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giovedì 16 ottobre 2014

EBOLA: catastrofe peggiore di una guerra

A proposito della gravissima epidemia di Ebola che sta sconvolgendo l'Africa, con seri pericoli per l'intera umanità (http://it.wikipedia.org/wiki/Ebola), vi consiglio la lettura delle lettere inviate dai delegati in Sierra Leone di Terra Madre (la rete mondiale delle comunità del cibo creata da Slow Food), pubblicate ieri dal quotidiano la Repubblica: le potete leggere al link seguente http://www.zeroviolenza.it/rassegna/pdfs/15Oct2014/15Oct2014462163db288dc6b358a149932c62084b.pdf. Rendono ancora di più l'idea della catastrofe umanitaria che si sta consumando nel Continente Africano.
Nello stesso articolo potete leggere anche un intenso approfondimento di Carlo Petrini (fondatore della stessa Slow Food), intitolato "Una catastrofe peggiore di una guerra". Mi ha colpito molto il passaggio in cui dice "...è peggio di una guerra, perché la paura del contagio impedisce qualsiasi forma di collaborazione, qualunque solidarietà. Nessuno si avvicina agli orfani, che piangono, sporchi e malati. Nessuno aiuta le donne a partorire". E' davvero una situazione drammatica.

domenica 17 febbraio 2013

Dr. LIVINGSTONE, l'uomo che scoprì l'Africa

David Livingstone (nato a Blantyre il 19 marzo 1813 e morto sul Lago Bangweulu il 1º maggio 1873) è stato un missionario, esploratore e medico britannico dell'era vittoriana. Nel periodo 1852-56, esplorò l'entroterra africano, scoprendo le cascate Vittoria, a cui diede il nome dell'allora Regina d'Inghilterra. Livingstone fu uno dei primi europei a fare un viaggio transcontinentale attraverso l'Africa. Lo scopo del suo viaggio era di aprire nuove vie commerciali, e di accumulare informazioni utili sul continente africano. In particolare, Livingstone era un sostenitore delle missioni e del commercio nell'Africa centrale... Livingstone ritornò in Africa nel 1856 a capo di una spedizione con lo scopo di esplorare il fiume Zambesi. Mentre esplorava lo Zambesi, le missioni da lui volute in Africa centrale e orientale finirono in modo disastroso, con quasi tutti i missionari morti di malaria o di altre malattie. Il fiume Zambesi si rivelò essere completamente non navigabile a causa di una serie di cateratte e rapide che Livingstone non riuscì a esplorare nei suoi viaggi precedenti. Ad eccezione di un ingegnere di nome George Rae, gli altri occidentali o morirono o rinunciarono. Sua moglie Mary morì il 27 aprile 1862 di malaria cerebrale, ma Livingstone continuò le sue esplorazioni, ed infine tornò in Inghilterra nel 1864. La spedizione fu considerata un fallimento da molti giornali britannici del tempo, e Livingstone ebbe grosse difficoltà a raccogliere fondi per esplorare ulteriormente l'Africa... Nel marzo 1866, Livingstone tornò in Africa, a Zanzibar, da dove cominciò a cercare la sorgente del Nilo. Richard Francis Burton, John Hanning Speke e Samuel Baker avevano in precedenza, e quasi correttamente, identificato sia il lago Alberto che il lago Vittoria come sorgenti, ma la questione era ancora dibattuta. Livingstone, nel cercare la sorgente del Nilo si spinse in realtà troppo ad ovest, fino a raggiungere il fiume Lualaba che altro non è che la parte iniziale del fiume Congo, ma che Livingstone erroneamente considerò essere il Nilo. Si ammalò e per tre anni perse completamente il contatto con il mondo esterno. Solo uno dei suoi 44 dispacci arrivò fino a Zanzibar. Henry Morton Stanley, il giornalista inviato alla sua ricerca nel 1869, lo trovò nella città di Ujiji, sulle sponde del lago Tanganica, il 10 novembre 1871. Questo episodio è rimasto famoso per le parole con le quali si dice che Stanley abbia la prima volta salutato Livingstone: "Dr. Livingstone, I presume" (in italiano: "Il dottor Livingstone, suppongo."). Erano gli unici due europei in Africa nel raggio di centinaia di chilometri e si salutarono come se si vedessero ad un ricevimento. Un episodio riportato in seguito più volte come esempio di quanto la formale ma seria morale vittoriana fosse compenetrata e assimilata nel popolo inglese. Stanley si unì a Livingstone, e per un anno continuarono insieme ad esplorare il nord del Tanganica, poi Stanley partì. A dispetto delle sollecitazioni di Stanley, Livingstone era determinato a non lasciare l'Africa fino a quando la sua missione non fosse stata completata, ma nel 1873 morì in Zambia di malaria e per una emorragia interna. Il suo corpo, portato per oltre mille miglia dai suoi leali assistenti Chumah e Susi fino a Zanzibar, ritornò in Inghilterra per essere sepolto nell'Abbazia di Westminster; il suo cuore venne invece sepolto nel luogo dov'era morto, sul Lago Bangweulu, a Chitomba. Fonte wikipedia.it.
Questa la vita del Dr. Livingstone, l'uomo che scoprì l'Africa nonché il più grande esploratore del mondo, di qui proprio quest'anno ricorre il 200° anniversario della sua nascita. Ed è proprio per questa ricorrenza che quest'anno la figura del grande esploratore verrò celebrata con una serie di iniziative: convegni alla Royal Geographical Society e alla London School of Economics di Edimburgo, dove tra l'altro si terrà un festival in suo onore (sono inoltre previsti viaggi in Zambia nei luoghi da lui esplorati).
Stefano Malatesta ne ha dedicato un bel articolo sul quotidiano la Repubblica di ieri, nel quale parla dell'incontro tra Livingstone e il giornalista Stanley, dicendo di quest'incontro che era stato il passaggio da un'era in cui gli occidentali fingevano di interessarsi all'Africa per ragioni geografiche all'era coloniale durante la quale cominciarono a mettere le mani su immensi territori con la scusa di portare la civiltà. Ha proprio ragione: la differenza tra i due personaggi fu che Livingstone era stato protagonista della prima era, Stanley invece della seconda. Onore al grande Livingstone.

martedì 29 gennaio 2013

TIMBUCTU', la sua cultura e la guerra

Timbuctù è un'antica città del Mali, considerata la capitale di uno dei veri quattro sultanati (salvo il sultanato supremo di Costantinopoli): grazie alle sue caratteristiche è stata dichiarata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO ed è stata proposta come una delle sette meraviglie moderne. Raggiunse il massimo del suo splendore tra il 1300 e il 1500, quando fu polo culturale del mondo arabo e così ricca d'oro da essere considerata una specie di Eldorado del tempo. Considerata, per le sue favolose ricchezze e per la sua inaccessibilità, un luogo più mitico che reale, della sua esistenza in Europa si discusse sino al 1806, quando l'esploratore Mungo Park riuscì a raggiungerla dal fiume Niger, anche se non riuscì a tornare indietro. La città è ancora viva in epoca moderna e, pur non godendo delle ricchezze materiali di un tempo, conserva una piccola parte delle ricchezze culturali dell'epoca, compresi 700.000 manoscritti arabo-islamici dei secoli XIII-XVI, tra cui opere di Avicenna, vari dei quali giunti dalla Spagna in seguito alla Reconquista, anche se un gran numero di essi è scritto, usando caratteri arabi, in lingue africane del luogo (cosiddette "lingue ajami"). Moltissime delle costruzioni della città sono state erette e costruite col fango, che garantisce una notevole solidità, dato che la città si trova in una regione desertica del Mali, l'Azawad, e la possibilità che piova è prossima allo zero. È un patrimonio a rischio a causa della guerra del Mali settentrionale. Nel luglio 2012 è stato distrutto un santuario da una cellula di al-Qaida. Le distruzioni sono proseguite il 21 dicembre, interessando altri quattro edifici fra quelli dichiarati patrimonio dell'Umanità. Fonte wikipedia.it. E infatti, purtroppo, la guerra che sta flagellando il nord del Mali sta portando alla morte della cultura maliana: come successe nel 2001 in Afghanistan con la distruzione dei famosissimi Buddha in pietra di Bamyan da parte dei Talebani e come è successo pochi mesi fa ad Aleppo (Siria) con la distruzione di vari monumenti nell'antica cittadella (che fa parte del Patrimonio Unesco dell'umanità), anche qui i Talebani stanno distruggendo tutto ciò che rappresenta la cultura locale. E stiamo parlando di una cultura incredibile: un insieme di opere di valore inestimabile che fa parte appunto del Patrimonio Unesco dell'Umanità (http://www.unesco.it). Il pericolo si sta manifestando non solo a Timbuctù (la cosiddetta “città dei 333 santi”, dove si stanno distruggendo i famosi mausolei sacri) ma anche in altre località del Mali che fanno sempre parte del Patrimonio Unesco dell'Umanità, ovvero la tomba dell'imperatore Askia a Gao (http://it.wikipedia.org/wiki/Tomba_di_Askia), la falesia dei Dogon a Bandiagara (http://it.wikipedia.org/wiki/Falesia_di_Bandiagara) e la città di fango di Djennè (http://it.wikipedia.org/wiki/Djenn%C3%A9). E ci sono altri 9 siti nel Mali in attesa di entrare sotto la protezione dell'Unesco.
Ora è arrivata la notizia orribile che a Timbuctù i ribelli hanno bruciato l'antica biblioteca: essa è (anzi, era...) ospitata nell'istituto di alti studi e ricerche islamiche “Ahmed Baba” fondato dal governo del Mali nel 1973, nel quale nel 2009 fu inaugurato un nuovo edificio di 4.600 metri quadrati (grazie ad un accordo tra i governi del Mali e del Sudafrica) con un sistema di aria condizionata per preservare i testi antichi. La sua istituzione è stata decisa nel 1967 dall'Unesco proprio per la conservazione di questi manoscritti: si tratta di 30.000 manoscritti arabi del valore inestimabile, la maggior parte risalenti al XIV e al XVI secolo, con testi di medicina, filosofia, astronomia, poesia, letteratura e legge islamica, molti dei quali decorati con miniature in oro zecchino e rilegati con copertine in pelle lavorata (fra i più preziosi vi sono copie del Corano del XII secolo e la trascrizione di un trattato di medicina attribuito al medico e filosofo musulmano Avicenna). Tutto andato perduto sotto il fuoco.
Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun ha scritto un bel articolo che è stato tradotto da Fabio Galimberti per il quotidiano "la Repubblica" di oggi. Spiega la spietatezza di questi barbari del nord del Mali che, proprio per il fatto di essere stati sconfitti, si sono vendicati senza pudore anniettando e distruggendo per sempre l'immenso patrimonio culturale del paese. La distruzione di questo patrimonio è un attacco contro l'identità non solo africana, ma di tutta l'umanità. Intervenire perchè non succeda più, in nessuna parte del mondo, deve essere un impegno di tutti gli Stati del mondo.

domenica 31 ottobre 2010

Ecco gli ORTI che salveranno l'Africa!

Dal 21 al 25 ottobre scorsi si è tenuta a Torino la 4° edizione di "Terra Madre" (http://www.terramadre.info), ovvero il Social Forum dell'Agricoltuta di tutto il mondo che ha visto 7.000 partecipanti di cui 5.000 delegati da 163 Paesi di tutto il pianeta, un punto d'incontro tra contadini, pescatori e allevatori che vogliono difendere la biodiversità, visto anche che il 2010 è l'Anno Internazionale della Biodiversità (il forum è creato da Slow Food, http://www.slowfood.it).
Durante il forum si è parlato anche degli ORTI che salveranno l'Africa: si tratti di veri e propri orti da coltivare nelle periferie delle città per salvare i disperati dalla malavita e da coltivare nelle zone agricole ormai ridotte a mono-coltura per soddisfare l'export e non il fabbisogno alimenate locale (e ce ne sarebbe molto...). Dice Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food: "La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all'esportazione, dei pesticidi, dell'urbanizzazione, dell'avanzata del deserto, ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food".
Ecco perchè è nata l'idea di questi orti, in cui recuperare i prodotti locali e soddisfare pertanto l'esigenza alimentare di quei popoli. Già ne sono stati istituiti 150 in 20 paesi africani, ma l'obiettio è di arrivare almeno a 1.000 entro la fine del 2011, anche se i problemi certo non mancano. Alcuni esempi di orti già fatti? In Senegal, dove fino a pochi anni fa il 95% del riso coltivato proveniva dal Sud-Est Asiatico e le colture tradizionali erano ormai la minima parte, oggi grazie al progetto "Mangeons local" (nato nel 2008 e sostenuto dalla Regione Piemonte) si è creata una rete di consumo basata sul fonio (un cereale locale), sul miglio e sul sorgo, che verranno coltivati in questo orti garantendo quindi la coltivazione di prodotti locali che andranno a sostenere l'alimentazione locale e non le multinazionali. In Costa d'Avorio, dove i conflitti interni hanno ostacolato sempre di più la circolazione delle merci e la produzione agricola, gli orti hanno come obiettivo il recupero di alcuni prodotti locali come il sumbalà, un composto che aumenta la sapidità dei cibi che era andato in disuso dopo una incredibile campagna pubblicitaria a favore del dado da brodo... In Guinea Bissau si era ormai arrivati alla mono-coltura dell'anacardo (un frutto tropicale proveniente dall'Amazzonia) soppiantando tutte le colture tradizionali e causando un forte aumento di casi di alcolismo per l'abuso di vino di anacardo: ora negli orti si è ripartiti dal recupero di piante tradizionali come il riso de pilau e il peperoncino malagueta. In Kenya vari scontri etnici e l'abbandono delle tecniche tradizionali agricole a favore di quelle moderne per le mono-colture hanno causato una forte migrazione verso le città, con notevoli problemi per le città stesse: ora gli orti puntano al recupero di piante antiche come la zucca di Lare e l'ortica.
Ed ora sono pronti i progetti per i nuovi orti: 50 in Senegal, 30 in Marocco, 20 nel Mali, 10 in Congo, 20 in Egitto, 200 in Kenya, 20 in Etiopia, 2 nel Madagascar, 30 in Mozambico, 20 in Tanzania, 200 nel Sud Africa, 50 in Uganda, 50 in Costa d'Avorio, 30 in Sierra Leone e 100 in Guinea Bissau. Ne ha dedicato un articolo anche il quotidiano la Repubblica venerdì 24 settembre 2010 (articolo di Antonio Cianciullo).
Quindi senza ombra di dubbio quello degli ORTI in Africa è davvero un bel progetto, per salvaguardare il territorio e per combattere la fame delle popolazioni locali, visto che gli Stati africani finora non ci hanno pensato badando solo alle multinazionali (e ai loro soldi che però non veenivano investiti per le popolazioni...). Gli orti punteranno su colture diversificate (ortaggi, frutta ed erbe varie), utilizzando solo sementi locali (quindi autoprodotte in loco), utilizzando fertilizzanti con compost naturale (e quindi senza prodotti chimici) e applicando tecniche di difesa naturali del terreno (come le rotazioni delle colture e le consociazioni). In pratica quello che dovrebbe essere fatto nell'agricoltura di tutto il mondo...

lunedì 14 giugno 2010

Notizie... egiziane!

In queste ultime settimane ho scovato sull'inserto "Il Venerdì" del quotidiano la Repubblica due curiosità riguardanti l'Egitto: una riguardante l'arte (Il Venerdì del 30 aprile 2010) ed una riguardante geografia (Il Venerdì del 28 maggio 2010).
La notizia d'arte riguarda un summit tra i rappresentanti di circa 30 paesi di tutto il mondo (tra cui Italia, Cina, Iraq, Spagna e Siria) che si è tenuto in aprile a Il Cairo (capitale egiziana) per chiedere la restituzione dei beni archeologici sottratti o rubati nei secoli scorsi e che ora sono esposti nei musei di tutto il pianeta: così la Grecia reclama i marmi del Partenone, la Libia reclama la statua dell'Apollo di Cirene, il Perù rivuole indietro la collezione di reperti del Machu Picchu. Durante questo summit è stata fatta una graduatoria delle rivendicazioni in base alle priorità, e tra queste primeggiano varie opere d'arte egiziane tra cui la stele di Rosetta (ora conservata al British Museum di Londra), il busto di Nefertiti (custodito al Neues Museum di Berlino) e la statua di Ramesse II (esposta al museo egizio di Torino). Dopo questo summit l'Egitto è riuscito ad ottenere un piccolo primo risultato positivo: dopo oltre un secolo dal suo furto, la Svizzera ha restitutito al paese africano l'alluce della mummia del faraone Akhenaton (padre di Tutankhamon). Che sia il segnale di una restituzione definitiva di tutte le opere d'arte sparse per il mondo?
La notizia di geografia riguarda invece il fiume Nilo: dopo circa 10 anni di trattative lo scorso mese di maggio Etiopia, Uganda, Ruanda e Tanzania, con l'appoggio del Kenya, hanno sottoscritto un accordo quadro di cooperazione per una gestione condivisa delle acque del grande fiume, in modo di arrivare ad una distribuzione più equa delle sue acque (che, lo ricordiamo, nei suoi 6.700 km di lunghezza attraversa ben 10 paesi). Questo accordo quadro prevede la creazione di una Commissione permanente con sede ad Addis Abeba (capitale kenyota) che valuterà le varie questioni relative al fiume, nonché la realizzazione di progetti d'irrigazione e barriere idroelettriche nei vari paesi bagnati dal Nilo. Egitto e Sudan, però, si oppongono a questo trattato (visto che il fiume trascorse per la maggior parte del suo percorso nel loro territorio): i due paesi non vogliono modificare le attuali regole di gestione dle fiume stabilite nel lontano 1959, anche perchè la loro vita è concentrata su questo fiume. Staremo a vedere gli sviluppi futuri: l'acqua è un bene sempre più importante e probabilmente è giusto che l'acqua del più importante fiume al mondo sia utilizzata da tutti i paesi che ne sono bagnati.