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lunedì 12 maggio 2008

RIFIUTI: l’Unione Europea processa l’Italia!

In seguito alla stagnazione circa la risoluzione del problema rifiuti a Napoli ed in molte zone della Campania, la Commissione Europea ha portato l’Italia davanti alla Corte di Giustizia del Lussemburgo in quanto si ritiene insufficiente il piano gestione rifiuti varato dal governo Prodi pochi mesi fa. Certo, prima di un’eventuale condanna (che porterebbe l’Italia a pagare decine di milioni di euro) passeranno diversi mesi, periodo nel quale dovranno essere prese soluzioni alternative. La procedura d’infrazione verso l’Italia era stata aperta nel giugno del 2007 in seguito all’emergenza che era scattata in primavera (ma che dura da almeno 15 anni…) e martedì 06 maggio 2008 è arrivato il comunicato della Commissione Europea: “Anche se l’emergenza si è ridotta, grazie alla rimozione dei rifiuti dalle strade seguita alla nomina del commissario straordinario, la Commissione ritiene che le misure adottate non siano adeguate per risolvere nel lungo periodo il problema ed impedire il ripetersi dei fatti inaccettabili verificatesi lo scorso anno”. Inoltre, l’UE nutre molti dubbi sul fatto che la Campania possa attuare un sistema di gestione efficiente per la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti ed, inoltre, considera le autorità campane incapaci di indicare un calendario chiaro per il completamento e la messa in esercizio degli impianti di selezione, delle discariche, degli inceneritori e delle altre infrastrutture necessarie per risolvere i problemi che affliggono la regione. Ora ci saranno 12-18 mesi di tempo prima della condanna dei giudici UE: se qualcosa non cambierà, l’Italia andrà incontro ad una sanzione salatissima minima di 10 milioni di euro più una penalità tra i 22.000 ed i 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione della sentenza!!!
Ma il problema non riguarda solo la Campania: infatti, sta rischiando grosso anche il Lazio che sarebbe addirittura vicino al tracollo a causa delle discariche che sono in fase di esaurimento e alla piccola quantità di raccolta differenziata (appena il 12%) che vi viene svolta. Si tratta di 3.373.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, che presto non si saprà dove smaltirli (attualmente vengono smaltiti nelle 10 discariche laziali che potranno essere utilizzate secondo la Finanziaria sino al 31 dicembre 2008): ora l’UE vuole vederci chiaro e sta pensando ad una nuova procedura d’infrazione per il Lazio. Già nel 2004 i commissari europei avevano aperto un provvedimento d’infrazione nei confronti della Regione (gestita da Storace) per non aver inviato a Bruxelles il “Piano di gestione dei rifiuti”.
Speriamo solo che, per la risoluzione del problema rifiuti, non si costruiscano inceneritori (opps, termovalorizzatori…) ovunque. Ho già espresso le mie motivazioni in molti miei precedenti post, ovvero che un ciclo perfetto e pulito dei rifiuti dovrebbe prevedere:

  • raccolta differenziata “porta a porta”: si può differenziare fino all’85% del prodotto, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, dall’umido al legno, dai metalli al vestiario, dalle pile ai medicinali, ecc…, mentre solo il 15% potrebbe essere rappresentato dal rifiuto secco;
  • riciclaggio del materiale differenziato in appositi impianti di riciclo: la carta si può macerare ed utilizzare per ottenimento di nuova carta, la plastica può essere rammollita e rielaborata in nuove forme, il vetro può essere fuso e riutilizzato per nuovi contenitori in vetro, ecc… con un notevole contributo in fatto di risparmio di materia prima;
  • solo il 15% di rifiuto secco finirebbe in discarica, dando respiro alle nostre discariche e contribuendo alla protezione del nostro ambiente.

Questa filiera non prevede inceneritori (o termovalorizzatori, come vengono chiamati qui in Italia…): nulla deve essere bruciato, ma riciclato. L’incenerimento produce energia elettrica (anche se è molta quella che viene consumata per farli funzionare…), ma rilasciano in atmosfera nanoparticelle che non vengono trattenute neppure dai migliori filtri dei camini e che sono dannosissime per la salute umana (provocano soprattutto un aumento dei tumori).
Ma, allora, perché nessuno la vuole mettere in atto questa filiera? Perché non prevede fortune economiche per i costruttori degli inceneritori… Ora la parola al governo Berlusconi IV, prepariamoci ad incenerirci!

mercoledì 11 luglio 2007

Unione Europea: è nato il... mercato della CO2!!!

Due anni fa ancora non esisteva ma ora eccolo qua: il mercato della CO2!!! Un mercato che lo scorso anno ha mosso 1.600 milioni di tonnellate di materia prima (il doppio dell'anno precedente) con un giro d'affari di 30 miliardi di dollari... E' l'unico mercato al mondo in cui si scambia qualcosa che non c'è, ovvero la "non CO2": in pratica i paesi europei che hanno emesso meno anidride carbonica del tetto a loro imposto dall'UE possono vendere questa quota risparmiata ai paesi europei che invece hanno sforato il loro tetto! Pertanto questi ultimi paesi possono acquistarsi il diritto ad emettere CO2!!! Davvero incredibile, anche se qualche risvolto positivo ci potrebbe essere... Attualmente il diritto ad emettere una tonnellata di CO2 nel dicembre 2008 costa 22 euro, anche se è previsto un rialzo fino a 30 euro entro il 2009. C'è da dire che a 30 euro le energie rinnovabili sarebbero, con le attuali tecnologie, convenienti e competitive, ma non agli attuali 20 euro. Proprio per questo molti sollevano critiche circa l'ottenere una diminuzione delle emissioni di CO2 tramite un "mercato". Molti propongono (tra cui parecchie aziende!) una semplice "carbon tax": infatti con questa tassa si sà il prezzo della CO2 ma non la quantità di emissioni che ci saranno (e tra l'altro i ricavi della tassa potrebbero essere investiti in ricerca scientifica e tecnologica...). Con il tetto imposto dalla UE, invece, oltre il quale ti devi acquistare il diritto ad emettere, si sà quante emissioni di Co2 ci saranno ma non il loro costo. L'ultimo sistema è più pericoloso per i costi delle aziende e non può essere regolato. Tuttavia, finora il sistema più praticabile è stato quello del tetto alle emissioni: tale mercato resta un fenomeno solo europeo (infatti l'80% del giro d'affari riguarda l'UE, l'unica area al mondo ove il sistema è obbligatorio...) e quindi più dimostrativo che funzionale (in questi due anni le emissioni sono infatti diminuite solo del 2% rispetto all'8% previsto). Ma ora sembra qualcosa si muova anche negli USA e nei paesi in forte sviluppo (Cina e India in primis): vedremo... In definitiva, diciamo che l'attribuzione di un costo alla CO2 è stata fatta per spingere le aziende a migliorare la propria efficienza ambientale, sostituendo processi e macchinari che producono più CO2. Il mercato dell'anidride carbonica è nato nel 2005: 12.000 imprese dell'energia, della carta, dell'acciaio e del cemento erano state vincolote a certe quote di emissione di CO2 (quote cedute gratuitamente): oltre tali quote, i diritti ad emettere vanno acquistati. Tuttavia, da un controllo reale effettuato nel maggio 2006, si è scoperto qualcosa che non andava: infatti, in sede di contrattazione dell'entità delle quote gratuite, alcuni paesi (come la Germania, ma non l'Italia) avevano ricevuto permessi gratuiti ben superiori alle emissioni reali, per cui le aziende avevano avuto gratis diritti ad emettere da rivendere con profitto!!! Di conseguenza il prezzo dei contratti è sceso quasi a zero dicendo addio agli incentivi per rendere efficienti gli impianti! Praticamente il mercato della CO2 è un disastro: ma non la pensano così gli analisti della Deutsche Bank e dell'Economist, secondo i quali il mercato è stato un successo (!) in quanto secondo loro il mercato (nonostante le difficoltà iniziali) ora comincia a funzionare. Secondo loro, i 1.600 milioni di tonnellate di CO2 scambiati nel 2006 fra i vari paesi corrispondono ad 1/3 del totale di CO2 effettivamente emessa nel 2005 e le prospettive sono rosee in funzione della prossima "fase 2": partirà a fine 2008 e azzererà tutti i vecchi permessi sostituendoli con altri molto più restrittivi (ecco perchè un contratto a dicembre 2007 vale qualche centesimo e a dicembre 2008 vale 22 euro...). Secondo un'analisi effettuata dall'Ifsl di Londra circa 2/3 ella CO2 trattata proviene da risparmi effettuati da quelle 12.000 aziende interessate dal tetto i emissioni mentre il restante 1/3 deriva dai Cdm, ovvero dei certificati di buona condotta che vengono rilasciati alle imprese che riducono l'anidride carbonica prodotta da altre aziende: così, ad esempio, la Shell convoglia la sua anidride carbonica nelle serre agricole (le quali dovrebbero altrimenti produrla in proprio) oppure l'americana Bunge ha inventato un sistema per ricavare metano dagli escrementi degli allevamenti di maiali il quale, anzichè essere disperso in atmosfera, viene utilizzato per produrre energia. Quindi, siccome l'effetto serra è globale, non fa differenza se la riduzione di CO2 avviene nella centrale di casa o in Cina o in India, l'importante è che avvenga: bisogna quindi migliorare l'efficienza dei vecchi impianti di Cina, India e dei paesi in via di sviluppo, se non lo fanno loro li dobbiamo aiutare noi. Solo così si può sostenere una vera e propria battaglia contro l'effetto serra: un primo passo è già stato quello di far capire alle aziende europee che la CO2 è per loro un costo e che è quindi necessario migliorarsi tecnologicamente per produrre meno gsc serra, e in questo il mercato della CO2 può essere d'aiuto (ma solo per questo...). Come sappiamo, l'Italia negli ultimi anni ha sforato il tetto delle sue emissioni di CO2: lo sforamento è stato di 10 milioni di tonnellate nel 2005 e di ben 22 milioni di tonnellate nel solo 2006 (totale 227 milioni di tonnellate emesse contro le 195,8 milioni di tonnellate concesse gratuitamente dall'UE!). Finora le aziende italiane hanno sostenuto costi bassi per acquistare i diritti ad emettere, ma già dal dicembre 2008 questi diritti costeranno 22 euro ogni tonnellata emessa: per tale motivo l'Italia dovrà sostenere una spesa vicina al mezzo miliardo di euro!!! Ricordiamo che metà del buco 2006 è da attribuire alla nostra cara Enel (a livello globale, la produzione di energia elettrica è responsabile di 1/4 di tutta la CO2!): fra il 2005 e il 2006 l'Enel ha registrato comunque un leggero miglioramento, mentre continuano a deludere le altre compagnie energetiche (Edison, Endesa, Edipower, Enipower e Tirreno Power) nonchè i gruppi di produzione del cemento (eccetto Unicem); stabili o in leggero miglioramento le acciaierie e i gruppi petroliferi (un pò meno la Saras dei Moratti...). Purtroppo è ancora troppo poco per l'Italia: c'è il rischio di sforamenti sempre più consistenti delle quote e il conseguente aumento del prezzo dei diritti ad emettere. Ma c'è un altro problema prima di questo, che l'Italia non ha ancora affrontato, ovvero la spartizione di quelle 195,8 milioni di tonnellate di CO2 tra le varie aziende italiane: come sembrerebbe plausibile, i tagli maggiori li dovranno sostenere le centrali a carbone (ovvero la maggior parte delle centrali Enel...) e gli impianti di lavorazione del petrolio e derivati, ma ci sono già in atto scontri durissimi. Già sono sconcertato che si continui a parlare tanto di quote di emissione di CO2 piuttosto che di energie rinnovabili, ma ho anche paura a pensare come finirà questa spartizione di CO2 fra le aziende italiane.... Questo post trae spunto da alcuni interessanti articoli apparsi in questi ultimi giorni sul quotidiano "La Repubblica", sempre attento a questi temi.

giovedì 26 aprile 2007

Come inquina la doppia sede del Parlamento UE!

E' stato effettuato uno studio dell'Università di York su richiesta dei due europarlamentari verdi Caroline Lucas e Jean Lambert circa l'inquinamento creato dalla doppia sede del Parlamento dell'Unione Europea. Non è una novità, in quanto la polemica sulla doppia sede dell'europarlamento (Bruxelles e Straburgo) dura ormai da anni: già pochi mesi fa era stata creata una petizione, che aveva raccolto oltre un milione di firme, per eliminare la sede di Strasburgo, ma è ancora lì.... Le polemiche esistevano già per lo spreco economico che comporta la doppia sede (l'esodo da una sede all'altra costa ai cittadini europei ben 200 milioni di euro all'anno!!!), ma ora si aggiunge anche l'inquinamento atmosferico che deriva da questo esodo. Ogni mese, per la settimana di riunione plenaria, si compie l'esodo degli euoparlamentari da Bruxelles verso Strasburgo (e viceversa per il ritorno): si tratta di 3.000 (proprio così, 3.000!) persone tra parlamentari, funzionari, assistenti, interpreti e giornalisti che si spostano in macchina o aereo, accompagnati anche da 15 tir carichi di documenti e materiale vario per i lavori parlamentari! Ebbene, tali spostamenti produco almeno 23.000 tonnellate di CO2 all'anno, pari a quella prodotta da 13.000 voli aerei Londra-New York-Londra: il dato deriva da circa 19.000 tonnellate di CO2 prodotte dagli spostamenti e da circa 4.000 tonnellate prodotte da illuminazione e riscaldamento per uffici e sale conferenze. Ce n'è proprio di bisogno della doppia sede? Non si potrebbe effettivamente eseguire tutti i lavori in una unica sede? Ne gioverebbero salute e portafogli di noi poveri cittadini europei...

mercoledì 20 dicembre 2006

L'UE vuole gli aerei ecologici

Oggi la Commissione Europea presenta il piano d'azione per i cieli puliti, quello per convincere le compagnie aeree a diminuire l'emissione di gas a effetto serra durante i voli: il testo della direttiva dovrà ora passare all'approvazione degli Stati Membri e del Parlamento. Senza fretta, comunque: ciò entrerà in vigore nel 2011 per i voli comunitari e nel 2012 (o 2013) per quelli internazionali. Basti pensare che il settore aereo è responsabile del 3% delle emissioni di CO2 sul 14% complessivo del settore trasporti. Ricordiamo che gli aerei non emettono solo anidride carbonica ma anche ossidi di azoto molto attivi nel formare ozono quando l'aereo vola a quota di crociera. Data l'assenza ad oggi di reali alternative al carburante e di mezzi tecnici per ridurre i consumi, la tassazione sul kerosene sembra essere l'unica via perseguibile, ma (vedi un pò...) le compagnie aeree continueranno ad essere esenti da tale tassazione! Certo l'aumento del prezzo dei voli rallenterebbe l'espanzione del settore, ma qualcosa bisogna pur fare. Però intanto gli scarichi aumentano (+73% dal 1990 al 2003!) e la qualità dell'aria peggiora ulteriormente. Si tende poi ad incolpare i gas di scarico delle auto, ma basta un solo dato a spiegare quanto l'auto sia alla lunga più "ecologica" dell'aereo: pensate che una macchina di media cilindrata impiega un anno a produrre tanta CO2 quanto quella prodotta da un volo andata e ritorno Londra-New York!!!

martedì 19 dicembre 2006

UE: regolamento "Reach" sui veleni chimici

E' stato approvato dall'aula di Strasburgo con 529 voti a favore, 98 contrari e 24 astenuti il cosiddetto regolamento Reach (un acronimo in lingua inglese che sta per Registrazione, Valutazione e Autorizzazione delle sostanze chimiche) che comincerà ad essere operativo dal 1° giugno 2007 (ma a pieno regime dal 2018). Si tratta di una legge-regolamento per la difesa della salute dall'uso indiscriminato di prodotto pericolosi nell'industria di cui non si sospetterebbe mai e che sono invece presenti nel tessile, nei giocattoli, nelle apparecchiature elettriche, nei liquidi per le pulizie, ecc... (la lista sarebbe lunga!). Il dossier sul nuovo regolamento è stato curato dal parlamentare italiano del Pse-Ds Guido Sacconi. Con questo regolamento saranno ben 30.000 (su oltre 100.000 presenti sul mercato) le sostanze chimiche sottoposte a verifica, controllo e autorizzazione per il loro utilizzo: prima non era così, e neanche oggi!! Tra queste 30.000 sostanze ce ne sono addirittura 2.500 considerate oggi molto pericolose per la salute! I produttori e gli importatori di sostanze chimiche dovranno condurre ricerche scientifiche e dimostrare che si tratti di prodotti sicuri. A tal proposito, sarà istituita una Agenzia con sede ad Helsinki alla quale presentare la domanda per la regsitrazione di uno o più preparati che siano pari o superiori ad una tonnellata all'anno: nel caso le sostanze risultassero pericolose, sarà obbligatorio richiedere un'autorizzazione per tenerle sul mercato il più breve tempo possibile. Ne va della nostra salute...