martedì 18 giugno 2013

VELENI SOMMERSI!

È il titolo di un articolo di Adriana Spera pubblicato sul numero di maggio 2013 della rivista mensile “La Nuova Ecologia” (http://www.lanuovaecologia.it/), dedicato al fatto che oltre la metà delle acque superficiali e più di un quarto di quelle sotterranee italiane sono contaminate da pesticidi. Tutto ciò emerge dal rapporto nazionale “Pesticidi nelle acque” pubblicato in aprile dall'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, http://www.isprambiente.gov.it/it), che ha lo scopo non di controllare che l'acqua sia potabile per l'uomo ma che le acque siano pulite in modo da salvaguardare gli ecosistemi acquatici (senza dimenticare, comunque, che indirettamente anche l'uomo ne viene contaminato tramite la catena alimentare): il rapporto viene stilato sulla base dei monitoraggi delle acque che vengono comunicati all'ISPRA dalle Regioni e dalle ARPA, che poi vengono comunicati ai Ministeri dell'Ambiente, della Salute e delle Politiche Agricole. Ebbene, secondo questo rapporto nel biennio 2009-2010 i pesticidi rilevati nelle acque italiane sono stati di 166 tipi (erano 118 nel biennio 2007-2008...), mentre il 13.2% delle acque superficiali e il 7.9% di quelle sotterranee hanno presentato livelli di tossicità per gli organismi acquatici superiori ai limiti di legge. Secondo l'ISTAT nell'agricoltura italiana viene impiegato addirittura il 33% dei fitosanitari che vengono utilizzati in tutta Europa!!! Ovvero 5.6 kg per ettaro, per un totale di oltre 140.000 tonnellate, con l'impiego di circa 350 sostanze diverse! 
Si evince inoltre che nelle acque non sono presenti solo pesticidi (il cui uso è, peraltro, consentito dalla legge) ma anche sostanze sospettate di essere cancerogene, come l'atrazina (http://it.wikipedia.org/wiki/Atrazina) e la simazina (http://en.wikipedia.org/wiki/Simazine), che da tempo sono vietate anche per la loro lunga persistenza negli ambienti. Oltre a ciò nelle acque finiscono anche i biocidi, di cui però non si hanno purtroppo rilevamenti: si tratta di disinfettanti per la casa, insetticidi domestici, ecc... che contengono sostanze anch'esse in parte cancerogene (in alcuni di questi pesticidi sono state rilevate anche 23 sostanze diverse mescolate tra loro, miscele dagli effetti sconosciuti...). 
A proposito di come viene realizzato il rapporto dell'ISPRA, bisogna anche dire che non tutte le Regioni, ahimè, forniscono i monitoraggi delle loro acque (ad esempio Liguria e Calabria non li hanno forniti per questo rapporto 2013...), mentre sono insufficienti per essere esaminati i monitoraggi inviati da Campania, Sardegna, Basilicata, Lazio e Molise: anzi, solo le regioni della pianura padano-veneta mandano regolarmente e in abbondanza i loro rilevamenti, a dispetto di tutte le altre Regioni. Che, purtroppo, non sono perseguibili se non mandano questi dati: e qui c'è una grave colpa del legislatore se c'è un buco normativo del genere. 
In teoria questo rapporto servirebbe per intervenire in caso di inquinamento: effettivamente, in alcuni casi di grave inquinamento sono state poste in opera delle azioni che hanno risanato gli ambienti, ma c'è purtroppo da dire che (anche in questo campo) il confronto con l'Europa ci fa regredire di posizione, visto che a livello europeo le sostanze vietate sono molte di più (e quelle fuorilegge in Italia lo sono non per scelta nazionale ma perchè sono state revocate a livello europeo...). Anche qui devo citare la nostra cara e bellissima Costituzione, che all'art. 32 recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Anche qui, purtroppo, il nostro Paese si rivela come la solita "non" democrazia o democrazia incompiuta...

Difendere il PAESAGGIO, si deve e si può

E' il titolo di un articolo pubblicato sul trimestrale “Il notiziario del FAI” del Fondo Ambiente Italiano (FAI, http://ww.fondoambiente.it) n° 127 di giugno-luglio-agosto 2013, numero peraltro tutto incentrato su questo tema. Ne parla nel suo editoriale anche Andrea Carandini, che dallo scorso 19 febbraio 2013 è Presidente del FAI al posto di Ilaria Borletti Buitoni. Carandini, noto archeologo italiano (http://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Carandini) dice nel suo editoriale che bisogna coinvolgere sempre di più i cittadini nella difesa del nostro immenso patrimonio storico-paesaggistico, visto che lo Stato la sua parte la fa sempre meno purtroppo (il Ministero per i Beni e la Attività Culturali versa in una condizione disastrosa: appena 90 milioni di euro gli sono stati trasferiti dallo Stato per far fronte all'intero patrimonio nazionale, oltre che ad organici sempre più ridotti, servizi aggiuntivi da rifondare, siti in pericolo, ecc...). Ha perfettamente ragione quando, chiudendo il suo editoriale e parlando delle donazioni dei privati, dice: “Donare per l'interesse generale è una forza contagiosa. Se continueremo a crescere, arriveremo, prima o poi, a smuovere la montagna: ovvero una classe dirigente che non ha dato fino ad ora buona prova di sè”.
Quando si parla di qualche problema (sempre!!!) in questo Paese, si dice che dovrebbero essere fatte delle leggi più restrittive, dimenticandosi però che molto spesso le leggi esistono già, ma non vengono applicate! Nel caso della difesa del paesaggio l'Italia è da un punto di vista legislativo molto avanti, in quanto sono stati resi obbligatori i cosiddetti “Piani paesaggistici regionali”: a dire il vero erano già previsti dal Regolamento della Legge n° 1497 del 1937 e poi confermati dal nuovo “Codice dei beni culturali e del paesaggio” del 2004, e ad oggi parecchi Regioni li hanno adottati. Il problema è che ad oggi (a quasi 10 anni dal Codice del 2004) nessuna Regione ha completato l'iter di approvazione definitiva di questi Piani e qui le motivazioni (come spiega Roberti Cecchi, Sottosegretario ai Beni Culturali nel Governo Monti) sono varie: dalla mancanza di strumenti per la realizzazione dei progetti, al timore di doversi dotare di regole troppo restrittive (!) e in generale all'incapacità del nostro Paese (e del suo popolo!) di dotarsi di regole e di rispettarle. I Piani paesaggistici regionali sono di primaria importanza nella tutela del patrimonio culturale ed ambientale del nostro paese in quanto tendono a proteggere beni culturali e paesaggio come fossero un sistema unico, sottoposto allo stesso sistema di tutela e valorizzazione. Prima invece si è sempre pensato che beni culturali e paesaggio fossero due cose senza legami tra loro: infatti nel 1939 fu fatta una legge sui beni culturali ed una sulle bellezze naturali, mentre nel 1976 si affidò la competenza dei beni culturali allo Stato e quella del paesaggio alle Regioni. Ma non è così: il patrimonio culturale è tutto, monumenti e paesaggio, così come indicato nel successivo Codice del 2004. 
C'è quindi assoluto bisogno che le Regioni portino velocemente a compimento l'iter di approvazione dei Piani paesaggistici regionali e di renderli operativi (questo lo stato ad oggi, http://www3.unisi.it/did/dip-direcon/regionale.htm). Non c'è più tempo da perdere, e per fortuna ci sono le associazioni no profit che stanno facendo (e molto!) quello che dovrebbe fare lo Stato.

Salviamo la BIBLIOTECA PALATINA di Parma

La Biblioteca Palatina di Parma è una biblioteca pubblica situata all'interno del Palazzo della Pilotta. Il nome trae origine dal tempio di Apollo Palatino di Roma. Vi si accede salendo lo Scalone Imperiale, una maestosa doppia scalinata che porta anche alla Galleria nazionale, al Teatro Farnese e al Museo archeologico nazionale. In origine si chiamava Reale Biblioteca Parmense, nel periodo napoleonico assunse i nomi di Bibliothèque Imperiale e Bibliothèque de la Ville de Parme, durante il governo di Maria Luigia si chiamò Biblioteca Ducale e dopo l'unità d'Italia Biblioteca Nazionale. Fu fondata nel 1761 dai duchi Filippo e Ferdinando di Borbone e fu inaugurata ufficialmente nel maggio del 1769, alla presenza dell'imperatore d'Austria Giuseppe II. Il palazzo della Pilotta aveva già ospitato la Biblioteca Farnesiana, spostata a Napoli da Carlo III nel 1734. I locali furono adattati dall'architetto francese Ennemond Alexandre Petitot. L'opera di organizzazione fu affidata a Paolo Maria Paciaudi che, primo in Italia, utilizzò il sistema di catalogazione per autori a schede mobili. Sotto il governo di Maria Luigia la biblioteca crebbe: la duchessa, tramite il bibliotecario Angelo Pezzana, acquistò e poi donò alla biblioteca la collezione di Gian Bernardo De Rossi, costituita in gran parte da preziosissimi antichi volumi ebraici, e fece realizzare nel 1834 da Nicola Bettoli una nuova ala nella parte sud del palazzo, il Salone Maria Luigia, ora adibito a sala di lettura. Dall'unità d'Italia è una biblioteca statale. Nel 1889 fu istituita una sezione musicale. Dall'originario patrimonio di 40 mila volumi, oggi la Palatina conserva 708.000 fra volumi, opuscoli, fogli singoli, periodici cessati, 250 periodici correnti, 6.620 manoscritti, 75.000 carteggi, 3.042 incunaboli, 52.470 stampe e disegni e una vastissima raccolta di manoscritti ebraici, forse la più grande del mondo conservata in una biblioteca pubblica. È attiva dal 1889 una sezione musicale presso il Conservatorio Arrigo Boito, con oltre 160.000 unità e importanti fondi storici. Tra i carteggi importantissimo quello relativo alla corrispondenza tra Giuseppe Verdi e Giulio Ricordi. Nel 2008 è stata costituita la "Associazione amici della Palatina", il cui scopo è di promuovere iniziative connesse alla valorizzazione, conoscenza e funzionamento della Biblioteca Palatina e del Museo Bodoniano di Parma. L'associazione organizza vari eventi culturali di tipo letterario, storico e musicale. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Biblioteca_Palatina_(Parma). Nella foto la magnifica Sala della Lettura.
Parlo di questo perchè la Biblioteca Palatina (http://www.bibpal.unipr.it/) è un'istituzione in pericolo e le Delegazioni del FAI (Fondo Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it) hanno rivolto il proprio progetto “Puntiamo i riflettori” ad essa (il progetto ha lo scopo di ridare vita ai beni scelti attraverso il contributo dei cittadini, salvando questi beni dall'abbandono e dal degrado valorizzandoli). Proprio in una delle sale della biblioteca nell'ottobre 2012 c'è stato un principio di incendio che ha provocato la chiusura di tutti gli spazi operativi e di rappresentanza rendendo impossibili le iniziative didattiche e le attività di consultazione e prestito (tra l'altro a fine anno è qui prevista la mostra per il bicentenario della morte di Giambattista Bodoni, famoso incisore, tipografo e stampatore italiano, http://it.wikipedia.org/wiki/Giambattista_Bodoni). 
C'è quindi bisogno di fondi per poter recuperare e riaprire questa magnifica biblioteca: anche qui purtroppo lo Stato non fa la sua parte, e bisogna quindi coinvolgere i cittadini. È stato attivato il conto corrente denominato “Riapriamo la Palatina” presso Cariparma/Credit Agricole, nonché il sito http://www.reopenpalatina.org/reopen/it/ con un appello per le donazioni. Il nostro aiuto è fondamentale: non dobbiamo rischiare di perdere beni del genere, che sono la nostra storia, la nostra identità e la nostra cultura.

Il degrado della REGGIA DI CASERTA: dov'è lo Stato?

La Reggia di Caserta, o Palazzo Reale di Caserta, è una dimora storica appartenuta alla casa reale dei Borbone di Napoli, proclamata Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Situata nel comune di Caserta, è circondata da un vasto parco nel quale si individuano due settori: il giardino all'italiana, in cui sono presenti diverse fontane e la famosa Grande Cascata, e il giardino all'inglese, caratterizzato da fitti boschi. In termini di volume, la reggia di Caserta è la più grande residenza reale del mondo con oltre 2 milioni di m³. La reggia, definita l'ultima grande realizzazione del Barocco italiano, fu terminata nel 1845 (sebbene fosse già abitata nel 1780), risultando un grandioso complesso di 1200 stanze e 1790 finestre, per una spesa complessiva di 8.711.000 ducati. Nel lato meridionale, il palazzo è lungo 249 metri, alto 37,83, decorato con dodici colonne. La facciata principale presenta un avancorpo centrale sormontato da un frontone; ai lati del prospetto, dove il corpo di fabbrica longitudinale si interseca con quello trasversale, si innestano altri due avancorpi. La facciata sul giardino è uguale alla precedente, ma presenta finestre inquadrate da lesene scanalate. Il palazzo ricopre un'area di circa 47.000 m²; dispone di 1026 fumaroli e 34 scale. Oltre alla costruzione perimetrale rettangolare, il palazzo ha, all'interno del rettangolo, due corpi di fabbricato che s'intersecano a croce e formano quattro vasti cortili interni di oltre 3.800 m² ciascuno. L'intera descrizione al link http://it.wikipedia.org/wiki/Reggia_di_Caserta (e comunque anche al link ministeriale http://www.reggiadicaserta.beniculturali.it/). 
Scrivo della bellissima Reggia di Caserta perché ho trovato una notizia desolante in un articolo di Conchita Sannino sul quotidiano la Repubblica del 4 giugno 2013, dedicato al degrado in cui sta versando sempre di più l'intero complesso storico. Quali sono i sintomi di questo degrado? I frammenti di cornicioni che continuano a staccarsi; il taglio ai fondi per il mantenimento della Reggia (non ci sono quasi i soldi per pagare le bollette dell'illuminazione!!); i 23 pusher arrestati pochi giorni fa nel parco per spaccio di droga; i tuffi degli imbecilli nelle bellissime e super-vincolate fontane del parco, complice uno scarso sistema di sorveglianza; l'ingresso clandestino degli ambulanti nel parco (che pagano un abbonamento annuale di soli 10 euro!!!); il mancato evento internazionale lo scorso autunno dei ministri europei del settore aerospaziale per le facciate pericolanti; la mancanza di indicazioni, cestini e bagni; la mancanza di vigili urbani per i controlli (il Comune ha chiesto l'esercito!!!); i grafiti e le scritte degli incivili sulle pareti; le erbacce che crescono indisturbate un po' ovunque; lo scarica barile delle competenze tra i vari Enti. Tutto questo, unito alla crisi economica in atto, sta riducendo il numero di visitatori e, di conseguenza, gli introiti: si tratta del 6° museo più visitato d'Italia, e nel 2012 è stato visitato da 581.000 visitatori, ben 25.000 in meno rispetto al 2011!!! 
Abbiamo un patrimonio storico – artistico – culturale in Italia che ci invidia tutto il mondo e che, gestito in maniera intelligente, frutterebbe una montagna di soldi. E invece lo Stato che fa? Taglia i fondi! Nel caso della Reggia di Caserta, lo Stato le assegnava per il “normale funzionamento” 900 milioni di lire (circa 465.000 euro) nel 2000, mentre oggi ne dà appena 40.000 euro, dieci volte in meno!!!! Però si spendono decine di miliardi (miliardi!) di euro per gli F-35, per l'esercito e altre spese militari, 2 miliardi di euro in quasi 20 anni per il finanziamento ai partiti, spese pubbliche folli. 
Si continua a parlare di semi-presidenzialismo in questi giorni come la soluzione di tutti i mali: ma abbiamo una Costituzione (bellissima, tra l'altro: http://www.governo.it/Governo/Costituzione/principi.html) che basterebbe rispettare ed applicare. L'art. 9 recita: "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione". E invece il nostro patrimonio artistico va in rovina: complimenti allo Stato!

giovedì 6 giugno 2013

Gas RADON, il nemico invisibile

Il radon (o rado, precedentemente niton) è l'elemento chimico che nella tavola periodica viene rappresentato dal simbolo Rn e numero atomico 86. Scoperto nel 1898 da Pierre e Marie Curie, è un gas nobile e radioattivo che si forma dal decadimento del radio (con espulsione di un nucleo di elio), generato a sua volta dal decadimento dell'uranio. Il radon è un gas molto pesante, pericoloso per la salute umana se inalato. L'isotopo più stabile, il 222Rn, ha un tempo di dimezzamento di 3,8 giorni e viene usato in radioterapia. Uno dei principali fattori di rischio del radon è legato al fatto che accumulandosi all'interno di abitazioni diventa una delle principali cause di tumore al polmone. Si stima che sia la causa di morte per oltre 20.000 persone nella sola Unione europea ogni anno ed oltre 3.000 in Italia. Polonio e bismuto sono prodotti, estremamente tossici, del decadimento radioattivo del radon. L'intero articolo al link http://it.wikipedia.org/wiki/Radon 
Parlo di questo gas perché sul sito http://meteolive.leonardo.it ho trovato un articolo di Luca Angelini dedicato proprio al radon e al fatto di essere altamente cancerogeno: un gas che in quantità variabile è presente sulla crosta terrestre, che si mescola all'aria e che sale in superficie diluendosi con l'atmosfera: solo che la sua concentrazione nel''aria è molto bassa, mentre quando penetra negli ambienti chiusi si accumula aumentando quindi la sua quantità. La notizia è che sono state fatte recentemente delle apposite ricerche che hanno accertato come in Lombardia, Lazio e Campania si sono rilevate quantità di radon superiori alla soglia consentita per la salute umana, e che nella maggior parte delle Università italiane oggi non si effettuano monitoraggi per prevenire il rischio radon (il compito spetterebbe all'ARPA regionale). 
Ma dove si accumula di più? Nei seminterrati, nei piani terra e in ogni locale chiuso (quindi senza finestre) dove non è presente un impianto di ventilazione forzata. E anche nelle nostre case. Infatti, nelle nostre abitazioni è sempre consigliabile ventilare bene le stanze, anche più volte al giorno, proprio per evitare accumuli di radon che risale dal suolo e si mescola in atmosfera. Come si bonificano i siti inquinati? Come riportato nel link sopraccitato, “Nelle situazioni in cui dopo aver effettuato una misurazione si dovesse rivelare una concentrazione di radon superiore ai livelli di riferimento è opportuno effettuare degli interventi di bonifica. Ci sono interventi di facile realizzazione e poco invasivi per gli edifici ed altri via via sempre più pesanti. Alcuni interventi sono volti a limitare o eliminare i punti di infiltrazione, ma di solito si consiglia sempre di accompagnare questi rimedi con metodi di depressurizzazione del suolo per impedire la risalita del gas, in quanto i primi da soli risultano generalmente insufficienti. Un rimedio immediato, anche se non sempre efficace, consiste nel continuo ricambio d'aria degli ambienti. Una corretta quanto continua ventilazione può contrastare gli accumuli del gas che tendono a far aumentare la concentrazione di radon negli ambienti. Oggi è possibile effettuare uno screening autonomo dei propri locali attraverso dei dosimetri economici”. Come indicato nell'immagine allegata, negli edifici si può creare una barriera impermeabile tra il pavimento del piano terra e il sottostante terreno, e mettere un sistema di ventilazione per aspirazione forzata che "pesca" il radon dal terreno sottostante e lo espelle in atmosfera.
Si tratta di un aspetto da non sottovalutare, anche se direi praticamente sconosciuto a tutti (me compreso): ricordo che il radon è la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di tabacco. L'Istituto Superiore di Sanità stima in Italia dai 1.500 ai 5.500 casi di tumore attribuili proprio a questo gas, con oltre 3.000 morti all'anno. Purtroppo, come succede per molte altre cose in questo nostro Paese, le informazioni a riguardo sono davvero poche e anche le norme di tutela sono molto lontane dai limiti massimi fissati dall'Unione Europea: infatti, in Italia c'è una normativa in merito per gli ambienti di lavoro (il D.Lgs. n° 241 del 26/05/2000) ma non per le abitazioni private, il quale tra l'altro fissa un livello di riferimento di 500 Bq/m³ ben superiore a quello di altri paesi (Stati Uniti 150 Bq/m³, Regno Unito 200 Bq/m³, Germania 250 Bq/m³ ). 
Il DIRITTO ALLA SALUTE è sacrosanto e in questo il Ministero della Salute dovrebbe alzare la propria voce: fare una adeguata informazione sarebbe già un'ottima cosa, assieme magari ad un adeguamento dei limiti a quelli presenti in altri paesi sviluppati.

martedì 4 giugno 2013

Turismo SENZA FRONTIERE: sarebbe ora

Si fa ancora fatica nel nostro Paese a concepire un turismo aperto a tutti, e quando dico tutti significa proprio TUTTI: vedenti e non vederti, sordi e non, con handicap e senza, ecc... Sono ancora troppe le barriere che le persone “diversamente abili” incontrano nell'usufruire il bene pubblico. Prendo spunto da un articolo della brava e sensibile giornalista Antonella Barina intitolato “Turismo senza frontiere: così la cultura è per tutti” pubblicato nella sua rubrica Solidarietà dell'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 1° marzo 2013. Inizia così il suo articolo, triste e reale descrizione dell'attualità: “Il diritto alla cultura – prezioso, imprescindibile – non è sempre così scontato per le persone disabili. Molti luoghi non sono accessibili, ci sono troppi ostacoli percettivi e sensoriali per chi non vede e non sente, mancano ausili e supporti tecnologici. E così leggere, assistere ad uno spettacolo, visitare i luoghi d'arte diventa spesso un'odissea”. Ha perfettamente ragione, purtroppo. In un paese come il nostro poi, così ricco di arte, di storia e di cultura, di cui tutti dovrebbero fruire. Ma mi rincuorano alcune iniziative (anche se ancora troppo poche) che si stanno muovendo in Italia a tal proposito, indicate dalla giornalista nel suo articolo. Eccone alcune. 
L'Unione Italiana dei Ciechi e degli ipovedenti (http://www.uiciechi.it), in collaborazione con il Dipartimento per la Gioventù della Presidenza del Consiglio, ha avviato un progetto che consente a 500 disabili visibili di tutta Italia (con età compresa tra 15 e 35 anni) di visitare i principali musei e siti culturali di Toscana, Lazio e Campania: questo grazie a delle guide specializzate che raccontano il luogo, statue e plastici da esplorare col tatto, musiche e profumi che offrono esperienze multi-sensoriali.
L'Ente Nazionale Sordi (http://www.ens.it), in collaborazione con Italia Nostra (http://www.italianostra.org/), ha organizzato il progetto “Siracusa e Noto anche nella lingua dei segni”, con una serie di visite a chiese, monumenti e percorsi naturalistici per chi non sente, il tutto garantito da Village of All (una società che certifica l'accessibilità dei luoghi che si visitano). 
La Fondazione Carlo Molo onlus (http://www.fondazionecarlomolo.it/) si rivolge alle persone afasiche (ovvero coloro che in seguito a lesioni cerebrali soffrono di disturbi al linguaggio ma non della capacità di pensiero) e, assieme al Museo del Cinema di Torino (http://www.museocinema.it/), propone dei percorsi itinerari scelti dagli stessi afasici che puntano sugli spunti emotivi anziché sulle parole. 
Infine un progetto che è in dirittura di arrivo: quello per il Foro Romano e il Palatino della Soprintendenza per i Beni Archeologici di Roma (http://archeoroma.beniculturali.it/), che sta allestendo un percorso per disabili in carrozzina, con ascensore, rampa, strada pavimentata che scorre parallela alla via Sacra, tra i resti storici. Dovrebbe essere pronto per questo mese di giugno. 
Spero vivamente che ci siano altre iniziative del genere in giro per il paese, che vi prego di segnalare qui, in modo da diffondere il messaggio a più persone possibili: in ogni caso rivolgo il mio personale appello a tutte le istituzioni (enti di vario tipo, Comuni, Province, Regioni, Soprintendenze, musei, ecc...) affinché si impegnino a realizzare progetti del genere. Siamo tutti UGUALI!

Il libro delle ISOLE REMOTE DEL MONDO

E' uscito in questi giorni un libro molto particolare ed interessante, intitolato “Atlas of Remote Islands” (ovvero l'Atlante delle isole remote), scritto da Judith Schalansky (giovane scrittrice tedesca del 1980, autrice anche del romanzo “Lo splendore delle meduse”), edito da Penguin, 143 pagg. al costo di € 17. Ne ha scritto un articolo Benedetta Marietti sul quotidiano la Repubblica del 2 giugno 2013, nella sua rubrica “Il libro oggetto”: in effetti si tratta di un libro davvero curioso, perché le isole remote hanno sempre affascinato un po' tutti noi. Così come l'autrice del libro, la cui fascinazione per tali isole risale all'infanzia trascorsa nella Germania dell'Est prima della caduta del Muro di Berlino, quando l'unico modo per viaggiare e girare il mondo era quello di usare la fantasia sfogliando le mappe di un atlante. Credo che molti di voi lo abbiano fatto: lo feci pure io, soprattutto nel periodo delle scuole medie, quando sui libri di geografia annotavo (ed anzi aggiungevo) descrizioni delle isole minori, quelle che i libri di testo non trattano mai. Quante ne ho tirate fuori!!! Ebbene la scrittrice le ha raccolte in un libro: si tratta di isole remote, dimenticate, inospitali, irraggiungibili, ma quanto fascino che hanno, sparse in ogni angolo del pianeta, mare o oceano che siano: dalla più piccola citata che è quella di Tromelin (vicina al Madagascar, con solo 4 residenti in 0,8 kmq di superficie, http://it.wikipedia.org/wiki/Tromelin) alla più grande che è quella di Rudolf Island (nell'Artico, 297 kmq di ghiaccio e neve, http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_del_Principe_Rodolfo). 
Ma nel libro ce ne sono molte: Tristan da Cunha (in pieno Oceano Atlantico, abitata nel XIX secolo da sette famiglie che vivevano in una società utopica micro-comunista, http://it.wikipedia.org/wiki/Tristan_da_Cunha), Floreana (nell'arcipelago delle Galapagos, diventato luogo di ritiro di un dentista di Berlino che, stanco della società in cui viveva e della crisi economica, negli anni '30 insieme alla moglie diede vita nell'isola ad una comunità di nudisti, http://en.wikipedia.org/wiki/Floreana_Island), Peter I (in Antartide, quasi interamente coperta di ghiaccio, sulla quale vi si mise piede per la prima volta nel 1929 dopo ben 108 anni dalla sua scoperta, http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_Pietro_I), Pingelap (atollo della Micronesia in Oceano Pacifico, i cui abitanti vedono solo in bianco e nero per una incredibile mutazione del cromosoma di un loro antenato, http://it.wikipedia.org/wiki/Pingelap), Diego Garcia (atollo dell'Oceano Indiano, i cui abitanti sono stati deportati per rendere possibile la costruzione di un'inaccessibile base statunitense, http://it.wikipedia.org/wiki/Diego_Garcia), Fangataufa (nella Polinesia, tristemente nota per gli esperimenti atomici, http://it.wikipedia.org/wiki/Fangataufa), Easter Island (ovvero la celeberrima Isola di Pasqua, con i suoi disastri ecologici, http://en.wikipedia.org/wiki/Easter_Island), St. Kilda (isola scozzese dove ci sono misteriose morti di bambini, http://it.wikipedia.org/wiki/Saint_Kilda), Tikopia (nelle Isole Salomone, dove è diffusa la pratica di infanticidio, https://it.wikipedia.org/wiki/Tikopia), e molte altre. 
Per ognuna di queste isole la scrittrice ha disegnato la mappa in un elegante stile retrò, elencato dati statistici e raccontato la storia in brevi prose poetiche che diventano una sorta di ritratto geografico, proprio perché (come dice lei) «le mappe sono allo stesso tempo astratte e concrete; nonostante contengano dati misurabili e oggettivi, non rappresentano la realtà bensì una sua interpretazione»
Sono pienamente d'accordo con lei quando dice che «È arrivato il momento che la cartografia occupi un posto tra le arti e che un atlante venga considerato un' opera letteraria, dal momento che è più che degno del suo nome originale: theatrum orbis terrarum, il teatro del mondo». Sarebbe ora. e permettetemi un appello: non fate scomparire la geografia dalle scuole.

E' nato il vino del carcere della GORGONA!

L'Isola di Gorgona si trova nel Mar Ligure di fronte a Livorno, a 37 km dalla costa. Lunga 3 chilometri e larga circa 2, con i suoi 220 ettari è la più piccola dell'Arcipelago Toscano. È una frazione del Comune di Livorno, fa infatti parte della II Circoscrizione. Insieme alle isole di Capraia, Pianosa, Elba, Giglio, Giannutri e Montecristo costituisce il Parco Nazionale Arcipelago Toscano (http://www.islepark.it/), nato per tutelarne i loro ambienti naturali di grande valore culturale e scientifico. È prevalentemente montuosa e ricca di vegetazione tipica della macchia mediterranea, ma vi si trovano anche alcuni esemplari di castagno e ontano nero; il suo rilievo più alto è di 255 metri. Gorgona è attualmente sede di una colonia penale, realizzata inizialmente come succursale di quella di Pianosa nel 1869, ma il suo centro civile è il paese degli antichi pescatori, oggi composto da 67 residenti, di cui solo 7 vivono stabilmente nell'antico borgo dei pescatori. L'isola, assieme a quella di Capraia, è citata da Dante Alighieri nel celeberrimo Canto XXXIII dell'Inferno, dove il poeta narra le vicende di Ugolino della Gherardesca: «Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove 'l sì suona, poi che i vicini a te punir son lenti, muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, sì ch'elli annieghi in te ogne persona!, Ché se 'l conte Ugolino aveva voce, d'aver tradita te de le castella, non dovei tu i figliuoi porre a tal croce». L'intera descrizione al link http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Gorgona (altri link d'informazione http://www.arcipelagodellatoscana.com/territorio.php?id_territorio=331&sezione_localita=Isola%20di%20Gorgona e http://www.gorgona.net/default.aspx). 
Perchè scrivo di questa bellissima isola? Perchè ho trovato una bella notizia sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 31 maggio 2013, in un articolo di Alberto Fiorillo dedicato ai detenuti del penitenziario dell'isola che hanno fatto rivivere, insieme ad un produttore, un vigneto abbandonato. Il penitenziario è l'unica prigione a cielo aperto rimasta in Italia, un po' colonia penale ed un po' colonia agricola: non può ospitare mafiosi, stupratori, pedofili o persone con problemi di alcol e droga, ma comunque gente che ha commesso delitti gravi (come omicidi e rapine), che oggi sono 47 (trascorrono gli ultimi anni di galera qui alla Gorgona avendo fatto un percorso carcerario senza macchia e dopo aver superato un colloquio attitudinale che attesti la loro voglia di darsi da fare e la capacità di stare in una casa circondariale diversa dove, pur non controllati da guardiani, le regole sono molto rigide). Qui infatti ogni detenuto sta in cella solo la notte e per la conta pomeridiana, poi per il resto della giornata ognuno ha il suo compito: chi lavora gli orti terrazzati, chi cura l'oliveto, chi alleva bestiame (mucche, capre e altro), chi produce derrate alimentari (olio, formaggio, miele, ecc...), chi conduce l'impianto di acquacoltura allevando orate. Tutto ciò serve a dar da mangiare alla popolazione dell'isola (in tutto circa 150 persone) e ad imparare un mestiere per la loro nuova vita una volta usciti dal carcere. 
La storia in questione nasce da un carcerato siciliano, Salvatore, che appena sbarcato alla Gorgona nota un vigneto abbandonato: parla con la direttrice del carcere per poterlo salvare visto che lui se ne intendeva di viti. Detto, fatto: recupera un ettaro di vigneto mantenendo i due vitigni più pregiati, l'ansonica e il vermentino. I carcerati mandano molte mail a varie case produttrici vinicole italiane per essere aiutati ma solo una risponde all'appello, quella di Lamberto Frescobaldi (la Marchese de' Frescobaldi, http://www.frescobaldi.it/it-it/home.aspx), che spedisce subito ai detenuti del carcere botti, attrezzi da lavoro, prodotti per la sanificazione della cantina, e manda enologi e agronomi per migliorare la qualità dle prodotto. Tutto ciò ha portato alla produzione di 2.500 bottiglie di Gorgona (bianco deciso) che da giugno 2013 arriveranno nelle enoteche di tutta Italia. 
Davvero una gran bella iniziativa: un ottimo recupero umano e ambientale! Complimenti.

lunedì 3 giugno 2013

GIORNATA MONDIALE DELL'AMBIENTE

Il 5 giugno 2013 sarà la 
GIORNATA MONDIALE DELL'AMBIENTE 
Il 5 giugno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell'Ambiente (World Environment Day), istituita dall'O.N.U. per ricordare la Conferenza di Stoccolma sull'Ambiente Umano del 1972 nel corso della quale prese forma il "Programma Ambiente delle Nazioni Unite" (U.N.E.P., ovvero "United Nations Environment Programme"). Il tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente di quest’anno è Think.Eat.Save.una campagna contro lo spreco e la perdita di cibo che incoraggia ciascuno a ridurre la propria impronta alimentare (“foodprint”).

Idea per combattere l'ASTENSIONISMO elettorale

La Costituzione italiana, all'art. 48, afferma che «Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età». Aggiunge che il voto è personale (non può essere dato per delega da un rappresentante); eguale (ogni voto vale indipendentemente da chi l'ha dato); libero (nessuno può essere costretto a dare un voto diverso da quello voluto); segreto (a garanzia della libertà e per evitare indebite pressioni o ritorsioni). Dice, ancora, che votare è un "dovere civico" (parte di quel dovere di solidarietà politica, di cui parla l'art. 2), ma nessuna sanzione è prevista per chi non va a votare. Non sempre tutti i cittadini hanno potuto esercitare il diritto di voto: al momento dell'unità d'Italia, poteva votare soltanto chi possedeva un certo reddito (il 2% della popolazione); poi vennero esclusi gli analfabeti; dal 1919 il diritto di voto fu esteso a tutti gli uomini maggiorenni (suffragio universale maschile); il regime fascista, eccetto che all'inizio, non indisse più elezioni; soltanto nel 1946 ebbero il voto anche le donne. Descrizione tratta da “Dizionario del Cittadino”. 
Purtroppo sappiamo dalle recenti elezioni (politiche, e ancor di più da quelle amministrative) che l'astensionismo è arrivato alle stelle. Scrivo questo perché sabato 1° giugno 2013 ho trovato una bella e interessante lettera di un lettore sul quotidiano la Repubblica intitolata “Un premio fedeltà al buon cittadino”, che pubblico integralmente: “Da molto tempo mi domandavo quale potesse essere un adeguato premio fedeltà per coloro che fossero arrivati ad avere i 18 timbri sulla tessera elettorale, completandola. Io, avendo partecipato a tutte le tornate elettorali, mi trovavo proprio in quella situazione. L'idea, per quanto strana, sarebbe utile, perché allo scopo di ottenere un piccolo simbolico riconoscimento, del genere 'la matita copiativa d'oro' - dorata, visti i tempi - o 'l'urna d'argento' - argentata, ovviamente -, la gente sarebbe andata a votare con slancio. Certamente tutta l'operazione avrebbe costituito un vero, serio motivo per combattere l'astensionismo, in un popolo che ha, forse, scarso senso civico, ma ha nel proprio Dna il gene della raccolta punti”. 
Bellissima! Sono pienamente d'accordo con questo lettore: certo, i cittadini dovrebbero andare spontaneamente in massa a votare al momento delle elezioni, senza alcun incentivo, dovrebbero essere felici di andare a votare (io lo sono quando ci vado, e infatti anch'io ho tutti i timbri!!!), e questo denota una certa arretratezza culturale che ancora domina nella società italiana (non solo nel voto...). Bisogna anche ammettere che la classe politica italiana ci ha messo del suo... Però, se questa idea servisse a combattere l'astensionismo, ben venga: ricordate però che lo Stato siamo noi cittadini, e siamo noi cittadini che abbiamo in mano le sorti della politica e di conseguenza del paese. Restando a casa dalle elezioni, ahimè, non si risolvono i problemi.

venerdì 31 maggio 2013

Che follia chiudere il MUSEO DELLA MENTE

E' proprio questo il titolo dell'articolo di Antonella Barina nel suo spazio Solidarietà pubblicato sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 10 maggio 2013. Li ricordate i manicomi? "Con Legge Basaglia si intende la legge italiana numero 180 del 13 maggio 1978, "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori". Alla legge ci si riferisce comunemente tramite l'associazione al nome di Franco Basaglia (psichiatra e promotore della riforma psichiatrica in Italia). Basaglia si impegnò nel compito di riformare l'organizzazione dell'assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale, proponendo un superamento della logica manicomiale. Come disse lo stesso Basaglia intervistato da Maurizio Costanzo: Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c'è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione. La Legge 180 è la prima e unica legge quadro che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. Prima della riforma dell'organizzazione dei servizi psichiatrici legata alla legge n. 180/1978, i manicomi erano spesso significativamente connotati anche come luoghi di contenimento sociale, e dove l'intervento terapeutico e riabilitativo scontava frequentemente le limitazioni di un'impostazione clinica che si apriva poco ai contributi della psichiatria sociale, delle forme di supporto territoriale, delle potenzialità delle strutture intermedie, e della diffusione della psicoterapia nei servizi pubblici. La legge stessa voleva anche essere un modo per modernizzare l'impostazione clinica dell'assistenza psichiatrica, instaurando rapporti umani rinnovati con il personale e la società, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati anche da strutture territoriali. La legge stessa prevedeva, nell'articolo 11 ("Norme finali"), che la stragrande maggioranza degli articoli (articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 e 9 ) cessassero di essere in vigore quando sarebbe entrata in vigore la legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, cosa che avvenne con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978. L'intero articolo al link http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Basaglia 
Era doverosa questa premessa sui manicomi: a Roma esiste il Museo laboratorio della mente (http://www.museodellamente.it/it/) che ricostruisce la storia dell'Ospedale Santa Maria della Pietà dalla fondazione nel 1548 alla chiusura nel 1999, creato nel 2000 da esperti della Asl Roma E insieme al gruppo di artisti dello Studio Azzurro (nel 2010 è stato premiato dall'International Council of Museum come il museo italiano più creativo): questo museo lo scorso anno ha avuto 31.000 visitatori da tutta Italia. Inoltre, con le sue 250.000 cartelle cliniche (dal 1850 ad oggi) rappresenta il più vasto archivio psichiatrico italiano, molto utile per gli studiosi; c'è anche una biblioteca con 9.000 volumi (testi dal XVI secolo al 1993), con documenti della storia dell'ospedale ed un ricco archivio audiovisivo: vengono infine organizzati continuamente workshop, seminari, iniziative per le scuole, per gli addetti ai lavori, ecc... Il museo è stato creato (come dice la giornalista) “per far comprendere cosa vuol dire sentirsi ingabbiati in un muro, distorcere la realtà, udire voci che rimbombano nella testa. Un percorso straordinario unico, per fare entrare gradatamente il visitatore nel mondo della malattia mentale: quello drammatico dello stigma e dell'esclusione sociale”
Ora però tutto ciò è in pericolo: a giugno il museo rischia la chiusura per mancanza di fondi. Non riceve infatti più fondi dalla Regione e le donazioni private sono terminate... Se si è un'azienda si possono comunque sponsorizzare le attività del museo. C'è anche una petizione da firmare contro la sua chiusura, indirizzata al nuovo governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti, che trovate al link https://www.change.org/it/petizioni/sostenere-il-servizio-educativo-del-museo-laboratorio-della-mente. Per non dimenticare...

Una LISTA ROSSA per gli ecosistemi in pericolo

“L'Aral è un lago salato di origine oceanica, situato alla frontiera tra l'Uzbekistan (nel territorio della repubblica autonoma del Karakalpakstan) e il Kazakistan. È talvolta chiamato erroneamente mare d'Aral, poiché possiede due immissari (Amu Darya e Syr Darya), ma non ha emissari che lo colleghino all'oceano risultando dunque un bacino endoreico... Il lago d'Aral è vittima di uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall'uomo. L'evento è stato tra l'altro definito dal politico statunitense Al Gore, nel suo libro "Earth in the balance", come il più grave nella storia dell'umanità. Originariamente, infatti, il lago era ampio all'incirca 68.000 km², ma dal 1960 il volume e la sua superficie sono diminuiti: nel 2007 il lago era ridotto al 10% della dimensione originaria. A causa della sua posizione geografica (si trova al centro dell'arido bassopiano turanico) è soggetto a una forte evaporazione che non è più compensata dalle acque degli immissari, sfruttati dai consorzi agricoli. La prospera industria della pesca basata sul lago è stata dismessa, provocando disoccupazione e difficoltà economiche. Al giorno d'oggi la regione è fortemente inquinata, con gravi ripercussioni sulla salute pubblica. Il ritiro del lago ha causato anche il cambiamento del clima locale (microclima), con estati diventate più calde e secche mentre gli inverni sono diventati più freddi e più lunghi”. L'intera descrizione al link https://it.wikipedia.org/wiki/Lago_d'Aral. Le immagine allegate a questo post dimostrano la quasi completa scomparsa del lago. 
 Purtroppo la storia del lago d'Aral non è l'unica, ma ce ne sono molte (e sempre di più) in giro per il pianeta: nel 1948 è stata istituita dall'Unione Internazionale per la conservazione della natura (http://www.iucn.it/) una lista che elenca le specie a rischio di estinzione, che però da sola non basta più. Per questo, per contrastare la perdita di diversità biologica (specie, geni e habitat) lo stesso IUCN ha chiesto ad un gruppo di ricercatori della University of South Wales (guidati da David Keith) di redigere anche una lista degli ecosistemi a rischio di scomparsa dal nostro pianeta. Questa lista sarà completata entro il 2025 e includerà, oltre naturalmente al Lago d'Aral, anche altri 19 ecosistemi in serio e grave pericolo come la Laguna di Coorong (in Australia meridionale, minacciata dalla diminuzione del flusso di acqua dolce in entrata dal fiume Murray), le foreste di acacie della valle del fiume Senegal (per la conversione del territorio in ampi agricoli) e la barriera corallina del Mar dei caraibi (minacciata dall'inquinamento e dalla pesca intensiva), mentre sono per ora "solo" in pericolo le foreste di Tapia in Madagascar (decimate dal disboscamento). Sono 5 i parametri che vengono esaminati dai ricercatori per redigere questa lista: le dimensioni delle aree che ospitano l'ecosistema, la velocità con cui queste si riducono, la degradazione delle componenti non viventi, la presenza di specie viventi e le loro relazioni, e il rischio complessivo di collasso calcolato attraverso una simulazione al computer. In base a questi parametri un ecosistema viene definito vulnerabile, a rischio, estremamente a rischio e collassato (finora solo il lago d'Aral ha raggiunto lo status di collassato). 
Come spiega il ricercatore Keith, in un articolo di Caterina Visco sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 24 maggio 2013, le due liste saranno complementari: quella esistente lavora con un maggior dettaglio valutando lo stato delle singole specie, mentre quella nuova avrà un livello più ampio comprendendo altre componenti di un ecosistema e servirà nella gestione del territorio per programmare interventi di protezione e di recupero. Concordo con Alberto Fanfani (docente di Gestione della diversità animale e delle aree protette della Sapienza di Roma), quando dice che questo strumento potrebbe essere utile anche in Italia, visto che c'è una vasta biodiversità in un territorio densamente popolato e con aree gravemente inquinate: anche in questo un aiuto del Governo non sarebbe male.

Fermiamo l'ECOCIDIO in Europa

Ho volentieri sottoscritto pochi giorni fa la petizione “Fermiamo l'Ecocidio in Europa” (http://firmiamo.it/fermiamo-l-ecocidio-in-europa e http://kaa.im/lk). Si tratta di un’iniziativa promossa dai Cittadini Europei per porre fine all’Ecocidio in Europa: la distruzione ambientale deve diventare un crimine, un crimine per il quale gli individui e le società possano essere ritenute responsabili. Quel crimine ha un nome: Ecocidio. 
Ma che cos'è l'Ecocidio? Come riporta lo stesso sito, l’Ecocidio è un danno esteso, la distruzione o la perdita di uno o più ecosistemi di un determinato territorio, che può essere causato sia dall’uomo che da altre cause, al punto da modificare notevolmente il godimento del territorio di cui gli abitanti beneficiano. In altre parole, è la prassi di danneggiare un ambiente naturale (un ecosistema) a livello internazionale, nazionale o anche locale. Lo scopo dell'associazione è quello che l’Ecocidio diventi un crimine per il quale le Compagnie e gli individui possano essere ritenuti responsabili secondo il diritto penale. Viene proposto che l’Ecocidio diventi un crimine in questi casi: quando l’Ecocidio avviene all’interno dell’Unione Europea, in ogni territorio, inclusi quelli marittimi; quando l’Unione Europea e le Compagnie globali sono coinvolte; quando l’Unione Europea e i cittadini sono coinvolti. Inoltre, i prodotti EU che possono essere dannosi per l’ambiente, così come gli investimenti in attività che hanno come conseguenza l’Ecocidio, saranno vietati. Per questo è stato creato l’ECI (European Citizens' Initiative), al fine di mettere in contatto i Cittadini Europei con la Commissione Europea per proporre una nuova normativa: in questo caso specifico si sta proponendo una legge che criminalizzi l’Ecocidio in Europa. Per questo servono 1 milione di firme affinché il Parlamento Europeo inizi a discutere la proposta. ECI è una parte di una più grande iniziativa in cui Polly Higgins, avvocato internazionale, ha proposto di rendere l’Ecocidio il 5° Crimine Internazionale contro la pace. 
L’Ecocidio, così, diventerebbe illegale in tutto il mondo e chiunque infrangesse questa legge potrebbe essere condannato dall’“International Criminal Court”. Esempi di Ecocidio possono essere l’utilizzo su vasta scala dei terreni che causa la distruzione degli habitat (come nel caso della deforestazione nelle maggiori foreste tropicali), oppure l'inquinamento in misura significativa, sia nel caso in cui sia intenzionale, sia nel caso in cui sia accidentale (come lo scarico o il versamento dell’olio), o ancora le estrazioni a cielo aperto in cui vengono rimossi interi paesaggi (come nel caso delle sabbie bituminose e delle miniere d’oro o di carbone). 
Servono quindi 1 milione di firme: c'è bisogno dell'aiuto di tutti. Spargete la voce, inviate il link alla vostra mailing list di contatti, tutti assieme ce la possiamo fare: facciamo sentire la nostra voce e proteggiamo così almeno quello che resta ancora da proteggere...

OCCUPAZIONE: ecco i lavori del 2030

Ho già dedicato alcuni post negli ultimi mesi ai nuovi mestieri che si stanno affacciando nel mondo del lavoro, e che serviranno a rilanciare l'occupazione nel corso dei prossimi anni. Mi aggancio all'articolo “Dal broker del tempo all'avvocato virtuale: ecco i lavori del 2030” scritto da Cinzia Sasso per il quotidiano la Repubblica del 29 maggio 2013, che fa riferimento ad uno studio dei ricercatori dell'istituto FastFuture (http://www.fastfuture.com) che sono stati chiamati dal governo britannico a studiare e fare previsioni sui mestieri dei prossimi 20 anni: lo scopo del governo è quello di orientare al meglio gli studenti nel loro corso di studi, in modo da seguire certi tipi di facoltà che poi gli garantiranno un lavoro immediato e ricercato. Ecco quali sono questi lavori: 
  • costruttore di parti del corpo (“body part maker”), in modo da sostituire organi vitali con altri artificiali
  • nanomedico, in grado di somministrare le nuove rivoluzionarie cure mediche
  • agricoltore new age, specializzato in genetica
  • manager della terza età
  • chirurgo della memoria
  • etico della scienza
  • pilota dello spazio
  • agricoltore verticale, specializzato in coltivazioni idroponiche (http://it.wikipedia.org/wiki/Idroponica e http://www.idroponica.it/)
  • specialista dei cambiamenti climatici 
  • guardiano dei periodi di quarantena 
  • poliziotto dei fenomeni atmosferici 
  • avvocato virtuale 
  • avatar per l'insegnamento 
  • progettista di nuovi mezzi di trasporto narrowcaster (specialisti di contenuti divisi per target)
  • smaltitore di dati (addetto a ripulire i database) 
  • organizzatore della vita digitale 
  • broker del tempo 
  • assistente per i social network (aiuta chi resta marginalizzato a causa dei social network) 
  • personal brander (aiuta a costruire un brand personale) 
  • esperti in nutraceutica (http://it.wikipedia.org/wiki/Nutraceutica e http://www.nutraceutica.it/), ovvero lo studio di alimenti che hanno una funzione benefica sulla salute 
  • esperti di certificazione alimentare 
  • esperti di bioenergia 
  • progettisti di alimenti nuovi 
  • guide turistiche galattiche.
Alla conferenza che si è tenuta sul tema a Bruxelles l'unica italiana presente era Gianna Martinengo, esperta di imprenditoria femminile (http://www.giannamartinengo.it/), la quale ha affermato: “La divisione classica tra studi umanistici e scientifici è superata. Al futuro bisogna guardare non solo in termini scientifici, ma anche economici, sociali ed umanistici”. Ha ragione. Lancio quindi un appello al governo italiano perché colga questo messaggio e segua l'esempio del governo britannico: anche così si rilancia l'occupazione, soprattutto quella giovanile.

domenica 19 maggio 2013

PECE: ecco l'esperimento più lungo del mondo

La pece è un liquido altamente viscoso di colore nero ricavato da bitume o da legni resinosi. È una sostanza impermeabile, nonché un potente collante. La pece veniva usata principalmente nel calafataggio delle imbarcazioni, sfruttandone l'impermeabilità all'acqua. In antichità era usata come arma di difesa nel corso di un assedio ad una città fortificata: quando i nemici appoggiavano le scale (o qualunque altro arnese utile per l'impresa) per salire le mura della città, i cittadini buttavano la pece bollente dall'alto per colpire i nemici ed impedire loro di salire. Nel baseball è utilizzata sui guantini da battuta. Un altro impiego della pece è sulle scarpe da ballerina: la suola e la punta vengono immerse nella pece per garantire una migliore aderenza sul pavimento. Fonte wikipedia.it.
Perchè parlo della pece? Perchè ho trovato un curioso ed interessante articolo di Alex Saragosa sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 17 maggio 2013. Si tratta dell'esperimento più lungo del mondo, iniziato addirittura nel 1927 da Thomas Parnell dell'Università del Queensland (Australia) e proseguito alla sua morte nel 1960 dal fisico John Mainstone, che lo sta conducendo tuttora: scopo dell'esperimento è determinare il valore esatto della viscosità delle pece, misurando in quanto tempo formi una goccia. La pece infatti a temperatura ambiente sembra uun solido vetroso, ma se viene messa in un contenitore forato sul fondo essa scorre lentissimamente formando una goccia che poi cade: per stabilire il valore della sua viscosità occorre misurare con precisione la caduta di diverse gocce e farne una media dei valori. Il problema è che il tempo con cui si forma una goccia di pece è di circa dodici anni (anni!!!). Inoltre perchè l'esperimento sia valido occorre che i ricercatori osservino con i loro occhi l'attimo in cui la goccia si distacca dal resto.
Ecco, dal 1927 ad oggi sono cadute appena 8 gocce durante l'esperimento, e in queste 8 occasioni i ricercatori mai hanno assistito con i loro occhi alla caduta della goccia!!! Pensate che nel 1988 John Mainstone si perse la caduta della settima goccia perchè era andato a prendere un caffè! E nel 2000, in occasione della caduta dell'ottava goccia, era incredibilmente guasto il dispositivo webcam che era stato installato per seguire l'evento!! Ma ora ci siamo quasi alla caduta delle nona goccia: John Mainstone ha puntato diverse webcam sul dispositivo, e sta chiedendo a tutti di tenere d'occhio via internet la goccia che si sta staccando: osservando in diretta tale distacco si potrà dire finalmente concluso questo lunghissimo esperimento, arrivando quindi per la prima volta a stabilire il valore ufficiale della viscosità della pece, oggi valutata all'incirca in 230 miliardi di volte quella dell'acqua.
Davvero curioso questo esperimento. Se volete seguire il distacco della nona (e ultima) goccia, seguite l'evento storico sulla webcam che potete vedere collegandovi al sito http://smp.uq.edu.au/content/pitch-drop-experiment. Auguri!

ITALIA: purtroppo si legge ancora poco

Si sta svolgendo in questi giorni il “Salone del libro” a Torino (http://www.salonelibro.it), al quale ha partecipato in videomessaggio il Capo dello Stato Giorgio Napolitano, che lancia un appello: “Leggiamo poco”. Ha ragione: infatti in Italia purtroppo si continua a leggere poco e (anche in questo...) siamo molto indietro rispetto a molti paesi europei. Ha ragione il nostro Presidente quando dice che leggendo poco si crea uno svantaggio oggettivo nella vita individuale e collettiva anche sotto il profilo economico: i dati ci dicono che meno della metà degli italiani legge almeno un libro all'anno (all'anno!!!) e a livello nazionale si legge ancora meno nelle regioni meridionali. L'abitudine a leggere poco riflette purtroppo una debolezza di fondo della nostra realtà culturale. Quando il Presidente dice che ciò si riflette anche sullo sviluppo economico del Paese, ha ragione: infatti la creatività nel mondo del lavoro e dell'economia se vuole generare qualcosa di valido deve poter contare su una adeguata base di conoscenza, e questo è possibile solo se il popolo attraverso la lettura acquisisce le nozioni fondamentali del sapere. Napolitano riconosce inoltre il lavoro importante che stanno svolgendo gli editori, che stanno lavorando con la professionalità di chi opera attraverso strumenti scientifici e culturali senza limitarsi alla semplice funzione di stampatore, permettendo loro di competere (testuali parole del Presidente) “con la nuda e cruda immissione in rete di qualsiasi testo da parte di qualunque soggetto”. Questo passaggio è stato molto apprezzato da Marco Polillo, Presidente dell'AIE (Associazione Italiana Editori, http://www.aie.it).
Come ha ricordato Rolando Picchioni, patron del "Salone del Libro" di Torino, non bisogna dimenticarsi della difesa della competenza dei librai, che purtroppo rischiano di scomparire per la concorrenza dei grandi distributori: anche questo è un grosso problema da affrontare. È intervenuto anche Massimo Bray, neoministro per i Beni, le attività culturali e il turismo, il quale ha ammesso che oggi nella casse del Ministero ci sono pochissimi soldi ma contestualmente si impegna (sue testuali parole) “a tutelare l'editoria come un bene comune che va valorizzato al pari degli altri beni culturali, anche in chiave occupazionale. Questo è un compito al quale sento, come ministro, di impegnarmi personalmente”. Lo stesso ministro annuncia anche che il suo progetto è quello di rilanciare la cultura come motore del cambiamento politico e volano per la ripresa economica: parole sante!!!
Quindi il fatto che in futuro almeno non ci saranno tagli al settore, è già una notizia positiva!! Come scrive però, a ragione, Paolo Griseri sul quotidiano la Repubblica del 17 maggio 2013, in un suo articolo dedicato all'intervento di Napolitano al "Salone del Libro", non si sa come riuscirà il nuovo ministro in questo suo progetto, e soprattutto dove riuscirà a trovare i soldi: alla domanda il ministro non ha saputo rispondere, o meglio ha risposto che prima deve verificare il vero stato delle cose. Come Griseri, anch'io ne apprezzo almeno la sincerità...

Se la TV pubblica non fa più storia

E' notizia di questi giorni la cancellazione dal prossimo palinsesto RAI della trasmissione “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli: alcuni smentiscono, altri dicono che potrebbe essere trasmessa su altri canali RAI del digitale, altri ancora che resterà su RaiDue ma con un altro conduttore. Il fatto comunque che si metta in discussione la trasmissione o il suo giornalista la dice lunga sulla linea editoriale della ormai ex TV pubblica (che cos'ha ormai di pubblico nella sua funzione?): come si fa a mettere in discussione una delle pochissime trasmissioni che fa cultura (e con successo!!!), in onda da 12 anni, e il cui conduttore Giovanni Minoli nel 2012 si è aggiudicato a New York il premio “HistoryMakers International”, ovvero l'Oscar dei produttori televisivi di storia? Non ci sono parole...
“Se la TV pubblica non fa più storia” è il titolo di un articolo che Giovanni Valentini ha scritto nella sua rubrica "Il sabato del villaggio" sul quotidiano la Repubblica di sabato 18 maggio 2013, dedicato proprio a questo fatto. L'articolo comincia con una frase estrapolata dal libro “Come la penso” di Andrea Camilleri (2013, edito da Chiarelettere, pagg. 220): “La RAI commise l'imperdonabile errore di adeguarsi ai sistemi delle tv private tagliando dal palinsesto i programmi di minore ascolto, come ad esempio la prosa, vale a dire eliminando le trasmissioni più culturalmente impegnative”. É stato davvero un grande errore, e l'eliminazione de “La storia siamo noi” dal prossimo palinsesto RAI ne è la prosecuzione, oltre che la conferma. Ricordiamo che “La storia siamo noi” (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it) è un contenitore culturale di approfondimento nel quale in ogni puntata viene trattato un argomento (si è parlato di fatti di economia, di politica, di cronaca, di storia, ecc...), dagli incidenti durante il G8 all'Unione Societica fino alla storia della nostra Repubblica: trasmissione che è stata un proseguo della precedente e altrettanto famosa “Mixer” (sempre condotta da Giovanni Minoli). Scrive Valentini: “La storia è la memoria di un Paese e di un popolo, la sua coscienza collettiva. L'archivio anagrafico della sua identità sociale e culturale. E perciò – quali che siano gli ascolti di questa trasmissione, peraltro più che lusinghieri – un servizio pubblico radiotelevisivo non può venire meno al dovere fondamentale di coltivare, aggiornare e tramandare quella memoria comune, a pena di rinnegare il proprio ruolo e la propria missione”. Concordo con Valentini quando scrive anche che Minoli appartiene alla migliore tradizione del giornalismo televisivo italiano, da Sergio Zavoli ad Andrea Barbato, da Piero Angela a Corrado Augias, da Lilli Gruber a Bianca Berlinguer fino a Milena Gabbanelli.
La RAI, se vuole sopravvivere, deve compiere un salto di qualità sul piano dell'informazione, dell'approfondimento e più in generale di tutta la sua programmazione editoriale: sarebbe educativo per chi la guarda, visto che il suo compito è stato questo quando il popolo italiano era uscito dall'ultima guerra mondiale e vista ancora la grande influenza che ha la TV (nel bene e nel male) sull'evoluzione culturale del popolo italiano. Perchè non imparare da La7? Sta facendo un'ottima programmazione culturale e i risultati (almeno di Auditel) le stanno dando ragione.

martedì 14 maggio 2013

Così le tempeste fecero la storia...

Fu in seguito un evento bellico che indusse gli studiosi del tempo ad organizzarsi al più presto possibile per uno scambio dei dati a livello internazionale e per una sollecita realizzazione di mappe meteorologiche a scala europea che consentissero di analizzare l’evoluzione delle situazioni meteorologiche a scala continentale e i conseguenza di prevedere in anticipo il manifestarsi di certi eventi calamitosi. L’evento bellico in questione si verificò il 14 novembre 1854 in Crimea, allorché la flotta anglo francese in guerra contro la Russia subì l’affondamento di diverse navi causa di una violenta tempesta nel Mar Nero. Purtroppo però a quella data non esisteva ancora un servizio di analisi meteorologica a scala internazionale e si scoprì così, ma troppo tardi che la tempesta che aveva attraversato appena due giorni prima parecchie regioni europee si sarebbe potuta prevedere in tempo utile sul Mar Nero. È una parte dell'articolo “La Meteorologia dalle origini ai giorni nostri” che si può trovare per intero al link http://www.centrometeo.com/articoli-reportage-approfondimenti/tributo-baroni/4126-storia-meteorologia.html: questo articolo ci fa capire come certi eventi meteo abbiamo scritto la storia, e averli potuti prevedere magari avrebbe cambiato il corso della storia!!! 
Mi aggancio ora ad un articolo di Massimiliano Panarari pubblicato sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 3 maggio 2013, relativo all'uscita del libro “Storia culturale del clima” del modernista tedesco Wolfgang Behringer (edito da Bollati Boringhieri, 350 pagine, costo € 26) strutturato su come l'evoluzione delle culture sia stata determinata (anche) da repentini mutamenti climatici (di temperatura, di umidità, di venti, ecc...). Ad esempio, i nostri progenitori si diffusero sulla superficie terrestre proprio grazie ad un cambiamento climatico (da cui originò l'era glaciale) che fece incrementare le precipitazioni in Africa facendo aumentare le foreste, obbligando l'Homo erectus a diventare onnivoro e a sviluppare il pensiero astratto. Alcune civiltà antiche urbane fluviali (come quella indiana ed egizia) iniziarono il loro declino in seguito a catastrofi ambientali che ridussero drasticamente le inondazioni (che erano fonte di fertilizzazione dei terreni circostanti) arrecando di conseguenza siccità e carestie. Il riscaldamento climatico che si attuò tra il I° secolo fino al 400 d.C. Contribuì notevolmente allo sviluppo della civiltà romana. Senza dimenticare i disastri climatici che hanno interessato l'Europa durante il Medioevo, con inverni molto rigidi, che ebbero ripercussioni negative sull'alimentazione e sulla crescita demografica scatenando carestie e conflitti. 
Mi accodo alla conclusione del giornalista Panarari che termina il suo articolo così: “Finiti i secoli bui, le attività minerarie, il fabbisogno di energia per l'economia industriale e il disboscamento massiccio ci accompagnano, via via, verso i nostri tempi di global warming che qualcuno, strumentalmente, si ostina tuttora a negare”. Tra qualche secolo sarà curioso sapere cosa scriveranno su come l'uomo ha condizionato il clima tra il 2000 e il 2100...

PATRIMONIO STORICO-ARTISTICO in concessione per 50 anni

L’Italia è il paese che possiede il patrimonio artistico e culturale più importante del mondo, sia in termini di quantità (siamo il paese con la maggior distribuzione di musei sul territorio) che di qualità. Peccato che questo patrimonio non venga valorizzato come dovrebbe e che, di conseguenza, il suo potere remunerativo sia solo minimamente messo a frutto. Essendo un dato di fatto che la domanda di turismo culturale è in aumento in tutto il mondo, il nostro patrimonio meriterebbe una maggior stima da parte di noi italiani, perché se non lo stimiamo, non lo amiamo e non lo valorizziamo noi, che ne siamo non padroni ma fortunati eredi usufruttuari, come potrebbe mai essere conosciuto e stimato dal resto del mondo? Prenderne atto e partecipare a tale valorizzazione non è una responsabilità da attribuire solo allo Stato, ma sarebbe compito anche di noi cittadini. Questo è il testo di un articolo che ho scovato sul sito http://www.italiacheraglia.com che condivido pienamente, purtroppo per il nostro patrimonio storico-artistico-culturale. 
Ci sarà un motivo se attualmente l'Italia è la nazione a detenere il maggior numero di siti inclusi nella lista dei patrimoni dell'umanità (47 siti), seguita dalla Spagna (44 siti) e dalla Cina (43 siti). Il Colosseo, la Valle dei Templi, la Villa Reale di Monza, Pompei: nel resto d'Europa, con un patrimonio assai inferiore al nostro, si da lavoro a quasi 4 milioni di persone, il 2,6% del Pil, mentre da noi, in Italia, ci fermiamo al 1,1%. Finalmente ci siamo accorti che l'eredità del passato ha un grande valore, ma non sappiamo se serve al turismo culturale, all'identità nazionale o a vendere più panini. Intanto, i francesi con l'operazione Mission Val de Loire, si prendono cura del loro paesaggio e incassano. Gli americani, poi, sono bravissimi nel gestire la singola organizzazione, un esempio su tutti, il Getty Museum di Los Angeles. In Italia, purtroppo c'è ancora molto da fare. E non si tratta solo di mancanza di fondi: il Real Sito di Carditello, fattoria modello dei Borbone in provincia di Caserta, nel 2004 ha ricevuto 2 milioni e 400 mila euro per il restauro, ma oggi versa in condizioni deplorevoli. Ma al nord la situazione non è migliore come testimoniano certe sale della Villa Reale di Monza. Con questa premessa ieri, si è aperta la puntata di Report, su Rai3, dedicata ai Beni Culturali nel nostro paese. Questo è invece un articolo che ho scovato sul sito del FAI (Fondo Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it) in merito ad una puntata della trasmissione televisiva “Report” in onda su Rai3 (al seguente link potete rivedere la puntata http://www.fondoambiente.it/News/Beni-Culturali/Index.aspx?q=la-situazione-del-patrimonio-artistico-italiano). 
Ora qualcosa si sta muovendo a proposito di questo nostro patrimonio. L'Agenzia del Demanio ha pubblicato sulla sua homepage (http://www.agenziademanio.it) questo articolo. A fondamento degli indirizzi strategici dell´Agenzia del Demanio, si pone il pieno riconoscimento del patrimonio immobiliare pubblico quale risorsa in grado di produrre valore. In tal senso le Valorizzazioni rappresentano i processi attivati dall'Agenzia del Demanio al fine di creare o incrementare il valore economico e sociale di singoli beni o di sistemi di beni di proprietà dello Stato. Il processo di valorizzazione si sviluppa a partire da specifici programmi di asset management, sulla base di idonee analisi di fattibilità tecnica, economico-finanziaria e procedurale finalizzate a definire lo scenario ottimale di rifunzionalizzazione dei beni, in coerenza con gli indirizzi di pianificazione, sviluppo e programmazione economica del territorio. L´attuazione dei progetti di valorizzazione avviene in stretta cooperazione istituzionale con gli Enti territoriali e con gli altri Enti statali preposti alla tutela del patrimonio pubblico, attraverso il ricorso agli strumenti e ai procedimenti (Programmi unitari di valorizzazione territoriale, concessioni di lunga durata, veicoli societari e finanziari) previsti dal D.L. n. 351/2001, convertito dalla L. n. 410/2001, così come modificati ed integrati dai più recenti interventi normativi (artt. 33 e 33-bis del D.L. n. 98/2011, convertito dalla L. n. 111/2011, art. 6 della L. n. 183/2011, art. 27 del D.L. n. 201/2011 convertito dalla L. n. 214/2011). Le recenti novità normative hanno affidato, inoltre, all´Agenzia del Demanio un ruolo definito di promozione, coordinamento e supporto tecnico-specialistico nei processi di valorizzazione degli altri patrimoni immobiliari pubblici, a partire da quelli di proprietà degli Enti territoriali, anche rivenienti dal cosiddetto "federalismo demaniale" di cui al D.Lgs. n. 85/2010. Si tratta del marchio Valore Paese-Dimore: l'obiettivo è quello di realizzare in alcuni monumenti del nostro patrimonio storico-artistico-culturale sia strutture ricettive-turistiche di alto livello (alberghi, resort, ecc...) sia centri per attività culturali e prodotti locali. 
Serviranno molti investimenti, e per questo il progetto prevede di coinvolgere i privati, ai quali verranno dati in concessione tali beni fino a 50 anni (si stanno cercando varie soluzioni, come fondi immobiliari, società di gestione private, ecc...). Il guadagno sarà per tutti: per i privati che li gestiscono, per lo Stato che incassa i canoni di locazione, gli stessi beni storici che verranno così ristrutturati e mantenuti in vita e nel loro splendore. Ad oggi sono stati censiti 115 edifici (tra cui il Faro di Ischia, a proposito del mio precedente post sui fari). 7 progetti sono già pronti per partire (tre di questi entro il 2013), ovvero le caserme la Rocca e XXX Maggio a Peschiera del Garda (VR), la Caserma Piave e il complesso di Santa Maria della Stella di Orvieto (TR), l'ex carcere di Procida (NA), il Carcere di Sant'Agata a Bergamo e il Castello Orsini di Soriano nel Cimino (VT). Gli enti locali interessati hanno tempo fino al 31 maggio 2013 per candidare i loro immobili: farlo è un dovere, per la nostra storia. Fate anche Voi le Vostre segnalazioni agli enti locali.

L'AQUILA sta morendo? O è già morta?

Mi unisco all'accorato appello lanciato da Salvatore Settis sul quotidiano la Repubblica del 10 maggio 2013, nel suo articolo “Un futuro per L'Aquila preda dell'indifferenza”. In questi giorni Cialente, il sindaco della città, ha ammainato la bandiera italiana dalla città e ha riconsegnato la sua fascia tricolore al Capo dello Stato per esprimere la sua preoccupazione, il suo rammarico e la sua mortificazione per l'abbandono in cui versa la città dovo il disastroso terremoto dell'aprile 2009. Anche perché lo scorso ottobre l'ex ministro Barca aveva fatto un bel provvedimento stanziando fondi per il recupero della città ma ad oggi non è arrivato un centesimo!! Lo scorso 5 maggio più di mille storici dell'arte di ogni età e provenienza (dalle università, dalle soprintendenze, ecc...), auto-convocati per un'idea di Tomaso Montanari, si sono radunati a L'Aquila per rendersi conto della gravissima situazione e denunciare all'Italia l'abbandono totale del centro storico, uno dei più belli e più importanti d'Italia per la sua immensa ricchezza di storia. Scrive Settis: “In nessun luogo come all'Aquila è evidente il nesso fra le rovine materiali di un centro storico e la rovina morale e sociale che minaccia la nostra società. Qui il degrado civile si rispecchia in un doppio disastro, il terremoto e la pessima gestione del dopo-terremoto, che ha privilegiato la costruzione delle cosiddette new towns abbandonando il centro storico, deportando gli abitanti non nelle ridenti città-giardino promesse da Berlusconi, ma in quartieri-ghetto privi di spazi per la vita sociale”. Concordo: ma ammettendo che questa situazione sarebbe potuta andare bene temporaneamente, perché poi nulla si è più fatto? Perché lasciare morire un centro storico così? Significa rinunciare alla nostra storia e alla nostra cultura, significa rinunciare in termini economici al florido turismo dei beni culturali che prima interessava il capoluogo abruzzese con tutto il suo indotto (negozi, ristorazione, alberghi, ecc...). 
Scrisse Calamandrei: “I nostri centri storici sono vita, non si possono perdere senza sentirsi mutilati, menomati nello spirito; le rovine sono come cicatrici dello spirito, dove rimane la cecità e l'amnesia, irrimediabile”. Ha perfettamente ragione: i centri storici raccontano il nostro paese e, diciamoci la verità, ce li invidiano in tutto il mondo!!! Ed ha ragione il sindaco Cialente quando dice “Lo Stato ci ha abbandonati. Nella nostra Costituzione si respira la responsabilità istituzionale e democratica che si esprime nei diritti e nei doveri delle istituzioni e dei cittadini. Questo spirito non lo vedo nel comportamento dello Stato”. Come dargli torto. 
Come scrive Settis, perché non è stata fatta una legge speciale per L'Aquila? Perché non si sono dirottati su questa città i soldi che invece sono stati utilizzati per comperare aerei militari o per fare un tratto della Tav? Perché non rilanciare, ad esempio, la ricostruzione della città all'insegna di un grande centro di ricerca e formazione specializzato in interventi in aree sismiche, dalla prevenzione al restauro? Queste sono le risposte che dovrebbe aver già dato la politica (chi altrimenti?) e invece a distanza di 4 anni non le ha ancora date? Colpa notevolissima. Questo dimostra sia la debolezza e, aggiungo, incapacità della nostra attuale (attuale?) classe politica e di conseguenza dei ministri per i Beni Culturali che si sono succeduti nelle ultime legislature. Ahimè...