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martedì 16 dicembre 2014

Il CALENDARIO DI AUGUSTO in mostra a Roma

Il calendario giuliano è un calendario solare, cioè basato sul ciclo delle stagioni. Fu elaborato dall'astronomo greco Sosigene di Alessandria e promulgato da Giulio Cesare (da cui prende il nome), nella sua qualità di pontefice massimo, nell'anno 46 a.C. Esso fu da allora il calendario ufficiale di Roma e dei suoi dominii; successivamente il suo uso si estese a tutti i Paesi d'Europa e d'America, man mano che venivano cristianizzati. Rispetto all'anno astronomico, ha accumulato un piccolo ritardo ogni anno fino ad arrivare a circa 10 giorni nel XVI secolo. Per questo nel 1582 è stato sostituito dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII; diverse nazioni tuttavia hanno continuato ad utilizzare il calendario giuliano ben oltre tale data, adeguandosi poi in tempi diversi tra il XVIII e il XX secolo. Per ulteriori approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_giuliano
Ebbene, a Roma è stata allestita presso Palazzo Massimo la mostra “Rivoluzione Augusto. L'imperatore che riscrisse il tempo e la città”, che sarà aperta dal 17 dicembre 2014 al 2 giugno 2016 (per informazioni http://www.electaweb.it). Alla mostra saranno visibili anche i Fasti Prenestini (il più importante calendario mai scoperto, http://it.wikipedia.org/wiki/Fasti_Prenestini) e i Fasti Antiates Maiores (unico calendario precedente all'imperatore Cesare arrivato fino a noi, http://it.wikipedia.org/wiki/Calendario_romano). Vi sarà anche una hyper-biografia che presenterà in modo interattivo le storie di tutti i membri della famiglia dell'imperatore Augusto.

martedì 4 novembre 2014

Al Colosseo ci sono i bagarini

Si intitola proprio “Al Colosseo ci sono i bagarini” l'articolo – denuncia scritto da Bruno Manfellotto sul settimanale L'espresso del 31 ottobre 2014 (di cui peraltro è stato Direttore fino a poche settimane fa), che potete leggere al link http://espresso.repubblica.it/opinioni/questa-settimana/2014/10/28/news/al-colosseo-ci-sono-i-bagarini-1.185741. Come dice il preambolo dell'articolo: turisti assaltati; biglietti da 12 euro venduti a 70; l’area intorno al celebre monumento 
è il regno dell’abusivismo; ma nessuno fa niente, perché alla fine conviene a tutti, Comune, Provincia, Soprintendenza. 
Ha ragione Manfellotto quando dice “l’immagine all'estero di un Paese che lascia un pezzo importante del suo patrimonio culturale e artistico - che nel complesso vale 60 miliardi l’anno, quattro punti di Pil - ai furbetti del monumento può risultare alla lunga devastante". Perché a rimetterci è proprio il Paese, e ci ostiniamo a non capirlo.

lunedì 27 ottobre 2014

Roma: riaprono i bunker segreti di Mussolini

Apprendo da un articolo di Francesco Merlo pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 25 ottobre 2014 che riaprono dopo lungo restauro i rifugi che Mussolini aveva fatto costruire dal 1940 al 1943 a Roma cinque metri sotto il lago di Villa Torlonia, sua residenza privata a Roma: l'articolo si intitola "Nei bunker segreti dove Mussolini cercava rifugio dai bombardamenti" e lo potete leggere al link http://www.notiziarioitaliano.it/Nei_bunker_segreti_dove_Mussolini___foto_cercava_scampo_dai_bombardamenti.4725dd8bd.a.html. I bunker sono stati riaperti sabato 25 ottobre 2014 dal Comune di Roma e dalla Soprintendenza, dopo lungo restauro: erano rimasti chiusi ed abbandonati per 70 anni.

domenica 13 gennaio 2013

ROMA: scoperte le statue di Niobe

Una grande scoperta archeologica è stata fatta recentemente a Roma e ne traggo notizia da un articolo di Laura Larcan sul quotidiano la Repubblica dell'8 gennaio 2013. La scoperta è stata fatta presso la Villa di Marco Valerio Messalla Corvino (generale nella Battaglia di Filippi, console insieme ad Ottaviano e comandante nella Battaglia di Anzio del 31 a.C.): egli propose il titolo di Pater Patriae ad Augusto e creò il famoso Circolo di Messalla frequentato da Ovidio e Tibullo. Gli scavi si trovano nel Comune di Ciampino (Roma), nella tenuta dell'ex Barco dei Colonna sulla via dei Laghi: a far capire agli archeologi che era il complesso della Villa di Messalla sono stati sia i bolli “Valerri Messallae” trovati sulle tubature sia la natatio, ovvero la piscina all'aperto lunga oltre 20 metri con le pareti dipinte di azzurro. Proprio da questa piscina sono affiorate delle straordinarie sculture: 7 statue integre di oltre 2 metri d'altezza, che illustrano il mito di Niobe e dei Niobidi, che dovevano ornare i quattro lati della piscina e un basamento in peperino al centro della vasca, che sono rimaste interrate per secoli, crollate sul fondo della vasca in seguito ad un forte terremoto del II secolo. Ma chi era Niobe? Fonte wikipedia: "Niobe è un personaggio della mitologia greca, figlia di Tantalo e sorella di Pelope. Sposò Anfione, re di Tebe, da cui ebbe sette figli e sette figlie. Ella era così orgogliosa di loro che ardì burlarsi della dea Latona, che aveva avuto solo due figli, i gemelli Apollo e Artemide. Latona allora incaricò i suoi figli di vendicare l'offesa, ed essi, con le loro frecce, Apollo mirando ai fanciulli, e Artemide alle fanciulle, uccisero i figli di Niobe. Gli unici due figli di Niobe a salvarsi furono Cloride e Amicla: secondo altre versioni invece tutti i suoi figli rimasero uccisi. Secondo l'Iliade di Omero i giovani uccisi rimasero insepolti per dieci giorni, finché gli dèi stessi non si occuparono della tumulazione. Secondo quanto narra Ovidio, Niobe, in lacrime, si tramutò in blocco di marmo dal quale scaturì una fonte. In una roccia che si trova sul monte Sipilo in Lidia, presso Magnesia, si è voluta scorgere la Niobe divenuta pietra. Il mito che narra della superbia di Niobe e della morte dei suoi figli, i Niobidi, fu ampiamente diffuso nell'arte e nella letteratura degli antichi, come attestano le numerose menzioni. Le tragedie di Eschilo e di Sofocle ispirate ad esso sono andate perdute". Fu proprio il poeta Ovidio, frequentatore della Villa di Messalla, parlare del mito di Niobe nelle sue “Metamorfosi” (poema epico di Publio Ovidio Nasone, 43 a.C.-18 d.C., incentrato sul fenomeno della metamorfosi. Attraverso l'opera, ultimata poco prima dell'esilio dell'8 d.C., Ovidio ha reso celebri e trasmesso ai posteri numerosissimi storie e racconti mitologici dell'antichità greca e romana. L'opera, composta da circa 12.500 versi, può essere considerata uno dei più imponenti e importanti componimenti epici della letteratura latina. Nel poema, Ovidio raccoglie e rielabora più di 250 miti greci: la narrazione copre un arco temporale che inizia con il Caos, che è lo stato primordiale di esistenza da cui emersero gli dei, e che culmina con la morte di Gaio Giulio Cesare e il suo catasterismo): se ne parla nel libro VI (http://www.miti3000.it/mito/biblio/ovidio/metamorfosi/sesto.htm). Ne parla anche Omero nell'Iliade (http://www.miti3000.it/mito/biblio/omero/iliade/ventiquattresimo.htm). Si tratta di una scoperta archeologica eccezionale, “una di quelle scoperte che capita una sola volta nella vita di un archeologo” come dice Aurelia Lupi, guida (sotto la direzione scientifica di Alessandro Betori) dell'equipe della Soprintendenza ai beni archeologici del Lazio. Dice Elena Calandra, soprintendente: “Queste statue entreranno nei manuali di storia dell'arte classica”. Mentre il giornalista Maurizio Bettini scrive sul quotidiano la Repubblica: “La scoperta potrà gettare nuova luce sul rapporto fra le arti figurative e la poesia romana. Quella di Ovidio in particolare. Messala infatti aveva raccolto attorno a sé un gruppo di poeti, Tibullo, Sulpica, Ligdamo; ma sembra che dopo la morte di Mecenate, anche Lucio Valgio Rufo, Emilio Macro e in particolare Ovidio (che fu amico del figlio di Messalla) si fossero uniti al suo circolo”.
Concludo con la frase con cui ha concluso il suo articolo la giornalista Larcan: “Ora servono risorse per restaurare e valorizzare le opere”. E qui sorge il problema, perchè sappiamo purtroppo come lo Stato italiano continui (irresponsabilmente) a non puntare sulla cultura...

lunedì 9 novembre 2009

ROMA: rinvenuta testa marmorea della dea Diana

Un importante scoperta è avvenuta lo scorso mese di ottobre a Roma ai piedi dell’Aventino: si tratta di una testa marmorea di Diana, scoperta dall’archeologo Alessandra Capodiferro della Soprintendenza archeologica di Roma ed esposta a Palazzo Altemps: si tratta di una rielaborazione della statua di culto del tempio di Artemide a Efeso.
La notizia l’ho appresa da un articolo di Andrea Carandini sul quotidiano la Repubblica: Carandini è il più famoso ed autorevole archeologo italiano, oltre che uno dei più importanti al mondo, tanto che il 25 febbraio 2009 il ministro Bondi lo ha nominato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (in sostituzione del dimissionario professore Salvatore Settis). È professore ordinario dal 1980 e dal 1992 insegna archeologia classica presso l'Università La Sapienza di Roma. Tra le sue scoperte più importanti, le mura del Palatino di Roma risalenti all'VIII secolo a.C. Il 20 aprile 2006 è stato insignito della Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte; molti i libri che ha scritto, incentrati sull'archeologia e su Roma.
Torniamo alla scoperta che è stata effettuata: sembrava una delle “solite” tante scoperte che vengono rinvenute periodicamente nel ricco sottosuolo romano, ma subito si è capito che si era di fronte a qualcosa di importante: infatti, da anni si sta cercando, invano, sull’Aventino (ove è stata rinvenuta la testa marmorea) il mitico tempio di Diana.
Già nel ‘700 era stata rinvenuta in quest’area una statuetta in alabastro di Diana, tanto che già allora si ipotizzò che il tempio di Diana si trovasse sull’Aventino a sinistra della chiesa di Sant’Alessio: la chiesa si trova sulla sommità del colle ed è stata costruita sopra il tempio di Minerva (tempio che Marziale posizionava “in arce”, ovvero sulla sommità del colle). Inoltre, consultando un frammento della pianta marmorea di Roma (risalente agli inizi del III secolo d.C.), si scopre che accanto il tempio di Minerva c’era proprio quello di Diana (che secondo Giovenale sorgeva anch’esso “in arce”). Quel frammento della pianta marmorea della città è davvero importante: partendo dal fatto che i tempi pagani si disponevano lungo l’alto ciglio dell’Aventino sopra il Tevere, come anche le chiese, Carandini e colleghi sono riusciti a collocare il tempio di Diana proprio vicino alla chiesa di Sant’Alessio, nonostante questa loro scelta topografica sia stata spesso criticata da altri addetti ai lavori.
Tra l’altro, sempre quel frammento della pianta marmorea di Roma rivela anche parte della pianta del tempio di Diana: aveva una fila di 8 colonne ioniche sulle due fronti e due file di 15 colonne sui lati (come il tempio di Efeso, preso come modello dall’ammiraglio trionfatore Cornifico che aveva l’abitudine di girare Roma in elefante…). Si trattava senza ombra di dubbio di una delle meraviglie della Roma augustea, ma finora non gli è mai stata data la dovuta importanza: sarebbe una gran bella soddisfazione riuscire a riportare alla luce il tempio. Si potrebbe farlo facendo eseguire una prospezione geomagnetica in un cortile dell’Istituto degli Studi Romani, col quale si è già riusciti ad individuare il tempio di Quirino (nei giardini del Quirinale) e potrebbe essere utilizzato per rinvenire anche altri monumenti perduti come il tempio di Cerere, Libero e Libera risalente al V secolo a.C., sempre sull’Aventino (sulla pendice verso Circo Massimo).
Sia quello di Diana che quello di altri non ancora rinvenuti, sono templi tra i più importanti della Roma antica in quanto erano legati alla plebe, la quale si riuniva proprio davanti ad essi. Ad esempio, il culto di Diana sull’Aventino era stato istituito intorno alla metà del VI secolo a.C. dall’imperatore Servio Tullio come contraltare romano del culto ad Aricia (Nemi): lo stesso Servio Tullio aveva imitato Tarquinio Prisco che agli inizi del VI secolo a.C. aveva istituito il cultod i Giove Laziare sul Monte Albano (Cavo). Si tratta di tasselli importanti della storia romana in quanto sono i presupposti teologici dell’egemonia di Roma sui Latini non solo sulla riva sinistra del fiume Tevere (così come vollero a suo tempo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marcio) ma anche su tutto il Lazio antico (così come vollero Tarquinio Prisco e Servio Tullio), il che gettò le basi per quella che sarebbe diventata la Roma “potenza mediterranea”.
Trovo molto interessante come conclude il suo articolo Andrea Carandini in merito alla storia di Roma, pensiero che riporto integralmente: “Se continuiamo a procedere per frammenti sparsi che si accumulano, non adeguatamente organizzati e cartografati, non riusciremo a capire, raccontare e mostrare la città nel sistema dei contesti che si succedono nel tempo. Il fine sta dunque nel riguadagnare i singoli frammenti ai contesti per spiegare la storia nello spazio, oltre che nel tempo. Quando spiego Roma a visitatori anche colti, perfino ad archeologi non specialisti, mi accorgo che Roma non si spiega da sola”. Il sottosuolo di Roma ha ancora tanto da restituire…

mercoledì 14 ottobre 2009

ROMA: grandi scoperte archeologiche dell'era imperiale!

In queste ultime settimane, dagli scavi per la nuova linea metropolitana di Roma e durante altri lavori di rafforzamento stanno affiorando dei veri e propri gioielli artistici direttamente dall’era imperiale: l’ateneo di Adriano e la Coenatio Rotonda nella Domus Aurea di Nerone. Dei fatti ne ho trovato notizia su due articoli di Carlo Alberto Bucci apparsi sul quotidiano La Repubblica il 30 settembre ed il 9 ottobre scorsi, e sono documentati sui siti http://www.archeoroma.beniculturali.it e su http://www.beniculturali.it. Vediamo di cosa si tratta.
Ateneo di Adriano. Nel 133 d.C. l’imperatore Adriano, di ritorno dalla Palestina, fece costruire un ateneo per ospitare poeti, retori, filosofi, scienziati, letterati e magistrati, che dovevano affrontare orazioni, gare di versi e dibattiti in latino e in greco. L’imperatore fece costruire questo ateneo a sue spese sul modello del tempio di Atena ad Atene: Aurelio Vittore definì l’ateneo ludum ingenuarum artium. Ora, durante gli scavi per la nuova linea metropolitana, si sono trovati alcuni reperti in un angolo di Piazza Venezia, dove non era mai stato scavato prima d’ora: a dire il vero, già durante i primi scavi effettuati ad aprile 2008 vicino alla chiesa di Santa Maria di Loreto (in Piazza Venezia) venne alla luce una scala monumentale. In un primo momento si pensò alla gradinata di accesso ad un edificio pubblico, poi il soprintendente archeologo Angelo Bottini fece notare che quelle gradinate sembravano fatte più per stare seduti che per essere salite. Poi, il progredire degli scavi portò alla scoperta anche di un’altra gradinata, posta di fronte a quella già rinvenuta, e fu così che si arrivò alla scoperta delle gradinate dell’aula magna dell’ateneo. Si è arrivati pertanto alla scoperta di un edificio del quale non si sapeva la localizzazione, visto che non figurava neppure nella pianta della città Forma Urbis risalente al 203-211 d.C. Si tratta di una grande scoperta, che sarà illustrata dagli archeologi della Soprintendenza speciale di Roma il prossimo 21 ottobre dal commissario per la metropolitana Roberto Cecchi, che farà il punto della situazione sui lavori svolti.
Coenatio Rotunda nella Domus Aurea di Nerone. Ancora più sensazionale questa scoperta: durante alcuni lavori di rafforzamento di un muro, gli archeologi hanno scoperto sotto il Palatino il celeberrimo “salotto girevole” di Nerone! Si trattava di una stanza rotante, che girava giorno e notte imitando il movimento della Terra, che regalava un panorama mozzafiato su tutta la città. Ciò conferma quanto sosteneva Svetonio, il quale descriveva la struttura affermando che il soffitto della stanza era fatto di tavolette d’avorio mobili, percorse da tubazioni, per poter lanciare sui commensali fiori o profumi. Incredibile! La struttura ha un’altezza di 12 metri (su due piani da 6 metri ciascuno), con un perimetro esterno di ben 16 metri e muri dello spessore addirittura di 210 cm: il cilindro centrale ha un diametro di 4 metri (vedi immagine). Non si è ancora scoperto come faceva a ruotare la struttura: si pensa che potesse girare come un mulino azionato e spinto dall’acqua, oppure che fosse spinta da animali. Non si ha ancora la certezza comunque che si tratti del salotto girevole di Nerone, tuttavia le prove a carico sono molte: l’edificio è infatti in asse con gli altri ambienti della Domus Aurea. C’è ancora da scavare per portare alla luce tutta la struttura, ma il commissario per l’archeologia di Roma, Roberto Cecchi, ha già messo subito a disposizione 200 mila euro.
Magica Roma! Tutto questo grazie al sapiente lavoro degli archeologi che non solo col loro lavoro riportano alla luce tracce della millenaria storia del nostro paese ma rappresentano anche una delle più importanti scuole al mondo di archeologia. Col rischio, però, costante del taglio ai loro fondi da parte della Finanziaria… In questi giorni ricorre il 110° compleanno della Scuola Archeologica Italiana di Atene che coordina gli scavi nel territorio greco, in particolare a Creta dove ha riportato alla luce in questi anni un palazzo risalente al Protopalaziale (1900-1700 a.C.), il famoso Disco di Festo (dalla scrittura indecifrabile e misteriosa), stanze reali, botteghe di artigiani, magazzini, tutti risalenti all’epoca minoica (a proposito, tale Scuola è stata profondamente criticata dal quotidiano La Padania il quale afferma che si dovrebbe studiare solo la storia dei Celti…! Senza vergogna!). Ricordiamo che in tale Scuola vengono formati ragazzi all’archeologia, sul modello del campus: purtroppo le sempre più scarse risorse fornite dallo Stato italiano stanno portando al serio pericolo di chiusura della Scuola, con una perdita gravissima in fatto di storia ed archeologia. Salvo (ormai, solo) finanziamenti privati…

giovedì 13 novembre 2008

ANTONIO CEDERNA e il suo grande archivio sull’urbanistica.

È stato presentato ieri mattina a Roma da Angelo Bottini, Rita Paris, Maria Pia Guermandi, Giovanni Bruno e Stefano De Caro il grande archivio di Antonio Cederna, grande giornalista scomparso nell’agosto del 1996, soprannominato “l’indignato speciale”: il suo archivio (immenso!) è composto da libri, articoli, lettere, appunti, ritagli di giornale, documenti, che testimoniano 50 anni di battaglie che il giornalista ha condotto per la tutela del paesaggio e per lo sviluppo ideale dell’urbanistica italiana. Ha scritto per grandi giornali (Corriere della Sera, Espresso, La Repubblica), nonché molti libri (come “I vandali in casa”, “Mirabilia urbis”, “La distruzione della natura in Italia”, “Mussolini urbanista”), e proprio il quotidiano La Repubblica vi ha dedicato ieri una lungo articolo a cura di Francesco Erbani.
L’archivio è da ieri esposto vicino a Roma, precisamente a Capo Bove, in un casale acquistato dallo Stato nel 2002, posto a circa 500 metri dal Mausoleo di Cecilia Metella, in via Appia Antica n° 222. Proprio in questo casale (dove la Soprintendenza archeologica di Roma ha eseguito scavi che hanno portato alla luce un complesso termale del II° secolo d.C.) verrà esposto l’intero archivio che la famiglia Cederna ha donato proprio alla Soprintendenza.
Il centro degli interessi del giornalista è sempre stata Roma: il suo modello di città era sempre stato quello nord-europeo come Amsterdam, Oslo, Stoccolma, Copenaghen, Rotterdam, ove si costruivano quartieri esemplari nei quali prevaleva non la speculazione edilizia ma un senso di rispetto dei centri storici, di inserimenti ed integrazioni di fabbricati senza sconquassare la città, di fabbricati in armonia, l’esatto contrario di quanto accadeva (e accade!) nelle città italiane (e a Roma in particolare). Proprio per quanto riguarda la nostra capitale, nel suo archivio è stato trovato un fascicolo sul famoso “sacco edilizio” di Monte Mario a Roma (ove si scatenò la famigerata Società Generale Immobiliare), nel quale sono contenuti gli appunti delle riunioni dei consigli comunali che nei primi anni ’50 votavano le autorizzazioni a costruire in questo angolo romano… E’ stato quindi uno dei primi a denunciare lo scellerato utilizzo dei terreni agricoli per la costruzione senza freno di palazzi.
Sua grande passione è stata anche la via Appia Antica (la sede dell’archivio, quindi, non è stata scelta a caso), e per questo era denominato anche “appiomane”: quando morì era presidente dell’Azienda consortile per il Parco dell’Appia. Si occupò della tutela di quell’area, dei suoi valori archeologici e di paesaggio: non voleva soltanto conservare uno dei patrimoni artistici più grandi al mondo, ma impedire l’espansione a macchia d’olio dei quartieri romani, e in questo il parco dell’Appia Antica serviva ad interrompere questa continuità di palazzi, palazzi, palazzi (in particolare, impedì l’espansione della città verso i Castelli Romani e verso il mare). Cederna ne “Lo stadio sulle catacombe” dell’ottobre 1955 scriveva: “Espandendo Roma verso il sud si fa piazza pulita dell’ultima campagna romana, che il buon senso, nonché le regole elementari dell’urbanistica, consigliavano di salvare come la pupilla degli occhi, e si dà l’ultimo tocco alla distruzione di tutto il verde intorno a Roma, da anni metodicamente perseguita, con grande vantaggio economico di alcuni latifondisti periferici, prìncipi decaduti, appaltatori di immondizie, imprenditori e pie società immobiliari”.
Questo suo scritto si commenta da solo: ripeto, era del 1955 ma potrebbe essere riferito ad uno degli ultimi anni tanto è attuale. L’unica differenza è che allora Roma occupava 1/5 del suolo che occupa oggi… Naturalmente il discorso può essere esteso a molte altre città italiane: nessuno sta bloccando questa scellerata espansione edilizia attorno alle città, facendo progressivamente morire i centri storici e recuperando sempre meno il patrimonio esistente. Cari miei, i Comuni hanno molto più interesse alle nuove costruzioni che ai recuperi edilizi, per il semplice fatto che dalle nuove costruzioni incassano fior fiore di euri da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione (cosa che non accade per il recupero dell’esistente), mentre le imprese committenti di questi nuovi interventi edilizi ricevono facilmente finanziamenti che poi vengono “elargiti” in maniera un po’ ambigua: è un circolo vizioso, che fa contenti gli uni (i Comuni) e gli altri (le imprese committenti), ma che sconvolge il nostro territorio, solo che di quest’ultimo non interessa niente a (quasi) nessuno. Ce ne accorgeremo presto…

mercoledì 22 ottobre 2008

GETA, l’imperatore cancellato: ritrovato il busto.

È stato ritrovato ad Orvieto un busto dell’imperatore romano GETA, precisamente negli scavi archeologici (condotti dall’Università di Macerata) in località Campo Della Fiera ai piedi della rupe di Orvieto, in un’area dove le ricerche dirette da Simonetta Stopponi stanno portando alla luce il “Fanum Voltumnae”, ovvero il santuario federale degli Etruschi. Ne ha scritto anche Giuseppe M. Della Fina sul quotidiano La Repubblica di sabato 30 agosto 2008, a testimonianza dell’importanza del ritrovamento: il busto è stato ritrovato nei pressi di un edificio sacro.
Ma chi era GETA? Era il figlio secondogenito di Settimio Severo e Giulia Domna e regnò a Roma dal 209 al 212 d.C. prima col padre e col fratello Caracalla, poi assieme solo a quest’ultimo. Fu proprio suo fratello Caracalla (poi rimasto famoso nel tempo…) a farlo uccidere non volendo dividere il potere con lui che invece stava aumentando la propria popolarità sia nell’esercito sia nell’elite culturale romana: assieme a Geta, fece uccidere da un sicario anche il giurista Papiniano, con un colpo di scure… Presso il santuario etrusco di Orvieto in quelle settimane venne dato l’ordine di distruggere eventuali immagini di Geta proprio per cancellarlo dalla memoria delle persone. Tuttavia, probabilmente un sacerdote o un soldato che aveva studiato sui testi di Papiniano scelse diversamente facendo seppellire il busto senza danneggiarlo (addirittura appoggiandovi la testa sopra una pietra): ed ecco che è arrivato integro sino ai giorni nostri. Per maggiori informazioni su chi era Geta http://it.wikipedia.org/wiki/Geta.
Onore agli archeologi che continuano nei loro pesanti lavori per portare alla luce pagine di storia ancora sconosciute o prive di testimonianza diretta.