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martedì 6 ottobre 2015

ZINGARELLI 2016: ecco i nuovi termini

Saranno 500 le nuove parole inserite nell'edizione 2016 dello Zingarelli, il vocabolario della lingua italiana: di queste, una su dieci è un termine inglese che ormai è entrato a far parte della nostra parlata quotidiana. Web designer, swipe, cogenitore, madre surrogata, turismo procreativo, ecc... Ne ha dedicato un articolo Raffaella De Santis sul quotidiano la Repubblica di lunedì 5 ottobre 2015, intitolato "Da svapo a cogenitore: l'italiano cambia così", che potete leggere al link http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=39002

mercoledì 22 ottobre 2014

ITALIANO 4° idioma più studiato al mondo!

Apprendo questa bella notizia dall'articolo di Laura Montanari intitolato “Se la lingua di Dante conquista anche Pechino”, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 20 ottobre 2014 e che potete leggere al link http://www.repubblica.it/cultura/2014/10/20/news/se_la_lingua_di_dante_conquista_anche_pechino-98532356/. Una notizia che coglie quasi di sorpresa, sapere che la nostra lingua è la 4° più studiata al mondo (dopo inglese, francese e spagnolo), con un milione e mezzo di studenti all'estero che seguono corsi di lingua italiana (che ricordiamo è parlata da ben 250 milioni di persone). 
E come ha detto il professore e linguista Tullio De Mauro (ex ministro dell'Istruzione italiano) “Scopriamo dagli altri che il nostro Paese non è in decadenza”...

domenica 29 settembre 2013

Ecco le nuove parole dello Zingarelli 2014

Nicola Zingarelli (1860-1935) è stato letterato umanista e filologo, si laurea in lettere a Napoli nel 1882. In seguito perfezionerà i suoi studi in Germania a Breslavia, prima, e Berlino, poi. Insegna in alcune scuole a Palermo, Campobasso, Ferrara e Napoli fino al 1906 quando vince un concorso e diventa professore di storia comparata delle letterature neolatine all'Università di Palermo. Nel 1916 assume la cattedra di lingue e letterature romanze all'Università di Milano che occupa fino al 1932 quando passa a quella di letteratura italiana. Il Vocabolario della Lingua Italiana è senz'altro la sua opera più conosciuta. Inizia a lavorare alla sua stesura nel novembre del 1912 e nel 1917 comincia la pubblicazione a fascicoli per conto degli editori milanesi Bietti e Reggiani. La prima raccolta in volume risale al marzo 1922 ed è già una seconda edizione, avendo Zingarelli rimesso mano personalmente alla compilazione. In una delle prefazioni scrisse: “Mai non è apparsa tanto evidente la mutabilità delle lingue come nel tempo dallo scoppiar della guerra ai giorni presenti. Non meno rivoluzionari sono stati i progressi dell'aviazione, della radiotelegrafia e dell'automobilismo. Il Vocabolario a distanza di pochi anni mi pareva invecchiato; e bisognava dunque rifarlo in parte, oltre che ricorreggerlo. Ricorretto, rimutato, aggiornato, esso sta in questa nuova edizione”
E infatti il vocabolario deve essere aggiornato di continuo, per i vari termini che vengono coniati con l'evolversi della società (Massimo Arcangeli, direttore dell'Osservatorio linguistico Zanichelli, ha spiegato a Raffaella De Santis per il quotidiano la Repubblica: "Le parole sono simili ai fenomeni carsici, esplodono, si innabissano e poi magari si ripresentano. È importante tenerle a lungo sotto osservazione, valutarne la frequenza d'uso e anche il peso qualitativo e culturale. I mutamenti della lingua sono molto veloci, è naturale che a volte si arrivi in ritardo"). E così nell'edizione 2014 del vocabolario Zingarelli vengono proposte ben 1500 nuove parole: tra queste "adultescente" (persona tra i 20 e i 30 anni le cui condizioni di vita e la cui mentalità sono considerate simili a quelle di un adolescente), "archeoturismo" (settore del turismo legato ai siti archeologici), "calpestabile" (che può essere calpestato, spesso riferito alle superfici di vendita degli edifici), "cocoprò" (inteso sia come sigla del contratto di collaborazione sia come chi lavora con un contratto finalizzato alla realizzazione di un progetto), "ludopatia" (dipendenza patologica da giochi d'azzardo o lotterie a premi), "riproteggere" (inteso nel campo dell'aviazione civile come il collocare su un altro volo un passaggero che non ha potuto partire per la cancellazione del volo prenotato), la ben nota "rottamatore" (inteso non solo come colui che si occupa della rottamazione specie di veicoli, ma soprattutto nel linguaggio giornalistico e politico colui che si propone di allontanare e sostituire un gruppo dirigente considerato antiquato), "videointervista" (un'intervista registrata per video o rete), "shortino" (bicchierino di bevanda molto alcolica). Tra le new entry ci sono molti vocaboli che esistono da anni, o addirittura da decenni, ma che solo ora sono entrati nel gergo comune uscendo dal loro ristretto campo d'uso: tra questi, ludopatia (risalente al 1997), clemenziale (1977), cronoprogramma (1981), geolocalizzare (1997), infomobilità (1995), sbigliettamento (1966). 
Non so voi, ma la parola che più apprezzo e che più mi entusiasma tra quelle entrate nello Zingarelli 2014 è "rottamatore" (e di conseguenza "rottamazione"). Ogni riferimento alla politica è puramente casuale....

domenica 10 febbraio 2013

PIETRO BEMBO e il Rinascimento

Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470 dall'antica famiglia patrizia dei Bembo, da Bernardo e da Elena Morosini. E' stato un cardinale, scrittore, grammatico e umanista italiano. Regolò per primo in modo sicuro e coerente la lingua italiana fondandola sull'uso dei massimi scrittori toscani trecenteschi. Contribuì potentemente alla diffusione in Italia e all'estero del modello poetico petrarchista. Le sue idee furono inoltre decisive nella formazione musicale dello stile madrigale nel XVI secolo. Morì a Roma, all'età di 76 anni, il 18 gennaio 1547. Fu sepolto a Roma nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva; la sua lastra tombale è collocata sul pavimento, dietro all'altare maggiore. Anche nella Basilica di Sant'Antonio a Padova si trova un monumento dedicato al cardinale, opera del grande architetto Andrea Palladio. Per maggiori informazioni http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Bembo.
Ora Padova gli dedica la mostra “Pietro Bembo e l'invenzione del Rinascimento”, che si terrà fino al 9 maggio 2013 presso il Palazzo del Monte di Pietà (http://www.mostrabembo.it/): ideata da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Adolfo Tura, vedrà esposti lettere, manoscritti e libri rari che ripercorrono la vita di Pietro Bembo, ovvero il padre fondatore della lingua letteraria italiana. Ma nella mostra troveremo molte apere d'arte che hanno fatto parte della sua celebre collezione, da lui commissionate a grandi artisti: opere di Leonardo, Mantegna, Bellini, Giorgione, Raffaello, Michelangelo. Perchè Pietro Bembo, prima che committente di questi quadri, era anche amico degli artisti che ammira e a cui è legato da una profonda comunanza di interessi. Proprio in questi quadri viene celebrato il sentimento dell'amicizia, introducendo così una dimensione psicologica nuova per l'epoca.
Scrive Benedetta Craveri sul quotidiano la Repubblica di oggi: “Nell'autunno del 1491 Angelo Poliziano è a Venezia per studiare un antichissimo codice di Terenzio, il più prezioso dei tesori della magnifica collezione di libri e oggetti d'arte antichi e moderni che Bernardo Bembo, diplomatico e figura di spicco della Repubblica, ha costituito nel corso degli anni. A osservarlo lavorare e a prendere appunti accanto a lui c'è Pietro, il figlio ventunenne del padrone di casa. Il loro è un incontro epocale per la cultura italiana. Sarà Pietro Bembo, utilizzando la prospettiva storica, filologica e critica riservata fino ad allora allo studio dell'antico, a rivendicare la dignità del nostro volgare, a fissare le regole a partire dai suoi grandi modelli – Dante, Petrarca e Boccaccio – e a farne la lingua di tutti gli italiani”.
Quindi, quando parliamo il nostro caro italiano, ricordiamoci del grande Pietro Bembo: è grazie (anche) a lui se oggi parliamo questa meravigliosa lingua, così ricca di vocaboli e di desinenze verbali, che ha permesso alla letteratura italiana e ai suoi artisti di essere celebri e invidiati in tutto il mondo.

domenica 6 gennaio 2013

Lezioni di grammatica: perchè "la" Montalcini e non "lo" Schifani?

Pochi giorni fa il quotidiano la Repubblica ha pubblicato la lettera di una sua lettrice relativa all'uso smodato dell'articolo determinativo davanti ai nomi propri di donna, che è così diffuso in Italia. La lettera è questa: "La professoressa Montalcini, la scienziata Montalcini, il premio Nobel Montalcini, la senatrice Montalcini, la signora Montalcini, Rita Montalcini. Dovendo scrivere o parlare di questa meravigliosa persona non ci mancano certo le modalità per presentarla, ma in questi giorni ho letto in più articoli (ed anche a caratteri cubitali nei titoli) di prestigiosi quotidiani e sentito in piccoli discorsi di circostanza (vedi il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno) riferirsi a Lei con "la Montalcini". Mi sembra piuttosto volgare, nel senso di linguaggio del volgo, popolare forse ma anche molto poco rispettoso. Non ho mai sentito o letto "il Napolitano" o "il Fini" o "lo Schifani" o "il Monti", ma spesso "la Fornero", "la Cancellieri", "la Bindi". Non è forse anche questo un modo entrato nel linguaggio comune che inconsciamente (spero) finisce per sminuire il valore delle donne?". Mi rendo conto che per vari italiani la grammatica non è il loro forte: qui subentrano carenze scolastiche, oltre che un ritardo culturale generale della società italiana. Dice wikipedia: "La grammatica è una disciplina della linguistica che raccoglie, per ogni diversa lingua naturale, una successione finita di regole necessarie alla corretta costruzione di frasi, sintagmi e parole. Il termine si riferisce anche allo studio di dette regole, attraverso l'utilizzo della morfologia, della sintassi e della fonologia, spesso utilizzando anche il supporto di fonetica, semantica e pragmatica. I linguisti normalmente non intendono per "grammatica" le regole ortografiche, anche se spesso i manuali che si autodefiniscono "grammatiche" includono regole concernenti l'ortografia e la punteggiatura. L'etimologia del termine rivela che essa deriva, attraverso il latino, dal greco grammatiké (sottinteso téchne), ossia "arte (o tecnica) della scrittura": grammatiké deriva a sua volta da gráphein ("scrivere"), attraverso gramma ("lettera della scrittura")".
Nella nostra grammatica italiana (http://www.grammaticaitaliana.eu), l'articolo determinativo non va mai prima dei nomi propri di persona, siano essi maschili che femminili: c'è però da ricordare che nel linguaggio popolare e familiare italiano i nomi femminili si fanno precedere, di solito, dall'articolo (quindi la Clara, la Francesca, ecc....). Capisco il linguaggio familiare, tra amici, al bar, però almeno in Tv e nei giornali non sarebbe male rispettare la grammatica: forse la TV si è scordata il ruolo di educatore che aveva nei suoi primi anni di vita (anni '50-'60) quando gli italiani uscivano da un periodo post-bellico arretrato (anche culturalmente). Ora la TV non ha più questo potere, anzi, spesso lo ha al contrario...
Quindi concordo con la lettrice autrice della lettera che questo uso dell'articolo determinativo davanti ai nomi propri femminile denota non solo una carenza culturale ma anche, e soprattutto, l'influenza che il vecchio maschilismo ha avuto nella società nel corso del suo sviluppo nei decenni: donna spesso considerata come oggetto, la Francesca come dire la tavola, la casa, ecc... Un maschilismo che, anche se inconsciamente, è ancora insito nella nostra società.

domenica 18 settembre 2011

PAROLE SMARRITE MA DA RILANCIARE

La lingua italiana è qualcosa di formidabile per la sua immensa varietà di termini e di sinonimi: purtroppo, col passare degli anni molti di questi termini entrano in disuso per essere soppiantati da parole nuove che rispecchiano attività e tecnologie recenti. Per questo la giornalista Stefania Parmeggiani ha scritto l'articolo "Parole: il web adotta i nomi da salvare", apparso sul quotidiano la Repubblica del 14 settebre 2011, nel quale riporta un'iniziativa sorta su Facebook per rilanciare termini che si trovano sì nello Zanichelli ma non fanno più parte del linguaggio comune degli italiani. Infatti su Facebook è stato fondato il gruppo "Adotta una parola", che ad oggi conta più di 300 iscritti, la cui fondatrice (Lea Barzani) afferma: "Non abbiamo la pretesa di salvare l'italiano, ma vogliamo dare il nostro piccolo contributo. Quanti sono i termini che incontriamo in un libro e vorremmo fare nostri? Invece di annotarli su un taccuino, proviamo a congelarne l'esistenza su internet e magari a inserirli nelle nostre conversazioni". Ha perfettamente ragione.
Così tra i vari termini smarriti ci sono: arronzata (che significa ramanzina), belluino (feroce), callido (astuto, accorto), clangore (suono squillante), edule (commestibile), strapuntino (seggiolino ribaltabile), baciapile (bacchettone), obnubilamento (annuvolamento, annebbiamento), abbacinare (abbagliare), verùno (nessuno), crasso (rozzo), e tantissimi altri. E il progetto è in costante evoluzione. Ma si trovano tante altre iniziative in merito: online si trova il "dizionario delle parole perdute" (aggiornato in collaborazione con la Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari), l'"ufficio resurrezione delle parole smarrite (fondato da Sabrina D'Alessandro, che ha anche scritto "Il libro delle parole altrimenti smarrite", edito da Rizzoli), la stessa casa editrice Zanichelli (http://www.zanichelli.it/) da qualche anno completa il dizionario con un elenco di vocaboli da salvare (nel 2012 saranno 2.953, 150 in più rispetto a quest'anno!), e ancora il sito http://www.paroledesuete.wordpress.com/.
Le trovo iniziative molto significative, per salvaguardare una lingua come la nostra che ha una varietà vastissima di termini ma che nel linguaggio comune si è impoverita a meno di 7.000 termini: recuperare e reintrodurre nel nostro linguaggio di tutti i giorni termini ora in disuso significa ridare importanza alla nostra lingua, significa esserne orgogliosi, significa salvaguardare una parte importante della nostra storia e della nostra cultura. Un'ultima curiosità: il termine in disuso "salapuzio" significa "uomo piccolo di statura e con una grande considerazione di sè"; questo, ahimè, dobrebbe far già parte del nostro linguaggio da molti anni (almeno 17)...

mercoledì 24 dicembre 2008

COGNOMI D'ITALIA: ma quanti sono!!!

È uscito nelle librerie italiane un dizionario che raccoglie e spiega i cognomi italiani: si intitola “I cognomi d’Italia: dizionario storico ed etimologico”, pubblicato da Utet, suddiviso in due volumi per un totale di ben 1822 pagine, scritto da Enzo Caffarelli e Carla Marcato (che nel 2005 portarono alla ristampa altri due volumi dedicati invece ai nomi italiani, completando dunque la collana “Tutta l’Italia per nome e cognome”). Il giornalista Stefano Bartezzaghi ne ha dedicato un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica di martedì 23 dicembre 2008.
Quello della ricerca dei cognomi è stato un lavoro lungo e complesso: le ricerche sono difficoltose, sia sul piano storico e diacronico (per l’assenza di documenti) sia sul piano sincronico e statistico. Nessuno finora aveva realizzato uno studio sui cognomi italiani così specifico: in passato erano usciti alcuni studi ma a livello locale e non nazionale (con l’eccezione degli studi di Emidio De Felice degli anni ’80). Il Dizionario tratta circa 60.000 cognomi: in realtà, in Italia di cognomi ce ne sono addirittura 330.000, ma il Dizionario tratta solo di quelli portati da almeno 200 persone, altrimenti sai quante pagine!!! I nomi censiti nei precedenti volumi erano invece circa 28.000… Con la distinzione che i cognomi sono così da molto tempo in quanto vengono tramandati, mentre i nomi seguono spesso le mode.
Diciamo pure che non è un grande privilegio per il nostro Paese avere così tanti cognomi (in totale 330.000: mediamente uno ogni duecento persone circa!!!), molti più di quelli delle nazioni vicine: il motivo di tanta abbondanza sta nella frantumazione sociale e culturale italiana e nella tardiva unificazione linguistica. Pensate che in Italia si considera molto diffuso un cognome che è portato da 3.000 persone e questo succede per appena 226 cognomi (su 330.000)!!! Tra l’altro, di questi 226 cognomi solo 86 appaiono su tutto il territorio nazionale (il più frequente è Rossi portato dallo 0.39% della popolazione!!!, seguito da Ferrari, Ricci, Conti, Cosa, Gallo, Mancini, Marino e Bruno), mentre 123 sono diffusi o solo al Nord o solo al Centro o solo al Sud Italia (ad esempio il 5° e il 6° cognome più diffuso, Esposito e Colombo, riguardano rispettivamente solo la Regione Campania e la sola parte nord-occidentale della Lombardia). Per comprendere il motivo di così tanti cognomi, basta pensare alle possibili varianti di un solo cognome: prendete Ferrari, esistono anche Ferraro, Ferrero, Ferrario, Ferraris, Ferrai, Ferreri, Ferreli, Ferrè, Ferè, Farè, De Ferrari, Ferrara, Ferrarin, Ferrarotti, ecc.. e se a questi aggiungiamo anche quelli di pari origine semantica (in questo caso, Fabbri), beh allora comprendete la notevole mole dei cognomi italiani.
C’è stata, inoltre, una difficoltà notevole nello scoprire l’origine di un cognome: ad esempio Bergamino potrebbe avere una diretta derivazione etnica (legata alla città di Bergamo) ma potrebbe avere anche un’origine professionale (bergamino era infatti l’addetto all’allevamento delle vacche da latte).
Il cognome quasi sempre è una parola che segna la nostra derivazione da una famiglia e in cui è possibile recuperare la memoria storica di un evento quale può essere un mestiere antico svolto da un avo, una provenienza geografica, una caratteristica fisica o comportamentale poi tramutatasi in soprannome, ecc… Il termine cognome (come viene inteso oggi) fu attestato dal Boccaccio e deriva da una modifica della formula onomastica romana a tre membri (ad esempio, Caio Giulio Cesare) che poi andò in crisi con la diffusione del cristianesimo che favorì l’adozione di un nome unico. Un secondo nome comincerà a diffondersi in Italia intorno al XII° secolo, in seguito al periodo del Rinascimento e del Concilio di Trento il quale stabilì il mantenimento di registri battesimali (fino ad allora discontinuo e sporadico) probabilmente per impedire i matrimoni tra consanguinei.
Il Dizionario comincia con il cognome Abà e finisce con Zuzzi: cognomi poco diffusi e dall’etimologia incerta. Il mio cognome è Montagna e da un punto di vista etimologico può essere facilmente spiegato. Il vostro com’è?