martedì 11 marzo 2008

“Come vincere la sfida dei rifiuti”…

Si potrebbe dire che negli ultimi mesi è aperto il dibattito su come risolvere il problema dei rifiuti che attanaglia la Campania (e non solo): si potrebbe dire ma non lo posso dire, perché dibattito non c’è, visto il coro (quasi) unanime di TV e giornali per i termovalorizzatori (in pratica inceneritori che producono energia). Dibattito è quando, su questo esempio, si propongono i termovalorizzatori e, allo stesso tempo, si espongono le loro “controindicazioni” (e, nel caso degli inceneritori, sarebbero tante…). Questo però non succede e così tutti coloro che propongono i termovalorizzatori ne tacciono i gravi problemi che conseguono. Ma lo sappiamo come la parola “dibattito” in Italia abbia un significato diverso rispetto ad altri paesi… Per fortuna ogni tanto riesco a scovare qualcuno che va controcorrente e che, con il senso del dovere, espone e tratta il problema dei rifiuti anche (e soprattutto) cercando di salvaguardare l’ambiente e la salute umana. Il titolo di questo mio post riprende fedelmente il titolo di un articolo del giornalista Guido Viale, apparso su una colonna a tutta pagina sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 5 marzo 2008. L’articolo è molto lungo ma, vista la sua importanza, cercherò di farne un bel riassunto, anche perché condivido ogni singola riga di questo approfondito articolo. Il giornalista spiega che il problema dei rifiuti dipende da due tipi di culture: una “cultura della crescita” e una “cultura della sobrietà”. Analizziamole.
Per “cultura della crescita” intende la continua crescita dei rifiuti, che dipende dal costante aumento dei consumi della popolazione: ha ragione quando sostiene che “Il danno collaterale del consumo è costituito dai rifiuti, perché tutto ciò che viene prodotto è destinato a trasformarsi in rifiuto in un lasso di tempo sempre più breve”. La “cultura della crescita” ha sempre una soluzione pronta, che però quasi sempre non è dettata dalla ragione ma dalla convenienza: infatti per i rifiuti prima c’era la discarica (più o meno controllata), poi l’inceneritore (bruciare per far sparire), poi il termovalorizzatore (si è scoperto che dall’incenerimento si produce energia: ma nessuno dice che si tratta dell’energia più costosa che si sia mai prodotta sulla Terra visto che, oltretutto, brucia anche tutta l’energia che viene consumata per produrre in origine quei materiali che, anziché essere riciclati, vengono poi inceneriti!!!), infine il “ciclo integrato” con la separazione del rifiuto umido da quello secco e un po’ di raccolta differenziata, ma non troppa altrimenti il termovalorizzatore si spegne. Quali effetti? Pochissimi rifiuti vengono riciclati costringendo quindi al continuo utilizzo di nuova materia prima per produrre nuovo vetro, nuova plastica, nuova carta, ecc…; per non parlare di quelle polveri sottilissime che nemmeno i filtri più moderni dei camini degli inceneritori trattengono e che sono dannosissime per la salute umana (causano un sensibile aumento di tumori, patologie gravi e malformazioni); infine le enormi quantità di scarto da incenerimento (per il principio che “nulla si crea e nulla si distrugge”) che deve essere smaltito in discarica (molte delle quali non sono impermeabilizzate e continuano ad inquinare terreni e falde acquifere). A tal proposito vi consiglio di guardare la prima puntata della nuova serie di “Report”, il programma di RAI3 condotto dalla bravissima Gabanelli che, proprio domenica 09 marzo 2008, trattava delle sostanze tossiche che in questi anni sono state sepolte nelle discariche campane con effetti devastanti sul territorio…
Per “cultura della sobrietà” intende invece la possibile riduzione alla fonte dei rifiuti che produciamo. Iniziamo a ridurre gli imballaggi, ma questo dovrebbero farlo le aziende fornitrici dei prodotti ai supermercati. Oggi gli imballaggi rappresentano il 40% dei rifiuti urbani in peso e ben il 70-80% in volume: quindi, per abbatterli, servirebbe la vendita sfusa (come già succede in alcuni supermercati) di detersivi, caffè, latte, vino, pasta, riso, ecc… nonché la vendita di prodotti riutlizzabili e non più usa-e-getta (come i pannolini lavabili): sarebbe un grande aiuto alla riduzione dei rifiuti (all’argomento ho dedicato un post pochi giorni fa). E poi diffondere ovunque la raccolta differenziata porta-a-porta: questo servirebbe a responsabilizzare gli addetti perché intrattengano un rapporto diretto con gli utenti, realizzare impianti decentrati di compostaggio (per l’umido) e di recupero dei materiali (per plastica, vetro, carta, metalli, alluminio, ecc…), e infine incentivi agli acquisti ecologici (il cosiddetto “green procurement”) per gli enti pubblici e per le imprese in modo da fornire un mercato ai prodotti riciclati. La marea di soldi per costruire i termovalorizzatori potrebbe essere utilizzata per costruire gli impianti di riciclaggio, oltretutto con un risparmio incredibile in materia prima per non produrre nuovo prodotto. Si deve intervenire come già avevano previsto oltre trent’anni sia l’Ocse che l’Europa, ovvero “riusare, ridurre, riciclare e solo alla fine smaltire quello che rimane (anche in discarica)”. Il giornalista si domanda: ma se si fa tutto ciò, che cosa resta da bruciare in un termovalorizzatore? Quasi niente, ed ha ragione! Non l’acqua (il 60-70%) contenuta nel residuo organico sfuggito alla raccolta differenziata; non la carta talmente bagnata da non poter essere conferita insieme a quella riciclabile; non il vetro e le lattine che invece di bruciare assorbono calore;non la plastica (che potrebbe essere la minima parte dopo aver attuato una buona raccolta differenziata) che, essendo prodotta col petrolio, non potrà più essere considerata una fonte di energia rinnovabile ed usufruire di quegli incentivi che in passato hanno fatto ricchi i gestori degli inceneritori (soprattutto quello di Brescia): pensate a quella sciagurata idea di utilizzare i prelievi dalle nostre bollette dell’Enel (in origine riservati alle fonti rinnovabili come il solare, il fotovoltaico, l’eolico, ecc…) per costruire questi dannati inceneritori solo perché un furbastro aggiunse a “fonti rinnovabili” la parte “e assimilabili”. Furbizia tutta italiana, a danno naturalmente dei cittadini…
A proposito di inceneritori, proprio in questi giorni è uscito un dossier della Commissione Europea sull’inquinamento atmosferico provocato da vari tipi di sostanze tra cui le famigerate polveri sottili (PM10) e sottilissime (PM2.5, come quelle che escono dagli inceneritori): l’UE ha diramato una piantina dell’Europa in cui sono riportate le riduzioni in mesi dell’aspettativa di vita media della popolazione in seguito all’inquinamento dell’aria. Ebbene, le zone più a rischio sono la Valpadana e il Benelux con una riduzione della vita media fino a 36 mesi (ma in generale tutta l’Europa centro-orientale ha una riduzione di vita media tra 12 e 36 mesi)!!! Gli inceneritori non farebbero altro che peggiorare la situazione…
Come conclusione, riporto integralmente la parte finale dell’articolo di Guido Viale. “E allora? Allora, anche nel campo dei rifiuti la cultura della sobrietà ha soluzioni, anche tecnologicamente molto sofisticate, e tutte già sperimentate, per raggiungere risultati che la cultura della crescita non riuscirà mai a conseguire, immobilizzata com’è in attesa di inceneritori che sarà sempre più difficile e costoso realizzare e soprattutto far funzionare senza incentivi (negli Stati Uniti non se ne costruiscono più da 15 anni, mentre in molte città del Nord America la raccolta differenziata ha raggiunto il 60% in poco più di un anno). La crisi drammatica della Campania deve essere l’occasione per un ripensamento profondo e generale su queste alternative”. Complimenti al sig. Guido Viale per aver affrontato in maniera sensata e approfondita un problema così serio ma dalle soluzioni alla portata di mano: senza ombra di dubbio ammirevole visto che nel contesto generale (TV e giornali) è tutto un monologo fatto di… termovalorizzatori!

1 commento:

luca ha detto...

ottimo post bravo