lunedì 27 gennaio 2014

Canada: trovata bottiglia con un'allerta del 1959!

Siamo sulla Ward Hunt Island, piccola isola disabitata del Mar Glaciale Artico, al largo della costa nord di Ellesmere (Canada) . Il suo capo nord è uno dei punti più settentrionali del Canada. L'isola ha una lunghezza di 6,5 km ed una larghezza di 3,3 km, per una superficie di circa 14 kmq. Fu avvistata per la prima volta nel 1876 dal tenente Pelham Aldrich con la sua spedizione George Nares, e prende il nome da George Ward Hunt, Primo Lord dell'Ammiragliato (1874-1877). Ward Hunt Island è stata per breve tempo utilizzata come stazione meteorologica durante l'Anno Geofisico Internazionale del 1957-58, e da allora è stata usata come punto di partenza per una serie di tentativi di raggiungere il Polo Nord, a cominciare da Ralph Plaisted nel 1968. C'è una pista d'atterraggio e un edificio sulla sponda nord. Fonte wikipedia.it.
Vi parlo di quest'isola perché la scorsa estate 2013 dai ghiacci in scioglimento è emersa una bottiglia con dentro un messaggio, risalente al 10 luglio 1959, del geologo Paul Walker: costui aveva lasciato questo messaggio per lanciare l'allarme sulla fusione del ghiacciaio presente sull'isola (il geologo stava studiando questo ghiacciaio). In questo messaggio chiedeva a chiunque ritrovasse quella bottiglia di contattarlo e segnalargli il punto esatto del ritrovamento, in modo da poter effettuare un confronto in funzione del tempo intercorso per poter verificare quanto si fosse ritirato il ghiaccio in questo lasso di tempo. Il geologo decise di lasciare questa bottiglia in quanto all'epoca non c'erano i mezzi e le tecnologie adeguate per poter verificare lo scioglimento dei ghiacci, e questo messaggio (con le coordinate esatte e con la richiesta di contatto) era senza dubbio il sistema migliore. Peccato solo che il geologo non si possa ora contattare, perché morì molto giovane proprio pochi mesi dopo aver nascosto la bottiglia dei ghiacci.
Da questo ritrovamento, si possono ottenere risultati importanti: la bottiglia è stata ritrovata dal geologo Warwick Vincent della Laval University di Montreal. Cosa se ne è dedotto? Nel messaggio è indicato che il ghiacciaio in quella estate del 1959 distava 51 metri dal luogo in cui era stata posizionata la bottiglia, mentre all'epoca del ritrovamento (la scorsa estate, quindi 54 anni dopo) la distanza tra il ghiacciaio e la bottiglia era di almeno 122 metri. Quindi se ne deduce che il ghiacciaio si era ridotto di 71 metri. 
Il geologo Walker ci vide proprio lungo: temeva quello che oggi è una realtà, ovvero lo scioglimento dei ghiacci artici, e lui lo vide oltre 50 anni fa... Una conferma del riscaldamento globale in corso. A conferma di ciò il distacco di un pezzo gigante di ghiaccio il 29 luglio 2008 dal ripiano di Ward Hunt Island: la nuova isola di ghiaccio che si è venuta a creare ha una superficie di 35,9 kmq!!!

Salviamo gli ARCHIVI DI STATO

L'Archivio Centrale dello Stato, gli Archivi di Stato e le Sezioni di Archivio di Stato provvedono alla conservazione di documenti. Gli Archivi, oltre alla documentazione statale, unitaria e preunitaria risalente all'Alto Medioevo, conservano gli archivi notarili anteriori agli ultimi cento anni e gli archivi degli enti ecclesiastici e delle corporazioni religiose soppresse, i cui beni vennero confiscati dallo Stato. Possono ricevere in deposito archivi degli enti pubblici (regioni, province, comuni, enti pubblici non territoriali) e archivi privati (di famiglie, personali, di impresa, di istituzioni). La documentazione conservata negli istituti archivistici consta di circa un milione di pergamene sciolte (oltre a quelle frammiste ad altra documentazione in varie serie archivistiche) e di circa otto milioni di unità tra buste, filze, mazzi, fasci, volumi e registri, per un totale non calcolabile di singoli documenti cartacei e pergamenacei. L'insieme del materiale occupa oltre 1.200.000 metri lineari di scaffalature. Vari compiti specifici si collegano alla funzione della conservazione propria degli Archivi di Stato: l'ordinamento degli archivi e la compilazione dei relativi inventari, indici, elenchi di consistenza, guide particolari e tematiche (i vari tipi di strumenti di ricerca, cioé che rendono possibile la consultazione dei documenti); l'assistenza ai ricercatori in sala di studio e le ricerche per corrispondenza; l'acquisizione della documentazione storica degli uffici statali; le edizioni di fonti; l'attività promozionale e didattica; le iniziative di ricerca scientifica e di valorizzazione dei documenti anche in collaborazione con altri istituti culturali. I documenti conservati negli Archivi di Stato sono liberamente consultabili con eccezione di quelli riservati per motivi di politica interna e estera, che diventano consultabili 50 anni dopo la loro data, e dei documenti riservati relativi a situazioni puramente private delle persone e di quelli dei processi penali che lo divengono dopo 70 anni. Questo si legge al sito http://archivi.beniculturali.it/UCBAWEB/indice.html
Scrivo degli Archivi di Stato perché si sta riproponendo il problema della mancanza di spazio al loro interno: questo perché la mole di documenti, durante il Novecento, è cresciuta di pari passo con l'espandersi della burocrazia statale. Altro problema serio è rappresentato dal personale: l'età media degli archivisti è ormai pari a circa 58 anni, dunque elevata, e mancano le risorse economiche per assumere giovani e trasmettere loro le conoscenze sul campo. E c'è, infine, disperatamente bisogno di intraprendere l'archiviazione digitale. Questo lo ha scritto anche Benedetta Tobagi in un suo articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 23 gennaio 2014. Dice la giornalista: “Che fare dunque per uscire da un perenne stato d'emergenza e scongiurare danni irrimediabili? Serve una strategia di tutela dei beni culturali – beni comuni, ricordiamolo – che, accanto al taglio dei costi, si preoccupi del costo dei tagli, ed elabori piani per garantire non solo la sopravvivenza, ma anche la valorizzazione degli archivi”. Condivido pienamente. Per la verità qualcosa si sta muovendo: al ministro dei Beni Culturali Bray è stata consegnata ieri una proposta chiamata “Rete degli archivi per non dimenticare” che comprende 60 soggetti, tra archivi di Stato e centri di documentazioni privati, per creare una mappatura dei fondi documentali rilevanti per la ricostruzione della storia dei terrorismi e della criminalità organizzata. Il problema dei costi è serio: ad oggi, ben 19 milioni di euro (pari a 4/5 del budget a disposizione della Direzione Archivi) servono solo a pagare gli affitti delle sedi storiche: ma perchè allora non trasferirli nelle sedi demaniali, che sono già dello Stato? Basta pensare alle ex caserme militari, per la maggior parte dismesse ed abbandonate al degrado: certo, servono risorse per ristrutturarle e per effettuare il trasloco degli archivi, ma si tratterebbe di una spesa iniziale e poi non ci sarebbero più gli affitti milionari da pagare. E le risorse risparmiare si potrebbero utilizzare per l'assunzione di nuovo personale e per la tutela e valorizzazione delle carte degli archivi, oltre che per l'archiviazione digitale. 
Basta spendere denaro solo per tamponare le emergenze: nel nostro Paese si sta facendo solo questo, da decenni, e in ogni settore. C'è bisogno di una strategia, spendere subito per non spendere più dopo. E nel presente caso, stiamo parlando della nostra memoria storica: un Paese non può vivere dimenticando il suo passato.

giovedì 23 gennaio 2014

La svendita del patrimonio storico

Un bel articolo di Salvatore Settis (archeologo e storico dell'arte italiano) pubblicato sul quotidiano la Repubblica di ieri 22 gennaio 2014 lancia l'allarme sulla svendita in corso di alcuni componenti preziose del patrimonio storico-artistico del nostro paese. E a tal proposito fa una breve cronistoria di cosa è successo in questi ultimi anni. Cominciò Tremonti durante il penultimo governo Berlusconi creando la “Patrimonio dello Stato SpA”, che toglieva l'inalienabilità (fin li resistita) dei beni demaniali per immetterli nel mercato: il progetto fallì in seguito alle dure opposizioni da ogni parte, sia in Italia che all'estero, e fu lo stesso Tremonti a liquidare poi la società da lui creata. La legge 133/2008 impose poi a Regioni, Province e Comuni, per fare cassa, di allegare al proprio bilancio un “piano di alienazioni immobiliari” per svendere molti monumenti introducendo varianti urbanistiche per modificare in commerciale la destinazione di tali immobili. Nel frattempo il Ministero della Difesa ha avviato un piano di dismissioni del demanio militare. Infine non possiamo dimenticare il “federalismo demaniale” (legge voluta da Calderoli...) che ha trasferito a Regioni e Comuni quasi 20.000 unità del demanio statale (del valore nominale di circa tre miliardi di euro) per immetterle nel mercato sotto varia forma (dalla vendita diretta alla concessione al versamento in fondi immobiliari). Sono molti gli esempi in giro per l'Italia: la splendida “Cittadella di Alessandria” (straordinaria architettura militare del Settecento, ancora senza piano di riqualificazione) oppure la magnifica Fortezza di Peschiera del Garda (che, con la benedizione della direzione dei Beni Culturali del Veneto, è stata destinata a residenza, centro commerciale ed alberghi...). 
Ma l'articolo di Settis è incentrato sullo spettacolare Arsenale Francesco Giuseppe di Verona, commissionato dal tenente colonnello Conrad Petrasch tra il 1854 ed il 1861 per gli Asburgo e che ospitò le truppe del maresciallo Radetzky. Esteso su una superficie di 62.000 mq è composto da piazze, cortili, vie, campi, caserme, stalle, edifici degli ufficiali ed officine, quasi come in una piccola città a se stante: è collegato dal Ponte Scaligero a Castelvecchio e la sua struttura militare è la seconda per imponenza in Europa dopo quella di Vienna! Oggi la struttura è purtroppo fatiscente, tanto che sono già crollati 3.000 mq di tetti... Come scrive Settis nel suo articolo, “Colori della muratura, lessico architettonico improntato all'eccletismo viennese, rapporto con la natura: nella costruzione tutto fu pensato per esprimere l'autorità e la presenza militare del sovrano, ma anche come omaggio alla dignità di una città tanto preziosa, e perciò incluso nel perimetro del sito Unesco”. Come detto ora è in stato decadente, da quando è stato ceduto al Comune nel 1994. Comune che ora svende il tutto, operazione camuffata da concessione d'uso ma che in realtà si tratta di svendita vera e propria. Un'associazione di imprese ad hoc (Contec Rizzani – De Eccher) ha offerto nel 2012 55 milioni di euro al Comune per acquistare il tutto eseguendo lavori di demolizione, ricostruzione e rilocalizzazione, copertura di spazi liberi, creazione di nuove strutture ipogee, parcheggi ed altro... Ottenendo in cambio dal Comune la gestione incondizionata di 2/3 della superficie, con libertà di trasformarli in centro commerciale con bar, ristoranti, negozi ed uffici, rivendendoli poi a terzi. Una vera e propria svendita a privati. Dei 55 milioni previsti, 12 li metterà il Comune vendendo il Palazzo del Capitano posto in Piazza dei Signori!!! Ma i cittadini sono insorti: un comitato in pochi giorni ha raccolto ben 6.000 firme dimostrando che esistono possibilità alternativa di recupero ed uso degli spazi diverso senza rinunciare alla loro funzione di BENE PUBBLICO. 
Sì, perché non si deve dimenticare che il demanio non è una forma di proprietà ma un bene ed un servizio pubblico nell'interesse di tutti i cittadini, dunque inalienabile! Si tratta di beni che si prestano benissimo all'uso pubblico: musei, mostre, attività culturali di ogni tipo, turismo storico. Come è possibile che accada tutto ciò: svendere un patrimonio storico-architettonico che qualsiasi altro Paese al mondo farebbe fruttare senza svenderlo!

mercoledì 22 gennaio 2014

“MONUMENTS MEN”: il film per salvare l'arte

E' stato rinviato più volte ma finalmente sta per uscire il film “Monuments men”, in cui George Clooney è regista ed attore: il film uscirà negli Stati Uniti il prossimo 7 febbraio, mentre arriverà in Italia il giorno 13. I protagonisti, oltre a Clooney, sono Bill Murray, Jean Dujardin, Matt Damon, John Goodman, Hugh Bonneville, Cate Blanchett e Bob Balaban. 
Perchè parlo di questo film? Perché è ispirato alla storia vera di un piccolo gruppo di curatori di musei e storici dell'arte (appunto, monuments man) che, in incognito, vennero incaricato dal governo americano di trovare, catalogare e possibilmente restituire ai legittimi proprietari l'immenso patrimonio artistico trafugato dai nazisti. Il film è infatti ambientato nella Germania della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto a Berlino, ed è basato sull'omonimo libro di Robert Edsel (libro del 2009 intitolato “Monuments Men. Eroi alleati, ladri nazisti e la più grande caccia al tesoro della storia"). 
Intervistato da Silvia Bizio per il quotidiano la Repubblica del 18 gennaio 2014, George Clooney afferma che esistano ancora oggi i “monuments men” nelle zone di guerra, in quanto ha trovato conferma di ciò presso il dipartimento della Difesa: in alcune zone come la Siria e l'Iraq sta succedendo quello che è successo in Germania durante il nazismo. Dice testualmente: “Spero che questo film sensibilizzi l'opinione pubblica sull'importanza della salvaguardia delle opere d'arte. Durante un viaggio in Sudan sono stato testimone di questo scempio: non vengono massacrate solo le persone, ma interi villaggi vengono rasi al suolo con tutto quello che contengono. E questo perchè distruggendo la cultura si annienta la memoria collettiva di un popolo”
A proposito di Berlino, dove ha girato buona parte del film, Clooney dice si essere rimasto colpito dalla memoria storica fortissima presente nella gente, addirittura stupefacente tra i giovanissimi, e che è stata la cultura a salvare e a far rinascere questo popolo dalle macerie naziste. Ecco, ricordiamoci della memoria storica, è assolutamente importante tenerla viva.

martedì 21 gennaio 2014

Svelate i segreti dei test sui farmaci!

Ho trovato un interessante articolo di Angela Simone sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 17 gennaio 2014, relativo alla lunga battaglia in corso per svelare i segreti dei test sui farmaci. Le sperimentazioni sui farmaci sono un iter obbligato che ogni farmaco deve seguire per poter essere commercializzato e, di conseguenza, usato da tutti i pazienti (per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Farmaco): questo iter può durare anche diversi anni e coinvolgere migliaia di volontari che si rendono disponibili per testare l'efficacia e la sicurezza del farmaco scoperto. Ecco, finora la maggior parte di questi test e di questi iter sono rimasti custoditi segreti dalle case farmaceutiche. Perché? 
Pensate che vari studi hanno dimostrato che almeno la metà di tutte le sperimentazioni effettuate fino ad oggi non sono mai state condivise in registri pubblici o illustrate in riviste scientifiche, in particolare quelle mai portate a compimento per l'elevato numero di effetti negativi sui pazienti. È proprio per questo che è cominciato a salire l'interesse dei cittadini e un anno fa è nata la campagna Alltrials, per registrare tutti gli studi clinici e pubblicare tutti i risultati (solo con la pubblicazione di tutte le sperimentazioni cliniche sui farmaci è possibile prendere decisioni mediche informate, sicure ed efficaci): tale campagna ha avuto il sostegno di riviste scientifiche come il British Medical Journal (per informazioni http://www.alltrials.net/ e per l'Italia http://alltrialsitalia.blogspot.it/). Alcuni paesi hanno già cominciato e sono sulla buona strada: gli Stati Uniti hanno istituito dal 2000 il registro pubblico clinicaltrials.gov, ed ora anche l'Unione Europea ha cominciato a muoversi (sotto il pressing dell'opinione pubblica e di alcune azioni politiche del Parlamento europeo), infatti lo scorso 20 dicembre è stata approvata una bozza di accordo tra il Parlamento e il Consiglio Europeo che prevede, tra le varie cose, per le case farmaceutiche e le università l'obbligo di condividere in un database pubblico online tutti i risultati delle proprie sperimentazioni cliniche effettuate sul territorio europeo (manca l'approvazione del Parlamento europeo, che dovrebbe avvenire entro i primi mesi del 2014). Si sta muovendo anche l'EMA (European Medicines Agency), ovvero l'agenzia europea che deve approvare l'immissione dei farmaci in commercio: ha fatto una consultazione la scorsa estate coinvolgendo le organizzazioni dei pazienti ed ha stilato così le prime linee guida sulle procedure per la pubblicazione dei dati. 
Insomma, qualcosa si sta finalmente smuovendo. Questo avrebbe il grande merito di impedire alle case farmaceutiche di “addomesticare” gli esiti delle sperimentazioni (cosa che purtroppo è successo spesso in passato), evitando tra l'altro che le stesse sperimentazioni possano essere condotte più volte prima che sia chiaro a tutti che non servono a nulla o che sono addirittura dannose. Siamo quindi ad una svolta.

L'Italia dei rifiuti e dei miliardi sprecati

E' questo il titolo di un bel articolo di Mario Pirani nella sua rubrica “Linea di confine” sul quotidiano la Repubblica di lunedì 20 gennaio 2014. L'articolo è relativo al fatto che nei prossimi dieci anni il nostro Paese dovrà affrontare lo smantellamento definitivo delle 4 ex centrali nucleari di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano, oltre che all'impianto di Bosco Marengo e alle installazioni Enea di Saluggia, Casaccia e Rotondella: come la definisce Pirani, si tratterà della maggiore opera di bonifica della storia del nostro Paese, un'operazione che si dovrebbe concludere con la realizzazione del “Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi”, ovvero un sito superficiale dove verranno sistemate tutte le scorie nazionali a bassa e media radioattività, accanto al quale è prevista la realizzazione di un grande parco tecnologico che ospiterà centri di ricerca e sperimentazione nel campo dei rifiuti e delle bonifiche ambientali. Il costo di tutto ciò? 6,5 miliardi di euro, una piccola parte già spesa in questi ultimi anni. E tutto nella mani della SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari), una società di Stato completamente pubblica creata dalla scissione dell'Enel nel 1999 (http://it.wikipedia.org/wiki/SOGIN): le risorse sono già disponibili e sempre pronte in quanto prelevate dalle bollette elettriche degli italiani... 
Ebbene, si tratta di una grande occasione di lavoro per l'agognata ripresa economica del nostro paese, con migliaia di posti di lavoro specializzati e la possibilità per alcune grandi aziende italiane (come ad esempio l'Ansaldo Nucleare o la Saipem) di qualificarsi e specializzarsi nel mercato europeo e mondiale per lo smaltimento delle centrali nucleari (tema che nei prossimi anni sarà sempre più sentito in tutto il mondo). Il problema che, giustamente, sottolinea Pirani è la mancanza purtroppo non dei soldi (per una volta tanto non è così!!) ma dell'esperienza operativa, oltre che dalla mancata partenza di un vero e proprio piano esecutivo che ha avuto come esiti finora solo il moltiplicarsi di poltrone, ruoli e consulenze (e di soldi pubblici....) oltre che dal continuo aumento delle scorie radioattive (provenienti da ospedali e da laboratori). 
C'è poi un problema politico. Finora ben tre Governi non sono riusciti a fissare dei paletti normativi per la realizzazione del succitato “Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi” (criteri di localizzazione, Autorità di controllo, ecc...). Cosa si dovrebbe fare: coinvolgere le popolazioni interessate, organizzare un serio dibattito pubblico, ottenere il consenso delle popolazioni locali con trasparenza ed obiettività, inserire nelle commissioni parlametari preposte alla valutazione delle persone che abbiano provata capacità professionale in materia (e non i soliti nomi per scopi politici...), definire dei tempi certi di autorizzazione nel rispetto delle normative per tutte le aprti in causa. 
Ha ragione, ahimè, Pirani quando a conclusione del suo articolo dice: “Nell'insieme un compito davvero arduo. Se fallissimo, il risveglio potrebbe rivelarsi tragico”. Ho seri dubbi, tuttavia, che questa classe politica ce la possa fare (o lo voglia fare...), ma lo spero vivamente, per il Paese.

sabato 18 gennaio 2014

Convinciamo i ragazzi a non lasciare la scuola

E' questo l'appello lanciato da Roberto Saviano sul settimanale di informazione L'Espresso del 19 dicembre 2013. Saviano cita il Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencie, programma ideato dall’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, a cui partecipano 26 paesi nel mondo. In Italia PIAAC è promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali che ha incaricato l’ISFOL, Istituto per lo Sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori, di realizzare l’indagine e gli studi a esso collegati): si tratta di un'indagine che indaga la capacità di literacy, numeracy e problem solving su un campione selezionato di adulti tra i 16 e i 65 anni in 24 Paesi aderenti al programma. Ebbene, l'Italia è risultata all'ultimo posto per literacy, al penultimo posto per numeracy e non ha consegnato i dati per problem solving!!! Il problema relativo all'istruzione è davvero grave: e non bisogna sottovalutare i dati sulla dispersione scolastica resi noti dall'Istat nel 2013, ovvero che il 18,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha abbandonato la scuola prima di conseguire il diploma (la media europea è del 13,5%).
Ha ragione Saviano quando dice che l'Italia sconta una colpevole mancanza di investimenti nell'istruzione pubblica che mirino ad avvicinare il mondo della scuola alle famiglie e a ridurre la distanza tra gli studenti e l'ambiente educativo. Inoltre, secondo il Rapporto Almadiploma 2013, ben il 44% dei diplomati dichiara che, se tornasse indietro, frequenterebbe una scuola diversa! Qui scontiamo una carenza sostanziale nelle capacità di orinetamento scolastico a danno degli studenti della scuola media inferiore. Nel suo articolo Saviano cita il Progetto Dedalus, che ha coinvolto 251 studenti della terza media di classi a rischio dispersione della provincia di Biella e 73 studenti svizzeri del Cantone dei Grigioni: tali studenti hanno partecipato ad un programma basato sullo storytelling il cui scopo era, attraverso il racconto, contrastare l'allontanamento dalla scuola per orientare i ragazzi in età scolare. Raccontando di sé, dei propri sogni e delle proprie ambizioni, si è arrivati a risultati interessanti, molto migliori dei soliti test attitudinali proposti nelle scuole, perchè questi mettono in luce i punti deboli dei ragazzi ma non valorizzano i loro punti di forza, in un momento della loro vita in cui hanno bisogno di rafforzare certezze anziché esaltare le loro lacune. Lo scopo del progetto è dunque quello di dare a questi ragazzi un motivo per restare a scuola, che non sia solo un vago senso del dovere, ma far capire loro che la passione può sostituire il vuoto di diritti, che è solo un'illusione sentirsi liberi per aver abbandonato la scuola. La libertà di oggi potrebbe essere la schiavitù di domani.
È quindi assolutamente importante cari ragazzi restare a scuola, completare il corso scolastico: la scuola e l'insegnamento sono la base per la Vostra vita. In questo però il Ministero dell'Istruzione dovrebbe fare di più. Il Progetto Dedalus è stata una bella iniziativa, ma unica purtroppo. Si dovrebbero quindi trovare fondi (e si devono trovare!) per estenderlo ad altre aree del Paese. Come dice Saviano, sarebbe fondamentale per ricostruire il nostro Paese dalle macerie.

Non tagliate gli Istituti Italiani di Cultura

Gli Istituti Italiani di Cultura all'estero sono, a tutti gli effetti, organi periferici del Ministero degli Affari Esteri. Essi attualmente sono 93 e sono disciplinati dalla Legge 401/90 e dal Regolamento 392/95. Gli Istituti italiani di cultura: stabiliscono contatti con istituzioni, enti e personalità del mondo culturale e scientifico del paese ospitante e favoriscono le proposte e i progetti per la conoscenza della cultura e della realtà italiane o comunque finalizzati alla collaborazione culturale e scientifica; forniscono la documentazione e l'informazione sulla vita culturale italiana e sulle relative istituzioni; promuovono iniziative, manifestazioni culturali e mostre; sostengono iniziative per lo sviluppo culturale delle comunità italiane all'estero, per favorire sia la loro integrazione nel paese ospitante che il rapporto culturale con la patria d'origine; assicurano collaborazione a studiosi e studenti italiani nella loro attività di ricerca e di studio all'estero; promuovono e favoriscono iniziative per la diffusione della lingua italiana all'estero, avvalendosi anche della collaborazione dei lettori d'italiano presso le università del paese ospitante, e delle università italiane che svolgono specifiche attività didattiche e scientifiche connesse con le finalità del presente articolo. Nel perseguimento dei propri obiettivi, l'Istituto Italiano di Cultura collabora con le diverse Università, Istituzioni, organizzazioni e associazioni presenti nel Paese in cui si trova la Sede. L’Istituto inoltre organizza e promuove, come da sue finalità, eventi culturali quali mostre, rassegne cinematografiche, concerti, conferenze, spettacoli teatrali e di danza; favorisce la partecipazione di artisti italiani ai principali momenti artistici del Paese in cui risiede; assicura la presenza di autori, editori e libri nelle Fiere internazionali del libro; promuove e sviluppa le relazioni inter-universitarie e la cooperazione dei sistemi educativi. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Istituti_italiani_di_cultura_all%27estero. Per altre informazioni http://www.esteri.it/MAE/IT/Ministero/LaReteDiplomatica/Istituti_Cultura/
Apprendo ora da un articolo di Raffaella De Santis sul quotidiano la Repubblica del 21 dicembre 2013 che il Ministero (in forza della spending review) vuole chiudere una serie di questi istituti (prima undici, poi dieci, ora otto...) con la motivazione di “riorganizzare la rete diplomatica-consolare”... Colpisce che questo accada alla vigilia della presidenza italiana del Consiglio dell'Unione Europea, prevista per sei mesi dal 1° luglio 2014. Ma questi tagli quanti soldi garantirebbero? Meno di un milione di euro all'anno, costando ognuno una media di 100.000 euro... 
Sono questi i risparmi che si devono fare? Meno di un milione di euro all'anno per limitare la diffusione della cultura italiana nel mondo? Bravi, i miei complimenti. Ma gli affitti d'oro? Nessuno ne parla. Camera e Senato spendono qualcosa come 500 milioni di euro all'anno di affitti (in oltre 50 palazzi romani)!!! Non si possono recuperare qui alcuni soldi? E poi parlano di populismi...

Leggere, leggere, leggere

In queste ultime settimane ho trovato su varie riviste e giornali appelli per spingere la gente a leggere. Umberto Galimberti sull'inserto D del quotidiano la Repubblica del 14 dicembre 2013 ha scritto che “i ragazzi che leggono vivono tante vite”, e che “grazie ai libri, hanno semplicemente offerto alla loro mente e al loro cuore tanti percorsi che, senza libri, non avrebbero conosciuto, e così hanno evitato l'afasia del linguaggio, l'atrofia dei sentimenti, la povertà della fantasia che, anche quando è appena abbozzata, contiene quasi sempre un progetto di vita”. Ha ragione Galimberti quando dice che la scuola deve impegnarsi a far leggere ai ragazzi, oltre ai libri scolastici, tanti altri libri, perchè è impensabile che in un classe di liceo di 24 studenti solo 4 ne leggano... 
Un lettore sul quotidiano la Repubblica alcuni giorni prima di Natale aveva esortato la gente a regalare libri a Natale, ricordando quanto disse Marguerite Yourcenar (scrittrice francese morta nel 1987), ovvero che “istituire biblioteche e librerie è come edificare granai pubblici, ammassare riserve contro un imminente inverno dello spirito”
Adriano Prosperi sempre sul quotidiano la Repubblica (ma del 16 dicembre 2013) ricorda l'aforisma di Heine: “Dove si bruciano libri si finisce col bruciare uomini”, riferito a fatti storici in cui si bruciavano i libri, ricordando anche quanto disse Lessing nel 1933: “Un libro una volta stampato appartiene al mondo intero per tutta la durata dei tempi: nessuno ha il diritto di distruggerlo”. Bella, ahimè, la dichiarazione dello stesso Prosperi: “In Italia i roghi di libri si fanno senza fiamme”, riferito allo svuotamento in atto di alcune biblioteche in giro per il Paese (ad esempio quella della Sapienza di Pisa e quella della Estense a Modena). Strano (oppure no...) che ciò avvenga nel paese, il nostro, che ha inventato la biblioteca pubblica ai tempi del Rinascimento. E invece qui succede che si mettono ladri alla direzione di antiche biblioteche, che queste si privatizzino, si delocalizzino, le si fanno morire di morte lenta, e questo per mancanza di personale, di soldi e di spazi. Dice Prosperi: “Senza libri, senza biblioteche pubbliche, non c'è cultura che tenga. Un paese civile non può restare impiccato alla televisione”. Ma la deriva televisiva e culturale degli ultimi 20-30 è ormai sotto gli occhi di tutti, purtroppo...
E ancora Umberto Galimberti, sull'inserto D del quotidiano la Repubblica dell'11 gennaio 2014, ritorna sull'argomento dicendo che per salvare la cultura dobbiamo iniziare a studiare di più, e che i libri che restano invenduto nei magazzini e le opere d'arte che rimangono negli scantinati sono la misura del livello culturale del nostro Paese. Secondo Galimberti, l'unico correttivo per invertire la tendenza sarebbe la diffusione di una cultura di massa che, incominciando dalla scuola, faccia della competenza dei lettori e dei frequentatori di mostre il criteriod ecisivo per selezionare ciò che vale e ciò che non vale. Ma finchè in Italia sono considerati forti lettori quelli che leggono 4 libri all'anno (la piccolissima parte, tra l'altro) e finchè per l'educazione artistica è prevista una sola ora alla settimana nei licei, è chiaro che, con un livello culturale così basso, a regolare il successo di un libro e do un'opera d'arte è solo il mercato, artificialmente drogato dai media e dalla pubblicità. Dice Galimberti: “Quando sento dire che, per risollevare l'economia, dovremmo investire sul nostro patrimonio artistico che è il più ricco del mondo, penso che non ci sia alcuna possibilità se prima non si investe sull'istruzione, in grado di creare una sensibilità di massa per cultura ed arte”
Sono sempre più convinto che qui ci vuole un Piano Marshall per la cultura del nostro Paese: fare investimenti miliardari su scuola, ambiente, patrimonio artistico, cultura, e qui i relativi Ministeri devono fare il loro compito. E i futuri governi dovranno trovare questi miliardi in qualsiasi maniera: solo così potremo avere una società migliore.

Scuola e dirittto

In queste ultime settimane ho trovato due interessanti lettere di lettori pubblicate sul quotidiano la Repubblica dedicate all'insegnamento del diritto nella scuola, lettere che voglio pubblicare integralmente perchè le condivido appieno. Eccole. 
Prima lettera. “Nella mia attività di insegnante di diritto ed economia cerco di trasmettere ai miei studenti il senso e la bellezza di parole come diritti, dignità, uguaglianza (intesa come opportunità); mi accorgo che, nonostante le difficoltà, una traccia resta. Ma sta andando a regime la riforma Gelmini e dal settembre prossimo le ore di insegnamento del diritto e dell'economia (e lo spread?) saranno ormai ridotte al lumicino in tutti i corsi di studio. Sconcerta pensare che le attuali classi quinte dell'Iti, degli istituti agrari, alberghieri, artistici e per geometri sono le ultime ad avere il diritto nel loro percorso scolastico. Il diritto è una materia su cui la cosiddetta riforma si è accanita in modo particolare. Il perchè è ormai fin troppo chiaro! D'altra parte si approvavano i condono edilizi tombali e si cancellava il diritto dal triennio... dei geometri. Invece l'apporcio al diritto è fondamentale per formare persone per bene e cittadini consapevoli, così come lampante è il legame fra il diritto e l'economia perchè 'la corruzione è il male dell'ecnomia' (è il Pontefice a ricordarlo). Dove si acquisisce il senso civico se non fra i banchi di scuola? È proprio vero che un paese è la scuola che ha!”
Seconda lettera. “La riduzione delle ore di insegnamento di diritto avrà sempre più pesanti ricadute sul livello di coscienza civile di giovani e no. Rivendicare un diritto apparirà la richiesta di un privilegio, ottemperare a un dovere verrà inteso come soggezione a una vessazione. In questi giorni di 'forconi' per strada, appare chiaro come la rivendicazione di diritti pur legittimi sia nascosta da un vociare confuso. Si sta perdendo il senso del vivere comune, quel senso che lo studio del diritto riuscirebbe a indicare”
Io fortunatamente, avendo fatto la scuola per geometri ormai 20 anni fa, ho studiato diritto ed economia (assieme all'estimo). E sono d'accordo con le due lettere di cui sopra: io sarei dell'idea di rendere obbligatoria la materia di diritto ed economia in tutte le scuole, di ogni ordine e grado. Conoscere i diritti della persona, il rispetto delle leggi, la materia del lavoro, l'architettura dello Stato, le differenze tra governo e Parlamento, legge elettorale, economia, spred, inflazione e deflazione, sapere almeno il significato di queste cose aiuterebbe un popolo a creare una società migliore, a comportarsi in maniera diversa al momento di esprimere il proprio voto alle elezioni, a combattere l'evasione e la corruzione. Questo era ed è il senso dell'educazione civica, altra materia bistrattata. Ha ragione il lettore quando dice che un Paese è la scuola che ha!

Ecco la più grande riserva marina al mondo!

Siamo nelle Isole Pitcairn, arcipelago composto da 4 isole vulcaniche, situato nell'oceano Pacifico meridionale a sud del Tropico del Capricorno, a circa due terzi della rotta coperta dagli albatros quando migrano dall'Australia all'America meridionale. Le isole di Pitcairn costituiscono il più remoto possedimento britannico: distano 5.300 km dalla Nuova Zelanda e si trovano circa a metà strada tra questa e il Cile. Le terre più vicine sono l'isola di Pasqua e le remote isole sud-orientali della Polinesia francese, gli arcipelaghi di Tuamotu e di Gambier. Le isole fanno parte dei territori britannici d'oltremare (ex colonia britannica), di cui solo l'isola di Pitcairn, la seconda per dimensioni, è abitata. Le isole sono conosciute per essere la patria degli ammutinati del Bounty e delle loro mogli tahitiane, evento raccontato in numerosi libri e film. Con solo 48 abitanti le isole Pitcairn sono conosciute anche per essere lo stato meno popolato del mondo (anche se non è una nazione sovrana). Le isole Pitcairn sono inserite nella lista delle Nazioni Unite dei territori non autonomi.L'unica isola abitata è Pitcairn, dove risiede la capitale. L'isola Henderson (Henderson Island) è inserita nel patrimonio mondiale dell'umanità dell'UNESCO. La capitale è Adamstown, ha una densità di abitanti tra le più basse del mondo: circa un abitante per chilometro quadrato. Sorge nella Pawala Valley, una distesa collinare che ha una planimetria totale di 5 km². L'arcipelago è raggiungibile solo via mare, in due giorni da Tahiti e in otto dalla Nuova Zelanda. Pur essendo abitata, Pitcairn non dispone di nessun porto naturale. Le rare navi che portano posta e cibo devono ancorarsi al largo, dove sono raggiunte da una robusta imbarcazione a remi messa in acqua dagli uomini dell'isola. Le isole Pitcairn sono caratterizzate da un clima tropicale, con paesaggi che si possono definire cinematografici, bagnate dall'Oceano Pacifico e contornate da barriere coralline. Le temperature medie mensili sono comprese tra i 18 °C di agosto (inverno) e i 24 °C di febbraio (estate). Luglio e agosto sono i mesi più secchi e novembre il più umido, ma le precipitazioni sono distribuite piuttosto uniformemente lungo tutto l'arco dell'anno, infatti gli isolani sono abituati alla presenza di fango. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Isole_Pitcairn
Ebbene, proprio in tali isole sorgerà la più grande riserva marina al mondo: il Comune dell'arcipelago ha già approvato la creazione del parco marino, si sta solo attendendo il via dal governo centrale di Londra. Tra i sostenitori c'è The Pew Charitable Trusts, una organizzazione americana non governativa indipendente no profit, fondata nel 1948, che con un patrimonio di oltre 5 miliardi di dollari ha come missione di servire l'interesse pubblico migliorando le politiche pubbliche, informando la pubblica opinione e stimolando la vita civica. Lo scopo è quello di bandire la pesca in uno spazio di ben 830 kmq: questo comporterebbe la perdita per le isole di 30.000 dollari annui incassati grazie al rilascio delle licenze per pescare il tonno, ma che si pensa di recuperare col turismo. 
Ottima idea, per salvaguardare l'ambiente. A proposito di piccole isole, Judith Schalansky ha scritto il libro “Atlante delle isole remote” (tradotto per Bompiani da Francesca Gabelli, 144 pagine, costo € 21,50), dedicato alle piccole terre emerse dimenticate dal mondo. Non so se nel libro sono citate le Isole Piutcain, ma si tratta comunque di un'ottima idea, diciamo una geografia alternativa per conoscere a fondo il nostro pianeta.

Metti GIOTTO fuori dalla classe

E' questo l'ironico titolo di un dossier fatto da Roberta Carlini, pubblicato sul settimanale d'informazione L'Espresso del 12 dicembre 2013, che rivela ahimè una situazione drammatica culturale nel nostro Paese. Il problema riguarda le sempre meno ore dedicate nei corsi scolastici alla storia dell'arte. Ma come, proprio nel Paese col più grande ed importante patrimonio storico – artistico al mondo? Si, proprio qui... Sembra incredibile ma è proprio così. È stata lanciata anche una campagna in merito, da Italia Nostra e dagli insegnanti, che ha raccolto oltre 16.000 firme, ma finora non è servito a niente... 
Scrive la giornalista: in Italia non chiediamo ad un aspirante tecnico grafico di conoscere un minimo di storia dell'arte; né tantomeno la mettiamo nel curriculum dei ragazzi e delle ragazze degli istituti professionali alberghieri, quelli che dovrebbero accogliere i turisti in visita nel nostro paese; non è richiesto di studiare l'abc dell'arte neanche nell'indirizzo Moda dei professionali. Prima dell'era Gelmini, c'erano dalle 2 alle 4 ore settimanali di storia dell'arte per tutti, e 5 ore in ogni anno dei corsi di grafica, di moda e di turismo, e negli ultimi due anni dell'indirizzo alberghiero/turistico. Dopo la riforma Gelmini? Zero!!! Solo due ore settimanali nel triennio dell'istituto tecnico turistico (prima qui le ore erano di più e in tutti e 5 gli anni...). Quindi, la storia dell'arte non fa parte della formazione di più della metà dei scolari italiani. Come dice Marco Parini, Presidente di Italia Nostra, servono certamente l'inglese, l'informatica, gli insegnamenti specifici dell'indirizzo, ma ogni nazione del mondo si preoccupa di formare tutti i suoi cittadini alla conoscenza di quel che più caratterizza la storia e l'identità del proprio paese. Anche per quanto riguarda i licei, rimangono le tre ore settimanali per tutto il quinquennio, ma non c'è più l'indirizzo di studio sui beni culturali, con le relative ore di catalogazione e restauro. Di conseguenza, sull'ultimo concorso della scuola non è stata messa in palio alcuna cattedra di storia dell'arte, dato che dopo la famigerata riforma Gelmini c'è ora un esubero di tali insegnanti in tutte le province italiane: in fila nelle graduatorie degli aspiranti professori di storia dell'arte ci sono 2.441 precari per la sola cattedra di arte e 5.847 che possono insegnare arte e disegno... 
Come detto sopra, c'è stata una forte mobilitazione, tanto che si era ad un passo della discussione in Parlamento del Decreto Istruzione per risolvere questo grave problema. Ma poi tutto è saltato per... mancanza di coperture finanziarie!!! Per inserire una o due ore di storia dell'arte a settimana nei tecnici del turismo, in alcuni indirizzi dei professionali e nei primi due anni dei licei, servivano a regime 571 professori in più con un costo di 86 milioni di euro l'anno. E non si possono trovare, per un miglioramento culturale del Paese? Per le spese militari sì però... Che tristezza. 
Ricordo che abbiamo in Italia 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco: ebbene, insieme hanno un indice di ritorno economico addirittura 16 volte inferiore a quello del patrimonio artistico degli Stati Uniti, 4 volte inferiore a quello francese e 7 volte inferiore a quello inglese. Ma com'è possibile? Non so cosa ci vuole a capire, come dice la giornalista, che la conoscenza della storia dell'arte, oltre che a formare meglio i ragazzi, potrebbe avere una ricaduta economica sul Paese.

venerdì 17 gennaio 2014

Il METEO è mio e lo gestisco io

E' questo il titolo dell'articolo di Piero Messina e Chiara Organtini pubblicato sul settimanale di informazione L'Espresso del 12 dicembre 2013, relativo alla nascita di una nuova rete delle previsioni meteorologiche, che rischia però di far spendere un sacco di soldi pubblici anziché migliorare gli interventi per affrontare le situzioni d'emergenza o per introdurre finalmente una tutela seria del territorio. Andiamo con ordine: intanto l'Italia è l'unico paese europeo a non avere un sistema meteo civile, in quanto qui da sempre se ne occupa l'Aeronautica Militare (http://www.aeronautica.difesa.it/Pagine/default.aspx), che ha sempre fornito un servizio meteorologico ottimo, anche se da anni si sta discutendo di come poter allinearsi agli standard europei per creare una struttura “civile”. Per fare ciò (o tentare di farlo...) la scorsa estate è stata varata la legge di riforma della Protezione Civile, che prevede per la meteorologia la nascita di una mega struttura che raggrupperà le competenze e le risorse accumulate negli anni dall'Aeronautica Militare e dalle strutture regionali. Si chiamerà SMND (Servizio Meteo Nazionale Distribuito) e godrà di autonomia amministrativa ed operativa: tuttavia, toccherà proprio alla Protezione Civile redigere il piano operativo e la stesura del decreto che poi il Governo dovrà presentare... (non possiamo non notare che il tutto è guidato da tale Bernardo De Bernardinis, ex numero due della protezione Civile che assieme a tutti i componenti della Commissione Grandi Rischi è stato condannato a 6 anni per omicidio e disastro colposo per il terremoto de L'Aquila ed interdetto dai pubblici uffici: sentenza di primo grado in attesa di appello). 
Secondo i documenti in possesso di Usb (il sindacato dei Vigili del Fuoco), il piano prevede la nomina di un responsabile unico per il nuovo servizio, scelto dal Governo, di un comitato di coordinamento e la creazione di una commissione meteo nazionale. In una precedente relazione, la Protezione Civile disse che il tutto sarebbe avvenuto senza nessuna spesa aggiuntiva per la pubblica amministrazione: si prevede infatti che il nuovo apparato possa funzionare con gli stessi fondi oggi stanziati per tutti i protagonisti del sistema (Aeronautica Militare, Regioni, Province autonome, ecc...), ovvero 75 milioni di euro all'anno. Ma qui (come per molte cose italiane...) c'è il trucco: quei 75 milioni di euro sono quelli di cui ha avuto bisogno sin qui ogni anno l'Aeronautica Militare proprio per fornire il suo servizio meteorologico: venendone privata, dovrà quindi esserne rimborsata per poter continuare a fornire il suo ottimo servizio. Ecco quindi che scattano ulteriori 75 milioni di euro che lo Stato dovrà sganciare. Non proprio a costo zero quindi... 
Ma era così prioritaria la riforma delle previsioni meteorologiche in Italia, con tutte le riforme che urgono? L'Aeronautica Militare funziona oggi benissimo, sforma previsioni meteo dettagliate e lancia allarmi preziosi con parecchio tempo di preavviso: non è poi colpa dell'Aeronautica Militare se, come è accaduto in occasione della gravissima alluvione in Sardegna della scorso autunno, i fax di preallarme vengono spediti nei municipi (chiusi la domenica) venendo quindi ignorati o se, come accaduto in Abruzzo, a fax ricevuto gli organi che dovevano fronteggiare le emergenze non avevano uomini né mezzi... Questi sono i problemi da risolvere...

martedì 10 dicembre 2013

Cercasi PROJECT MANAGER DELLA RICERCA

Scrive Chiara Segre in un suo articolo pubblicato nel numero di dicembre 2013 della rivista “Fondamentale” dell'AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro, http://www.airc.it): “Il project manager della ricerca è una figura importante ancora poco conosciuta ma cruciale per gestire i molteplici aspetti di un progetto, dalla supervisione scientifica alla gestione finanziaria fino alle strategie di comunicazione e trasferimento tecnologico”. Leggo su wikipedia.it: "Il project manager è un ruolo di gestione operativa. Tale figura è il responsabile unico della valutazione, pianificazione, realizzazione e controllo di un progetto. Il project manager può essere un rappresentante del committente o della società/organizzazione incaricata di realizzare il progetto (in diversi casi ne esiste uno per parte, ciascuno con responsabilità di progetto verso la propria parte). Il suo obiettivo essenziale è quello di assicurare il rispetto dei costi, dei tempi e della qualità concordati e soprattutto il raggiungimento della soddisfazione del committente. A prescindere dal campo di realizzazione del progetto, un bravo project manager deve essere abile a interpretare gli obiettivi reali del progetto dal suo inizio sino alla fine, assicurandosi che la visione del committente venga realizzata secondo le sue aspettative nelle more stabilite". 
Ma come si diventa project manager della ricerca? Dopo una laurea scientifica e un dottorato di ricerca sul campo, si può frequentare un master di specializzazione o un corso di perfezionamento (ad esempio, la Bocconi di Milano realizza il Master in Management per la sanità, la Fondazione Il Sole24Ore offre un Business School in Management del settore sanità-pharma-biomed, l'Università del Molise ha avviato il Master di primo livello specifico in Management dei laboratori di ricerca biomedica, la Cattolica di Milano ha attivato il Master di secondo livello in valutazione e gestione delle tecnologie sanitarie). In campo scientificio, ma soprattutto medico, i progetti di ricerca (che coinvolgo scienziati di varie discipline, dalla biologia alla medicina, dalla farmacologia all'informatica e all'ingegneria biomedica) sono sempre più importanti ma anche molto complessi, come una macchina piena di ingranaggi diversi ma tutti molto importanti, che devono funzionare alla perfezione. È proprio a questo che serve il project manager della ricerca. Cosa fa in pratica questa figura? Organizza meeting ed incontri tra le varie unità di ricerca clinica e biologica, revisione critica del progetto, disbrigo degli aspetti amministrativi e burocratici, gestione degli aspetti logistici e delle risorse umane e finanziarie (a tal proposito è molto importante valutare come suddividere i fondi tra le diverse unità di ricerca ed evitare gli sprechi). Come dice la giornalista nel suo articolo, il project manager è il braccio destro operativo del ricercatore, che coordina il gruppo. Deve sempre essere aggiornato sul lavoro di ogni singola unità di ricerca, deve essere abile alla negoziazione e sapersi interfacciare con facilità con diversi professionisti, quindi è anche un “mediatore culturale”, oltre che scrivere report ed articoli scientifici. E poi deve occuparsi della comunicazione con i "non addetti ai lavori": i finanziatori ma anche la società (le scuole e il grande pubblico) perchè, come sostiene Ann Zeuner (direttore del Reparto di biotecnologie ematologiche e oncologiche dell'Istituto Superiore di Sanità di Roma), “in questo modo si instaura un circolo virtuoso: la società finanzia la ricerca, la ricerca restituisce risultati alla società, che a sua volta rifinanzia nuova ricerca”. 
Ha ragione. La ricerca, importantissima per un Paese, ha bisogno di figure del genere: anche questo servirebbe, tra l'altro, a rilanciare la nostra economia. Per tale motivo c'è bisogno di queste figure particolari, che potrebbero essere un'opportunità di lancio per molti gioivani.

mercoledì 4 dicembre 2013

Ma quanti musei ci sono in Italia?

Da una rilevazione a carattere censuario, condotta dall'Istat in collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, le Regioni e le Province autonome (che ha tracciato un quadro complessivo non solo dei musei presenti in Italia, ma anche degli altri istituti similari a carattere museale pubblici o privati, statali e non statali), risulta che in Italia i musei e gli istituti similari, pubblici e privati, aperti al pubblico nel 2011 sono 4.588, di cui 3.847 musei, gallerie o collezioni, 240 aree o parchi archeologici e 501 monumenti e complessi monumentali. Significa che quasi un comune su tre (2.359 su 8.092) ospita almeno una struttura a carattere museale: un patrimonio diffuso quantificabile in 1,5 musei o istituti similari ogni 100 kmq e circa uno ogni 13 mila abitanti. Le regioni con il maggior numero di istituti museali sono la Toscana (550), l'Emilia-Romagna (440) e il Piemonte (397): nel Sud e nelle Isole è concentrato il 52,1% delle aree archeologiche, mentre al Nord sono localizzati il 48% dei musei e il 43,1% dei monumenti. Nelle Marche la percentuale di comuni dotati di almeno una struttura di raccolta e di esposizione al pubblico è del 57,3%, in Toscana del 66,6% e in Umbria addirittura del 67,4%. In altre Regioni, invece, gli istituti sono maggiormente concentrati sul territorio: accade così che in Lombardia il patrimonio si addensa nel 15,5% dei comuni, in Molise nel 17,6% e in Campania nel 21,1%. Le tipologie prevalenti delle collezioni dei musei sono: etnografia e antropologia (16,9%), archeologia (15,5%), arte (11,9%), storia (11,4%), arte sacra (10,2%) e arte moderna e contemporanea (9,9%). 
Nel 2011, i visitatori hanno raggiunto la cifra di 103.888.764 unità. Il pubblico tende a concentrarsi fra poche destinazioni. Tre sole Regioni si assicurano, infatti, il 51% degli ingressi: Toscana (22,1%), Lazio (20,1%) e Lombardia (8,8%). Le tre Regioni con il più alto numero medio di visitatori per singolo istituto sono Lazio (67.746), Toscana (42.359) e Campania (37.646), mentre in fondo alla graduatoria si collocano Marche (5.323), Abruzzo (4.428) e Molise (4.319). Le spese di funzionamento ordinario rappresentano più del 90% dei costi sostenuti dagli istituti per il 23,2% dei rispondenti. Meno di un quinto delle unità (il 18,5%) dichiara, invece, che la loro incidenza non supera il 25% delle spese complessive. Se potessero aumentare del 10% il proprio budget di spesa, i musei e gli istituti similari destinerebbero queste risorse a: campagne di informazione e comunicazione, per aumentare il pubblico dei visitatori (23,5%), rinnovamento degli allestimenti (12,2%), interventi urgenti di manutenzione o restauro dei beni e delle collezioni (11,4%), ristrutturazione dell’edificio o adeguamento degli impianti (11,3%), organizzazione di manifestazioni ed eventi per ampliare l’offerta (10,2%). Solo lo 0,9% del totale utilizzerebbe la maggiore disponibilità per realizzare interventi formativi per la qualificazione del personale. Sono numerose le strutture che hanno promosso interventi di restauro (41,4%). La maggior parte dei musei (il 63,8%) è di proprietà pubblica: ben 1.909 istituti (il 41,6% del totale) appartengono ai Comuni e solo il 9% al Ministero competente; i musei statali però, da soli, attraggono più di 40 milioni di visitatori (il 38,8% del totale). 
Si tratta di cifre davvero importanti, che tutto il mondo ci invidia, visto l'immenso patrimonio storico-artistico-culturale che abbiamo. Caro Governo, come puoi permetterti di non aumentare (ed, anzi, di tagliare) i fondi pubblici a tale settore, vitale per l'economia della nazione?

PESTICIDI nell'acqua del Nord Italia

Da un'inchiesta del settimanale “L'Espresso” del 28 novembre 2013 (articolo di Gianluca Di Feo), che riprende i risultati (allarmanti) dell'ultimo “Rapporto nazionale pesticidi nelle acque” pubblicato dall'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, http://www.isprambiente.gov.it/it) relativo al biennio 2009-2010, si riscontrano dati davvero inquietanti: sono stati trovati pesticidi nel 55% delle acque superficiali italiane, nel 28% delle quali in quantità superiori alla soglia di potabilità!! Un po' meglio la situazione delle falde: rilevati pesticidi nel 28% delle analisi, dei quali il 9,6% oltre la soglia di pericolo (ma ricordiamo che nelle falde i veleni si depositano lentamente). Qual'è l'area dove l'emergenza è più grave? La pianura padano-veneta, ove si pratica l'agricoltura estensiva (ove l'impiego di sostanze chimiche è davvero massiccio). Ecco alcuni dati: nei fiumi e nei laghi sono stati trovati pesticidi sopra i limiti di sicurezza in 111 prelievi nella Lombardia, in 93 nel Veneto, in 60 nell'Emilia Romagna, in 49 nel Piemonte, in 12 nella Toscana, in 8 nel Friuli Venezia Giulia, in 5 nella Sicilia e nella Campania, 3 nel Lazio; nelle acque sotterranee superata la soglia di pericolo in 87 prelievi nel Piemonte, in 38 nella Lombardia, in 28 nella Sicilia, in 14 nell'Emilia Romagna, in 12 nel Veneto, in 11 nel Friuli Venezia Giulia, in 4 nel Lazio e in 2 nella Toscana. Delle oltre 149.000 tonnellate di pesticidi agricoli venduti nel 2010, la maggior parte sono stati utilizzati proprio in Pianura Padana. 
Naturalmente le colpe non sono tutte additabili all'agricoltura estensiva, ma anche ad un'industria che per decenni ha sversato senza regole nel territorio tonnellate di veleni. Il censimento dei siti più inquinati comprende 57 aree distribuite su tutto il Paese, e in queste zone vivono 6 milioni di persone (pari al 10% della popolazione!): le raffinerie di Napoli, Gela, Priolo e Marghera, le aziende chimiche di Brescia, Savona e Manfredonia, l'amianto dlele fabbriche di Casale Monferrato, di Broni e di Balangero, le discariche di rifiuti tossici in Campania, l'Ilva di Taranto, l'ex Italsider di Bagnoli, ecc... Si tratta di 57 “siti di interesse nazionale” così inquinati che hanno bisogno di provvedimenti d'urgenza per proteggere gli abitanti dalla minaccia ambientale. Il problema è che mancano organismi centrali con standard comuni, mentre la rete dei controlli fa acqua da tutte le parti: ogni Regione, ad esempio, agisce per conto suo decidendo in proprio come e quando fare le verifiche (alcune Regioni mandano dati parziali, addirittura alcune Regioni non rispondono proprio all'Ispra, come la Campania e la Liguria!!!). Inoltre, il rapporto dell'Ispra copre soprattutto i prodotti fitosanitari (quelli che uccidono le piante, per capirsi) mentre è carente sui biocidi (quelli che colpiscono invece insetti e parassiti, che sono talvolta ancora più pericolosi). E c'è anche un altro problema, tutto italiano: non si valutano i pericoli provocati dalla presenza contemporanea di più sostanze velenose (i limiti di legge prendono infatti in considerazione un singolo prodotto chimico ed i suoi effetti sulla salute, ma non il mix di veleni). A tal proposito si apprende dal rapporto “Pesticidi nel piatto” di Legambiente (http://www.legambiente.it) che solo lo 0,6% dei prodotti alimentari prodotti in Italia non rispetta i limiti di legge sui pesticidi contenuti, ma nel 17% degli alimenti vi si trovano più sostanze pericolose: ognuna presa singolarmente rispetta i livelli previsti, ma nessuno sa valutarne il pericolo del loro mix. 
E qui entra in gioco, come sempre, la politica: l'elenco delle aree inquinate era già compilato nel 2001, ma da allora nessuna opera di bonifica è stata fatta. Nel frattempo centinaia e centinaia di milioni di euro sono stati utilizzati in questi anni dal Ministero dell'Ambiente solo per pagare gli stipendi dei commissari straordinari e per mantenere le strutture provvisorie destinate a contenere i danni (anzichè ripararli). E poi fiumi di denaro (sempre pubblico) per studi e soluzioni irrealizzabili proposte da varie società private. Questa è una classe politica? NO!

venerdì 29 novembre 2013

Un inno per l'ambiente contro il cemento

Mi ha davvero colpito questa lettera che ho trovato ieri sul quotidiano la Repubblica, intitolata proprio “Un inno per l'ambiente contro il cemento”, che recita così. 
“Disboscamenti indiscriminati e cemento. Pare proprio che l'uomo abbia intrapreso, senza ripensamenti, una guerra contro la natura. E sono in pochi coloro che scendono nelle piazze per anticipare il loro sdegno alle previste nuove catastrofi. Molti vorrebbero una casa in riva al mare, e non solo, e sono pronti a sacrificare l'ambiente senza calcolare le conseguenze. Quanto durerà? Facciamoci venire a mente il testo del brano “Eppure soffia” di Pierangelo Bertoli. Impariamolo e proponiamolo come inno dell'ambiente”. 
La canzone è del 1977 e questo è il testo: “E l'acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi, la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi, uccelli che volano a stento malati di morte, il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte, un'isola intera ha trovato nel mare una tomba, il falso progresso ha voluto provare una bomba, poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita, invece le porta la morte perché è radioattiva. Eppure il vento soffia ancora, spruzza l'acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie, bacia i fiori li bacia e non li coglie. Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale, ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale, ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario, e presto la chiave nascosta di nuovi segreti così copriranno di fango persino i pianeti, vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli, i crimini contro la vita li chiamano errori. Eppure il vento soffia ancora, spruzza l'acqua alle navi sulla prora e sussurra canzoni tra le foglie, bacia i fiori li bacia e non li coglie, eppure sfiora le campagne, accarezza sui fianchi le montagne e scompiglia le donne fra i capelli, corre a gara in volo con gli uccelli. Eppure il vento soffia ancora!!!". Potete ascoltarla al link http://www.youtube.com/watch?v=hOxLD7Eb9h4
Sono d'accordo col lettore: proponiamo questa canzone come inno dell'ambiente, istituiamolo per legge, in modo che venga studiato ed imparato in tutte le scuole, di ogni ordine e grado.

Gli enti inutili che nessuno sopprime

Sempre sul quotidiano la Repubblica di ieri ho trovato un'altra bella lettera di un lettore infuriato, come me e come tanti altri, per le spese folli dello Stato italiano. La lettera è intitolata “Quegli enti inutili a spese dei cittadini” e recita così. 
“In un momento in cui lo Stato non sa dove andare a pescare i soldi e inventa nuovi nomi per oberare di tasse i cittadini, ci sono 30.000 enti inutili, alcuni istituiti da Vittorio Emanuele e Mussolini, circa 500.000 con quelli locali. Si pensi a quanto ammonterebbe il risparmio se si abolissero. Basterebbe una legge per sopprimerli, ma sembra impossibile. Forse perché servono a sistemare qualche nullafacente referenziato dai partiti a spese di noi cittadini?”.
Il lettore tocca un tema delicato: forse non tutti questi enti sono da eliminare ma credo che la maggior parte sì sia inutile, per una spesa annua di miliardi di euro. Perchè nessuno li vuole eliminare? Forse ha ragione il lettore, sono una riserva di voti: il problema di questo paese è che per fare una cosa la si deve fare solo per prendere i voti, non perchè è utile. E infatti i risultati disastrosi di questo Paese sono sotto gli occhi di tutti. Neanche la peggiore dittatura si meriterebbe una classe politica del genere.

L'onestà prima o poi paga?

Sullo spazio dedicato ai lettori sul quotidiano la Repubblica continuo a trovare lettere interessanti, che toccano argomenti delicati e di attualità, che mi piace riproporre per diffondere il messaggio. Ieri c'era una lettera di una insegnante del Lazio intitolata “Vorrei continuare a difendere l'onestà”. Eccola. 
“Da 30 anni insegno nella scuola primaria e ho due figlie ormai grandi che, per i motivi comuni ai giovani di oggi, vivono ancora in famiglia. Ieri sera seguivo, come al solito, una delle trasmissioni d'inchiesta sui superpagamenti ai politici, compresi buoni premio ai dirigenti per aver usato le mail. Mi chiedo come posso ancora resistere e continuare a parlare ai miei giovani, di Stato, democrazia ed onestà se come docente non ho un centesimo per far funzionare la mia scuola, né per aver stampato le mail necessarie a casa con la mia stampante per mancanza di cartucce a scuola. Come riuscirò a dire con fierezza (come faceva mio padre con me) alle mie figlie e agli oltre settanta alunni che dobbiamo continuare a credere che prima o poi l'onestà paga?”. 
Bella domanda, anzi tragica direi per come fotografa alla perfezione l'attuale situazione. Sono queste le lettere che la classe politica dovrebbe ricevere, leggere e tenere sulla prima pagina della loro agenda: sono questi i problemi che stanno attanagliando e distruggendo il nostro paese. L'onestà prima o poi paga? Lo spero, ma prima deve cambiare l'intera attuale e fallita classe politica.

Trovato il TEMPIO BUDDISTA più antico al mondo

Il tempio buddhista è un luogo sacro solitamente composto da uno o più edifici, ed è formato dai seguenti elementi: la sala principale di culto, che nelle antiche lingue pali e sanscrito viene chiamata vihara, ma che nei vari paesi in cui si è diffuso il buddhismo ha assunto anche altri nomi; l'albero della Bodhi, un ficus religiosa, che secondo la tradizione buddhista è la pianta sotto la quale Buddha praticò la forma di meditazione chiamata "anapana sathi bhavana" e raggiunse il nirvana; l'altare con la statua di Buddha, che spesso è situato all'interno del vihara, su cui vengono posti fiori, incensi ed altri doni; l'edificio adibito a reliquiario chiamato in sanscrito stūpa e in pali "thūpa , che contiene resti o oggetti legati a Buddha; gli alloggi ed i refettori dei monaci. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_buddhista
Ebbene, apprendo ora della notizia che nel sud del Nepal (250 km dalla capitale Katmandu, al confine con l'India) sono stati rinvenuti alcuni resti di una struttura in legno che secondo gli archeologi potrebbe essere il più antico tempio buddista del mondo: tali resti sono stati scoperti durante alcuni scavi all'interno del tempio Maya Devi, che è situato nel sito religioso e di pellegrinaggio di Lumbini (considerato il luogo di nascita di Buddha e patrimonio mondiale dell'Unesco dal 1997, http://it.wikipedia.org/wiki/Lumbini). A darne la notizia è stato l'esperto nepalese Kosh Prasad Acharya che ha lavorato con un team di archeologi britannici dell'università di Durham: i test scientifici avrebbero confermato che si tratta di una struttura risalente addirittura al VI secolo a.C. (fino ad ora si pensava che la costruzione buddista più vecchia fosse una colonna con alcune iscrizioni risalenti al III secolo a.C.). I dati della ricerca sono stati pubblicati nel numero di dicembre della rivista "Antiquity" (http://journal.antiquity.ac.uk/). A conferma che quello trovato potrebbe essere il tempio buddista più antico del mondo (in quanto risalente al VI secolo a.C.) v'è il fatto che molti studiosi ritengono che il Buddha (ovvero Siddharta Gautama, http://it.wikipedia.org/wiki/Gautama_Buddha) sia nato a Lumbini proprio tra il VI e il V secolo a.C. 
Davvero una scoperta incredibile, che dà ancora più lustro alla località di Lumbini e al suo titolo di patrimonio mondiale dell'Unesco.