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giovedì 9 ottobre 2014

Nasce il "CENTRO DI RIUSO E UTILIZZO"

Sul mensile "La Nuova Ecologia" di settembre 2014 ho trovato l'intervista ad Antonio Conti, che è portavoce di Rete Onu (http:///www.reteonu.it), ovvero Rete Nazionale Operatori dell'Usato, relativa al progetto del primo polo del riuso e riciclo in Italia, che dovrebbe sorgere a Roma. L'intervista la potete leggere al seguente link: http://volantino-roma.it/econews/intervista-ad-antonio-conti-recupero-al-centro. Finalmente anche il nostro Paese comincia a distinguersi nelle eccellenze della raccolta differenziata dei rifiuti. 

martedì 19 novembre 2013

Rifiuti, SECOND LIFE

“Che fatica: raccolta differenziata e riciclo dei rifiuti, l'Italia è sempre in affanno”. Inizia così un articolo di Fabio Lepore pubblicato sul settimanale L'Espresso del 14 novembre 2013, dedicato alla seconda vita (second life, appunto) che possono avere i rifiuti, cosa che però stenta in italia. E infatti i dati sono inquietanti: ad oggi ancora il 42,1% dei rifiuti prodotti nel nostro Paese viene smaltito in discarica mentre il riciclaggio complessivo rappresenta appena il 34,4% della produzione. In questo molti paesi europei sono ben più avanti di noi: in Germania, ad esempio, ben il 63% dei rifiuti viene riciclato! Senza dimenticarci che l'Unione Europea chiede ai Paesi che ne fanno parte di arrivare nel 2020 almeno al 50% di riciclo... Certo, il trend è positivo in Italia: la raccolta differenziata è in costante aumento dal 2007, ci sono delle isole felici (Veneto e Trentino-Alto Adige) ove la raccolta differenziata mediamente è a ben il 62% dei rifiuti totali, ma al contrario ci sono Regioni al Sud Italia (come Calabria e Sicilia) ove la differenziata rappresenta appena il 13% del totale!!! Sono i dati forniti dall'Ispra, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (http://www.isprambiente.gov.it/it). 
Alcuni dati confortanti arrivano da specifici cicli di recupero dei rifiuti. Ad esempio, negli imballaggidi plastica il sistema consortile Conai (http://www.conai.org/) nel 2012 ha recuperato ben 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti derivanti dagli imballaggi, pari a ben il 75,3% del totale immesso al consumo (con una percentuale di recupero del 65,6%9. Dati positivi anche per il riciclo dell'alluminio (lattine, scatolette, vaschette, bombolette e fogli: ricordiamo che l'alluminio può essere riciclato al 100% e in un numero illimitato di volte senza perdere le sue caratteristiche originali): il CIAL (http://www.cial.it/index.shtm), ovvero il consorzio degli imballaggi in alluminio, ha recuperato e ridato nuova vita nel 2012 a ben 40.700 tonnellate di imballaggi, pari al 59,4% del mercato, consentendo all'Italia di diventare il primo produttore europeo di alluminio riciclato. E parliamo anche della gomma: Ecopneus (http://www.ecopneus.it/), una società senza scopo di lucro che dal 2009 raggruppa sei società del settore, nel 2012 ha raccolto e trattato ben 240.140 tonnellate di pneumatici usati, che una volta lavorati vengono utilizzati per vari usi (in asfalti modificati, nelle superfici sportive, per la produzione di materiali edili, ecc...). 
L'obiettivo è dunque quello di migliorare il più possibile la raccolta differenziata: ricordiamo che solo una minima parte dei rifiuti che produciamo (10-15%) non è riciclabile, mentre tutto il resto può tornare a nuova vita, con riflessi solo che positivi nelle nostre vite: minori risorse naturali da utilizzare, abbattimento dei costi per la produzione dei materiali, abbattimento dei costi energetici per l'estrazione e la lavorazione delle materie prime, sempre meno discariche (a ciclo completo, quindi solo per il rifiuto secco, ne servirebbero davvero pochissime e di piccole dimensioni), mancato pericolo di inquinamento delle falde acquifere da parte delle stesse discariche, non più necessità di inceneritori (che solo col rifiuto secco non avrebbero più senso di esistere) con risvolti positivi sulla qualità dell'aria. 
Insomma, i risultati positivi sarebbero molteplici. Perchè tutto ciò in Italia non è possibile? Perchè ciò è ormai realtà solo in Veneto e Trentino-Alto Adige e non nelle altre Regioni italiane? Qui la mancanza dello Stato è davvero grave, e la scuola dovrebbe puntare di più sull'educazione ambientale. Resta tuttavia l'amarezza per le Amministrazioni di ogni grado (Statale, regionale, provinciale, Comunale) che non riescono ad imporre la raccolta differenziata: segno di un Paese non civile.

mercoledì 25 settembre 2013

DISCARICHE BOCCIATE

E' questo il titolo di un articolo di Andrea Palladino pubblicato sul settimanale L'Espresso (http://espresso.repubblica.it/) del 5 settembre 2013 e parla di una circolare del Ministero dell'Ambiente (http://www.minambiente.it) del 6 agosto 2013, firmato dal nuovo ministro Andrea Orlando, che è stata fatta dopo l'avvio di una infrazione verso di noi da parte della Comunità Europea per milioni di euro in quanto è da considerarsi totalmente illegale la vecchia pratica di buttare la spazzatura non trattata nelle discariche. È bene sapere che questa pratica viene, ahimè, praticata nella metà delle discariche italiane, con punte dell'89% al Sud Italia e del 69% nel Centro Italia: qui bisognerà trovare molto presto una soluzione, anche perché da un momento all'altro le procure potrebbero intervenire contro i gestori delle discariche e contro i conferitori. 
Tutto questo era partito nel 2011 quando la Commissione europea aveva avviato una procedura d'infrazione relativa alle gestione delle discariche nel Lazio, contestando il mancato trattamento di centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti, che venivano stoccati nelle discariche senza alcun accorgimento con rischi gravissimi per l'ambiente e per la salute umana. Ormai da almeno 10 anni vige in tutta Europa l'obbligo di separare almeno la frazione organica (il cosiddetto umido) dalla spazzatura, ovunque tranne che da noi... La direttiva comunitaria del 1999 (che è stata recepita dallo Stato italiano nel 2003) impone che la frazione umida sia divisa dalla spazzatura, e resa innocua tramite l'essiccazione e il trattamento biologico, mentre in discarica il cosiddetto umido ci dovrebbe finire solo quando è stato trasformato in terriccio inerte. Ma nonostante l'obbligo, in Italia si è continuato a fare come si vuole, e questo grazie anche ad un aiutino nel 2009 da parte del governo (allora ministro dell'Ambiente era Stefania Prestigiacomo): infatti il 30 giugno 2009 le Regioni avevano ricevuto un'interpretazione molto generosa sull'obbligo di trattare i rifiuti, interpretando la norma seguente: “Riguardo alla trito vagliatura... può rispondere ai requisiti della norma comunitaria”, cosicchè bastava macinare i sacchetti con l'umido prima di buttarli in discarica per aggirare l'ostacolo. E così moltissime discariche hanno fatto, evitando quindi gli investimenti per realizzare gli impianti di trattamento della parte umida dei rifiuti. Le solite cose all'italiana... E' proprio in questo che la Commissione europea contesta all'Italia la violazione delle direttive europee sui rifiuti, scrivendoci (giustamente) che la compressione e triturazione del rifiuto umido in discarica non evita le conseguenze molto negative che ciò ha sull'ambiente e di conseguenza sulla salute umana. 
Ma in che mani siamo? Ripeto: ma in che mani siamo? Pure nella raccolta differenziata siamo ridicoli agli occhi dell'Europa... E pensare che le discariche dovrebbe ospitare solo quella minima parte (forse 10-20% del totale) del cosiddetto "rifiuto secco", visto che tutto il resto si può riciclare. E' prima di tutto una questione culturale, etica e morale, oltre che ambientale e sanitaria.

domenica 10 febbraio 2013

Lotta al MERCURIO

Il mercurio è un elemento chimico con simbolo Hg e numero atomico 80. Si tratta di un metallo di transizione pesante, avente colore argenteo. È uno degli elementi della tavola periodica a essere liquido a temperatura ambiente, insieme al bromo e ad altri elementi. Il mercurio trova principale impiego nella preparazione di prodotti chimici industriali e in campo elettrico ed elettronico. Viene usato nei termometri, barometri, sfigmomanometri, coulombometri, pompe a diffusione e molti altri strumenti da laboratorio, scelto perché liquido, opaco e di alta densità. Tra i suoi impieghi in campo elettrico ed elettronico rientrano la realizzazione di interruttori, elettrodi, pile. In campo medico, l'amalgama di mercurio con altri metalli è usato per realizzare le otturazioni dentali. Il mercurio era già noto in tempi antichi in Cina e India; fu anche rinvenuto in tombe dell'Antico Egitto risalenti al 1500 a.C. In Cina, India e Tibet si riteneva che il mercurio prolungasse la vita, curasse le fratture e aiutasse a conservare la buona salute. Si narra che il primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, sia impazzito e quindi morto per l'ingestione di pillole di mercurio che nelle intenzioni avrebbero dovuto garantirgli vita eterna. Gli antichi greci e romani lo usavano negli unguenti e come cosmetico. Per maggiori informazioni http://it.wikipedia.org/wiki/Mercurio_(elemento_chimico).
Perchè parlo del MERCURIO? Perchè lo scorso fine gennaio i rappresentanti di 140 nazioni di tutto il mondo si sono ritrovati a Ginevra per mettere a punto il primo accordo internazionale che eliminerà nel tempo le emissioni nell'ambiente di mercurio, che è molto tossico ed aggredisce molti organi umani (soprattutto cervello e sistema nervoso): l'accordo sarà firmato il prossimo mese di ottobre a Minamata, piccolo villaggio giapponese dove si scoprirono gli effetti devastanti del mercurio. In questo villaggio tutto partì negli anni '50 dai gatti che giravano in circolo per ore prima di cadere a terra morti; poi cominciarono a morire anche essere umani, a centinaia, mentre erano sempre di più i bambini che nascevano con hadicap. Dopo vari anni di studi si capì che l'industria chimica Chisso scaricava il mercurio dei processi lavorativi nella baia del villaggio e questo avvelenava il pesce che poi era alimento degli esseri umani (e dei gatti).
Apprendo la notizia da un articolo di Alex Saragosa sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repebblica dell'8 febbraio 2013. Spiega Nicola Pirrone, dell'Istituto sull'inquinamento atmosferico del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, http://www.cnr.it) che nei prossimi anni coordinerà per l'ONU il monitoraggio globale dell'inquinamento da mercurio: “La riunione di Ginevra è solo un primissimo passo. Superando la resistenza di molti Paesi, come Cina, Australia e India, si è finalmente deciso di considerare le emissioni di mercurio un problema globale, e non una questione delle singole nazioni”. Come spiega lo stesso Pirrone, il mercurio una volta rilasciato come vapore in atmosfera va dove vuole, quindi si deposita in mare dove, trasformato dai batteri in metilmercurio, entra nella catena alimentare e la risale fino ad arrivare ai grandi predatori marini, finendo poi nell'organismo delle persone che si cibano di questo pesce. Quello del mercurio è un problema davvero serio, viste le grandi quantità che vengono ancora impiegate: ogni anno le attività umane rilasciano in atmosfera ben 2.300 tonnellate di mercurio (9 provengono dall'Italia) che derivano da centrali elettriche a carbone, inceneritori di rifiuti, miniere d'oro (il mercurio infatti sciglie l'oro), ecc..., mentre altre 1.500 tonnellate vengono immesse in atmosfera da fenomeni naturali come i vulcani.
Noi nel nostro piccolo possiamo fare la nostra parte: premesso che in una corretta filiera della raccolta differenziata gli inceneritori non servono, stiamo attenti a non buttare nel rifiuto secco oggetti che contengono mercurio (come lampadine fluorescenti, vecchi termometri, apparecchi elettronici, ecc...), ma portiamoli al vicino ecocentro che poi saprà come smaltirli correttamente (quindi avviandoli al riciclo).

domenica 27 gennaio 2013

Sud Italia: bando per MENO RIFIUTI

Ormai la raccolta differenziata dei rifiuti è entrata nella nostra vita, ove più ove meno: è diventata ormai un rito della nostra vita quotidiana, che ci porta a differenziare il più possibile i rifiuti che produciamo. Fateci caso a quanto rifiuto secco producete a casa vostra: io personalmente ne faccio sempre meno e comunque è una quantità assolutamente minima rispetto al totale dei rifiuti che produco. Moltissimi i rifiuti infatti che si possono separare e recuperare: plastica, carta, vetro, alluminio, umido, pile, medicinali scaduti, olio esausto (d'auto e di cucina), verde da giardino, vestiti, ferro, legno, polistirolo, rifiuti ingombranti, elettrodomestici. Ecco perchè dico che ciò che va nel rifiuto secco è davvero una minima parte: tutti i rifiuti che ho appena nominati vanno all'industria del riciclo (ove tornano a nuova vita) permettendo un notevole risparmio di materia prima, e questo processo (unito alla minima quantità di rifiuto secco) permette di aver sempre meno bisogno di discariche e di non aver mai bisogno degli inceneritori che per quanto eccellenti che siano espellono comunque in atmosfera sempre residui di combustione. Purtroppo la raccolta differenziata non è sviluppata in maniera omogenea nel nostro Paese: al Nord siamo mediamente al 49,1% del rifiuto totale prodotto (che in Italia è di 23 kg pro capite in più rispetto alla media europea...), al Centro al 27,1% e al Sud solo al 21,2% (dati riferiti al 2010). Da questi dati notiamo l'evidente abisso tra Nord e Sud Italia (ma anche il Centro...), anche se devo dire che anche al Nord Italia una raccolta differenziata al 49% non gli fa onore: se guardo personalmente quanti rifiuti riesco io a riciclare a casa mia, posso benissimo dire che sono nell'ordine dell'80% costante, forse anche di più. Come mai? Beh, intanto incide molto un fatto culturale, in quanto molti italiani ancora non si sono resi conto dell'importanza della raccolta differenziata e non si impegnano quindi nel migliorare la separazione dei rifiuti; e poi incide la volontà dell'Amministrazione comunale, come ad esempio la scelta tra la raccolta porta a porta (come dovrebbe essere ovunque) o la raccolta presso i cassonetti pubblici o le isole ecologiche, o dove addirittura la raccolta non viene potenziata.
Ora apprendo da un articolo di Antonella Barina sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica (http://www.repubblica.it) del 25 gennaio 2013 che è nata la “Fondazione con il Sud”, un ente no profit nato dall'alleanza tra il Terzo Settore e fondazioni di origine bancaria per promuovere lo sviluppo sociale nel nostro Meridione: questa Fonfazione ha appena istituito un bando (con stanziamento di 5 milioni di euro) perchè gli enti no profit delle provincie del Sud Italia che producono meno rifiuti (che secondo l'Istat sono Avellino, Benevento, Cosenza, Vibo Valentia, Potenza, Foggia, Lecce, Nuoro, Enna e Caltanisetta) propongano delle iniziative per aumentare la raccolta differenziata mandando in discarica meno rifiuti possibili (queste iniziative possono essere: la creazione di nuovi punti di raccolta differenziata; la distribuzione “alla spina” di latte, zucchero, detersivi, ecc...; idee per il riuso o il riciclo di materiali usati; alternative all'utilizzo di prodotti “usa e getta”; ecc...). Tutte le associazioni e le cooperative interessate possono presentare ora i loro progetti da mettere poi in pratica assieme alle istituzioni, alle università, ai centri di ricerca e alle aziende, ma devono sempre avere l'impegno e la partecipazione dei Comuni. Il bando (che trovate al sito http://www.fondazioneconilsud.it) scade il prossimo 6 marzo: la selezione dei progetti migliori avverrà nei mesi immediatamente successivi. I vincitori riceveranno subito un anticipo dei soldi e poi finanziamenti dilazionati nel tempo, mentre l'attuazione dei progetti sarà monitorata dalla stessa Fonfazione con il Sud.
Davvero una bella iniziativa: si tratta di un processo assolutamente democratico quello della raccolta differenziata, che indica un grande senso civico da parte della popolazione oltre (e soprattutto) che per il grande impatto positivo per l'ambiente (lotta all'inquinamento delle falde acquifere da parte delle discariche, all'inquinamento dell'aria da parte degli inceneritori, all'inquinamento a livello globale per la mancata lavorazione di materie prime necessarie per i nuovi prodotti che invece si possono ottenere dal singolo riciclo). Confidiamo ora in iniziative davvero innovative.

mercoledì 16 gennaio 2013

Il riciclo delle CIALDE DEL CAFFE'

Le macchinette del caffè stanno prendendo il sopravvento sulle moka: quasi tutti gli uffici e locali pubblici del mondo ne hanno una ed ora si sta diffondendo anche nelle case. Un'usanza ormai a livello mondiale, visti anche gli investimenti pubblicitari esorbitanti con testimonial d'eccezione. Pensate che ogni anno si consumano un miliardo di capsule nella sola Italia, che corrisponde a circa il 10% del consumo mondiale!!! Stiamo parlando sia di cialde (quelle in plastica con dentro il caffè) che di capsule (quelle in alluminio con dentro il caffè). Il problema è che queste cialde non sono oggi riciclabili: sono fatte da materiali riciclabili (la plastica e l'alluminio sono perfettamente recuperabili in quanto prodotti di ottima qualità, mentre il residuo interno è ottimo compost), ma vanno nel rifiuto secco in quanto le loro componenti non sono materialmente separabili per inserirle nei rispettivi contenitori. 
È davvero un peccato non poterle riciclare, non solo per l'ottima qualità dei materiali di cui sono composte, ma anche per il fatto che produrre queste cialde/capsule è davvero dispendioso da un punto di vista energetico ed ambientale: pensate che per produrre un chilogrammo di capsule servono 4 kg di acqua, 2 kg di petrolio e 22 kW di energia elettrica! Il problema rimane dunque la cialda/capsula considerata come rifiuto non riciclabile: come evidenziato da uno studio del dipartimento di Scienze aziendali ed economico-giuridiche dell'Università Roma Tre (http://www.uniroma3.it), la legge europea considera le capsule e le cialde prodotti e non imballaggi, e per tale motivo non vengono inserite nei programmi di riciclo locale finanziati dai consorzi nazionali. Ma ora qualcosa sembra muoversi. Ho trovato una interessante notizia in merito sulla rivista La Nuova Ecologia (http://www.lanuovaecologia.it), in un articolo di Angelica D'Agliano apparso sul numero di dicembre 2012 della rivista. Esiste infatti un progetto dell'Università Federico II di Napoli (http://www.unina.it), redatto in collaborazione con AIIPA (Associazione Italiana Industrie Prodotti Alimentari, http://www.aiipa.it), che coinvolge in maniera sperimentale tre Comuni italiani (per ora Capannoni e Portici in provincia di Napoli e presto un terzo Comune): i tre Comuni si impegnano a riciclare le capsule usa e getta e, se l'esperimento avrà un buon esito, sarà ampliato anche al recupero delle cialde (in questo modo si potrebbero recuperare plastica ed alluminio mentre i residui del caffè sarebbero destinati al compostaggio). Anche tra i produttori qualcosa si sta muovendo: la Nespresso ha attivato anche in Italia un sistema di ritiro delle capsule usate presso alcuni punti vendita, rendendo così possibile la successiva separazione dell'involucro in alluminio dal caffè in essa contenuto (l'obiettivo è di aumentare la capacità di riciclo fino al 75% entro questo 2013); la Illy (ma anche ditte del commercio equo) ha ideato delle capsule biodegradabili, per le quali c'è però sempre il problema dell'involucro esterno; Coop invece ha già ideato le cialde apribili che permettono di separare la plastica dal caffè esausto. 
Quindi qualcosa si sta muovendo: ora che la raccolta differenziata è (giustamente) entrata regolarmente nella nostra vita, la stiamo pian piano migliorando, come è giusto che sia. Lo scopo è che nel rifiuto secco finiscano meno cose possibili, sia per ridurre al minimo le discariche sia per poter avviare al riciclo il più materiale possibile. Discorso a parte (e desolante purtroppo) che ci siano ancora zone (anche in Italia) dove la raccolta differenziata è minima, con gravissime colpe delle istituzioni. 

martedì 10 maggio 2011

RACCOGLIAMO L'OLIO USATO DELLA CUCINA!

NON GETTATE L'OLIO DELLA FRITTURA NEL LAVANDINO O NEL TERRENO: RACCOGLIETELO ER SMALTITELO ALL'ISOLA ECOLOGICA. Io dove abito (Bevilacqua -VR-) lo faccio già da tempo: ora ho trovato un articolo dedicato all'argomento sulla rivista mensile “La nuova ecologia” di marzo 2011 (articolo “Oggi frittura? Attento a dove butti l'olio” di Valeria Buzi, http://www.lanuovaecologia.it) e trovo pertanto giusto diffondere questa informazione perché è molto importante.
Provate a pensare a quanto olio avanziamo dai nostri cibi: dalla frittura, dal fare una bistecca, dal condire un'insalata, da una pasta, dai prodotti sott'olio, ecc... Si tratta di OLIO ESAUSTO, che per tanto tempo le nostre brutte abitudini ci hanno portato a gettarlo giù per i tubi del lavandino della cucina o riversarlo nel terreno o nell'acqua. NIENTE DI PIU' DANNOSO! Dobbiamo infatti ricordare che le temperature elevate necessarie per friggere modificano la struttura dell'olio, il quale si deteriora e assorbe gli inquinanti derivanti dalla carbonizzazione dei residui alimentari, perciò se lo buttiamo giù per i tubi del lavandino finisce per danneggiare gli impianti fognari di depurazione mentre se lo buttiamo direttamente nel terreno o nell'acqua danneggia la flora e la fauna rendendo l'acqua stessa non potabile.
I dati parlano da soli: ogni anno dalle cucine italiane escono ben 160.000 tonnellate di olio vegetale e grassi animali esausti, alle quali vanno aggiunte 70.000 tonnellate di olio derivanti dal settore della ristorazione ed altre 50.000 dall'industria alimentare. Pensate, ben 280.000 tonnellate di olio esausto all'anno. La cifra è stata stimata dal CONOE, ovvero il Consorzio Obbligatorio Nazionale di raccolta e recupero di Oli e grassi vegetali ed animali Esausti (http://www.consorzioconoe.it): istituito nel 1998, ha iniziato la sua attività nel 2001 e attualmente raccoglie circa 40.000 tonnellate di olio esausto all'anno, ma con l'obiettivo di arrivare ad almeno 100.000 tonnellate nel 2013. Ad esso vi partecipano 9 confederazioni e associazioni di settore che rappresentano oltre 300.000 produttori di oli esausti, e vi aderiscono 198 aziende di raccolta e 37 aziende di recupero e riciclo: tale consorzio non ha scopo di lucro e, oltre ad assicurarsi che su tutto il territorio nazionale vengano effettuate la raccolta, il trasporto, lo stoccaggio, il trattamento, il riutilizzo e lo smaltimento degli oli vegetali ed animali esausti, promuove anche campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per diffondere l'importanza di questo recupero.
Che cosa se ne fa dell'olio esausto? Oltre ad avere unenorme vantaggio per l'ambiente, ha anche vantaggi economici in quanto lo si può riutilizzare (una volta rigenerato) per la produzione di materie prime utili a varie industrie (lubrificanti vegetali per macchine agricole, estere metilico per biodiesel, glicerina per la saponificazione, combustibile per il recupero energetico, ecc...): da un kg di olio esausto si ricavano 0,8 kg di lubrificante rigenerato!
E' assolutamente facile recuperarlo nelle nostre case: se caldo, aspettate che l'olio si raffreddi e lo travasate in un contenitore (ad esempio una bottiglia). Quando questo è pieno lo portate all'isola ecologica dove ci sono gli appositi contenitori (nel mio paese invece ogni 15 giorni lo si può portare nella piazza centrale dove c'è un mezzo della ditta di raccolta dei rifiuti differenziati).
Assolutamente una buona azione che tutti dovrebbero fare: al momento però si raccoglie solo il 15% dell'olio vegetale ed animale esausto, quindi si dovrebbe fare una campagna di sensibilizzazione molto estesa. Intanto noi col nostro passaparola possiamo fare la nostra piccola parte.

lunedì 20 settembre 2010

Cinque Terre sepolte dalla plastica!!!

L'esempio più eclatante della maleducazione del popolo italiano e del suo scarso interesse per la protezione dell'ambiente arriva dalle meravigliose Cinque Terre (in provincia di La Spezia, http://www.cinqueterre.it): l'abbandono delle bottigliette di plastica all'interno del Parco Nazionale delle Cinque Terre!! L'allarme è stato lanciato dal presidente del parco (http://www.parconazionale5terre.it), Franco Bonanini, secondo il quale ogni anno ben 2 milioni di bottigliette di plastica vengono abbandonate dai turisti tra i sentieri e gli scogli del parco (e naturalmente ciò avviene in pochi mesi, durante l'estate). Per correre ai ripari, il presidente del parco ha lanciato una nuova iniziativa: ha acquistato migliaia di borracce di alluminio, della capacità di un litro e con il logo del parco, che verranno distribuite ai turisti del parco al costo di un euro l'una. Non so come funzioni esattamente questa inizitiva ma penso che, come un turista abbandona una bottiglia di plastica, possa abbandonare anche la borraccia di alluminio: spero quindi che sia prevista una multa salata per coloro che, al ritorno dall'itinerario all'interno del parco, non abbiano più la borraccia acquistata all'ingresso. Se così fosse sarebbe un'ottima iniziativa.
Di certo si tratta di un problema enorme quello dell'abbandono dei rifiuti (anzi, qualsiasi tipo di rifiuto): azioni del tipo tipo lanciare dal finestrino dell'auto ogni tipo di rifiuto (bottigliette, pacchetti di sigarette, ecc...) o portare rifiuti ingombranti nelle piazzole delle strade o lungo i fossi sono azioni inqualificabili sia da un punto di vista etico che da un punto di vista ambientale. Nell'italiano (inteso come abitante) manca la coscienza ambientale: coscienza ambientale che dovrebbe essere insegnata a scuola, e non solo nel periodo delle elementari, ma in tutte le scuole di ogni ordine e grado (assieme naturalmente all'educazione civica). Io stesso, quando vado a camminare in campagna, rabbrividisco nel trovare abbandonati rifiuti di ogni tipo, quando nella zona dove abito viene effettuata (da anni) la raccolta differenziata "porta a porta" di ogni tipo di rifiuto, anche ingombrante (e gratis!).
Solo partendo da un insegnamento scolastico si può pensare di poter avere una generazione futura finalmente diversa dalla nostra, molto più rispettosa dell'ambiente e degli altri: ne va anche della nostra stessa salute. Continuo a non capacitarmi come possano, a distanza di anni, molti miei coetanei (30-35 anni) a non saper effettuare una elementare raccolta differenziata: tanto per intenderci, non riescono ancora a separare la carta dalla plastica, o il rifiuto secco dall'umido. E, quello che è ancora più grave, ignorano a cosa serva la raccolta differenziata (il pensiero comune è che poi tutto venga mescolato...). Sono allibito: in questo la scuola dovrebbe insegnare molto ma molto di più. Almeno quell'educazione civica che a me personalmente non è mai stata insegnata (purtroppo) quando ero a scuola, ma che per mia fortuna sono riuscito comunque ad imparare. Sentissi almeno una volta la Gelmini pronunciarsi in questo...

sabato 19 giugno 2010

Parco del Vesuvio o... Parco dei Rifiuti?

Il Parco Nazionale del Vesuvio (http://www.vesuviopark.it) è stato istituito con D.P.R. del 5 giugno 1995, dopo oltre 20 anni di iniziative degli ambientalisti locali per conservare da urbanizzazione selvaggia, rifiuti, traffico ed incendi quest'area che racchiude l'unico vulcano continentale attivo d'Europa: si tratta di uno dei parchi naturali più piccoli d'Italia, con una superficie di 8.482 ettari. Ebbene, se ora voi andate a questo parco trovate il cartello con scritto: "Area d'intervento strategico nazionale: divieto d'accesso, sorveglianza armata". Come mai? Semplice: è diventata un'area di stoccaggio dei rifiuti provenienti dall'area napoletana!!!! Si tratta infatti della discarica S.a.r.i. (Società agricola recuperi industriali), posta all'interno del parco nel comune di Terzigno, della cubatura di 770.000 metri cubi!!! Avete letto bene, una discarica dentro un parco naturale. Come è stato possibile? Con una leggina del caro amato Presidente del Consiglio Berlusconi. Si tratta della Legge n° 123 del luglio 2008 con la quale si stabilisce che per far fronte all'emergenza rifiuti di Napoli si possa sfruttare il Parco del Vesuvio per lo "smaltimento in piena sicurezza dei rifiuti urbani in Campania"... Una legge che va in contrasto con una precedente legge nazionale, la n° 395 del 1991, la quale proibisce dal 1991 "l'apertura e l'esercizio di cave, miniere e discariche nei parchi nazionali". E va in contrasto anche con il D.P.R. del 5 giugno 1995 il quale vieta esplicitamente la creazione di "nuove discariche per rifiuti solidi urbani e inerti". Per cancellare tutti questi vincoli, si è proceduto in deroga... La discarica S.a.r.i. è ormai satura e ne è prevista la realizzazione di un'altra, sempre all'interno del parco che sarà, udite udite, la più grande d'Europa!!! Dopo vari ricorsi da parte delle associazioni ambientaliste, il governo lo scorso 31 marzo 2010 ha dato disposizioni per la ripresa immediata dei lavori... Tra l'altro, si è scoperto che in questa discarica non arrivavano (come era stato previsto) solo i rifiuti non differenziabili (il cosiddetto "secco") ma arrivava di tutto: umido, plastica, vetro, carta e addirittura rifiuti speciali!!! Vi consiglio di leggere l'inchiesta in merito fatta da Riccardo Bocca e pubblicato sul settimanale L'Espresso del 10 giugno 2010.
Com'è possibile che succeda ancora tutto questo? Com'è possibile che una volta che Berlusconi è diventato Presidente del Consiglio tutti lo hanno lodato per aver risolto il problema dei rifiuti a Napoli senza sapere cosa è realmente successo, e cosa sta ancora accadendo? I soliti servi del potere, Tg in primis!!! La raccolta differenziata è ancora utopia in Campania: perchè non si fa? Perchè non si vuole riciclare? Perchè costruire sempre nuove discariche? E soprattutto, perchè all'interno di un parco? Continuo a domandarmi come può la maggioranza degli italiani approvare ancora una simile vergogna, continuando a votare un individuo del genere? E' in atto un imbarbarimento generale della società italiana e il merito (anzi, il demerito) è solo e unicamente di questo personaggio che sta facendo quello che gli passa per la testa fregandosene di rispetto dell'ambiente, inquinamento, libertà di stampa, cultura ed informazione veritiera. Quello del Parco del Vesuvio ridotto a discarica è solo uno dei risultati: e intanto gli anni passano...

giovedì 17 giugno 2010

SISTRI: il monitoraggio dei rifiuti speciali

Per questa estate dovrebbe debuttare "Sistri", un sistema di monitoraggio del percorso dei rifiuti speciali (http://www.sistri.it), che è stato progettato e messo a punto dal Ministero dell'Ambiente (http://www.minambiente.it). Questo sistema è stato realizzato grazie all'azione combinata tra software di rilevamento via gps, telecamere piazzate in tutte le discariche e azione coordinata tra le forze di polizia: grazie a questo sistema il rifiuto speciale sarà seguito fin dalla fase della sua produzione e poi ne verranno seguiti tutti i passaggi (dal trasporto allo smaltimento). Il nuovo sistema sostituirà quello attuale cartaceo, molto più macchinoso e con molte pecche di affidabilità, soprattutto per i tempi lunghi di elaborazione dei dati: comporterà anche un dimezzamento dei costi visto che verranno eliminati il registro di carico e scarico rifiuti, il formulario di identificazione del rifiuto ed il modello unico di dichiarazione ambientale, che saranno sostituiti da comunicazioni elettroniche. L'iscrizione al nuovo sistema sarà obbligatorio per tutte le imprese e gli enti produttori di rifiuti pericolosi, quelli che producono rifiuti non pericolosi con più di 10 dipendenti, commercianti, intermediari di rifiuti senza detenzione, i consorzi istituiti per il recupero e riciclaggio di questi rifiuti e i trasportatori professionali. Il nuovo sistema sarà coordinato dal Comando dei Carabinieri per la tutela dell'ambiente (il cosiddetto Noe), in coordinamento con le altre forze dell'ordine. Col nuovo sistema, una volta evidenziato un passaggio sospetto, sarà possibile localizzare la merce e i mezzi utilizzati per il suo trasporto ed intervenire per accertare le eventuali irregolarità. Il sistema sarà interconnesso con l'Albo nazionale dei gestori ambientali, con l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e con le agenzie regionali per la protezione dell'ambiente. Tutto questo garantirà un controllo continuo dei trasporti dei rifiuti su strada: per controllare anche quelli marini e ferroviari è prevista una connessione con i sistemi informativi della Guardia Costiera e delle imprese ferroviarie. Inoltre, i Comuni, gli enti pubblici e le imprese attive nello smaltimento dei rifiuti solidi urbani saranno connesse, tramite "Sistri", anche con "Sitra" (il sistema di controllo locale dei rifiuti). Prima dell'avvio del "Sistri" sarà approvato un decreto legislativo di recepimento della Direttiva n° 98/2008 nel quale saranno previste le sanzioni amministrative ed economiche per coloro che non si iscriveranno al nuovo sistema o per coloro che forniranno dati errati o non veritieri.
Finalmente un bel sistema di monitoraggio dei rifiuti: era ora, visti i macelli che si sono combinati in questi anni (traffici illeciti, smaltimento abusivo in discarica, abbandoni illegali, ecc...), che non hanno fatto altro che deturpare e danneggiare (a volte irrimediabilmente) il nostro territorio e, di conseguenza, la nostra salute.

lunedì 7 giugno 2010

ECOMAFIA in Veneto: sempre peggio!

In questi giorni Legambiente Veneto (http://www.legambienteveneto.it) ha diffuso un comunicato stampa intitolato "ECOMAFIA 2010. L’UNICO BUSINESS IMMUNE ALLA CRISI: BILANCI SEMPRE POSITIVI E AMPLIAMENTO DEI FLUSSI SULLE ROTTE GLOBALI - RIFIUTI E CEMENTO I SETTORI AL TOP - CRESCONO I REATI NEL VENETO IN MATERIA DI RIFIUTI E IL RISCHIO RICICLAGGIO DI DENARO SPORCO NELLE GRANDI OPERE". In quanto io residente nel territorio veneto, Vi riporto integralmente l'allarmante comunicato stampa.

Aumentano gli arresti (+ 43%, da 221 nel 2008 agli attuali 316) e gli illeciti accertati (28.576 oggi, 25.776 lo scorso anno) pari a 78 reati al giorno, cioè più di 3 l’ora. Aumentano del 33,4% le persone denunciate (da 21.336 a 28.472) e dell’11% i sequestri effettuati (da 9.676 a 10.737). Nello specifico, si registra una decisa impennata di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti (da 3.911 nel 2008 a 5.217 nel 2009), e un leggero calo nel ciclo del cemento (da 7.499 a 7.463), crescono i reati contro la fauna (+58% ) e i diversi reati contro l’ambiente marino e costiero. Stabile l’immenso giro d’affari, anche quest’anno, nonostante l’inasprirsi della crisi economica, pari a 20,5 miliardi di euro.
Nella classifica sull’illegalità ambientale del 2009, il Lazio sale al secondo posto (era al quinto nel 2008), soprattutto per i reati contro il patrimonio faunistico, mentre il suo territorio è sempre più esposto alle infiltrazioni dei clan, in particolare nel Sud pontino, con Latina che si attesta addirittura al terzo posto nella classifica provinciale del ciclo del cemento in Italia. Al primo posto stabile la Campania con 4.874 infrazioni accertate (il 17% sul totale nazionale). Al terzo posto la Calabria , con 2.898 infrazioni seguita dalla Puglia con 2.674 infrazioni. Scende di due posizioni la Sicilia , al quinto posto con 2.520 infrazioni accertate, mentre la Liguria si conferma come lo scorso anno, quale prima regione del Nord Italia con il maggior numero di reati: 1.231. Il Veneto è in 11^ posizione con 777 reati.
Con oltre 20,5 miliardi di euro di fatturato, l’ecomafia si conferma come una holding solida e potente. Eppure, la stima del fatturato globale dell’ecomafia risente quest’anno della mancata pubblicazione del dato sui rifiuti speciali nel Rapporto rifiuti 2010 dell’Ispra. Circostanza che ci impedisce di valutare economicamente la mole di rifiuti industriali spariti nel nulla e che, con ogni probabilità, sono finiti nel giro illegale dei trafficanti di monnezza, trasformandosi in moneta sonante.. Grazie all’abusivismo edilizio, la somma in nero accumulata, si conferma in 2 miliardi. Un dato che rispecchia un andamento sostanzialmente stabile del fenomeno che, se letto alla luce della grave crisi economica in atto e del conseguente calo di costruzioni legali, dimostra tutta la sua gravità. Idem per il racket degli animali che, stando alla stima della Lega antivivisezione (Lav), si conferma di 3 miliardi di euro, tra corse clandestine di cavalli, combattimenti tra cani, traffici di fauna viva esotica o protetta, macellazione clandestina. Gli investimenti a rischio in opere pubbliche e gestione dei rifiuti urbani nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa anche nel 2009 superano i 7 miliardi e mezzo di euro. Manca all’appello il dato relativo ai furti e sui traffici di opere d’arte e reperti archeologici, il cui mercato continua a sfuggire a una precisa quantificazione monetaria, ma che genera una cifra d’affari che, per volume è seconda solo al traffico internazionale di stupefacenti.
Nel ciclo dei rifiuti si è registrato un significativo aumento delle infrazioni accertate: 5.217 nel 2009, erano 3.911 nel 2008, con un incremento del 33,4%, ma anche delle denunce (6.249, erano 4.591 l’anno precedente), e degli arresti: 2.429 a fronte dei 2.406 del 2008. La Campania si conferma in testa alla classifica con 810 reati accertati (15,5% del totale nazionale), seguita da Puglia (735 infrazioni), Calabria (386), Sicilia (364) e Toscana (327). Prima regione del Nord è il Piemonte, ottava, con 270 reati. A seguire il Veneto che nel 2009 ha registrato un incremento considerevole di infrazioni accertate nel ciclo dei rifiuti, 243 (erano 164 nel 2008), il 4,7% sul totale nazionale, numero che spinge il Veneto al nono posto nella classifica per reati accertati su scala regionale. Crescono pure le persone denunciate, 314 (erano 242 nel 2008), e soprattutto gli arresti, ben 19, mentre diminuiscono i sequestri che passano da 105 a 70. Passando ai fatti di cronaca, due elementi emergono su tutto: primo, il ruolo da protagonista assunto dal Veneto nei traffici internazionali di rifiuti; secondo, un’impressionante mole di amianto trafficato e gestito nella regione in maniera criminale: una fibra killer che secondo gli ultimi dati dell’Ispesl (Istituto superiore per la prevenzione e sicurezza del lavoro) ucciderebbe in Italia circa 4 mila persone ogni anno.
Il porto di Venezia si rivela, dunque, ancora una volta la testa di ponte di traffici illeciti di rifiuti destinati in Estremo Oriente. Il 24 giugno scorso i Carabinieri del Noe di Venezia, coordinati dalla procura di Padova, sono protagonisti dell’operazione “Serenissima”: rifiuti spacciati per materia prima seconda e spediti nella Repubblica popolare cinese. Sostanze tossiche e pericolose per la salute umana fatte circolare con documenti falsi, come fossero normali merci o rifiuti “recuperati”, ossia previamente trattati. Con il risultato di 2 ordinanze di custodia cautelare in carcere, numerosi provvedimenti di obbligo di dimora, sequestri e perquisizioni a carico del titolare e dei dipendenti di un’azienda dedita alla gestione di rifiuti, attiva nelle province di Padova e Rovigo. Le ipotesi di reato contestate ai due arrestati, e ad altre undici persone denunciate, sono di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti e falso documentale. I militari hanno contabilizzato, dall’avvio dell’indagine nel 2005, il trattamento di oltre 230 mila tonnellate di rifiuti tossici che partivano dai porti di Venezia, Genova e Ravenna e destinati alla Cina. Il sospetto degli investigatori è che i rifiuti, per lo più carta e plastica contaminata con inquinanti velenosi di diversa natura, venissero utilizzati per produrre manufatti d’ogni tipo, poi venduti in Italia e Europa. Con evidenti rischi di tossicità per gli ignari futuri consumatori. Una storia già vista diverse volte. Il valore dei beni sequestrati ammonta a 60 milioni di euro, mentre l’illecito volume d’affari è stimato in circa 6 milioni di euro.
Il primo dato da segnalare per il ciclo del cemento è quello relativo al mancato ridimensionamento del fenomeno dell’abusivismo a causa della crisi economica. Secondo le stime Cresme Consulting, se il settore legale delle costruzioni ha vissuto un sostanzioso calo delle abitazioni ultimate (dalle 316mila del 2008 alle 280mila del 2009), la parte illegale ha visto una diminuzione di sole mille abitazioni, passando da 28mila abitazioni abusive del 2008 alle attuali 27mila. Come dire che i tracciati dell’industria delle costruzioni legale e di quella illegale sono ampiamente separati e vivono di vita propria. L’abusivismo organizzato opera in nero in tutta la sua filiera (acquisto materiali, manodopera, utilizzazione del bene ecc.), selezionando le occasioni migliori e a maggior valore aggiunto quali ville costiere, cascine in aree naturalisticamente pregiate, ecc. Nel complesso, 7.463 sono state le infrazioni accertate (erano 7.499 nel 2008), 9.784 le denunce (erano 9.986 nel 2008) e 2.832 sequestri (2.644 nel 2008). Più che triplicato, invece, il numero degli arresti, che raggiunge quota 13 (erano solo 3 nel 2008). Come ogni anno la Campania si conferma al primo posto con 1.179 reati accertati, il 15,8% sul totale nazionale. Al secondo posto la Calabria (con 905 reati, il 12,1% sul totale), al terzo posto il Lazio con 881 reati accertati (l’11,8% sul totale), mentre la prima regione del Nord è la Liguria con 301 infrazioni, il 4% sul totale nazionale.
Nel Veneto che si classifica al 13° posto le infrazioni accertate dalle forze dell’ordine nel 2009 sono 183 (erano 228 nel 2008), che significa il 2% sul totale nazionale. Stesso discorso vale per le persone denunciate, 241 (erano 319 nel 2008), e per i sequestri 44 (erano 79 nel 2008).
Dai numeri alle inchieste sul ciclo illegale del cemento, il 29 ottobre arriva la decisione del giudice per le udienze preliminari della procura di Vicenza, Stefano Furlani, che rinvia a giudizio 54 indagati per presunte gare d’appalto pilotate: 19 accusati di avere promosso e partecipato a un’associazione per delinquere finalizzata alla spartizione degli appalti pubblici per strade e rotatorie; 35 per turbativa d’asta. Viene così confermato l’impianto accusatorio disegnato dal procuratore Salvarani, in base alle risultanze investigative raccolte dalla Guardia di finanza. Accuse imperniate sulla gestione “drogata” di decine di gare pubbliche nel settore viario tra il Vicentino e il Nord-est – tra il 2006 e 2007 –, mediante la formazione dei cosiddetti “cartelli” composti da numerose imprese per concordare i ribassi. L’inchiesta è nata da un’altra indagine denominata “Mala Condicio”, avviata nel marzo 2006 dalla Polizia tributaria di Vicenza e Venezia, cha ha tratto spunto dalla denuncia dell’imprenditore Isnardo Carta. Questi, infatti, aveva segnalato accordi sottobanco tra le stesse imprese per l’assegnazione degli appalti per opere pubbliche in Veneto. Il 10 marzo scorso arrivano dalla procura di Vicenza altri 38 rinvii a giudizio per un secondo filone dell’inchiesta sulle gare pubbliche truccate (la stessa che a ottobre aveva portato al rinvio per 54 persone).
Ancora una volta l’ipotesi di accusa è di associazione per delinquere e turbativa d’asta nei confronti di impresari e dipendenti che avrebbero cercato di pilotare numerose gare pubbliche tra Vicenza e il Nord Italia. La vicenda è stata ribattezzata dai cronisti locali “Appaltopoli 2”. Secondo la procura, gli indagati avrebbero pilotato le aggiudicazioni di appalti nel settore viario con una presunta associazione per delinquere facente capo a due promotori, un impresario di Longare, e al loro addetto all’ufficio gare. La tesi degli avvocati difensori – così come si legge sui giornali locali – è che in base alla teoria dei giochi e alla statistica era molto difficile condizionare l’aggiudicazione delle gare. Addirittura ci sarebbe un calcolo che parla di meno dell’1% delle probabilità considerando il numero delle ditte che partecipavano. Di parere contrario, ovviamente, gli investigatori. Infatti, le intercettazioni telefoniche hanno messo a nudo contatti che secondo la procura sono illeciti perché servivano a concordate le offerte.
Altro capitolo inquietante, quello del calcestruzzo depotenziato. Strade, ponti, viadotti, ferrovie, gallerie, case, centri commerciali e perfino scuole, ospedali e commissariati. Tutti a rischio crollo perché tirati su con cemento di pessima qualità. Un business molto redditizio per i clan che praticamente controllano tutto il ciclo del cemento del Paese e per questo si aggiudicano appalti nazionali e locali per costruire opere pubbliche e private. Dopo le “bolle” false che accompagnano i rifiuti, ecco spuntare un altro documento tra i più utilizzati dalle aziende criminali, le “ricette di produzione” taroccate del calcestruzzo utilizzate per gli aeroporti di Palermo e Trapani, il porto turistico di Balestrate, il lungomare di Mazara del Vallo, l’ormai famoso Ospedale San Giovanni di Dio ad Agrigento e perfino per il Commissariato di Polizia di Catelvetrano (Tp); per il Palazzo di giustizia e la diga foranea di Gela, la piattaforma di emergenza dell’ospedale di Caltanissetta e lo svincolo di Castelbuono dell’autostrada Palermo-Messina. Ma il fenomeno del cemento depotenziato si estende a molte altre regioni: le scuole Maresca di Locri e quella di Tropea in Calabria; il viadotto Fallaco-Corace, nel cavalcavia della nuovissima ferrovia Catanzaro-Lamezia; in Molise per la variante Anas di Venafro, primo lotto della Termoli-San Vittore; nel vicentino nei lotti 9 e 14 dell’autostrada A31 Valdastico e poi per i lavori sull’autostrada A3 . In Campania la camorra impone materiale scadente e rifornisce multinazionali che costruiscono parcheggi e imprese impegnate nella costruzione di case abusive sulla collina di Camaldoli. E purtroppo ci potrebbe essere una brutta storia di calcestruzzo depotenziato anche dietro al crollo della casa dello studente dell’Aquila.
Ma la mafia ha scoperto da tempo un altro modo per fare ottimi guadagni nel ramo del commercio: aprire direttamente i propri negozi, supermarket e grandi centri . Un ottimo metodo per riciclare soldi, ma anche per esercitare il controllo sociale attraverso la gestione degli appalti, delle forniture e dei posti di lavoro. Si tratta di colate di cemento senza limiti su ampie superfici agricole a suon di varianti urbanistiche a favore delle lottizzazioni commerciali. Si fanno così nuove infrastrutture stradali e parcheggi per migliaia di automobili a uso esclusivo del polo commerciale. Svincoli e complanari che si accolla direttamente il comune o che la società costruttrice realizza deducendo i costi dagli oneri di urbanizzazione che, in ogni caso, vengono pagati con denaro pubblico. In aggiunta, spesso i progetti prevedono la realizzazione di volumetrie destinate a servizi di altro genere, come cinema multisala, palestre, grandi negozi monomarca, alberghi, centri benessere e centri conferenze: una manna per chi lavora nel settore edilizio, legale ma anche mafioso. A fine 2008 solo in Sicilia risultavano circa 100 autorizzazioni per nuove strutture commerciali, e se oggi in Italia la partita più grossa è quella che vede al centro Cosa nostra, c’è anche l’interesse della ‘ndrangheta nei poli commerciali calabresi, così come lo storico monopolio del movimento terra e la forte presenza nei cantieri delle grandi opere in Lombardia. E c’è il controllo della camorra sui supermercati della Campania e quello sui negozi della capitale.
“L’azione di contrasto messa in campo dalle Forze dell’ordine – dichiara Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto - deve essere sostenuta concretamente dal Governo con la disposizioni di nuovi efficaci strumenti. Introducendo finalmente (entro la fine del 2010) i delitti contro l’ambiente nel Codice Penale e consentendo l’uso delle intercettazioni telefoniche e ambientali nelle indagini, ma anche mettendo mano alle situazioni di pericolo più grave, quali le aree inquinate da bonificare e gli edifici e le opere pubbliche a rischio calcestruzzo depotenziato da monitorare e mettere subito in sicurezza”.
Beh, che dire di più...

domenica 23 novembre 2008

Arresto per rifiuti anche al Nord Italia!

Alcuni giorni fa vi parlai del decreto legge varato il 31 ottobre 2008 dal Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi per sancire la tolleranza zero in materia di rifiuti. Ricordiamo i punti salienti di quel decreto:
arresto: chi lascia per strada rifiuti ingombranti (frigoriferi, materassi, computer, elettrodomestici, divani, ecc…) e pericolosi (eternit, materiali edili, tossici, ecc…) sarà punito col carcere per un periodo che andrà da 6 mesi a 3 anni;
• rimborsi: il cittadino che porterà imballaggi usati (al massimo 100 kg al giorno) presso le aree di raccolte autorizzate riceverà un compenso forfetario;
• commissari: i Comuni che non faranno quanto previsto dalla legge in materia di raccolta dei rifiuti saranno commissariati su proposta del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso;
• regioni: tali norme saranno valide per le regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Nel mio post vi indicai la mia soddisfazione per la linea dura contro tutti coloro che rilasciano rifiuti ingombranti lungo strade, fossi, parcheggi, ecc… Tra l’altro è stato fatto anche un altro decreto che applica multe pesanti da € 500 ad € 1.000 per coloro che gettano rifiuti dalle auto o li rilasciano camminando: anche qui, personale grande soddisfazione contro questa immensa inciviltà che contraddistingue il popolo italiano.
Ritornando al decreto legge sui rifiuti ingombranti/pericolosi, sollevai tuttavia la mia forte perplessità sul fatto che il decreto avrebbe avuto valenza solo in alcune regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), quando invece si sarebbe dovuto estenderlo a tutto il paese perché anche nelle regioni del Nord ci sono esempi orrendi di rifiuti abbandonati per strada.
Bene, il governo ora ha fatto dietrofront su questo punto: è stato fatto un maxi emendamento al decreto rifiuti che è stato presentato giovedì 20 novembre 2008 in Commissione Ambiente alla Camera dal deputato del PdL Agostino Ghiglia (relatore del ddl). Ora il decreto viene esteso a tutta Italia: il decreto rimane uguale in ogni punto ma cambia la sua estensione territoriale, finalmente!
Tuttavia, meglio aspettare prima di brindare visto che la maggioranza ha preso tempo ed ha rinviato l’esame del testo alla prossima settimana: ci sono infatti alcuni esponenti del PdL che sono contrari all’estensione del decreto a tutto il territorio nazionale e non potevano che essere della Lega Nord, per la quale il Nord Italia è intoccabile. Queste sono le testuali parole del leghista Guido Dussin: “La norma contenuta nel decreto è efficace, lo confermano i 23 arresti recenti in Campania. Ma lo è nei territori in cui vige l’emergenza, non certo al Nord dove sarebbe inutile e dannosa. Soprattutto per le imprese”. Scusatemi, ma sono allibito di fronte a queste dichiarazioni: forse il sig. Dussin non ha mai visto i depositi di rifiuti di ogni genere (divani, materassi, elettrodomestici, computer, eternit, materiali edili e pericolosi) che vengono depositati lungo ogni tipo di strada, nelle piazzole di sosta delle grandi strade, lungo i fossati di campagna, nelle aree abbandonate, nei campi, e non si tratta di casi isolati, visto che se ne trovano dappertutto. Questa non è emergenza? Ma scherziamo, noi del Nord abbiamo la fortuna di scaricare ogni tipo di rifiuto dove vogliamo, che ce ne frega del nostro ambiente e della nostra salute, bisogna sempre pensare all’economia visto che le imprese possono così abbandonare i loro rifiuti dove vogliono senza spendere un soldo! Non ho letteralmente parole, soprattutto per il fatto che gente del genere è al governo e dovrebbe rappresentarci: non so se vi rendete conto in che mani siamo!!!

martedì 11 novembre 2008

RIFIUTI PER STRADA: finalmente la linea dura!

Come vi ho anticipato in un precedente post di qualche giorno fa, l’esecutivo del governo Berlusconi ha approvato lo scorso 31 ottobre 2008 un decreto legge (quindi ad effetto immediato), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale giovedì 06 novembre, che prevede il carcere (da 6 mesi a 3 anni) per chi abbandona rifiuti ingombranti lungo le strade.
Ho già detto della mia personale soddisfazione in merito: il decreto era assolutamente necessario per combattere questo malcostume tipico italiano, per porre fine una volta per tutte all’ignoranza diffusa della gente di abbandonare ogni sorta di rifiuti lungo le strade. Certo, il problema dei rifiuti è molto più esteso e grave (vedi traffico illecito dei rifiuti, smaltimento illegale di rifiuti tossici, discariche abusive, ecc…), però già partire dalla base è un buon segno, abituando la popolazione al rispetto dell’ambiente ove vive.
Dunque ben venga l’arresto per chi abbandona ogni sorta di rifiuti ingombranti lungo le strade o in aree non autorizzate: il decreto legge è stato esteso però solo ad alcune regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), e proprio in Campania sono già scattati i primi arresti. Si tratta di personaggi che erano già noti alle forze dell’ordine per vari fatti di delinquenza commessi in passato (traffico di rifiuti pericolosi, scontri allo stadio, ecc…). Uno di questi è stato sorpreso mentre scaricava nel quartiere di Pianura (NA), lungo una strada, un’intera cucina con tanto di fornello, mobili e bombola a gas, oltre che materiale ferroso arrugginito e materiale di risulta di lavori edili!!! Purtroppo, le persone arrestate sono state già rilasciate perché, come spesso capita in Italia, fatta la legge fatto l’inganno: infatti, proprio il fatto che questo decreto è stato esteso solo ad alcune regioni ha permesso agli avvocati degli arrestati di puntare sul fatto che il decreto è incostituzionale in quanto “viola il principio di uguaglianza tra cittadini italiani in quanto è previsto che la norma si applichi solo in Campania” (e questo è stato confermato da vari costituzionalisti). Ecco, qui il governo ha peccato di superficialità: pensando di applicare il decreto solo alle regioni dove è più grave l’emergenza dei rifiuti, rischia di far lasciare tutto come prima. Avrebbe dovuto estenderlo a tutto il paese perché la brutta abitudine di lasciare rifiuti ingombranti per strada è diffusa in tutta Italia, anche nel produttivo Nord! Basta percorrere molte strade (di qualsiasi tipo: statali, regionali, provinciali, ecc…) del Nord Italia per vedere ogni sorta di rifiuto nelle piazzole di sosta, lungo i fossati, nei parchi, in campagna: frigoriferi, televisioni, ogni tipo di elettrodomestici, divani, materassi, eternit, ecc… Uno squallore incredibile! Diciamo quindi che il governo ha fatto un ottimo decreto legge, ma a metà: speriamo lo riveda al più presto e lo estenda a tutto il paese.
E, intanto, un altro decreto approvato dal governo Berlusconi apporterà delle regole severe contro i maleducati della strada: infatti nel Codice della Strada sarà prevista una multa da € 500 ad € 1.000 per chi “insozzi le pubbliche vie gettando rifiuti o oggetti dai veicoli”, e comunque multe non inferiori ad € 500 anche per chi getta rifiuti per terra mente cammina. Altra bruttissima abitudine italiana, soprattutto quella di gettare qualsiasi tipo di rifiuto che si ha in macchina. Pesa troppo lasciarlo nel sedile e gettarlo nei cestini all’arrivo? Cosa pensereste se io passassi davanti a casa vostra e vi gettassi bottigliette di plastica o svuotassi il posacenere? Anche qui mi trovo perfettamente d’accordo con la linea dura del governo.
È un problema di cultura e di buona educazione che riguarda la maggior parte della popolazione: le persone vanno educate da piccole al rispetto dell’ambiente, e in tal senso l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica a scuola (previsto dal decreto Gelmini) non potrà che fare bene.

sabato 1 novembre 2008

CAMPANIA: in carcere chi getta rifiuti ingombranti

Ieri 31 ottobre 2008 il Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi ha varato un decreto legge per sancire la tolleranza zero in materia di rifiuti. Ecco i punti salienti:
arresto: chi lascia per strada rifiuti ingombranti (frigoriferi, materassi, computer, elettrodomestici, divani, ecc…) sarà punito col carcere per un periodo che andrà da 6 mesi a 3 anni;
rimborsi: il cittadino che porterà imballaggi usati (al massimo 100 kg al giorno) presso le aree di raccolte autorizzate riceverà un compenso forfetario;
commissari: i Comuni che non faranno quanto previsto dalla legge in materia di raccolta dei rifiuti saranno commissariati su proposta del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso;
regioni: tali norme saranno valide per le regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Alcune mie personali considerazioni. Premetto che non ho mai trovato adeguato il piano per lo smaltimento dei rifiuti attuato in Campania dal governo Berlusconi (tutti i rifiuti in discarica e costruzione di numerosi inceneritori): sono sempre del parere che i rifiuti che erano a Napoli dovevano comunque finire in discarica, ma dal giorno dopo una seria raccolta differenziata dei rifiuti avrebbe permesso di riciclare fino all’85% del materiale (carta, plastica, vetro, umido, ferro, legno, vestiario, ecc…) mentre solo il 15% sarebbe finito nelle discariche (scelte con coscienza e ben isolate dal terreno non creerebbero alcuno problema ambientale); questo processo naturalmente non prevede alcun inceneritore, considerata soprattutto la pericolosità per la nostra salute delle nanoparticelle che escono dai camini degli inceneritori e che non vengono trattenute neppure dai più moderni filtri. Detto ciò, concordo con molti punti del decreto legge:
1) giusto eliminare l’irrisoria multa di € 25 rimasta finora in vigore contro chi lasciava rifiuti ingombranti lungo le strade, a favore invece del reato punibile col carcere. Molti esponenti della sinistra ora dicono che era molto più sensato un inasprimento della somma da pagare: purtroppo, in molti altri casi si è visto che anche se la somma da pagare è elevata questo non frena la gente di fronte a certi reati, perché il più delle volte queste multe non vengono pagate e le autorità non si muovono per riscuoterle. Quindi meglio il carcere: il “reato ambientale” è da considerarsi gravissimo ed è davvero insensato lasciare rifiuti per strada (quali essi siano) quando ci sono ormai punti di raccolta in ogni paese (in alcuni paesi c’è addirittura il numero verde: vengono a prenderti i rifiuti ingombranti a casa, GRATIS!!!);
2) per abituare i cittadini alla raccolta differenziata, bene l’incentivo a chi porta rifiuto differenziato presso i centri di raccolta: servirà a responsabilizzare le coscienze, magari unendolo a degli opuscoli informatori;
3) ottima l’idea del commissariamento di quei Comuni che non si adeguano alla legge in materia dello smaltimento dei rifiuti. Per decenni molti Comuni non hanno rispettato le regole e se ne sono visti i risultati.
Sono invece scettico sul fatto di estendere la validità di tale decreto alle sole regioni Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, in quanto (a detta del governo) sono quelle in stato di emergenza per il problema rifiuti: io sono dell’avviso che tale decreto dovrebbe essere esteso all’intero paese, in quanti scempi come l’abbandono di rifiuti ingombranti per la strada si vede in ogni angolo d’Italia. In questo, ha ragione Tonino Scala (capogruppo alla Regione Campania di Sinistra Democratica) quando dice che estendere il decreto solo ad alcune regioni viola il principio di uguaglianza dei diritti sanciti dalla Costituzione. Personalmente, sto combattendo da tempo contro tale ignoranza, esortando alcuni comuni della mia zona a fare qualcosa contro chi lascia rifiuti ingombranti lungo strade, scoline, fiumi, campi, piazzole di sosta, ecc… Estenderlo a tutta Italia è un dovere del governo e sarebbe, finalmente, un passo importante contro l’ignoranza così diffusa nel nostro paese.

giovedì 16 ottobre 2008

Verona: “DIOSSINA: NO AGLI INCENERITORI”

Si è conlcuso martedì 14 ottobre 2008 a Verona (in zona Fiera) il X° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica: il tema della sessione è stato “tumori ed ambiente”. Naturalmente si è parlato a lungo di diossina e, a tal proposito, Patrizia Gentilini, oncologa medica di Forlì e membro dell’associazione “Medici per l’ambiente” ha affermato: “E’ un cancerogeno esistente in natura che viene prodotto da combustioni in presenza di cloro, quindi anche quando brucia un bosco. Ma non per questo dobbiamo sentirci autorizzati ad aumentare la quantità di questa pericolosa sostanza con inutili combustioni, quando i rifiuti potrebbero essere eliminati e riciclati in altro modo”. Purtroppo, secondo l’inventario europeo delle diossine la quantità di diossina prodotta in un anno in Italia è dovuto per ben il 64% dalla combustione di rifiuti urbani, industriali ed ospedalieri, e solo per l’1% dal traffico veicolare!!! Naturalmente, l’oncologa Gentilini si è dichiarata assolutamente contraria agli inceneritori: secondo alcuni studi, l’incidenza dei tumori aumenta tanto quanto diminuisce la distanza da un impianto di incenerimento. Non tutti gli oncologi presenti alla conferenza si sono però dichiarati contrari all’incenerimento, come Giuseppe Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’IRCCS di Aviano, il quale punta sui miglioramenti tecnici apportati negli ultimi anni agli inceneritori e sui benefici ottenuti dall’introduzione di questi impianti. Sinceramente, mi viene un brivido pensare che ci siano oncologi favorevoli agli inceneritori: ma come si fa appoggiare la distruzione dei rifiuti mediante combustione, quando l’incenerimento dovrebbe essere l’ultimo procedimento da perseguire per risolvere il problema rifiuti? Dico questo per due motivi principali:
• nessuno può dire con certezza che dai camini degli inceneritori non escano diossina o altre sostanze: anzi, svariati studi stanno dimostrando che anche i più moderni filtri dei camini degli inceneritori non riescono a trattenere le polveri ultrasottili che derivano dalla combustione, polveri che sono dannosissime per la nostra salute in quanto entrano facilmente nel nostro organismo;
• anziché l’incenerimento, ci dovrebbe essere il recupero dei rifiuti: un’ottima raccolta differenziata consentirebbe di recuperare ben l’85% dei rifiuti, dalla plastica al vetro, dalla carta ai metalli, dall’umido agli scarti da giardino, dalle pile ai farmaci scaduti, dai rifiuti ingombranti al vestiario, dal legno ai prodotti pericolosi, mentre solamente il 15% finirebbe in discarica (la parte secca). Questo avrebbe un duplice vantaggio: servirebbero molte meno discariche (che considerando il tipo di rifiuto, ovvero la parte secca, non comporterebbero pericoli per il territorio circostante), e soprattutto si risparmierebbe una incredibile quantità di materia prima per creare nuovi prodotti (la plastica può essere fusa e riusata in nuova forma, il vetro può essere fuso, la carta viene macerata e riciclata, l’umido e gli scarti da giardino vengono convertiti in fertilizzanti, ecc…).
Inutile girarci tanto attorno: purtroppo la sciagurata idea di inserire l’incenerimento nella categoria delle “energie rinnovabili ed assimilabili” (!!!) ha permesso di erogare valanghe di milioni di euro per la costruzione di questi impianti di combustione, a dispetto della protezione dell’ambiente e della salute umana. E nessuno è ancora riuscito a bloccare questo scempio. Il denaro, insomma, vale più della nostra salute… E intanto, secondo i dati dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) in Italia si muore sempre meno di tumore perché sono migliorate le cure (140.000 morti nel 2007, 125.000 stimati nel 2008), ma i casi continuano, al contrario, ad aumentare (240.000 casi nel 2007, 250.000 stimati nel 2008). Ma, cosa volete, contano di più i famosi certificati verdi CIP6…

lunedì 26 maggio 2008

Emergenza rifiuti e… ritorno del fascismo!

Voglio fare alcune mie personali puntualizzazioni sul problema dell’emergenza rifiuti in Campania: tale problema l’ho già affrontato in diversi post in passato. Oggi voglio affrontarlo in maniera un po’ diversa dal solito, ovvero pubblicando la mia personale lettera di risposta che ho inviato al giornalista Federico Guiglia in merito al suo editoriale intitolato “Emergenza pattume, il momento di farla finita” pubblicato sul quotidiano locale veronese L’Arena (con orientamenti di centro-destra…) di domenica 25 maggio 2008. Questo è il testo integrale della mia lettera.
“Egregio sig. Guiglia, ho letto con amarezza il suo editoriale ‘Emergenza pattume, il momento di farla finita’ apparso sul quotidiano L’Arena di domenica 25 maggio 2008. L’ho letto con amarezza perché ancora una volta trovo conferma di come allo Stato italiano poco interessi dei suoi (alcuni) cittadini, affrontando alcune problematiche nella maniera che più ad esso porta vantaggio d’immagine. Nel merito dell’emergenza rifiuti in Campania, si tratta senza ombra di dubbio di una delle piaghe più disgustose che il nostro Paese abbia conosciuto e della quale sono colpevoli governi (di destra e di sinistra) ed amministrazioni locali, fino ai recenti Bassolino e Iervolino: 14 anni non sono pochi (tanto la durata dell’emergenza) e in tutto questo tempo se ne sarebbero potute trovare di soluzioni efficaci anziché tamponatrici per risolvere il problema. Invece niente è stato risolto da nessuno. Ora, come promesso in campagna elettorale, il nuovo esecutivo Berlusconi ha preso di petto l’emergenza emanando un decreto sul quale si denotano luci ed ombre: nel mio blog (se avrà voglia e tempo di visitarlo Le do il link: http://90meteo.blogspot.com) più volte ho trattato in passato dell’argomento ribadendo il fatto che (come già succede in molte parti d’Italia) una perfetta (e pulita) filiera dei rifiuti dovrebbe prevedere la raccolta differenziata porta a porta, riciclaggio negli appositi impianti di tutti i materiali differenziati (fino all’85% del totale) portandoli a nuova vita, la restante minima parte (15-20%) rappresentata dal rifiuto secco andrebbe trattata e depositata in discarica (discarica ben impermeabilizzata) che dunque non creerebbe alcun problema di spazio e di inquinamento. Questo naturalmente non comporterebbe neppure l’utilizzo di termovalorizzatori (e sarebbe un bel contributo in fatto di qualità dell’aria che respiriamo e di risparmio di denaro, visto che l’inceneritore di Acerra è costato finora 240 milioni di euro e ne servono ancora 120 per terminarlo…). Questa potrebbe essere la soluzione per risolvere l’emergenza campana in futuro: sono pienamente d’accordo invece con l’attuale decreto che, per risolverla, ora è necessaria l’apertura di discariche in Campania per stoccarvi le tantissime tonnellate di rifiuti presenti per strada. Quello che invece non approvo del decreto è l’utilizzo dell’esercito per sopprimere le proteste dei cittadini contro alcune discariche: è un chiaro segnale di pensiero fascista, sembra di tornare indietro nel tempo, o la pensi come me oppure ti manganello e ti incarcero. Le dico questo perché la maggior parte degli organi di informazione (giornali e TV) stanno assimilando tra loro le proteste di questi cittadini e la politica del “no” degli ambientalisti: io sono un’ambientalista, sono iscritto ad un’associazione ambientalista ma non ho problemi ad ammettere che (come detto sopra) al momento servono discariche in Campania per smaltire l’emergenza. Quello che dovrebbe fare responsabilmente lo Stato sarebbe una scelta oculata di queste discariche: il decreto ne prevede 10, ma non è che stiano protestando tutti i cittadini dei 10 comuni in cui saranno presenti tali discariche. Stanno protestando quelli di Chiaiano per il semplice fatto che la discarica contesa è praticamente in paese: non stanno protestando per la protezione dell’area verde, ma per la loro salute. Sono decenni che convivono con questa discarica (e con le promesse di chiuderla) mentre il percolato della discarica stessa (realizzata senza alcuna protezione) sta inquinando le falde acquifere, portando la gente residente ad ammalarsi, molto di più che in altre parti, di tumori, leucemie e patologie congenite (addirittura malformazioni nei neonati): secondo Lei, queste persone non dovrebbero protestare? Io voglio proteggere la mia salute e vengo incarcerato: chiaro esempio fascista! Tutti noi stiamo parlando bene perché non abbiamo la discarica sotto casa e non viviamo con la paura che le falde acquifere ne vengano inquinate: quindi, era proprio necessario riaprire la discarica di Chiaiano? Secondo Lei, non c’era altro posto in Campania (che è così grande) in cui realizzare una discarica lontana dai centri abitati? Lo stesso Bertolaso un anno fa disse che la discarica di Chiaiano non era più adatta a ricevere altra spazzatura: si è ricreduto? Su che cosa? Berlusconi come l’ha convinto? Secondo Lei, uno Stato democratico dovrebbe tutelare l’immagine turistica di Napoli prima della salute dei suoi cittadini (per quanto pochi siano rispetto al totale nazionale)? Credo proprio di no, la scelta poteva essere fatta in maniera più sensata. Lei si chiede dov’erano ieri e 14 anni fa i rivoltosi di oggi che mai alzarono un dito e men che meno barricate per costringere i loro governanti a togliere i rifiuti: purtroppo la malata informazione (soprattutto televisiva) in tal senso plasma la mente dei cittadini dandogli una visione distorta della realtà, visto che i contestatori di oggi hanno sempre protestato, magari in maniera più pacata (ora sono esausti e sono capibili), perché tengono alla loro salute e soprattutto a quella dei loro figli, solo che non era mai stata data loro visibilità. Allo stesso motivo allora Le dico: dov’era l’informazione ieri e in questi 14 anni quando migliaia di tonnellate di rifiuti tossici partivano dalle regioni del Nord per scomparire seppellite nelle discariche campane? Mah… Quei rifiuti tossici sono ancora lì e gli abitanti di Chiaiano (ed altri) ne convivono sopra. E dovrebbero continuare a tacere? Lei dice che chi lancia molotov o mette gli autobus di traverso o butta pietre e bastoni contro i poliziotti non dialoga, e fa del male soprattutto alla sua gente: è dialogo quello di uno Stato che per decine di anni non ha ascoltato le proteste di questi cittadini ed ora decide di riaprire una discarica in paese tralasciando queste stesse proteste di semplici cittadini che tengono alla loro salute? Il male non se l’è fatto questa gente: gliel’ha fatto lo Stato, facendoli ammalare. La violenza delle proteste di questi cittadini non è mai partita per prima: è stata scatenata dalla soppressione dei poliziotti servi di uno Stato ideologicamente fascista che dei suoi cittadini (che lo hanno votato!) non gliene frega proprio niente. E allora avanti con quanto prevede il decreto, ovvero poliziotti, manganelli e carcere: vuoi mettere la bella immagine che se ne farà Berlusconi nel mondo dopo aver risolto l’emergenza rifiuti in Campania, ridando splendore alla città di Napoli e sopprimendo (ed incarcerando) coloro che hanno protestato per la loro salute… Sono sicuro che una discarica nel centro di Arcore non nascerebbe mai, e nemmeno Lei Guiglia tacerebbe se abitasse a Chiaiano. Distintamente la saluto.”
Cari blogger, ora resto in attesa di risposta: vi terrò informati (qualora la risposta arrivasse…).

domenica 18 maggio 2008

RIFIUTI: da imitare l’esempio di Rovigo!

Ho dedicato molti post all’emergenza rifiuti campana ed, in particolare, dei loro sistemi di smaltimento: in tutti questi post ho ribadito sempre la stessa cosa, ovvero che GLI INCENERITORI NON SERVONO! Riporto fedelmente (poi vi spiego il perché) uno stralcio di quanto ho scritto nell’ultimo post (di pochi giorni fa) dedicato all’emergenza rifiuti in Campania:
“Speriamo solo che, per la risoluzione del problema rifiuti, non si costruiscano inceneritori (opps, termovalorizzatori…) ovunque. Ho già espresso le mie motivazioni in molti miei precedenti post, ovvero che un ciclo perfetto e pulito dei rifiuti dovrebbe prevedere:
  • raccolta differenziata “porta a porta”: si può differenziare fino all’85% del prodotto, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, dall’umido al legno, dai metalli al vestiario, dalle pile ai medicinali, ecc…, mentre solo il 15% potrebbe essere rappresentato dal rifiuto secco;
  • riciclaggio del materiale differenziato in appositi impianti di riciclo: la carta si può macerare ed utilizzare per ottenimento di nuova carta, la plastica può essere rammollita e rielaborata in nuove forme, il vetro può essere fuso e riutilizzato per nuovi contenitori in vetro, ecc… con un notevole contributo in fatto di risparmio di materia prima;
  • solo il 15% di rifiuto secco finirebbe in discarica, dando respiro alle nostre discariche e contribuendo alla protezione del nostro ambiente.

Questa filiera non prevede inceneritori (o termovalorizzatori, come vengono chiamati qui in Italia…): nulla deve essere bruciato, ma riciclato. L’incenerimento produce energia elettrica (anche se è molta quella che viene consumata per farli funzionare…), ma rilasciano in atmosfera nanoparticelle che non vengono trattenute neppure dai migliori filtri dei camini e che sono dannosissime per la salute umana (provocano soprattutto un aumento dei tumori).”
Questo è quello che ho sempre ribadito: ora l’ho riportato testualmente perché finalmente trovo applicazione di questo sistema in un angolo d’Italia. Si tratta della Provincia di Rovigo, la quale in soli 5 anni ha raggiunto gli standard ottimali della gestione dei rifiuti urbani fissati dall’Unione Europea, nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini.
Valerio Frazzarin, direttore della ECOGEST (l’azienda pubblica che gestisce i rifiuti nella Provincia di Rovigo), sostiene che a 5 anni dal via del progetto viene mandato in discarica solo il 27% dei rifiuti dell’intera provincia, mentre la parte restante viene riciclata (meno di quanta ne esca da un termovalorizzatore sotto forma di residui incombusti tossici). Se la media nazionale di raccolta differenziata è del 24%, in Provincia di Rovigo è di ben il 63.5%, che salirà al 65% entro la fine dell’anno con l’ingresso nel sistema del 50° ed ultimo comune del rodigino. Toccherà poi anche a Rovigo capoluogo incrementare ulteriormente la propria quota di differenziata che oggi è comunque di un bel 55%.
Lo stesso Frazzarin spiega come funziona il ciclo dei rifiuti nella Provincia di Rovigo, che punta soprattutto sul fatto di avere questo ciclo controllato costantemente con un sistema di monitoraggio satellitare GPS:

1. raccolta differenziata col sistema “porta a porta”: i cittadini differenziano in casa negli appositi contenitori carta e cartone, vetro, alluminio, umido e secco (la parte non riciclabile). Inoltre, a domicilio (previa telefonata) vengono ritirati i rifiuti di grandi dimensioni (materassi, elettrodomestici, ecc…);

2. i contenitori dei rifiuti (esposti fuori della recinzione o dell’uscio di casa) vengono svuotati da un automezzo dell’ECOGEST: quando l’operatore scende dal camion, l’apertura della portiera invia un segnale al sistema satellitare che memorizza ora e posizione del mezzo. Se i rifiuti non sono differenziati correttamente, non vengono prelevati e la casa viene segnalata (se la disattenzione si ripete per altre due volte, allora arrivano i vigili urbani);

3. gli automezzi dell’ECOGEST vanno agli impianti di separazione, a quelli di recupero e alle discariche: grazie al monitoraggio satellitare, si ha la certezza di cosa contenga il residuo smaltito in discarica e da dove provenga.

Inoltre, per quanto riguarda le discariche, un’altra innovazione arriva sempre dalla Provincia di Rovigo e riguarda l’uso dei batteri per purificare il liquame che esce dalle discariche e che potrebbe contaminare le falde acquifere: infatti, il cosiddetto “percolato” che fuoriesce dalle discariche è talmente inquinante da rendere antieconomico e poco sicuro il suo smaltimento nei tradizionali depuratori dei liquami fognari. Come sostiene Fabio Masi, chimico ambientale e responsabile del 1° sistema di fitodepurazione per discariche costruito in Italia, si tratta di una serie di contenitori dove il percolato transita attraverso diversi batteri che digeriscono gli inquinanti: il liquido passa poi in un lago artificiale dove la canna palustre (pianta che ha un’altissima capacità di metabolizzare gli inquinanti) completa la depurazione.
Da sottolineare che tutto ciò non prevede INCENERITORI: perché questo sistema non si attua in altre parti d’Italia, che stanno vivendo mesi (ed anni) drammatici per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti? Il solito dilemma…

lunedì 12 maggio 2008

RIFIUTI: l’Unione Europea processa l’Italia!

In seguito alla stagnazione circa la risoluzione del problema rifiuti a Napoli ed in molte zone della Campania, la Commissione Europea ha portato l’Italia davanti alla Corte di Giustizia del Lussemburgo in quanto si ritiene insufficiente il piano gestione rifiuti varato dal governo Prodi pochi mesi fa. Certo, prima di un’eventuale condanna (che porterebbe l’Italia a pagare decine di milioni di euro) passeranno diversi mesi, periodo nel quale dovranno essere prese soluzioni alternative. La procedura d’infrazione verso l’Italia era stata aperta nel giugno del 2007 in seguito all’emergenza che era scattata in primavera (ma che dura da almeno 15 anni…) e martedì 06 maggio 2008 è arrivato il comunicato della Commissione Europea: “Anche se l’emergenza si è ridotta, grazie alla rimozione dei rifiuti dalle strade seguita alla nomina del commissario straordinario, la Commissione ritiene che le misure adottate non siano adeguate per risolvere nel lungo periodo il problema ed impedire il ripetersi dei fatti inaccettabili verificatesi lo scorso anno”. Inoltre, l’UE nutre molti dubbi sul fatto che la Campania possa attuare un sistema di gestione efficiente per la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti ed, inoltre, considera le autorità campane incapaci di indicare un calendario chiaro per il completamento e la messa in esercizio degli impianti di selezione, delle discariche, degli inceneritori e delle altre infrastrutture necessarie per risolvere i problemi che affliggono la regione. Ora ci saranno 12-18 mesi di tempo prima della condanna dei giudici UE: se qualcosa non cambierà, l’Italia andrà incontro ad una sanzione salatissima minima di 10 milioni di euro più una penalità tra i 22.000 ed i 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione della sentenza!!!
Ma il problema non riguarda solo la Campania: infatti, sta rischiando grosso anche il Lazio che sarebbe addirittura vicino al tracollo a causa delle discariche che sono in fase di esaurimento e alla piccola quantità di raccolta differenziata (appena il 12%) che vi viene svolta. Si tratta di 3.373.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, che presto non si saprà dove smaltirli (attualmente vengono smaltiti nelle 10 discariche laziali che potranno essere utilizzate secondo la Finanziaria sino al 31 dicembre 2008): ora l’UE vuole vederci chiaro e sta pensando ad una nuova procedura d’infrazione per il Lazio. Già nel 2004 i commissari europei avevano aperto un provvedimento d’infrazione nei confronti della Regione (gestita da Storace) per non aver inviato a Bruxelles il “Piano di gestione dei rifiuti”.
Speriamo solo che, per la risoluzione del problema rifiuti, non si costruiscano inceneritori (opps, termovalorizzatori…) ovunque. Ho già espresso le mie motivazioni in molti miei precedenti post, ovvero che un ciclo perfetto e pulito dei rifiuti dovrebbe prevedere:

  • raccolta differenziata “porta a porta”: si può differenziare fino all’85% del prodotto, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, dall’umido al legno, dai metalli al vestiario, dalle pile ai medicinali, ecc…, mentre solo il 15% potrebbe essere rappresentato dal rifiuto secco;
  • riciclaggio del materiale differenziato in appositi impianti di riciclo: la carta si può macerare ed utilizzare per ottenimento di nuova carta, la plastica può essere rammollita e rielaborata in nuove forme, il vetro può essere fuso e riutilizzato per nuovi contenitori in vetro, ecc… con un notevole contributo in fatto di risparmio di materia prima;
  • solo il 15% di rifiuto secco finirebbe in discarica, dando respiro alle nostre discariche e contribuendo alla protezione del nostro ambiente.

Questa filiera non prevede inceneritori (o termovalorizzatori, come vengono chiamati qui in Italia…): nulla deve essere bruciato, ma riciclato. L’incenerimento produce energia elettrica (anche se è molta quella che viene consumata per farli funzionare…), ma rilasciano in atmosfera nanoparticelle che non vengono trattenute neppure dai migliori filtri dei camini e che sono dannosissime per la salute umana (provocano soprattutto un aumento dei tumori).
Ma, allora, perché nessuno la vuole mettere in atto questa filiera? Perché non prevede fortune economiche per i costruttori degli inceneritori… Ora la parola al governo Berlusconi IV, prepariamoci ad incenerirci!

mercoledì 23 aprile 2008

RACCOLTA PILE e BATTERIE: il COBAT compie 20 anni

COBAT sta per “Consorzio Obbligatorio Batterie al Piombo ed Esauste” ed è stato istituito in Italia nel 1988, pertanto quest’anno cade il ventennale dalla sua fondazione: è stato fondato per occuparsi dello smaltimento e del riciclo delle pile e delle batterie (http://www.cobat.it). Un problema quello dello smaltimento delle pile che sta diventando sempre più pesante visto il numero crescente di pile e batterie che viene consumato: se è vero che nella sola Europa in un anno vengono vendute ben 900.000 tonnellate di batterie portatili non al piombo (di cui 13.000 in Italia), allo stesso tempo non bisogna dimenticarsi della enorme quantità di batterie allo zinco, alcaline e al nichel-cadmio che ancora sono in circolazione e che vi vengono tuttora immesse. Riguarda proprio questi ultimi tipi di pile il problema dello smaltimento: proprio per questo l’Unione Europea ha emanato la Direttiva 2006/66/CE obbligando gli Stati UE ad adeguarsi a questa direttiva entro il 2009, la quale prevede i tempi ed i requisiti necessari per la creazione di sistemi nazionali per la raccolta e l’invio delle pile/batterie raccolte al totale riciclo (obbligandoli anche al potenziamento della raccolta delle pile, che dovrà essere di almeno il 25% del totale delle pile vendute nel 2010 e di almeno il 45% nel 2016). Il che vuol dire che allo stato attuale, di tutte le pile e le batterie immesse nel mercato, meno del 20% viene raccolto negli appositi contenitori e quindi riciclato, mentre la maggior parte finisce ancora in discarica!! Ed, infatti, oggi in Italia non esiste ancora un sistema di censimento e di raccolta differenziata ben strutturato: ecco perché sarà importante l’impegno del COBAT, grazie anche al coordinamento di una rete di aziende sparse in tutta Italia che già possiedono i requisiti e le autorizzazioni per poter effettuare la raccolta differenziata per tale tipo di prodotti (come già avviene per gli altri rifiuti).
Già un primo progetto sta vedendo la luce: nei prossimi mesi a Lecco verrà realizzato un sistema capillare di raccolta delle pile e delle batterie con piombo attraverso il ritiro presso le isole ecologiche dei Comuni ed i punti di raccolta già attivati dal COBAT con accordi specifici presso i centri della Grande Distribuzione Organizzata (ad esempio fuori dei negozi di elettrodomestici ed elettronica).
In questi 20 anni il COBAT ha comunque dato un notevole contributo alla raccolta delle pile, ponendo l’Italia al primo posto in Europa: dal 1988 ad oggi sono state raccolte nel nostro paese ben 2.782.929 tonnellate di batterie esauste (pari a circa 230 milioni di batterie avviate al riciclo), con un tasso di recupero che oggi corrisponde praticamente a quello che viene immesso nel mercato. Alcuni dati rendono meglio l’idea del riciclo effettuato: in questi 20 anni sono state raccolte 1.558.440 tonnellate di piombo metallo, 130.798 tonnellate di polipropilene e di neutralizzare 455.388 milioni di litri di acido solforico, tutti prodotti che sono stati strappati alla discarica. Ogni anno sono state così recuperate oltre 110.000 tonnellate di piombo che rappresentano oltre il 50% del nostro fabbisogno nazionale: pensate dunque a che risparmio di materia prima ed anche di denaro (circa 200 milioni di euro in meno nelle importazioni, considerando che il prezzo del piombo è aumentato di ben l’80% in un solo anno)!!! Tra l’altro, il recupero del piombo permette una riduzione di circa il 66% dell’energia che sarebbe necessaria per l’estrazione della materia prima e la lavorazione del metallo: quindi anche un bel contributo in fatto di risparmio energetico e di taglio alle emissioni di CO2 in atmosfera.
A proposito dell’attività del COBAT, questo in 20 anni ha organizzato una rete di 90 raccoglitori incaricati e 7 impianti di riciclo che coprono l’intero territorio nazionale: è un ente senza fini di lucro ed effettua il servizio di raccolta presso quasi 59.000 produttori in tutto il paese, per un numero di ritiri pari a 140.780 l’anno (560 al giorno). Per effettuare questo lavoro, il COBAT si è dotato di una banca dati interna e di un sistema di gestione ed archiviazione chiamato “Spycob”, il quale permette di monitorare in tempo reale ogni ritiro effettuato dalla propria rete di raccoglitori, dal luogo della produzione del rifiuto fino all’impianto di riciclo, il che garantisce anche di individuare i rifiuti in qualsiasi posto essi siano dando quindi un bel contributo alla lotta contro i traffici illeciti di rifiuti.
Si tratta quindi di un altro tassello da inserire nel processo completo di differenziazione e di riciclo dei rifiuti: respingendo ancora una volta i termovalorizzatori/inceneritori e puntando sempre sulla riduzione consistente degli imballaggi, i rifiuti vanno differenziati al massimo (carta, cartone, vetro, plastica, alluminio, medicinali scaduti, prodotti infiammabili, umido, metalli, legno, vestiti, ecc..: si può arrivare fino all’85% del totale!) e dopo riciclati, in modo che solo la minima parte (il 15%) finisca in discarica. Si arriverebbe ad un risparmio notevole di materia prima e di energia e si contribuirebbe in maniera considerevole alla protezione del nostro territorio (pensate a cosa è stato interrato nelle discariche in questi decenni e a cosa è finito nelle falde acquifere…). Piccoli gesti (che ci competono) utili per un grande lavoro…

mercoledì 9 aprile 2008

PIATTI DI PLASTICA: perchè non vanno riciclati?

Bicchieri, piatti e posate di plastica: chissà quanti di voi si saranno domandati come mai questi rifiuti non vanno inseriti nella raccolta differenziata della plastica, bensì nel rifiuto secco. Io me lo sono domandato più volte, anche perché nei vari opuscoli della raccolta differenziata ti dicono semplicemente di metterli nel rifiuto secco senza però spiegartene il motivo. Fino a quando la scorsa settimana una lettera pubblicata nello spazio dei lettori del quotidiano La Repubblica ha sollevato il problema: si trattava della lettera di una signora bolognese la quale si chiedeva come mai il vasetto dello yogurt va inserito nella raccolta della plastica mentre posate, bicchieri e piatti di plastica (fatti dello stesso materiale del vasetto dello yogurt!!) vanno nel rifiuto secco. Lei stessa dice di essersi informata e di essere venuta a conoscenza che le ditte produttrici di bicchieri, piatti e posate di plastica non sono tenute al pagamento del contributo CONAI e pertanto il loro prodotto non va riciclato. Incuriosito (ma anche meravigliato e… schifato!) sono andato a spulciare in internet.
Si deve fare un passo indietro di un decennio: il Decreto Legislativo n° 22/1997 (il cosiddetto Decreto Ronchi) fu emanato per regolare la grande quantità di imballaggi presenti nella spazzatura (il 50% in volume ed il 30% in peso del totale) ed in particolare per stabilire i meccanismi per finanziare lo smaltimento degli imballaggi. Per far fronte alla spesa di smaltimento degli imballaggi, fu istituito un Contributo Ambientale che le varie imprese produttrici di imballaggi devono versare al CONAI (COnsorzio NAzionale Imballaggi) il quale, a sua volta, viene appunto utilizzato per lo smaltimento degli imballaggi stessi. Questo contributo è fissato in proporzione all’utilizzo degli imballaggi (ve lo esprimo in lire, come indicato nel Decreto): acciaio 30 £/kg, alluminio 100 £/kg, carta 30 £/kg, legno 5 £/kg, plastica 140 £/kg e vetro 5 £/kg (niente è dovuto per gli imballaggi tessili). Il decreto quindi riguarda ogni tipo di imballaggio, non solo di plastica, ed in particolare l’art. 35 dello stesso distingue tre tipi di imballaggi:

  • quelli che contengono e proteggono le merci;
  • quelli che consentono la manipolazione delle merci e la loro consegna al consumatore;
  • quelli che assicurano la protezione delle merci.

Per fare un esempio, prendiamo l’acqua in bottiglia: la bottiglia in plastica rientra nel primo tipo di imballaggi, il nylon che racchiude le confezioni di bottiglie da 6 di acqua rientra nel secondo tipo di imballaggi, il bancale in legno che supporta le varie confezioni di acqua rientra nel terzo tipo di imballaggi.
Il decreto prevedeva che dal 1° ottobre 1998 gli operatori economici dovevano addebitare ai propri clienti il Contributo Ambientale, mentre entro il 31 dicembre 1998 tali operatori dovevano diventare consorziati CONAI (se obbligati per legge) senza subire sanzioni.
Ritornando alla plastica, tutto quello che oggi inseriamo nella raccolta differenziata della plastica è un “imballaggio”: le bottiglie delle bevande, i flaconi dei detersivi, gli involucri in nylon, i contenitori di generi alimentari, ecc… Si tratta di prodotti per i quali le imprese produttrici sono obbligate a versare il Contributo Ambientale e che quindi vengono riciclati. Siccome i piatti, i bicchieri e le posate di plastica non sono imballaggi (in quanto non hanno le caratteristiche previste dall’art. 35 del Decreto Ronchi), allora vanno inseriti nel rifiuto secco, anche se sono dello stesso materiale dei vasetti dello yogurt (e di altri contenitori) che vanno invece riciclati!!!
È uno dei soliti paradossi italiani: pensate giornalmente alla grande quantità di piatti, bicchieri e posate di plastica che vengono utilizzate (soprattutto nelle mense scolastiche ed aziendali) e che vanno a finire nel rifiuto secco e quindi in discarica. Viviamo in un momento storico in cui esiste la necessità urgente di riciclare tutto il possibile per evitare di utilizzare ulteriore materia prima e per dare respiro alle nostre discariche, ormai quasi piene: abbiamo questa urgente necessità, ma poi si scoprono delle nefandezze come questa. E chissà quante ce ne saranno, delle quali non siamo a conoscenza. Allora perché non riciclare anche questa plastica oggi non differenziata e farne pagare il relativo Contributo Ambientale alle ditte produttrici? Sarebbe un ulteriore passo in avanti verso quella raccolta differenziata doc che qui in Italia stenta a decollare (ma va?).