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venerdì 13 maggio 2016

Grande successo per i BRONZI DI RIACE

Il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria o Museo nazionale della Magna Grecia (noto anche come "palazzo Piacentini") è uno storico ed importante ente di conservazione della cultura italiana, in possesso di una delle più ragguardevoli collezioni di reperti provenienti dalla Magna Grecia. Formato inizialmente da un nucleo di materiale ceduto dal museo civico della città, sorto nel XIX secolo, il Museo archeologico nazionale della Magna Grecia è cresciuto poi con i molti reperti, frutto delle varie campagne di scavo condotte fino ad oggi dalla Soprintendenza archeologica della Calabria. A causa dei lavori di ristrutturazione dello stesso museo commissionati per celebrare il 150º anniversario dell'unità d'Italia, i Bronzi di Riace ed altri reperti archeologici sono stati temporaneamente ospitati nella sede del Consiglio regionale della Calabria in via Cardinale Portanova. Per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_nazionale_della_Magna_Grecia e http://www.archeocalabria.beniculturali.it/archeovirtualtour/. 
Ebbene, ora che i lavori sono terminati e il museo è stato riaperto, vi sono ritornati i famosissimi BRONZI DI RIACE, due statue di bronzo di provenienza greca o magnogreca o siceliota, databili al V secolo a.C. pervenute in eccezionale stato di conservazione (https://it.wikipedia.org/wiki/Bronzi_di_Riace). Riaperto il 30 aprile scorso, nei primi due giorni il Museo è stato visitato da quasi 10.000 persone, e poi da una media di 600 visitatori al giorno!!! Reggio Calabria sogna così il riscatto: tutto il Sud Italia dovrebbe ripartire dalla cultura, dall'ambiente e dall'archeologia per riscattarsi, visto che in ciò è imbattibile!

venerdì 29 novembre 2013

Trovato il TEMPIO BUDDISTA più antico al mondo

Il tempio buddhista è un luogo sacro solitamente composto da uno o più edifici, ed è formato dai seguenti elementi: la sala principale di culto, che nelle antiche lingue pali e sanscrito viene chiamata vihara, ma che nei vari paesi in cui si è diffuso il buddhismo ha assunto anche altri nomi; l'albero della Bodhi, un ficus religiosa, che secondo la tradizione buddhista è la pianta sotto la quale Buddha praticò la forma di meditazione chiamata "anapana sathi bhavana" e raggiunse il nirvana; l'altare con la statua di Buddha, che spesso è situato all'interno del vihara, su cui vengono posti fiori, incensi ed altri doni; l'edificio adibito a reliquiario chiamato in sanscrito stūpa e in pali "thūpa , che contiene resti o oggetti legati a Buddha; gli alloggi ed i refettori dei monaci. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_buddhista. 
Ebbene, apprendo ora della notizia che nel sud del Nepal (250 km dalla capitale Katmandu, al confine con l'India) sono stati rinvenuti alcuni resti di una struttura in legno che secondo gli archeologi potrebbe essere il più antico tempio buddista del mondo: tali resti sono stati scoperti durante alcuni scavi all'interno del tempio Maya Devi, che è situato nel sito religioso e di pellegrinaggio di Lumbini (considerato il luogo di nascita di Buddha e patrimonio mondiale dell'Unesco dal 1997, http://it.wikipedia.org/wiki/Lumbini). A darne la notizia è stato l'esperto nepalese Kosh Prasad Acharya che ha lavorato con un team di archeologi britannici dell'università di Durham: i test scientifici avrebbero confermato che si tratta di una struttura risalente addirittura al VI secolo a.C. (fino ad ora si pensava che la costruzione buddista più vecchia fosse una colonna con alcune iscrizioni risalenti al III secolo a.C.). I dati della ricerca sono stati pubblicati nel numero di dicembre della rivista "Antiquity" (http://journal.antiquity.ac.uk/). A conferma che quello trovato potrebbe essere il tempio buddista più antico del mondo (in quanto risalente al VI secolo a.C.) v'è il fatto che molti studiosi ritengono che il Buddha (ovvero Siddharta Gautama, http://it.wikipedia.org/wiki/Gautama_Buddha) sia nato a Lumbini proprio tra il VI e il V secolo a.C. 
Davvero una scoperta incredibile, che dà ancora più lustro alla località di Lumbini e al suo titolo di patrimonio mondiale dell'Unesco.

venerdì 8 novembre 2013

Riapre il museo di Paestum

Paestum, nome latinizzato del termine Paistom con il quale venne definita dopo la sua conquista da parte dei Lucani, è un'antica città della Magna Grecia chiamata dai fondatori Poseidonia in onore di Poseidone, ma devotissima a Era e Atena. Si ritrova in età più recente come Pesto, nome mantenuto fino al 1926, quando venne ribattezzata nella versione attuale. L'estensione del suo abitato è ancora oggi ben riconoscibile, racchiuso dalle sue mura greche, così come modificate in epoca lucana e poi romana. È localizzata nella regione Campania, in provincia di Salerno, nel comune di Capaccio, a circa 30 chilometri a sud di Salerno (97 chilometri a sud di Napoli). È situata nella Piana del Sele, vicino al litorale, nel golfo di Salerno, verso il Cilento. Per ogni informazione http://it.wikipedia.org/wiki/Paestum. 
Vi scrivo di Paestum perchè apprendo la notizia da Stella Cervasio (articolo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 6 novembre2013) che il prossimo 14 novembre sarà finalmente riaperto il Museo Archeologico Nazionale di Paestum (http://www.museopaestum.beniculturali.it/), museo in cui si trovano reperti, immagini 3D, video, installazioni interattive, archeologia viva del sito, dedicato alla dea Hera Argiva (nella mitologia e religione greca, Era o Hera era una delle divinità più importanti, patrona del matrimonio e del parto. Figlia di Crono e Rea, sorella e moglie di Zeus, era considerata la sovrana dell'Olimpo. Appena nata, fu brutalmente ingoiata dal padre, che intendeva ucciderla. Come tutti i suoi fratelli fu restituita alla vita grazie a uno stratagemma ideato da Meti e attuato da Zeus. Fu allevata nella casa di Oceano e Teti, e poi nel giardino delle Esperidi sposò Zeus; http://it.wikipedia.org/wiki/Era_%28mitologia%29). Il museo era stato chiuso in seguito ai danni subiti dall'esondazione del fiume Sele nel 2010. Tra i vari pezzi forti c'è la "Tomba del Tuffatore", ovvero una tomba a cassa della Magna Grecia costituita da cinque lastre calcaree in travertino locale che, al momento del ritrovamento, si presentavano fra loro accuratamente interconnesse e stuccate (l'eccezionalità della scoperta risiede nel fatto che le pareti del manufatto e, cosa ancor più insolita, la stessa lastra di copertura, sono interamente intonacate e decorate con pittura parietale di soggetto figurativo, realizzata con la tecnica dell'affresco). 
Tra l'altro, tra il 14 e il 17 novembre prossimi si terrà proprio qui a Paestum (come ogni anno) la XVI edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: si tratta di un evento fieristico che si svolge ogni anno a Capaccio-Paestum, ospitando gli operatori del mondo archeologico e turistico dell'area mediterranea. La Borsa ospita ogni anno diverse conferenze, rassegne su tematiche archeologiche nonché incontri a tema; è posta sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. Dal 2005 viene assegnato ogni anno anche il "Premio Paestum" per coloro che si sono contraddistinti nella promozione del patrimonio culturale. Ecco i suoi numeri: 8.000 visitatori, 150 espositori di 30 paesi esteri, 50 tra conferenze ed incontri, 300 relatori e 350 operatori dell'offerta. Per informazioni http://www.borsaturismo.com/. 
Senza dubbio un ottima notizia la riapertura del Museo di Paestum, sia per il turismo sia per l'immenso patrimonio storico-culturale del nostro paese che, non mi stancherò di ripeterlo, tutto il mondo ci invidia. Non possiamo permetterci di lasciarlo al degrado e non renderlo fruibile al pubblico, sia per un fatto economico che di memoria storica.

sabato 27 aprile 2013

Scoperto il porto più antico del mondo, quello di CHEOPE

Fino a qualche anno fa si pensavao che gli Egiziani antichi sapessero navigare il Nilo o poco più: successivamente però questa teoria è stata messa in discussione da alcune scoperte fatte sul Mar Rosso che hanno permesso di capire che gli Egiziani navigavano anche per mare, e quindi non solo sul grande fiume. Infatti nel 2005 fu scoperto a Mersa Gawasis, sul Mar Rosso, da parte dell'archeologo Rodolfo Fattovich dell'Università Orientale di Napoli, il porto da dove salpò la famosa spedizione della regina Hatshepsut (1479-1458 a.C.) alla terra di Punt (un luogo leggendario che probabilmente stava tra le attuali Eritrea ed Etiopia, che era ricco di incenso, mirra, oro, avorio, pelli di giraffa e di pantera, babbuini e pigmei: tutti questi prodotti erano sempre stati introdotti in Egitto via terra tramite intermediari e quindi la regina egizia volle aggirare tutto ciò andando via mare). Anche alcuni archeologi francesi avevano trovato delle strutture portuali ad Ayn Soukhna, alcune risalenti al Medio Regno (quindi alla prima metà del II millennio a.C.) ed altre più antiche risalenti alla V dinastia egiziana (quindi circa 2400-2300 a.C.): si trattava però di impianti di modeste dimensioni, senza strutture a mare, con qualche magazzino, fortificazione e piccoli santuari lungo la costa.
Ed ora la grande scoperta, che io apprendo da un articolo di Cinzia Dal Maso pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 22 aprile 2013: ovvero la scoperta da parte dell'archeologo Pierre Tallet dell'Università Sorbona di Parigi a Wadi al-Jarf sulla costa del golfo di Suez del porto più antico mai scoperto al mondo: risale all'epoca dell IV dinastia, quella del faraone Cheope (pertanto 2551-2528 a.C.), ovvero colui che fece costruire la piramide di Giza. E' stato scoperto un grande molo con ancore ovunque, fortificazioni, abitazioni e magazzini: era stato costruito qui perchè consentiva un veloce collegamento con la valle del Nilo e permetteva di raggiungere via mare le famose miniere di rame, di turchese e forse di pietra poste sulla costa occidentale della penisola del Sinai. Nei magazzini del porto sono stati rinvenuti 40 frammenti di papiro (i più antichi mai scoperti) che fanno parte del diario dell'ufficiale Merrer impegnato nella fornitura di blocchi di pietra per la costruzione della grande piramide di Giza. A 5 km dalla costa sono poi state rinvenute 30 grandi grotte-magazzino scavate nelle pareti di roccia che contengono tantissimi frammenti di corde, vele, attrezzi da lavoro in legno e pietra, scatole di legno, timoni e legname per barche.
Davvero una grandissima scoperta, e infatti anche il Ministro per le Antichità Egizie Mohamed Ibrahim ha annunciato la scoperta con grande enfasi. Anche queste scoperte possono contribuire a ridare tranquillità ad un paese che sta cercando di tornare alla normalità dopo decenni di dittatura.

mercoledì 6 febbraio 2013

100 anni fa nasceva MARY LEAKEY

Mary Leakey (all'anagrafe Mary Douglas Nicol, nata a Londra il 6 febbraio 1913 e morta a Nairobi il 9 dicembre 1996) è stata un'archeologa e paleoantropologa inglese, moglie di Louis Leakey, famosa per diversi importanti ritrovamenti archeologici in Africa. Per la sua biografia http://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Leakey.
OGGI CADE IL 100° ANNIVERSARIO DELLA SUA NASCITA E PER QUESTO GOOGLE LE HA DEDICATO PROPRIO OGGI UN DOODLE.
L'importante è non dimenticare questi personaggi che hanno contribuito a cambiare il mondo.

domenica 13 gennaio 2013

ROMA: scoperte le statue di Niobe

Una grande scoperta archeologica è stata fatta recentemente a Roma e ne traggo notizia da un articolo di Laura Larcan sul quotidiano la Repubblica dell'8 gennaio 2013. La scoperta è stata fatta presso la Villa di Marco Valerio Messalla Corvino (generale nella Battaglia di Filippi, console insieme ad Ottaviano e comandante nella Battaglia di Anzio del 31 a.C.): egli propose il titolo di Pater Patriae ad Augusto e creò il famoso Circolo di Messalla frequentato da Ovidio e Tibullo. Gli scavi si trovano nel Comune di Ciampino (Roma), nella tenuta dell'ex Barco dei Colonna sulla via dei Laghi: a far capire agli archeologi che era il complesso della Villa di Messalla sono stati sia i bolli “Valerri Messallae” trovati sulle tubature sia la natatio, ovvero la piscina all'aperto lunga oltre 20 metri con le pareti dipinte di azzurro. Proprio da questa piscina sono affiorate delle straordinarie sculture: 7 statue integre di oltre 2 metri d'altezza, che illustrano il mito di Niobe e dei Niobidi, che dovevano ornare i quattro lati della piscina e un basamento in peperino al centro della vasca, che sono rimaste interrate per secoli, crollate sul fondo della vasca in seguito ad un forte terremoto del II secolo. Ma chi era Niobe? Fonte wikipedia: "Niobe è un personaggio della mitologia greca, figlia di Tantalo e sorella di Pelope. Sposò Anfione, re di Tebe, da cui ebbe sette figli e sette figlie. Ella era così orgogliosa di loro che ardì burlarsi della dea Latona, che aveva avuto solo due figli, i gemelli Apollo e Artemide. Latona allora incaricò i suoi figli di vendicare l'offesa, ed essi, con le loro frecce, Apollo mirando ai fanciulli, e Artemide alle fanciulle, uccisero i figli di Niobe. Gli unici due figli di Niobe a salvarsi furono Cloride e Amicla: secondo altre versioni invece tutti i suoi figli rimasero uccisi. Secondo l'Iliade di Omero i giovani uccisi rimasero insepolti per dieci giorni, finché gli dèi stessi non si occuparono della tumulazione. Secondo quanto narra Ovidio, Niobe, in lacrime, si tramutò in blocco di marmo dal quale scaturì una fonte. In una roccia che si trova sul monte Sipilo in Lidia, presso Magnesia, si è voluta scorgere la Niobe divenuta pietra. Il mito che narra della superbia di Niobe e della morte dei suoi figli, i Niobidi, fu ampiamente diffuso nell'arte e nella letteratura degli antichi, come attestano le numerose menzioni. Le tragedie di Eschilo e di Sofocle ispirate ad esso sono andate perdute". Fu proprio il poeta Ovidio, frequentatore della Villa di Messalla, parlare del mito di Niobe nelle sue “Metamorfosi” (poema epico di Publio Ovidio Nasone, 43 a.C.-18 d.C., incentrato sul fenomeno della metamorfosi. Attraverso l'opera, ultimata poco prima dell'esilio dell'8 d.C., Ovidio ha reso celebri e trasmesso ai posteri numerosissimi storie e racconti mitologici dell'antichità greca e romana. L'opera, composta da circa 12.500 versi, può essere considerata uno dei più imponenti e importanti componimenti epici della letteratura latina. Nel poema, Ovidio raccoglie e rielabora più di 250 miti greci: la narrazione copre un arco temporale che inizia con il Caos, che è lo stato primordiale di esistenza da cui emersero gli dei, e che culmina con la morte di Gaio Giulio Cesare e il suo catasterismo): se ne parla nel libro VI (http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi/sesto.htm). Ne parla anche Omero nell'Iliade (http://www.miti3000.it/mito/biblio/omero/iliade/ventiquattresimo.htm). Si tratta di una scoperta archeologica eccezionale, “una di quelle scoperte che capita una sola volta nella vita di un archeologo” come dice Aurelia Lupi, guida (sotto la direzione scientifica di Alessandro Betori) dell'equipe della Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio. Dice Elena Calandra, soprintendente: “Queste statue entreranno nei manuali di storia dell'arte classica”. Mentre il giornalista Maurizio Bettini scrive sul quotidiano la Repubblica: “La scoperta potrà gettare nuova luce sul rapporto fra le arti figurative e la poesia romana. Quella di Ovidio in particolare. Messala infatti aveva raccolto attorno a sé un gruppo di poeti, Tibullo, Sulpica, Ligdamo; ma sembra che dopo la morte di Mecenate, anche Lucio Valgio Rufo, Emilio Macro e in particolare Ovidio (che fu amico del figlio di Messalla) si fossero uniti al suo circolo”.
Concludo con la frase con cui ha concluso il suo articolo la giornalista Larcan: “Ora servono risorse per restaurare e valorizzare le opere”. E qui sorge il problema, perchè sappiamo purtroppo come lo Stato italiano continui (irresponsabilmente) a non puntare sulla cultura...

martedì 22 marzo 2011

L'archeologia nacque alla DOMUS AUREA

Stiamo parlando della DOMUS AUREA di Nerone, la sua residenza. Costruita in mattoni, nei pochi anni tra l'incendio e il suicidio di Nerone nel 68 d.C., gli estesi rivestimenti in oro che le diedero il suo nome non erano gli unici elementi stravaganti dell'arredamento: vi erano soffitti stuccati incrostati di pietre semi-preziose e lamine d'avorio. La residenza dell'imperatore giunse a comprendere il Palatino, le pendici dell'Esquilino (Colle Oppio) e parte del Celio, per un'estensione di circa 2,5 km quadrati. La maggior parte della superficie era occupata da giardini, con padiglioni per feste o di soggiorno: al centro dei giardini, che comprendevano boschi e vigne, nella piccola valle tra i tre colli esisteva un laghetto, in parte artificiale, sul sito del quale sorse più tardi il Colosseo. Nerone commissionò anche una colossale statua in bronzo di 35 metri raffigurante sé stesso, vestito con l'abito del dio-sole romano Apollo, il Colossus Neronis, che fu posto di fronte all'entrata principale del palazzo sul Palatino. Il colosso fu successivamente riadattato con le teste di vari successivi imperatori, prima che Adriano lo spostasse per far posto al tempio di Venere e Roma e l'Anfiteatro Flavio prese quindi il nome di Colosseo nel Medio Evo, proprio da questa statua. La vera residenza di Nerone rimase comunque nei palazzi imperiali del Palatino.
Fu tra il 1758 e il 1769 che papa Clemente XIII ordinò una campagna di scavi per gli ambienti che si trovano oggi al di sotto del Colle Oppio: fu proprio quella campagna ad aprire le porte alla ricerca. Nasceva l'ARCHEOLOGIA. Ne ha dedicato un articolo Francesca Giuliani sul quotidiano la Repubblica di sabato 19 marzo 2011: l'articolo è stato scritto in merito ad una mostra organizzata a Palazzo Sciarra dalla Fondazione Roma (http://www.fondazioneromamuseo.it/). Emmanuele Emanuele, Presidente di tale fondazione, afferma in merito alla campagna di scavi di papa Clemente XIII: "In quegli anni l'archeologia diventa una disciplina che si dota di una propria metodologia scientifica. I ritrovamenti innescarono poi anche altri fenomeni del tutto nuovi come la nascita di un fiorente mercato antiquario e l'attività stessa del restauro che rappresenta una disciplina di nuova formazione".
Nella mostra si può vedere una straordinaria ricostruzione virtuale della Domus Aurea, ideata dagli architetti Stefano Borghini e Raffaele Carlani, con la collaborazione di Carolina Brook e Valter Curzi (in qualità di curatori della mostra): un video tridimensionale, ad esempio, riporta in vita l'apparato ornamentale della reggia che oggi è ormai andato quasi completamente distrutto. Il video ripercorre praticamente il viaggio fatto da coloro che parteciparono fisicamente alla campagna di scavi di metà '700.
Una ulteriore occasione per ricordare a tutti quanto importante sia l'archeologia (dal greco ἀρχαιολογία, composto dalle parole ἀρχαῖος, "antico", e λόγος, "discorso" o "studio"), ovvero la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l'ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l'analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L'archeologia è importante soprattutto nel nostro paese visto l'immenso patrimonio storico ed artistico che abbiamo: purtroppo gli indiscrimati tagli al Ministero dei Beni Culturali non la stanno aiutando e sono la testimonianza di come il nostro governo sia miope di fronte alla storia e di fronte ai risvolti economici positivi che può avere questo campo per il nostro paese.

giovedì 22 aprile 2010

Il problema del traffico delle opere d'arte!

Alcune settimane fa era nato il problema relativo alla restituzione all'Italia da parte degli USA dell'Atleta di Lisippo: si tratta di una bellissima statua in bronzo risalente al IV secolo a.C. che rappresenta un atleta e che (si presume) era stata realizzata dallo scultore ellenistico Lisippo. Tale statua era stata rinvenuta il 14 agosto 1964 da un pescatore (Romeo Pirani, deceduto nel 2004) nel Mare Adriatico al largo di Fano (Marche), il quale poi la vendette ad un antiquario di Gubbio (PG) per 5.000.000 di lire: per anni la scultura scomparve nel nulla e riapparve nel 1977 al Getty Museum di Malibu (California) che l'aveva acquistata per 3,9 milioni di dollari; ad oggi la statua è ancora lì. Si tratta di un'opera davvero importante: si presenta con la base mancante sino all'altezza delle caviglie e avrebbe potuto far parte di un gruppo celebrativo composto da atleti vittoriosi posto in un santuario dedicato ad Apollo (come quelli di Delfi e Olimpia). Da un pò di tempo l'Italia si è mossa per poter riavere (giustamente) l'opera: nel 2007 il Getty Museum ha annunciato la restituzione allo Stato Italiano di 40 opere, però tra queste non figura l'atleta di lisippo perchè secondo Julie Jaskol (portavoce della Fondazione che gestice il museo americano) "L'atleta vittorioso è greco e non italiano e poi non l'abbiamo sottratto, all'epoca il museo lo pagò profumatamente e non c'è stato niente di criminale nelle nostre azioni. Il ritrovamente avvenne in acque internazionali". Si è arrivati alle vie giudiziarie, tanto che l'11 febbraio di quest'anno il gip di Pesaro Lorena Massoni ha ordinato la confisca dell'opera, ma il Getty Museum ha deciso di andare in Cassazione. Non è la prima volta che si verificano casi del genere, anzi sono molte le opere italiane che si trovavano all'estero e che sono state restituite all'Italia: la Venere di Morgantina (trafugata in Sicilia, sarà restituita quest'anno dal Met di New York), la Coppa di Satiro (restituito nel 2007), i Grifoni pugliesi (trafigati ad Ascoli Piceno, sono stati restituiti nel 2007), il Giardino delle Esperidi (restituita dal Getty Museum all'Italia nel 2008), il Sileno e le Meneadi (restituita nel 2007) e il famosissimo Vaso di Eufronio (trafugato da una tomba etrusca, è stato restituito nel 2008). Il problema sta purtroppo nel traffico delle opere, come ha affermato recentemente Salvatore Settis, storico dell'archeologia e direttoire della Normale di Pisa, il quale intervistato dal giornalista del quotidiano la Repubblica Dario Pappalardo ha affermato: "Dal 1909 abbiamo le migliori leggi in materia di tutela dell'archeologia. Tutto ciò che si scava nel nostro sottosuolo appartiene all'Italia. Negli ultimi anni, in fatto di restituzioni da parte di enti stranieri, abbiamo avuto importanti ssuccessi. Nonostante questo, gli acquisti incauti continuano. E ci sono ancora parlamentari del Pdl che promuovono proposte di legge per legalizzare il possesso di beni archeologici e quindi la loro vendita. Insomma, l'archeo-condono è ancora una minaccia. Per fortuna, finora i ministri dei Beni Culturali che si sono succeduti negli anni hanno sventato gli attacchi". Ma fino a quando ci riusciranno?

venerdì 19 febbraio 2010

ROMA: L’ALBERO CON IL RAMO D’ORO…

Esiste una leggenda relativamente alla storia di Roma antica, tramandata da Ovidio: a Nemi (sui Castelli Romani) c’è un laghetto che si dice fosse lo specchio di Diana (la dea della caccia alla quale sul posto fu dedicato un santuario). Nei pressi di questo lago (precisamente sulla riva settentrionale) fu costruito un santuario in nome della dea Diana ma la leggenda narra che ci sarebbe stata un’area (limitrofa a questo santuario) che conteneva un piccolo bosco recintato e una specie di vaso incassato nel terreno dove era cresciuto il cosiddetto albero col ramo d’oro: nessuno vi poteva spezzare alcun ramo da quest’albero, solo uno schiavo fuggitivo (se ci fosse riuscito) poteva spezzarne uno e, in questo caso, aveva la possibilità di battersi col sacerdote e, se l’uccideva, avrebbe regnato in sua vece col titolo di re del bosco (rex nemorensis).
Una leggenda molto affascinante che nel tempo ha ispirato il celebre dipinto di William Turner (realizzato nel 1834 ed ora esposto alla Tate Gallery di Londra), nonché una grande opera letteraria intitolata “Il ramo d’oro”, scritta fra il 1890 ed il 1915 dall’inglese antropologo e storico delle religioni James Frazer (quest’opera ha poi avuto un peso molto importante nel campo della psicanalisi, della poesia, della letteratura e del cinema contemporaneo: in particolare avrebbe influenzato parecchio Siegmund Freud il quale ammetteva di dovere all’opera di Frazer l’idea dell’uccisione del padre che sta nel cuore di “Totem e tabù”). A dover di cronaca, qualcun altro sarebbe riuscito a spezzare un ramo del famoso albero: infatti, nell’Eneide di Virgilio Enea effettivamente stacca il ramo d’oro per poter entrare nell’Ade.
Ebbene, ora qualcosa di straordinario è affiorato nella zona durante alcuni scavi (il territorio romano sta regalando molte soddisfazioni agli archeologi in questi ultimi anni): proprio a Nemi gli archeologi avrebbero rinvenuto il vaso (incassato nel terreno) che conteneva questo albero col ramo d’oro. Attorno sono stati tra l’altro ritrovati i resti dell’immenso santuario dedicato a Diana (4.000 mq, il più grande mai trovato nel Lazio) oltre che fontane, terrazzamenti, una cisterna e un ninfeo (i reperti più antichi risalgono addirittura al XIII-XII secolo a.C.).
L’archeologo Filippo Coarelli (fino allo scorso anno professore a Perugina) sta seguendo i lavori: è riuscito a trovare il tempio principale all’interno del santuario di Diana (che, oltre che il più grande, è anche il più antico finora scoperto nel Lazio), la recinzione che delimita l’area e, attraverso un varco che interrompe la cinta di possenti mura, porta appunto ad una zona dove sono stati fatti gli altri ritrovamenti. In realtà, l’archeologo spiega in un articolo di Francesco Erbani pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 17 febbraio 2010 che inizialmente il lavoro non fu entusiasmante, anzi: infatti, fra i reperti rinvenuti e le mura c’era un’area dove durante l’epoca medievale si era verificato un imponente crollo, per mesi si era scavato togliendo grossi blocchi di lava con la convinzione che in passato ci sarebbe stato sul quel posto un santuario, ma affioravano solo cocci di ceramica… Quindi Coarelli stava pensando di fare un buco nell’acqua: ma l’insistenza dei lavori ha portato a risultati straordinari. Infatti, si scoprì subito il recinto e confrontando quello che si trovava con quello che Frazer scrisse nella sua opera si riuscì a svelare il segreto del bosco e dell’albero dal ramo d’oro. Coarelli spiega che nel rituale citato nella leggenda si riconosce una struttura primitiva che richiedeva al re (capo non solo politico e religioso ma anche militare) una grandissima efficienza fisica: il duello serviva a confermare questa valenza fisica e, qualora questa fosse venuta meno, il re era destinato a cadere e a morire. Questo luogo sarebbe poi diventato il centro federale della lega latina, dove i vari rappresentanti delle comunità si riunivano per le grandi occasioni religiose e civili.
Ora però i lavori sono sospesi, e non per il maltempo… Coarelli afferma infatti che il problema sta negli scarsi finanziamenti, il proseguimento dei lavori è appeso ad un filo, e dice: “Qui si tocca con mano l’assoluto disinteresse nel quale affonda il nostro patrimonio”. La conferma arriva dall’operato dell’attuale governo Berlusconi che, per motivo di risanamento dei conti pubblici, sta tagliando i fondi a quei settori che dovrebbero essere gli ultimi ad essere toccati da questi tagli, ovvero la scuola, l’arte e la cultura: si continua ad investire decine di miliardi di euro sul Ponte di Messina, su una famigerata Protezione Civile, su un inquietante rilancio del nucleare, ed intanto il più grande patrimonio storico – artistico italiano (il più importante al mondo) sta andando in rovina per la mancanza di fondi. Complimenti caro Sultano (mi perdoni Giorgio Bocca se continuo ad usare questa sua splendida ed altrettanto reale locuzione)!

lunedì 9 novembre 2009

ATENE: al Partenone si giocava a dadi?

Sembrerebbe di sì: è una scoperta dell’archeologa Eleni Karakitsou, la quale durante i lavori di conservazione e restauro del Partenone (il grandissimo tempio di Atene dedicato alla dea Atena, protettrice della città) ha rinvenuto sulle scalinate e sul pavimento del tempio circa 50 tavolieri (anche se si pensa fossero molti di più) sui quali sarebbero stati svolti dei giochi.
Facciamo un passo indietro. Il Partenone venne costruito su un precedente tempio sulla collina dell’Acropoli che sovrasta la capitale greca, ma subito dopo fu distrutto (480 a.C.) dai persiani. Il nome Partenone deriva da parthènos (che significa vergine), in onore della dea Atena: i lavori iniziarono nel 448 a.C. e furono terminati nel 432 a.C., ad opera degli architetti Ictino e Callicrate e dello scultore Fidia. Fu costruito interamente in marmo pentelico (marmo bianco estratto dall’omonimo monte greco): misura ml 69.00x30.87 e si tratta di un tempio dorico periptero (o perittero: detto di edificio cinto da un ordine di colonne distanti dal muro della cella), con 8 colonne sulla fronte e 17 sui lati. Per quanto riguarda le sue sculture, sulla facciata est (la principale) era rappresentata la nascita di Atena, mentre su quella ovest era rappresentata la contesa tra Atena e Positone per dare il nome alla città (la spuntò Atena…). Le metope (ovvero ciascuno degli spazi racchiusi tra un triglifo e l’altro, al di sopra del colonnato, dove il triglifo è una tavoletta sporgente quadrangolare di pietra o di terracotta) erano 92, mentre un fregio continuo si svolgeva sull’alto del muro esterno della cella e rappresentava la processione delle grandi Panatenaiche, processione con la quale si portava al tempio un nuovo peplo (abito femminile) per la divinità. Purtroppo non è mai stata trovata la mitica statua di Atena (vedi immagine), posta all’interno del tempio e della quale si hanno solo notizie letterarie, famosa per essere una gigantesca statua criselefantina (cioè in oro e avorio). Comunque, se vi incuriosice la mitologia greca andate sull'informatissimo sito http://www.miti3000.it.
Era doveroso dare alcuni cenni storici sul tempio, ma ora torniamo alla scoperta dei giorni nostri. Dicevamo dei tavolieri rinvenuti sul pavimento del tempio. La scoperta ha portato alla memoria una famosissima immagine di Achille e Aiace (che appare su molti vasi greci) che giocano a dadi sotto le mura di Troia: infatti, i greci antichi attribuivano l’invenzione dei dadi e dei giochi all’eroe omerico Palamede, il quale passava così il suo tempo libero a Troia. Secondo Sofocle, Palamede inventò anche un gioco che oggi in Grecia si chiama Tavli (simile al nostro Backgammon), anche se tavolieri simili sono stati trovati in Mesopotamia risalenti addirittura al III° millennio a.C.!! Sempre sul Partenone è stato rinvenuto anche un altro gioco greco, il Diagrammismos, ovvero il Pentagramma, una specie di scacchi con 16 pezzi (disposti su due file) per ciascuno dei due partecipanti. È stato rinvenuto infine un altro gioco, il Triliza (o Enneada) dove i giocatori, usando delle biglie, dovevano riunire gli angoli di tre quadranti concentrici (un gioco simile è stato trovato anche sul pavimento della Chiesa di San Paolo Fuori le Mura a Roma).
Tuttavia, bisogna considerare che il Partenone non era nato come tempio da gioco, ma come posto ove venerare la divinità Atena: solo quando il Partenone non ebbe più questa funzione, furono incisi i tavolieri sul suo pavimento. Ci sono parecchi dubbi sulla data in cui il Partenone perse la sua funzione di tempio per la venerazione, ma successe sicuramente dopo il I° secolo d.C. perché Plutarco (vissuto tra il 46 e il 127 d.C.) narra che il pavimento del Partenone era ancora pulito, anche se comunque vi si giocava già all’aperto, sulla spianata, così come accadeva in altri monumenti dell’Acropoli di Atene, come nei tempi di Efesto ed Eleusi. La maggior parte dei tavolieri è stata rinvenuta nella parte meridionale ed occidentale del tempio, ovvero quella più riparata dalle intemperie, a testimonianza di come gli antichi greci passassero qui molte ore dedicandosi ai giochi.
Una scoperta molto importante, che fa ancora più chiarezza sulla vita quotidiana degli antichi greci e che ci fa capire che, forse, molti nostri giochi attuali derivano proprio da quella fiorente civiltà.

ROMA: rinvenuta testa marmorea della dea Diana

Un importante scoperta è avvenuta lo scorso mese di ottobre a Roma ai piedi dell’Aventino: si tratta di una testa marmorea di Diana, scoperta dall’archeologo Alessandra Capodiferro della Soprintendenza archeologica di Roma ed esposta a Palazzo Altemps: si tratta di una rielaborazione della statua di culto del tempio di Artemide a Efeso.
La notizia l’ho appresa da un articolo di Andrea Carandini sul quotidiano la Repubblica: Carandini è il più famoso ed autorevole archeologo italiano, oltre che uno dei più importanti al mondo, tanto che il 25 febbraio 2009 il ministro Bondi lo ha nominato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (in sostituzione del dimissionario professore Salvatore Settis). È professore ordinario dal 1980 e dal 1992 insegna archeologia classica presso l'Università La Sapienza di Roma. Tra le sue scoperte più importanti, le mura del Palatino di Roma risalenti all'VIII secolo a.C. Il 20 aprile 2006 è stato insignito della Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte; molti i libri che ha scritto, incentrati sull'archeologia e su Roma.
Torniamo alla scoperta che è stata effettuata: sembrava una delle “solite” tante scoperte che vengono rinvenute periodicamente nel ricco sottosuolo romano, ma subito si è capito che si era di fronte a qualcosa di importante: infatti, da anni si sta cercando, invano, sull’Aventino (ove è stata rinvenuta la testa marmorea) il mitico tempio di Diana.
Già nel ‘700 era stata rinvenuta in quest’area una statuetta in alabastro di Diana, tanto che già allora si ipotizzò che il tempio di Diana si trovasse sull’Aventino a sinistra della chiesa di Sant’Alessio: la chiesa si trova sulla sommità del colle ed è stata costruita sopra il tempio di Minerva (tempio che Marziale posizionava “in arce”, ovvero sulla sommità del colle). Inoltre, consultando un frammento della pianta marmorea di Roma (risalente agli inizi del III secolo d.C.), si scopre che accanto il tempio di Minerva c’era proprio quello di Diana (che secondo Giovenale sorgeva anch’esso “in arce”). Quel frammento della pianta marmorea della città è davvero importante: partendo dal fatto che i tempi pagani si disponevano lungo l’alto ciglio dell’Aventino sopra il Tevere, come anche le chiese, Carandini e colleghi sono riusciti a collocare il tempio di Diana proprio vicino alla chiesa di Sant’Alessio, nonostante questa loro scelta topografica sia stata spesso criticata da altri addetti ai lavori.
Tra l’altro, sempre quel frammento della pianta marmorea di Roma rivela anche parte della pianta del tempio di Diana: aveva una fila di 8 colonne ioniche sulle due fronti e due file di 15 colonne sui lati (come il tempio di Efeso, preso come modello dall’ammiraglio trionfatore Cornifico che aveva l’abitudine di girare Roma in elefante…). Si trattava senza ombra di dubbio di una delle meraviglie della Roma augustea, ma finora non gli è mai stata data la dovuta importanza: sarebbe una gran bella soddisfazione riuscire a riportare alla luce il tempio. Si potrebbe farlo facendo eseguire una prospezione geomagnetica in un cortile dell’Istituto degli Studi Romani, col quale si è già riusciti ad individuare il tempio di Quirino (nei giardini del Quirinale) e potrebbe essere utilizzato per rinvenire anche altri monumenti perduti come il tempio di Cerere, Libero e Libera risalente al V secolo a.C., sempre sull’Aventino (sulla pendice verso Circo Massimo).
Sia quello di Diana che quello di altri non ancora rinvenuti, sono templi tra i più importanti della Roma antica in quanto erano legati alla plebe, la quale si riuniva proprio davanti ad essi. Ad esempio, il culto di Diana sull’Aventino era stato istituito intorno alla metà del VI secolo a.C. dall’imperatore Servio Tullio come contraltare romano del culto ad Aricia (Nemi): lo stesso Servio Tullio aveva imitato Tarquinio Prisco che agli inizi del VI secolo a.C. aveva istituito il cultod i Giove Laziare sul Monte Albano (Cavo). Si tratta di tasselli importanti della storia romana in quanto sono i presupposti teologici dell’egemonia di Roma sui Latini non solo sulla riva sinistra del fiume Tevere (così come vollero a suo tempo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marcio) ma anche su tutto il Lazio antico (così come vollero Tarquinio Prisco e Servio Tullio), il che gettò le basi per quella che sarebbe diventata la Roma “potenza mediterranea”.
Trovo molto interessante come conclude il suo articolo Andrea Carandini in merito alla storia di Roma, pensiero che riporto integralmente: “Se continuiamo a procedere per frammenti sparsi che si accumulano, non adeguatamente organizzati e cartografati, non riusciremo a capire, raccontare e mostrare la città nel sistema dei contesti che si succedono nel tempo. Il fine sta dunque nel riguadagnare i singoli frammenti ai contesti per spiegare la storia nello spazio, oltre che nel tempo. Quando spiego Roma a visitatori anche colti, perfino ad archeologi non specialisti, mi accorgo che Roma non si spiega da sola”. Il sottosuolo di Roma ha ancora tanto da restituire…

martedì 20 ottobre 2009

Il vero LABIRINTO non era a Cnosso, forse...

Partiamo dalla mitologia greca: Minosse, re di Creta, fece costruire un labirinto per racchiudervi al suo interno l’orribile Minotauro (che era nato dall’unione di sua moglie con un toro e che, infatti, è dipinto come un uomo con la testa di un toro). Il labirinto fu progettato e costruito da Dedalo e da suo figlio Icaro i quali, dopo averlo terminato, vi rimasero imprigionati e dovettero fuggirvi volando. Da qui nacque la leggenda del “labirinto”, sempre localizzato a Cnosso (nei pressi di Iraklion, lungo la costa settentrionale dell’isola di Creta).
Ora però una spedizione archeologica anglo-greca ha scoperto qualcosa di nuovo: scavando in un complesso di caverne nella località di Gortyna (32 km a sud-ovest di Cnosso) ha portato alla luce una rete di tunnel, stanze e passaggi sotterranei molto complicati che potrebbero essere identificati come il vero labirinto di Minosse!! Ne danno notizia Nicholas Howart (geografo della Oxford University) e il quotidiano La Repubblica di sabato 17 ottobre 2009, tramite il corrispondente Enrico Franceschini.
In realtà, le caverne di Gortyna erano note da secoli (si tratta di ben 4 km di tunnel sotterranei) e sono state nel tempo meta di visitatori per poter essere esplorate: si trattava senza ombra di dubbio di un’opera umana, considerate anche le numerose stanze che puntellano questi tunnel. Tuttavia, tra il 1900 ed il 1935 un ricco archeologo inglese, sir Arthur Evans, fece eseguire una grandiosa ricerca a Cnosso, annunciando poi a tutto il mondo di aver scoperto il mitico labirinto di Minosse, che sarebbe diventato in seguito metà del turismo di massa (600.000 visitatori all’anno!!). In realtà, come afferma lo stesso professor Nicholas Howart tutte queste persone potrebbero aver visitato il “falso” labirinto.
Tuttavia ci sono anche altre ipotesi: alcuni studiosi sono ad esempio convinti che il vero labirinto si trovi addirittura a Skotino, 20 km ad est di Cnosso, dove è stata scoperta un’altra serie di caverne collegate tra loro.
Certo, la comunità scientifica è divisa tra sostenitori e contrari alla nuova scoperta. Chi è propenso a pensare che il labirinto sia a Cnosso, chi a Gortyna, chi addirittura ne mette in dubbio l’esistenza. Come afferma infatti Emanuele Greco, ordinario di archeologia classica all’Università L’Orientale di Napoli e direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene, non bisogna dimenticarsi che la storia del labirinto è in realtà un mito ed è quindi sbagliato cercare la sua corrispondenza con la realtà. Lo stesso Greco afferma: “La ricerca archeologica si misura sulla serietà delle domande e non dalle risposte che dà. Fare un’ipotesi alternativa sulla sede del Labirinto del Minotauro rispetto al sito che fu scavato da Arthur Evans significa inseguire uno scoop. E probabilmente poter ottenere finanziamenti per gli scavi”.
Insomma, il rebus del labirinto continua…

mercoledì 14 ottobre 2009

ROMA: grandi scoperte archeologiche dell'era imperiale!

In queste ultime settimane, dagli scavi per la nuova linea metropolitana di Roma e durante altri lavori di rafforzamento stanno affiorando dei veri e propri gioielli artistici direttamente dall’era imperiale: l’ateneo di Adriano e la Coenatio Rotonda nella Domus Aurea di Nerone. Dei fatti ne ho trovato notizia su due articoli di Carlo Alberto Bucci apparsi sul quotidiano La Repubblica il 30 settembre ed il 9 ottobre scorsi, e sono documentati sui siti http://www.archeoroma.beniculturali.it e su http://www.beniculturali.it. Vediamo di cosa si tratta.
Ateneo di Adriano. Nel 133 d.C. l’imperatore Adriano, di ritorno dalla Palestina, fece costruire un ateneo per ospitare poeti, retori, filosofi, scienziati, letterati e magistrati, che dovevano affrontare orazioni, gare di versi e dibattiti in latino e in greco. L’imperatore fece costruire questo ateneo a sue spese sul modello del tempio di Atena ad Atene: Aurelio Vittore definì l’ateneo ludum ingenuarum artium. Ora, durante gli scavi per la nuova linea metropolitana, si sono trovati alcuni reperti in un angolo di Piazza Venezia, dove non era mai stato scavato prima d’ora: a dire il vero, già durante i primi scavi effettuati ad aprile 2008 vicino alla chiesa di Santa Maria di Loreto (in Piazza Venezia) venne alla luce una scala monumentale. In un primo momento si pensò alla gradinata di accesso ad un edificio pubblico, poi il soprintendente archeologo Angelo Bottini fece notare che quelle gradinate sembravano fatte più per stare seduti che per essere salite. Poi, il progredire degli scavi portò alla scoperta anche di un’altra gradinata, posta di fronte a quella già rinvenuta, e fu così che si arrivò alla scoperta delle gradinate dell’aula magna dell’ateneo. Si è arrivati pertanto alla scoperta di un edificio del quale non si sapeva la localizzazione, visto che non figurava neppure nella pianta della città Forma Urbis risalente al 203-211 d.C. Si tratta di una grande scoperta, che sarà illustrata dagli archeologi della Soprintendenza speciale di Roma il prossimo 21 ottobre dal commissario per la metropolitana Roberto Cecchi, che farà il punto della situazione sui lavori svolti.
Coenatio Rotunda nella Domus Aurea di Nerone. Ancora più sensazionale questa scoperta: durante alcuni lavori di rafforzamento di un muro, gli archeologi hanno scoperto sotto il Palatino il celeberrimo “salotto girevole” di Nerone! Si trattava di una stanza rotante, che girava giorno e notte imitando il movimento della Terra, che regalava un panorama mozzafiato su tutta la città. Ciò conferma quanto sosteneva Svetonio, il quale descriveva la struttura affermando che il soffitto della stanza era fatto di tavolette d’avorio mobili, percorse da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori o profumi. Incredibile! La struttura ha un’altezza di 12 metri (su due piani da 6 metri ciascuno), con un perimetro esterno di ben 16 metri e muri dello spessore addirittura di 210 cm: il cilindro centrale ha un diametro di 4 metri (vedi immagine). Non si è ancora scoperto come faceva a ruotare la struttura: si pensa che potesse girare come un mulino azionato e spinto dall’acqua, oppure che fosse spinta da animali. Non si ha ancora la certezza comunque che si tratti del salotto girevole di Nerone, tuttavia le prove a carico sono molte: l’edificio è infatti in asse con gli altri ambienti della Domus Aurea. C’è ancora da scavare per portare alla luce tutta la struttura, ma il commissario per l’archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha già messo subito a disposizione 200 mila euro.
Magica Roma! Tutto questo grazie al sapiente lavoro degli archeologi che non solo col loro lavoro riportano alla luce tracce della millenaria storia del nostro paese ma rappresentano anche una delle più importanti scuole al mondo di archeologia. Col rischio, però, costante del taglio ai loro fondi da parte della Finanziaria… In questi giorni ricorre il 110° compleanno della Scuola Archeologica Italiana di Atene che coordina gli scavi nel territorio greco, in particolare a Creta dove ha riportato alla luce in questi anni un palazzo risalente al Protopalaziale (1900-1700 a.C.), il famoso Disco di Festo (dalla scrittura indecifrabile e misteriosa), stanze reali, botteghe di artigiani, magazzini, tutti risalenti all’epoca minoica (a proposito, tale Scuola è stata profondamente criticata dal quotidiano La Padania il quale afferma che si dovrebbe studiare solo la storia dei Celti…! Senza vergogna!). Ricordiamo che in tale Scuola vengono formati ragazzi all’archeologia, sul modello del campus: purtroppo le sempre più scarse risorse fornite dallo Stato italiano stanno portando al serio pericolo di chiusura della Scuola, con una perdita gravissima in fatto di storia ed archeologia. Salvo (ormai, solo) finanziamenti privati…

martedì 11 novembre 2008

Boom dell’ARCHEOLOGIA VIRTUALE!

È un vero e proprio boom quello dell’ARCHEOLOGIA VIRTUALE: se ne discuterà alla “Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico” che si terrà a Paestum (Campania) dal 13 al 16 novembre 2008. Ma di cosa si tratta? L’archeologia virtuale è uno strumento di promozione dei siti archeologici, un rilancio turistico di questi siti dall’enorme valore storico. Grazie ad internet e alle varie applicazioni virtuali in circolazione, si può ora far rivivere un sito antico in un ambiente 3D (stile Second Life). Questo metodo consentirà non solo un rilancio turistico di questi siti archeologici, ma contribuirà ad intensificare la collaborazione tra le università ed i centri di ricerca per diffondere ancor di più l’interesse per questa grande materia: l’ARCHEOLOGIA.
Proprio in occasione della “Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico” verrà dato grande spazio ad ArcheoVirtual (maggiori informazioni su http://www.vhlab.itabc.cnr.it/archeovirtual), organizzata in collaborazione con il Virtual Heritage Lab del CNR Itabc, che avrà come tema principale l’interpretazione e la comunicazione del mondo antico proponendo installazioni multimediali e di realtà virtuale applicate all’archeologia e al patrimonio culturale: il visitatore potrà interagire con i vari progetti con animazioni, filmati, suoni e immagini, vivendo in prima persona come se fosse nel sito antico in questione.
In mostra ci sono 12 tra i migliori progetti europei di archeologia virtuale e tra questi vi sono:
• il Museo virtuale della via Flaminia antica: Sofia Pescarin (ricercatrice del CNR e responsabile scientifica di ArcheoVirtual) spiega che 4 visitatori possono scegliere un personaggio virtuale ed entrare insieme nel sito, dove possono incontrarsi. Poi, con un joystick, possono esplorare il sito ed incontrare personaggi storici che raccontano la loro storia;
• il Virtual Rome: promosso dal CNR e finanziato da Seat e dalla Camera di Commercio di Roma, ha come obiettivo l’esplorazione di Roma durante il II° secolo d.C.. Per entrare bisogna installare un plug-in che consente di muoversi in uno spazio molto ampio (50 Gigabyte) girando per la Roma antica;
• le porte di Akragas: si tratta di un progetto presentato dalla No Real di Davide Borra (professore al Politecnico di Torino) che ha ricostruito virtualmente tutta la Valle dei Templi di Agrigento nel VI° secolo a.C.!
E poi ancora altri progetti interessanti, come la ricostruzione virtuale del Castello Finga, il più grande teatro romano della Campania.
Davvero dei progetti interessanti, che serviranno a dare ulteriore valore ai siti archeologici per valorizzare la grande storia del nostro paese.

sabato 1 novembre 2008

Regno di Davide: vera potenza o piccola tribù?

È stata pubblicata una notizia dal The New York Times, scritta da Ethan Bronner, che è stata tradotta dalla giornalista Emilia Benghi e pubblicata sul quotidiano La Repubblica di venerdì 31 ottobre 2008: si tratta di una scoperta archeologica che potrebbe far luce sull’antico Regno di Davide, in Israele.
Il sapiente lavoro degli archeologi sta portando alla luce qualcosa di sensazionale sopra la Valle di Elah, dove avvenne la biblica lotta tra Davide e Golia: ovvero una cittadina di circa 3.000 anni fa, e questo potrebbe portare a riscrivere la storia del Regno di Davide, della sua capitale Gerusalemme e del popolo di Israele. Infatti la domanda che gli storici si sono sempre posti è: Davide era a capo di un regno importante o si trattava soltanto di una tribù minore?
Si tratta di un sito archeologico di circa 2 ettari ove sono state rinvenute fortificazioni, abitazioni, una porta nonché alcune frasi incise sulla terracotta che potrebbero rappresentare il più antico testo ebraico al mondo: gli scavi sono guidati da Yosef Garfinkel della Hebrew University di Gerusalemme.
Perché tanto curiosità e tanta diatriba attorno alla storia del Regno di Davide? Secondo il Vecchio Testamento nel X° secolo a.C. Davide unificò i regni di Giuda e Israele, preparando il terreno al figlio Salomone che eresse poi il Grande Tempio e regnò su una vasta area compresa tra i fiumi Nilo ed Eufrate, creando una grande potenza: la scoperta archeologica viene considerata da Israele come una grande testimonianza di veridicità di quanto affermato dalla Bibbia, in funzione del fatto che Israele si è sempre considerata una nuova versione dello Stato fondato da Davide (già il sito web del ministero degli esteri israeliano presenta il Regno di Davide e di Salomone come un dato di fatto, con tanto di mappa). E qui si apre il dibattito, perché molti studiosi affermano che le testimonianze archeologiche sono molto poche in merito, indicando il Regno di Davide come un mito creato secoli dopo: secondo loro, se il Regno di Davide fosse stato così potente avrebbe lasciato molti più segni della sua storia (come tracce di insediamenti urbani e attività), invece in quest’area è finora affiorato molto poco.
Nello scavo sono stati trovati due noccioli d’oliva bruciati: sottoposti al test del carbonio 14, sono risultati risalenti al periodo tra il 1050 ed il 970 a.C., proprio in perfetta coincidenza con il Regno di Davide. Ora però si rifarà il test su altri noccioli d’oliva: infatti, secondo Ilan Sharon (esperto della Hebrew University nella datazione con il metodo del radiocarbonio), datare noccioli d’oliva così vecchi è rischioso perché si è al limite nella precisione delle misurazioni, si rischierebbe quindi di compiere errori grossolani. Servono infatti centinaia di campioni e non due o quattro noccioli d’oliva per risalire esattamente all’epoca di un sito.
La scoperta archeologica sta già scatenando reazioni politiche che rischiano di far fuorviare il compito (storico) degli scavi: infatti, David Willner (che guida la Foundation Stone, finanziatrice degli scavi, israeliano-americano che vive nella colonia di Efrat in Cisgiordania) afferma che bisogna “Rafforzare il legame del popolo ebreo con il territorio”, mentre (al contrario) Israel Finkelstein (archeologo all’Università di Tel Aviv) afferma che “C’è chi guarda al passato in maniera etnocentrica: tutto è israelita o giudeo. La storia non è così. Esistevano altre entità con un ruolo importante nella parte meridionale del paese”.
Servirà molto tempo (circa 10 anni) per portare alla luce quello che (presumibilmente) è ancora sotto il terreno, che servirà probabilmente a far luce (dopo millenni) sulla storia così ingarbugliata e combattuta di questo angolo di pianeta.

venerdì 31 ottobre 2008

ARCHEO-CONDONO: la replica dell'on. Carlucci...

Mi rifaccio al mio post di ieri inerente l'archeo-condono riproposto in essere dall'onorevole Gabriella Carlucci (del PDL). La polemica, lo ricordo, era partita da Salvatore Settis (Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali) sul quotidiano La Repubblica di questi giorni e riguardava il cosiddetto "archeo-condono", riproposizione di un vecchio emendamento di alcuni anni fa dello stesso on. Carlucci che consentiva ai possessori di beni archeologici datati prima del 476 d.C. di poterne sanare la loro posizione illegale ,aprendone così le strade al facile guadagno e privando i musei italiani della millenaria storia del nostro paese.
Ma ecco che arriva la secca smentita (ma quante smentite arrivano da questo governo?) dell'onorevole Carlucci, che ha inviato al quotidiano una lettera dicendo: "Niente di più falso. I due emendamenti di cui si parla non esistono e ovviamente non sono mai stati presentati. Sfido chiunque a produrre documenti che attestino il contrario. Non c'è traccia di alcuna proposta di modifica in materia, presentata dalla sottoscritta". Dunque, le cose sono due: o l'onorevole ci crede rimbecilliti oppure è semplicemente fusa. Infatti, il sindacato UIL dei Beni Culturali (per il tramite del suo segretario Gianfranco Cerasoli) ha prodotto i documenti che attestano quanto fatto dall'onorevole: i testi dei due emendamenti, contrassegnati dai numeri 2076 e 2077 e presentati prima della scadenza dei termini (avvenuta giovedì 23 ottobre alle ore 12), erano negli uffici della Camera dei Deputati (precisamente nel fascicolo provvisorio di fotocopie allestito dalla segreteria della Commissione Bilancio della Camera), hanno lo stesso titolo (entrambi articolo 2 bis da aggiungere all'articolo 2 della legge finanziaria: "Riemersione di beni culturali in possesso di privati") anche se il primo è articolato in 13 punti e il secondo solo in 9, ed inoltre (cosa importante) in calce a tutti e due si legge la firma autografa di Gabriella Carlucci... Non ho parole di fronte alla faccia tosta! Non si è fatta attendere la risposta di Settis: "E' bello che l'onorevole Carlucci sia così indignata di fronte all'accusa di aver ri-presentato nel 2008 una norma identica a quella da lei stessa presentata nel 2004: vuol dire che ci ha ripensato e che, a differenza di molti, è capace di vergognarsi". Tra l'altro, il ripensamento dell'on. Carlucci è avvenuto prima della mattina del 28 ottobre, quando ormai gli emendamenti erano stati stampati, distribuiti ai deputati e immessi ufficialmente nel sito: quindi ormai la frittata era stata fatta...
Semplicemente inquitante e sorprendente come la classe politica si prenda gioca della gente comune: il problema risale sempre alla cosiddette "liste bloccate", ovvero al fatto che quando si va alle elezioni noi possiamo votare per un partito (o coalizione) senza però poter sciegliere i deputati (che invece sono scelti dai vincitori). Secondo voi, col voto di preferenza (espresso quindi dai cittadini) la Carlucci sarebbe diventata onorevole? Ho qualche dubbio...

giovedì 30 ottobre 2008

GOVERNO BERLUSCONI: torna l’archeo-condono…

Nell’ultima campagna elettorale della scorsa primavera, Berlusconi (leader del PDL e poi eletto Presidente del Consiglio) promise che mai nessun condono sarebbe stato attuato nel corso del suo governo. Ed invece ecco qua un bel condono: l’archeo-condono!
L’onorevole del PDL Gabriella Carlucci ha infatti presentato due versioni di uno stesso emendamento, la n° 2076 e la n° 2077, chiamato “Riemersione di beni culturali in possesso di privati”: si tratta di una riedizione di quello che era già stato a suo tempo chiamato “archeo-condono”, ovvero l’emendamento n° 5119 proposto nel 2004 dall’onorevole Gianfranco Conte, dalla stessa Gabriella Carlucci e da alcuni altri deputati, poi ritirato, ripresentato come emendamento n° 30.068 nella Finanziaria 2005 ma sconfitto anche grazie al voto contrario di esponenti dello stesso governo Berlusconi, tra cui il ministro dei Beni Culturali Giuliano Urbani e il sottosegretario all’Economia Giuseppe Vegas. Ieri ne ha parlato anche Salvatore Settis sul quotidiano La Repubblica.
Ma cosa dice questo emendamento riproposto dall’onorevole Carducci? Cita: “I privati possessori o detentori a qualsiasi titolo di beni mobili di interesse archeologico antecedenti al 476 d.C., non denunciati né consegnati a norma delle disposizioni del Codice dei Beni Culturali, ne acquisiscono la proprietà mediante comunicazione alla Soprintendenza competente per territorio”. Naturalmente, per facilitare ulteriormente le cose ai fortunati possessori, non servirebbe nessuna documentazione particolare per attestare la provenienza del bene che si possiede, ma basterebbe fare una dichiarazione che attesti il possesso o la detenzione in buona fede e pagarne le spese di catalogazione (spese che, tra l’altro, si pagheranno non in base al valore storico, artistico o archeologico del bene, ma in base al numero dei beni che sono oggetto della dichiarazione, e potrebbero variare da € 300 ad € 10.000!!!)!!! Scusate i punti esclamativi, ma è davvero incredibile. Ma c’è di più (come se questo non fosse già troppo): escludendo solo quei beni per i quali la Soprintendenza dichiari che si tratti di oggetti di particolarissimo interesse culturale, tutti gli altri (cito) “possono essere oggetto di attività contrattuale a titolo gratuito o oneroso, e la loro circolazione è libera, in deroga alle disposizioni del Codice dei Beni Culturali”, e ciò varrebbe sia per la circolazione all’interno del nostro paese che all’esterno!!!
Si tratta praticamente dell’esatta riedizione dell’emendamento proposto nel 2004, in occasione del quale il senatore Giuseppe Vegas (allora sottosegretario all’Economia) disse che si trattava di una “sanatoria per i tombaroli”, mentre l’onorevole Gioacchino Alfano era preoccupato del fatto che questa norma avrebbe incentivato il saccheggio del sottosuolo alla ricerca di reperti sui quali poi dichiarare legittima appropriazione.
Questo è infatti il grave pericolo che comporterebbe questo emendamento, ovvero un commercio "legale" di reperti archeologici: si sanerebbero migliaia di reati per il possesso (fino a quel momento) illegale di beni di valore storico-archeologico e ciò permetterebbe a collezionisti, trafficanti di antichità e mercanti disonesti a vendere in Italia e all’estero i “loro” beni archeologici ricavandone immense somme di denaro e, allo stesso tempo, privando i musei del nostro paese delle testimonianze della sua millenaria storia.
Questo emendamento potrebbe far saltare quel processo, iniziato alcuni mesi fa e fortemente voluto dal Ministero dei Beni Culturali, che sta consentendo la restituzione ai musei italiani di numerosi beni storici e archeologici da parte di musei stranieri. Si tratta di un processo al quale hanno speso molte fatiche anche la magistratura, l’Avvocatura dello Stato e i Carabinieri, che per molto tempo si sono battuti per far prevalere quel principio secondo il quale qualsiasi bene archeologico è di pertinenza dello Stato. Se passasse l’emendamento, si aprirebbe in Italia un’immensa caccia al tesoro: tanto basterebbe fare una dichiarazione di “possesso in buona fede”, pagare qualche euro e rivendere il proprio bene a cifre immensamente superiori. Tra l’altro, l’emendamento prevederebbe che il Ministero dei Beni Culturali è obbligato per legge ad “assicurare la più sollecita ed ampia diffusione della conoscenza della presente legge presso l’opinione pubblica, avvalendosi anche dei mezzi di comunicazione di massa”: ma vi rendete conto, è pazzesco!!!
Sono proprio curioso (e, soprattutto, preoccupato…) di vedere cosa farà il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi in occasione della votazione che si terrà su questo emendamento: voterà contro il proprio esecutivo per il bene della storia del nostro paese?

mercoledì 22 ottobre 2008

GETA, l’imperatore cancellato: ritrovato il busto.

È stato ritrovato ad Orvieto un busto dell’imperatore romano GETA, precisamente negli scavi archeologici (condotti dall’Università di Macerata) in località Campo Della Fiera ai piedi della rupe di Orvieto, in un’area dove le ricerche dirette da Simonetta Stopponi stanno portando alla luce il “Fanum Voltumnae”, ovvero il santuario federale degli Etruschi. Ne ha scritto anche Giuseppe M. Della Fina sul quotidiano La Repubblica di sabato 30 agosto 2008, a testimonianza dell’importanza del ritrovamento: il busto è stato ritrovato nei pressi di un edificio sacro.
Ma chi era GETA? Era il figlio secondogenito di Settimio Severo e Giulia Domna e regnò a Roma dal 209 al 212 d.C. prima col padre e col fratello Caracalla, poi assieme solo a quest’ultimo. Fu proprio suo fratello Caracalla (poi rimasto famoso nel tempo…) a farlo uccidere non volendo dividere il potere con lui che invece stava aumentando la propria popolarità sia nell’esercito sia nell’elite culturale romana: assieme a Geta, fece uccidere da un sicario anche il giurista Papiniano, con un colpo di scure… Presso il santuario etrusco di Orvieto in quelle settimane venne dato l’ordine di distruggere eventuali immagini di Geta proprio per cancellarlo dalla memoria delle persone. Tuttavia, probabilmente un sacerdote o un soldato che aveva studiato sui testi di Papiniano scelse diversamente facendo seppellire il busto senza danneggiarlo (addirittura appoggiandovi la testa sopra una pietra): ed ecco che è arrivato integro sino ai giorni nostri. Per maggiori informazioni su chi era Geta http://it.wikipedia.org/wiki/Geta.
Onore agli archeologi che continuano nei loro pesanti lavori per portare alla luce pagine di storia ancora sconosciute o prive di testimonianza diretta.

giovedì 26 aprile 2007

Castro (Salento): il porto dove approdò Enea!

Una scoperta a metà tra archeologia e mitologia, la realtà è che Castrum (ora Castro, una cittadina sulla costa adriatica del Salento) è stata individuata dagli archeologi dell'Università di Lecce come il porto in cui è approdato Enea in cerca della "terra promessa" (breve riassunto: Enea era fuggito da Troia in fiamme assieme al figlio Iulo e al padre Anchise; arrivato nell'isola greca di Delo, l'oracolo di Apollo gli aveva predetto una nuova patria nell'"antica madre" che poi un sogno gli rivelò che si sarebbe trattato dell'Italia; dopo aver fatto tappa a Butrinto, nell'Epiro, giunge a Castrum, anche se il suo viaggio non sarebbe finito qui in quanto poi continuò verso la Calabria, la Sicilia e sù fino alle foci del Tevere dove avrebbe fondato la sua città... Roma?). Enea sarebbe sbarcato qui dopo aver scoperto sulla rocca il tempio di Minerva (la località si chiamava Castrum Minervae): proprio alcuni giorni fa sono stati scoperti alcuni frammenti della statua e molte armi in ferro nella zona del tempio. Altre località si stavano contendendo la palma di "città dello sbarco di Enea", tra queste Porto Badisco ed altre località posto lungo il Canale d'Otranto, ma la scoperta ora non lascia dubbi... L'attuale città di Castro è protetta da enormi mura costruite dagli Aragonesi dopo l'assedio turco di Otranto del 1480, ma gli archeologi stanno portando alla luce mura sottostanti molto più antiche (del IV-III secolo a.C.) costruite dai Messapi, gli antichi abitanti del Salento: si tratta di mura (vedi ricostruzione grafica) costituite da blocchi di pietra lunghi più di un metro intervallate da torrioni, cremagliere e porte che terrazzavano la collina fino al mare. E' stata trovata anche la porta d'ingresso principale attraverso la quale si arrivava al porto della cittadina: sopra il bastione che proteggeva tale porta sono venute alla luce le fondazioni del tempio di Minerva. Molti i resti trovati: vasetti in miniatura, monete d'argento, vasi in marmo delle Isole Ciclopi, coppette usate per le libagioni rituali, statuette in bronzo, armi, ecc... Sicuramente un tempio molto importante visto che anche Virgilio l'ha citato nell'Eneide: "(...) Crescono le brezze sperate, e già il porto si apre ormai vicino, e sulla rocca appare il tempio di Minerva (...)". Località molto carina da visitare: il sottoscritto l'ha visitata alcuni anni fa (così come ha visitato due volte lo splendido Salento), da non perdere le località poste nelle vicinanze come Santa Cesarea Terme e la splendida Grotta Zinzulusa!

martedì 3 aprile 2007

EGITTO: le piramidi furono costruite... dall'interno!

E' la nuova teoria avanzata dall'architetto francese Jean-Pierre Houdin (56 anni) che ha presentato questa nuova teoria nel Cinema Geode di Parigi tramite una ricostruzione tridimensionale che ha utilizzato un sistema computerizzato della Dassault Systems. Secondo questa teoria, la piramide di Cheope a Giza la rampa di scale interna fu utilizzata per costruire i primi 40 metri della piramide mentre la seconda rampa (ovvero quella che si snodava a spirale in maniera ascendente intorno a quella centrale, e per questo mai vista) fu usata per costruire le quattro pareti esterne fino ad arrivare alla sommità di 146 metri (vedi la rappresentazione grafica). Utilizzando un sistema di contrappesi molto efficente, posizionato nella grande galleria interna, gli egizi riuscirono a sollevare contemporaneamente fino a 5 blochi di pietra pesanti fino a 63 tonnellate! Ciò avrebbe consentito un numero molto inferiore di persone impiegate nella costruzione delle piramidi: non più di 4.000 in alcune decine di anni (e non 100.000 come ipotizzato da altre teorie). Interessante, ma sarà davvero la teoria giusta...?