mercoledì 24 dicembre 2008

Il futuro della RICERCA in Italia...

Annoso problema quello dei tagli alla ricerca da parte della classe politica, problema che attanaglia l’Italia e che, soprattutto quest’anno, è particolarmente grave stante i grossi tagli inflitti dal governo Berlusconi III°. Mercoledì 24 dicembre 2008 è apparso sul quotidiano La Repubblica un articolo di Ignazio Marino (presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul SSN del Senato della Repubblica), rivolto al direttore del quotidiano, Ezio Mauro.
Ignazio Marino (a ragione) sostiene come in questi ultimi mesi siano apparse quasi quotidianamente sui giornali nazionali svariate ricette per risolvere la grave crisi economica, ma pochissimi di questi giornali hanno proposto soluzioni che considerino la ricerca scientifica (insieme al merito, alla trasparenza e alla competenza) la chiave di volta del futuro dell’Italia. Nel suo articolo punta il dito sui disastrosi tagli apportati alla ricerca dal governo, contrariamente a quanto succede in altri paesi europei: la Francia ha deciso di investire il 2% del proprio Pil in ricerca scientifica, la Svezia addirittura oltre il 4%, mentre l’Italia già con la precedente Finanziaria 2007 aveva ridotto questa percentuale all’1.1%, ora con la nuova Finanziaria 2008 è stata ulteriormente ridotta allo 0.9% (nell’Europa comunitaria solo Portogallo e Grecia hanno fatto peggio di noi…)!
Come possono i giovani ricercatori italiani promuovere le loro iniziative se ne vengono continuamente tagliati i fondi? E come possono imporsi se purtroppo le cattedre universitarie vengono spesso assegnate con criteri di clientelismo? Questo è il problema. Certo, per cambiare direzione si deve ripensare l’intero sistema e questo richiede molto tempo, ma si può cominciare (perché si deve cominciare!!!) con piccoli e decisivi segnali. Ad esempio, come ricorda lo stesso Marino, con gli emendamenti alla Finanziaria 2007 sono stati assegnati 15 milioni di euro ai progetti di 26 giovani ricercatori, per metà stranieri, scelti tra oltre 1.700 candidati da un gruppo di scienziati under 40 con il criterio del “peer review” (ovvero la valutazione tra pari). Successivamente, nella Finanziaria 2008 lo stesso Marino era riuscito ad inserire finanziamenti per 81 milioni di euro: dunque soldi già stanziati, pronti da assegnare, ma che sono in forte pericolo in quanto il relativo bando di concorso dovrebbe essere pubblicato entro il prossimo 31 dicembre 2008 dal Ministero della Salute e da quello dell’Università e della Ricerca, purtroppo mancano solo pochi giorni… A tal proposito, il ministro Sacconi lo scorso 7 novembre aveva promesso (che parola inflazionata!!) al Quirinale, di fronte al Presidente della Repubblica, che avrebbe fatto quanto di sua competenza per consentire ai nostri giovani ricercatori di avere un bando tutto per loro… Ha ragione Marino quando dice che: “Questo mero passaggio formale, in cui non v’è da investire nuovi denari, permetterebbe tra l’altro al Governo Berlusconi una straordinaria operazione di marketing politico. Ma allora perché ci vuole tanto a mettere una firma? Ormai al 31 dicembre mancano pochi giorni. Un assurdo conto alla rovescia che forse vedrà i corrotti, padri e figli delle clientele accademiche, festeggiare il Capodanno due volte e i nostri migliori cervelli, caparbiamente al lavoro negli scantinati delle facoltà per due lire, due volte sentirsi sconfitti, magari ripensando alla generosa offerta di un ateneo americano, rifiutata con la speranza di un futuro in Italia”.
E poi ci domandiamo perché i nostri migliori cervelli in questi anni sono emigrati all’estero (e continuano a farlo): se c’è da tagliare, non si esita a farlo in ricerca, scuola, cultura e ambiente, proprio in quei settori che sono alla base della vita culturale, sociale e civile di un intero Paese. Non si pensa minimamente, invece, a tagliare in spese parlamentari (stipendi, auto blu, privilegi di ogni tipo), per enti vari (in primis, le inutili Province, che anzi prolificano!), per finanziamenti ai partiti (che si vinca o si perda!). Il nostro paese ha un gap enorme da un punto di vista culturale rispetto agli altri paesi europei: d’altronde, cosa possiamo aspettarci da uno Stato che da 20 anni è abituato a seguire le programmazioni televisive di Mediaset (poi trasportate, purtroppo, in RAI!) e che da 14 anni è lo specchio di Silvio Berlusconi (a fasi alterne, al governo per tre volte e all’opposizione), proprio colui che è controllore di Mediaset? Non possiamo purtroppo aspettarci proprio niente, questo è il problema, visto che nessun altro paese europeo (ma potremmo superare anche i confini continentali) è nella nostra situazione!!!

COGNOMI D'ITALIA: ma quanti sono!!!

È uscito nelle librerie italiane un dizionario che raccoglie e spiega i cognomi italiani: si intitola “I cognomi d’Italia: dizionario storico ed etimologico”, pubblicato da Utet, suddiviso in due volumi per un totale di ben 1822 pagine, scritto da Enzo Caffarelli e Carla Marcato (che nel 2005 portarono alla ristampa altri due volumi dedicati invece ai nomi italiani, completando dunque la collana “Tutta l’Italia per nome e cognome”). Il giornalista Stefano Bartezzaghi ne ha dedicato un articolo apparso sul quotidiano La Repubblica di martedì 23 dicembre 2008.
Quello della ricerca dei cognomi è stato un lavoro lungo e complesso: le ricerche sono difficoltose, sia sul piano storico e diacronico (per l’assenza di documenti) sia sul piano sincronico e statistico. Nessuno finora aveva realizzato uno studio sui cognomi italiani così specifico: in passato erano usciti alcuni studi ma a livello locale e non nazionale (con l’eccezione degli studi di Emidio De Felice degli anni ’80). Il Dizionario tratta circa 60.000 cognomi: in realtà, in Italia di cognomi ce ne sono addirittura 330.000, ma il Dizionario tratta solo di quelli portati da almeno 200 persone, altrimenti sai quante pagine!!! I nomi censiti nei precedenti volumi erano invece circa 28.000… Con la distinzione che i cognomi sono così da molto tempo in quanto vengono tramandati, mentre i nomi seguono spesso le mode.
Diciamo pure che non è un grande privilegio per il nostro Paese avere così tanti cognomi (in totale 330.000: mediamente uno ogni duecento persone circa!!!), molti più di quelli delle nazioni vicine: il motivo di tanta abbondanza sta nella frantumazione sociale e culturale italiana e nella tardiva unificazione linguistica. Pensate che in Italia si considera molto diffuso un cognome che è portato da 3.000 persone e questo succede per appena 226 cognomi (su 330.000)!!! Tra l’altro, di questi 226 cognomi solo 86 appaiono su tutto il territorio nazionale (il più frequente è Rossi portato dallo 0.39% della popolazione!!!, seguito da Ferrari, Ricci, Conti, Cosa, Gallo, Mancini, Marino e Bruno), mentre 123 sono diffusi o solo al Nord o solo al Centro o solo al Sud Italia (ad esempio il 5° e il 6° cognome più diffuso, Esposito e Colombo, riguardano rispettivamente solo la Regione Campania e la sola parte nord-occidentale della Lombardia). Per comprendere il motivo di così tanti cognomi, basta pensare alle possibili varianti di un solo cognome: prendete Ferrari, esistono anche Ferraro, Ferrero, Ferrario, Ferraris, Ferrai, Ferreri, Ferreli, Ferrè, Ferè, Farè, De Ferrari, Ferrara, Ferrarin, Ferrarotti, ecc.. e se a questi aggiungiamo anche quelli di pari origine semantica (in questo caso, Fabbri), beh allora comprendete la notevole mole dei cognomi italiani.
C’è stata, inoltre, una difficoltà notevole nello scoprire l’origine di un cognome: ad esempio Bergamino potrebbe avere una diretta derivazione etnica (legata alla città di Bergamo) ma potrebbe avere anche un’origine professionale (bergamino era infatti l’addetto all’allevamento delle vacche da latte).
Il cognome quasi sempre è una parola che segna la nostra derivazione da una famiglia e in cui è possibile recuperare la memoria storica di un evento quale può essere un mestiere antico svolto da un avo, una provenienza geografica, una caratteristica fisica o comportamentale poi tramutatasi in soprannome, ecc… Il termine cognome (come viene inteso oggi) fu attestato dal Boccaccio e deriva da una modifica della formula onomastica romana a tre membri (ad esempio, Caio Giulio Cesare) che poi andò in crisi con la diffusione del cristianesimo che favorì l’adozione di un nome unico. Un secondo nome comincerà a diffondersi in Italia intorno al XII° secolo, in seguito al periodo del Rinascimento e del Concilio di Trento il quale stabilì il mantenimento di registri battesimali (fino ad allora discontinuo e sporadico) probabilmente per impedire i matrimoni tra consanguinei.
Il Dizionario comincia con il cognome Abà e finisce con Zuzzi: cognomi poco diffusi e dall’etimologia incerta. Il mio cognome è Montagna e da un punto di vista etimologico può essere facilmente spiegato. Il vostro com’è?

AMAZZONIA: 20 anni dalla morte del “Chico”

Sono passati 20 anni da quel 22 dicembre 1988, data dell’assassinio di Francisco Alves Mendes, detto “Chico”: aveva 44 anni e venne ucciso a fucilate davanti alla sua casa di Xapuri, nell’Acre brasiliano, dal figlio di un allevatore locale (l’omicidio è rimasto purtroppo impunito in quanto l’assassino e i suoi complici furono condannati ma poi rilasciati per l’annullamento della sentenza…). Il nome credo non vi dirà niente: il “Chico” era un “siringueiro” (raccoglitore di caucciù) ma era anche leader di un movimento sindacale che si batteva per difendere la foresta amazzonica dalla deforestazione attuata dai grandi allevatori, dai fazendeiros, dalle multinazionali statunitensi e dalle aziende di legname. La sua morte divenne un simbolo delle lotte ambientaliste per la difesa dell’Amazzonia e per uno sviluppo sostenibile della stessa contro il saccheggio delle sue risorse naturali: in seguito alle lotte sindacali condotte da Mendes vennero infatti create delle riserve protette dove i “siringueiro” potevano vivere raccogliendo il caucciù.
Sono passati 20 anni dalla sua morte ed ora Lula, il presidente del Brasile, ha voluto ricordarlo visto che il partito che fondò allora (il PT, Partido do Trabalhadores) oggi è al governo: il quotidiano New York Times ha infatti sostenuto che le politiche ambientali del governo Lula si rifanno al “testamento ambientale” lasciato da Mendes.
Il 20° anniversario della morte di Mendes cade in un periodo in cui la distruzione della foresta amazzonica è tornata purtroppo ad aumentare, dopo alcuni anni di diminuzione: da luglio 2007 ad agosto 2008 è stata disboscata una superficie di ben 12.000 kmq (quanto lo stato del Libano), con un incremento del 3.8% rispetto al periodo precedente! Proprio per questi dati, è nata una accesa polemica parlamentare che ha portato alle dimissioni (avvenute la scorsa estate) del Ministro dell’Ambiente Marina Silva, tra l’altro “ex siringueira” nonché amica e allieva del Chico. Al suo posto è arrivato Carlos Minc, il quale si è impegnato ad invertire questo inquietante trend negativo: si è posto infatti l’obiettivo di ridurre la distruzione della foresta amazzonica del 70% nei prossimi 10 anni e di contenere le emissioni di gas nocivi (che per un 75% sono una conseguenza proprio del disboscamento). Lo scopo del governo brasiliano è quello di mettere pressione sia agli Stati Uniti sia all’Unione Europea per aumentare sensibilmente i contributi dei paesi ricchi atti a finanziare la conservazione dell’Amazzonia, vero e proprio polmone verde del nostro pianeta, oltre che buon regolatore del clima terrestre. Proprio nei prossimi giorni il presidente francese, Nicolas Sarkozy, sarà in visita ufficiale in Brasile e quindi verrà messo al corrente di questa iniziativa del Ministro dell’Ambiente brasiliano, sperando quindi di ottenere dei fondi per il programma internazionale in difesa dell’Amazzonia: la Norvegia si è già impegnata in questo progetto ed ha stanziato ben un miliardo di dollari per i prossimi 7 anni!
Gli ambientalisti apprezzano l’iniziativa del governo brasiliano ma, essendo molto pratici, esprimono forti dubbi sulla riuscita dell’operazione proprio per il modello di sviluppo dello Stato brasiliano che non va di pari passo con la protezione della foresta: infatti, con questo modello di sviluppo (evidentemente sbagliato) ci vorranno sempre più terre coltivabili (sia per le colture alimentari che per soddisfare la produzione di biocarburanti) nonché terreni da adibire ad allevamento. Certo, Lula continua a dire che “per i biocarburanti serve l’estratto della canna da zucchero e la canna da zucchero non cresce in Amazzonia”: ha ragione, ma sempre più campi al di fuori dell’Amazzonia (prima adibiti a colture alimentari) vengono adibiti alla coltura della canna da zucchero, pertanto serviranno altri terreni per le colture alimentari, terreni che dovranno per forza essere sottratti all’Amazzonia. Almeno finché resta questo modello di sviluppo attuato da Lula… Modello che però potrebbe portare (il rischio è molto alto) alla distruzione completa della foresta amazzonica: avvenuto questo, che succederà?

martedì 23 dicembre 2008

SAVONA: bocciata la torre di Fuksas!

Quella che vedete nella foto è una ricostruzione grafica di quella che sarebbe dovuta essere la mega torre alta 120 metri da erigere sulla costa di Savona, assieme ad un nuovo porticciolo turistico, progettata dall’architetto Massimiliano Fuksas. Ho scritto “sarebbe dovuta essere” in quanto quel progetto milionario è stato bocciato dalla Regione Liguria in quanto non rispetta le prescrizioni a suo tempo dettate dalla commissione nazionale per la valutazione di impatto ambientale (formalmente si dice che il progetto non ha “passato la verifica di ottemperanza” alle prescrizioni della Regione).
La torre sarebbe dovuta sorgere nell’area della Margonara, sulla spiaggia con la Madonnetta, un tratto di mare molto caro ai savonesi posto tra gli abitati di Albissola e Savona: il progetto è stato bocciato soprattutto in funzione della protezione della fauna marina di quel tratto di costa (ricco di madrepore) e per evitare che la modifica del moto ondoso crei problemi all’ingresso del nuovo porto commerciale.
Soddisfatti l’assessore all’ambiente, Franco Zumino, secondo il quale “Dobbiamo preservare uno dei pochi tratti di costa rimasti liberi in quella zona”, e Carlo Masconi dei Verdi, che conduce questa battaglia dal lontano 1999, secondo il quale “E’ solo un parere tecnico ma è per noi una grandissima cosa: stiamo già preparando i manifesti”. Contrari alla decisione, invece, il Sindaco di Savona, Federico Berruti, il quale difende il progetto in nome dello sviluppo economico, e l’assessore all’Urbanistica e al Territorio, Carlo Ruggeri, già Sindaco della città.
In tutta questa situazione mi hanno colpito due cose:
  • mi chiedo come può un architetto, che è anche urbanista e (credo) esperto (si spera formato dall’Università) di progettazione in un’ottica di protezione del territorio, progettare una simile struttura! Devastare una tratto “vergine” di costa con un grande porto turistico – commerciale (e sarebbe comunque il male minore!) e con una torre alta 120 metri, è una cosa inquietante: ma l’avete vista nella foto? Come può venire l’idea di costruire una torre simile in un territorio come quello della costa ligure, con le colline che scendono dolcemente verso il mare e con una costa che si affaccia sul bellissimo Mar Ligure, uno dei posti più belli del nostro paese? Davvero incredibile;
  • lo scalpore che ha suscitato questa bocciatura spiega molte cose: spiega, soprattutto, che normalmente questi progetti (contrastanti con l’ambiente circostante) dovrebbero essere sempre bocciati, ed invece capita così poche volte (anzi, quasi mai) che quando succede crea scalpore. Le cose in Italia girano così…
Comunque sia, sono contento che la commissione tecnica abbia bocciato questo progetto, nel rispetto del nostro territorio e contro le varie volontà politiche ed economiche, territorio così spesso deturpato dalla sfrenata urbanizzazione in nome del solo denaro: per una volta ha prevalso il rispetto della legge ed un senso di civiltà per proteggere quanto di caro e naturale ancora ci rimane, il nostro territorio.

lunedì 22 dicembre 2008

INVERNO 08-09 e riscaldamento globale…

Nell’ultimo mese e mezzo l’Italia è stata interessata da una fase di tempo molto perturbato, con brevissime pause, che non si vedeva da molto tempo: a più riprese tutte le regioni italiane sono state investite da nubifragi, alluvioni, grandinate, vento fortissimo e nevicate record. Le cronache ne hanno dato ampio spazio, sia per i danni causati sia per le perdite umane che si sono verificate.
In particolare, la neve: ne è caduta tantissima sulle nostre montagne, soprattutto sulle Alpi, come non accadeva da decenni. Mediamente ci sono due metri di neve, ma alcune località piemontesi sono letteralmente sommerse da 3-4 metri di neve, come non accadeva dagli anni ’30!!! Una manna per i gestori degli impianti sciistici, che hanno neve assicurata fino a Pasqua (!!), e per i nostri bacini idrici, un po’ meno per coloro che abitano nei paesi di montagna, molti rimasti isolati e senza energia elettrica. Tra l’altro è elevatissimo il rischio valanghe in questi giorni: i vari strati di neve accumulatisi, la neve pesante ed il sensibile rialzo termico previsto adesso possono scatenare una serie di valanghe spaventose (non dimentichiamo una situazione molto simile verificatasi in Austria nel 1998, quando valanghe tremende causarono decine di vittime in pochi giorni).
Cos’ha provocato questo maltempo? Continui scambi meridiani hanno portato masse d’aria molto fredda a scendere in continuazione sul Mediterraneo Occidentale, richiamando sull’Italia correnti sciroccali tiepide e molto umide e dando origine a varie depressioni: la temperatura elevata del nostro Mediterraneo ha fatto poi da carburante a tutto ciò.
Come sempre, basta veramente poco per far cambiare idea alla gente comune, e così è bastata tutta questa neve a far mettere nel cassetto il famoso riscaldamento globale. “E’ nevicato così tanto che non può esserci il riscaldamento globale…”: roba da matti!!!
Chiariamo un po’ di cose:
- in questo mese e mezzo sono arrivati sull’Italia tanta pioggia e tanta neve, ma non è mai arrivato il freddo, quello vero: certo, sulle pianure piemontesi è nevicato a più riprese, ma sul resto della Valpadana il vento di scirocco ha spesso portato le temperature di giorno oltre i 10°C, anche in caso di pioggia, per non parlare del resto d’Italia;
- si dà per inesistente il riscaldamento globale quando si assiste ad una grande nevicata e si dà invece per certo quando c’è una furiosa ondata di caldo: il riscaldamento globale o c’è o non c’è e comunque è ben altro!
- a tal proposito abbiamo parlato di riscaldamento globale per due inverni di seguito, quello del 2006-2007 e quello del 2007-2008, ora invece si è smaterializzato? Credo proprio di no…
Il riscaldamento globale è qualcosa di più complesso: i suoi frutti non sono solo gli estremi termici, anzi questi non sono forse neppure causati dal global warming: gli estremi meteorologici ci sono sempre stati e sempre ci saranno, riscaldamento globale o no. Purtroppo, però, la gente comune si accorge solo di questi: il riscaldamento globale è fatto di temperature che si mantengono costantemente e leggermente sopra la media e che alla resa dei conti ci incidano il costante aumento termico mondiale. Ad esempio, il 2008 secondo i dati CNR_ISAC, si chiude con una temperatura media mondiale superiore di circa 1°C alla media, ponendolo al 7° tra gli anni più caldi dal 1800 ad oggi!!! Riscaldamento globale non significa ondate di caldo tremendo in tutto il pianeta: se fossimo a quel punto, il genere umano non esisterebbe già più!! Sul nostro pianeta c’è sempre un equilibrio termico: a zone con temperature più elevate si contrappongono zone con temperature più basse, purtroppo è questo equilibrio termico che è sempre più a rischio. Il riscaldamento globale lo dobbiamo cercare in quella maggior parte di giornate annue in cui le temperature sono leggermente superiori alla media, delle quali la gente non si accorge mai ma che alla resa dei conti annua ci dice che la temperatura media è stata superiore alla norma. Se questo poi si verifica ogni anno, allora qualcosa significa: non è certo una grande nevicata a dover farci dimenticare il riscaldamento globale, che tra l’altro non si deve limitare a pensare come una semplice sofferenza fisica termica. Il riscaldamento globale ha conseguenze ben più devastanti che una semplice sofferenza fisica…

Il PAESAGGIO è un bene comune

Abbiamo più volte trattato di protezione del paesaggio, intendendolo come protezione dell’ambiente in generale, e quindi paesaggio, territorio, aria, fiumi, coste, città, opere d’arte, salute umana, ecc…: purtroppo molti vogliono far finta di niente e far credere che questi problemi ambientali siano problemi che vedono solo gli “specialisti” del settore. Purtroppo non è così, il discorso è molto più ampio e riguarda tutti. Eugenio Scalfari, uno dei fondatori del quotidiano La Repubblica, ha ragione quando in merito all’ambiente italiano dice che: “La situazione non è peggiore di quel che si dice: è puramente e semplicemente pessima”… Il giornalista Alberto Asor Rosa ha dedicato un articolo all’argomento, pubblicato sul quotidiano La Repubblica di sabato 20 dicembre 2008, intitolato appunto “Il paesaggio è un bene comune”, nel quale sostiene (a ragione) che la situazione ambientale in Italia è pessima per due motivi principali:
• prevale purtroppo l’ideologia del “profitto economico”: se un bene (naturale, paesaggistico, artistico, storico, ecc…) non produce, allora vada in malora; se invece può produrre, deve produrre al massimo, sfruttandolo oltre ogni limite;
• in fatto di protezione ambientale c’è sempre meno differenza tra “politiche e comportamenti di destra” e “politiche e comportamenti di sinistra”, il che non è per niente una buona cosa.
In merito al primo punto, è in atto da parte dell’attuale governo di centro-destra uno “smantellamento del settore pubblico”, che si sta tramutando in scellerati tagli ai bilanci dei beni culturali, dell’Università, della ricerca, della scuola, proprio a quei campi che sono alla base della coscienza culturale di un paese: non si ha il coraggio di tagliare in altri campi, ad esempio Province, spese parlamentari, spese militari, ecc…
In merito al secondo punto, dobbiamo dire che il tema ambientale è sempre stato uno dei cavalli di battaglia della sinistra, le politiche di destra non hanno mai puntato sulla difesa del nostro caro ambiente facendo sempre prevalere gli interessi economici. In questo la sinistra aveva ragione: trovare il giusto connubio tra sviluppo economico e protezione dell’ambiente. Ho detto “aveva” perché oggi, purtroppo, quell’ideale si è un po’ perso per strada nella sinistra italiana: già il Partito Democratico è nato senza un’anima verde, visto che i Verdi italiani hanno scelto (forse giustamente) di fondersi con una forza politica più di sinistra (pur con risultati politici disastrosi). E così oggi non abbiamo una sinistra ambientalista in Parlamento: forse i Verdi fusi nel PD avrebbero un po’ salvato il salvabile, ma ho dei dubbi… Ecco perché si riduce sempre di più la distanza tra “politiche e comportamenti di destra” e “politiche e comportamenti di sinistra”: i programmi elettorali del PDL e del PD per le elezioni politiche 2008 non si discostavano molto l’uno dall’altro…
Ha ragione Asor Rosa quando dice che la colpa di questa situazione è imputabile alla sinistra storica. Nel suo articolo riporta infatti: “Ognuno difende da sé il proprio bene, purché sia in vista di un interesse generale, quello della conservazione delle forme e delle eredità. Alcuni si chiedono: questa impostazione è di destra o di sinistra? La questione è complessa. Mi limito ad osservare: sono stato abituato fin da bambino a considerare di sinistra quanto metteva in discussione lo stato di cose esistente in direzione di un più umana e ragionata dislocazione dei doveri e dei benefici. Se oggi non lo si riconosce come si dovrebbe, mi pare che le responsabilità siano della sinistra storica, ossia la sinistra com’è oggi. Per affermare i diritti della cultura, del paesaggio, dell’ambiente ad esser considerati beni comuni, bisogna dunque cambiare la politica, la quale non risponde più alle esigenze della cittadinanza, quand’anche siano assai diffuse. Un altro motivo per considerare la battaglia ambientalista non circoscritta e parziale ma generale: riguarda tutto e tutti, ma in primo luogo il modo di governare”.

domenica 14 dicembre 2008

Pittura e... PAESAGGIO!

Sono sempre più numerose, sia in Italia che all’estero, le esposizioni di pittura che affrontano il tema del paesaggio, creando un incredibile connubio natura-architettura. Proprio per questo è in corso fino all’11 gennaio 2009 a Roma un’esposizione dedicata a Giovanni Bellini, il grande pittore veneziano conosciuto anche come Giambellino: nato a Venezia nel 1430 (e qui morto nel 1516, anche se ci sono date un po’ discordanti), subì l’influenza pittorica di Andrea Mantenga ( Giovanni era figlio naturale di Jacopo Bellini e cognato proprio del Mantenga) e dei pittori padovani prima, e di Piero della Francesca, di Antonello da Messina e di Giorgione dopo. La mostra, come detto, è aperta fino al prossimo 11 gennaio e si può ammirare presso le Scuderie del Quirinale a Roma, in via XXIV Maggio: l’ingresso costa € 10 (ridotto € 7,50) ed è aperta tutti i giorni in orario normale (il venerdì e sabato chiude più tardi, alle 22.30); per informazioni maggiori http://www.scuderiequirinale.it.
Giovanni Carlo Federico Villa, uno dei curatori di questa mostra (assieme a Mauro Lucco), ha affermato: “Bellini è stato l’inventore del paesaggio italiano. Fu lui, prima di tutti gli altri, a raccontare, con la sua pittura, le atmosfere e le luci riprese durante tutto il Rinascimento e che tuttora possiamo ammirare in Veneto o nelle Marche”.
Si tratta di un’esposizione che raccoglie 62 dipinti del pittore provenienti da tutto il mondo. In ognuno dei suoi dipinti si possono ammirare paesaggi rurali, campagne, monumenti storici e di alta architettura, fiumi, colline, boschi, cielo, nuvole, nebbia, in un mix di luce solare e ombra davvero incredibile. Ad esempio nel “Crocefisso con cimitero ebraico” (rappresentato nella foto) si possono riconoscere addirittura una trentina di specie botaniche viste da vicinissimo, tutte rappresentate con la precisione di un botanico, come fa notare l’artista americano Bill Viola; e nello stesso dipinto (dietro la croce) sono individuabili monumenti che non sono frutto di fantasia del pittore ma rappresentano monumenti storici rappresentativi dell’architettura veneta-romagnola (la torre di Piazza dei Signori di Vicenza, la Chiesa di San Ciriaco di Ancona, il campanile di Santa Fosca in Cannareggio di Venezia, il campanile di Sant’Apollinare di Ravenna e il Duomo di Vicenza), a testimonianza del forte connubio arte-natura veneta. Nella “Crocefissione” è rappresentato un angolo di campagna veneta, con le case rurali, le colline sullo sfondo, le colture e addirittura un’ansa del fiume Adige. Nella “Allegoria sacra” è riportata sullo sfondo la Rocca Gradara di Pesaro. Nella “Risurrezione di Cristo” è indicata a destra la Rocca di Monselice (vicino a Padova).
Il Bellini rappresenta nei suoi dipinti molti altri monumenti, dall’Arena di Verona alla Colonna Traiana di Roma, dalla Rocca del Castello di Soave (VR) alla torre di difesa di Campo Marzio di Vicenza: secondo il professor Villa il Bellini voleva dare l’idea di una città immaginaria e utopistica che raccoglie i monumenti più belli dell’arte italiana, anche se geograficamente e stilisticamente distanti tra loro. Abbinando a questi monumenti dei paesaggi rurali, semplici, legati all’antichità e alle tradizioni, ne esce una raccolta pittorica di immenso valore storico e naturalistico, quasi a testimoniare, a distanza di secoli, l’importanza del paesaggio rurale e dell’architettura che fanno del nostro paese un esempio unico in tutto il mondo, e che spesso purtroppo perdiamo di vista…

Salemi è diventata SGARBILANDIA!

Alle elezioni comunali dello scorso mese di aprile (svoltesi in concomitanza alle elezioni politiche nazionali) Vittorio Sgarbi è stato eletto sindaco (con una lista di centro) del comune di SALEMI, centro della provincia di Trapani (37 km a sud-est del capoluogo, a 446 metri sul livello del mare), con circa 12.500 abitanti ed un territorio comunale della superficie di 182 kmq.
Sgarbi è sempre stato un personaggio alquanto eccentrico e, ogni tanto, criticabile in alcune sue convinzioni: forse questo mi aveva (e, con me, credo molti altri) lasciato perplesso in merito alla sua nomina di Sindaco di un comune. Sono passati alcuni mesi e devo ricredermi: alcuni giorni fa (29 novembre 2008) il quotidiano La Repubblica ha dedicato un articolo (a cura di Fabrizio Ravelli) all’operato eseguito finora da Sgarbi (http://www.vittoriosgarbi.it) nel comune di Salemi, ed ho scoperto delle cose davvero interessanti.
Dobbiamo dire che Sgarbi sta letteralmente stravolgendo il comune di Salemi, in senso positivo si intende: Sgarbilandia l’ha chiamata Francesco La Licata questa nuova stagione di Salemi, tanto è forte l’impronta del Sindaco nel paese. Tutti lo inseguono, tutti lo adorano e lui è iper-attivo, in ogni campo: si è contornato di assessori dai nomi importanti, come Oliviero Toscani (alla Creatività!) e Bernardo Tortorici Montaperto (principe di Raffadali, all’Urbanistica e Patrimonio). Tutti parlano ora di Salemi e della nuova giunta, anche fuori dai confini nazionali: intellettuali vengono qui da ogni parte del mondo per vedere l’operato del Sindaco. Davvero interessanti le sue iniziative:
- si sta recuperando totalmente il centro storico: i vecchi edifici vengono venduti ai privati ad 1 € ed il privato si accolla la spesa per il recupero del fabbricato, nel massimo rispetto della conservazione dei vecchi stili;
- si stanno sistemando i musei; è stato addirittura istituito un provocatorio “Museo della Mafia” e si stanno organizzando varie mostre culturali;
- si sta sostenendo l’agricoltura biologica e si stanno diffondendo prodotti naturali come il pane e l’olio;
- è partita una nuova gestione del castello svevo, per ridargli vita: è stato affidato a Oliviero Toscani il quale all’interno del castello ha allestito vari laboratori per giovani. Ha messo un’inserzione e si sono presentati ben 600 giovani in appena 3 giorni, tutti ricchi di idee pronte per essere messe in atto: si vuole infatti mettere il potere in mano a dei giovani appassionati;
- il Sindaco e tutti gli assessori non percepiscono compensi, tutto rimane nelle casse comunali;
- i tre assessori Tortorici, Glidewell e Cecchini stanno lavorando per estendere il vincolo paesaggistico a tutto il territorio comunale, stanno chiudendo le pratiche per annettere al Comune gli edifici terremotati (pratiche mai finite in 30 anni!!) e stanno lavorando sulla modifica del Piano Regolatore Generale che è rimasto inalterato per 20 anni permettendo uno sfascio del territorio (come del resto in molti altro comuni italiani);
- Sindaco ed assessori danno una mano in varie operazioni: il Sindaco sistema l’illuminazione pubblica di tasca propria e aiuta il parroco nella sistemazione della chiesa e della sagrestia, mentre l’assessore Cecchini abita in alcuni locali concessigli dal prete; Sindaco ed assessori girano sempre per le vie cittadine per controllare il corso dei lavori e lo stato del paese.
Davvero iniziative molto interessanti per ridare vita ad un centro rimasto per molti anni racchiuso nel suo inattivo silenzio. Sgarbi ha infatti detto: “Faremo di Salemi una città illuminata e colta”. Poco importa a questo punto se l’inventore della candidatura Sgarbi, Pino Giammarinaro, che ora segue Sgarbi in ogni sua mossa, sia stato un boss democristiano passato indenne (con qualche patteggiamento e un’assoluzione) attraverso diverse indagini antimafia. Quello che conta è l’operato sensazionale che Sgarbi sta svolgendo e che dovrebbe essere un esempio per tutte le altre amministrazioni comunali italiane: un esempio di come si può far rivivere un paese puntando sul rispetto del territorio senza far prevalere, sempre e comunque, gli interessi politici ed economici come invece succede in molti altri comuni italiani. Solo una piccola pecca, magari lancio un'idea: non è ancora stato fatto un sito web dedicato al Comune di Salemi (al momento c'è solo quello della Proloco http://www.prolocosalemi.it), sarebbe molto utile.

GROENLANDIA: sì all’addio alla Danimarca!

Alcuni mesi fa dedicai un post al referendum che si sarebbe tenuto in Groenlandia per decidere se staccarsi o meno dalla terra madre, la Danimarca. Il referendum si è svolto martedì 25 novembre 2008: hanno votato il 72% degli aventi diritto al voto (39.000 circa) e, di questi, il 75.5% ha detto sì al distacco dalla Danimarca!!
L’idea del referendum era partita un po’ di tempo fa dal premier regionale (di destra conservatrice) Hans Senoksen, il quale dopo l’esito vittorioso ha affermato: “Sono commosso, particolarmente commosso, e in questo momento penso ai nostri umili avi. Decenni, secoli dopo, ci viene riconosciuta la dignità di nazione. Con la scelta del sì ci siamo però presi una grande responsabilità”.
Ripercorriamo velocemente la geografia e la storia della Groenlandia: è l’isola più grande del pianeta con i suoi 2.160.000 kmq di superficie, l’80% del suo territorio è ricoperto di ghiacci ed è popolata da soli 57.000 abitanti, quasi tutti concentrati nella capitale Nuuk (la città più settentrionale al mondo, posta lungo la costa sud-occidentale dell’isola), vi si parla il groenlandese (lingua vicina all’Inuit), fu scoperta circa 300 anni fa da alcuni esploratori della reale marina di Copenaghen e da allora è sotto l’autorità della Danimarca. Ricordiamo che attualmente la Danimarca versa delle sovvenzioni alla Groenlandia per il suo sostentamento, per un ammontare di 3,2 milioni di corone all’anno (circa 588 milioni di dollari).
Il nuovo accordo di autodeterminazione groenlandese entrerà in vigore il 21 giugno 2009 e prevede quanto segue:
1) cade lo status di amministrazione autonoma sotto l’egida danese ed entra in vigore un vero e proprio autogoverno groenlandese, pur rimanendo sotto il controllo della Danimarca;
2) viene riconosciuto ai groenlandesi il diritto all’autodeterminazione e la loro dignità nazionale;
3) i proventi dell’estrazione del petrolio andranno per i primi 12 milioni di dollari ogni anno alla Groenlandia e per ogni cent successivo andranno divisi a metà tra Groenlandia e Danimarca;
4) piena autonomia dalla Danimarca, poteri sovrani in polizia e giustizia, groenlandese lingua ufficiale, mentre la Danimarca conserverà la sovranità in politica estera e difesa;
5) si apre un periodo che porterà all’indipendenza totale, per la quale sarà necessario un secondo referendum: la Groenlandia punta pertanto a diventare nel 2016 il primo Stato eschimese nel mondo.
Naturalmente i democratici dell’isola si sono schierati per il no al referendum, e non gli si possono dare tutti i torti. Jens Fredreiksen dei democratici ha affermato: “Senza un’economia sana è illusorio pensare all’indipendenza dell’isola”. Infatti nell’isola non ci sono ferrovie, non ci sono strade, l’80% del territorio è ricoperto di ghiacci e quindi (anche per il clima) non si può attuare alcuna forma di agricoltura, quando il clima lo permette si può viaggiare solo in nave e in aereo, diffusa povertà, alto tasso di alcolismo, sviluppo praticamente zero dell’istruzione superiore, pochissime industrie. Purtroppo sono tutte mancanze che non possono permettere ad uno Stato di sopravvivere: certo, la Groenlandia punta tutto sulle sue immense risorse naturali nascoste sotto i ghiacci nel suo sottosuolo (petrolio, gas naturale, diamanti e minerali preziosi) e, proprio per il fatto di non avere soldi per difendere con sue forze armate queste risorse, al momento gli sta bene che la Danimarca mantenga la sovranità in materia di difesa nazionale.
Diciamo quindi che la Groenlandia, una volta diventata Stato, non potrà più contare solo su pesca, caccia e turismo, e se a questo aggiungiamo tutte le mancanze sopraccitate diventa davvero difficile la sopravvivenza dello Stato stesso: ma come dicevamo, la Groenlandia punta tutto sulle sue risorse minerarie, ma credo che questa potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Se da un lato ci sarebbero sicuramente per essa dei forti introiti economici, dall’altro questo non gioverebbe certo al nostro pianeta in fatto di inquinamento, distruzione del territorio e cambiamento climatico (quest’ultimo mai così veloce proprio in questo angolo di pianeta). Ma ho paura che, alla fine, saranno solamente gli interessi economici a prevalere…

Fondi privati per la ricerca?

È un tema scottante quello dei tagli ai fondi per la ricerca in Italia: si sono sollevate accesissime polemiche, giustamente, per questo spregiudicato taglio in atto da alcuni anni. Purtroppo si taglia sempre dove non si dovrebbe tagliare (ricerca, cultura, ambiente, scuola) invece di avere il coraggio di tagliare dove invece si dovrebbe assolutamente tagliare (spese del Parlamento, Province, enti vari). Per questo Ottone Di Pietro nella sua rubrica “Vizi & Virtù” dell’inserto Il venerdì del 5 dicembre 2008 del quotidiano La Repubblica ha scritto un interessante articolo intitolato “Fondi privati per la ricerca? Non è una brutta idea”, che qui riporto integralmente.
“Professori universitari con lo sponsor? Il finanziamento di cattedre da parte di grandi società è diffuso in numerosi Paesi, e si fa anche in Italia. È un’ottima istituzione. Il collegamento fra industria ed università è fattore di progresso: produce ricchezza, quindi benessere. In ormai anni lontani, quando ero giornalista militante e andavo in giro per il mondo, capitai ad Atlanta e mi resi conto che la Georgia (la Georgia americana, ovviamente) aveva compiuto in pochi anni progressi prodigiosi. Era stata fino a un passato recente una regione in crisi, arretrata, addormentata, senza speranza, paragonabile, nelle debite proporzioni, al nostro Mezzogiorno; e in poco tempo si era svegliata, era diventata ricca, dinamica, moderna. La trasformazione era dovuta in primo luogo al fatto che la regione si era agganciata al progresso tecnologico. Come era stato possibile? Mi spiegarono che il miracolo era dovuto in parte notevole alla collaborazione fra università e grande industria. Nei miei articoli auspicai l’adozione di una formula analoga nel nostro Mezzogiorno. Potremmo fare molta strada anche noi, con quella formula. Potrebbero farla tanti paesi mediterranei. Ma da noi sorgono adesso alcuni dubbi: potevano mancare? C’è chi teme che la sponsorizzazione di attività universitarie da parte di imprese sia un’insidia per la purezza della ricerca, e contamini l’università, o per lo meno le cattedre sponsorizzate, con gretti interessi aziendali. Timori fondati? Sì, certamente. Può succedere che l’azienda sponsorizzatrice si aspetti vantaggi veniali, ricerche addomesticate. Ma questo dipende dal grado di onestà di chi sponsorizza e, soprattutto, di chi si è sponsorizzato. Se il professore titolare di una cattedra sponsorizzata è persona onesta, persona per bene, ogni contaminazione sarà evitata. Chi onesto e per bene non è, d’altra parte, troverà sempre il modo di trarre dalla sua posizione vantaggi illeciti, favorendo interessi veniali di questa o quell’impresa: con o senza sponsorizzazione. Ma non dovrebbero essere i professori una guida morale, oltre che una fonte di conoscenza, per i ragazzi? In ultima analisi, è questo il vero problema: la scelta dei professori. Le notizie di questi giorni rivelano che la nostra università è in crisi. Vediamo dunque di scegliere bene i professori, in primo luogo. E intanto, ben vengano le sponsorizzazioni, che comunque produrranno vantaggi”.

sabato 13 dicembre 2008

ARTE: dalla rovina alla rinascita, forse...

Pochi giorni fa sul quotidiano La Repubblica il giornalista Giuseppe M. Della Fina ha dato spazio ad un evento molto particolare inerente la nostra cara ARTE. È cominciata infatti a Roma la mostra “Rovine e rinascite dell’arte in Italia”, che si terrà fino al 15 febbraio 2009 all’interno del Colosseo: tale mostra non cade in un periodo qualsiasi ma nel centenario del primo provvedimento organico di tutela dello Stato Italiano. Stiamo parlando della legge n° 364 del giugno 1909 con la quale venne introdotto in Italia il riconoscimento del prevalente interesse pubblico delle opere d’arte e di antichità (ad esempio, tra tutti i principi, si prevedeva che la proprietà del bene archeologico spetta allo stato e non al proprietario del terreno dove è avvenuto il ritrovamento, anche se gli viene comunque riconosciuto un risarcimento: ricorderete tutti lo scandalo scoppiato poche settimane in seguito alla tentata presentazione al Parlamento da parte di Gabriella Carlucci di due provvedimenti per permettere ai privati di sanare i reperti antichi, ovvero tu paghi e ti tieni il reperto…).
Quella legge fu ispirata (seppur parecchio tempo dopo) da un articolo del 1868 dell’archeologo Gian Francesco Gamurrini apparso sulla rivista "Nuova Antologia", il quale chiedeva: “Si emani finalmente una legge salutare, credo che l’onore dell’Italia, della storia e dell’arte la richiedano urgentemente, e credo che si possa rispettare il diritto di proprietà anche col frenare un poco una cupidigia rapace ed un’ignoranza demolitrice”. Mai parole sono state così attuali, a distanza di 140 anni!!!
L’esposizione che si tiene a Roma è divisa in sei sezioni e ripercorre la storia della tutela in Italia, dalle origini fino all’epoca attuale: vi sono esposte 60 opere ritenute esemplari, provenienti da diversi musei italiani ed europei. Ad esempio, troverete l’Arringatore (un bronzo etrusco raffigurante un personaggio maschile che invita al silenzio prima di un discorso pubblico, proveniente dalla splendida collezione della famiglia Medici e di Cosimo I granduca di Toscana), la Ballerina (una statua di ninfa relativa al Regno di Napoli), la Hestia Giustiniani (splendida statua della collezione Torlonia), un pannello in opus sectile (proveniente dalla Basilica di Giunio Basso, che è stata una delle prime opere ad essere stata vincolata per effetto della legge del 1909), e molte altre. Se siete a Roma vale la pensa di visitare questa mostra: credo che visitandola si possa comprendere appieno l’importanza dell’arte nella nostra cultura e per il nostro paese, un patrimonio che ci invidia tutto il mondo.
E, a proposito di arte, c’è anche la polemica, sempre in questi giorni, per la riduzione del numero di ore di insegnamento dell’arte nelle scuole italiane. E, sempre sul quotidiano La Repubblica, è apparsa pochi giorni fa una lettera di Giulia Maria Crespi, presidente del FAI (Fondo Ambiente Italiano: http://www.fondoambiente.it), rivolta al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, e che riporto fedelmente: “Gentile Ministro Gelmini, perché decine di milioni di turisti vengono ogni anno in Italia? Oltre che per godersi il dolce clima e per ammirare quanto rimane del nostro paesaggio, i turisti vengono per vedere la nostra archeologia, i palazzi, i nostri musei. Ma per poter amministrare e conservare con competenza il nostro patrimonio, non soltanto sono necessari esperti studiosi dell’arte, ma la stessa storia dell’arte deve essere conosciuta e assorbita dall’intero settore di popolazione che si occupa del bene pubblico o che ha anche marginalmente da fare in questo settore perché nulla è separato e tutto è collegato. Mi riferisco a politici, assessori e tecnici, come pure imprenditori, finanzieri, uomini di chiesa e parroci, ecc… ed è soltanto attraverso lo studio scolastico che la cultura artistica può penetrare e far parte del Dna di tutti gli italiani. Questa è una ragione per cui Le chiediamo di assicurare agli studenti un insegnamento della storia dell’arte adeguato! Ci riferiamo in primo luogo agli studenti del liceo classico, scientifico ed artistico, la cui formazione non può prescindere da tale insegnamento. L’allungamento dell’ora di storia dell’arte anche ai primi due anni del liceo classico, così come Lei ha indicato, è intanto un primo, indispensabile passo di questo percorso, ma deve necessariamente essere accompagnato da un ulteriore incremento del monte ore totale. Con altrettanta sollecitudine ci preme sottolineare la necessità di introdurre la storia dell’arte anche nelle scuole tecniche legate ai temi artistici ed ambientali, quali ‘Grafica e Comunicazione’ e ‘Costruzioni, Ambiente, Territorio’: anche loro sono tra quelli che domani verranno chiamati in prima persona a difendere i principi enunciati nell’art. 9 della Costituzione, e potranno farlo consapevolmente solo se educati alla conoscenza e alla tutela storico-artistica. Dobbiamo ben sapere chi erano Churchill e chi era Tarquinio Prisco o Guido Guinizzelli, ma è altrettanto indispensabile che conosciamo il nome e l’opera di Palladio e Sansovino, di Hayez e De Pisis!”.
Concordo con ogni singola parola detta dalla sig.ra Crespi: è assolutamente necessario puntare sull’insegnamento della cultura ai nostri alunni. E proprio lo scorso 11 dicembre si è tenuto a Roma, presso la Biblioteca del Cnel, un incontro promosso da ANA-STAR (Associazione Nazionale Storici dell’Arte), ANISA (Associazione Nazionale Insegnati di Storia dell’Arte) e CUNSTA (Consulta Universitaria Nazionale di Storia dell’ARTE), per la costituzione di un Osservatorio sulla professione di storico dell’arte approfondendo temi quali la formazione universitaria, la tutela del profilo professionale e i concorsi nella pubblica istruzione. Quindi le basi ci sono, manca solo l’aiuto del governo…

Clima e popolazione...

Da qualche settimana (precisamente da fine ottobre) l’Italia è interessata a più riprese da intense ondate di maltempo, con piogge a tratti alluvionali (vedi Sardegna e Lazio), nevicate eccezionali (Alpi sommerse da metri di neve, ma anche la pianura piemontese, come non accadeva da decenni), mareggiate tremende (vedi Campania, Liguria e Calabria), nubifragi devastanti ovunque, venti molto forti ed acqua alta eccezionale a Venezia: il tutto sta durando da circa un mese e mezzo. Ora si comincia a tirare in ballo il cambiamento climatico: cambiamento climatico che sicuramente è in atto, tuttavia è assolutamente impensabile stabilire se questo prolungato maltempo sia un suo frutto oppure no. Piuttosto dobbiamo pensare che il cambiamento climatico in atto porterà, molto probabilmente, un aumento di questo tipo di fenomeni intensi: tali fenomeni si sono sempre verificati nei secoli, quello che preoccupa è piuttosto il loro continuo ripetersi.
Purtroppo ci sono state anche numerose vittime nel nostro paese in questo mese e mezzo di maltempo, oltre a notevoli disagi e a danni ingentissimi: a tal proposito ho trovato un interessante articolo del meteorologo Luca Mercalli, intitolato “Generazione no limits”, apparso sul quotidiano La Repubblica di domenica 7 dicembre 2008, che fotografa pienamente e chiaramente la situazione in cui versa il nostro paese ad ogni ondata di maltempo. Il meteorologo si chiede infatti come mai tutto nel nostro paese si blocchi non appena si verifica una nevicata in pianura, un nubifragio in una città, ecc… quando ormai ci sono previsioni meteorologiche molto dettagliate e precise che danno l’allarme con almeno un paio di giorni d’anticipo e con una diffusione incredibile (TV, internet, radio, telefonini, sistemi di navigazione GPS, webcam). Eppure succede, tutto si blocca e, secondo lui, i motivi sono tre:
• viviamo in un paese sovraffollato e soprattutto sovrasfruttato: quasi 60 milioni di persone, 35 milioni di automobili, espansione edilizia sfrenata, decine di migliaia di km di strade ed autostrade, acquedotti, gasdotti, linee telefoniche ed elettriche, industrie a non finire, centri commerciali, poli logistici, impianti sportici, villette e capannoni. Non c’è un solo pezzetto di territorio che non abbia qualcosa che si può rompere o può essere danneggiato dagli eventi atmosferici;
• c’è una questione psicologica, crediamo di essere onnipotenti, ce lo insegna la pubblicità “no limits”: nevica (e le previsioni lo avevano annunciato) ma ci si avventura per le strade con la propria auto di ultimo grido senza le catene a bordo; il fiume ingrossa e con la propria auto si deve andare sugli argini dello stesso per soddisfare la propria curiosità, incuranti dell’enorme rischio che si sta correndo; andiamo a sciare (e le previsioni meteo sconsigliano il fuori pista) ma facciamo il fuori pista ad ogni costo, scatenando valanghe tremende. È proprio in questi casi che si verificano i morti che, secondo l’informazione, sono attribuibili al maltempo (incidenti stradali, persone travolte dalle acque o dalle valanghe, ecc…), anche se sarebbe più giusto dire che sono i “morti dovuti alla loro imprudenza”;
• siamo sempre meno esercitati a rapportarci con l’ambiente esterno: il nostro modo di vita ci ha abituati a vivere in una sorta di clima controllato, in estate e in inverno, in qualsiasi luogo siamo (casa, ufficio, bar, auto, ecc…), con abbigliamenti sempre più omogenei e con pochi aggiustamenti stagionali, in pratica non si vivono più sulla pelle le care stagioni nostrane.
A tutto questo aggiungiamo l’incuria in cui versa il nostro territorio, frutto di decenni di abusi e di sprechi: costruzioni nate sugli alvei dei fiumi, deforestazione sulle nostre montagne con aumento del dissesto idrogeologico, scarsa pulizia degli alvei dei fiumi, scarsa pulizia delle città (vedi il caso di Roma di questi giorni ove le foglie non raccolte, unite ad un eccezionale nubifragio che ha scaricato 87 mm d’acqua in una notte, hanno ostruito la rete fognaria impedendo il deflusso delle acque ed allagando immense aree della città). A tutto ciò mancava solo il cambiamento climatico…

Arca di Noè... alle Orcadi del Sud!

Quando si parla di biodiversità la mente porta subito al formidabile arcipelago delle Galapagos, al largo dell’Ecuador, dove approdò Darwin nel 1835 per compiere i propri studi sull’evoluzione avendo a disposizione sul posto una incredibile quantità di specie animali. Ma ora è stata fatta una scoperta sensazionale da una spedizione britannica: c’è un arcipelago di isole al largo dell’Antartide che possiede più specie animali delle Galapagos!!! Si tratta delle Orcadi del Sud, poste a 350 miglia a nord-est della Penisola Antartica: due isole principali (Isola du Couronnement e Isola Laurie) più vari isolotti, per una superficie complessiva di 620 kmq (quella delle Galapagos è di 8.100…). Le isole fanno parte dal 1962 del Territorio Antartico britannico (anche se sono rivendicate dall’Argentina…) e sono state scoperte nel 1821 dai cacciatori di foche e da Gorge Powell e Nathaniel Palmer. La spedizione britannica, del British Antarctic Survey, ha scoperto in queste isole ben 1.224 specie animali e 50 classi biologiche: delle 1.224 specie animali, 821 sono state scoperte sul fondo del mare!
La notizia è stata pubblicata in questi giorni sul Jornal of Biogeography e sulla stampa britannica e, in l’Italia, sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 3 dicembre 2008: una notizia che stravolge quanto pensato finora sulle biodiversità, ovvero che fossero concentrate principalmente nelle zone equatoriali. Infatti, le Orcadi del Sud non sono il posto al mondo con il maggior numero di specie animali (infatti ce ne sono di più alle Hawaii, alle Canarie o ai Caraibi), ma rovesciano la teoria secondo la quale le aree equatoriali fossero quelle col maggior numero di specie, escludendo quindi quelle a clima freddo. Ora si è scoperto che questo angolo di Polo Sud ha più specie animali della giungla tropicale!!! Infatti David Barners, capo della spedizione, al quotidiano Guardian di Londra ha rilasciato un’intervista dicendo: “Da tanto tempo c’era la convinzione che i Tropici sono ricchi di flora, che le regioni polari sono povere di fauna e che quelle a metà strada sono una via di mezzo. Questa è stata la prima volta che un gruppo di studiosi e accademici ha potuto esaminare attentamente la fauna di un arcipelago polare ed è saltato fuori che non è povero di vita animale proprio per niente”.
Il lavoro della spedizione britannica non è stato per niente facile, soprattutto per le proibitive condizioni meteo (venti gelidi e violenti e temperature di decine di gradi sottozero) e per gli attacchi animali (orche e leoni marini). La spedizione è stata fatta con la nave James Clark Ross e lo stesso Barners (che ha fatto immersioni in tutto il mondo) dopo essersi immerso in quello gelide acque ha affermato: “Non penso di avere mai visto così tante specie di animali marini riunite tutte in un solo posto”!
Dobbiamo anche dire che la spedizione britannica era partita con un altro scopo: studiare i cambiamenti nella biodiversità provocati dal surriscaldamento globale, considerato che l’Antartide è una delle zone al mondo dove la temperatura media sta aumentando più velocemente (+3°C negli ultimi 50 anni…). Da qui poi la sensazionale scoperta. Secondo Alessandro Giannì, biologo e responsabile della Campagna Mare di Greenpeace (http://www.greenpeace.it), i risultati di questo studio dovrebbero far riflettere sulla necessità di tutelare con lo strumento della riserva marina anche i Poli: il fattore principale dell’immensa biodiversità delle Orcadi del Sud è la stabilità degli habitat che favorisce la speciazione permettendo relazioni complesse tra organismi. Purtroppo questa stabilità è ora in forte pericolo in quanto lo scioglimento continuo dei ghiacci sta favorendo una pesca irresponsabile nonché l’attività esplorativa delle risorse minerarie (nonostante viga una moratoria sull’estrazione)… C’è quindi assolutamente bisogno di proteggere le aree polari in quanto hanno sempre regolato il clima del nostro pianeta: alterarle, significa alterare il loro clima (già in corso di mutamento) e, conseguentemente, quello dell’intero pianeta con ripercussioni imprevedibili…

L'Italia e le navi dei veleni...

Un po’ di tempo fai dedicai un post alle famigerate “navi dei veleni” (se ne era occupata anche la rivista “Nuova Ecologia”). La vicenda di una di queste è ora diventata un libro: si tratta di “Navi a perdere”, scritto da Carlo Lucarelli (136 pagine, costo € 10), che fa parte dell’iniziativa editoriale Verdenero (questo libro ne è il 13° titolo). Verdenero, lo ricordiamo, è una collana di libri nata dalla collaborazione tra “Edizioni Ambiente” e Legambiente (http://www.legambiente.eu), alla quale hanno collaborato grandi scrittori (Loriano Machiavelli, Piero Colaprico, Giancarlo De Cataldo, Simona Vinci, Wu Ming, Massimo Parlotto), che si è data come unico tema (attualissimo) l’ecomafia, e quindi storie di abusivismo, traffici illegali di rifiuti, distruzioni del territorio, speculazione edilizia e, appunto, anche queste navi di rifiuti che vengono fatte affondare in mare. Inquietante!!!
“Navi a perdere” parla della nave chiamata "Rosso", una motonave da carico che il 14 dicembre 1990 si era arenata su una spiaggia calabrese e poi affondò. Nel dicembre 1995 Natale De Grazia (capitano di corvetta), che stava indagando sulla Rosso e sulla scomparsa di altre navi per conto della Procura di Reggio Calabria, si ferma in un autogrill (stava andando a La Spezia), prende un caffé, risale in macchina (era assieme a due carabinieri), impallidisce, fa fatica a respirare e muore poco dopo per arresto cardiocircolatorio: aveva solo 38 anni, è una strana coincidenza…
Da qui parte il racconto di Carlo Lucarelli, da questa strana vicenda, dalle indagini compiute da De Grazia sulla nave Rosso e sulle navi cariche di veleni scomparse nei mari italiani (50 secondo Legambiente). Il libro parte dal 1988 e dai rifiuti speciali (diossina proveniente da Seveso…) trasportati appunti dalla nave Jolly Rosso (nome che poi diventerà solo Rosso). Un anno dopo affonda: non si trova la falla che avrebbe fatto imbarcare acqua, bensì un buco nello scafo netto e squadrato come se fosse stato fatto da una fiamma ossidrica… Ci sono molti lati oscuri: come il marinaio che nella tappa di Napoli scende dalla nave (ufficialmente per malattia) dicendo ai compagni di scendere perché quella nave non avrebbe fatto ritorno..; o come i container della nave (ne vengono recuperati 20 su 25, e gli altri 5? Eppure c’era il tempo…); o come i camion, quelli che di notte arrivano ad una discarica sparendo poi nel nulla.
Loredana Lipperini, che ha scritto un articolo in merito al libro sul quotidiano La Repubblica di martedì 9 dicembre 2008, parlando del libro punta sul fatto che la parola “dietrologia” viene spesso usata nel racconto: Lucarelli la usa richiamando molti misteri italiani, come la morte di Enrico Mattei ad Ustica o l’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin che stavano indagando proprio sull’ipotesi di traffico di armi e di rifiuti tossici in Somalia (armi arrivate mia mare e rifiuti tossici sotterrati sotto una strada costruita dalla cooperazione italiana)!
Il racconto di questo libro è purtroppo lo specchio di un’Italia in cui molto funziona in maniera losca, in cui molto è dettato dall’interesse economico a scapito, purtroppo e come sempre, del nostro caro ambiente e territorio.

martedì 25 novembre 2008

Semplificazione per la differenziata dei RIFIUTI ELETTRONICI

Nel precedente post vi ho parlato della raccolta differenziata delle pile – batterie esauste, ora voglio parlarvi invece di quelle dei rifiuti elettrici ed elettronici, così come vuole la direttiva europea Raee. Se ne è parlato recentemente alla fiera Ecomondo che si è tenuta a Rimini, partendo dai dati ufficiali: dal 1° gennaio al 30 settembre 2008 sono state raccolte più di 33.000 tonnellate di materiale elettrico ed elettronico, quantità aumentata rispetto agli ultimi anni grazie anche all’aumento dei centri di raccolta specializzati. Il 40% di queste 33.000 tonnellate è rappresentato da frigoriferi, il 27% da TV e monitor, il 19% da lavatrici e lavastoviglie (i cosiddetti “Grandi Bianchi”), il 14% da lampade e affini ed uno 0.28% da sorgenti luminose.
La direttiva europea Raee stabilisce una quantità annua raccolta pro-capite di 4 kg di rifiuti di tale tipo anche se, come dice Giorgio Arienti (direttore di Ecodem, il consorzio di recupero e riciclaggio degli elettrodomestici) non sarà facile. Si sta ora aspettando un decreto di semplificazione degli adempimenti a carico dei distributori che consentirà l’avvio del ritorno “1 contro 1”: in questo modo i consumatori potranno restituire i propri rifiuti elettrici ed elettronici sia ai centri pubblici di raccolta sia ai distributori nel momento in cui acquistano un nuovo prodotto in sostituzione di quello vecchio. Il sistema è partito un anno fa ma ancora oggi molti commercianti non sono attrezzati per poter ritirare rifiuti elettrici ed elettronici, e se li ritirassero ci sarebbe il rischio che li vadano a stoccare in strutture non a norma di legge. Per questo serve questa semplificazione del sistema, oltre che aumentare il numero delle oasi ecologiche ove i cittadini possono portare questi tipi di rifiuti, evitando quindi la laboriosa (per tale tipo di rifiuto) raccolta porta a porta. Dal canto loro, i commerciati vorrebbero aprire un tavolo di confronto col Ministero dell’Ambiente per discutere sulle modalità di applicazione della normativa e consentire, ad esempio, che nei centri commerciali ci sia un unico centro di raggruppamento e che i distributori possano portare questi tipi di rifiuti direttamente ai centri di smaltimento senza passare dalle piazzole comunali.
I dati dell’ONU ci dicono che ogni anno la produzione di rifiuti elettrici ed elettronici varia tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate (!!), ma come dice Greenpeace non si sa quale sia la loro esatta destinazione in quanto si tratta di un flusso nascosto che non viene intercettato dai sistemi di recupero attualmente in funzione: per flusso nascosto si intende la differenza tra la quantità di prodotti immessi in passato nel mercato e la quantità effettivamente recuperata come rifiuti dalle attività di raccolta. Purtroppo la maggior parte di questi rifiuti finisce nella rete di un business artigianale attivo nel Sud-Est asiatico (ove si recuperano metalli preziosi da tali rifiuti) o in alcuni paesi africani come il Ghana (ove vengono illegalmente smaltite immense quantità di rifiuti elettrici ed elettronici provenienti da Olanda, Germania, Svizzera, Danimarca e… Italia).
Purtroppo, come detto per la raccolta delle pile-batterie esauste, anche per i rifiuti elettrici ed elettronici ci sono state finora solo poche ed isolate iniziative per la loro raccolta, come ad esempio quella di Vodafone (in collaborazione con Legambiente ed Enel) per recuperare il silicio dei vecchi telefonini e riutilizzarlo per la produzione di pannelli solari (sono stati raccolti in tutto circa 11.000 telefonini che verranno utilizzati per produrre pannelli fotovoltaici da applicare alle scuole di sei città italiane).
E, sempre come detto nel precedente post per la raccolta delle pile-batterie esauste, anche per i rifiuti elettrici ed elettronici la loro raccolta e riciclaggio non solo ha un grande vantaggio in termini di protezione ambientale, ma anche in termini di produzione visto che si possono riciclare in nuova materia prima (basti pensare che da una tonnellata di telefonini gettati nella spazzatura si possono recuperare ben 150 grammi d’oro, un quintale di rame e tre kg d’argento!!!): naturalmente, ne varrà anche della nostra salute…

RACCOLTA PILE-BATTERIE: si fa ancora poco

Purtroppo di fa ancora poco per la raccolta differenziata delle pile-batterie esauste, considerato il loto contenuto altamente inquinante una volta che sono state consumate (contengono infatti mercurio, piombo e cadmio che devono essere assolutamente riciclati in quanto pericolosi per l’ambiente). Si calcola che ogni anno in Europa vengano vendute 800.000 tonnellate di batterie per automobili, 190.000 tonnellate di batterie industriali e 160.000 tonnellate di pile portatili non al piombo: attualmente la raccolta – trattamento – riciclaggio delle batterie usate si manifesta in maniera frammentaria in Europa, tanto che solo 6 paesi dell’Unione Europea (ovvero Germania, Olanda, Belgio, Austria, Svezia e Francia) hanno un sistema completo di raccolta e riciclaggio di qualsiasi tipo di pile-batterie usate.
In Italia, naturalmente, tale raccolta va a singhiozzo e a macchia di leopardo sull’intero territorio nazionale: e pensare che ogni anno si usano in Italia circa 13.000 tonnellate di batterie di qualsiasi tipo non al piombo. Manca nel nostro paese un sistema nazionale organizzato di raccolta e riciclaggio di tali rifiuti, che dunque viene per lo più svolto da alcuni Comuni. L’APAT stima che solo il 13.5% delle pile-batterie al nichel-mercurio, litio e nichel-cadmio usate nel nostro paese venga raccolto e riciclato, mentre la totalità delle pile-batterie alcaline e allo zinco-carbone finisce in discarica… E pensare che le pile-batterie usate, una volta raggiunto la conclusione della loro funzione, non solo sono potenzialmente pericolose da un punto di vista ambientale (tanto da esserne necessari la raccolta ed il riciclo), ma riciclandole si può riutilizzare il materiale esausto in esse contenute con vantaggi nella catena della produzione.
Manca quindi una rete nazionale e/o europea per la raccolta sistematica e completa delle pile-batterie, al fine di poter combattere insieme questa lotto contro l’inquinamento del nostro territorio. Ma c’è già qualche cenno positivo in merito: entro la fine dell’anno tutti gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno recepire la Direttiva n° 2006/66/CE che definisce i tempi ed i requisiti per la creazione di sistemi nazionali (che dovranno essere operativi entro il 2009) per la raccolta ed il riciclo di qualsiasi tipo di pile e batterie (al piombo e non). Tale Direttiva riguarderà, inoltre, qualsiasi tipo di pile e batterie indipendentemente dalla loro forma, volume, peso e destinazione d’uso: quindi, ogni tipo verrà riciclato. Pensate infatti, nel nostro piccolo, quanti tipi di pile e batterie utilizziamo nella nostra vita quotidiana: per il cellulare, per i telecomandi, per le sveglie, per gli orologi, per i giocattoli, per vari elettrodomestici, che possono essere allo zinco, al nichel-cadmio, alcaline, ecc… che seppur di piccole dimensioni sono dannosissime per la salute umana. Contengono infatti quantità piccole di metalli pesanti come cadmio, zinco, cromo e mercurio che, anche se in ridotte quantità, sono estremamente pericolosi per la nostra salute: pensate che un solo grammo di mercurio contenuto in una pila può gravemente inquinare 1.000 litri d’acqua (pari ad un metro cubo!). Per questo la Direttiva europea introduce anche delle limitazioni al contenuto di cadmio e mercurio nelle pile – batterie, promuovendo campagne di informazione e sensibilizzazione alla raccolta differenziata delle stesse, tra l’altro vietando assolutamente il loro smaltimento in discarica e il loro incenerimento.
Toccherà quindi prima allo Stato realizzare e coordinare una rete nazionale efficace per la raccolta delle pile – batterie esauste ed il loro successivo riciclaggio, dopo di che tocca a noi cittadini compiere quel piccolo gesto di pochi secondi di raccogliere le pile esauste ed inserirle negli appositi contenitori: un piccolo gesto che vale la salubrità dell’ambiente in cui viviamo e una garanzia per la nostra salute.

domenica 23 novembre 2008

MUESI ITALIANI: in forte pericolo l’arte contemporanea!

Diciamo pure la verità: l’arte non sta attraversando un buon periodo nel nostro paese, soprattutto da quando il centro-destra è salito al governo lo scorso aprile 2008 (lo sappiamo tutti che la cultura non è mai stata un cavallo di battaglia della destra).
Detto ciò parlano i fatti: il forte debito pubblico italiano (sconvolgente, tra l’altro) costringe tutti i governi degli ultimi anni (indipendentemente dal colore politico) a forti tagli di spesa. Quello che contraddistingue gli schieramenti politici è il modo con cui vengono attuati questi tagli e, soprattutto, a quali ministeri vengono imposti. Con questo attuale governo si stanno apportando tagli scellerati di fondi alla cultura e all’istruzione, che sono sempre state alla base di un buono Stato civile e democratico. Ci sono poi alcune politiche culturali fortemente discutibili messe in atto dall’attuale ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi: tra queste, l’elezione di Mario Resca (ex presidente di McDonald’s Italia) a super-manager dei musei italiani (non si discute la figura del super-manager per i musei, forse necessaria, né la persona di Mario Resca, quanto invece la sua non idoneità a ricoprire un ruolo culturale, visto che per anni ha fatto ben altro!), nonché aver espresso giudizi negativi nei confronti dell’arte contemporanea (ha infatti chiesto l’eliminazione della direzione generale che si occupa dell’arte contemporanea!). Proprio per aver detto di non capire l’arte contemporanea (lo ha detto, badate bene, il Ministro dei Beni Culturali!!!), lo stesso sta nominando ora personaggi che dell’arte contemporanea non ne apprezzano niente: ad esempio, ha nominato Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli come curatori del padiglione italiano alla Biennale di Venezia, i quali hanno subito rilasciato dichiarazioni contro l’arte contemporanea italiana. Un altro esempio è quello che ha fatto il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi: ha dato lo sfratto al museo cittadino di Palazzo Forti, che era adibito a galleria di arte moderna (era stato donato alla città nel 1937 da Achille Forti perché fosse adibito a sede espositiva): ora è stato messo all’asta (per ripianare i debiti della città) per 65 milioni di euro e, nel frattempo, è stato attuata una delibera per modificarne la destinazione d’uso da pubblico a “residenziale, commerciale e direzionale”!!! Le 1.500 opere del museo saranno traslocate nel Palazzo della Ragione e queste sono state le parole di Tosi: “Hanno spostato la diga di Assuan, figuriamoci se ci sono questioni per una parete”! Incredibile…
Molte altre situazioni si presentano alquanto delicate: a Torino entro la fine dell’anno lasciano l’incarico Ida Granelli (che ha abilmente guidato il Castello di Rivoli, uno dei sacrari italiani dell’arte contemporanea) e Pier Giovanni Castagnoli (che ha diretto la Galleria d’Arte Moderna), che difficilmente saranno rimpiazzabili. Il museo di Siracusa è ora senza direttore (quello precedente, Salvatore Lacagnina, è stato trasferito in Svizzera a dirigere l’istituto di cultura): ora non ci sono pretendenti. A Roma corrono i lavori del Maxxi, il museo del XXI secolo progettato da Zaha Hadid che dovrebbe essere inaugurato a breve: a Paolo Colombo, che ne aveva la consulenza direzionale, non è stato rinnovato il contratto e non è stato sostituito. Perché? Mah…
L’esempio più eclatante del blocco culturale italiano è quello del Macro, il museo di arte contemporanea di Roma che doveva essere uno dei simboli della rinascita culturale italiana e che invece oggi è chiuso (http://www.macro.roma.museum): si trova in via Reggio Emilia, formalmente è aperto ma le stanze sono sbarrate, non ci sono opere esposte. Da 6 mesi il Macro è senza direttore: 6 mesi indietro ci riportano al periodo delle elezioni politiche primaverili… Coincidenza? No! Danilo Eccher, che era stato nominato direttore del Macro dal precedente governo Prodi, è stato destituito dell’incarico dall’attuale esecutivo di centro-destra in quanto era considerato troppo veltroniano! Incredibile!!!
Credo che l’esempio del Macro rispecchi perfettamente la grave situazione in cui versano i musei italiani e, di conseguenza, la nostra cultura: tutto purtroppo in Italia, e anche la cultura appunto, ruota attorno alla politica (malata), che mai come in questi anni sta facendo il male assoluto del nostro paese. Il continuo susseguirsi di governi di vario colore e il volere di ognuno di questi di far valere il loro potere sta portando a tutto fuorché ad una stabilità duratura che possa portare ad uno sviluppo sensato dei vari rami della vita del nostro paese, tra cui anche la nostra cultura. In questo il super-manager dei musei dovrebbe essere d’aiuto: secondo il ministro Bondi doveva essere scelto tramite concorso pubblico ed invece si è subito rimangiato le parole visto che l’ha nominato di sua spontanea volontà alcuni giorni fa, ed ha scelto l’ex direttore di McDonald’s Italia… Cosa possiamo sperare di buono se le cose continuano ad andare così?

Arresto per rifiuti anche al Nord Italia!

Alcuni giorni fa vi parlai del decreto legge varato il 31 ottobre 2008 dal Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi per sancire la tolleranza zero in materia di rifiuti. Ricordiamo i punti salienti di quel decreto:
arresto: chi lascia per strada rifiuti ingombranti (frigoriferi, materassi, computer, elettrodomestici, divani, ecc…) e pericolosi (eternit, materiali edili, tossici, ecc…) sarà punito col carcere per un periodo che andrà da 6 mesi a 3 anni;
• rimborsi: il cittadino che porterà imballaggi usati (al massimo 100 kg al giorno) presso le aree di raccolte autorizzate riceverà un compenso forfetario;
• commissari: i Comuni che non faranno quanto previsto dalla legge in materia di raccolta dei rifiuti saranno commissariati su proposta del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso;
• regioni: tali norme saranno valide per le regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Nel mio post vi indicai la mia soddisfazione per la linea dura contro tutti coloro che rilasciano rifiuti ingombranti lungo strade, fossi, parcheggi, ecc… Tra l’altro è stato fatto anche un altro decreto che applica multe pesanti da € 500 ad € 1.000 per coloro che gettano rifiuti dalle auto o li rilasciano camminando: anche qui, personale grande soddisfazione contro questa immensa inciviltà che contraddistingue il popolo italiano.
Ritornando al decreto legge sui rifiuti ingombranti/pericolosi, sollevai tuttavia la mia forte perplessità sul fatto che il decreto avrebbe avuto valenza solo in alcune regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), quando invece si sarebbe dovuto estenderlo a tutto il paese perché anche nelle regioni del Nord ci sono esempi orrendi di rifiuti abbandonati per strada.
Bene, il governo ora ha fatto dietrofront su questo punto: è stato fatto un maxi emendamento al decreto rifiuti che è stato presentato giovedì 20 novembre 2008 in Commissione Ambiente alla Camera dal deputato del PdL Agostino Ghiglia (relatore del ddl). Ora il decreto viene esteso a tutta Italia: il decreto rimane uguale in ogni punto ma cambia la sua estensione territoriale, finalmente!
Tuttavia, meglio aspettare prima di brindare visto che la maggioranza ha preso tempo ed ha rinviato l’esame del testo alla prossima settimana: ci sono infatti alcuni esponenti del PdL che sono contrari all’estensione del decreto a tutto il territorio nazionale e non potevano che essere della Lega Nord, per la quale il Nord Italia è intoccabile. Queste sono le testuali parole del leghista Guido Dussin: “La norma contenuta nel decreto è efficace, lo confermano i 23 arresti recenti in Campania. Ma lo è nei territori in cui vige l’emergenza, non certo al Nord dove sarebbe inutile e dannosa. Soprattutto per le imprese”. Scusatemi, ma sono allibito di fronte a queste dichiarazioni: forse il sig. Dussin non ha mai visto i depositi di rifiuti di ogni genere (divani, materassi, elettrodomestici, computer, eternit, materiali edili e pericolosi) che vengono depositati lungo ogni tipo di strada, nelle piazzole di sosta delle grandi strade, lungo i fossati di campagna, nelle aree abbandonate, nei campi, e non si tratta di casi isolati, visto che se ne trovano dappertutto. Questa non è emergenza? Ma scherziamo, noi del Nord abbiamo la fortuna di scaricare ogni tipo di rifiuto dove vogliamo, che ce ne frega del nostro ambiente e della nostra salute, bisogna sempre pensare all’economia visto che le imprese possono così abbandonare i loro rifiuti dove vogliono senza spendere un soldo! Non ho letteralmente parole, soprattutto per il fatto che gente del genere è al governo e dovrebbe rappresentarci: non so se vi rendete conto in che mani siamo!!!

OGM all’assalto del biologico

È il titolo dell’articolo che il giornalista Carlo Petrini ha scritto per il quotidiano La Repubblica giovedì 20 novembre 2008. Dal 1° gennaio 2009 entrerà in vigore il nuovo regolamento comunitario per il biologico, il quale equiparerà l’agricoltura biologica a quella convenzionale per quel che riguarda la contaminazione accidentale da OGM! Fino a poco tempo fa si trattava di una bozza di regolamento per il biologico, alla quale si erano opposti fin da subito varie organizzazione (come Slow Food e Coldiretti) ed anche lo stesso Parlamento europeo (tra l’altro a grande maggioranza): questa bozza prevedeva che la soglia di contaminazione accidentale da OGM (al di sotto della quale continua essere lecito etichettare come biologici gli alimenti contaminati) fosse dello 0.9%, ovvero la stessa percentuale applicata nell’agricoltura convenzionale. A questo si erano ribellate le varie organizzazioni ed il Parlamento europeo i quali volevano invece che questa percentuale fosse molto più bassa, ovvero lo 0.1%, al fine di garantire al consumatore la massima sicurezza alimentare: si chiedeva lo 0.1% perché era il minimo tecnicamente rilevabile, al di sotto del quale gli strumenti di rilevamento non funzionano. In pratica si pensava (lecitamente) che se c’è traccia di OGM non si può parlare di biologico (http://www.liberidaogm.org).
Ed, invece, le cose sono andate diversamente: la Commissione ha ignorato il voto addirittura dello stesso Parlamento europeo, una cosa incredibile, considerate anche le molte voci di protesta che si erano sollevate da più parti. Credo proprio abbia ragione il sig. Carlo Petrini quando dice che: “L’unica spiegazione che mi sono dato è veramente sgradevole. Ha a che fare con la volontà politica di danneggiare ancora una volta le produzioni sostenibili e di qualità, favorendo le lobby del ‘tanto peggio tanto meglio’, economicamente potentissime, che nella mancanza di rigore normativo non possono che proliferare”.
Naturalmente questa nuova normativa sarà una batosta per l’agricoltura biologica europea ma, soprattutto, italiana: nel 2007 nel nostro paese sono stati coltivati a biologico 1.150.000 ettari di terreno impiegando oltre 50.000 operatori (di cui più di 43.000 sono produttori). E qui riporto un altro passo dell’articolo di Petrini: “La difesa dell’autentico made in Italy, della qualità e della tipicità dei nostri prodotti, del senso stesso della dieta mediterranea, passa dalla difesa delle produzioni biologiche, passa dalle mani di quanti creano profitto e benessere, nel senso più completo, senza danneggiare il pianeta. Ebbene, sembra che questi signori nessuno abbia voglia di proteggerli. Per lo meno non a Bruxelles”.
Ha ragione lo stesso Petrini quando dice che dovremmo essere superiori: anche se dal 1° gennaio 2009 entrerà in vigore la nuova normativa, i coltivatori italiani di biologico dovrebbero continuare ad essere “completamenti liberi da OGM”, lasciando la percentuale dello 0.9% ad altri coltivatori scellerati. In tale maniera non si correrebbero rischi di procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea, si correrebbe il rischio di fare la figura di quelli che all’agricoltura biologica tengono davvero (e sarebbe una bella figura), e si garantirebbe la massima trasparenza delle informazioni ai consumatori.
Concludo con la parte finale dell’articolo di Petrini, chiarissima e che descrive alla perfezione quello che potrebbe succedere: “Altrimenti tutti noi dal 1° gennaio 2009 avremo una ragione in meno per comprare biologico, da qualunque parte dell’Europa esso provenga. E l’unico biologico di cui potremo ancora fidarci sarà quello dei paesi più poveri, quello che producono biologico per forza (e dunque per davvero) e non per regolamento”…

Nuova vita ai beni confiscati alla MAFIA

La Legge n° 646 del 13 settembre 1982, nota come Legge Rognoni-La Torre, prevede la confisca dei beni gestiti dalla mafia: fino al 31 dicembre 2006 sono stati confiscati alla mafia ben 7.328 beni immobili (terreni, edifici, ecc…), dei quali l’83% sono dislocati nelle regioni meridionali (di questi il 45% in Sicilia), ma spicca anche un 17% confiscato in Lazio e in Lombardia… Di questi 7.328 beni, 3.372 sono già stati destinati ad altri scopi, 3.835 sono stati censiti ma non ancora destinati (50% appartamenti, 26% terreni e 24% pertinenze), mentre 121 sono “non destinabili”. Molte anche le aziende confiscate (sempre dati riferiti al 31 dicembre 2006): ben 831, di cui il 34% in Sicilia e il 15% in Lombardia… Ma a cosa vengono destinati i beni confiscati? Il 36% viene adibito ad aree destinate a fini sociali (sport, giochi, verde pubblico, utilità sociali), il 28% a finalità sociali (edifici per comunità di tossicodipendenti, immigrati, anziani, minori, handicappati, famiglie), mentre il 21% è adibito a finalità istituzionali (uffici giudiziari, scuole, assicurazioni, uffici comunali).
Ora è arrivata la notizia (pubblicata dal quotidiano La Repubblica martedì 11 novembre 2008) che è stato realizzato un agriturismo in una villa confiscata a Totò Riina: una villa con vista mozzafiato sulla vallata di Gorgo del Drago, a Corleone. La proprietà Riina era qui composta da due fabbricati rurali che sono stati recuperati e trasformati in agriturismo con 88 coperti, 16 posti letto (a circa € 60-70 la notte) e 40.000 mq di terreno. I lavori di inaugurazione sono stati condotti dai ragazzi della cooperativa Pio la Torre: nel nuovo agriturismo verranno prodotti vino e legumi, e si cucineranno prodotti coltivati nei terreni circostanti confiscati alla mafia. Tali lavori saranno svolti dalle coop e dai ragazzi di Libera (http://www.libera.it).
Ci sono molti altri esempi di beni confiscati alla mafia e ridati a nuova vita: a San Giuseppe Jato (30 km da Corleone) verrà inaugurato il “Giardino della Memoria”, realizzato nella masseria in cui i carnefici della cosca di Giovanni Brusca sequestrarono, strangolarono e sciolsero nell’acido il corpo del tredicenne Giuseppe Di Matteo, che aveva l’unica “colpa” di essere il figlio del pentito Santino Di Matteo.
Il ministro dell’interno Roberto Maroni ha affermato di varare presto delle norme per l’attribuzione di poteri straordinari per l’utilizzo immediato di questi beni. Il tesoro delle cosche vale ben un miliardo di euro: ci sono 1.700 beni sequestrati in mano alle banche per debiti o pignoramenti e che presto saranno messi all’asta, e per questo Don Ciotti propone alle banche di fare una sanatoria.
Altra bella iniziativa sarà l’inaugurazione (a gennaio 2009) nelle terre confiscate a Totò Riina del primo centro di confezionamento di tutti i legumi prodotti dal consorzio “Sviluppo e Legalità”, grazie ad un investimento di € 270.000 (infatti, fino ad ora i legumi coltivati nei terreni confiscati in Sicilia venivano spediti in Umbria per essere lavorati, confezionati e poi ridistribuiti sul territorio nazionale). Il Consorzio “Sviluppo e Legalità” riunisce le coop Placido Rizzotto, Lavoro e non solo, Pio La Torre ed Elios, le quali dai 700 ettari di terra confiscati alla mafia producono pasta, vino, meloni, pomodori, ceci e lenticchie. Ora si vuole fare la stessa cosa con lo stabilimento della pasta ottenuta da prodotti confiscati alla mafia: infatti ora lo stabilimento si trova a Mantova ma si vuole portarlo, giustamente, in Sicilia.
E ancora: 250.000 bottiglie di vino prodotte quest’anno dalle viti coltivate sui terreni dei boss Brusca e Riina, a Corleone la villa della famiglia Riina ospita adesso un istituto agrario, a Palermo uno degli appartamenti sequestrati ai prestanome dei boss è ora la sede di Addio Pizzo, mentre in un negozio confiscato alla mafia c’è ora la bottega di Libera ove si vendono prodotti ottenuti dalle terre confiscate.
La lotta alla mafia continua e con l’utilizzo dei beni confiscati “si prendono due piccioni con una fava”.