le sue specie (animali e vegetali) sono in serio pericolo a causa delle azioni negative compiute dall’essere umano. Deforestazione, inquinamento atmosferico, del suolo e delle acque, industrializzazione selvaggia, espansione edilizia senza freno, dissesto idro-geologico, agricoltura intensiva, colture OGM, distruzione degli ecosistemi, pesca selvaggia, cambiamento climatico indotto dai gas serra, sono tutta una serie di azioni che hanno come unico responsabile l’azione dell’essere umano il quale, però, non si rende conto che facendo ciò sta mettendo in serio pericolo l’esistenza di varie specie. A conferma di tutto ciò arriva la seria preoccupazione della popolazione: da un sondaggio Eurobarometro, realizzato dalla Commissione Europea nei 27 Stati membri, emerge che ben il 90% degli europei ritiene che la perdita delle biodiversità sia un grave problema! I cittadini più preoccupati sono quelli greci, portoghesi e rumeni. Dal sondaggio emerge che molti europei sono preoccupati della perdita di biodiversità non solo a livello locale ma anche a livello globale. Stavros Dimas, commissario UE all’ambiente, ha affermato che la perdita delle biodiversità in corso è irreversibile e che dal 1970 l’UE si sta impegnando a preservare le risorse ambientali ponendosi come obiettivo l’arresto della perdita di biodiversità in Europa entro il 2010, anche se questo sarà possibile solamente con l’attuazione di strategie comuni tra tutti gli Stati comunitari. Sempre secondo il sondaggio, i cittadini europei concordano che per il 27% la causa principale della perdita di biodiversità è dovuto all’inquinamento dell’aria e dell’acqua e ai disastri riconducibili all’azione dell’uomo (come incidenti industriali e perdite di petrolio), seguono poi in ordine il cambiamento climatico, l’agricoltura intensiva, la deforestazione, la pesca selvaggia e la costruzione di strade, edifici ed aree industriali. Visto che il problema è così grave e soprattutto che la popolazione europea è così sensibile in materia, arriva la notizia che è pronta la “banca della biodiversità” (a cui avevo dedicato un post alcuni mesi fa), almeno per preservare le specie vegetali: si tratta del più grande centro di raccolta semi mai realizzato che si trova in un paesino delle Isole Svalbard (Norvegia), nascosto sotto una montagna, ove verranno conservati (a bassa temperatura e in un posto blindato e sicurissimo) i semi di molte specie vegetali. L’annuncio è stato dato dal “Global Crop Diversity Trust”, una Ong che si occupa della conservazione delle biodiversità. Cary Fowler, direttore della Ong succitata, afferma che sono in arrivo tutti i semi dell’agricoltura internazionale, creando i più grandi depositi di semi di riso, grano, mais e fagioli ma anche di tutti gli altri vegetali, molti dei quali sparirebbero se non ne venisse conservato il loro genoma. L’azione potrà servire nel caso di scomparsa improvvisa delle biodiversità a causa, ad esempio, dell’esplosione di una bomba atomica o di nuove malattie alle piante. Fra i primi 200.000 semi (che partiranno entro fine mese) ci saranno anche 150.000 campioni di grano provenienti da 100 diversi paesi e finora conservati a Città del Messico. Il nuovo sito sarà inaugurato il prossimo 26 febbraio 2008.
E, a proposito di deforestazione, questa ha raggiunto livello record nel corso del 2007 in Amazzonia! Da agosto a dicembre 2007 l’area ha perso ben 7.000 kmq di foresta, in controtendenza al lieve miglioramento che si era verificato negli ultimi tre anni. La conferma arriva dal Ministero dell’Ambiente di Brasilia. Gilberto Camara, direttore dell’ente di ricerche spaziali brasiliano che monitora i due satelliti di osservazione in orbita permanente sull’Amazzonia, afferma che mai si erano verificati disboscamenti così estesi come quelli avvenuti nei mesi di novembre e dicembre 2007! Diciamo che tale situazione è peggiorata per una contraddizione del governo Lula: infatti, mentre il Ministero dell’Ambiente cerca in tutti i modi di contenere la deforestazione, il Ministero dell’Agricoltura (appoggiato dalle banche pubbliche) aumenta i sussidi e gli incentivi statali per l’ottenimento di terreni agricoli e da pascolo dall’Amazzonia, a causa della forte richiesta sul mercato di soia e carne. Tutto ciò non aiuta certo la difesa delle biodiversità e la lotta al cambiamento climatico.
Nel frattempo arriva però una buona notizia: sono state scoperte nuove specie in Vietnam, precisamente nella foresta pluviale delle montagne Annamite poste nella provincia di Thua Thien Hue (Vietnam centrale), una zona remota e quasi inesplorata nota come “Corridoio Verde” perché costituisce un vero e proprio corridoio ecologico tra il Parco Nazionale Bach Ma e la Riserva Naturale Phong Dien. Vi sono state scoperte 11 nuove specie (l’annuncio arriva dal WWF): si tratta di 1 serpente, 2 farfalle, 5 orchidee e 3 specie di altre piante. Sono state trovate anche altre 10 specie di piante, tra cui 4 orchidee, ancora sotto esame ma è probabile che anche queste siano finora sconosciute. Per quanto riguarda il serpente, definito dal labbro bianco (Amphiesma leucomystax), ha una fiammata bianca e gialla che dalla bocca scende dietro la testa mentre sul corpo è cosparso di macchie rosse, vive vicino ai ruscelli e può raggiungere gli 80 cm di lunghezza. Per quanto riguarda le due specie di farfalle (salgono intanto ad 8 le nuove specie di farfalle scoperte nella zona dal 1996 ad oggi!), una fa parte del genere Zela e compie voli rapidi e precisi, mentre l’altra è un nuovo genere nella sottofamiglia delle Satyrinae. Per quanto riguarda le 5 nuove specie di orchidee, tre sono completamente prive di foglie (caso molto raro per le orchidee), non contengono clorofilla e crescono sulla materia in decomposizione (come avviene per molti funghi). Per quanto riguarda le altre 3 specie vegetali, vi sono una specie di Arum con bellissimi fiori gialli e foglie a forma di imbuto attorno ai fiori, e due specie di aspidistra di cui una con un grande fiore quasi nero e l’altra con fiori gialli. Le specie sono state scoperte per la prima volta tra il 2005 ed il 2006 e, come tutte le altre specie già note della zona, indicano la ricchezza della biodiversità presente su quest’area forestale: vi sono infatti anche specie rare di rane, tigri, il rarissimo leopardo nebuloso (a cui dedicai un post), varie specie di scimmie come i langur e i gibboni dalle guance bianche, e la saola (o pseudorice) ovvero una specie di bovide selvatico scoperto nel 1992. Ora però anche questo “Corridoio Verde” è in serio pericolo per la crescente deforestazione, la caccia e l’estrazione di risorse naturali, il tutto per assecondare interessi economici derivanti da un eventuale sviluppo dell’area: sono in pericolo 15 specie di rettili ed anfibi e 6 specie di uccelli.
Come sempre, non appena arrivano buone notizie sulla biodiversità terrestre, ecco arrivare puntuali quelle negative sul pericolo che queste specie corrono proprio a causa dell’azione umana: come può il genere umano non capire che lui non è il colonizzatore del nostro pianeta e che il nostro habitat va protetto per poter garantire alla Terra quella biodiversità che l’ha contraddistinta per millenni e che noi, in pochi decenni, stiamo distruggere? Come può l’interesse umano prevalere sulla conservazione dell’ambiente in cui lui stesso vive? Come può? Eppure può…

sabato 26 gennaio 2008

PAESAGGIO ITALIANO: ecco la legge di tutela

Nonostante la crisi politica di questi giorni, il Consiglio dei Ministri ha varato giovedì 24 gennaio 2008 (giorno della crisi, appunto) il decreto che tutela il nostro paesaggio in modo da preservarlo diversamente da come successo fino ad oggi (ove la tutela era rivolta solo a poche opere dell’arte e della natura), ovvero in una visione globale che spazia dal turismo all’agricoltura di qualità, dal “made in Italy” di successo alle strutture di ricerca avanzate. Il decreto segue l’importante sentenza del 14 novembre scorso della Corte Costituzionale secondo la quale il paesaggio deve avere un valore “primario ed assoluto” (argomento al quale dedicai un post). Così come indicato dalla Convenzione europea ratificata nel 2004, bisognerà preservare il nostro paesaggio da ogni azione volta a distruggerlo o che, anche indirettamente, ne porti al danneggiamento (e questo è successo per l’intero periodo dal dopoguerra ad oggi, ed è ancora in atto…).
Il decreto prevede quattro innovazioni:

  • la partecipazione obbligatoria del Ministero dei Beni Culturali all’elaborazione congiunta con le Regioni di quelle parti del paino che riguardano beni paesaggistici;
  • la salvaguardia del patrimonio culturale immobiliare di proprietà pubblica in caso di dismissione, in modo da evitare le svendite di tali immobili solo per incassare denaro;
  • la semplificazione e l’accelerazione dei procedimenti amministrativi per i pareri richiesti alle Sovrintendenze;
  • l’istituzione di una struttura tecnica, presso il Ministero dei Beni Culturali, per l’abbattimento degli ecomostri.

Soddisfazione è arrivata da parte degli ambientalisti che da anni si stanno battendo contro l’abusivismo edilizio, la speculazione immobiliare, il degrado e l’abbandono di ampie zone del nostro territorio: ha ragione la senatrice dei Verdi Loredana De Pretis che forse è giunto il momento di eliminare la barriera tra paesaggio ed urbanistica, quando invece dovrebbero essere complementari per la protezione del primo.
E, a proposito di abusivismo edilizio, sono numerose le buone notizie che sono arrivate da tutta Italia nelle ultime settimane a proposito di azioni volte alla lotta all’abusivismo stesso e al degrado ambientale. Eccone alcune:

  • è partito in questi giorni l’abbattimento del più grande ecomostro del Lazio, quello dell’Isola di Ciurli (località Salto di Fondi), in provincia di Latina: l’abbattimento, ad opera del Comune, è iniziato dopo quasi 40 anni (ripeto, 40 anni!), con grande soddisfazione di Legambiente Lazio che per 20 anni ha condotto questa lunga battaglia. Dopo la sentenza definitiva nel processo istituito per tale abusivismo, la Regione Lazio ha disposto i soldi per la demolizione ed ha inoltre inserito la lottizzazione di Ciurli all’interno del Monumento naturale del Lago di Fondi;
  • il 22 gennaio 2008 sono stati sequestrati 50 appartamenti ed altrettanti box auto nel comune di Mileto, in provincia di Napoli, derivanti da speculazioni edilizie e lottizzazione abusiva. L’abuso interessa un’area di 11.000 mq per un valore di ben 12 milioni di euro. Questo sequestro non è altro che il 3° capitolo dell’operazione campana “Dirty House” da parte della Guardia di Finanza: prima, infatti, nell’ottobre 2006 furono sequestrati, sempre a Mileto, 150 appartamenti abusivi per un valore di 30 milioni di euro, mentre nel giugno 2007 furono sequestrati ben 183 appartamenti e 155 box auto abusivi posti su un’area di 7.000 mq per un valore complessivo di 70 milioni di euro!
  • il 21 dicembre 2007 60 appartamenti abusivi vengono sequestrati a Marano, in provincia di Napoli: nell’occasione Michele Buonuomo, presidente di Legambiente Campania, ha lanciato l’allarme “L’abusivismo è il crocevia di condotte criminali che alimentano connivenze dei pubblici poteri con la camorra”, tanto che nel settore edilizio tra gestione degli appalti, imprese edili e cave abusive vi sono ben 54 differenti clan della camorra (ovvero quelli messi in luce dalla magistratura e dagli atti parlamentari, in realtà sono molti di più…) che si spartiscono una torta di centinaia di milioni di euro;
  • il 19 dicembre 2007 a Pomezia (a sud di Roma), in località costiera di Santa Procura, sono stati messi i sigilli a 71 appartamenti abusivi: si tratta di appartamenti (del valore di 10 milioni di euro) che erano stati adibiti ad abitazione nonostante la concessione edilizia permettesse solamente la costruzione di edifici commerciali. Inoltre l’edificio presentava una cubatura notevolmente superiore a quella massima consentita nel lotto;
  • il 13 dicembre 2007 viene sequestrata a Bari una strada abusiva: si tratta di un tratto dell’asse viario (in corso di costruzione) che collegherà la zona industriale di Bari all’austostrada A14, per il quale i carabinieri del NOE di Bari hanno ipotizzato reati urbanistici, ambientali e di sicurezza del cantiere. Si tratta di un’area di 15.000 mq posta nel comune di Bitonto: i lavori erano stati autorizzati dal Comune di Modugno ma non da quello di Bitonto (e questo ha fatto pensare, appunto, che i lavori fossero abusivi); tra l’altro sono stati riscontrati nell’area depositi di materiali tossici, tra cui eternit.

Insomma, qualcosa comincia a muoversi e in maniera diffusa, e non mi stupisce affatto (e, anzi, ne sono fiero) che tutto questo si sia amplificato sotto il Governo Prodi: al contrario, sono invece molto preoccupato per l’attuale situazione politica in quanto la caduta del Governo Prodi comporterà (salvo miracoli!) il ritorno al Governo di quella destra (nel nome di Berlusconi) che per parecchi anni ha fatto dell’espansione edilizia ad ogni costo la sua politica principale, contro ogni regola di protezione ambientale e paesaggistica. Ma, una volta salito al Governo, Berlusconi risolverà tutto nella maniera più semplice: basterà rifare i condoni, e nulla sarà più illegale!!! Ahimè…

venerdì 2 novembre 2007

Iraq: diga di Mosul a rischio crollo!

Si tratta di una grande diga che si trova nei pressi della città di Mosul, città di 1,7 milioni di abitanti nel nord dell'Iraq: inizialmente denominata "Diga Saddam"... ed ora conosciuta come "Diga di Mosul", è lunga 3 km (è la più grande del paese) ed è stata costruita nel 1984 su un letto di roccia idrosolubile composta di marne, gesso solubile, anidrite e calcare carsico, che sotto l'azione erosiva dell'acqua sta continuando a dissolversi minando così le fondazioni (e la stabilità) della diga stessa. Da qui nasce la preoccupazione di un cedimento della diga che avrebbe conseguenze catastrofiche: causerebbe un'onda gigantesca alta quasi 18 metri uccidendo fino a 500.000 persone nella valle del fiume Tigri, arrivando fino a Baghdad! Secondo un rapporto del US Army Corps of Engineers (ovvero il Genio Militare dell'esercito USA) in termini di potenziale di erosione interna delle fondazioni la diga di Mosul è la più pericolosa al mondo! La notizia, in un primo momento tenuta segreta, è stata comunicata lo scorso 8 agosto da un operatore umanitario (che svolge la sua attività sul posto) al giornale americano Independent, confermando gli sforzi (in atto da tempo per salvare la diga) degli ingegneri americani ed iracheni. L'articolo del giornale è stato confermato ieri 1° novembre con la pubblicazione di un rapporto dell'Ispettore Speciale USA per la ricostruzione dell'Iraq, dicendo che le fondazioni della diga potrebbero cedere in qualsiasi momento. I difetti della diga divennero evidenti fin dall'epoca della sua costruzione e per i primi anni si cercò di consolidare le fondazioni iniettando cemento liquido: dal maggio di quest'anno il livello dell'acqua nel reservoir dietro la diga è stato abbassato su consiglio di un comitato internazionale di esperti nominato dal Ministero delle Risorse Idriche iracheno (e che ora è responsabile del progetto). Mi inquieta un fatto però: il rapporto dell'Ispettore Speciale USA riporta il livello di allarme lanciato dal "Corps of Engineers" americano il quale (quest'ultimo) ha dato istruzioni affinchè le attrezzature militari americane sul fondovalle del Tigri vengano spostate in una posizione più elevata e dunque al sicuro. La domanda mi sorge spontanea: e la popolazione locale?

mercoledì 31 ottobre 2007

Quanto paesaggio si è perso in Italia!

E' il titolo di un interessante articolo di Francesco Erbani apparso sul quotidiano La Repubblica di giovedì 25 ottobre 2007. Proprio in quello stesso giorno si è tenuto a Roma un convegno organizzato dalla Provincia di Roma e dal "Comitato per la Bellezza", che ha come tema principale la quantità sempre maggiore di suolo libero che ogni anno in Italia viene edificato: 240.000 ettari all'anno, quindi 3.000.000 di ettari di suolo libero da costruzioni che l'Italia ha perso tra il 1990 e il 2005!!! Secondo i dati ISTAT, si costruisce tanto ma soprattutto abitazioni private, costose ed in zone pregiate: in questo modo non si soddisfa il bisogno crescente di abitazioni e quindi si continua ad aggredire il paesaggio, rubando terreni all'agricoltura, a boschi e foreste. Fino a pochi anni fa il fenomeno interessava principalmente le coste, ora si è spostanto anche nelle zone interne. Si è constatato che è la Liguria la regione italiana che ha perso più terreni liberi: ben il 45% del suo territorio libero!!! Seguono la Calabria (26%), l'Emilia-Romagna e la Sicilia (22%), la Sardegna (21%) ed il Lazio (19%). La media nazionale è del 17% e non è poco, se poi a questo aggiungiamo anche le costruzioni abusive (non conteggiate dall'ISTAT), beh allora dobbiamo aggiungere almeno un altro 10%!! Il convegno è stato organizzato per trovare alcune soluzioni per frenare questo fenomeno: una delle vie indicate è quella di una legge che proponga un limite al consumo del suolo in ogni comune italiano, come già accade in molti paesi europei (lo conferma anche l'urbanista Vezio De Lucia che a tal proposito ha scritto il libro intitolato "No sprawl"): in Germania, infatti, dal 1998 è in vigore una legge che ha fissato in 30 ettari al giorno (quindi poco meno di 11.000 ettari all'anno) la quota di terreno nazionale libero che può essere edificato, ovvero 1/4 di quanto succedette fino a quella data (prima i terreni aggrediti erano 44.000 ettari l'anno, comunque sempre 1/6 di quelli italiani...); la legge fu voluta dall'allora Ministro dell'Ambiente Angela Merkel (ora premier). Quindi la situazione italiana è senza ombra di dubbio tra le peggiori! In Inghilterra vi è una tradizione ancora più antica: si è stabilito che per almeno il 70% le nuove costruzioni devono sorgere riciclando aree urbane esistenti, per esempio ex stabilimenti industriali. Per questo Londra è riuscita a soddisfare un incremento di 1.000.000 di persone in 10 anni senza togliere un metro quadro alla campagna circostante! Come sempre questo in Italia non succede: basta guardare i centri storici disabitati di nostre molte città... Dobbiamo dire che le colpe sono riscontrabili sia nelle Regioni in sede di approvazione di P.R.G., che tendono ad approvare sempre maggiori (sia numericamente che in termini di superfici) cambi d'uso di terreno da agricolo a residenziale-commerciale-industriale, sia nei Comuni che, per fare cassa, tendono a rilasciare Permessi di Costruire (le vecchie Concessioni) a go-go per nuove edificazioni piuttosto che per ristrutturazioni e/o recuperi edilizi (si raccolgono infatti molti più oneri dalle nuove edificazioni...). Per non parlare di come è stato deturpato il paesaggio della Valpadana con le centinaia di migliaia di capannoni, molti dei quali costruiti e mai utilizzati... Per la salvaguardia del nostro territorio è nato "SALVIAMO L'ITALIA", un appello promosso dalla Rete Toscana dei Comitati per la Difesa del Territorio coordinata da Alberto Asor Rosa: ad esso hanno adertito molti scrittori (come Andrea Camilleri), urbanisti (come Edoardo Salzano e Vezio De Lucia), architetti (come Vieri Quilici), storici, storici dell'arte, geografi, esponenti dell'ambientalismo e dei comitati. Nell'appello si scrive che il paesaggio italiano è stato deturpato da una legislazione troppo permissiva e dalle carenze e debolezze delle strutture di controllo dello Stato, ma soprattutto dagli orientamenti espressi dal ceto politico. Per questo bisogna organizzare una rete di controllo che parta dal basso, per fermare questo scempio del territorio.

martedì 24 luglio 2007

Abusivismo: boom sulle coste italiane!

L'abusivismo edilizio sta distruggendo le coste italiane: continuano ad aumentare i reati, con un +33.5% di cemento illegale nelle aree demaniali e +19% di crimini a danno dell'ecosistema marino! Sono state riscontrate 19.063 infrazioni lungo i 7.500 km di costa italiana: ben 2,6 reati ambientali per ogni km di costa, con 4.182 persone denunciate e 3.986 sequestri effettuati!!! Se a tutto questo aggiungiamo la continua espansione dei porticcioli abusivi, la pesca di frodo e le chiazze di petrolio, beh ne esce un quadro davvero allarmante: ciò emerge dal rapporto di Legambiente intitolato "Mare Monstrum 2007". La capitale dell'abusivismo marino è Ischia: scogliere costruite utilizzando rifiuti speciali, vincoli paesaggistici che servono solo a far aumentare i valori dei lavori illegali, alberghi che si ampliano senza licenza, case costruite su terreni franosi, un parco termale interamente abusivo, insomma un disastro!! Male comunque anche Capri e soprattutto la Costiera Amalfitana: qui vi è addirittura una seggiovia che collega una villa alla spiaggia (!), ma la moda è ora quella del parcheggio fronte mare che si "trasforma" in casa vera e propria (così: si presenta un richiesta al Comune per costruire un parcheggio, si pavimenta la zona e poi, a sorpresa, arriva un camion che traina una vera e propria casa che viene ancorata e cementata al terreno!!!). Altri esempi: un hotel con 160 camere di lusso spuntato a Sciacca (Sicilia) in una zona protetta, l'aggressione alle saline di Trapani e ad una zona di protezione speciale con la scusa di organizzare la Coppa America, un autodromo costruito a Corigliano (Calabria) in una zona vincolata, alberi secolari tagliati a Grottaglie (Puglia) per realizzare case, opere abusive sul lago di Fondi ma a anche a Terracina e a Sabaudia (Lazio), e la lista sarebbe lunghissima! E non pensiate che le infrazioni siano tutte al Sud: la regione con maggior percentuale di reati per ogni km di costa è la Campania (5,9) seguita però dal Veneto (5,4), dalla Romagna (4,3) e dal Lazio (3,7). Nel complesso il maggior numero di infrazioni è stato riscontrato in Sicilia (4.472), seguita da Campania (2.793), Puglia (2.261), Calabria (1.737) e Toscana (1.665). L'abusivismo è figlio di un mercato immobiliare che sta portando i prezzi alle stelle: 15.000 euro al mq un appartamento a Positano e ben 25.000 euro al mq a Capri!!! Su questo fa riflettere il valore dei cantieri sequestrati: sono stati 45 i cantieri sequestrati nel 2005 per un valore di 24 milioni di euro, 47 nel 2006 (valore 33 milioni di euro) e sono scesi a soli 22 cantieri nel 2007 ma con un valore di ben 53 milioni di euro!!! Il quinquennio Berlusconi in questo ha fatto scuola, buona parte del "merito" è sua...