sabato 6 febbraio 2010

2010 ANNO DELLA BIODIVERSITA’

Il 2009 è stato l’anno del clima, mentre questo 2010 è stato dichiarato dall’Onu ANNO INTERNAZIONALE DELLA BIODIVERSITA’: l’iniziativa nasce dalla forte esigenza di proteggere la grandissima varietà di specie vegetali ed animali presenti sul nostro pianeta, e soprattutto dall’esigenza di impedire che altre 30.000 specie si estinguano anche quest’anno dalla Terra (secondo le stime degli esperti). L’argomento era già stato trattato nel 1992 in una Convenzione della Biodiversità varata durante la famosa Conferenza Mondiale sul Clima tenutasi a Rio De Janeiro: ora in questo 2010 tale Convenzione dovrebbe servire ai paesi di tutto il mondo per prendere dei seri provvedimenti per evitare l’estinzione di queste specie e per la protezione del mondo vegetale ed animale in genere.
Ne ha parlato anche Fulco Pratesi nel suo articolo intitolato “Son tornate le cicogne” pubblicato sul settimanale di attualità L’espresso del 4 febbraio 2010, il quale giustamente dice di non illudersi visto che “se si deve giudicare dai risultati dell’appena trascorso Anno del Clima non ci sarà molto da stare allegri sugli esiti di questa seconda mobilitazione globale”
Comunque già molti paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sulla Biodiversità (ovvero ben 167, pari all’87% del totale!) hanno già elaborato Strategie nazionali e Piani d’azione per rallentate le estinzioni nel mondo vegetale ed animale. Tra queste c’è anche l’Italia? Ovviamente no, come al solito: certo, il nostro paese è stato il primo a sottoscrivere il Countdown 2010 (ovvero un accordo per fermare le estinzioni entro quest’anno) ed ha promosso durante il G8 dell’Ambiente tenutosi ad aprile 2009 la cosiddetta Carta di Siracusa. Eppure al momento nessuna azione concreta…: come dice Pratesi nel suo articolo, l’unica legge che si occupa in Italia della fauna selvatica è quella sulla caccia del 1992!! E di certo l’ultimo provvedimento in materia di caccia deprime ancora di più gli animi: passata l’ultima approvazione (quasi certa) al Senato, ogni Regione potrà deliberare liberamente in materia di caccia (contro ogni regola comunitaria: ma che ci facciamo allora nella UE? Mah…), permettendo così ai cacciatori di sparare in qualsiasi periodo dell’anno, in qualsiasi zona, di giorno e di notte, sulla neve, cacciando specie anche protette. Non aiuterà certo il lavoro per evitare l’estinzione di alcune specie animali.
Dobbiamo anche dire che l’Italia ha un mondo animale e vegetale davvero invidiabile: ha il record della UE per il numero di specie viventi, e pochi altri paesi al mondo possono vantare un così ampio mondo vegetale ed animale, con ben 11.700 specie vegetali e 4.700 specie animali entrambe endemiche (cioè che si trovano solamente qui nel nostro paese) . Ed è anche vero che in questi ultimi anni il lavoro sapiente del Ministero dell’Ambiente e delle varie associazioni ambientali (WWF, Legambiente, Greenpeace, Lipu, ecc…) sono riuscite non solo ad evitare l’estinzione di alcune specie ma addirittura a favorirne il ripopolamento: così oggi possiamo osservare la lontra, l’orso bruno alpino, la cicogna, il lupo (erano 100 esemplari nel 1973, mentre oggi sono 1.000), il cervo sardo (erano 100 esemplari negli anni ’70, mentre oggi sono 7.000!), il gipeto (grosso avvoltoio alpestre caratterizzato da un ciuffo di penne sotto la gola, detto anche avvoltoio degli agnelli, che si considerava estinto nel 1960!!), il muflone, l’avvoltoio grifone e il fenicottero, solo per citarne alcuni; e pensiamo anche alle foche monache che oggi si possono osservare all’isola del Giglio (arcipelago toscano) e su alcune coste sarde.
Dati entusiasmanti ma che non devono far dormire sugli allori: di fronte alla grande varietà di specie animali e vegetali presenti nel nostro paese, che tutto il mondo ci invidia, il governo dovrebbe elaborare (così come richiesto dal WWF) una Strategia nazionale ed un Piano d’azione per la biodiversità, prendendo in considerazione ogni specie vegetale ed animale (pesci d’acqua dolce, pesci di mare, invertebrati, insetti, rettili, ecc…), ponendo dei limiti molto severi all’urbanizzazione e allo sconsiderato uso del suolo che si sta facendo da anni qui in Italia, cercando di proteggere gli habitat naturali dove vivono molte di queste specie e regolamentando severamente anche la pesca. E infatti sono molte le specie in Italia ancora a rischio di estinzione: solo citando il mondo animale ricordiamo la pernice bianca, la gallina prataiola, l’avvoltoio capovaccaio, il delfino comune, il tonno rosso, la trota macrostigma, il pelobate fosco (piccolo rospo) e l’aquila del Bonelli (ce ne sono solo 15 esemplari!), e comunque la lontra anche se non si è estinta è sempre in pericolo perché ce ne sono solo 260 esemplari (stesso discorso vale per l’orso bruno, con meno di 100 esemplari).
E il nostro governo cosa fa? Niente, assolutamente niente. Oltre che ad una scellerata legge di regolamentazione regionale della caccia, si occupa di legittimo impedimento, immunità parlamentare, processo breve, diritti televisivi, energia nucleare, condono edilizio, mentre il caro Ministero dell’Ambiente continua ad essere praticamente inesistente (soprattutto mai come in questi ultimi anni, ahimè…).

L’ISOLA DI SERPENTARA è in vendita…

C’è una piccola isola a sud-est della Sardegna, chiamata Isola di Serpentara: si trova al largo di Villasimius (due miglia circa di distanza), a nord-ovest di Capo Carbonaraa e dell’Isola dei Cavoli. Un’isola molto piccola, con una superficie di circa 134 ettari, ma allo stesso tempo molto bella, ricoperta di graniti gialli, grigi e rosati con una splendida vegetazione mediterranea, naturalmente disabitata (è popolata solo dai gabbiani).
L’isola, di proprietà di una società immobiliare romana dichiarata fallita, è ora in vendita: ma anche la terza asta (del 19 gennaio 2010) è andata deserta… Come mai? Eppure è un’isola bellissima, in una posizione invidiabile, e se vogliamo dirla tutta, non costa nemmeno tanto: solo 600.000 euro, certo non alla portata di tutti, ma quanti ricconi non potrebbero permettersela? Ed invece niente, come mai?
Non la compra nessuno per la sua totale inedificabilità! Infatti, rientra completamente nell’Area marina protetta di Capo Carbonara e quindi è assolutamente vietata qualsiasi costruzione: le uniche costruzioni presenti sull’isola sono la Torre di San Luigi (eretta nel XVI secolo dagli Aragonesi per contrastare le incursioni dei Saraceni) e un fortino (eretto durante la seconda guerra mondiale). Tra l’altro l’isola è sempre stata avvolta in una sorta di mistero, visto che parecchie navi sono affondate sui suoi fondali, tra cui un traghetto della Tirrenia affondato qui nel 1995.
Il comune di Villasiums, sul cui territorio comunale ricade l’isola di Serpentara (chiamata così per la sua forma a serpente), aveva proposto di acquistare l’isola ma finora non è riuscito a racimolare la cifra necessaria per partecipare all’asta: il sindaco della città, Salvatore Sanna, ha lanciato una proposta, ovvero che l’isola fosse acquistata dalla Regione Sardegna e poi fosse data in concessione all’ente che gestisce il parco marino ove l’isola è inserita. Sembrerebbe una buona idea, ma la Regione ha già detto di no: la nuova giunta (di centro – destra) naturalmente non sa che farsene di un’isola ove non si può costruire (almeno in questo il centro – destra non si è smentito!!). Un vero peccato.
Pensate che si è mosso persino Facebook, che ha aperto una “sottoscrizione Serpentara” per trovare i fondi necessari per acquistare l’isolotto e lasciarlo così com’è allo stato selvaggio: ma al momento nemmeno questa sottoscrizione è riuscita a raggiungere i fondi necessari.
Finita qui? Nemmeno per idea! Ora è spuntato fuori addirittura un indipendentista sardo, tale Doddore Meloni, il quale è approdato sull’Isola di Serpentara e l’ha annessa alla sua Repubblica di Malu Entu (repubblica costituita nell’estate 2009 occupando un’altra isola abbandonata, ovvero quella di Mal di Ventre, davanti alla costa di Oristano): approdato sull’isola, vi ha piantato il suo vessillo rosso e blu lanciando la promessa che presto un gruppo di imprenditori locali (con l’aiuto di un azionariato diffuso) avrebbe salvato l’isola da qualsiasi invasione “straniera”.
In mezzo a tutte queste soluzioni, devo dire che quella lanciata dal sindaco di Villasimius sarebbe la più sensata: ovvero che la Regione acquistasse l’isola e la desse in concessione all’ente che gestisce il parco marino in cui l’isola è inserita. Una soluzione che eviterebbe di lasciare l’isola in mano a dei balordi e che ne eviterebbe certamente il degrado più assoluto. Questo consentirebbe, ad esempio, di poter mantenere agibile la Torre presente sull’isola, di poter censire e conservare al meglio le specie animali e vegetali presenti, fare un’attività di controllo costante sull’isola. Perché, siamo onesti, c’è il vincolo di totale inedificabilità, ma pensate davvero che nessuno riuscirebbe a costruirvi una villetta? Quante volte non è successo in passato, quante villette sono sorte misteriosamente dal nulla in aree protette, tanto poi c’è il condono edilizio, no? Già il fatto che quest’isola fosse in mano ad una società immobiliare la dice lunga… Forse, se ci fosse stato ancora Soru alla guida della Regione Sardegna, l’isola sarebbe già stata acquistata e data in concessione all’ente marino. Ma ahimè, siamo in mano alle amministrazioni “tutto fare” del centro-destra (costruire, costruire, costruire)…

NEANDERTHAL anche in Pianura Padana!

È stata fatta una scoperta sensazionale in Pianura Padana: lungo il Po, in provincia di Cremona, è stato ritrovato un esemplare di uomo di Neanderthal vissuto nel Pleistocene, tra 250.000 e 28.000 anni fa. La scoperta è sensazionale perché fino ad ora si pensava che tali esemplari fossero vissuti solo sulle montagne e non in pianura.
Il ritrovamento è stato casuale: il ritiro delle acque del fiume, dopo una piena, ha fatto riaffiorare un’osso su una scarpata argillosa. Quest’osso è stato recuperato e portato al Museo Naturalistico di San Daniele Po (vicino a Cremona): è stato analizzato e da qui ci si è resi conto della scoperta sensazionale. Si trattava di un osso frontale (probabilmente di un adulto) appartenente appunto ad un esemplare di Neanderthal.
Ricordiamo che l’uomo di Neanderthal visse tra 200.000 e 40.000 anni fa e scomparve definitivamente dall’Europa circa 25.000 anni: era un individuo completamente eretto e molto robusto, con un’altezza di circa ml 1.60, ed aveva come caratteristica particolare la testa allungata antero-posteriormente (con un volume cerebrale in media di 1.500 cm cubici, ovvero il 10% in più di quello attuale dell’uomo). È probabile che vivesse in insediamenti temporanei (in quanto si spostava frequentemente) e nel suo habitat vissero mammuth, cervi giganti, orsi delle caverne, alci e bisonti, che probabilmente cacciava e mangiava: si pensava vivesse solo sulle montagne, ma ora si è capito che popolava anche la Pianura Padana. Sono varie le ipotesi che spiegano perché è scomparso: c’è chi sostiene che sia scomparso per l’avvento dell’Homus sapiens (molto più avanzato culturalmente), chi sostiene invece per mancanza di cibo (che si accaparrava più facilmente l’Homo sapiens), chi per altre cause che restano comunque sconosciute. Per informazioni http://www.neanderthal.de.
Comunque il reperto trovato è il primo reperto Neanderthal in Pianura Padana (finora gli altri ritrovamenti erano stati fatti nell’Italia centro-meridionale, soprattutto in Lazio, Campania e Puglia, e sporadicamente al Nord come in Liguria e sui Monti Lessini): l’ominide è stato chiamato Pàus, ovvero la contrazione di Padus (nella derivazione del sostantivo Po).
Il paleontologo Davide Persico dell’Università degli Studi di Parma, che è stato tra i primi a studiare il reperto, a proposito del ritrovamento e del suo affrettato trasporto al museo ha anche affermato che “purtroppo però qualche informazione è andata persa a causa della raccolta affrettata. Questo fossile avrebbe potuto raccontare molto di più in quanto era stato osservato in una rara posizione stratigrafica all’interno di una parete argillosa, una condizione straordinaria, non utile per definire la sua età, ma comunque capace di garantire l’individuazione di tempi e modalità di deposito, nonché la possibile provenienza del reperto”.
L’importanza del ritrovamento è stata sottolineata anche da Giorgio Manzi, che insegna nel Dipartimento di Biologia animale e dell’Uomo dell’Università La Sapienza di Roma e che recentemente è stato intervistato da Luigi Bignami per il quotidiano la Repubblica (articolo del 27 gennaio scorso). Manzi afferma con certezza che il reperto trovato è del luogo e non proviene da lontano (si potrebbe pensare che fosse stato portato lì dal fiume), ma è del luogo perché è ben conservato e quindi non può avere fatto molta strada altrimenti si sarebbe notevolmente rovinato. Dice inoltre che è difficile trovare altri reperti di Neanderthal in Pianura Padana, anche se non impossibile: è difficile trovarne altri perché l’uomo di Neanderthal non viveva in villaggi (come l’Homo sapiens) ma si muoveva frequentemente e abitava quindi in insediamenti temporanei.
Resta comunque una scoperta unica e davvero sensazionale, che riscrive una pagina importante della preistoria italiana.

venerdì 5 febbraio 2010

Sempre a proposito di GEOGRAFIA...

Ho trovato un'altra lettera interessante in merito al fatto che la geografia verrà praticamente esclusa da quasi tutti gli indirizzi della scuola media superiore: si tratta della lettera della signora Fiora Luzzatto, pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 4 febbraio 2010. La signora scrive: "A proposito di insegnamento della geografia, vi do la mia esperienza personale. Insegno "Servizio Sociale" agli studenti del 2° anno di università. E' chiaro che nella mia materia compare anche la questione immigrazione. Se in classe dico che le migrazioni coinvolgono i cinque continenti, e chiedo a uno studente i nomi dei cinque continenti, è normale che riesca a stento a nominarne quattro? E' normale che, se chiedo da dove provengono i gommoni che sbarcano a Lampedusa, mi sento rispondere: dalla Romania? E' normale che, se io parlo di anziani, e dico che molte badanti sono peruviane, mi accorgo che la metà della classe non sa dov'è il Perù? Queste persone l'anno prossimo si laureano. E' normale che debba fare i quiz che si facevano, un tempo, in 5° elementare? Ho chiesto agli studenti (peraltro consapevoli e mortificati della loro ignoranza) come mai ci siano queste abissali lacune. Uno mi ha risposto: avevo tre in geografia, ma mi hanno promosso. E forse il futuro ci riserva di peggio: a quanto pare, la geografia scomparirà del tutto".
La signora ha tutto il mio appoggio morale, vista la battaglia che sto facendo sul mio blog contro la cancellazione della geografia dalla scuola italiana. La lettera naturalmente commenta da sola la grave situazione della scuola italiana...

martedì 2 febbraio 2010

APPELLO contro l’eliminazione della GEOGRAFIA!

In questi anni ho dedicato alcuni post sul tema della possibile cancellazione della geografia come materia scolastica, con tutti i problemi che questo avrebbe comportato, soprattutto a livello culturale. Proprio in questi giorni ho trovato due spunti sul quotidiano la Repubblica: uno è la lettera di Alessandro Carassale (docente di geografia di Bordighera - Imola - pubblicata nello spazio dei lettori sul quotidiano la scorsa settimana, seriamente preoccupato sia per il proprio posto di lavoro sia per l’abisso culturale che questo provocherebbe), l’altro è invece un articolo di Maria Novella De Luca apparso sul quotidiano del 1° febbraio.
La situazione è davvero preoccupante: la riforma Gelmini prevede la cancellazione totale della geografia dagli istituti tecnico – commerciali e professionali (verrà pertanto abolita dall’Istituto Nautico, che oggi è l’Istituto per i Trasporti e la Logistica, e dall’indirizzo Costruzione – Ambiente – Territorio, che corrisponde agli ex geometri), verrà ridotta al solo biennio negli indirizzi commerciali (ovvero l’ex ragioneria, dove prima veniva insegnata tutti e 5 gli anni), verrà ridotta d’orario nei licei classici e scientifici (da 4 a 3 ore settimanali, ma con la nuova riforma non ci sarà più distinzione tra Storia e Geografia che diventeranno un unico corso, pertanto sarà l’insegnante a decidere quante ore dedicare a storia e quante a geografia…), mentre resterà invariata solo nell’indirizzo Turistico.
Inutile ribadire quanto sia grave la cancellazione o la riduzione dell’insegnamento della geografia nelle scuole, in quanto causerà una lacuna culturale grave negli studenti: non si tratta della semplice conoscenza dei nomi di fiumi, mari, monti e città, ma si tratta anche, e soprattutto, di studiare la geografia economica, la geografia storica, la geografia religiosa, la geografia sociale e la geografia politica di uno Stato. Senza la geografia non si può studiare la storia di un paese, e viceversa. Questo comporterà che gli attuali studenti (e futuri uomini) sapranno muoversi solo col GPS e se andranno in un paese non ne conosceranno praticamente niente (oltre che a non conoscere nemmeno il proprio di paese)!!! Non è per niente entusiasmante…
Varie categorie si stanno ribellando a questa cosa:
  • l’AIIG (Associazione Italiana Insegnati di Geografia), fondata a Padova nel 1954, presieduta da Gino De Vecchis che attualmente è docente di Geografia all’Università Sapienza di Roma (http://www.aiig.it);
  • la Società Geografica Italiana (http://www.societageografica.it) fondata nel 1867, con sede a Roma nel palazzo Mattei (all’interno di Villa Celimontana), presieduta da Franco Salvatori, che custodisce ben 400.000 volumi, 100.000 carte geografiche, una lunga serie di atlanti di epoca compresa tra il 1400 e il 1800, 450 faldoni che raccolgono la documentazione dell’800 delle spedizioni in Africa, mappamondi, bussole, ecc…;
  • addirittura su Facebook un gruppo di studenti ha lanciato un appello per manifestare la loro contrarietà a questa scelta.
L’AIIG è naturalmente preoccupata perché con la nuova riforma (fatta solo per risparmiare denaro: ma pensa un po’, in Italia per risparmiare si fanno tagli alla scuola e alla cultura…) il 60% degli attuali insegnanti di geografia entro un paio d’anni si troverebbe senza lavoro: il suo presidente ha affermato “Senza geografia siamo tutti più poveri, perché la formazione di un cittadino passa anche attraverso questa materia, che è la scienza dell’umanizzazione del pianeta Terra”. La Società Geografica Italiana è invece preoccupata perché vedrebbe svanire tutto l’ottimo lavoro fatto in questi decenni per mantenere viva una materia che sta alla base della formazione di molti lavori, ricordando che la geografia significa anche studiare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, studiare il cambiamento climatico in corso, conoscere il territorio ed il suo rapporto con l’urbanizzazione, studiare i fenomeni migratori. Massimiliano Tabusi, insegnante all’Università per stranieri di Siena, è il fondatore (con altri ricercatori) del sito http://nuke.luogoespazio.info nel quale si può firmare un appello contro l’estinzione della geografia. Tabusi afferma: “Soltanto in Italia i geografi sono considerati inutili. Invece sono degli esperti del territorio, e ovunque nel mondo lavorano accanto agli urbanisti, agli architetti, agli ingegneri”. Lo stesso presidente della Società Geografica Italiana afferma: “Come si fa a considerare la geografia inutile quando il mondo sotto i nostri occhi cambia in continuazione? Pensate a che cosa è successo dopo la caduta del muro di Berlino, tutta la riscrittura degli atlanti e delle carte”. E pensate quanti cambiamenti sono in corso negli ultimi decenni, dall’ex Jugoslavia allo smembramento dell’Unione Sovietica, dalle vicissitudini del Medio Oriente alle guerre africane. La riforma Gelmini è, purtroppo, la fotografia di quanto sia considerata la cultura oggi in Italia: un intralcio di sinistra…

sabato 30 gennaio 2010

ABUSIVISMO EDILIZIO E IPOCRISIA...

Proprio in questi giorni ad Ischia si sono verificati violenti scontri tra alcuni abitanti del luogo e i poliziotti mandati per consentire la demolizione di una villetta abusiva. Infatti, un provvedimento firmato dai pm Antonio D’Alessio e Aldo De Chiara previsto la demolizione di un edificio abusivo ad un solo piano, di 70 mq: all’arrivo della ruspa alcuni abitanti del posto sono insorti contro la demolizione e ne è scaturita una manifestazione violenta in cui sono rimasti feriti alcuni poliziotti mandati sul posto per consentire la demolizione. Una signora del luogo, intervistata da un TG nazionale, afferma che la colpa di questo è delle istituzioni che negli anni non ha permesso di costruire in certi luoghi. Sì, avete letto bene: i residenti hanno costruito perché nel tempo le istituzioni hanno sempre vietato a loro di costruire e loro avevano bisogno di costruire! INCREDIBILE!!! Poi però viene giù una frana, come successo poche settimane fa, investe questi edifici, ci scappa il morto e poi si pretende che lo Stato paghi. Eh no cari miei, qui non ci siamo proprio.
Certamente lo Stato ha le sue colpe profonde quando non destina denaro pubblico a sufficienza per la difesa del territorio e quindi per mettere in sicurezza alcuni luoghi, ed hanno le loro colpe anche le istituzioni (dallo Stato al Comune) quando non viene attuata una vera politica urbanistica, quando si permette di costruire legalmente su terreni dove non si potrebbe, quando manca un’attività di sorveglianza e di controllo per impedire che le opere abusive arrivino a compimento. Ma non dobbiamo però dimenticare le colpe dei cittadini: è il cittadino incoerente che si ostina a voler costruire su zone dove è vietata la costruzione, su terreni dissestati, sui letti dei fiumi, nei pendii fragili: poi però ci si lamenta se una frana distrugge la propria abitazione e ci scappa il morto.
Una politica di salvaguardia del cittadino e del territorio va fatta e condotta da ambo le parti, dalle istituzioni e dai cittadini, altrimenti se lo fa una sola parte non se ne verrà mai fuori. Ci sono ad Ischia centinaia di case abusive, ed è ora di demolirle (e così si dovrà fare in tutta Italia): si devono demolire per evitare il degrado completo del territorio, si devono demolire per garantire la sicurezza delle altre costruzioni limitrofe, si devono demolire per la semplice incolumità di che le abita. Lo Stato deve garantire l’incolumità dei suoi cittadini: altrimenti facciamo un accordo, ovvero voi residenti rimanete nelle vostre case abusive ma alla prossima frana silenzio e non pretendere un solo centesimo di euro per la ricostruzione!
È arrivato il momento di fare il pugno duro. Ha ragione l’assessore regionale campano all’Urbanistica Gabriella Cundari quando sostiene che “il continuo ricorso da parte del governo alla procedura del condono ha abituato la gente a costruire in modo abusivo con la certezza che dopo pochi anni sarebbe giunta la norma risanatrice”. Parole sante!!! E come risponde il governo? Al Senato è stato fatto in questi giorni un emendamento al decreto Milleproroghe (firmato dai pidiellini Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli, ma appoggiato anche da alcuni esponenti PD…) il quale vorrebbe riaprire il condono edilizio fino al 31 dicembre 2010 per poter condonare gli abusi realizzati fino al 31 marzo 2003 anche su beni ambientali e paesaggistici, in barba ad ogni norma possibile!!! SCELLERATI. Lo ricordate Berlusconi nell’ultima campagna elettorale per le politiche 2008? “Mai più nessun condono edilizio” disse. Eh sì… Già il “Piano casa”, voglio dire… non è stato un gran atto per il nostro territorio, visto che si può costruire in deroga alle normative vigenti: se ora passasse anche il nuovo condono…
Le colpe sono di tutti, amministrazioni e cittadini, ma basta essere incoerenti: i Comuni tornino (o meglio dire, comincino) a fare una seria politica di controllo del territorio (un edificio abusivo non si fa in una settimana, possibile che edifici enormi non vengano visti durante la loro costruzione?), ma allo stesso tempo i cittadini si rendano consapevoli che se in un luogo non si può costruire un motivo c’è e va rispettato. Ed ora avanti con le demolizioni!

CACCIA: è fatta per le deroghe…

Ho seguito con tristezza in questi mesi le varie vicissitudini in merito al provvedimento del governo per consentire la caccia no-limits. E siamo arrivati, purtroppo, all’epilogo finale e disastroso: è ormai definitivo, manca solo l’approvazione finale (l’emendamento era stato bocciato alla Camera ma è stato riproposto al Senato con esito positivo). Ora passerà alle Regioni la delega per decidere quando, dove e come cacciare. Al contrario delle norme europee (dove i vari Stati continuano a mantenere una severa legge nazionale), qui in Italia si è ora delegato alle Regioni tutto in materia di caccia, e guarda caso a poche settimane dalle elezioni regionali… Inquietante davvero! Ora si usano persino gli animali per riuscire ad ottenere i voti!!!
Erano sorte molte polemiche in questi ultimi giorni in merito a questo provvedimento, anche di due esponenti del PDL. Infatti, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha affermato: “Su questo delicato argomento era stata faticosamente raggiunta un’intesa fra persone per bene di cui erano garanti il ministro Ronchi e il relatore; giudico quanto accaduto in aula una grave colpo di mano. Quel testo va ricorretto alla Camera reintroducendo le garanzie che erano previste, soprattutto sulla tutela delle specie protette e delle specie migratorie, che sono il fulcro di quella biodiversità di cui, tra l’altro, nel 2010 si celebra l’anno mondiale”. Sbotta anche il ministro del Turismo Michela Brambilla: “Il provvedimento non è assolutamente accettabile. La richiesta di turismo legato alla natura è in crescita e una caccia senza limiti metterebbe seriamente a rischio, oltre alla sicurezza dei cittadini, il patrimonio faunistico ed ambientale che attrae una forte domanda turistica. L’emendamento, inoltre, se definitivamente approvato, porterebbe all’aggravamento delle procedure di infrazione nei confronti dell’Italia e una sanzione pecuniaria elevatissima destinata a ricadere sui contribuenti”. Messaggi rimasti inascoltati…
Fatto sta che ora le Regioni potranno decidere in autonomia come applicare la normativa della caccia sul loro territorio: non è difficile immaginare che il Veneto (che già aveva deliberato, senza successo, sulla caccia no limits…) estenderà subito la caccia a tutto l’anno, in qualsiasi zona e per qualsiasi specie. Dopo varie proteste e in seguito alla mediazione del ministro delle Politiche Comunitaria Andrea Ronchi, si sono messe al riparo dalle deroghe regionali tre specie protette, ovvero la lepre, la volpe e il coniglio selvatico, che quindi non potranno essere cacciate da febbraio a settembre (come accade ora). Ma le altre specie… Tra le specie cacciabili ci saranno anche 34 specie di uccelli che si trovano già in cattivo stato di conservazione, come la pernice bianca, il fagiano di monte, la beccaccia, la quaglia, l’allodola e molte anatre, che ora correranno un serio pericolo di estinzione. Molte specie verrebbero infatti uccise anche nei periodi in cui volano verso la riproduzione.
Come la pensano gli italiani? Un recente sondaggio dell’IPSOS rivela che ben l’86% degli italiani è contrario ad allargare il periodo di apertura della caccia, il 94% non vuole dare in mano un fucile ai sedicenni (così come prevede l’emendamento) e il 91% non vuole che si spari nei parchi: poi però, quando si va a votare, queste cose gli italiani se le dimenticano, purtroppo… Ma alle urne se le ricorderanno invece i cacciatori che avranno invece via libera a sparare! Anche se comunque anche i cacciatori si sono spaccati sull’argomento: infatti, il Comitato Nazionale Caccia e Natura chiede la modifica dei calendari venatori solo nei termini e nei limiti della legge europea, mentre Arcicaccia denuncia il “bracconaggio elettorale”…
Per ultimo Angelo Bonelli, il nuovo presidente dei Verdi, ha annunciato una mobilitazione ma allo stesso tempo lancia una denuncia: “La RAI oscura l’ecologia”. Infatti giustamente afferma che “l’ambiente e l’ecologia sono stati espulsi dal nostro sistema radiotelevisivo. Questioni come l’inquinamento, i cambiamenti climatici, la salute dei cittadini, che in Europa e nel mondo sono diventati centrali, nei programmi di approfondimento delle nostre TV non hanno diritto di cittadinanza. Stiamo assistendo all’omicidio politico dei Verdi per eliminare dai palinsesti televisivi le questioni su cui i cittadini hanno il diritto di essere informati, a cominciare dallo smog che ogni anno nelle nostre città uccide 7400 persone, e dal nucleare che il governo vuole portare nelle nostre regioni senza consultare i cittadini”. Come dargli torto: avete mai visto “Porta a porta” di Bruno Vespa (in seconda serata su RAI1) ad insistere su inquinamento cittadino, caccia, problemi nucleari, cambiamento climatico, ecc…? No, ne avrà anche parlato (forse con cadenza… annuale), ma le sue trasmissioni di approfondimento sono ormai quasi sempre sull’operato del governo Berlusconi (operato naturalmente positivo…), sulle diete, sul Festival di Sanremo, sui vari omicidi (Cogne, Garlasco, ecc…). Vespa non vuole correre il rischio che i cittadini vengano a conoscenza di certi problemi! Eh no, bisogna diffondere amore…

mercoledì 27 gennaio 2010

I 100 mestieri che salvano la Terra!

In questo periodo di gravissima crisi economica, ottimi spiragli di ottimismo si riscontrano in quei lavori “nuovi” nati dall’esigenza di proteggere il nostro pianeta dall’inquinamento e dal degrado ambientale e per trovare nuovi metodi di sviluppo economico e sociale (ad esempio le energie rinnovabili). Una vera e propria miniera d’oro che sta già impiegando moltissime persone. Ne ha dedicato un bel articolo Elena Dusi sul quotidiano la Repubblica di sabato 23 gennaio 2010, intitolandolo appunto “Lavoro più verde: ecco i 100 mestieri che salvano la Terra”.
Cominciamo snocciolando alcuni dati, per dare l’idea del forte incremento che sta subendo il lavoro verde: gli occupati nel settore ambientale sono oggi in Italia 900.000, che fra 10 anni diventeranno ben 1.400.000, con un aumento di occupazione nel settore di ben il 41% dal 1993 al 2008! L’ultimo rapporto dell’ISFOL (Istituto per lo Sviluppo della FOrmazione professionale dei Lavoratori, http://www.isfol.it), realizzato tramite lo studio “Progetto ambiente”, si chiama “Boom delle professioni ecologiche. Tutelare l’ambiente aiuta a trovare lavoro” e dimostra appunto le grandi cifre di questo boom lavorativo ecologico. Il rapporto fa riferimento soprattutto ai nuovi master universitari ambientali che si stanno diffondendo nel nostro paese: erano 90 nel 1999 ed oggi sono ben 300 (per un totale di 2.000 corsi annui con 50.000 studenti e corsi organizzati da ben 500 enti pubblici e privati), ma quel che più conta è che l’80.6% di coloro che escono da questi master dopo un anno hanno già trovato un lavoro!!! Tra questi nuovi lavoratori aumentano anche le quote rosa: le donne erano il 12.7% nel 1999, mentre nel 2008 erano già il 25.5%.
È stato addirittura pubblicato un libro in merito, intitolato “Green Jobs. Come l’ambiente sta cambiando il mondo del lavoro”: è stato scritto da Marco Gisotti e Tessa Gelisio, pubblicato da Edizioni Ambiente (400 pagg, costo € 16,00), il quale contiene 100 schede e 20 interviste tramite le quali si analizzano le varie opportunità di impiego nel settore verde. Fra le nuove attività (citate nell’articolo dalla Dusi) vi sono l’art director verde (sceglie le campagne di comunicazione per dare ai vari prodotti un’immagine ecologica), l’assicuratore ambientale (specializzato nelle ecopolizze, ad esempio quelle contro l’inquinamento), l’avvocato ambientale (specializzato in diritto di conservazione e di tutela dell’ambiente), il certificatore energetico (colui che redige le certificazioni energetiche degli edifici), l’ecochef (in cucina prepara menù con materie prime controllate e certificate), l’ecocool hunter (ovvero un cacciatore di tendenze ecologiche), l’ecoauditor (controlla che i processi produttivi delle industrie rispettino le normative vigenti), l’ecoblogger (cura e gestisce per conto di aziende un blog scientifico e/o ambientalista), l’ecobrand manager (responsabile della progettazione di linee di prodotti sostenibili), l’ecodiplomatico (rappresenta le istituzioni nelle politiche di ratifica dei trattati internazionali), l’esperto del riciclo (che commercializza solo prodotti di riciclo), il pedologo (esperto nella classificazione, interpretazione e conservazione del suolo), il restauratore di giardini e tanti altri ancora. Il fenomeno lavorativo verde non è naturalmente solo italiano, anzi: lo confermano infatti i dati dell’UNEP (United Nations Environment Programme) nel rapporto “Green jobs 2008”.
Certo, lo Stato italiano non sta facendo molto per incoraggiare questi nuovi mestieri: basti pensare che il segretario USA per l’energia Steven Chu ha annunciato ben 36 miliardi di dollari per le energie rinnovabili e le ecoprofessioni, e che la Cina è già tra i primi posti al mondo per numero di impiegati verdi (pur non essendo notoriamente paesi attenti alla protezione ambientale…). Hanno tuttavia avuto il grande fiuto di vedere in questo nuovo settore una spinta al rilancio economico mondiale, grazie al quale si riuscirà indirettamente a dare quell’aiuto di cui il nostro pianeta ha bisogno!

domenica 24 gennaio 2010

CACCIA NO LIMITS: ora anche in Senato!

Alcune settimane fa ho pubblicato alcuni post e alcuni comunicati stampa di Legambiente in merito ai vari emendamenti fatti dalla Regione Veneto per cercare (ma non è al momento riuscita) di estendere la caccia a tutto l’anno: puntualmente l’Unione Europea ha sempre richiamato l’Italia in merito, ed anzi ci sono varie procedure d’infrazione nei confronti del nostro paese proprio per l’applicazione troppo disinvolta della normativa comunitaria in materia di caccia. E ora cosa fa l’Italia? La commissione Politiche Europee del Senato ha approvato un emendamento col quale si dichiara la volontà di modificare la legge quadro sulla caccia (di fatto per estendere la stagione venatoria a piacimento, magari a tutto l’anno): pertanto, se l’emendamento verrà approvato anche dal Parlamento (e quindi diventare legge) ogni Regione avrebbe libertà sulle date da applicare per praticare la caccia. Non è difficile intuire come si muoverebbe, ad esempio, il Veneto, che da mesi sta cercando di consentire ai cacciatori di sparare tutto l’anno e pure a specie protette!
La cosa è sconcertante: è sconcertante perché sarebbe una tragedia per molte specie protette, è sconcertante perché sarebbe un pericolo per la popolazione (si potrebbe sparare anche durante le vacanze estive e di notte!), è sconcertante perché questa buffonata salta fuori proprio a poche settimane dalle elezioni regionali di marzo (i cacciatori sono oggi 765.000: cosa non si fa per prendere voti!!), è sconcertante perché l’emendamento è stato proposto dal senatore del Pdl Giacomo Santini che (udite, udite) è stato il relatore della legge comunitaria in materia di caccia e dovrebbe essere pertanto il primo a garantire il rispetto della normativa europea!!! Ricordo inoltre che questo emendamento aveva già ottenuto il parere negativo dagli organismi scientifici e dall’ISPRA, parere che era stato richiesto dalla stessa Commissione del Senato e che era già stato bocciato più volte in precedenza sia dal governo che da varie commissioni parlamentari.
Naturalmente tutte le varie associazioni ambientaliste sono in subbuglio: Legambiente, Wwf, Amici della Terra, Lipu, No alla Caccia, Lav, Associazione Vittime della Caccia, Arcicaccia, ecc…
Ma non è tutto: al Senato è in discussione un’altra legge in materia di caccia, il cosiddetto testo Orsi, che in un primo tempo prevedeva addirittura la possibilità di poter usare il fucile per la caccia anche ai sedicenni!!! Inquietante! Si prevede inoltre di poter sparare dopo il tramonto e sulla neve.
L’argomento è stato trattato anche da Antonio Cianciullo sul quotidiano la Repubblica del 21 gennaio scorso, il quale termina il suo articolo con l’intervento di Osvaldo Veneziano, presidente di Arcicaccia (http://www.arcicaccia.it): “E’ ripartito il bracconaggio elettorale: è un tentativo per stravolgere la legge quadro sulla caccia introducendo modifiche che rappresentano una minaccia per l’equilibrio ecologico e che metterebbe a rischio una corretta attività venatoria”.
Arrivano le elezioni regionali e per accaparrarsi i voti si cerca di favorire persino i cacciatori: ma, stranamente, a due mesi dalle elezioni il governo non parla più di nucleare e delle aree (già) individuate per costruire le future centrali atomiche. Come mai…?

Ecco le mappe web della geografia alternativa!

È nata OPEN STREET MAP (http://www.openstreetmap.org), ovvero una fondazione no profit con sede in Inghilterra e con associati in tutto il mondo che conta attualmente circa 210.000 iscritti (2.000 i volontari italiani). Che cosa fa questa organizzazione? Aggiorna le cartine geografiche del nostro pianeta che vengono ignorate dai satelliti: si tratta di mappe inedite di zone scoperte dalla copertura satellitare semplicemente per mancanza di interesse commerciale. Infatti, spesso la scelta di cosa rappresentare sulle carte geografiche e di come rappresentarlo è dettata dalle esigenze della politica o del denaro, come sottolinea giustamente Valerio Gualerzi sul suo articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 14 dicembre 2009.
Lo afferma anche Simone Cortesi, membro del consiglio di amministrazione di OpenStreetMap in rappresentanza dei 2.000 volontari italiani, il quale dice: “Ci sono zone del mondo che non sono disponibili sui navigatori satellitari perché manca un tornaconto economico a realizzare i programmi”. Purtroppo, ha ragione…
Basta fare alcuni esempi: la città di Gaza, martoriata dall’eterna guerra tra israeliani e palestinesi. Il satellite non garantisce una copertura dettagliata della città, evidentemente per mancanza di tornaconto economico: ma OpenStreetMap ha realizzato delle mappe dettagliate della città che ora, ad esempio, le ambulanze potranno utilizzare per correre in soccorso dei malati e dei feriti degli attacchi di guerra. La stessa cosa è stata fatta per la città di Baghdad.
Come hanno fatto i volontari di OpenStreetmap a fare queste mappe? Hanno acquistato delle generiche mappe satellitari, le hanno elaborate (sia da un punto di vista informatico che geografico) con le indicazioni dei nomi delle vie e dei sensi di circolazione raccolte sul posto dai volontari durante più viaggi ed escursioni. Da qui si riesce ad elaborare delle mappe molto dettagliate: queste mappe, consultabili sul sito dell’associazione, possono essere stampate in formato cartina e possono essere scaricate come software consultabile sui navigatori satellitari. Si tratta di un sistema che ricorda un pò il principio usato per Wikipedia: si tratta di un sistema che presenta delle potenzialità molto vaste, e comunque già Google aveva annusato l’affare un po’ di tempo fa istituendo il sistema Panoramio per la visualizzazione dei luoghi attraverso le foto scattate e caricate sul web dagli utenti (http://www.google.it/help/maps/streetview/).
Questo nuovo sistema sta consentendo anche altre rielaborazioni, ovvero delle mappe di città già coperte dettagliatamente dal satellitare ma che indicano adesso anche servizi di utilità pubblica o sociale come le piste ciclabili, le indicazioni turistiche, i percorsi pedonali, ecc… Questo ha permesso così di individuare i sentieri alpini del Cai, il posizionamento delle fontanelle nei centri storici delle città (come a Roma), la dislocazione delle campane per la raccolta differenziata, i parcheggi per i disabili (come a Trondheim), la mappa degli scavi (come a Pompei), addirittura le gabbie degli animali allo zoo di Amsterdam. E comunque ci sarebbe un’infinità di esempi utili da poter citare.
Il lavoro di aggiornamento delle mappe non è comunque sempre facile: tanto per fare l’esempio italiano…, nel nostro paese la normativa è ambigua in materia di uso delle mappe in quanto tutte le amministrazioni locali sono tenute a realizzare delle mappe del loro territorio ma i termini dei diritti d’uso non sono per niente chiari, e questo crea spesso alcuni problemi in quanto queste mappe non vengono messe a disposizione dei volontari. Ma qualcosa si sta muovendo: ad esempio, il Friuli Venezia Giulia è uno dei pochi enti che ha messo il suo materiale a disposizione dei volontari permettendo così la realizzazione di carte dei centri urbani assolutamente perfette e dettagliate.
Quindi, senza ombra di dubbio un bel salto in avanti sulla qualità delle mappe satellitari, soprattutto per l’uso che si può fare con queste mappe aggiornate al servizio della collettività.

PILLOLE DI PITTURA: quadri e non solo…

Ecco qui tre notizie di pittura che ho raccolto in queste ultime settimane.
Tiepolo a Bergamo. Da metà dicembre è visitabile nel Palazzo della Ragione a Bergamo Alta una delle più spettacolari opere di Giambattista Tiepolo (il più grande pittore italiano del ‘700, nato a Venezia nel 1696 e morto nel 1770): si tratta della “Gloria di Ognissanti”, comunemente chiamata “Quadro del Paradiso”, dipinta da Tiepolo nel 1734 per la chiesetta parrocchiale di Rovetta (paese della Val Seriana). Il dipinto è ora visitabile dopo essere stato sottoposto a restauro. Per l’occasione, il Rotary Club Bergamo Nord e la Parrocchiale di Rovetta hanno organizzato un “itinerario tiepolesco” per riscoprire i capolavori del pittore fatti nella città di Bergamo: tra questi, il “Martirio di San Giovanni Nepomuceno” presente sempre presso il Palazzo della Ragione, gli affreschi della volta della cappella Colleoni (costruita da Giovanni Amadeo nella seconda metà del ‘400), il “Martirio di San Giovanni” (vescovo di Bergamo) nel Duomo, “San Giuseppe con il Bambino” nella chiesa di San Salvatore. Per informazioni http://www.rotarybgnord.it.
Pittura floreale a Forlì. Si è aperta a Forlì nella Pinacoteca civica una mostra dedicata ai soggetti floreali nella pittura. Si tratta di un’esposizione che raccoglie i dipinti di molti pittori italiani e non solo, per valorizzare tutti quei dipinti che nei secoli hanno dato grande importanza alla natura e ai fiori in particolare. Infatti, nel Seicento nacque la ricerca scientifica e l’ambizione di catalogare la natura, e questo ebbe molte ripercussioni sulla pittura. I vari dipinti, ottenuti in prestito da musei italiani e stranieri, saranno visitabili fino al 20 giugno 2010 (ogni giorno escluso il lunedì) e colpiscono soprattutto per la ricerca della perfezione iconografica per raggiungere la verosimiglianza legata alle stagioni. Tra i vari dipinti ci sono “Fiasca fiorita” (autore sconosciuto), “Un vaso di fiori sulla finestra di un harem” di Francesco Hayez, “La primavera” di Nuzzi e Lauri, “Girasole” di Bimbi, “Lillà” di Manet, “Vaso con astri, salvia e altri fiori” di Van Gogh (a tal proposito, Van Gogh affermò: “L’anno scorso ho dipinto quasi esclusivamente fiori, per abituarmi a servirmi di colori che non fossero soltanto il grigio: vale a dire il rosa, il verde pallido o crudo, l’azzurro, il violetto, il giallo, l’arancione, un bel rosso”). Per informazioni http://www.mostrafiori.com.
Van Gogh e il giallo dell’orecchio tagliato. Nel 1888 (pochi giorni prima di Natale) il grande pittore Vincent Van Gogh si tagliò un orecchio, sulla cui vera motivazione non si era mai riusciti a dire qualcosa con certezza. Fino a quando Martin Bailey, curatore di due mostre del pittore ed autore di un libro sulla sua vita, ha individuato la motivazione dell’automutilazione, e l’ha individuata sulla lettera che Van Gogh aveva riprodotto sul suo dipinto “Natura morta: tavolo con cipolle” dipinto pochi giorni dopo essersi tagliato l’orecchio. Questa la storia: in quel periodo Van Gogh versava già in critiche condizioni psichiche in quanto il fratello Theo, commerciante d’arte ed unico sostentamento del pittore, aveva deciso di sposarsi. Il pittore fu informato della notizia con una lettera, che poi ha riportato fedelmente sul suo dipinto: pensate che nel dipinto Van Gogh riporta timbri postali ed indirizzi della lettera che riconducono proprio al domicilio parigino di Theo e alla data del dicembre 1888. Cadono nel nulla pertanto le ipotesi che si erano fatte nel tempo circa l’ammutinamento di Van Gogh: si era vociferato che fosse stato addirittura il pittore francese Gauguin (col quale nel 1888 divise una casa ad Arles) a tagliagli l’orecchio nel corso di un litigio scatenato per una prostituta. Il motivo per cui si tagliò l’orecchio fu quindi per richiamare al suo capezzale l’unica persona che fino a quel momento gli era stata vicina, ovvero il fratello Theo: neppure la vicinanza del fratello riuscì però a rassicurare Van Gogh il quale 19 mesi dopo, il 27 luglio 1890, si sparò al petto e morì dopo due giorni di agonia. Nel frattempo durante questo mese di gennaio si apre a Londra alla Royal Academy una mostra su Van Gogh e le sue lettere.

venerdì 22 gennaio 2010

CENTRALI NUCLEARI E RISCHIO LEUCEMIA…

Ho trovato un interessante articolo sul quotidiano la Repubblica di martedì 12 gennaio 2010, scritto da Francesco Bottaccioli che è il Presidente onorario della Società Italiana di psiconeuroendo-crinoimmunologia.
Molto si sta parlando in questi mesi del rilancio dell’energia nucleare da parte dell’attuale governo Berlusconi. Più volte in passato ho dedicato post a questo argomento, in cui ho esposto tutte le mie contrarietà a questa fonte di energia, dai costi esorbitanti (e vista la situazione italiana non sarebbe il caso…) al pericolo ambientale (non sono ancora le centrali nucleari sicure di 4° generazione), dal problema dello smaltimento delle scorie nucleari (e sapendo come si smaltiscono i rifiuti in Italia…) al molto tempo dalla loro entrata in funzione. Si potrebbe avere moltissima energia subito dalle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua, ecc…), ma con queste evidentemente non si specula… Ora però ho trovato un altro argomento che mi da conferma sul fatto che in Italia abbiamo bisogno di tutto fuorché del nucleare.
Tutto parte alla fine degli anni ’80, dopo l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl del 26 aprile 1986: si era riscontrato un aumento dell’incidenza di cancro e di leucemia infantile nelle vicinanze degli impianti nucleari inglesi pur in assenza di incidenti. Cosa risposero le autorità inglesi? Così: “Poiché la quantità di radiazioni rilasciate da impianti normalmente funzionanti è troppo bassa per indurre leucemie, non sappiamo quale sia la causa del loro aumento”. Una risposta direi sconcertante… In questi due decenni sono stati fatti vari studi in merito: in particolare, uno studio del 2008 dell’Ente governativo tedesco per il controllo radioattivo (ovvero il BFS, Bundesamt fur Strahlenschutz) ha esaminato tutti i 16 impianti nucleari tedeschi analizzando l’incidenza dei tumori tra i bambini: lo studio ha confermato quanto si sospettava da tempo, ovvero la correlazione diretta tra il rischio di leucemia in bambini piccoli (meno di 5 anni) e la vicinanza della loro casa agli impianti nucleari. La tabella di questo studio dimostra che i bambini che vivono entro 5 (ripeto, 5) km dai reattori nucleari hanno un incremento del 76% (ripeto, 76%) del rischio di contrarre una leucemia rispetto ai coetanei che vivono a più di 50 km (la cui incidenza è dello 0.5%!!! Questa incidenza aumenta del 26% se la distanza dalla centrale è compresa tra 5 e 15 km e del 10% se la distanza è compresa tra 10 e 30 km. Altri studi hanno poi confermato questi risultati. Anche nel caso tedesco, però, le autorità non sono riuscite a dare delle spiegazioni al fenomeno.
Ma allora, cosa succede in realtà? Recentemente, sulla rivista Environmental Health è stata avanzata un’ipotesi secondo la quale i radionuclidi (ovvero gas nobili con kripton, argon e xeno, trizio, C-14), che vengono liberati in aria col vapore acqueo che esce dai camini delle centrali nucleari, vengono poi assorbiti dal terreno e dalle piante ed entrano così nella catena alimentare (pensate che alcuni di questi radionuclidi rimangono radioattivi per migliaia di anni…). Ciò comporta la formazione di cancri e leucemie. Le donne gravide, inoltre, esposte a queste sostanze radioattive, le trasmetterebbero al feto con un conseguente imprinting cellulare che provocherebbe tumori già nelle prime fasi di vita. Alcuni studi canadesi hanno confermato che la concentrazione di trizio su frutta, verdura, latte, carne e uova è molto più alta se questi sono stati prodotti vicino all’impianto.
Si tratta di un fatto assolutamente nuovo, del quale naturalmente nessuno parla in TV, visto il controllo politico che l’attuale governo esercita sull’informazione. Già in questi ultimi mesi il governo (dopo averci bombardato nella prima parte del 2009 col rilancio del nucleare) sta tacendo sui probabili siti per la costruzione delle centrali nucleari per il semplice fatto che fra due mesi ci sono le elezioni regionali e c’è quindi il timore che parlare di siti nucleari faccia perdere voti (così funziona la politica, purtroppo, in Italia!). E non sarà certamente la soluzione ideale quella prospettata dal governo di offrire dei soldi alle popolazioni che vivranno vicino alle future centrali nucleari: con i soldi si vuole praticamente comprare il consenso degli elettori, pardon dei cittadini. Se poi loro si ammaleranno, cavoli loro, tanto non sapranno da cosa sia derivato il loro cancro…

Ecco il FEDERALISMO DEMANIALE…

Poco meno di un mese fa, alla vigilia di Natale, il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto legislativo sul cosiddetto federalismo demaniale, che ora è all’esame delle competenti Commissioni parlamentari. Che cosa prevede questo “federalismo demaniale"? Consiste nel trasferire dei beni statali agli enti minori (Regioni, Province e Comuni), e questo trasferimento si attuerà con la dismissione di edifici pubblici, caserme, terreni, spiagge, fiumi, laghi, acquedotti, porti ed ogni altro bene attualmente di proprietà demaniale. Il provvedimento è costituito da 7 articoli ed è stato presentato da Roberto Calderoni in qualità di ministro della Semplificazione Normativa.
A primo acchito potrebbe sembrare una cosa di buon senso, ma in realtà non lo è proprio in quanto si corrono due rischi: il primo è che potranno essere svenduti anche beni “assoggettati a vincolo storico, artistico ed ambientale che non abbiano rilevanza nazionale” (perché, c’è anche un valore storico o artistico o ambientale di rilevanza regionale…?), il secondo è che questo processo di dismissione aprirà le porte alla speculazione edilizia e immobiliare in quanto sarà più facile intervenire su tali opere se dall’altra parte ci sono enti inferiori all’organo statale e potenzialmente “interessati” a questi interventi. Lo ha denunciato, giustamente, anche il presidente dei Verdi, Angelo Monelli.
I Verdi sono preoccupati soprattutto per due articoli del decreto legislativo: l’art. 5 (comma b) il quale stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio Comunale costituisce variante allo strumento urbanistico generale (ciò significa che ogni delibera per il passaggio di un bene demaniale al Comune si trasformerà automaticamente in variante al piano regolatore saltando pertanto il normale iter di modifica); e l’art. 6 il quale semplifica le procedure per l’attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari. Si tratta di un vero e proprio regalo a quelle grande famiglie di costruttori che nel tempo hanno devastato il territorio italiano in nome dei ricavi derivanti dall’urbanizzazione sfrenata.
Lo stesso provvedimento prevede un esatto censimento dei beni demaniali: secondo i dati dell’Agenzia del demanio ci sono in Italia circa 30.000 beni in gestione, di cui 20.000 (pari al 67%) sono fabbricati (per una cubatura complessiva di 95 milioni di mc…) e 10.000 (pari al 33%) sono terreni (per una superficie di 150 milioni di mq…). Il demanio militare occupa invece lo 0.26% del territorio nazionale (pari a 783 kmq). Fra le possibile cessioni figurano così lo splendido Arsenale di Venezia, la Caserma Cavalli di Firenze, il Castello di Brindisi, il Poligono di Capo Teulada (in Sardegna) e alcune isole (tra cui l’isola di Sant’Andrea a Venezia e l’isola Palmaria a La Spezia).
Certo, dobbiamo essere sinceri: è anche vero che la maggior parte dei beni demaniali versa in stato di abbandono o quasi, e che comunque mancano le risorse necessarie per la loro conservazione e valorizzazione. Probabilmente il trasferimento agli enti minori potrebbe garantire maggiori investimenti, in quanto arriverebbe risorse di privati, tuttavia ci sono alcuni punti molto importanti che dovrebbero essere inseriti nel nuovo provvedimento per evitare lo smantellamento di quello che è il più grande patrimonio storico, artistico e ambientale del mondo intero: si dovrebbero escludere dai beni trasferibili quelli storici ed artistici (evitando così che castelli o musei passino in mani “bucate” e diventino opere dall’uso completamente diverso da quello originario) e si dovrebbe introdurre un vincolo di destinazione d’uso per questi immobili trasferiti. Allo stesso tempo sarà una buona cosa trasferire un’area abbandonata o una caserma purché venga poi utilizzata per fini sociali come ospedali, carceri, istituti scolastici, centri di assistenza, parchi pubblici, impianti sportivi, ecc… Pier Luigi Cervellati, urbanista e professore all’Università di Venezia, nell’intervista di Giovanni Valentini per il quotidiano la Repubblica del 31 dicembre 2009, esprime tutta la sua preoccupazione per il futuro dei centro storici, dicendo giustamente: “Vendere caserme in un centro storico, senza che questo serva alla città stessa, senza che serva a creare spazi pubblici, ma solo a fini speculativi, significa accentuare la trasformazione delle città in merce”.
Il pericolo, per fare cassa vista la carenza di fondi nello Stato, è che questo provvedimento si trasformi in un nuovo Piano Casa, ogni regione ne farà un uso proprio, in quanto punta sull’edilizia per riavviare il meccanismo economico, senza considerare che la speculazione edilizia a fini residenziali avrà gravi conseguenze sulle città (aumento di traffico, aumento di inquinamento, ecc…) e con ulteriore rischio di bolla speculativa (vedi quello che è successo in Spagna…). Staremo a vedere cosa cambierà in fase di approvazione di questo emendamento…

sabato 9 gennaio 2010

Il mistero del POLO MAGNETICO in movimento…

Tutto parte da un’accelerazione dello spostamento del campo magnetico terrestre superiore alla norma verificatosi negli ultimi anni e soprattutto lo scorso anno.
Il campo magnetico terrestre si forma nella parte liquida del nucleo del nostro pianeta ed è prodotto dalla correnti elettriche a sua volte create dal continuo movimento del ferro allo stato liquido presente nel nucleo terrestre. Il suo asse non coincide esattamente con l’asse geometrico della Terra ed i suoi poli distano da quelli geografici di una decina di gradi: è soggetto a piccoli spostamenti alternati a brusche variazioni (le cosiddette “tempeste magnetiche”). Alla sua azione sono legati alcuni fenomeni come le aurore boreali e una sua importante conseguenza pratica è l’impiego della bussola per l’orientamento.
Ebbene, nei giorni scorsi l’Istituto di Fisica della Terra di Parigi ha pubblicato alcuni dati inerenti le recenti misurazioni del campo magnetico terrestre, usciti in contemporanea a quelli rilevati e pubblicati sulla rivista Nature Geoscience. Che cosa si è scoperto da questi dati? Si è scoperto che lo spostamento annuale del Polo Nord magnetico è passato da una media di 15 km nel periodo compreso tra il 1831 (anno di inizio delle misurazioni) ed il 1900 ad una media di ben 55-60 km alla fine degli anni ’80, fino a raggiungere la velocità massima in questi ultimi anni. Nel 2009 infatti si è spostato di ben 64 km in direzione della Siberia (nel 1831 era posizionato tra le isole canadesi, mentre nel 2009 è arrivato a sfiorare il Polo Nord geografico!). Si è inoltre scoperto che il campo magnetico terrestre si sta indebolendo: se nel 1900 il momento magnetico era pari a 8.4, negli anni ha seguito una linea decrescente costante fino a misurare 7.7 di campo magnetico in questo passato 2009. Già qualcosa si è evidenziato in alcune aree del pianeta: nel 2003 si sono create aree con campo magnetico molto più debole del normale in Australia, nel 2004 in Sudafrica e negli ultimi mesi in Brasile.
Le cause di questo cambiamento sono al momento sconosciute: secondo il Centro Nazionale Spaziale della Danimarca l’indebolimento del campo magnetico terrestre è correlato ai veloci cambiamenti che stanno avvenendo nella parte liquida del nucleo terrestre. Secondo alcuni esperti, queste variazioni potrebbero portare all’inversione del campo magnetico terrestre (ovvero il Polo Nord magnetico andrebbe al Polo Sud e viceversa): non sarebbe la prima volta, è già successo in passato, anche se il fenomeno avviene normalmente ogni 600.000 anni… Certo, non è detto che questo accada: è solo un’ipotesi, bisognerà raccogliere dati e verificare. L’ultima inversione magnetica si verificò circa 750.000 anni fa, quindi statisticamente potrebbe anche accadere, ma nessuno sa quanto tempo ci vuole perché si verifichi un’inversione magnetica (ci potrebbero volere pochi anni come millenni…).
Appurato che bisogna continuare gli studi per verificare cosa sta realmente accadendo, il mondo scientifico cerca ora di capire quali ripercussioni avranno questi fatti sulla nostra vita. L’indebolimento del campo magnetico terrestre può far sì che le radiazioni provenienti dallo spazio penetrino l’atmosfera con più facilità con influenze tutte da verificare sull’elettronica dei satelliti e degli aerei. Lo spostamento, invece, del Polo Nord magnetico può avere ripercussioni invece su chi usa la bussola, seguendo rotte errate. Nell’uomo le conseguenze sarebbero limitate, ma non sul mondo animale. Infatti, come spiega Francesco Petretti (etologo e docente di Gestione Animali dell’Università di Camerino), intervistato da Luigi Bignami (articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 31 dicembre 2009), si sa che molte specie animali utilizzano il campo magnetico per le loro migrazioni e spostamenti: ad esempio, il colombo usa il campo magnetico per ritrovare la direzioni da seguire per il ritorno alla base, la tartaruga marina utilizza le linee del campo magnetico come fossero delle strade, le api usano il campo magnetico per i loro spostamenti. Pertanto, un brusco cambiamento del campo magnetico potrebbe avere conseguenze pesanti sul mondo animale: potrebbero adattarsi al cambiamento se questo avvenisse con cautela, ma c’è da dire che gli animali che utilizzano il campo magnetico hanno impresso nel loro patrimonio genetico le modalità d’uso e che i tempi per adattarsi seguono le leggi della selezione naturale che sono dell’ordine di migliaia di anni…
Staremo a vedere che accadrà: siamo prossimi alla fine del mondo da tanti indicata nel 2012…?

SYMMETRY454: il nuovo calendario…

Ogni inizio d’anno si parla di calendari, ma se ne parla più per quello che raffigurano che per quello che rappresentano: foto di calciatori, veline, modelle (nude o seminude), sportivi in generale, ma anche animali, paesaggi, mestieri, per beneficenza oppure no. Insomma, una moltitudine di calendari che vengono appunto venduti (anche a caro prezzo…) per le immagini che contengono e quasi mai per quello che rappresentano: ovvero per scandire il tempo. Questo ha portato nel tempo a far dimenticare l’importanza del calendario e, soprattutto, la sua storia. Il Dizionario della Lingua Italiana Gabrielli definisce infatti il calendario come “sistema convenzionale di computare il tempo per mezzo di divisori costanti, la minima delle quali è il giorno, basato sul moto apparente solare o lunare” (esistono infatti anche altri tipi di calendari, come quello astronomico, quello meteorologico, quello agricolo, ecc…). Noi facciamo riferimento al calendario per la misura del tempo.
Facciamo una breve storia dei calendari che abbiamo usato nella nostra storia. Non dimenticandoci che già Egizi, Babilonesi e Greci avevano calendari piuttosto precisi, venendo alla nostra terra in origine fu il calendario romano, istituito da Numa Pompilio (forse elaborato su un precedente calendario di Romolo che contava 304 giorni suddivisi in 10 giorni): l’anno era suddiviso in 12 mesi (Martius, Aprilis, Maius, Iunius, Quintilis, Sextilis, September, October, November, December, Ianarius e Februarius), dei quali quattro (Martius, Maius, Quintilis e October) avevano 31 giorni e gli altri 29 (tranne Februarius che ne aveva 28), mentre due volte ogni 4 anni (a piacimento…) si inseriva nell’anno un mese intercalare (Mercedonius). Arrivò poi il calendario giuliano, istituito da Giulio Cesare nel 46 a.C. per riparare i danni del precedente a causa dell’uso irregolare del mese intercalare: assunse come lunghezza media dell’anno un periodo di 365 giorni e ¼, e per ovviare a questo ¼ di giorno si decise di aggiungere un unico giorno ogni 4 anni (il cosiddetto “anno bisestile”). Tuttavia rispetto all’anno tropico (della durata di 365 giorni 5 ore 48 minuti e 46 secondi) il calendario giuliano risultava più lungo di 11 minuti ogni anno e, siccome rimase in vigore per 14 secoli, potete comprendere di quanto si era sbagliato in questo arco di tempo! Fu così che papa Gregorio XIII istituì nel 1582 con la bolla “Inter Gravissimas” il calendario gregoriano, in quanto si era arrivati ad un punto che la primavera iniziava con troppo anticipo e di conseguenza anche la Pasqua: per eliminare la differenza tra anno tropico e anno civile che si era accumulata nel tempo, furono soppressi 10 giorni (dal 4 al 15 ottobre 1582) e fu stabilito che da allora in poi non sarebbero stati bisestili gli anni secolari che non fossero divisibili per 400.
Il calendario gregoriano è quello che tuttora utilizziamo per scandire il tempo nel nostro paese e in moltissimi paesi, anche se un piccolo errore lo presenta lo stesso in quanto comporta uno sfasamento di un giorno ogni 3000 anni. Tuttavia, nel corso del secolo scorso, per cercare una più esatta misurazione del tempo si è cercato di istituire nuovi tipi di calendari. Nel 1930 George Eastman, con l’aiuto della Lega delle Nazioni, tentò di creare un calendario composto da 13 mesi tutti uguali, di 28 giorni ognuno, ma ciò comportava che il mitico 4 luglio (festa dell’Indipendenza americana) avrebbe cambiato nome e così non se ne fece nulla… Nel 1950 l’ONU elaborò il cosiddetto World Calendar: si trattava di un calendario perpetuo, da appendere cioè al muro e non cambiarlo mai, composto da quattro trimestri identici di 91 giorni (ogni trimestre costituito da un mese di 31 giorni e da due di 30), con la caratteristica che ogni anno ed ogni trimestre iniziava di domenica. In questo modo il primo mese di ogni trimestre doveva avere 5 domeniche e 26 giorni lavorativi, mentre gli altri mesi di domeniche ne avevano 4: questo avrebbe comportato un giorno in più (il 365°), fuori dalla settimana, il cosiddetto World Day, da posizionare come giorno festivo l’ultimo giorno dell’anno (durante gli anni bisestili il 366° giorno sarebbe stato posizionato il 31 giugno che sarebbe stato anch’esso un giorno fuori settimana e festivo). Non sarebbe stato male, ma anche di questo non se ne fece poi più niente…
Ma ora sta arrivando il SYMMETRY 454: si tratta di un calendario supersimmetrico ideato da Irv Bromberg dell’Università di Toronto, nel quale ogni mese comincia di lunedì (Natale cade sempre di giovedì), con 4 mesi (febbraio, maggio, agosto e novembre) di 35 giorni e tutti gli altri di 28. Lo potete riscontrare nel sito http://www.sym454.org.
Forse è meglio che ci teniamo il calendario gregoriano…

domenica 27 dicembre 2009

QUEI DELITTI ACCETTABILI…

È il titolo dell’interessante articolo di Giorgio Bocca apparso sul settimanale L’Espresso del 29 dicembre 2009, articolo che fotografa alla perfezione lo stato culturale del nostro paese.
L’articolo inizia così: “I delitti che appassionano gli italiani sono quelli senza ragione”. Mai frase è stata così azzeccata per fotografare il popolo italiano e l’informazione. In questi anni gli italiani si sono appassionati di delitti del tipo: la Franzoni che forse ha ucciso il suo figlio (omicidio di Cogne), la studentessa americana Meredith che viene uccisa da alcuni amici (omicidio di Perugina), la ragazza Chiara Poggi che viene forse uccisa dal suo fidanzato (omicidio di Garlasco), e la lista sarebbe lunghissima (lo stupro, la prostituta, il trans, l’extra-comunitario). E la gente? La gente si appassiona, perché la TV fa passare esclusivamente questi omicidi, omicidi “popolari”: i TG dedicano tempi lunghissimi a questi omicidi, le trasmissioni di approfondimento spesso trattano di questi omicidi in maniera morbosa (con modellini, ricostruzioni, ecc…). Tanto che siamo arrivati ad un punto “culturale” in cui agli italiani non interessano i “veri” omicidi, quelli che riguardano la nostra vita o la nostra salute, ma quelli di cronaca nera, ovvero a quelli che non hanno alcuna ripercussione sulla nostra vita: certo che siamo proprio un popolo strano, non ci interessano i processi a coloro che attentano alla nostra vita, ma ci interessano quelli di uno sconosciuto che uccide la sua fidanzata!
In tutto ciò la TV in generale (salvo pochissimi pesci fuor d’acqua) e buona stampa in generale (soprattutto di destra) hanno un ruolo fondamentale, riescono a plasmare la mente del telespettatore/lettore probabilmente per “nascondere” delitti ben più gravi. Quali? Ne possiamo citare un’infinità, ma citiamo solo i più gravi:
  • delitti industriali: tutte quelle fabbriche che mettono in circolazione e in vendita prodotti che contengono migliaia di sostanze tossiche dannose per la nostra salute (vernici velenose, diossine, mercurio, metalli pesanti, ecc…), o ancora tutte quelle truffe che riguardano la vendita di cibi avariati o scaduti;
  • morti bianche: le migliaia di morti sul lavoro ogni anno, dei cui processi non si sa poi più niente;
  • delitti ambientali: basti pensare alle migliaia di morti per lo smog, per l’inquinamento delle acque, per il riciclaggio illegale di rifiuti tossici, per le discariche abusive. Esempi concreti? Le navi contenenti rifiuti tossici affondate nei mari italiani, i veleni di Taranto, l’inquinamento di città come Milano e Roma (nella capitale uno studio dell’Asl del 2008 ha certificato che i decessi da inquinamento “evitabili” ogni anno sarebbero migliaia, ma questo studio non è stato divulgato…);
  • degrado del territorio: basti pensare all’urbanizzazione selvaggia, all’abusivismo edilizio, alle mancate opere di bonifica, ai mancati consolidamenti dei pendii delle montagne o alla mancata pulizia dei letti dei fiumi, e poi contiamo ogni anno decine o centinaia di morti dovuti alle conseguenze di ondate di maltempo.
Tutti delitti assolutamente gravi per la salute del cittadino, che causano ogni anno migliaia di decessi ma dei quali non si interessa nessuno: perché la gente non si appassiona al processo dei morti nel rogo alla Thyssen di Torino, o al processo ai dirigenti dell’azienda Eternit che stanno causando migliaia di morti in seguito alla vendita per decine di anni di lastre di copertura contenenti amianto, o alle inchieste ambientali? Bella domanda…
Ha ragione Bocca quando sostiene: “Ogni giorno le cronache dei media ci ripetono che siamo una specie balorda e autolesionista. La ripetizione del male, della sua stupidità, della sua inutilità non ci stanca mai, anzi, la cerchiamo con paziente applicazione e ingegnosità”. E gli ascolti Auditel danno ragione a questa affermazione… Probabilmente, come dice Bocca, questo succede perché l’italiano (inteso come cittadino) ha in sé quell’innata dote (secolare…) del “farla franca”, di premiare sempre e comunque i furbetti, quelli che truffano e si arricchiscono alle spalle di altri, quelli che seppur commettono un reato riescono a dimostrare (falsamente) il contrario. E su questo Tv e giornali ci marciano…
Poi però non lamentiamoci se all’italiano non interessa di ambiente, di territorio, di salute, di alimentazione sicura, di sicurezza sul lavoro, di inquinamento e di quant’altro che possa intaccare la sua salute: siamo autolesionisti e da questo non ne usciremo in fretta. Ma se solo TV e giornali cambiassero strategia…

RIFIUTI TOSSICI: ora tornano in Italia...

Sempre a proposito di inchieste, ne ho trovata una sull’inserto Il venerdì del quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, intitolata “RIFIUTI TOSSICI: dall’Italia all’Africa e ritorno. Scoperto il nuovo business dei veleni”, condotta da Nadia Francalacci, inchiesta che è a dir poco inquietante e della quale naturalmente nessuno parla in TV.
Fino ad un po’ di tempo fa i rifiuti tossici italiani erano (illegalmente) smaltiti in Africa, tanto per rafforzare il famoso detto “Non nel mio giardino”… Ora però sembra qualcosa stia cambiando, ma si tratta di qualcosa di ancora più terribile: questi rifiuti tossici ritornano in Italia! Di cosa si tratta? Scarti industriali e rottami ferrosi contaminati con sostanze cancerogene o radioattive che per legge non sono più riutilizzabili nei cicli di produzione industriale. Come funziona il nuovo percorso? Questi rifiuti tossici vengono imbarcati nei porti di molte regioni italiane (soprattutto Liguria, Toscana, Campania, Calabria e Sicilia) dove quasi sempre sfuggono ai controlli doganali facendoli figurare come generi alimentari, veicoli da turismo, materiali edili e quant’altro (tutto tranne che la realtà…), sono diretti verso l’Africa ma, subito dopo, rientrano verso l’Italia figurando come materie prime secondarie (e quindi riutilizzate per risparmiare sui cicli produttivi). INQUIETANTE!
Ma, oltre a questi rifiuti tossici che rientrano dall’Africa, entrano nel nostro paese anche rifiuti tossici provenienti da ogni parte del mondo (soprattutto Sudamerica): come sempre, siamo i migliori… Pensate che nel 2008, grazie ad alcuni controlli, sono state individuate quasi 4.000 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dall’Africa, dall’America e dal Nord Europa, oltre che centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti dall’Albania e dalla Croazia. Tra i prodotti che arrivano nel nostro paese vi sono catalizzatori esausti contaminati con materie tossiche, prodotti chimici e (in gran quantità) pet coke. Che cos’è questo pet coke? È un sotto prodotto del petrolio, con consistenza spugnosa e compatta, che si ottiene dal processo di condensazione di residui petroliferi pesanti e oleosi, che viene utilizzato come combustibile (in quanto più economico di quello normale): il problema però sta nel fatto che è altamente cancerogeno in quanto contiene moltissimo zolfo (ben sopra i livelli previsti dalla legge). La pericolosità di questo prodotto è già stata dimostrata da alcune analisi disposte dal sostituto procuratore di Catania Antonio Nicastro su un carico di questo prodotto proveniente dal Venezuela e arrivato nel porto di Gela per essere utilizzato per la produzione di cemento in uno stabilimento industriale di Siracusa.
Ecco, questo è il problema: questo pet coke, altamente tossico (è chiamato la “feccia dell’oro nero”…), viene riciclato illegalmente in vari settori industriali di tutta Italia! L’Agenzia delle Dogane ne ha sequestrato in un anno ben 106.000 tonnellate e il problema ancora più grave è che viene utilizzato anche in stabilimenti per la produzione di derrate alimentari (come lo zucchero e i prodotto dolciari in genere)…
Per fare un esempio, poco tempo fa la Guardi di Finanza ha sequestrato al porto di Salerno vari container provenienti dall’Irlanda e da alcuni paesi dell’Africa centrale, contenenti sostanze tossiche e materiali elettronici di scarto: questo materiale era destinato ad una (inesistente) società romana che era stata incorporata da anni da un’altra società con sede a Milano. Si trattava degli stessi rifiuti che (illegalmente) l’Italia aveva esportato in vari paesi africani (come il Ghana, l’Egitto, il Senegal, la Tunisia e il Benin) e proprio dal Benin questi rifiuti erano rientrati in un porto del Nord Italia.
È davvero inquietante: tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici che, anziché essere legalmente smaltiti nelle discariche o recuperati, vengono riutilizzati tali e quali nei processi lavorativi di molti industrie italiane, per risparmiare e pure guadagnandoci, ma sempre a discapito della nostra salute: vengono utilizzati come combustibili altamente tossici che vomitano in atmosfera una quantità incredibile di sostanze assai velenose, con ripercussioni sul nostro organismo. E se penso agli inceneritori, che per farli funzionare vi viene bruciato di tutto, mi viene la pelle d’oca! Siamo ancora ben lontani da una logica industriale ove la salute della popolazione venga prima di tutto: prima di tutto c’è il denaro, lo sporco denaro, tanto i cittadini non sanno cosa respirano o cosa mangiano perché il cosiddetto “inquinamento trasparente” non fa paura a nessuno proprio perché nessuno ne è informato… E poi vogliono fare le centrali nucleari…

PARCHI NAZIONALI E LE LOBBY…

Ho trovato sul settimanale L’Espresso del 22 dicembre 2009 un’interessante inchiesta di Roberto Di Caro intitolata “PARCHI NAZIONALI: l’assalto delle lobby”, dai contenuti piuttosto allarmanti in merito ai nostri parchi nazionali.
Partiamo come sempre dai dati: ci sono oggi in Italia 23 parchi naturali nazionali (il 24° era stato istituito nel 1998 in Sardegna, tra il Golfo di Orosei ed il massiccio montuoso del Gennargentu, solo che non è mai nato e nel 2008 una sentenza del TAR l’ha cancellato): sembrerebbe una cifra elevata, tuttavia numerosi paesi europei hanno un numero ben più elevato di parchi nazionali e soprattutto una maggiore superficie protetta. Se poi consideriamo la vastità e la varietà dei paesaggi e degli ambienti italiani, beh allora dovremmo essere i primi in materia. Invece… Arriviamo al tasto dolente dei finanziamenti: l’ultimo governo Prodi aveva stanziato per i parchi nazionali 70 milioni di euro, poi la successiva Finanziaria del governo Berlusconi ha cancellato ben 22 milioni di fondi, e sono annunciati altri tagli… Vogliamo infine parlare dell’attuale Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo: a lungo è stato criticato (giustamente) il precedente ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio per la sua incompetenza, ma francamente ora siamo andati in peggio! Ha ragione Angelo Bonelli, neopresidente dei Verdi, quando afferma che l’attuale ministro vuole piazzare i “suoi” negli enti di gestione dei parchi naturali (ci aveva già provato pochi mesi fa con le Commissioni Via, Vas, Covis e Ippc ma il TAR le ha dato, giustamente, torto): purtroppo anche Lei, come tutti i ministri del PDL, ha una visione dell’amministrazione del nostro Paese che è incentrata sul potere, sul favorire, sul “piazzare qualcuno”, ed è proprio questo che non va nel nostro paese. Dovremmo eleggere dei ministri che governano per il bene del nostro paese e non per il bene/interessi propri o di qualcuno a loro vicino, perché questo da troppo tempo sta succedendo. Questo porta inevitabilmente alla deriva, così come sta accadendo ai parchi naturali: i finanziamenti sono sempre meno, ma gli enti che gestiscono questi parchi per garantirne la sopravvivenza sono costretti (ahimè) a ricorrere ad altre fonti di guadagno che sono contrarie ai principi di salvaguardia dell’ambiente.
È l’esempio della Duna di Lesina (in provincia di Foggia), una sottile striscia di terra lunga 20 km che divide il Mare Adriatico dalla Laguna di Lesina, all’interno del Parco del Gargano: si tratta davvero di un piccolo paradiso naturale, chiamato anche Bosco Isola visto che è tutto un susseguirsi di lecci, salici, eriche, corbezzoli e macchia mediterranea in genere popolata da testuggini, 70 specie di uccelli che si riproducono (tra cui l’airone rosso e il tarabuso che qui nidificano) e le anguille. Si tratta dell’area più protetta d’Europa: vi sono state attribuite tutte le sigle possibili in materia di protezione ambientale (sic, ate, iba, zps, zona A, ex-legge 1939 ovvero sito di importanza comunitaria, zona a protezione speciale, important bird area, vincolo paesaggistico ed idrogeologico, ecc…): praticamente non si può toccare nulla, giustamente, visto l’importanza ambientale dell’area. Ed invece sapete cosa accadrà? All’interno dell’area verrà realizzato addirittura un villaggio turistico: si chiamerà “Ecovillaggio”, ma alla faccia della protezione ambientale consiste in 80 strutture abitative, 200 posti letto, parcheggi, 5 corpi accessori per sala convegni, reception, ristoranti e centri servizi, oltre ad un ettaro di pannelli solari ed un contorno di pale eoliche, per un totale di ben 19.430 mc!!! INCREDIBILE!! Ma c’è di più: è già in previsione la realizzazione di altre due lottizzazioni turistiche attorno a questo villaggio, ovvero “Tenuta del Gargano” (nell’agro di Cagnano Varano a 300 metri dall’area protetta) e “Lesina Due” (a 100 metri dall’area protetta), per un totale di 330 villette ed un campo da golf per 3.167 nuovi residenti!!! E, naturalmente, per completare il tutto è prevista anche la realizzazione di tre porti turistici…
Ma com’è possibile tutto questo? La realizzazione di queste strutture comporterà la distruzione di migliaia di mq di area ora ricoperta di vegetazione, con la conseguente distruzione di un habitat unico al mondo, la realizzazione di nuove strade con conseguente forte inquinamento atmosferico ed acustico, la modifica del clima locale, il rischio di inquinamento delle acque lacustri e marine, la realizzazione di una rete fognaria per lo smaltimento dei liquami (dove andranno?). Mi domando ancora: com’è possibile? L’unica spiegazione è il denaro: il denaro nella prima fase (pensate a quanti oneri di urbanizzazione e costo di costruzione incasserà il Comune…) e il denaro nella seconda fase (quello che incasseranno le ditte che gestiranno l’area: certamente, un’ottima operazione di marketing…). C’è purtroppo un problema nell’attuale legislazione di tutela dei parchi: la legge-quadro 394 sulle aree protette, promulgata 18 mesi fa e ideata da Fulco Pratesi (ex presidente del Wwf e e del Parco Nazionale d’Abruzzo) prevede che i parchi devono diventare economicamente produttivi, e forse è qui il guaio, perché ne approfittano i diretti interessati (i proprietari, ovvero i Comuni e i privati): negli USA, ad esempio, non è così, visto che le aree protette sono interamente di proprietà del demanio e quindi non si possono toccare. In Italia, invece, gli uffici tecnici dei parchi badano di più a strade, parcheggi ed opere di urbanizzazione che alla conservazione della natura. E pensare che l’area protetta italiana è la minima parte dell’intero territorio nazionale: è proprio necessario costruire in queste aree? Non si può costruire dove si può costruire? Ma no, volete mettere come si vendono le villette in un’area immersa nella natura…? INQUIETANTE, OLTRE CHE SCANDALOSO! È proprio il paese delle lobby, non possiamo definirlo altrimenti il nostro, anche perché sennò saremmo volgari…

Lunga vita agli ATLANTI GEOGRAFICI!

Paolo Rumiz ha scritto un articolo sul quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, intitolato “ATLANTI: le mappe battono Google Earth” che comincia così: “Perché diavolo la gente continui a comprare atlanti col mercato saturo e la concorrenza invasiva di Google Earth è un mistero del mercato e forse non solo. Pesanti, quasi intrasportabili e di conseguenza antitesi paradossale dell’invito al viaggio che contengono, questi pesi massimi della cartografia rappresentano forse l’ultima trincea dell’amore del popolo del Libro verso la carta stampata e la dimostrazione migliore che gli infiniti dettagli della visione satellitare non bastano a dare l’idea di un territorio e a costruire il sogno che sta alla base di ogni nostra partenza”.
Partiamo da una breve storia degli Atlanti. Nel 1635 esce Atlas Maior del Blaeu, ovvero il primo atlante di tutto il nostro pianeta realizzato al termine della prima grande stagione delle scoperte. Nei secoli gli Atlanti si sono perfezionati fino ad arrivare all’Atlante dei tipi geografici dell’Istituto Geografico Militare del 1922 (ideato da Olindo Marinelli), all’Atlante Internazionale del Touring del 1927 e al Grande Atlante De Agostini del 1936 (firmato da Baratta e Visintini). In quei periodi gli Atlanti erano ricchissimi di informazioni, tanto che il lettore era portato a guardare di più (in quanto affascinato) le aree delle mappe geografiche che avevano pochissime informazioni: fu così, ad esempio, che Pietro Savorgnan di Brazzà quando era bambino davanti ad uno spazio della mappa libero da informazioni, quale l’area ad est del Golfo di Guinea, si appassionò di Africa e gli nacque il desiderio di esplorare il fiume Congo oltre le foci (cosa che poi fece)!
Arrivando ai tempi nostri, quindi all’era digitale, Internet offre oggi certamente ottimi spunti geografici per poter visionare un territorio (da Google Maps a Google Earth), ma con questi si perde quel fascino tipico della carta stampata, dove sulla carta geografica visualizzi subito la toponomastica, le varie reti di comunicazione, le città, i fiumi, le montagne, le informazioni storiche ed economiche, le foto, realizzando quindi un “viaggio mentale” che si differenzia notevolmente da quelle che si potrebbe fare su Internet (che infatti è più sterile).
Ed ecco che quest’anno la casa editrice italiana De Agostini festeggia i 100 anni del suo primo Atlante Geografico Metodico per le scuole (inciso su pietra con punta di zaffiro) con l’uscita de Il Mondo (516 pagine al costo di € 89), un’opera assolutamente completa con carte tematiche, tantissime informazioni e visioni satellitari aggiornate. La De Agostini sta portando avanti un’evoluzione incredibile in fatto di rappresentazioni geografiche: prima la rivoluzione della stampa su pellicola, poi la tecnica raffinata della quadricromia, fino ad arrivare 10 anni fa al digitale e all’archiviazione informatica dei dati secondo un sistema unificato mondiale chiamato GIS (Geographical Information System), grazie al quale la realizzazione di un Atlante risulta molto più veloce di un tempo in quanto si riescono ad avere dati sempre aggiornati.
C’è però un problema che sta affiorando in questi anni: l’ignoranza geografica di molti ragazzi, spesso dovuta ad un accantonamento della geografia tra le materie di insegnamento scolastico alle superiori. Un errore gravissimo al quale ho già dedicato altri post in passato e al quale sembra che il Ministero dell’istruzione (in generale, non di questo o di quel governo) non voglia porre rimedio: purtroppo i ragazzi guardano l’Atlante ma non sanno cosa guardano, perché un mancato insegnamento non gli fa capire la posizione geografica di un determinato punto, la sua storia, la sua evoluzione, la sua economica, la sua società. E così, da un recente sondaggio, risulta che per molti la capitale della Gran Bretagna è L’Ondra (sì, avete letto bene, con l’apostrofo…)!!!
Se invece siete già appassionati di geografia e volete approfondire l’argomento, vi consiglio l’Atlante di Filosofia (pubblicato da Einaudi, 299 pagine al costo di € 65), scritto da Helmar Holenstein, il quale cerca di spiegare che alla nascita del mondo moderno hanno contribuito sia la rivoluzione scientifica che le grandi scoperte geografiche, e che il pensiero filosofico non era una vicenda solamente europea ma aveva avuto risvolti su tutto il pianeta. Così in questo Atlante si possono trovare, ad esempio, della mappe che mostrano i flussi di matematica o i flussi di diritto tra i vari stati, tra l’Occidente e l’Oriente, tra l’Europa e le Americhe, scoprendo così in che modo la filosofia abbia viaggiato per il mondo. Come ha scritto su la Repubblica Antonio Gnoli (che ha dedicato un articolo all’argomento), “come i venti e le correnti così il pensiero non conosce veri confini. Cosa concludere? Si può giungere a uno stesso grado di consapevolezza della verità seguendo metodi differenti. È un chiaro invito al confronto culturale: niente è così centrico e autoreferenziale da pretendere di escludere ciò che nel resto del mondo è stato pensato”.

Le 10 scoperte più importanti del 2009

La rivista Science ha stilato, in conclusione di questo anno, la classifica delle 10 scoperte più importanti avvenute nel mondo della scienza nel 2009, in pratica le 10 scoperte che (secondo la rivista) hanno rivoluzionato il mondo della scienza e avranno pertanto ripercussioni positive in futuro sulla nostra vita. Eccole, in ordine decrescente:
1. OMINIDE ARDI: si tratta del fossile dell’ominide più antico scoperto finora (vissuto 4,4 milioni di anni fa), scoperto nel 1994 ma identificato proprio in questo 2009. Per la sua identificazione ci sono voluti ben 15 anni, con la collaborazione di 47 scienziati di 9 paesi che hanno assemblato 125 frammenti di cranio, denti, bacino, mani, braccia, gambe e piedi. Si tratta quindi del nostro antenato più antico (risulta più vecchio di ben un milione di anni rispetto al precedente ominide Lucy), ovvero l’ominide più prossimo al bivio che divise uomini da scimpanzè che presenta un cervello poco più grande di quello dei primati ma con allineamenti più gentili (zigomi poco sporgenti, canini ridotti, polsi sottili ed agili, pollice opponibile già pronto ad afferrare gli oggetti per farne degli strumenti e gambe pronte a sostenere un corpo in posizione eretta);
2. NUOVE PULSAR: il telescopio Fermi a raggi gamma della NASA ha trovato nuove pulsar;
3. ALLUNGAVITA: in una sostanza individuata nel sottosuolo dell’isola di Pasqua (la rapamicina) sono state rinvenute proprietà in grado di allungare notevolmente la vita (in laboratorio ha allungato del 14% quella dei topi);
4. GRAFENE: si tratta di un foglio di carbonio spesso come un atomo, che è un ottimo conduttore elettrico;
5. RECETTORI ABA: sono delle molecole che possiedono una struttura tale da far vivere una pianta anche in presenza di siccità prolungata (potrà avere ottimi ripercussioni in agricoltura, soprattutto nelle zone aride e povere);
6. TELECAMERA LCLS: è una telecamera a raggi X che riesce a riprendere gli atomi in movimento;
7. TERAPIA GENICA: si è riusciti a curare la cecità congenita, un deficit immunitario e una malattia cerebrale;
8. MONOPOLI MAGNETICI: è stato creato un magnete con un polo solo, il tutto partendo da materiali cristallini;
9. ACQUA SULLA LUNA: poche settimane fa la NASA (tramite la nave spaziale Lcross), bombardando il polo sud lunare ha trovato dell’acqua analizzando il polverone sollevato dal bombardamento stesso;
10. RIPARAZIONE HUBBLE: lo scorso mese di maggio l’equipaggio dello Shuttle è riuscito ad aggiustare il telescopio spaziale Hubble, direttamente in mezzo al cosmo (impresa non certo facile…).
Si tratta di scoperte sensazionali, che potete trovare anche sul sito http://www.sciencemag.org. Personalmente, la scoperta dell’acqua sulla Luna non la trovo una scoperta tale da avere ripercussioni positive sulla nostra vita: piuttosto nelle primissime posizioni avrei certamente messo le scoperte della TERAPIA GENICA (visto che ora si cureranno malattie finora incurabili) e la scoperta dei RICETTORI ABA (che risolverebbe molti problemi alimentari di paesi poveri).
Certo, non è ancora tutto rose e fiori nel mondo della scienza in generale: come ha ricordato Elena Dusi nel suo articolo dedicato a questo argomento, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 18 dicembre 2009, ci sono da ricordare ancora i tantissimi precari italiani nel mondo della scienza (l’Italia è citata fra gli esempi negativi per i tagli alle università…) e poi il fatto increscioso del recente premio Nobel per la medicina Elisabeth Blackburn che si è vista tagliare lo stipendio del 4%, il che non è per niente un buon segnale!! Vuoi vedere che tra poco scopriremo che anche gli scienziati fomentano il clima di odio in atto nel nostro paese?