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martedì 16 dicembre 2014

Ma quanto bella è la YUCCA!

Yucca è un genere di piante facente parte della famiglia delle Agavaceae, originario delle regioni a clima tropicale secco, come Messico,California e Caraibi. Comprende più di 30 specie di alberi e arbusti che in natura raggiungono anche i 15–20 m di altezza ma negli ambienti domestici non superano i 2 m; hanno il fustorobusto, cilindrico, spesso a portamento arboreo, poco ramificato, che porta folti ciuffi di foglie lineari, persistenti, dure e generalmente spinose all'apice; i fiori sono generalmente piccoli, raramente grandi, di colore bianco o crema, sono penduli e solitamente riuniti in grandi pannocchie terminali. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Yucca
Ha parlato di Yucca Rossella Sleiter nella sua rubrica Natura all'interno dell'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 12 dicembre 2014. E ha fatto bene a parlarne, perché si tratta di una pianta meravigliosa: ne ho un bel esemplare anch'io in giardino e non può che dare soddisfazioni. Facile da coltivare (anche per talea), amante del sole e resistente al gelo (anche se non a quello esagerato, ma posso confermare che nel mio giardino ha sopportato anche temperature di -10°C e neve!), pochissima manutenzione (solo ogni tanto qualche foglia secca da tagliare nella parte bassa) e fiori che sono uno spettacolo: un alto ramo con una cascata di piccoli tulipani a testa in giù color bianco crema. Peccato che la yucca abbia avuto il suo momento di gloria solo tra la fine dell'Ottocento e gli anni Trenta del Novecento (si vede spesso nei giardini d'epoca) e poi sia andata in disuso... Ve la consiglio: piantatela nel vostro giardino, non vi deluderà!

lunedì 18 novembre 2013

Ecco la pianta che si fa la serra da sola!!

Il rabarbaro (genere Rheum) è una pianta erbacea perenne, rizomatosa, appartenente alla famiglia delle Polygonaceae, comprendente 60 specie diffuse spontanee in Europa e Asia. Le specie del genere Rheum hanno un robusto rizoma carnoso da cui viene emesso ogni anno un nuovo apparato vegetativo che può raggiungere altezze anche superiori ai 200 cm. Le foglie, di grandi dimensioni, sono in gran parte riunite in una rosetta basale, disposte con fillotassi alternata, con piccioli lunghi cilindrici e carnosi e lembo variabile da ovato-cordato a reniforme, semplice o palmato-lobato. Il margine è intero o dentato, più o meno ondulato. I fiori sono bisessuali, riuniti in pannocchie terminali lungamente peduncolate che possono raggiungere alcuni decimetri di lunghezza. I singoli fiori hanno simmetria raggiata, con perigonio composto da sei tepali di colore bianco o giallastro. Il frutto è una noce trigona con spigoli prolungati in un'ala membranosa. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Rheum
Vi parlo in particolare della specie Rheum nobile, volgarmente rabarbaro nobile, perchè apprendo una notizia curiosa pubblicata sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 15 novembre 2013. Tale specie cresce sull'Himalaya, a 4.000 metri di quota, in condizioni climatiche incredibili (forti venti gelidi, temperature glaciali e potenti raggi ultravioletti). Come fa a resistere? Si costruisce una serra vera e propria!!! Le larghe foglie gialle che vedete nella foto, infatti, avvolgono e proteggono i fiori della pianta durante tutto il loro sviluppo: tali foglie sono traslucide, quindi lasciano passare i raggi ultravioletti e trattengono al loro interno il calore, permettendo quindi al fiore di svilupparsi anche in situazioni climatiche estreme! E pensate che queste foglie cadono proprio quando i frutti con i loro semi sono pronti: un tempismo perfetto! A  scoprire questo meccanismo è stato il ricercatore Hang Sun dell'Istituto di botanica cinese di Kunming. 
Davvero incredibile cosa è capace di fare la natura: l'evoluzione della pianta ha permesso al rabarbaro nobile di costruirsi una serra da solo con le proprie forze per proteggersi dal clima avverso. Fantastica natura!!

martedì 4 ottobre 2011

PIANTE DA SALVARE

Ho trovato recentemente su alcune riviste (sul settimanale "L'Espresso" e sull'inserto "Il Venerdì" del quotidiano la Repubblica) alcuni articoli reltivi al salvataggio di piante, che voglio riproporre e diffondere per trovare un pò di sensibilità al problema della distruzione del nostro caro territorio.
Il Viale dei Cipressi. Il mitico viale si trova a Bolgheri, frazione del comune di Castagneto Carducci che si trova pochi chilometri a nord-ovest rispetto al capoluogo (al centro della Maremma). Nel 1799 (dopo che nel 1784 era stata approvata una delibera per la costruzione di uno stradone diritto da San Guido a Bolgheri) inizia la costruzione di questo stradone, terminata nel 1806: nel 1831 inizia la messa a dimora dei pioppi nel primo tratto, poi nella primavera del 1832 inizia la messa a dimora dei cipressi. L'ultimazione del viale com'è allo stato attuale avviene nel 1911, mentrte nel 1954 il viale viene asfaltato. La lunghezza del famoso viale è di 4,7 km (solo 252 metri sono privi di piante), e lungo il suo percorso sono piantati ben 2.347 cipressi (dato aggiornato al 16 marzo 1999), anche se ne mancano 87 (in totale dovrebbero essere 2.434). Si tratta di un grande patrimonio naturale e storico del nostro paese: lo storico Luciano Bezzini lo ha definito "unico al mondo", il regista Franco Zeffirelli ha proposto di farne un parco per la poesia (già fu celebrato dal poeta Giosuè Carducci nella sua ode "Davanti a San Guido" del 1874 che iniziava così: "I cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da San Guido in duplice filar, quasi in corsa giganti giovinetti mi balzarono incontro e mi guardar....". Non la scrivo tutta perchè è molto lunga, ma la potete trovare al link http://www.cantoeprego.it/mi_diletto/poesie/poesia.card.dava.htm). E ancora, il fotografo Oliviero Toscani vorrebbe togliere l'asfalto e ripristinare il suo stato d'orginie, l'ex europarlamentare Monica Giuntini propone il viale come bene Unesco, e poi molti personaggi importanti ne sono interessati come Gad Lerner e Francesco Merlo. E tutti insieme sono allarmati di fronte al degrado in cui versa il viale: sporcizia, vegetazione selvatica che sta aggredendo i cipressi, macchine che vi sfrecciano a tutta velocità ben oltre il limite imposto di 60 km7h. Ma di fronte a questa emergenza Regione Toscana, Provincia di Livorno e Comune di Castagneto sono insensibili e non si fanno carico di questo problema. Come è possibile? Come si può lasciare al degrado un pezzo così importante di storia e di natura italiana? Lo chiedo direttamente ai tre enti interessati: fatevi carico di questo problema e dimostrate di avere a cuore il nostro caro territorio.
Il dittamo
. Nome scientifico "Dictamnus albus", è una pianta perenne aromatica, diffusa nelle boscaglie aride e nelle foreste di pini dell'Asia orientale e dell'Europa sudoccidentale. E' una pianta duratura, con foglie divise e fiori bianchi o rosa, dagli stami lunghi e capsule a cinque valve, contenenti semi neri e duri. Il nome generico deriva da "Dikte" (nome di un monte dell'isola di Creta) e "Thamnos" (arbusto). Si tratta di una pianta aromatica ricoperta di ghiandole secernenti sostanze irritanti per la pelle: il contatto diretto può scatenare gravi reazioni allergiche. La fioritura avviene normalmente tra maggio e giugno: i fiori, 4-5 cm di diametro, riuniti in un racemo apicale, hanno quattro petali rivolti verso il basso ed uno verso l'alto. Il dittamo è un'importante erba medicinale: la corteccia della radice viene utilizzata come rimedio a eczemi cutanei, rosolia, dolori artritici ed ittero. In associazione ad altre erbe, come la Sophora flavescens, si può impiegare in lozione ad uso esterno. Inoltre le sue foglie e addirittura l'intera pianta vengono utilizzate per aromatizzare liquori, come il vermouth. Ha proprietà antipiretiche, antibatteriche e antifungine. Tra l'altro si tratta di una pianta che possiede delle proprietà molto occulte e mistiche, ben conosciuta fin dai tempi antichi: era consacrata alle Dee lunari Luna, Astarte e Diana (il nome cretese di Diana era Dictynna e come tale la dea portava una ghirlanda fatta con questa pianta magica). Le glandole del dittamo bianco, o frassinella, separano un olio volatile che, in estate e verso sera, creano attorno alla pianta un'atmosfera eterea: pensate che se si avvicina un lume, l'atmosfera si accende, ardendo con luce viva, con tinte di rosso e di verde a seconda della varietà dei fiori. Proprie per queste sue capacità "magiche" compare molto spesso nel romanzo di Harry Potter per creare un unguento magico. Ebbene, questa pianta sta scomparendo dalle campagne europee a causa dello smog, del cambiamento climatico e della scomparsa dell'agricoltura tradizionale con l'abbandono del pascolo e delle piccole piantagioni. E come conseguenza alla graduale scomparsa del dittamo c'è una notevole riduzione di due importanti impollinatori come i bombi e le api selvatiche. E' per questo che l'Unione Europea e l'Università di Bologna hanno avviato un progetto per proteggerli entrambi: un progetto che fa parte del programma Life+ che è stato affidato a un team di ricercatori dell'università. Lo scopo del team è quello di creare piccoli spazi aperti nei boschi per far ricrescere il dittamo e allevare colonie di bombi e api. Tra quattro anni si vedrà quali saranno stati i risultati: se saranno positivi, il lavoro degli scienziati bolognesi sarà preso come esempio per futuri programmi di salvaguardia in tutta Europa. E finalmente potremo andare fieri di qualcosa In Italia, ovvero di aver fatto (finalmente!) delle azioni positivie per il nostro territorio.

domenica 18 settembre 2011

Piante da ritrovare: l'HIBISCUS

Continuo la mia rubrica "Piante da ritrovare" che trae spunto dallo spazio "Natura" di Rossella Sleiter che appare settimanalmente sull'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica. Oggi parliamo dell'Hibiscus Palustris.
L'Ibisco (Hibiscus) è un genere delle Malvaceae che comprende circa 300 specie tra piccoli alberi, arbusti e piante erbacee annuali o perenni. Il nome deriva dal greco e probabilmente fu assegnato da Dioscoride, il più famoso medico dell’antichità, vissuto nel I secolo d.C.. Originario delle zone temperate dell’Asia, cresce oggi anche in Europa, Nord America e zone tropicali: produce talvolta esemplari alti oltre 2 m a seconda della specie. È comunque un arbusto a foglie caduche, molto diffuso in coltivazione come pianta ornamentale, nei giardini e come arredo urbano. Nell'Italia centro-meridionale si trova come specie spontanea, nelle scarpate o prode di fiumi, l'Hibiscus roseus, bella pianta simile all'Althea con alti steli ricoperti di grandi fiori di colore rosa vivo. Abbastanza diffuso è comunque anche l’Hibiscus palustris - in italiano Ibisco palustre - pianta erbacea perenne a foglie caduche, originaria dell'Asia e del continente americano, che sviluppa fusti legnosi eretti, alti 80-150 cm, ricoperti da una sottile peluria, larghe foglie ovali, talvolta allungate o trilobate, verdi sulla pagina superiore, biancastre e tormentose sulla pagina inferiore, dentate; per tutta l'estate produce numerosissimi fiori a forma di imbuto, larghi 15-20 cm, di colore bianco o rosa, ma esistono anche ibridi con fiori rosso intenso. Per favorire una fioritura più abbondante si consiglia di asportare i fiori appassiti; in autunno la pianta perde completamente le foglie e talvolta tutta la parte aerea, che si svilupperà in maniera vigorosa la primavera successiva. In natura questi arbusti costituiscono larghe colonie, nei pressi di paludi o di corsi d'acqua lenti e poco profondi. In genere queste piante si sviluppano sulle rive di corsi d'acqua o di paludi, anche in vicinanza di acque salmastre, ma sono meno resistenti al freddo delle altre e difficilmente sopportano la siccità. L’incrocio tra ibisco e “palustris” ha dato origine all'Hibiscus moscheutos che ha portato a varietà dai fiori dai colori rosso, rosa, bianco, giallo e arancione.
Come ricorda la Sleiter, tale varietà necessita di parecchia acqua: quindi, o gli si dedica un'aiuola o lo si mette in vaso. Ma che soddisfazione vedere al mattino i suoi grandi fiori aprirsi: "sono spettacolari, elicati ed eleganti nonostante le dimensioni esagerate" come dice la giornalista. La pianta fiorisce fino a settembre, poi d'inverno scompare (meglio proteggere un pò le radici con una buona pacciamatura in paglia) ma poi in primavera riparte alla grande! Dove trovarlo? La più bella collezione si trova a Capoterra (CA), tel. 070-728025.
W i giardini antichi!!

Piante da ritrovare: la BIGNONIA

Inauguro oggi questa nuova rubrica dedicata alle piante che un tempo frequentavano i nostri giardini e che in questi ultimi anni sono andate scomparendo, ma che sono così belle che vale la pena ri-farle conoscere e diffonderle nuovamente nei nostri angoli verdi. In questo, traggo spunto dallo spazio "Natura" di Rossella Sleiter che appare su ogni numero dell'inserto settimanale Il Venerdì del quotidiano la Repubblica.
Oggi parliamo della Bignonia, o Campis radicans, un genere di piante appartenente alla famiglia delle Bignoniaceae. Si tratta di piante vigorose decidue, originarie delle Americhe, che crescono con grande rapidità fino ad oltre 10 metri d'altezza, arrampicandosi grazie ai viticci dotati di ventose. In Italia crescono in tutte le regioni. Il genere Bignonia comprende oltre 450 specie: tra le più note ci sono Bignonia capreolata e Bignonia venusta (fonte wikipedia.it). Ma in questa rubrica parliamo della Campis radicans: per una dettagliata descrizione rimando al sito http://www.giardinaggio.it/giardino/rampicanti/Bignonia/bignonia.asp.
Si tratta di una pianta legnosa che ha la grande capacità di ricprire le facciate degli edifici fino al tetto, ma anche pergolati e recinzioni: uno spettacolo di foglie e di fiori a tromboncino (dal giallo al rosso con sfumature di arancio). Da non dimenticare per bellezza la bignonia ricasoliana Contessa Sara, che è la più tardiva nella fioritura settembrina e che è di colore rosa (e per questo molto elegante). Come suggerisce la giornalista Sleiter, provate a mischiare nel vostro giardino il glicine alla bignonia: un mix incredibile di colori! Si tratta poi di piante che non hanno bisogno di cure particolari (a parte la potatura), e può sopportare alcuni giorni di assenza d'acqua. Dove trovarla? Francesco Vignoli (tel. 0573-479769) ne ha una collezione completa da anni a Santomato (PT) e rifornisce i migliori vivaisti.
W i giardini antichi!!

domenica 4 settembre 2011

UN GIARDINO CI SALVERA'...

E' il titolo di un interessante articolo apparso sul quotidiano la Repubblica di sabato 4 giugno 2011, nello spazio R2Cult, a cura di Valerio Magrelli. Secondo il giornalista un giardino (forse) ci salverà, ed io sono pienamente d'accordo con lui. Lo testimonia il ritorno della passione alla natura, che non è solo una moda ma svela un bisogno umano crescente nella società contemporanea: persone che cercano isolamento, silenzio e bellezza e lo fanno rifugiandosi nella botanica, o comunque nel giardinaggio in generale.
Lo testimoniano le decine di manuali e libri sui fiorni e i numerosissimi film e festival incentrati sulla natura. Tre film sono usciti recentemente che hanno in comune la natura come rifugio ai problemi della vita: "Another year" (che ricostruisce un anno di vita di un gruppo di amici londinesi che curano un appezzamento di terreno), "Rabbit Hole" (in cui la protagonista, Nicole Kidman, in lutto per la perdita del figlio si rifugia nell'accudimento del suo giardino) e "The garden" (che racconta la storia di una comunità californiana che vuol difendere ad ogni costo i suoi giardini dalle ruspe).
Come dice il giornalista, "Riallacciandosi a un atteggiamento che attraversa altre epoche per culminare nel Romanticismo, si fa sempre più urgente il desiderio di un ritorno al verde come terapia: lì si cerca una nuova armonia, in contrapposizione a ritmi di vita avvertiti in tutta la loro meccanica, alienante ripetitività".
E i libri? Beh, si possono citare "Il terrazzino dei gerani timidi" di Anna Marchesini, "Il linguaggio segreto dei fiori" di Vanessa Diffenbaugh, "L'elogio delle erbacce" di Richard Mabey, "Dai diamanti non nasce niente. Storie di vita e di giardini" di Serena Dandini o "Il giardino in movimento" di Gilles Clément. Per non parlare dei manuali, quanti sono!
E i festival? Il "Festival dei giardini" di Monza, la "Festa delle rose" di Castel Giuliano (Roma), "Orticola" di Milano, e tanti altri. E naturalmente su internet si trovano siti a non finire sul giardinaggio.
Ma come spiegare un interesse tanto ampio e profondo? Riporto testualmente alcune parti dell'articolo del giornalista Magrelli. "Forse possiamo ricordare che il termine paradiso è del tutto equivalente a quello di giardino, prato, orto, e significa molto semplicemente recinto. Ciò vuol dire, come osservò Eugenio Battisti, che l'elemento più importante di un simile ambiente, al chiuso o all'aperto che sia, risiederà nell'escludere gli intrusi. Il primo requisito di un giardino risulta pertanto essere l'isolamento, tratto che gli permette di assumere il carisma dell'Eden originario. Nasce da qui il mito dell'hortus conclusus (per usare un'espressione mutuata dalla cultura medievale) ossia uno spazio circoscritto in cui dedicarsi alle piante come a un esercizio per la cura di sè... Ad ogni modo, una volta separato dal resto del mondo, il giardiniere non ha certo concluso il suo compito. Il passo successivo consisterà nel prendersi cura di alcune creature scelte nell'infinita varietà del mondo vegetale. Individuarle, assortirle, accudirle: ecco le tre fasi di un percorso che prende l'aspetto di una vera e propria iniziazione. E qui arriviamo al cuore di questa attività: la compresenza di un lavoro al contempo spirituale e manuale. Nulla di meglio, insomma, per ricostruire il senso della nostra identità, drammaticamente minacciata da una vita meccanica, omologante, ripetitiva". Condivido pienamente quanto detto dal giornalista.
Ho scritto questo articolo perchè anch'io, da tempi non sospetti, sono un grande appassionato di giardinaggio: ho 35 anni e lo pratico da... 25 anni!!! Eh, quanto sono serviti gli insegnamenti della nonna paterna (la cara nonna Nori)... Il giardino, e la natura in genere, sono vita: fare giardinaggio mi rilassa mentalmente, e anche se c'è la stanchezza fisica dopo una giornata di giardinaggio c'è la consapevolezza di aver fatto qualcosa di buono per te e per la natura. E poi, vuoi mettere la soddisfazione di stare all'aria parte, di stare al sole, di bagnarsi con l'acqua dello spruzzo d'irrigazione, di sporcarsi le mani di terra, di vedere una pianta crescere-fiorire-dare frutti, è indescrivibile. Provare per credere!

martedì 12 aprile 2011

L'uomo che parla con gli alberi

Ho trovato questo curioso articolo sull'inserto "La Repubblica delle Donne" (http://d.repubblica.it) del quotidiano la Repubblica di sabato 9 aprile 2011, scritto da Eva Grippa. Un articolo curioso che parla di James Wilkinson, scozzese di Glasgow ma londinese d'adozione, 46 anni e laureato in economia: una persona normalissima, che svolge lavoro d'ufficio per buona parte della giornata ma che dedica il suo tempo libero (ormai da 7 anni) ad un hobby molto particolare. STUDIA TUTTE LE SPECIE DI ALBERI DELLA SUA CITTA', NE INDIVIDUA OGNI SINGOLO ESEMPLARE E NE RIPORTA SU DELLE APPOSITE MAPPE LA LORO POSIZIONE, CATALOGANDO LE ZONE (PARCHI, GIARDINI E CORTILI) CHE SONO PIU' PARTICOLARI PER LE VARIETA' DI PIANTE CHE VI SONO E PER LA LORO TIPICITA'. Per mettere a conoscenza di tutti i cittadini questa sua straordinaria raccolta, ha creato un sito (http://www.londontrees.co.uk) ove si può trovare il censimento di tutte le piante della città. Decisamente un caso raro, forse unico nel web! Non si tratta solamente di individuare le piante più particolari, o quelle più grandi, o quelle più vecchie, o quelle più rare, ma anche quelle più comuni, individuare le sottocategorie (ad esempio la betulla ne ha almeno venti), raccogliendo una serie di informazioni che difficilmente si trovano su un libro. Dopo sette anni di ricerca, il signor Wilkinson è arrivato a catalogare a Londra oltre 200 specie di alberi, di cui però solo 33 sono native dell'Inghilterra. L'unica propriamente londinese è il Carpino Bianco (ovvero quello che si trova a Berkley Square, che ha 300 anni), mentre il più raro è la vite di Gower Street. E' arrivato alla conclusione invece che la quercia è la specie londinese più sfortunata in quanto difficilmente sopravvive allo smog. I londinesi sono entusiasti di questo lavoro, tanto che ogni giorno almeno 200 persone visitano il sito, anzi alcuni si offrono per dargli una mano nel suo lavoro. Il suo scopo era inizialmente quello di raccogliere tutte queste informazioni in un sito per poi scriverne un libro, ma per il momento non ne ha il tempo. Anzi, sta traducendo in italiano alcune pagine del suo sito, che risultano molto cliccate. Per questo gli piacerebbe ora fare un lavoro simile per una città italiana, ad esempio Roma. Le autorità potrebbero poi distribuire il fascicolo per far scoprire ai turisti e agli stessi cittadini posti bellissimi, e magari sconosciuti, della città. Veramente un grande hobby, dal notevole peso scientifico per la protezione delle piante di una città: propongo che venga fatto per ogni città, sarebbe fantastico.

martedì 22 marzo 2011

I cacciatori di PIANTE GRASSE

Su "La Repubblica delle Donne" (inserto del quotidiano la Repubblica) di sabato 19 marzo 2011 ho trovato un articolo di Giuliana Zoppis (nella sua rubrica "Spie eco") nel quale parla di un incontro con i signori Giovanna Anceschi e Alberto Magli, coppia nella vita e nel lavoro, che sono grandissimi appassionati di PIANTE GRASSE. L'articolo lo trovo interessante (e per questo ne parlo) vista la mia grande passione per il giardinaggio e, in particolar modo, per le piante grasse: io abito nella pianura veronese e le mie piante grasse sono coltivate in vaso a causa del freddo invernale, ma non immaginate quanto mi piacerebbe potessero crescere liberamente in piena terra (anche perchè hanno raggiunto una tale grandezza e un tale pese che spostare i vasi richiede un notevole sforzo)... Sono molti gli appassionati di piante grasse in Italia e lo dimostrano i numerosi siti presenti sul web: http://www.pungilandia.com, http://www.mondospinoso.it, http://www.cactusedintorni.com, http://www.solospine.it e molti altri, ma quello che sperimentano i due coniugi sopraccitati è molto diverso.
Secondo questi due coniugi ci sono tre modi per salvare le piante a rischio d'estinzione:
  1. portarle lontano dai luoghi d'origine, dove sono in pericolo, coltivandole quindi in serre e laboratori protetti;
  2. lasciarle vivere nel loro habitat, senza interferire con questo;
  3. creare nel loro habitat delle zone speciali protette (come parchi, riserve o monumenti naturali).

Dal 2005 loro si dedicano agli ultimi due metodi: hanno attraversato buona parte dell'America Latina (Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay ed Uruguay) raccogliendo un vasto archivio fotografico, che alla fine si è tramutato nella voglia di mettere a disposizione di tutti immagini, ricerche e riflessioni sulle piante spinose creando un loro sito che è http://www.cactusinhabitat.org.
Dall'intervista si evnice che entrambi non sono botanici, ma autodidatti arrivati ad essere molto competenti in materia dopo aver fatto molta pratica sul campo e molti confronti. Sono arrivaati alla conclusione che le piante in habitat non si toccano: non si prelevano esemplari, neppure in parte, le loro osservazioni sono fatte su piante in loco mentre la documentazione è fatto solo di fotografie e materiale cartaceo (appunti e schizzi).
Un lavoro assolutamente molto importante e prezioso: molte specie sono a rischio soprattutto per l'impatto dell'attività umana sull'ambiente (con costruzioni, dighe, strade, ecc...) oltre che per la deforestazione per lasciare spazio ai terreni agricoli e ai pascoli; senza tralasciare la raccolta illegale di specie rare da parte di collezionisti senza scrupoli.
Quindi complimenti al loro lavoro: potrà rivelarsi molto utile per il mondo della botanica per la difesa delle piante in via d'estinzione.

giovedì 10 marzo 2011

SALVIAMO GLI OLEANDRI

Ho trovato un bel articolo sulla rivista mensile "Ville Giardini", nel numero di marzo 2011: l'articolo si intitola appunto "Salviamo gli oleandri" ed è stato scritto da Paolo Pejrone nella sua rubrica "Il giardino delle ortiche".
L'articolo è dedicato allo scempio della distruzione delle siepi di oleandri che dividono le due corsie dell'autostrada A12, che unisce la Lunigiana a Livorno: io stesso sono rimasto colpito più di qualche volta dalla bellezza di queste siepi di oleandri lungo questa ma anche altre autostrade italiane, come in Liguria o in alcune regioni meridionali. Olenadri: alberi sempreverdi, rigogliosi, folti e, soprattutto, di un'eleganza incredibile durante il periodo di fioritura, tanto da considerare queste siepi lungo le autostrade ormai parte integrante del paesaggio. Dice Pejrone: "Spesso mi sono chiesto se l'allegria di quella colorata, lunga e robusta siepe fosse dovuta anche al semplice miscuglio di vari colori. Credo proprio di sì. La varietà e l'improvvisazione non sono forse uno dei caratteri unificanti dell'Italia? Del resto l'auspicato monocolore o gruppi di monocolori sarebbero stati elegantissimi, ma certamente meno mediterranei, meno italici". Ha senza ombra di dubbio ragione: percorrere una monotona (questa sì!!) autostrada e vedere siepi infinite di oleandri fioriti (di colore giallo, bianco, rosa, bordeaux) è qualcosa di incredibile per gratificare il proprio viaggio.
Ma ahimè, come succede sempre più spesso in Italia, in quel tratto di autostrada tali siepi di oleandro sono state drasticamente tagliate, come dice Pejrone "quasi fossero stati giustiziati in fila, dopo tanti anni di fiduciosa e generosa compagnia". Si chiede Pejrone il motivo per cui questi olenadri sono stati tagliati, e perchè sono stati considerati così dannosi e così brutti. Non se ne capisce il motivo (e non ci dicano perchè le foglie sono velenose!!!): si tratta di piante che hanno bisogno solo di qualche potatura ogni tanto, resistono alla siccità e all'eccesso di pioggia, non producono scarti (sono sempreverdi), non necessitano di concimazioni. Una pianta resistentissima: certo, non tollera il gelo potente, ma dove sono stati piantati il gelo potente non è (quasi) mai arrivato. Non ci dicano neanche che lo hanno fatto per risparmiare soldi di manutenzione! E cosa hanno messo al posto degli oleandri? Non altre piante, ma un'alta parete in ferro zincato, a volte sostituita da un muretto in metallo!
Purtroppo questa è la fotografia di cosa l'Italia pensa del verde pubblico e del paesaggio: sono, ahimè, pochissime le persone che amano veramente la natura, il paesaggio, il verde, le piante. E' vero, ci sono tantissimi appassionati di giardinaggio: ma evidentemente non nelle società e tra coloro che hanno nelle loro mani la gestione del (nostro) paesaggio.
Per questo condivido perfettamente quanto dice Pejrone nella parte terminale del suo articolo: "Molto probabilmente in Italia sono sempre pochissimi ad amare le piante, il verde, la natura. Soprattutto in pochi lo dimostrano e lo testimoniano con affetto, comprensione e con tutto quel bagaglio che il vero amore comporta: rinunce, attesa, pazienza. L'affetto, si sà, ha un suo prezzo". Confidiamo pertanto in scelte future migliori da parte dei gestori del paesaggio e, in questo caso, da parte delle società che gestiscono le autostrade italiane. VOGLIAMO MANTENERE LE PIANTE TRA LE DUE CORSIE DI TUTTE LE AUTOSTRADE (ALMENO DOVE SONO ANCORA PRESENTI...).

sabato 29 maggio 2010

L'ERBARIO DI KABUL E' STATO SALVATO!

Stiamo parlando dell'Erbario dell'Università di Kabul, composto da piante essiccate, pressate e catalogate in un lavoro iniziato negli anni '60 da biologi tedeschi e scozzesi: un erbario immenso e dal grande valore scientifico, visto che contiene ben 25.000 esemplari! Naturalmente il regime dei Talebani ha messo in serio pericolo l'esistenza di questo erbario, in quanto gli stessi Talebani volevano distruggere tutti i segni di influenze culturali straniere presenti in Afghanistan: prima che questo accadesse un botanico di Kabul, Noor Ahmad Mirazai, lo nascose: lo nascose un pò alla volta, per non essere notato, spostandolo di stanza in stanza dell'università e poi portando gli esemplari a casa sua un pò al giorno. Certo, il botanico ha corso un bel rischio, addirittura la condanna di morte: ma questo sua gesto si è rivelato davvero encomiabile visto che nel 2001, quando i Talebani sono stati cacciati dal paese, il botanico ha restituito la collezione all'Università di Kabul. L'erbario è rimasto però abbandonato fino alla scorso anno presso l'Università della capitale afghana: proprio nel 2009 il programma di cooperazione americano Usaid ha avviato il restauro con l'aiuto di due università, ovvero la californiana UC Davis e la texana A&M.
I restauratori hanno riparato i vari contenitori, le schede e le piante, alcune delle quali sono state danneggiate in questi anni di abbandono da polvere ed umidità: il restauro è in corso e quando sarà terminato il Royal Botanical Garden di Edimburgo lo metterà online.
Secondo la World Conservation Society, questa raccolta di piante risulta essere la più completa dell'intero Afghanistan e contiene specie molto rare ed a rischio d'estinzione (l'Afghanistan si trova infatti all'incrocio di tre ecozone, ovvero la paleartica, l'afrotropicale e l'orientale) come l'Acanthophyllum kabulicum e il Dianthus angulatus.
In merito all'importanza degli erbari (a proposito, http://www.erbari.it/), ha ragione Gaetano Prisciantelli, giornalista dell'inserto Il venerdì del quotidiano la Repubblica, quando nel suo articolo dedicato all'argomento dice: "Ora che l'Afghanistan inizia ad esportare i suoi prodotti (grano, albicocche, mele e pistacchi), l'erbario aiuterà gli agronomi a scegliere le specie migliori da coltivare, mentre i biologi potranno individuare gli habitat da tutelare".