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venerdì 15 novembre 2013

Arrivano i DRONI sottomarini!

Abbiamo imparato a conoscere negli anni i droni, ovvero gli aeromobili a pilotaggio remoto che viaggiano in assenza di pilota, controllati da un computer a bordo: sono stati spesso usati dagli USA in guerra, con non pochi effetti negativi (i droni statunitensi hanno ucciso almeno 900 civili in Pakistan fra il 2004 e il 2013, 50 in Yemen tra il 2002 e il 2013 e 30 in Somalia tra il 2007 e il 2013): a tal proposito è stata lanciata una campagna per mettere al bando i droni, guidata da nove Ong tra cui Amnesty International, Nobel Woman's Initiative e Human Rights Watch. Non voglio però qui parlare dei droni usati in guerra, ma di un loro prossimo utilizzo per altri socpi: voglio parlare dei droni marini per scopi scientifici, meteorologici e umanitari. 
Apprendo da un articolo del giornalista Federico Rampini pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 13 novembre 2013 che un programma condotto da 16 agenzie governative americane e canadesi, in collaborazione con università e centri di ricerca, ha sviluppato una flotta di 15 droni sottomarini (con un sistema integrato da radar e satelliti). Quelli di ultima generazione arrivano fino a 200 metri di profondità: tornano in superficie autonomamente ogni 2 o 3 ore per trasmettere dati e al contempo ricevere nuovi ordini. Non interferiscono con l'ambiente marino, in quanto durante la navigazione attraggono alghe, creature marine e grandi predatori; sono in grado di evitare le reti dei pescherecci; navigano evitando gli effetti delle correnti circolari degli oceani; possono essere addirittura inviati al centro di un uragano per raccogliere informazioni; sono poco costosi rispetto ad altri apparecchi per l'esplorazione sottomarina (tra i 120.000 e i 150.000 dollari cadauno, molto meno di altri sommergibili scientifici che costano anche 100.000 dollari al giorno); non hanno eliche in quanto si spostano assorbendo e poi espellendo piccole quantità d'acqua (come i pesci). Il modello di drone utilizzato per questo scopo si chiama “slocum glider”. Entusiasmo da parte di scienziati, biologi marini e studiosi del clima, tutti convinti delle enormi potenzialità di questi droni sottomarini. Come potranno essere utili? Da molti decenni si stanno studiando gli oceani utilizzando satelliti ed altri sistemi di rilevazione disseminati su boe galleggianti dotate di sensori, tutti strumenti che però restano in superficie (molto raramente si è andati in profondità): le informazioni raccolte dai droni in profondità possono rendere più precise ed affidabili le previsioni su eventi naturali distruttivi, come uragani e tifoni la cui intensità è spesso determinata dalla temperatura degli oceani a grandi profondità, e ciò permetterebbe di valutare meglio l'impatto di questi fenomeni sulle popolazioni, consentendo maggiori opere di prevenzione. Altre applicazioni si potrebbero avere sullo studio dell'inquinamento degli oceani, sulle trasformazioni avvenute o che avvengono nella fauna marina e sui movimenti migratori dei banchi di pesce, sul comportamento ad esempio della cosiddetta “bolla fredda” che staziona sui fondali dell'Atlantico quando il resto dell'oceano si riscalda in primavera e in estate influenzando il clima della zona. 
Si tratta quindi di un'evoluzione non da poco di questi droni: da impiego militare (con effetti spesso negativi) ad impiego scientifico, che potrebbe avere risvolti davvero positivi sullo studio del clima, sulla lotta all'inquinamento marino, sulla protezione ambientale e sulla prevenzione delle popolazioni.

mercoledì 25 settembre 2013

L'Oceano Pacifico “compie” 500 anni

Stiamo parlando dell'oceano più grande pianeta. L'oceano Pacifico occupa circa un terzo della superficie terrestre, con un'estensione di 179 milioni di km². Si allunga da nord a sud per circa 15 500 km, partendo e comprendendo il mar di Bering nell'Artide fino ai margini ghiacciati del mare di Ross nell'Antartide. La maggior larghezza in senso est-ovest viene raggiunta a circa 5 gradi di latitudine nord, con una distanza di 19 800 km dall'Indonesia alle coste della Colombia. Il luogo più basso della superficie terrestre si trova nel Pacifico, presso la fossa delle Marianne. Il Pacifico contiene circa 25 000 isole (più di quante ce ne siano in tutti gli altri oceani messi insieme), la maggior parte nell'emisfero sud. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Oceano_Pacifico
Il 25 settembre 2013 l'Oceano Pacifico “compie” 500 anni: fu infatti scoperto in tale data dall'esploratore spagnolo Vasco Nunez de Balboa (esploratore e conquistatore spagnolo, Balboa il 25 settembre dell'anno 1513, attraversato l'istmo centro-americano vide per la prima volta le acque di un grandeoceano sino ad allora sconosciuto. Il nuovo mare venne chiamato "Mare del Sud". Egli capì così che Cristoforo Colombo non sarebbe mai potuto arrivare a toccare le coste dell'Asia, perché il continente americano si frapponeva fra l'Atlantico e il nuovo oceano. Semplice ufficiale dell'esercito spagnolo, non poteva allora sapere di trovarsi di fronte alla più grande distesa d'acqua del pianeta: l'Oceano Pacifico. Nel 1904 in suo onore Panamá chiamò la sua moneta Balboa. Fonte wikipedia.it). Fu poi più tardi il grande Ferdinando Magellano cambiargli il nome in “Pacifico” per le sue “docili acque” trovate dal navigatore durante la sua circumnavigazione compiuta nel 1519 (Ferdinando Magellano è stato un esploratore e navigatore portoghese. Intraprese la prima circumnavigazione del globo al servizio della corona spagnola. Fu il primo a partire dall'Europa verso Ovest diretto in Asia e il primo europeo a navigare nell'Oceano Pacifico. La storia del suo viaggio è pervenuta tramite gli appunti di un suo uomo d'arme, il vicentino Antonio Pigafetta, che si adoperò per il resto della sua vita a mantenere viva la memoria di Magellano e della sua impresa. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinando_Magellano). 
Sono però parecchi i problemi che in questi anni attanagliano questo grande oceano: innanzitutto la radioattività provocata dall'incidente nucleare di Fukushima a seguito del tremendo maremoto che ha colpito il Giappone nel 2011 (radioattività che inquina non solo l'acqua ma mette a repentaglio la vita della fauna entrando nella catena alimentare, che ora sta per arrivare vicino alle Hawaii e che entro il 2014 potrebbe toccare le coste occidentali di USA e Canada); poi la cosiddetta GPGP (Great Pacific Garbage Patch, http://en.wikipedia.org/wiki/Great_Pacific_garbage_patch), ovvero l'immensa isola di spazzatura che da anni galleggia nelle acque del Pacifico, composta principalmente di plastica; il graduale innalzamento del livello marino in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci innescato dal surriscaldamento globale e l'erosione delle coste dovuta a tempeste sempre più frequenti e intense, tanto che molti atolli sono a rischio di sopravvivenza, con problemi di migrazione verso altre terre; infine la contesa geopolitica di alcune isole tra Cina, USA ed Australia non solo per avere un maggiore presidio militare dell'area ma per sfruttare i giacimenti di metalli preziosi presenti sui fondali. 
Davvero problemi notevoli, che hanno e avranno ripercussioni sull'intera umanità, e che sicuramente non erano lontanamente immaginabili nè da Vasco Nunez de Balboa nè da Ferdinando Magellano. Altro punto su cui riflettere...

giovedì 3 giugno 2010

Riscaldamento globale e (alcuni) suoi effetti...

E' ormai inconfutabile il cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta, con un inesorabile e continuo aumento della temperatura media terrestre: gli europei stentano a credere ai dati diffusi dai vari enti meteorologici mondiali dopo un inverno ed una primavera piuttosto freddi, ma questi dati a livello globale parlano chiaro. Ogni mese di questo 2010 si è rivelato termicamente superiore alla media, e non di poco (secondo la NOAA i primi mesi dell'anno sono stati i più caldi dal 1880, con +0.69°C a livello generale e ben +1.29°C sulle terre emerse): addirittura l'appena terminato mese di maggio potrebbe classificarsi ai primissimi posti tra i mesi di maggio più caldi di sempre, tanto che secondo il Remote Sensing System è stato sopra media a livello globale di +0.588°C, il secondo più alto dal 1979 (con anomalie notevoli nella zona sub-artica, nella fascia tropicale in generale e nella fascia temperata dell'emisfero nord).
Purtroppo sono notizie che non trovano spazio nei sistemi di informazione (soprattutto in Italia...), un pò per decadenza dell'informazione in generale un pò per negazionismo... Fatto sta che il riscaldamento globale esiste ed anzi continua imperterrito. Se al 30 maggio la banchisa antartica ha raggiunto un'estensione quasi da record per la stagione (1.000.000 di kmq oltre la media), al contrario al Polo Nord il deficit è di 750.000 kmq (e la rapidità di fusione nel mese di maggio è stata record: in termini ddi volume, si sono persi ben 1.000 km cubici di ghiaccio in un solo mese!!).
Tra i vari effetti del cambiamento climatico, me ne hanno colpiti quattro in particolare, sconosciuti ai più. Eccoli:

  • la riduzione tardo-estiva ed autunnale del pack ha favorito un incremento delle perturbazioni e quindi delle piogge lungo le coste bagnate dal Mar Glaciale Artico: secondo uno studio dell'Università di Melbourne, durante gli anni con forte calo del ghiaccio ci sono stati fortissimi aumenti pluviometrici (negli anni dal 2004 al 2008, tra i mesi di settembre e novembre, le precipitazioni sono aumentate di ben 350-420 mm sull'Artic Wide, 50-200 mm sull'Artico canadese e 100-200 mm sull'Artico europeo). Al contrario, durante gli anni con minimi stagionali di scioglimento del ghiaccio (1980-1983-1986-1992-1996) le tempeste sono state notevolmente meno frequenti e le precipitazioni molto scarse. Un aumento autunnale delle piogge può avere importanti ripercussioni sul permafrost (negative se le precipitazioni sono liquide);
  • secondo le rilevazioni delle sonde Argo dei ricercatori dell'Università delle Hawaii la parte superiore degli oceani ha subito un riscaldamento negli ultimi 10 anni, e hanno notato che tra il 1993 e il 2008 gli stessi hanno assorbito circa 0,6 watt/mq di energia (potenza energetica ben superiore alle bombe atomiche della seconda guerra mondiale). Questo riscaldamento potrebbe avere ripercussioni sulla formazioni di perturbazioni, con aumento delle precipitazioni ed intensificazione degli uragani;
  • secondo un recente studio pubblicato dal magazine "New Scientist" diverse isole dell'Oceano Pacifico starebbero aumentando le loro dimensioni, a dispetto dell'aumento del livello degli oceani dovuto allo scioglimento dei ghiacci!! Come è possibile? L'erosione dei coralli (dovuta all'aumento del moto ondoso e all'intensità dei cicloni) costituisce la dispersione di materiale utile alla crescita delle isole: su 27 isole analizzate dall'University di Auckland, negli ultimi 60 anni solo 4 di esse si sono ristrette, nonostante nello stesso periodo l'Oceano Pacifico sia aumentato di 120 mm. E così 7 isole dell'arcipelago Tuvalu sono cresciute mediamente del 3% dal 1950, mentre 3 delle isole Kiribati sono cresciute addirittura del 10-30%!!
  • i fiumi di tutto il mondo si stanno inaridendo a cuasa dei cambiamenti climatici (come il Niger, il Gange, il Nilo) e questo comporta un calo dell'acqua dolce che viene portata negli oceani (calo del 6% nell'Oceano Pacifico), con conseguente aumento della salinità dei mari e stravolgimento degli ecosistemi (al contrario, nell'Oceano Artico la portata di acqua dolce è aumentata del 10% complice lo scioglimento dei ghiacci...). Ad oggi il rapporto tra i fiumi che si inaridiscono e quelli che invece aumentano la loro portata è di 2.5 a 1.

Bastano questi dati, o dobbiamo ancora essere negazionisti nei confronti del cambiamento climatico?

martedì 22 settembre 2009

PRESSIONE MARINA E CLIMA…

Si è tentato per molto tempo di rilevare con esattezza la pressione sui fondali oceanici: ora cominciano ad arrivare le prime risposte in seguito all’utilizzo da parte della NASA dell’esperimento GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment). Con questo esperimento i ricercatori del JPL (Jet Propulsion Laboratory) hanno trovato il metodo per poter misurare la pressione nel fondo degli oceani terrestri.
Vi chiederete: ma cosa può servire a sapere la pressione sui fondali oceanici? Serve e molto, in materia di studio del clima. Infatti, se per i meteorologi è fondamentale sapere la pressione atmosferica per prevedere venti e configurazioni meteo, altrettanto per gli oceanografi la pressione dei fondali oceanici è fondamentale per studiare le correnti marine e la circolazione oceanica globale, che poi ha ripercussioni sul clima terrestre, nonché di controllare il livello dei mari. Ne ha dato notizia in questi giorni anche il rinomato sito italiano http://www.meteogiornale.it (articolo a cura di Alessandra Garau).
Ma che cos’è questo GRACE? Sono satelliti gemelli lanciati dalla NASA nel 2002 che rilevano la mappa gravitazionale ad un’altezza di 500 km dalla superficie terrestre: in particolare, tramite i loro sensori rilevano la distribuzione delle masse sulla Terra e la sua superficie, dando risposte su come la gravità agisce sulle masse (in pratica, più una massa è grande, maggiore è la spinta gravitazionale in essa). C’è un passaggio molto particolare dello studio che spiega alcune cose importanti: “La pressione sul fondo degli oceani è data dalla somma della pressione atmosferica e di tutta la pressione degli oceani. Quando i venti determinano un movimento delle acque sulla superficie degli oceani, la pressione sul fondo degli stessi si modifica. I ghiacci, con la loro fusione, confluiscono negli oceani, ne aumentano la massa e di conseguenza anche la pressione sul fondo”. Questo poi incide sulle correnti marine e sul clima terrestre.
Gli scienziati sono arrivati alla misurazione della pressione sui fondali oceanici prendendo come esempio il metodo con cui si rilevò il campo gravitazionale della Luna (grazie alle varie missioni Apollo): applicando il metodo “mascon” (ovvero partendo dalle concentrazioni di massa) gli scienziati hanno impostato le ricerche sugli oceani verificando la loro maggiore precisione rispetto ai calcoli armonici usati normalmente. Questo metodo consentirà di monitorare, tramite i satelliti Grace, le variazioni di pressione sul fondo degli oceani in tutto il mondo e per lunghi periodi di tempo, offrendo così sempre più risposte agli interrogativi che gli scienziati ancora si pongono, in particolare sul cambiamento del livello dei mari e sull’influenza delle correnti marine sul clima terrestre.
Un altro passo verso un più approfondito studio del clima terrestre.

martedì 3 giugno 2008

È in arrivo “GOOGLE OCEAN”!

È proprio vero: le mappe di Google non conoscono confini, con lo scopo di mappare la Terra con tutto ciò che la circonda. Finora Google ha sfornato:

  • GOOGLE MAPS: è un servizio accessibile dal Web che permette di visualizzare mappe geografiche di gran parte del nostro pianeta, oltre che fornire informazioni su servivi commerciali tra cui indirizzi, recapiti telefonici ed indicazioni stradali;
  • GOOGLE EARTH: è una rappresentazione tridimensionale delle Terra fatta su fotografie aeree ed immagini satellitari. Per utilizzarlo basta scaricare un software sul computer. Ne esistono tre versioni: una gratuita e due a pagamento, ovvero la Earth Plus (20 dollari) e la Earth Pro (400 dollari). Molte zone sono già mappate con altissima definizione;
  • GOOGLE MOON: progetto portato avanti con la NASA, con l’obiettivo di caricare informazioni utili a mappare la Luna (finora sono state caricate molte immagini relative alle diverse missioni Apollo);
  • GOOGLE MARS: progetto portato avanti con la NASA, con l’obiettivo di caricare informazioni utili a mappare il pianeta Marte;
  • GOOGLE SKY: si tratta di una piattaforma per osservare lo spazio. Ci sono immagini catturate dal telescopio spaziale Hubble: tutte le carte spaziali possono essere viste nello spettro dell’infrarosso ed in quello delle microonde. Si possono osservare sia i pianeti del Sistema Solare sia le varie costellazioni.

Ma ora Google ha in serbo qualcos’altro: si tratta di GOOGLE OCEAN, una piattaforma per mappare tutti i fondali oceanici: la società ha infatti convocato molti esperti di oceanografia per discutere sulle possibilità di realizzare una mappa tridimensionale degli oceani e dei mari di tutto il pianeta. Al momento poco si sa dell’operazione: non si sa la data dell’uscita del prodotto, ma si sa già che il nuovo software sarà da scaricare (e non consultabile sul Web) e sul quale tutti potranno caricare le loro informazioni (ad esempio foto scattate con fotocamere in grado di scattare fotografie sott’acqua e riguardanti pesci o particolari dei fondali). Il nuovo software avrà potenzialità anche nell’ambito professionale e scientifico: commento positivo è arrivato dalla NOAA, l’agenzia statunitense che si occupa dello studio del clima. Certo, si tratterà di un lavoro enorme, come afferma Nevio Zitellini, direttore dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il lavoro sarà difficile non solo per la quantità delle zone da mappare (gli oceani e i mari ricoprono i 2/3 del pianeta), ma anche (e soprattutto) per la difficoltà nel raggiungere le zone da rappresentare (ad esempio quelle attorno all’Antartide). Un esempio: per realizzare una mappa marina della zona atlantica compresa tra il Portogallo ed il Marocco, il team di Zitellini (assieme ad altre 13 istituzioni scientifiche) per raccogliere i dati necessari alla mappa ha dovuto impiegare ben 200 giorni di navigazione. Stephen P. Miller, direttore del Geological Data Center della Scripps Institution of Oceanography, ha affermato che Google fornirà solo uno strato su cui tutti potranno inserire le loro immagini per renderlo ricco di informazioni. “Google Ocean” sarà importante non solo per scoprire la morfologia dei fondali, ma anche per elaborare previsioni attendibili circa l’arrivo di onde anomale, per studiare le faglie sottomarine o la fauna ittica (ed eventualmente per proteggerla) o ancora per sapere in anticipo gli effetti delle onde normali nella aree portuali. Ma servirà anche per la realizzazione di alcune opere ingegneristiche come la costruzione di rigassificatori o pale eoliche in mare aperto, o ancora per la posa di cavi sottomarini di Internet.
Già un’idea del genere l’ha pensata qualcuno prima di Google: l’Unione Europea ha finanziato con 12 milioni di euro il programma Mersea (Marine Environment and Security for the European Area) per realizzare una mappa morfologica dei fondali marini europei e per capire la composizione degli stessi. Di questo progetto fa parte anche il nostro Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale (OGS): lo scopo del progetto è anche quello di studiare il moto ondoso, le correnti marine, la temperatura dell’acqua, la trasparenza e la clorofilla. Ma c’è anche un progetto francese, realizzato dalla MIS (Magic Instinct Software) che attraverso Google Earth consente di inserire dati (come foto satellitari, rotte navali e previsioni meteorologiche) sulle zone blu del mappamondo di Google Earth.
Per studiare la morfologia dei fondali si utilizza attualmente la tecnologia multibeam: delle onde acustiche colpiscono i fondali ed un sonar è in grado di calcolare l’eco per elaborare immagini in alta risoluzione. Questa tecnologia tuttavia non consente di studiare la composizione degli oceani e per questo verranno utilizzati altri strumenti alcuni dei quali saranno mandati nello spazio: nei prossimi mesi partirà il satellite GOCE (Gravity field and steady-state Ocean Circulation Explorer) dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea), a bordo del quale ci sarà un radiometro in grado di misurare il campo gravitazionale terrestre per comprendere meglio la circolazione delle correnti oceaniche (indispensabili per lo studio del clima terrestre); e ancora il satellite SMOS (Soil Moisture and Ocean Salinity), sempre dell’ESA, il quale porterà in orbita il radiometro Miras (Microwave Imaging Radiometer with Aperture Synthesis) che permetterà di ricavare i campi di salinità degli oceani oltre che l’umidità atmosferica. Ci sarà poi il progetto internazionale Argo, che però agirà sulla superficie terrestre per misurare e studiare la temperatura e la salinità degli oceani e dei mari della Terra attraverso delle boe hi-tech dotate di sensori che prima si immergono e catturano informazioni e poi tornano in superficie per spedire (attraverso un collegamento satellitare) i dati raccolti ad un centro di elaborazione: questo progetto è iniziato nel 2000 ed oggi conta 3.138 boe in tutto il pianeta.
Ora restiamo in attesa di GOOGLE OCEAN, un altro passo importante per lo studio completo del nostro pianeta.

domenica 3 febbraio 2008

Riscaldamento globale: vita marina in serio pericolo!

Il satellite “SeaWiFs” della NASA ha calcolato che dal 1996 ad oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate di ben il 15%, pari a 6,6 milioni di kmq in più!!! Ad oggi, tra terre emerse e mari, il deserto occupa il 40% della superficie del pianeta!!! Jeffrey Polovina del “National Marine Fishries Service” degli USA ha realizzato uno studio sulla salute degli oceani che tra poco sarà pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters”, in base al quale il fenomeno di scomparsa della vita marina sta interessando un po’ tutti gli oceani. Tutto ciò è causato dal riscaldamento delle acque dei mari in conseguenza del riscaldamento globale in atto, di cui l’uomo ha molte colpe: si è giunti a queste conclusioni in seguito ai rilievi satellitari che hanno notato un sensibile aumento delle superfici marine di color blu cupo, a differenza di una diminuzione sensibile delle aree marine di color verde-clorofilla, segno quest’ultimo della presenza di alghe unicellulari che servono da nutrimento a molte specie marine: la mancanza di queste, causa una progressiva morte della vita marina. Ma come funziona il ciclo della vita nei mari? Normalmente, durante l’inverno l’acqua superficiale dei mari si raffredda e sprofonda verso gli abissi e, al contempo, l’acqua più calda presente sui fondali risale apportando in superficie sostanze preziose come nitrati e fosfati che derivano dalla decomposizione degli organismo marini e che servono all’alimentazione del fitoplancton (come le alghe unicellulari), a sua volta necessario all’alimentazione delle specie marine; tuttavia, gli inverni sempre più brevi e sempre più miti (come in Europa…) non consentono alle acque superficiali di raffreddarsi a sufficienza e quindi di sprofondare, e questo impedisce all’acqua calda presente nei fondali di risalire, la quale (assieme a nitrati e fosfati) rimane dunque in profondità facendo venire a mancare quelle sostanze necessarie in superficie all’alimentazione del fitoplancton e di conseguenza della vita marina, che gradualmente scompare. Certo, il fenomeno di “desertificazione” degli oceani era già stato osservato parecchio tempo fa: ma nessun calcolo scientifico aveva previsto un progresso così rapido delle zone marine “desertiche”, tanto che negli ultimi 10 anni i deserti si sono estesi con una rapidità ben 10 volte superiore alla previsto!! Situazione grave anche nei mari italiani: nel Tirreno e nell’Adriatico l’estensione delle aree desertiche si aggira già al 20%, così come ha sostenuto Silvio Greco, ricercatore dell’ICRAM (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare). Tutto questo aggrava una situazione già pericolosa, visto che la vita marina è attualmente in pericolo anche per il crescente inquinamento e per la pesca selvaggia, rischiando di distruggerla irrimediabilmente. Quindi l’estensione delle aree desertiche negli oceani è correlata all’aumento della temperatura superficiale degli stessi: il fenomeno sta interessando un po’ tutti i mari (ad esclusione dell’Oceano Indiano meridionale) e sta colpendo in maniera particolare l’Atlantico settentrionale. Attualmente, la crescita di zone marine desertiche è di circa 800.000 kmq all’anno: tra l’altro la presenza di alghe unicellulari sulla superficie marina innesca la fotosintesi clorofilliana che assorbe CO2 dall’atmosfera, contribuendo alla ripulitura dell’atmosfera dai gas serra e, di conseguenza, alla lotta contro il cambiamento climatico: quindi oltre al danno, la beffa! Per informazioni andate sul sito http://oceancolor.gsfc.nasa.gov/SeaWiFS.
Inutile dire che, come sempre, la responsabilità maggiore è dell’uomo e delle sue attività, che sta sconvolgendo con le sue sostanze inquinanti il clima terrestre con ripercussioni sui vari ecosistemi terrestri, come quelli dei nostri oceani. A tal proposito gli scienziati della “Geological Society of America” hanno ribattezzato l’era attuale come “Antropocene”, ovvero “Età dell’Uomo”: termine non poteva essere più appropriato!

venerdì 1 dicembre 2006

In calo le temperature degli oceani!

Tra il 1955 e il 2003 gli oceani hanno assorbito una buona parte dell'energia solare, soprattutto nei primi 700 metri di profondità, tanto che le loro temperature hanno continuato ad aumentare (vedi grafico): l'assorbimento è stato maggiore nel Nord Atlantico, che ha contribuito al 9% del riscaldamento della Terra. Le temperature sono aumentate sensibilmente soprattutto tra il 1993 e il 2003. Negli ultimi due anni però le temperature degli oceani hanno cominciato a diminuire, con un calo di 1/5 circa del riscaldamento avvenuto nel periodo 1955-2003. Il raffreddamento è stato minimo in superficie e maggiore nella fascia tra i 400 e i 700 metri di profondità. Tale raffreddamento potrebbe confermare i dati di GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment) sull'andamento dei ghiacci groenlandesi ed antartici. L'innalzamento di livello degli oceani è legato infatti allo scioglimento dei ghiacci continentali ma anche all'espansione delle acque oceaniche e nonostante il calo delle temperature oceaniche negli ultimi due anni la rapidità con cui aumenta il livello dei mari non si è ridotta. Le cause di questo calo termico non sono ben note, potrebbe essere legato ad una normale fluttuazione climatica di breve periodo, a rimescolamenti con le acque di profondità o ad uno squilibrio nella radiazione che la Terra scambia con lo spazio: la questione rimane però aperta.