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mercoledì 21 settembre 2011

CACCIA: VENETO ANCORA FUORILEGGE!!!

E' di quest'oggi il comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) a proposito del Veneto che continua ad essere fuorilegge rispetto alle norme comunitarie che regolamentano la caccia. Ecco il testo integrale del comunicato stampa.

CACCIA IN DEROGA: IL VENETO ANCORA FUORILEGGE

APPROVATA IERI IN GIUNTA REGIONALE LA DELIBERA CHE CONSENTE DI SPARARE AGL UCCELLI PROTETTI

LEGAMBIENTE: “LE MULTE VERRANNO PAGATE DA TUTTI I CITTADINI”

Si è chiuso ieri il lungo tormentone estivo sulla caccia in deroga. Con una delibera portata in giunta dall'assessore alla caccia Daniele Stival, la Regione ha dato il via anche per la stagione venatoria 2011-2012 alla cosiddetta "caccia in deroga": dal 1° ottobre (25 settembre per il prispolone) a fine dicembre si potrà sparare a sei specie di uccellini: storno, fringuello, peppola, frosone, pispola e (ma solo fino al 30 ottobre) prispolone.
"La Delibera assunta dal governo regionale per permettere ai cacciatori veneti di abbattere uccelli protetti è illegittima". Questo il commento di Michele Bertucco - Presidente di Legambiente Veneto dopo l'approvazione della Delibera da parte della Giunta Veneta che consente, per l'ennesimo anno, la caccia in deroga.
Che sia illegittima, lo ha detto la Corte Costituzionale. Lo ha detto l'Unione europea, che ha deferito e condannato per questo l'Italia alla Corte di Giustizia. Eppure il Veneto persegue la propria linea di estremismo venatorio, collocandosi perfettamente in quella logica politica - propria anche dell'attuale Governo nazionale - per cui se qualcosa è nell'interesse di chi è al potere, si fa, indipendentemente da qualsiasi regola.
Come si possa parlare di deroghe limitate e di controllo dei capi abbattuti, come dichiara l'Assessore Stival, - dice Bertucco - è ridicolo visto che anche quest'anno si potranno abbattere più di 526.000 uccelli. Queste le specie cacciabili in deroga:

* lo storno (limite massimo giornaliero 25 capi per cacciatore, 100 nella stagione e 124.200 a livello regionale);

* il fringuello (stessi limiti personali e massimo capi massimi abbattibili in Veneto 235.700);

* la peppola (30 capi per stagione per ogni cacciatore e 29.300 in tutta la regione);

* il frosone (stesso limite personale e 9.800 in tutta la regione),

* la pispola (tetto massimo individuale 50 capi, regionale 16.000);

* il prispolone (50 capi individuali per stagione e 111.400 complessivi).

"Le deroghe - conclude Bertucco - sono per definizione uno strumento eccezionale, al quale nessuno può ricorrere in modo continuo e ordinario. La delibera della Giunta Regionale del Veneto rappresenta un'ulteriore violazione dell'articolo 9 della Direttiva "Uccelli" e un conseguente aggravio delle violazioni che hanno portato fin qui la Commissione europea a procedere contro l'Italia".
Rovigo, 21 settembre 2011.

Che altro dire di fronte a tale perseveranza da parte del governo regionale? Che dire di questo continuo infrangere le regole (che, se ci sono, devono essere rispettate da tutti)? E che dire del fatto che queste multe verranno naturalmente pagate da tutti i cittadini? Sono allibito...

martedì 17 maggio 2011

VENETO: A.R.P.A.V. in dissesto economico...

Lo scorso 13 maggio 2011 è uscito un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) relativo al dissesto economico in cui versa l'A.R.P.A. della Regione Veneto (http://www.arpa.veneto.it).
Ricordiamo che l'ARPA è l'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente. Il 18 aprile 1993 un referendum abrogò le competenze del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e delle Unità Sanitarie Locali (USL) nel campo del controllo e della prevenzione ambientale: si creò in questo modo un vuoto di competenze che fu colmato dal Parlamento con la Legge n° 61 del 21 gennaio 1994 di conversione del terzo Decreto Legge n° 496/93, che affidò tali compiti ad apposite "Agenzie Regionali" deputate alla vigilanza e controllo ambientale in sede locale. La Legge n° 61/94 istituì inoltre l'ANPA (Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente), poi APAT (Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i servizi Tecnici) e oggi ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) con l'incarico di indirizzo e di coordinamento delle Agenzie regionali e delle Agenzie delle Province autonome. Le funzioni delle ARPA possono così essere classificate: controllo del rispetto della normativa vigente e delle prescrizioni contenute nei provvedimenti emanati dalle Autorità competenti; supporto tecnico agli Enti titolari di funzioni di programmazione e di amministrazione attiva in campo ambientale; sviluppo di un sistema informativo ambientale che sia di supporto agli Enti istituzionali ed a disposizione delle formazioni sociali interessate. Accanto alle funzioni tradizionali di "controllo e vigilanza", dalla legge vengono affidati al "sistema delle agenzie ambientali" nuovi compiti di monitoraggio, elaborazione e diffusione dei dati ambientali nonché di elaborazioni e proposte tecniche (limiti di accettabilità, standars, tecnologie ecologicamente compatibili, verifica dell'efficacia "tecnica" delle normative ambientali, ecc.). Negli anni successivi tutte le regioni italiane e le province autonome si sono dotate di proprie Agenzie e oggi esistono 19 Agenzie regionali e 2 Agenzie delle province autonome.
Fatto questo doveroso preambolo, il comunicato stampa è relativo a questa notizia: I TAGLI DEI FINANZIAMENTI E DELLE SEDI PERIFERICHE DI ARPAV METTONO IN PERICOLO I CONTROLLI AMBIENTALI NEL VENETO. LEGAMBIENTE: "VENGANO INDIVIDUATI I RESPONSABILI DEL DISSESTO FINANZIARIO DELL’AGENZIA REGIONALE". Ecco il testo intergrale del comunicato stampa.
"In una recente audizione in Consiglio Regionale del Veneto il nuovo direttore generale dell’ARPAV Carlo Pepe ha anticipato alcuni contenuti del piano di riorganizzazione che l’Agenzia regionale sta mettendo a punto e che prevede, in particolare, la riduzione delle sedi, con la chiusura di 18 delle 45 attualmente operanti. “Una riduzione – commenta Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto – che rischia di mettere in ginocchio i controlli ambientali nella nostra regione. Se il nuovo direttore vuole fare dei tagli, inizi dagli sprechi della passata gestione ed eventualmente tagli i dirigenti in eccesso, ma non tocchi le sedi periferiche che consentono di monitorare il territorio e di intervenire celermente in caso di rischio ambientale”. La situazione – che è stata presentata in VII Commissione Consiliare – è a rischio insolvenza. Le prime stime quantificano in 60 milioni di euro i soldi necessari per rimettere in ordine i conti di ARPAV. Nelle casse dell’Agenzia mancano all'appello, infatti, 12,4 milioni di euro per la riduzione dello stanziamento nel bilancio regionale 2011, oltre a 22 milioni di debiti verso fornitori, 27.5 milioni di euro di debiti futuri (prossimi tre anni) per le operazioni di acquisto delle nuove sedi di Vicenza e Belluno, del battello oceanografico e per i contratti di global service, 11 milioni di euro di crediti dalla Regione, oltre a 13,8 mln di € di debiti verso il personale. “Il dissesto dell’ARPAV – ricorda Bertucco - ha però dei responsabili, il primo dei quali è sicuramente l'ex Direttore Generale Drago, ma molte responsabilità stanno in capo a chi doveva vigilare e non l'ha fatto. Dov'era la Giunta regionale quando in ARPAV si facevano scelte immobiliari e non operative o acquisti faraonici come il battello per indagini marine? Chi doveva controllare queste scelte e le modalità con cui si sono attuate?” “Si rischia - conclude il Presidente di Legambiente Veneto – di mettere a repentaglio una delle migliori agenzie di protezione ambientale d'Italia per quanto riguarda il monitoraggio e la prevenzione e dilapidare questo patrimonio sarebbe una scelta gravissima da parte della Regione. Bisogna tornare allo spirito della legge istitutiva dell’ARPAV (L.R. n. 32 del 1996) che assegnava all’Agenzia in via principale le funzioni di controllo e di monitoraggio del territorio veneto.”
Ecco i soliti tagli indiscriminati per far quadrare i conti: non si ha il coraggio (anzi, non si vuole...) di tagliare le spese e gli enti inutili (vedi Province, ad esempio) e i primi settori a cui si tagliano i fondi solo l'ambiente, l'istruzione e la cultura! Ah, questo è proprio un Governo (ir)responsabile: la Germania, facendo il contrario, ha oggi un Pil che sfiora il 5% (l'Italia solo l'1%...). E della nostra salute non importa niente a nessuno.

VENETO: armi spuntate per la lotta alle Ecomafie

Ecco qui un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) dello scorso 13 aprile 2011, relativo allo schema di Decreto Legislativo elaborato dal Governo che recepisce le Direttive Europee 2008/99 e 2009/123, dando seguito all'obbligo imposto dalla Ue di tutelare penalmente l’ambiente. A tal proposito Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto, ha affermato: "ARMI SPUNTATE PER LA LOTTA ALLE ECOMAFIE". Ecco perchè: di seguito il comunicato stampa integrale.
"L’Italia, che contrariamente a molti Paesi europei, sconta fenomeni di ecomafia e di criminalità ambientale gravissimi e del tutto sconosciuti altrove, avrebbe dovuto sfruttare l’occasione della Direttiva europea per porre un freno a questa situazione. Ma il recepimento della Direttiva, invece, è ben lontano da questo obiettivo. Se lo spirito europeo era, infatti, quello di assicurare un’adeguata tutela penale dell’ambiente, individuando una lunga serie di reati ambientali da punire con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, il nostro Paese l’ha recepito in modo assolutamente fiacco, elaborando una legislazione penale ambientale solo di facciata, completamente inefficace e scarsamente deterrente. Con questo schema di decreto i crimini ambientali continueranno, quindi, ad essere puniti solo con sanzioni di tipo contravvenzionale, peraltro di scarsa portata, con tempi di prescrizione bassissimi, l’impossibilità di usare adeguati strumenti investigativi e di chiedere rogatorie internazionali. Caratteristiche, queste, che pongono il nostro Paese palesemente in contrasto con i principi e lo spirito della Direttiva europea".
Spiega Bertucco: "In Veneto significa favorire ulteriormente i criminali ambientali e sottoporre il territorio a nuovi rischi legati al ciclo dei rifiuti e al ciclo del cemento". Secondo l’analisi di Legambiente, nello schema di decreto i reati ambientali continuano ad essere considerati di serie B dal momento che chi li compie rischia poco o praticamente nulla. Se per un piccolo furto, infatti, in Italia si incorre in un processo per direttissima, nel caso di crimini ambientali la clemenza del legislatore continua ad essere massima. E’ per questo che alcuni imprenditori mettono già in bilancio l’eventualità di dover pagare qualche spicciolo per essere stati scoperti.
E’ il caso, ad esempio, del reato di discarica abusiva per cui si prevede solo l’arresto da tre mesi a due anni (misura cautelare praticamente mai applicata) e una risibile ammenda da duemilaseicento a ventiseimila euro. Così come, chi ‘cagiona l'inquinamento del suolo, del sottosuolo, delle acque superficiali o delle acque sotterranee con il superamento delle concentrazioni soglia di rischio’, che sostanzialmente, quindi, avvelena l’ambiente, rischierà l'arresto da sei mesi a un anno e l'ammenda da duemilaseicento a ventiseimila euro, se non provvede alla bonifica in conformità al progetto approvato dall'autorità competente. E’ chiaro che a chi inquina converrà pagare questa piccola multa, piuttosto che sostenere i costi altissimi – circa 200.000 euro a metro quadrato – per la bonifica del territorio.
Stesso discorso per l’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti di natura industriale in ambiente che, per una lunga serie di casi, è punibile al massimo con un’ammenda di 1.032 euro o scarico di acque reflue industriali per cui si rischia di pagare al massimo 52.000 euro. Cifre molto modeste che non fungono da deterrente per aziende che fatturano milioni di euro, e che il recente schema di decreto approvato dal governo non ha modificato.
La Direttiva 98/2009, inoltre, non prevede nulla per i reati nell’ambito del ciclo del cemento. Così la legislazione italiana, non elaborando niente di specifico, lascia senza un’adeguata tutela il paesaggio e la fragilità geomorfologia e urbanistica dei territori, mentre tutela chi costruisce abusivamente, ex novo o parzialmente, perchè non punibile con la reclusione. Per chi realizza cave illegalmente l’ammenda massima rimane infatti di 1.032 euro, mentre per l’abusivismo edilizio l’unico deterrente è costituito dall’eventuale demolizione, evento, peraltro, quanto mai eccezionale.
Secondo Legambiente Veneto dal decreto emerge, dunque, un solo un passo positivo di rilievo, ossia l’introduzione nel nostro ordinamento della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche. Queste, finalmente, saranno chiamate a rispondere con il proprio capitale per i reati ambientali. Fino ad oggi tale responsabilità, prevista dal decreto 231/2001 non era prevista per gli illeciti ambientali, è quindi merito dell’Ue se si risolve una palese ingiustizia ai danni dell’ambiente. Altra novità, di piccola portata, è invece la previsione della tutela dell’Habitat già protetto: in concreto, ciò permetterà una migliore applicazione del principio di tutela di aree già vincolate.
"Lo schema di Decreto approvato dal Governo fa compiere un passo avanti e due indietro verso una riforma che Legambiente definisce di ‘civiltà’ – conclude Bertucco - Se infatti riconosce la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche rimane su un piano sanzionatorio blando e non delittuoso, lasciando pene assolutamente inefficaci. Una riforma efficace, dunque, sarebbe quella che prevede l’introduzione nel Codice penale dei delitti contro l’ambiente, condannando con pene reclusive, crescenti in base alla gravità degli illeciti, l’inquinamento ambientale, la frode, il disastro, il delitto di ecomafia. Di tutto ciò non c’è traccia nel nuovo schema di Decreto e nemmeno un barlume di discussione all’interno della compagine governativa, nel mondo politico. Discussione che, invece, avrebbe dovuto coinvolgere, non solo i tecnici e gli esponenti del governo, ma anche gli addetti ai lavori, magistrati, le forze dell’ordine e le associazioni ambientaliste".
Direi che la situazione continua ad essere allarmante e questo governo nulla fa (anzi...) in difesa del nostro territorio: prevalgono semprte e solo gli interessi economici...

mercoledì 11 maggio 2011

Siti UNESCO in sofferenza in Italia...

Conosciamo purtroppo lo stato di degrado in cui versano molte opere del nostro immenso ed inestimabile patrimonio storico-artistico-naturale italiano, che non ha eguali nel mondo. Lo scorso 13 aprile 2011 è uscito un comunicato stampa di Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) intitolato "Settimana della Cultura: in Italia e nel Veneto oltre la metà dei siti Unesco è in sofferenza. Legambiente racconta i mali dei luoghi patrimonio dell’Umanità nel dossier 'Unesco all’italiana'". Ecco il testo integrale del comunicato stampa.
Rappresentano un capolavoro del genio umano, sono esempi eccezionali di arte, architettura e natura, in grado di raccontare la cultura e la storia di una civiltà esistente o scomparsa. Sono luoghi e opere uniche al mondo e per questo rientrano nella lista dei beni patrimonio dell’Umanità stilata dall’Unesco, che le seleziona secondo criteri molto stringenti . L’Italia è tra i Paesi al mondo che ne possiede di più, ma troppo spesso, dopo aver ottenuto il prestigioso titolo, lascia questi tesori al proprio destino, senza fondi per il mantenimento e a volte senza alcun tipo di cura. Nella settimana dedicata alla cultura Legambiente richiama l’attenzione sulle emergenze dei siti italiani patrimonio dell’Umanità con il dossier Unesco all’italiana e chiede che il riconoscimento attribuito dall’organizzazione delle Nazioni Unite sia valorizzato meglio e non rimanga solo sulla carta come spesso avviene. Dei quarantacinque siti Unesco italiani, infatti, oltre la metà (23) è afflitta da situazioni critiche più o meno gravi che ne mettono a repentaglio il futuro. Tra questi ci sono beni paesaggistici unici al mondo come la costiera Amalfitana, un tratto di costa che tutto il mondo ci invidia, dove dilagano abusivismo edilizio ed emergenza rifiuti; le isole Eolie, paradisi della natura forgiati dal vento e dal fuoco quotidianamente minacciati da interessi speculativi e ipotesi di nuovo cemento; il parco nazionale del Cilento assediato dall’illegalità edilizia; la laguna di Venezia, un sistema fragilissimo insidiato dall’erosione, l’inquinamento marino, le acque alte e la pesca abusiva. In pericolo anche aree archeologiche di straordinario interesse come Agrigento, Siracusa e la necropoli rupestre di Pantalica, le necropoli etrusche di Cerveteri e le famosissime Pompei ed Ercolano che lottano quotidianamente contro il degrado, l’emergenza crolli, i rifiuti, gli abusi edilizi e la scarsità di servizi. “L’Italia e il Veneto hanno la fortuna di custodire un patrimonio di arte, cultura e storia unico e irriproducibile, che incarna la nostra stessa identità nazionale – sottolinea Michele Bertucco, presidente di Legambiente Veneto – ed è molto doloroso constatare, in molti casi, la totale incapacità di tutelarlo e valorizzarlo come grande ricchezza culturale e anche come chiave di uno sviluppo nuovo. Parliamo di monumenti e luoghi simbolo del nostro Paese, famosi in tutto il mondo, che rappresentano in un certo senso anche l’unione dell’Italia di cui quest’anno ricorrono i 150 anni. Un patrimonio per l’intera umanità che, una volta riconosciuto come tale, viene lasciato nell’abbandono, alla mercé di auto, inquinamento e nuovi edifici, figuriamoci che ne è dei beni cosiddetti ‘minori’, quelle migliaia di chiese, opere d’arte e monumenti che costellano ogni angolo della penisola e di cui ci occupiamo da anni con la campagna Salvalarte”. Tra i principali mali che incombono sui siti Unesco italiani, Legambiente segnala automobili e traffico, una vera ‘spada di Damocle’ sulla testa di molti posti straordinari come i Sassi di Matera dove il recupero e la rivitalizzazione degli antichi rioni è ferma da tempo mentre si progettano nuovi parcheggi, oppure i centri storici di alcune delle più importanti città d’arte del Paese come Roma, Napoli, Verona, Siena e Urbino: musei a cielo aperto, soffocati da smog, veicoli ovunque e inquinamento, dove si progetta e si realizza il ‘nuovo’ senza interessarsi troppo di quello che esiste da secoli. Lo sviluppo urbanistico eccessivo è anche l’incubo di Assisi e di altri siti francescani, del villaggio industriale di Crespi d’Adda e dei Sacri Monti della Lombardia, mentre l’incuria, la scarsa manutenzione e a volte il malcostume stanno seriamente mettendo in pericolo gioielli, archeologici, architettonici e artistici come la Villa del Casale a Piazza Armerina, Villa Adriana a Tivoli, Castel del Monte, i Monumenti paleocristiani di Ravenna, la Reggia di Caserta e le Residenze Sabaude. “Il recupero e della valorizzazione dei beni culturali può diventare l’asse portante di un diverso sviluppo del turismo - conclude Michele Bertucco - che porta lavoro e benessere e al tempo stesso promuove l’attenzione e l’amore degli italiani verso i tesori d’arte. Un Paese civile non può lasciare che simili tesori scompaiano sotto l’ombra del degrado, sono un patrimonio dell’umanità sempre e non solo quando devono candidarsi a entrare nella lista Unesco”.
Se volete leggere il Dossier integrale di Legambiente "Unesco all'Italiana: i siti in sofferenza nel Bel Paese", andate al sito http://www.legambienteverona.it/comunicati-stampa/2011/1142-siti-unesco-in-sofferenza.html.
La situazione non è per niente incoraggiante, anzi, se pensiamo all'intelligenza del Governo che continua a tagliare fondi al Ministero dei Beni Culturali, sperperando i soldi in altre piaghe del paese (politica, Provincie, nucleare, Ponte di Messina, ecc...) vengono i brividi ed un forte colpo al cuore...

lunedì 7 giugno 2010

ECOMAFIA in Veneto: sempre peggio!

In questi giorni Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) ha diffuso un comunicato stampa intitolato "ECOMAFIA 2010. L’UNICO BUSINESS IMMUNE ALLA CRISI: BILANCI SEMPRE POSITIVI E AMPLIAMENTO DEI FLUSSI SULLE ROTTE GLOBALI - RIFIUTI E CEMENTO I SETTORI AL TOP - CRESCONO I REATI NEL VENETO IN MATERIA DI RIFIUTI E IL RISCHIO RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO NELLE GRANDI OPERE". In quanto io residente nel territorio veneto, Vi riporto integralmente l'allarmante comunicato stampa.

Aumentano gli arresti (+ 43%, da 221 nel 2008 agli attuali 316) e gli illeciti accertati (28.576 oggi, 25.776 lo scorso anno) pari a 78 reati al giorno, cioè più di 3 l’ora. Aumentano del 33,4% le persone denunciate (da 21.336 a 28.472) e dell’11% i sequestri effettuati (da 9.676 a 10.737). Nello specifico, si registra una decisa impennata di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti (da 3.911 nel 2008 a 5.217 nel 2009), e un leggero calo nel ciclo del cemento (da 7.499 a 7.463), crescono i reati contro la fauna (+58% ) e i diversi reati contro l’ambiente marino e costiero. Stabile l’immenso giro d’affari, anche quest’anno, nonostante l’inasprirsi della crisi economica, pari a 20,5 miliardi di euro.
Nella classifica sull’illegalità ambientale del 2009, il Lazio sale al secondo posto (era al quinto nel 2008), soprattutto per i reati contro il patrimonio faunistico, mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, in particolare nel Sud pontino, con Latina che si attesta addirittura al terzo posto nella classifica provinciale del ciclo del cemento in Italia. Al primo posto stabile la Campania con 4.874 infrazioni accertate (il 17% sul totale nazionale). Al terzo posto la Calabria , con 2.898 infrazioni seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia , al quinto posto con 2.520 infrazioni accertate, mentre la Liguria si conferma come lo scorso anno, quale prima regione del Nord Italia con il maggior numero di reati: 1.231. Il Veneto è in 11^ posizione con 777 reati.
Con oltre 20,5 miliardi di euro di fatturato, l’ecomafia si conferma come una holding solida e potente. Eppure, la stima del fatturato globale dell’ecomafia risente quest’anno della mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra. Circostanza che ci impedisce di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro illegale dei trafficanti di monnezza, trasformandosi in moneta sonante.. Grazie all’abusivismo edilizio, la somma in nero accumulata, si conferma in 2 miliardi. Un dato che rispecchia un andamento sostanzialmente stabile del fenomeno che, se letto alla luce della grave crisi economica in atto e del conseguente calo di costruzioni legali, dimostra tutta la sua gravità. Idem per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione (Lav), si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti.
Nel ciclo dei rifiuti si è registrato un significativo aumento delle infrazioni accertate: 5.217 nel 2009, erano 3.911 nel 2008, con un incremento del 33,4%, ma anche delle denunce (6.249, erano 4.591 l’anno precedente), e degli arresti: 2.429 a fronte dei 2.406 del 2008. La Campania si conferma in testa alla classifica con 810 reati accertati (15,5% del totale nazionale), seguita da Puglia (735 infrazioni), Calabria (386), Sicilia (364) e Toscana (327). Prima regione del Nord è il Piemonte, ottava, con 270 reati. A seguire il Veneto che nel 2009 ha registrato un incremento considerevole di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti, 243 (erano 164 nel 2008), il 4,7% sul totale nazionale, numero che spinge il Veneto al nono posto nella classifica per reati accertati su scala regionale. Crescono pure le persone denunciate, 314 (erano 242 nel 2008), e soprattutto gli arresti, ben 19, mentre diminuiscono i sequestri che passano da 105 a 70. Passando ai fatti di cronaca, due elementi emergono su tutto: primo, il ruolo da protagonista assunto dal Veneto nei traffici internazionali di rifiuti; secondo, un’impressionante mole di amianto trafficato e gestito nella regione in maniera criminale: una fibra killer che secondo gli ultimi dati dell’Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza del lavoro) ucciderebbe in Italia circa 4 mila persone ogni anno.
Il porto di Venezia si rivela, dunque, ancora una volta la testa di ponte di traffici illeciti di rifiuti destinati in Estremo Oriente. Il 24 giugno scorso i Carabinieri del Noe di Venezia, coordinati dalla procura di Padova, sono protagonisti dell’operazione “Serenissima”: rifiuti spacciati per materia prima seconda e spediti nella Repubblica popolare cinese. Sostanze tossiche e pericolose per la salute umana fatte circolare con documenti falsi, come fossero normali merci o rifiuti “recuperati”, ossia previamente trattati. Con il risultato di 2 ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni a carico del titolare e dei dipendenti di un’azienda dedita alla gestione di rifiuti, attiva nelle province di Padova e Rovigo. Le ipotesi di reato contestate ai due arrestati, e ad altre undici persone denunciate, sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e falso documentale. I militari hanno contabilizzato, dall’avvio dell’indagine nel 2005, il trattamento di oltre 230 mila tonnellate di rifiuti tossici che partivano dai porti di Venezia, Genova e Ravenna e destinati alla Cina. Il sospetto degli investigatori è che i rifiuti, per lo più carta e plastica contaminata con inquinanti velenosi di diversa natura, venissero utilizzati per produrre manufatti d’ogni tipo, poi venduti in Italia e Europa. Con evidenti rischi di tossicità per gli ignari futuri consumatori. Una storia già vista diverse volte. Il valore dei beni sequestrati ammonta a 60 milioni di euro, mentre l’illecito volume d’affari è stimato in circa 6 milioni di euro.
Il primo dato da segnalare per il ciclo del cemento è quello relativo al mancato ridimensionamento del fenomeno dell’abusivismo a causa della crisi economica. Secondo le stime Cresme Consulting, se il settore legale delle costruzioni ha vissuto un sostanzioso calo delle abitazioni ultimate (dalle 316mila del 2008 alle 280mila del 2009), la parte illegale ha visto una diminuzione di sole mille abitazioni, passando da 28mila abitazioni abusive del 2008 alle attuali 27mila. Come dire che i tracciati dell’industria delle costruzioni legale e di quella illegale sono ampiamente separati e vivono di vita propria. L’abusivismo organizzato opera in nero in tutta la sua filiera (acquisto materiali, manodopera, utilizzazione del bene ecc.), selezionando le occasioni migliori e a maggior valore aggiunto quali ville costiere, cascine in aree naturalisticamente pregiate, ecc. Nel complesso, 7.463 sono state le infrazioni accertate (erano 7.499 nel 2008), 9.784 le denunce (erano 9.986 nel 2008) e 2.832 sequestri (2.644 nel 2008). Più che triplicato, invece, il numero degli arresti, che raggiunge quota 13 (erano solo 3 nel 2008). Come ogni anno la Campania si conferma al primo posto con 1.179 reati accertati, il 15,8% sul totale nazionale. Al secondo posto la Calabria (con 905 reati, il 12,1% sul totale), al terzo posto il Lazio con 881 reati accertati (l’11,8% sul totale), mentre la prima regione del Nord è la Liguria con 301 infrazioni, il 4% sul totale nazionale.
Nel Veneto che si classifica al 13° posto le infrazioni accertate dalle forze dell’ordine nel 2009 sono 183 (erano 228 nel 2008), che significa il 2% sul totale nazionale. Stesso discorso vale per le persone denunciate, 241 (erano 319 nel 2008), e per i sequestri 44 (erano 79 nel 2008).
Dai numeri alle inchieste sul ciclo illegale del cemento, il 29 ottobre arriva la decisione del giudice per le udienze preliminari della procura di Vicenza, Stefano Furlani, che rinvia a giudizio 54 indagati per presunte gare d’appalto pilotate: 19 accusati di avere promosso e partecipato a un’associazione per delinquere finalizzata alla spartizione degli appalti pubblici per strade e rotatorie; 35 per turbativa d’asta. Viene così confermato l’impianto accusatorio disegnato dal procuratore Salvarani, in base alle risultanze investigative raccolte dalla Guardia di finanza. Accuse imperniate sulla gestione “drogata” di decine di gare pubbliche nel settore viario tra il Vicentino e il Nord-est – tra il 2006 e 2007 –, mediante la formazione dei cosiddetti “cartelli” composti da numerose imprese per concordare i ribassi. L’inchiesta è nata da un’altra indagine denominata “Mala Condicio”, avviata nel marzo 2006 dalla Polizia tributaria di Vicenza e Venezia, cha ha tratto spunto dalla denuncia dell’imprenditore Isnardo Carta. Questi, infatti, aveva segnalato accordi sottobanco tra le stesse imprese per l’assegnazione degli appalti per opere pubbliche in Veneto. Il 10 marzo scorso arrivano dalla procura di Vicenza altri 38 rinvii a giudizio per un secondo filone dell’inchiesta sulle gare pubbliche truccate (la stessa che a ottobre aveva portato al rinvio per 54 persone).
Ancora una volta l’ipotesi di accusa è di associazione per delinquere e turbativa d’asta nei confronti di impresari e dipendenti che avrebbero cercato di pilotare numerose gare pubbliche tra Vicenza e il Nord Italia. La vicenda è stata ribattezzata dai cronisti locali “Appaltopoli 2”. Secondo la procura, gli indagati avrebbero pilotato le aggiudicazioni di appalti nel settore viario con una presunta associazione per delinquere facente capo a due promotori, un impresario di Longare, e al loro addetto all’ufficio gare. La tesi degli avvocati difensori – così come si legge sui giornali locali – è che in base alla teoria dei giochi e alla statistica era molto difficile condizionare l’aggiudicazione delle gare. Addirittura ci sarebbe un calcolo che parla di meno dell’1% delle probabilità considerando il numero delle ditte che partecipavano. Di parere contrario, ovviamente, gli investigatori. Infatti, le intercettazioni telefoniche hanno messo a nudo contatti che secondo la procura sono illeciti perché servivano a concordate le offerte.
Altro capitolo inquietante, quello del calcestruzzo depotenziato. Strade, ponti, viadotti, ferrovie, gallerie, case, centri commerciali e perfino scuole, ospedali e commissariati. Tutti a rischio crollo perché tirati su con cemento di pessima qualità. Un business molto redditizio per i clan che praticamente controllano tutto il ciclo del cemento del Paese e per questo si aggiudicano appalti nazionali e locali per costruire opere pubbliche e private. Dopo le “bolle” false che accompagnano i rifiuti, ecco spuntare un altro documento tra i più utilizzati dalle aziende criminali, le “ricette di produzione” taroccate del calcestruzzo utilizzate per gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, l’ormai famoso Ospedale San Giovanni di Dio ad Agrigento e perfino per il Commissariato di Polizia di Catelvetrano (Tp); per il Palazzo di giustizia e la diga foranea di Gela, la piattaforma di emergenza dell’ospedale di Caltanissetta e lo svincolo di Castelbuono dell’autostrada Palermo-Messina. Ma il fenomeno del cemento depotenziato si estende a molte altre regioni: le scuole Maresca di Locri e quella di Tropea in Calabria; il viadotto Fallaco-Corace, nel cavalcavia della nuovissima ferrovia Catanzaro-Lamezia; in Molise per la variante Anas di Venafro, primo lotto della Termoli-San Vittore; nel vicentino nei lotti 9 e 14 dell’autostrada A31 Valdastico e poi per i lavori sull’autostrada A3 . In Campania la camorra impone materiale scadente e rifornisce multinazionali che costruiscono parcheggi e imprese impegnate nella costruzione di case abusive sulla collina di Camaldoli. E purtroppo ci potrebbe essere una brutta storia di calcestruzzo depotenziato anche dietro al crollo della casa dello studente dell’Aquila.
Ma la mafia ha scoperto da tempo un altro modo per fare ottimi guadagni nel ramo del commercio: aprire direttamente i propri negozi, supermarket e grandi centri . Un ottimo metodo per riciclare soldi, ma anche per esercitare il controllo sociale attraverso la gestione degli appalti, delle forniture e dei posti di lavoro. Si tratta di colate di cemento senza limiti su ampie superfici agricole a suon di varianti urbanistiche a favore delle lottizzazioni commerciali. Si fanno così nuove infrastrutture stradali e parcheggi per migliaia di automobili a uso esclusivo del polo commerciale. Svincoli e complanari che si accolla direttamente il comune o che la società costruttrice realizza deducendo i costi dagli oneri di urbanizzazione che, in ogni caso, vengono pagati con denaro pubblico. In aggiunta, spesso i progetti prevedono la realizzazione di volumetrie destinate a servizi di altro genere, come cinema multisala, palestre, grandi negozi monomarca, alberghi, centri benessere e centri conferenze: una manna per chi lavora nel settore edilizio, legale ma anche mafioso. A fine 2008 solo in Sicilia risultavano circa 100 autorizzazioni per nuove strutture commerciali, e se oggi in Italia la partita più grossa è quella che vede al centro Cosa nostra, c’è anche l’interesse della ‘ndrangheta nei poli commerciali calabresi, così come lo storico monopolio del movimento terra e la forte presenza nei cantieri delle grandi opere in Lombardia. E c’è il controllo della camorra sui supermercati della Campania e quello sui negozi della capitale.
“L’azione di contrasto messa in campo dalle Forze dell’ordine – dichiara Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto - deve essere sostenuta concretamente dal Governo con la disposizioni di nuovi efficaci strumenti. Introducendo finalmente (entro la fine del 2010) i delitti contro l’ambiente nel Codice Penale e consentendo l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini, ma anche mettendo mano alle situazioni di pericolo più grave, quali le aree inquinate da bonificare e gli edifici e le opere pubbliche a rischio calcestruzzo depotenziato da monitorare e mettere subito in sicurezza”.
Beh, che dire di più...