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venerdì 23 ottobre 2015

SETTEMBRE 2015 mese più caldo di sempre!


Secondo i dati della NOAA, il mese di settembre 2015 è stato a livello globale non solo il mese di settembre più caldo di sempre, ma in assoluto il mese più caldo da quando si registrano le temperature. Le registrazioni sono iniziate infatti 1629 mesi fa (oltre 135 anni...): ebbene, al primo posto settembre 2015 con +0,90°C oltre la media, seguito da agosto 2015 (+0,89°C), marzo 2015 (+0,89°C), febbraio 2015 (+0,89°C), gennaio 2007 (+0,89°C), giugno 2015 (+0,87°C), febbraio 1998 (+0,86°C), maggio 2015 (+0,85°C), marzo 2010 (+0,85°C) e dicembre 2014 (+0,84°C). In queste prime 10 posizioni, ben 6 sono relative a questo 2015!!! L'ultimo mese che ha registrato a livello globale una temperatura inferiore alla media è stato febbraio 1985: da allora si sono quindi susseguiti (fino a settembre 2015 compreso) ben 367 mesi consecutivi con temperatura superiore alla media!!! L'immagine allegata è eloquente... 
Il riscaldamento globale è ormai una certezza: come ho già detto in altre occasioni, probabilmente si tratta di un normale ciclo climatico (come già avvenuto nella lunghissima storia del nostro pianeta), ma certamente fortemente accentuato dall'attività umana.

giovedì 22 ottobre 2015

Ma quanto piove in SICILIA?

E' ormai innegabile che il clima del nostro pianeta sta vivendo un cambiamento costante ed incisivo: non sappiamo se ciò sia dovuto ad un normale ciclo naturale (secolare o millenario, così come accaduto in passato), o se sia causato dai cosiddetti "gas serra" e quindi da cause antropologiche. Personalmente penso che la verità stia nel mezzo: probabilmente viviamo in una nuova fase climatica naturale del pianeta, più calda, che è accentuata (e forse non poco...) dall'attività umana. 
Le previsioni climatiche danno per l'Italia rischio desertificazione entro pochi decenni, soprattutto per l'estremo Sud. Però è innegabile come negli ultimi anni la piovosità in Italia sia aumentata in maniera incredibile: gli ultimi inverno sono stati piovosissimi (soprattutto al Nord), ma le ultime annate si stanno registrando davvero eccezionali in fatto di precipitazioni per il Sud Italia. E per la Sicilia in particolare: è uscito oggi un articolo di Andrea Di Vita sul sito http://meteolive.leonardo.it/, dedicato proprio alle straordinarie precipitazioni che, anche quest'anno, hanno interessato l'isola (solo ieri 408 mm d'acqua nella zona di Giarre, lungo la costa ionica). L'articolo lo potete trovare al link http://meteolive.leonardo.it/news/I-vostri-articoli/10/sicilia-ma-quanta-pioggia-caduta-sull-isola-da-gennaio-/51589/. 
Quindi, mi unisco al commento dell'articolo: più caldo non vuol dire automaticamente più secco, anzi. Il Sahara era stato verde e fertile in un periodo più caldo di questo che stiamo vivendo...

lunedì 27 gennaio 2014

Canada: trovata bottiglia con un'allerta del 1959!

Siamo sulla Ward Hunt Island, piccola isola disabitata del Mar Glaciale Artico, al largo della costa nord di Ellesmere (Canada) . Il suo capo nord è uno dei punti più settentrionali del Canada. L'isola ha una lunghezza di 6,5 km ed una larghezza di 3,3 km, per una superficie di circa 14 kmq. Fu avvistata per la prima volta nel 1876 dal tenente Pelham Aldrich con la sua spedizione George Nares, e prende il nome da George Ward Hunt, Primo Lord dell'Ammiragliato (1874-1877). Ward Hunt Island è stata per breve tempo utilizzata come stazione meteorologica durante l'Anno Geofisico Internazionale del 1957-58, e da allora è stata usata come punto di partenza per una serie di tentativi di raggiungere il Polo Nord, a cominciare da Ralph Plaisted nel 1968. C'è una pista d'atterraggio e un edificio sulla sponda nord. Fonte wikipedia.it.
Vi parlo di quest'isola perché la scorsa estate 2013 dai ghiacci in scioglimento è emersa una bottiglia con dentro un messaggio, risalente al 10 luglio 1959, del geologo Paul Walker: costui aveva lasciato questo messaggio per lanciare l'allarme sulla fusione del ghiacciaio presente sull'isola (il geologo stava studiando questo ghiacciaio). In questo messaggio chiedeva a chiunque ritrovasse quella bottiglia di contattarlo e segnalargli il punto esatto del ritrovamento, in modo da poter effettuare un confronto in funzione del tempo intercorso per poter verificare quanto si fosse ritirato il ghiaccio in questo lasso di tempo. Il geologo decise di lasciare questa bottiglia in quanto all'epoca non c'erano i mezzi e le tecnologie adeguate per poter verificare lo scioglimento dei ghiacci, e questo messaggio (con le coordinate esatte e con la richiesta di contatto) era senza dubbio il sistema migliore. Peccato solo che il geologo non si possa ora contattare, perché morì molto giovane proprio pochi mesi dopo aver nascosto la bottiglia dei ghiacci.
Da questo ritrovamento, si possono ottenere risultati importanti: la bottiglia è stata ritrovata dal geologo Warwick Vincent della Laval University di Montreal. Cosa se ne è dedotto? Nel messaggio è indicato che il ghiacciaio in quella estate del 1959 distava 51 metri dal luogo in cui era stata posizionata la bottiglia, mentre all'epoca del ritrovamento (la scorsa estate, quindi 54 anni dopo) la distanza tra il ghiacciaio e la bottiglia era di almeno 122 metri. Quindi se ne deduce che il ghiacciaio si era ridotto di 71 metri. 
Il geologo Walker ci vide proprio lungo: temeva quello che oggi è una realtà, ovvero lo scioglimento dei ghiacci artici, e lui lo vide oltre 50 anni fa... Una conferma del riscaldamento globale in corso. A conferma di ciò il distacco di un pezzo gigante di ghiaccio il 29 luglio 2008 dal ripiano di Ward Hunt Island: la nuova isola di ghiaccio che si è venuta a creare ha una superficie di 35,9 kmq!!!

giovedì 14 novembre 2013

Clima, il 2013 è il settimo anno più caldo dal 1850

Secondo l'Organizzazione Meteorologica Mondiale il 2013 si avvia a diventare il 7° anno più caldo dall'inizio delle moderne misurazioni (ovvero dal 1850): lo ha detto in un comunicato a margine del vertice sul clima che si sta tenendo in questi giorni a Varsavia, al quale sono presenti i delegati di quasi 200 Paesi del Pianeta. Ricordo che l'OMM non è un'organizzazione qualsiasi, ma un'organizzazione intergovernativa che comprende 189 Stati membri e Territori, la massima autorità in tema meteorologico del pianeta (http://www.wmo.int/pages/index_en.html, in quanto il nome reale è "World Meteorological Organization"), quindi non si può certo dubitare dei dati che fornisce. Secondo i dati forniti dall'Omm, i termometri viaggiano su medie mai registrate fino a 20 anni fa: nel 2013 la temperatura media in superficie (comprendente terre emerse e oceani) è risultata di circa 0,48 gradi centigradi superiore rispetto a quella stimata nel periodo 1961-1990. Le temperature registrare finora quest'anno corrispondono più o meno alla media del periodo 2001-2010, che è stato il decennio più caldo (tutti gli anni più caldi sono stati registrati dal 1998 in poi). Addirittura, gli anni più freddi registrati nell'ultimo decennio sono risultati più caldi rispetto agli anni più caldi prima del 1998!!! Nei primi nove mesi del 2013 sono diverse le regioni che hanno registrato temperature sopra la media. Spiccano soprattutto Australia, le aree settentrionali del Nord America, il nord-est dell'America Latina, l'Africa del Nord e parte dell'Eurasia. In questi ultimi mesi l'intera Europa ha sperimentato temperature incredibilmente alte, con valori fino a 10-15°C oltre le medie sia ad ottobre che in questo novembre!! Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Riscaldamento_globale e http://www.riscaldamentoglobale.it/. 
Oltre a questo, è stato rilevato anche il continuo aumento del livello del mare: tale aumento si è mantenuto per lo più stabile su un tasso di 3,2 millimetri all'anno. Una media vicina al tasso di circa 3 mm/anno osservata nel decennio 2001-2010 e pari al doppio della tendenza osservata nel XX secolo che era di 1,6 mm/anno (dati divulgati dall'agenzia specializzata delle Nazioni Unite nella “Dichiarazione provvisoria sulla situazione del clima globale nel 2013”: tale ricerca si basa sui primi nove mesi dell'anno, da gennaio a settembre). Osserva in merito il Segretario generale dell'Omm Michel Jarraud che i livelli dei mari continueranno a salire a causa dello scioglimento delle calotte di ghiaccio e dei ghiacciai: più del 90% del calore in più che stiamo generando con i gas serra è assorbito dagli oceani, che di conseguenza continueranno a riscaldarsi ed espandersi per centinaia di anni. Per approfondimenti http://it.wikipedia.org/wiki/Livello_del_mare. Sempre secondo il Segretario generale dell'Omm Michel Jarraud, il surriscaldamento del pianeta è solo agli inizi: le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica e di altri gas a effetto serra hanno raggiunto nuovi record nel 2012, e anche per il 2013 si prevedono livelli senza precedenti. Questo significa che andiamo verso un futuro più caldo. 
Che dire, l'estremizzarsi degli eventi meteorologici si sta manifestando sempre più velocemente, sia a livello locale che a livello globale: alluvioni lampo, siccità drammatiche, ondate di caldo anomale che riguardano aree sempre più vaste, facilità di battere record meteo, cicloni tropicali. Non è il singolo evento che preoccupa (gli eventi meteo estremi ci sono sempre stati), ma è la loro maggiorata frequenza e il loro facile ripetersi a preoccupare, e non poco...

giovedì 31 ottobre 2013

Record di tifoni in GIAPPONE!!

In queste settimane più network hanno parlato dei vari tifoni che in serie hanno colpito (e stanno colpendo) il Giappone in questo 2013. Intanto vediamo che cos'è un tifone. 
In meteorologia un ciclone tropicale è un sistema tempestoso, o tipologia di ciclone, caratterizzato da un largo centro o vortice di bassa pressione e da numerosi fronti temporaleschi, disposti tipicamente a spirale e in rotazione su se stessi attorno al centro, che producono forti venti e pesanti precipitazioni piovose nelle aree coinvolte dal loro passaggio. Questi cicloni si producono in conseguenza del calore sensibile liberato dall'oceano alimentandosi poi grazie al calore latente di condensazione liberato nell'aria dal vapore acqueo in condensazione. Sono diversi da altre tempeste o vortici atmosferici (es. cicloni extratropicali) proprio perché hanno un diverso meccanismo di alimentazione dell'energia. I cicloni tropicali, per questo, si formano sull'oceano vicino all'equatore, a circa 10° di latitudine di distanza da esso, spostandosi poi verso alte latitudini del rispettivo emisfero fino ad esaurirsi più o meno lentamente trasformandosi in comuni cicloni extratropicali. A seconda della regione vengono usati termini diversi per descrivere i cicloni tropicali con venti massimi sostenuti che superano i 33 m/s (63 nodi o 117 km/h): Uragano nell'Atlantico settentrionale e nel Pacifico settentrionale a est della linea del cambiamento di data; Tifone nel Pacifico settentrionale a ovest della linea del cambiamento di data; Ciclone con l'accompagnamento di aggettivi vari (per esempio: tropicale) nelle altre aree. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Ciclone_tropicale
Ebbene, come ha scritto oggi Ivan Gaddari sul sito http://www.meteogiornale.it, in questo mese di ottobre 2013 sono stati ben 5 i tifoni che hanno colpito il Giappone: il record precedente era infatti di 4 nell'ottobre 1955 e 2012. Ma colpisce ancora di più il numero di tifoni che finora hanno colpito il Giappone nel 2013: ben 27!! Nel 2012, ad esempio, furono 12 e nel 2011 appena 8. Si tratta di un dato allarmante: una delle cause principali, secondo gli esperti, sarebbe il crescente riscaldamento del Pacifico. Tra l'altro colpisce l'intensità di certi fenomeni atmosferici: durante il tifone più devastante di quest'anno (Wipha, di poche settimane fa), sull'isola di Izu Oshima, a sud di Tokyo, sono caduti ben 824 mm di pioggia in appena 24 ore, ovvero circa la stessa quantità che cade nel mese intero, stabilendo anche il nuovo record giapponese di 550 mm in 6 ore!!! A proposito di tifoni, ricordiamo che il ciclone tropicale più grande e intenso della storia è il tifone Tip, che avvenne nell'Oceano Pacifico occidentale il 12 ottobre 1979, imperversando su un raggio di 1100 km: per di più, la pressione di 870 mb registrata nell'occhio di questo ciclone è la più bassa mai registrata sulla Terra al livello del mare (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Tifone_Tip). 
Al contrario dell'anonima stagione degli uragani nell'Atlantico (solo 11 tempeste tropicali contro una media di 12 degli ultimi 30 anni, di cui solo due diventati Uragani), l'Oceano Pacificio si sta dimostrando produttore di tifoni devastanti in serie: il dato è allarmante non solo in sé ma anche perchè dimostra il continuo aumento termico delle acque dello stesso Oceano Pacifico, altra causa dell'ormai evidente riscaldamento globale.

venerdì 25 ottobre 2013

Cambiamento climatico ormai evidente

Ormai da un po' di anni si sta dibattendo sul cambiamento climativo (vero o presunto) in atto nel nostro pianeta: si sono scritte migliaia di pagine in articoli, interviste, opinioni, ricerche, per cercare di capire se un cambiamento climatico è in corso sul nostro pianeta (con particolare riferimento all'aumento delle temperature) e se ciò sia imputabile all'uomo. Qui si sono creati due gruppi: da una parte i negazionisti, ovvero coloro che negano sia in atto un cambiamento climatico sul pianeta e che l'aumento termico sia un qualcosa di ciclico dovuto al clima terrestre; dall'altra invece i sostenitori, ovvero coloro che continuano ad affermare (e a lanciare appelli per i suoi effetti) che un cambiamento climatico è in corso sulla Terra e che sta portando ad un riscaldamento continuo della stessa. 
Non voglio qui schierarmi contro o a favore di questi gruppi: voglio però pubblicare la mappa che vedete, recuperata sul sito http://www.3bmeteo.it (in un articolo del 24 ottobre 2013 di Fabio Da Lio), che mostra la tendenza della temperatura superficiale media nel periodo 1960-2011. E' davvero eloquente: un aumento termico inesorabile ha coinvolto praticamente tutto il pianeta, senza sosta, dal 1960 al 2011, soprattutto sulle terre ferme, l'emisfero boreale ed ancor di più sull'intero Artico con un aumento medio da 2 a 4°C!!! Si legge nell'articolo: “La regione artica è più calda rispetto al passato e continua a scaldarsi. Negli ultimi 30 anni questa zona si è riscaldata più di qualsiasi altra regione sulla Terra. La maggior parte degli scienziati concorda sul fatto che il tempo dell'Artico sta mutando a causa del cambiamento climatico causato dall'uomo. Il riscaldamento di tale regione sta causando sostanziali modifiche nei ghiacci marini, così come sull'innevamento e l'estensione del permafrost. Nel primo semestre del 2010 le temperature dell'aria nella regione artica sono risultate 4°C più alte rispetto al periodo di riferimento 1968-1996, secondo i dati NOAA. I dati da satellite mostrano inoltre che negli ultimi 30 anni la copertura di ghiaccio marino artico è diminuita del 30% nel mese di Settembre, il mese che solitamente segna la fine della fusione stagionale estiva, mentre anche la copertura nevosa via terra è diminuita, così come i ghiacciai di Groenlandia e Canada settentrionale si stanno ritirando notevolmente. I cambiamenti del clima sulla regione artica sono importanti perché l'Artico agisce da frigorifero per il resto del Mondo. La regione artica emana più calore verso lo spazio di quello che assorbe dall'esterno, il che aiuta a raffreddare il Pianeta. E' per questo che i cambiamenti del clima artico potrebbero influenzare anche il clima su altre zone della Terra. Secondo i ricercatori tali cambiamenti sono preoccupanti, perchè potrebbero portare ad effetti di retroazione che stimolano ad un ulteriore riscaldamento (amplificazione artica). Ad esempio, quando il ghiaccio marino bianco si fonde in estate, le zone d'acqua rimaste scoperte, più scure, tendono ad assorbire maggiore calore proprio in funzione della loro diversa colorazione. Ciò determinerebbe un'ulteriore fusione del ghiaccio, una sorta di circolo vizioso...”
Credo che, al di là di essere negazionisti o sostenitori del cambiamento climatico, il problema del costante aumento termico sia ormai una realtà e non lo si può negare: si potrà dibattere sulle sue cause (se causato dall'uomo oppure no), anche se personalmente trovo sia ormai troppo evidente che il connubio temporale tra l'aumento termico e lo sviluppo della civiltà umana avvenuti negli ultimi 50 anni non sia una semplice coincidenza...

domenica 27 gennaio 2013

Il RISCALDAMENTO GLOBALE in un video impressionante

Il 2012 è stato tra i 10 anni più caldi di sempre, ma quel che si evince dall'animazione è impressionante. Il video non è altro che la rappresentazione della progressione termica globale nel periodo di riferimento 1880-2012.
Si tratta di un articolo tratto dal sito meteogiornale.it. Il video (impressionante) testimonia l'aumento termico nel corso degli ultimi decenni ed è visibile al link http://www.meteogiornale.it/notizia/26239-1-il-riscaldamento-globale-in-un-video-impressionante

mercoledì 12 ottobre 2011

Se l'olio si produce ora anche in PIEMONTE

Traggo spunto da un articolo di Jenner Meletti apparso sul quotidiano la Repubblica di sabato 8 ottobre 2011 intitolato "Ai piedi delle Alpi tornano gli ulivi: la rivoluzione del caldo che avanza". Il tema è appunto il cambiamento della produzione agricola in correlazione al cambiamento climatico in atto (non sto qui ora a dibattere se si tratta di un processo climatico naturale o dovuto all'ingerenza umana, di questo vi rimando ad altri miei post, fatto sta che un cambiamento climatico è in corso).
Ebbene, l'aumento di temperatura costante avvenuto negli ultimi anni (e ancora in corso...) sta modificando il modo di concepire l'agricoltura in molte zone d'Italia, soprattutto in Valpadana dove gli inverni si stanno facendo mediamente sempre più miti e le estati si stanno facendo mediamente più calde e lunghe, il tutto unito ad una diminuzione delle precipitazioni). Ecco perchè gli olivi stanno rifacendo la loro comparsa in Piemonte: la coltivazione dell'olivo è ripresa nella regione verso la metà degli anni '90 dopo essere stata accantonata per secoli per questioni climatiche (la regione era infatti esclusa dalle mappe sulla produzione dell'olio), ed oggi si contano 400 produttori con ben 100.000 ulivi! Ulivi che stanno tornando anche nella vallate alpine: vi erano già stati in un lontano passato (nel VI secolo d.C. nell'atto di fondazione dell'abbazia di Saint Maurice d'Agaume si elencarono, tra le proprietà, vasti uliveti nel Vallese e in Val d'Aosta), ed ora si stanno diffondendo notevolmente. Idem in Lombardia: ben 650.000 ulivi presenti attorno ai laghi (Alto Garda, Iseo e Como) per una produzione che nel 2010 ha dato 6.000 quintali di olio!!! E sempre a proposito di olio, se è vero che la maggior parte della produzione si concentra ancora al Sud e Isole (88% tra Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), pensate che il Nord Italia assieme a Marche, Abruzzo e Molise producono oggi più olio (6.5%) di Toscana, Lazio e Umbria messe assieme (5.5%)!!!
Ma altre colture stanno "emigrando" verso nord: ad esempio il pomodoro (fino a pochi anni fa la produzione era concentrata in Puglia e Campania, mentre oggi su 4,5 milioni di tonnellate di pomodori ben 2,5 milioni sono prodotte in Pianura Padana su 36.000 ettari, pari al 54% del totale), il grano duro (oggi l'Emilia Romagna da sola ne produce ben 275.000 tonnellate), i vitigni dello champagne (che stanno migrando verso il Sud dell'Inghilterra), la mela (che si sta alzando di quota sul livello del mare, fino alle zone di montagna) e addirittura l'arachide (primi raccolti in questi ultimi anni in Valpadana!!!).
Secondo i ricercatori dell'Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del CNR di Bologna e dell'Università degli Studi di Milano, la temperatura in Europa è aumentata mediamente negli ultimi 50 anni di 1.5°C: questo cambiamento climatico sta causando una modifica non solo nelle abitudini degli animali e (come visto) nel modo di condurre l'agricoltura, ma anche nella stagionatura dei salumi, nell'affinamento dei formaggi e nell'invecchiamento dei vini.
Io sono un appassionaato di giardinaggio e, nel mio piccolo (dunque nel mio giardino) sto riscontrando questo veloce cambiamento climatico: non solo dalle rilevazioni meteorologiche del mio paese (Bevilacqua, nella Bassa Pianura Veronese) che effettuo da oltre 20 anni, ma anche dai prodotti del mio giardino. Pensate, quest'anno il mio ulivo è carico di decine di kg di olive nere (che a novembre metterò in dispensa tramite salamoia) e addirittura la pianta di fichi d'india mi ha regalato ben 11 frutti che sto consumando (perfettamente maturi) proprio in questi giorni!!! In Valpadana, non nel Tavoliere delle Puglie...

ESTATE 2011 E GLOBAL WARMING

Voglio pubblicare integralmente l'articolo di Daniele Olivetti pubblicato oggi sul noto sito meteorologico http://www.ilmeteo.it relativo all'andamento climatico dell'estate 2011. Lo voglio pubblicare perchè rende bene l'idea di quanto sia ormai realtà il cosiddetto global warming. Ecco l'articolo.
"Il trimestre Giugno-Agosto 2011 (estate per l'emisfero boreale, inverno per quello australe) è stato a livello globale il terzo più caldo mai misurato. Il trimestre è inoltre il 17° consecutivo nel quale la temperatura globale terrestre ha superato i 20°. L'estate 2011 è stata per l'emisfero Nord la seconda più calda mai registrata, con un'anomalia di + 0,97 °C, subito dietro al 2010, mentre l'inverno dell'emisfero Sud è stato l'ottavo più caldo. Nel mondo, le anomalie positive si sono riscontrate in tutto il Messico, Stati Uniti centro-orientali, Canada, la maggior parte dell'Europa e dell'Asia, con picchi fino a 5° C oltre le medie del periodo (1971-2000). Più fresco della media solo su Alaska, Cile, Argentina, Uruguay, parte della Russia occidentale, nord del Kazakistan ed Australia settentrionale (vedi mappa allegata). Nel nord Europa, la Finlandia ha avuto la sua quarta estate più calda da quando sono cominciate le misurazioni all'inizio del 1900, con temperature di +2,62 °C al di sopra della media del trentennio 1971-2000. Anomalie positive degli oceani più contenute: nel trimestre giugno-agosto 2011, la temperatura degli oceani è risultata la 12° più calda in 132 anni di misurazioni, nonostante l'indice ENSO sia stato neutrale a Giugno e Luglio e da Agosto è ripresa la nuova fase della Niña. Proprio per quest'ultimo motivo, le maggiori anomalie negative si registrano proprio nell'area del Pacifico. Precipitazioni: molto secco in Brasile e Texas, abbondanti in Sud Africa. Dal punto di vista delle precipitazioni, durante il trimestre preso in esame valori superiori alla media si sono registrati su Repubblica Dominicana (interessata dagli uragani Emily e Irene), Sud Africa, nord-ovest dell'Africa e sul nordest degli Stati Uniti, anch'essi lambiti a più riprese da uragani e tempeste tropicali. Più secco del normale tra est del Brasile, Argentina e nord-est Bolivia, Stati Uniti meridionali, Mongolia, Australia settentrionale ed Europa mediterranea".
Ognuno si faccia le proprie considerazioni, realistiche...

giovedì 3 giugno 2010

Riscaldamento globale e (alcuni) suoi effetti...

E' ormai inconfutabile il cambiamento climatico in atto sul nostro pianeta, con un inesorabile e continuo aumento della temperatura media terrestre: gli europei stentano a credere ai dati diffusi dai vari enti meteorologici mondiali dopo un inverno ed una primavera piuttosto freddi, ma questi dati a livello globale parlano chiaro. Ogni mese di questo 2010 si è rivelato termicamente superiore alla media, e non di poco (secondo la NOAA i primi mesi dell'anno sono stati i più caldi dal 1880, con +0.69°C a livello generale e ben +1.29°C sulle terre emerse): addirittura l'appena terminato mese di maggio potrebbe classificarsi ai primissimi posti tra i mesi di maggio più caldi di sempre, tanto che secondo il Remote Sensing System è stato sopra media a livello globale di +0.588°C, il secondo più alto dal 1979 (con anomalie notevoli nella zona sub-artica, nella fascia tropicale in generale e nella fascia temperata dell'emisfero nord).
Purtroppo sono notizie che non trovano spazio nei sistemi di informazione (soprattutto in Italia...), un pò per decadenza dell'informazione in generale un pò per negazionismo... Fatto sta che il riscaldamento globale esiste ed anzi continua imperterrito. Se al 30 maggio la banchisa antartica ha raggiunto un'estensione quasi da record per la stagione (1.000.000 di kmq oltre la media), al contrario al Polo Nord il deficit è di 750.000 kmq (e la rapidità di fusione nel mese di maggio è stata record: in termini ddi volume, si sono persi ben 1.000 km cubici di ghiaccio in un solo mese!!).
Tra i vari effetti del cambiamento climatico, me ne hanno colpiti quattro in particolare, sconosciuti ai più. Eccoli:

  • la riduzione tardo-estiva ed autunnale del pack ha favorito un incremento delle perturbazioni e quindi delle piogge lungo le coste bagnate dal Mar Glaciale Artico: secondo uno studio dell'Università di Melbourne, durante gli anni con forte calo del ghiaccio ci sono stati fortissimi aumenti pluviometrici (negli anni dal 2004 al 2008, tra i mesi di settembre e novembre, le precipitazioni sono aumentate di ben 350-420 mm sull'Artic Wide, 50-200 mm sull'Artico canadese e 100-200 mm sull'Artico europeo). Al contrario, durante gli anni con minimi stagionali di scioglimento del ghiaccio (1980-1983-1986-1992-1996) le tempeste sono state notevolmente meno frequenti e le precipitazioni molto scarse. Un aumento autunnale delle piogge può avere importanti ripercussioni sul permafrost (negative se le precipitazioni sono liquide);
  • secondo le rilevazioni delle sonde Argo dei ricercatori dell'Università delle Hawaii la parte superiore degli oceani ha subito un riscaldamento negli ultimi 10 anni, e hanno notato che tra il 1993 e il 2008 gli stessi hanno assorbito circa 0,6 watt/mq di energia (potenza energetica ben superiore alle bombe atomiche della seconda guerra mondiale). Questo riscaldamento potrebbe avere ripercussioni sulla formazioni di perturbazioni, con aumento delle precipitazioni ed intensificazione degli uragani;
  • secondo un recente studio pubblicato dal magazine "New Scientist" diverse isole dell'Oceano Pacifico starebbero aumentando le loro dimensioni, a dispetto dell'aumento del livello degli oceani dovuto allo scioglimento dei ghiacci!! Come è possibile? L'erosione dei coralli (dovuta all'aumento del moto ondoso e all'intensità dei cicloni) costituisce la dispersione di materiale utile alla crescita delle isole: su 27 isole analizzate dall'University di Auckland, negli ultimi 60 anni solo 4 di esse si sono ristrette, nonostante nello stesso periodo l'Oceano Pacifico sia aumentato di 120 mm. E così 7 isole dell'arcipelago Tuvalu sono cresciute mediamente del 3% dal 1950, mentre 3 delle isole Kiribati sono cresciute addirittura del 10-30%!!
  • i fiumi di tutto il mondo si stanno inaridendo a cuasa dei cambiamenti climatici (come il Niger, il Gange, il Nilo) e questo comporta un calo dell'acqua dolce che viene portata negli oceani (calo del 6% nell'Oceano Pacifico), con conseguente aumento della salinità dei mari e stravolgimento degli ecosistemi (al contrario, nell'Oceano Artico la portata di acqua dolce è aumentata del 10% complice lo scioglimento dei ghiacci...). Ad oggi il rapporto tra i fiumi che si inaridiscono e quelli che invece aumentano la loro portata è di 2.5 a 1.

Bastano questi dati, o dobbiamo ancora essere negazionisti nei confronti del cambiamento climatico?

mercoledì 11 novembre 2009

GLOBAL WARMING: alcune considerazioni...

Lo scorso mese di ottobre il ben preparato sito meteo italiano meteogiornale.it ha pubblicato un articolo molto interessante intitolato "Il Global Warmin secondo il CNR", che potete trovare in questo link: http://www.meteogiornale.it/notizia/16426-1-il-global-warming-secondo-il-cnr.
Oggi lo stesso sito ha pubblicato la risposta di Antonello Provenzale, curatore dello studio "Clima, cambiamenti climatici globali e loro impatto sul territorio nazionale" per conto dell'ISAC-CNR, risposta che potete trovare in questo link: http://www.meteogiornale.it/notizia/16574-1-dibattito-global-warming-risposte-isac-cnr-domande-meteo-giornale. Naturalmente entrambi gli articoli si possono trovare sul sito http://www.meteogiornale.it.
Mi sono permesso di pubblicare integralmente entrambi gli articoli perchè li trovo molto interessaanti ed esaustivi in materia di global warming.

giovedì 29 ottobre 2009

Ecco il TERMOMETRO per la... TERRA!!!

Ormai la gran parte del mondo scientifico e meteorologico concorda sul fatto che è in atto sul nostro pianeta un riscaldamento climatico, che soprattutto negli ultimi anni si è notevolmente impennato. Non tutti, però, concordano sui suoi effetti sull'agricoltura e sulle risorse idriche del nostro pianeta. Ecco perchè l'avanzatissima Università di Tel Aviv (Israele, la cosiddetta TAU) ha creato un "termometro" per poter stimare la febbre della Terra, ideato dal professore Eyal Ben-Dor del Dipartimento di Geografia dell'Università israeliana. Ne dà notizia proprio oggi il rinomato sito meteo italiano http://www.meteogiornale.it tramite un articolo di Alessandra Garau.
Ma in che cosa consiste questo termometro? Si tratta di un'asta, chiamata OSD (Optical Soil Dipstick) che dovrà essere inserita nel suolo tramite un piccolo foro fatto su quest'ultimo, asta che in tempo reale sarà in grado di fornire una serie di dati diagnostici che saranno utili per effettuare varie analisi sul suolo e che potrà essere utile a scienziati, geografi, agricoltori e progettisti.
Potrà essere così utile agli agricoltori e ai geografi per scoprire quali terreni sono adatti o meno all'agricoltura (anche oggi è possibile ma con macchinari molto costosi, e tra l'altro dopo aver effettuato le opportune analisi in laboratorio): il nuovo termometro avrà un prezzo indicativo di circa 10.000 dollari, che sembrano parecchi ma, rapportati all'utilità dello strumento, saranno invece ben investiti. Inoltre, il termometro sarà di facile utilizzo e fornirà dati in tempo reale salvabili immediatamente su un computer portatile.
Si potrà così scoprire la temperatura del suolo, se lo stesso è inquinato, se sarà coltivabile: questo permetterà la realizzazione di importanti mappe dei suoli di determinate aree, che poi saranno di grande aiuto sia per gli scienziati che eseguono studi sul riscaldamento globale sia per tutti coloro che svolgono attività legate alla terra (agricoltori, geologi, progettisti, ecc...). Potrà, ad esempio, essere molto utile per mappare intere aree del vicino Oriente, dell'Africa o dei Poli che servirebbero ai governi nelle loro pianificazioni territoriali.
Si tratta quindi di uno strumento molto importante, che è stato recentemente descritto anche sulla rivista "Soil Science Society of America Journal": attualmente esiste solo sotto forma di prototipo, ma ora si sta studiando e completando il progetto per la commercializzazione, sperando di trovare un giusto partner.
Si potrà così contribuire a limitare gli impatti e i danni del cambiamento climatico sul nostro territorio, anche se ci si dovrebbe impegnare a combattere direttamente questo cambiamento climatico...

venerdì 2 ottobre 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE = PIU' URAGANI?

È una domanda che i climatologi si sono posti spesso negli ultimi anni, soprattutto dopo il 2005, anno record di uragani nell’Oceano Atlantico (e l’anno del famoso uragano “Katrina”). Ma se la sono posti anche dopo che lo scorso anno (ed anche quest’anno) di uragani ce ne sono stati davvero pochi, contro ogni previsione. Ma allora, questo riscaldamento globale influisce sulla formazione degli uragani, oppure no? Per rispondere a questa domanda i ricercatori dell’Università di Clemson hanno effettuato una ricerca prendendo in considerazione su tutti gli uragani che hanno colpito l’Atlantico dal 1850 ad oggi e i risultati sono stati due:
  • è aumentato il loro numero per anno (come verificabile nel grafico): se tra il 1850 ed il 1935 erano in media compresi tra 5 e 10 l’anno, successivamente sono aumentati con una frequenza media compresa tra 10 e 15 (fino al picco record del 2005, ben 28 fenomeni tra uragani e cicloni tropicali);
  • allo stesso tempo non vi è stata però un’intensificazione della potenza dei singoli uragani, rimasta pressoché invariata nel tempo.
Pertanto, se il riscaldamento globale sta comportando inevitabilmente un aumento della temperatura delle acque oceaniche che, di conseguenza, comporta una maggiore predisposizione alla formazione di uragani, contemporaneamente non si può affermare che essi sono aumentati di intensità: uragani potenti e distruttivi ci sono sempre stati (uno dei più forti fu quello che nel 1900 rase al suolo la cittadina di Galvestone, nel Texas). Dobbiamo anche dire che l’uragano “Katrina” del 2005 è stato certamente violento, ma la distruzione fu provocata soprattutto dal cedimento delle dighe che proteggono New Orleans, dovuto alla loro scarsa manutenzione più che alla forza della marea alzata dai venti…
Tuttavia, appurato che il riscaldamento globale ha comunque le sue colpe, c’è anche da dire che hanno la loro influenza sulla frequenza degli uragani due fenomeni naturali che si verificano periodicamente nell’Oceano Pacifico centro-orientale e che riguardano la variazione di temperatura nelle sue acque: si tratta del “Nino” (riscaldamento delle acque in questa parte dell’oceano) e della “Nina” (fenomeno opposto), che riescono ad avere ripercussioni sul clima di tutto il globo. Ad esempio, l’anno record di uragani in Atlantico (il 2005) si è verificato in concomitanza della “Nina”, mentre il 2008 ed il 2009 (anni con pochissimi uragani) sono stati caratterizzati al contrario dal “Nino”.
Devo fare però una considerazione: purtroppo spesso accade che i media d’informazione di tutto il mondo (ma soprattutto quelli occidentali) si preoccupino quasi esclusivamente degli uragani atlantici (in quanto diretti nei Caraibi e negli USA…) e quasi sempre si “dimenticano” dei tifoni che colpiscono varie zone dell’Oceano Pacifico: è il caso di quest’anno, quando una serie incredibile di tifoni sta portando morte e distruzione in Estremo Oriente. Proprio il “Nino” che sta interessando l’Oceano Pacifico (anche se di media intensità) sta dando un surplus di riscaldamento alle acque del Pacifico equatoriale, fornendo quindi più energia per la formazione dei tifoni. Ed infatti, in questa stagione già 19 tra tifoni e tempeste tropicali si sono sviluppati in questa parte del Pacifico, andando ad interessare sempre le stesse zone: coste cinesi, Taiwan e Filippine.
Abbiamo visto in questi giorni le tremende devastazioni causate dal tifone “Ketsana” sulle Filippine, uno dei più forti degli ultimi decenni: non tanto per i venti (seppur violenti) quanto per le precipitazioni eccezionali (fino a 500 mm d’acqua in due giorni) che hanno causato alluvioni disastrose e che, lo ricordiamo, colpiscono spesso popolazioni non proprio fortunate…
Nella lista dei tifoni di quest’anno cito: il tifone “Molave” che il 19-20 luglio colpì il sud della Cina ed Hong Kong; il tifone “Morakot” che dall’8 agosto ha interessato per alcuni giorni l’isola di Taiwan, con venti fino a 180 km/h e precipitazioni eccezionali (in alcune zone interne sono caduti fino a 2.900 mm d’acqua in 3 giorni!!!), causando oltre 500 morti; il tifone “Choi Wan” che dal 14 settembre e per alcuni giorni colpisce prima le Isole Marianne e poi le Isole Bonin, Volcano e Iwo To con venti fino a 260 km/h (e raffiche fino a 306 km/h!!!), di categoria 5 (il massimo sulla scala), con pressione centrale di appena 922 hPa ed onde alte fino a 12 metri!! E poi una lunga serie di tempeste e depressioni tropicali che, seppur non avendo raggiunto la forza di tifone, hanno portato morte e distruzione in varie zone.
A parte il tifone “Ketsana” di questi ultimi giorni, gli altri fenomeni non sono nemmeno stati citati dall’informazione: vorrei vedere se avessero interessato gli USA… Ed ora si sta rinforzando il tifone “Parma”, previsto di “categoria 3” (su una scala di 5 dove 5 è il massimo) che potrebbe nuovamente investire le Filippine: ne sapremo qualcosa? Quelle povere persone non hanno la nostra stessa dignità? Non hanno il nostro stesso diritto ad essere aiutate in caso di calamità? Sì, ma se non lo sappiamo non le possiamo aiutare. Purtroppo questi tifoni fanno notizia solo se colpiscono pozzi petroliferi! Da noi fanno notizia appena due giornate consecutive a 35°C…

lunedì 22 dicembre 2008

INVERNO 08-09 e riscaldamento globale…

Nell’ultimo mese e mezzo l’Italia è stata interessata da una fase di tempo molto perturbato, con brevissime pause, che non si vedeva da molto tempo: a più riprese tutte le regioni italiane sono state investite da nubifragi, alluvioni, grandinate, vento fortissimo e nevicate record. Le cronache ne hanno dato ampio spazio, sia per i danni causati sia per le perdite umane che si sono verificate.
In particolare, la neve: ne è caduta tantissima sulle nostre montagne, soprattutto sulle Alpi, come non accadeva da decenni. Mediamente ci sono due metri di neve, ma alcune località piemontesi sono letteralmente sommerse da 3-4 metri di neve, come non accadeva dagli anni ’30!!! Una manna per i gestori degli impianti sciistici, che hanno neve assicurata fino a Pasqua (!!), e per i nostri bacini idrici, un po’ meno per coloro che abitano nei paesi di montagna, molti rimasti isolati e senza energia elettrica. Tra l’altro è elevatissimo il rischio valanghe in questi giorni: i vari strati di neve accumulatisi, la neve pesante ed il sensibile rialzo termico previsto adesso possono scatenare una serie di valanghe spaventose (non dimentichiamo una situazione molto simile verificatasi in Austria nel 1998, quando valanghe tremende causarono decine di vittime in pochi giorni).
Cos’ha provocato questo maltempo? Continui scambi meridiani hanno portato masse d’aria molto fredda a scendere in continuazione sul Mediterraneo Occidentale, richiamando sull’Italia correnti sciroccali tiepide e molto umide e dando origine a varie depressioni: la temperatura elevata del nostro Mediterraneo ha fatto poi da carburante a tutto ciò.
Come sempre, basta veramente poco per far cambiare idea alla gente comune, e così è bastata tutta questa neve a far mettere nel cassetto il famoso riscaldamento globale. “E’ nevicato così tanto che non può esserci il riscaldamento globale…”: roba da matti!!!
Chiariamo un po’ di cose:
- in questo mese e mezzo sono arrivati sull’Italia tanta pioggia e tanta neve, ma non è mai arrivato il freddo, quello vero: certo, sulle pianure piemontesi è nevicato a più riprese, ma sul resto della Valpadana il vento di scirocco ha spesso portato le temperature di giorno oltre i 10°C, anche in caso di pioggia, per non parlare del resto d’Italia;
- si dà per inesistente il riscaldamento globale quando si assiste ad una grande nevicata e si dà invece per certo quando c’è una furiosa ondata di caldo: il riscaldamento globale o c’è o non c’è e comunque è ben altro!
- a tal proposito abbiamo parlato di riscaldamento globale per due inverni di seguito, quello del 2006-2007 e quello del 2007-2008, ora invece si è smaterializzato? Credo proprio di no…
Il riscaldamento globale è qualcosa di più complesso: i suoi frutti non sono solo gli estremi termici, anzi questi non sono forse neppure causati dal global warming: gli estremi meteorologici ci sono sempre stati e sempre ci saranno, riscaldamento globale o no. Purtroppo, però, la gente comune si accorge solo di questi: il riscaldamento globale è fatto di temperature che si mantengono costantemente e leggermente sopra la media e che alla resa dei conti ci incidano il costante aumento termico mondiale. Ad esempio, il 2008 secondo i dati CNR_ISAC, si chiude con una temperatura media mondiale superiore di circa 1°C alla media, ponendolo al 7° tra gli anni più caldi dal 1800 ad oggi!!! Riscaldamento globale non significa ondate di caldo tremendo in tutto il pianeta: se fossimo a quel punto, il genere umano non esisterebbe già più!! Sul nostro pianeta c’è sempre un equilibrio termico: a zone con temperature più elevate si contrappongono zone con temperature più basse, purtroppo è questo equilibrio termico che è sempre più a rischio. Il riscaldamento globale lo dobbiamo cercare in quella maggior parte di giornate annue in cui le temperature sono leggermente superiori alla media, delle quali la gente non si accorge mai ma che alla resa dei conti annua ci dice che la temperatura media è stata superiore alla norma. Se questo poi si verifica ogni anno, allora qualcosa significa: non è certo una grande nevicata a dover farci dimenticare il riscaldamento globale, che tra l’altro non si deve limitare a pensare come una semplice sofferenza fisica termica. Il riscaldamento globale ha conseguenze ben più devastanti che una semplice sofferenza fisica…

giovedì 16 ottobre 2008

Non solo crisi finanziaria, ma crisi globale…

Alcune settimane fa il quotidiano La Repubblica ha pubblicato un’interessante intervista di Riccardo Staglianò a Jeremy Rifkin, economista ed attivista ambientalista americano, che è Presidente della “Foundation on Economic Trends” e della “Greenhouse Crisis Foundation”. L’intervista è stata fatta in seguito alla gravissima crisi finanziaria che sta sconvolgendo il nostro pianeta e la frase che riassume tutta l’intervista è la seguente: “La crisi non è una ma sono tre. Quella del credito è quella di cui tutti parlano, ma sono quelle simultanee dell’energia e del riscaldamento globale a renderla peggiore delle altre che abbiamo conosciuto, inclusa quella del ‘29”. L’intervista prosegue così (in neretto le domande, in corsivo le risposte).
Il peggio ha da venire? “Temo di sì, perché per il momento si cura una crisi ma non le altre due, che intanto peggiorano. Ognuna alimenta l’altra, accelerandola. Partiamo dalla prima: negli USA usciamo da quasi vent’anni di spese pazze basate sulle carte di credito. In questo modo abbiamo sostenuto la nostra economia ma anche quelle straniere. Però, mentre nel 1991 avevamo il 9% di risparmi, oggi siamo al reddito negativo, un ossimoro che dice che spendiamo di più di quanto guadagniamo. Con stipendi stagnanti che, in termini di potere d’acquisto, sono scesi. Così le banche, dopo aver regalato le Visa, hanno pensato bene di inventarsi qualcos’altro: regalare i mutui a gente che non aveva come ripagarli. Con le conseguenze cui assistiamo oggi”.
Alla prima crisi lei aggiunge quella dell’energia. Ci spiega? “L’11 luglio, quando il petrolio è arrivato a 147 dollari al barile, abbiamo raggiunto ciò che io chiamo il picco della globalizzazione, un punto di non ritorno cruciale. Tutti i prezzi sono cresciuti perché il greggio serve per produrre quasi ogni merce. La capacità di acquisto scendeva, l’inflazione saliva e l’economia è entrata in stallo. E se anche, come è successo nelle ultime settimane, il costo del barile è sceso, l’effetto dell’aggiustamento non regge. Perché la verità è che l’oro nero ha raggiunto il suo peak pro capite già nel 1979: la sua disponibilità non potrà crescere mentre questo è il destino del suo prezzo. Che innescherà di nuovo la spirale descritta”.
E la terza crisi? “E’ quella più nuova, quella degli effetti in tempo reale del riscaldamento climatico. Gli uragani si moltiplicano, da Katrina ad Ike, e spazzano via assieme alle vite anche miliardi di dollari. Che le assicurazioni non riescono più a coprire. L’impatto del clima impazzito sull’agricoltura è pesantissimo. E questo fattore, se già gli altri due non fossero già abbastanza complessi da risolvere, è quello più difficilmente arginabile nel breve periodo”.
Vuol dire che quest’offensiva a tridente è inarrestabile? “No, un modo c’è. Ovvero concentrarsi sull’alba della terza rivoluzione industriale piuttosto che sul tramonto della seconda, sul futuro anziché sul passato. Mi spiego. Puntando sulle energie rinnovabili, costruendo case ecologiche, auto elettriche e così via si potrebbe rivitalizzare l’economia reale in questi anni sventuratamente trascurata a favore della finanza”.
Sì, ma prima che il sol dell’avvenire fotovoltaico sorga, il sistema creditizio potrebbe andare definitivamente a gambe all’aria, non crede? “Le do una brutta notizia. Il trilione di dollari dei contribuenti americani già spesi per i vari salvataggi, da Fannie Mae e Freddie Mac in poi, basteranno a coprire una parte ridicola del buco. Si tratta di ripianare quasi vent’anni di debiti: è un piano naif che non funzionerà. Meglio spendere quei soldi per finanziare un passaggio rapido alla terza rivoluzione, che invertirà la tendenza innescando un circolo virtuoso, creando milioni di posti di lavoro. So che la gente vorrebbe uscire da questo pantano domani, ma non è possibile”.
Davvero peggio della Grande Depressione? “Direi di sì. Allora c’era una mostruosa crisi di credito ma un sacco di energia, e del global warming non si parlava neanche. Adesso questi tre elefanti si muovono tutti in una piccola stanza. E non promettono niente di buono”.
Proprio nessuna speranza? “Non ne vedo per gli USA ma per l’Europa sì. Soffrirete della nostra crisi ma avete risparmi delle famiglie, una valuta forte, maggiori esportazioni. E un modello sociale meno iniquo. Anni di neoliberismo sfrenato ci hanno sbalzato fuori dal posto di leader economico”.
E, a proposito della grande quantità di risorse che consumiamo, come ogni anno ad un certo punto cade l’Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui il reddito annuale a nostra disposizione finisce e gli esseri umani viventi continuano a sopravvivere chiedendo un prestito al futuro, che viene calcolato dal Global Footprint Network (l’associazione che misura l’impronta ecologica, ovvero il segno che l’uomo lascia sul pianeta prelevandovi ciò di cui ha bisogno per vivere ed eliminando ciò che non gli serve più, cioè i rifiuti): nel 1961 metà della Terra (precisamente il 55%) era sufficiente per soddisfare le esigenze dell’intera umanità. Nel 1995 avevamo già consumato più di quanto veniva prodotto, tanto che l’Earth Overshooy Day cadde il 21 novembre. Nel 2005 tale data si è anticipata al 2 ottobre, mentre quest’anno è caduta addirittura il 23 settembre considerato che abbiamo consumato più del 40% di quello che la natura ci aveva offerto!!! Secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, con questo trend nel 2050 tale data si anticiperà addirittura al 1° luglio… Naturalmente vi è un notevole squilibrio tra Stato e Stato: se il modello di vita degli USA venisse esteso a tutto il pianeta ci vorrebbero ben 5.4 Terre, con lo stile Regno Unito 3.1, con lo stile tedesco 2.5 e con quello italiano 2.2…
Cifre disastrose: è partita l’autodistruzione…

domenica 13 aprile 2008

GLOBAL WARMING: overdose carbonica!

Ormai è fuori discussione che il clima sul nostro pianeta sta subendo un cambiamento molto rapido: si può sicuramente parlare di ciclo naturale (perché di questo si tratta) come sempre ne sono accaduti nella miliardaria (in termini di anni!) storia della Terra. Il problema è che nessuno dei precedenti cicli si è sviluppato con la velocità di quello attuale: su questo attuale cambiamento climatico ha una buona responsabilità (senza ombra di dubbio) l’attività umana che, nel corso dell’ultimo secolo, ha scaricato (e sta scaricando) in atmosfera una enorme quantità di gas serra (CO2 in primis) che stanno creando un effetto serra senza precedenti (lo dimostrano le concentrazioni di CO2 attuali mai così alte da almeno 650.000 anni, come hanno dimostrato i carotaggi effettuati sul ghiaccio del Polo Sud). Come sempre, gli scettici si fanno sentire continuando a dire che il global warming è una montatura e sempre pronti a presentare quei (pochissimi) dati in controtendenza: secondo le ultime rilevazioni, gli ultimi tre mesi (gennaio, febbraio e marzo) sono stati leggermente più freddi del normale su scala mondiale. Credo che se espongono questo è perché non hanno altre argomentazioni: il fatto che, dal 1995 la temperatura abbia continuato ad aumentare in maniera vistosa su tutto il pianeta, si commenta da solo, visto che gli anni più caldi (da quando esistono misurazioni con termometro, quindi da circa 200-250 anni) sono tutti concentrati nell’ultimo decennio…
Premesso questo, si stanno studiando vari tesi inerenti questo cambiamento climatico (global warming, termine così in voga!): intanto bisogna dire che l’andamento climatico terrestre è il risultato dell’azione di un insieme di fattori le cui dinamiche sono note solo parzialmente e, per questo, gli studi in atto vogliono indagare sulla presenza o meno di fattori che possano innescare nei prossimi decenni dinamiche i cui esiti sarebbero difficilmente prevedibili.
Attualmente l’umanità rilascia nell’atmosfera circa 8,8 miliardi di tonnellate di carbonio all’anno, delle quali solo meno della metà (3,2 miliardi di tonnellate) rimangono nell’atmosfera incrementando la CO2 già presente. Dove finisce la parte rimanente? Viene assorbita (fortunatamente) da boschi, foreste ed oceani che stanno dimostrando una capacità di assorbimento incredibile, riducendo quindi l’impatto del carbonio sul clima. Il pericolo deriva ora dalla salute di boschi, foreste ed oceani: se la temperatura media globale continuasse ad aumentare (come sta effettivamente accadendo) la loro capacità di assorbimento del carbonio (in seguito al deterioramento degli ecosistemi) verrebbe meno con conseguenze disastrose per il nostro clima. Perché?
  • foreste: un’elevata concentrazione di CO2 stimola nelle piante una crescita più rapida ma, contemporaneamente, la conseguente diminuzione di azoto nel terreno ne impedirebbe lo sviluppo futuro, innescando così una diminuzione delle distese di boschi e foreste (che sarebbero anche in pericolo per le siccità sempre più frequenti): dunque concentrazioni elevate di CO2 associate a temperature troppo alte finirebbero per sottrarre alle piante il loro ruolo di assorbimento di CO2, la quale rimarrebbe dunque in atmosfera incrementando quella (notevole) già presente;
  • oceani: la crescente quantità di carbonio assorbita dagli oceani (tramite fitoplancton) ne sta provocando la loro acidificazione. La dissoluzione della CO2 nell’acqua marina comporta un aumento della concentrazione degli ioni di idrogeno determinando un decremento del PH oceanico, l’aumento della quantità di CO2 in atmosfera intensifica tale fenomeno determinando l’interruzione dei processi di formazione delle conchiglie e dei coralli e questo avrebbe effetti assai negativi sul fitoplancton e sullo zooplancton (che rappresentano elementi fondamentali della catena alimentare). Inoltre, l’aumento termico sta diminuendo la capacità di assorbimento di carbonio da parte degli oceani in quanto la CO2 è meno solubile nell’acqua calda.

Si tratta quindi di una profonda alterazione del ciclo del carbonio, aggravato da altri fattori importanti quale il forte scioglimento dei ghiacci nell’Artico: in seguito allo scioglimento del permafrost (quel terreno rimasto ghiacciato per millenni), si potrebbero liberare in atmosfera immense quantità di CO2 e di metano rimaste imprigionate per millenni nella torba ghiacciata e questo causerebbe un aumento ulteriore dei gas serra presenti in atmosfera. Ma altri studi stanno dimostrando che si possono innescare anche altri fenomeni, tutti in gradi di liberare ulteriore CO2 in atmosfera.
Si tratta quindi di una serie di fenomeni innescati dall’effetto serra e dal conseguente riscaldamento globale che, a loro volta, andrebbero ad aumentare le quantità di gas serra presenti in atmosfera, aggravando ulteriormente l’effetto serra stesso: un po’ come il gatto che si mangia la coda…
Lo ripeto, si tratta di studi che forniscono delle spiegazioni parziali e che possono essere oggetto di correzione: tuttavia, forniscono risultati piuttosto attendibili e che indicano non dati certi sull’aumento della temperatura ma una linea di tendenza di aumento che è davvero preoccupante. Le profonde alterazioni del ciclo del carbonio in corso (la cosiddetta “OVERDOSE CARBONICA”), e quelle che si prospettano ancora più drammatiche per il futuro, ci indicano che il clima del nostro pianeta sarà sottoposto ad un cambiamento sempre più intenso e veloce con ripercussioni gravi sulla vita del nostro pianeta. Nessuno sa con certezza se questo accadrà, le basi tuttavia ci sono e forse siamo ancora in tempo per rimediare…

mercoledì 2 aprile 2008

L'effetto serra "compie" 50 anni!

L’effetto serra non è certo nato 50 anni, ma proprio tanti anni or sono è stato “scoperto”: già nel 1954 si tenne a Stoccolma una conferenza per sottolineare l’importanza di misurare a livello globale la quantità di gas serra presente in atmosfera, al fine di poterne studiare gli effetti sul clima terrestre. Dopo questa conferenza alcune organizzazioni erogarono dei finanziamenti che, però, non furono sufficienti per effettuare misure regolari dei gas serra, ottenendo quindi risultati insoddisfacenti. Ma fu poco dopo che un tale Charles David Keeling, studente di dottorato al California Institute of Technology e grande appassionato di geochimica, compì enormi sforzi per costruire una base stabile di osservazione per garantire misurazioni continuative: assieme a Roger Revelle, oceanografo e direttore della “Scripps Institution of Oceanography” a San Diego, che riuscì ad ottenere dei fondi per la ricerca dal Comitato dell’Anno Geofisico Internazionale del 1957-1985, acquistarono uno spettrofotometro e lo installarono nel 1957 in cima al monte Mauna Loa, che svetta con i suoi 3.400 metri di quota nell’arcipelago delle Hawaii. Grazie ai successivi incentivi forniti dal chimico Hans Suess e dalla “National Science Foundation”, nel 1958 Keeling e Revelle poterono iniziare le misurazioni della concentrazione di gas serra (e di CO2 in particolare) in atmosfera. Ecco, qui parte lo studio dell’effetto serra.
Dopo pochi anni di misurazioni, cominciarono le sorprese: si scoprì innanzitutto l’aumento costante del biossido di carbonio derivante dalle attività umane, ma si scoprì anche una fluttuazione stagionale delle concentrazioni di gas serra dovuta alla temporanea cattura della CO2 da parte della fotosintesi delle piante durante l’estate nell’emisfero boreale (ove è appunto posizionata la centralina di rilevamento).
Questa “scoperta” dell’effetto serra rese felicissimo il chimico svedese e premio Nobel Svante Arrhenius che già nel 1896 aveva teorizzato l’influenza di un incremento del biossido di carbonio sul riscaldamento dell’atmosfera (oltre 100 anni fa…)! Successivamente, nel 1967, Syukuro Manabe e Richard Wetherald del “Geophysical Laboratori” di Princeton pubblicarono la prima previsione numerica del riscaldamento globale, mentre avremmo dovuto aspettare fino al 1988 per la creazione dell’IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change) da parte dell’ONU per la valutazione delle informazioni sul clima, ed il 1997 per la stesura del Protocollo di Kyoto che avrebbe stabilito una riduzione entro il 2008-2012 del 5,2% delle emissioni dei sei gas serra rispetto al 1990.
Tornando ai nostri eroi hawaiani, all’inizio delle misurazioni la concentrazione di biossido di carbonio era di circa 315 parti per milione; nel 2007 (circa 50 anni dopo) questa concentrazione era salita a ben 385 parti per milione, ovvero un valore che (dai risultati ottenuti dai carotaggi dei ghiacci antartici) non era mai stato riscontrato almeno negli ultimi 650.000 anni!!! Diciamo che si tratta di una risposta reale agli (ancora) scettici che non vogliono credere che l’attività umana stia alterando il clima terrestre… Così, dopo 50 anni, oggi esiste la cosiddetta “curva di Keeling”, che rappresenta la più lunga serie strumentale al mondo di misurazioni di gas serra e che si sta rivelando davvero preziosa per lo studio del cambiamento climatico in corso e delle possibili soluzioni da attuare per la lotta al riscaldamento globale. Nel frattempo, altre esperienze analoghe sono sorte un po’ ovunque, anche qui in Italia: vi sono delle stazioni di misurazione dei gas serra sul Monte Cimone (nell’Appennino Tosco-Emiliano, gestito dall’ISAC-CNR di Bologna), sul Plateau Rosà (sul Monte Rosa, gestito dal CESI) e sull’Isola di Lampedusa (gestito dall’ENEA).
È proprio in funzione di questi rilevamenti che si stanno concentrando gli studi degli esperti per cercare di individuare delle strade percorribili per poter invertire questa linea di tendenza che porta ad una crescita costante dei gas serra e al conseguente riscaldamento del nostro pianeta, la cui atmosfera si sta trasformando in una vera e propria serra: si tratta di misurazioni davvero preziose e dal valore inestimabile, soprattutto se consideriamo questo periodo della storia terrestre che sta vivendo uno stravolgimento climatico incredibile il cui artefice principale è senza ombra di dubbio l’uomo, e credo che su questo non ci debbano essere più dubbi (o meglio non ci dovrebbero essere, visto che in realtà ci sono ancora coloro che sostengono, purtroppo, il contrario facendo male due volte al nostro pianeta).

venerdì 28 marzo 2008

SMOG: quello cinese invade il Nord America!

Secondo una ricerca realizzata da un gruppo di fisici dell’atmosfera del Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt (USA), i cui risultati verranno pubblicati sul “Journal of Geophysical Research – Atmospheres”, l’inquinamento atmosferico causato dalle attività umane si sposta da un continente all’altro vanificando (e, talvolta, annullando) gli sforzi fatti in alcuni paesi. In seguito a tale ricerca, è stata elaborata una mappa molto dettagliata dell’inquinamento atmosferico che interessa il nostro pianeta (è quella allegata al post): per effettuare le ricerche si è utilizzato lo strumento MODIS (Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer) che si trova sul satellite americano “Terra”. Per inquinamento atmosferico è stato preso in considerazione quello causato dalle attività umane nelle città, dal traffico, dalle industrie e dai grandi incendi per la deforestazione. Hungbin Yu, responsabile della ricerca, ha affermato che per molti anni si è pensato ai paesi occidentali come ai primi (ed unici) responsabili dell’inquinamento atmosferico, ma ora qualcosa è cambiato in maniera molto profonda. I paesi in forte sviluppo economico stanno dando un contributo notevole in termini di inquinamento: la Cina, in particolare, in seguito al suo velocissimo sviluppo demografico ed industriale ha raddoppiato il suo inquinamento atmosferico in appena un decennio, tanto che le sostanze inquinanti presenti in atmosfera sono così tante che vengono ora sospinte dai venti verso altre zone, addirittura a migliaia di chilometri di distanza! Secondo i dati rilevarti dal satellite dal 2002 ad oggi, si è scoperto che la quantità di inquinanti partita dall’Asia e arrivata nel Nord America corrisponde al 15% di quella prodotta da USA e Canada, ed è un dato notevole se si considerano gli impegni presi da questi ultimi due paesi per ridurre le sostanze inquinanti in loco. Praticamente, la percentuale di inquinanti che arriva dall’Asia annulla la percentuale di inquinanti che si cerca di tagliare!!! Il trasporto delle sostanze inquinanti varia nel corso dell’anno: è molto intenso tra la fine dell’inverno e la primavera, quando i venti in quota sono molto sostenuti, mentre è minimo in estate. A volte le sostanze inquinanti ci impiegano appena una settimana per attraversare l’Oceano Pacifico! Secondo i rilievi, in 3 anni si sono mosse dalla Cina verso il Nord America ben 18 tonnellate di materiale inquinante, delle quali 4,5 depositatesi sugli USA e le altre sugli oceani circostanti. E la stessa cosa sta ora capitando all’Europa, che a sua volta sta ricevendo una parte delle sostanze inquinanti che vengono prodotte dalle industrie americane. Sembra il gioco del cane che si morde la coda…Quindi, quello dello smog è un problema planetario, che riguarda anche aree dove l’inquinamento non viene prodotto ma… vi arriva! Si stanno ora studiando gli effetti di questo smog vagante: si tratta di conseguenze complesse da studiare, visto che alcune sostanze inquinanti possono intrappolare il calore prodotto dalla Terra aumentando così il riscaldamento globale, mentre altre possono respingere l’energia solare diminuendo così l’effetto del riscaldamento globale, anche se sembra prevalere la prima ipotesi… Si tratta di un fenomeno nuovo, di cui non si era a conoscenza, e che potrà avere risvolti negativi sull’andamento climatico di alcune zone.
Tutto ciò sta a significare quanto siano piuttosto inutili i piani di taglio delle emissioni di CO2 a livello locale, come potrebbe essere quello in atto in Europa: questi piani dovrebbero essere intesi (ed applicati) a livello globale se si vuole tagliare queste emissioni di gas serra, altrimenti si correrà il rischio di attuare interventi (soprattutto economici) anche pesanti a livello locale che si dimostrerebbero però vani. E, nel frattempo, non verrebbe ripristinato quell’equilibrio atmosferico rovinato dalle attività umane e la cui alterazione sta stravolgendo il clima del nostro pianeta: urge una pianificazione globale di taglio delle emissioni di CO2 se si vuole decelerare il cambiamento climatico in corso…

domenica 3 febbraio 2008

Riscaldamento globale: vita marina in serio pericolo!

Il satellite “SeaWiFs” della NASA ha calcolato che dal 1996 ad oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate di ben il 15%, pari a 6,6 milioni di kmq in più!!! Ad oggi, tra terre emerse e mari, il deserto occupa il 40% della superficie del pianeta!!! Jeffrey Polovina del “National Marine Fishries Service” degli USA ha realizzato uno studio sulla salute degli oceani che tra poco sarà pubblicato sulla rivista “Geophysical Research Letters”, in base al quale il fenomeno di scomparsa della vita marina sta interessando un po’ tutti gli oceani. Tutto ciò è causato dal riscaldamento delle acque dei mari in conseguenza del riscaldamento globale in atto, di cui l’uomo ha molte colpe: si è giunti a queste conclusioni in seguito ai rilievi satellitari che hanno notato un sensibile aumento delle superfici marine di color blu cupo, a differenza di una diminuzione sensibile delle aree marine di color verde-clorofilla, segno quest’ultimo della presenza di alghe unicellulari che servono da nutrimento a molte specie marine: la mancanza di queste, causa una progressiva morte della vita marina. Ma come funziona il ciclo della vita nei mari? Normalmente, durante l’inverno l’acqua superficiale dei mari si raffredda e sprofonda verso gli abissi e, al contempo, l’acqua più calda presente sui fondali risale apportando in superficie sostanze preziose come nitrati e fosfati che derivano dalla decomposizione degli organismo marini e che servono all’alimentazione del fitoplancton (come le alghe unicellulari), a sua volta necessario all’alimentazione delle specie marine; tuttavia, gli inverni sempre più brevi e sempre più miti (come in Europa…) non consentono alle acque superficiali di raffreddarsi a sufficienza e quindi di sprofondare, e questo impedisce all’acqua calda presente nei fondali di risalire, la quale (assieme a nitrati e fosfati) rimane dunque in profondità facendo venire a mancare quelle sostanze necessarie in superficie all’alimentazione del fitoplancton e di conseguenza della vita marina, che gradualmente scompare. Certo, il fenomeno di “desertificazione” degli oceani era già stato osservato parecchio tempo fa: ma nessun calcolo scientifico aveva previsto un progresso così rapido delle zone marine “desertiche”, tanto che negli ultimi 10 anni i deserti si sono estesi con una rapidità ben 10 volte superiore alla previsto!! Situazione grave anche nei mari italiani: nel Tirreno e nell’Adriatico l’estensione delle aree desertiche si aggira già al 20%, così come ha sostenuto Silvio Greco, ricercatore dell’ICRAM (Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare). Tutto questo aggrava una situazione già pericolosa, visto che la vita marina è attualmente in pericolo anche per il crescente inquinamento e per la pesca selvaggia, rischiando di distruggerla irrimediabilmente. Quindi l’estensione delle aree desertiche negli oceani è correlata all’aumento della temperatura superficiale degli stessi: il fenomeno sta interessando un po’ tutti i mari (ad esclusione dell’Oceano Indiano meridionale) e sta colpendo in maniera particolare l’Atlantico settentrionale. Attualmente, la crescita di zone marine desertiche è di circa 800.000 kmq all’anno: tra l’altro la presenza di alghe unicellulari sulla superficie marina innesca la fotosintesi clorofilliana che assorbe CO2 dall’atmosfera, contribuendo alla ripulitura dell’atmosfera dai gas serra e, di conseguenza, alla lotta contro il cambiamento climatico: quindi oltre al danno, la beffa! Per informazioni andate sul sito http://oceancolor.gsfc.nasa.gov/SeaWiFS.
Inutile dire che, come sempre, la responsabilità maggiore è dell’uomo e delle sue attività, che sta sconvolgendo con le sue sostanze inquinanti il clima terrestre con ripercussioni sui vari ecosistemi terrestri, come quelli dei nostri oceani. A tal proposito gli scienziati della “Geological Society of America” hanno ribattezzato l’era attuale come “Antropocene”, ovvero “Età dell’Uomo”: termine non poteva essere più appropriato!

domenica 20 gennaio 2008

Previsioni corrette... in peggio: 2007 5° anno più caldo!

Lo ha confermato la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Il 2007 è stato il 5° anno più caldo dalla metà del 1800 ad oggi, ovvero da quanto esistono misurazioni meteo affidabili: la temperatura media annua terrestre è stata di 0.55°C superiore della media! Ci sono tuttavia da fare delle considerazioni: la temperatura media è stata calcolata prendendo in considerazione sia le temperature misurate sopra gli oceani sia quelle misurate sulla terraferma. Se le prendiamo singolarmente, il 2007 è stato il 9° anno più caldo per le zone oceaniche, mentre è stato il più caldo in assoluto per la terraferma!!! Gli oceani, solitamente più freddi della terraferma, quest’anno lo sono stati in maniera particolare a causa della corrente fredda della Nina (opposta alla corrente calda del Nino) che ha interessato il Pacifico centro-orientale. Quindi il 2007 si è piazzato 5° solo per un’anomalia marina, altrimenti a livello generale si sarebbe piazzato tra i primi tre posti!! E comunque ricordiamo che 9 dei 10 anni più caldi di sempre si sono concentrati dal 1995 ad oggi… Molto allarmato è Michele Colacino, dirigente dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del CNR, il quale ha affermato: “La fotografia del 2007 conferma l’attualità dell’allarme lanciato dall’IPCC, l’Intergovernamental Panel on Climate Change: ormai non facciamo che registrare record di caldo che si succedono senza interruzione. Gli anni Ottanta sono stati i più roventi della storia della meteorologia. Poi gli anni Novanta li hanno battuti. Ora il primato se lo sta aggiudicando il primo decennio del nuovo secolo. La serie continua ad allungarsi in modo impressionante”. Il cambiamento climatico è ormai una realtà ed è sotto gli occhi di tutti: l’aumento della temperatura media terrestre sta sconvolgendo la nostra atmosfera con fenomeni meteo estremi sempre più diffusi. È proprio l’aumento di tali fenomeni a preoccupare, così come diligentemente riportato nella mappa apparsa sul quotidiano La Repubblica di giovedì 17 gennaio 2008 a cura di Antonio Cianciullo e Luigi Bignami. Ecco quali sono stati:

  • AMERICA CENTRO-NORD: intensità record degli incendi in Alaska (nella zona di North Slope), terza minore estensione della neve in primavera nell’emisfero nord, la peggiore tempesta invernale tra il nord degli USA ed il sud-est del Canada (coinvolte 300.000 persone), tempesta subtropicale in maggio nel nord-est degli USA seguita da una siccità record, violenta ondata di caldo ad agosto negli USA centrali (50 morti), seconda stagione per intensità di incendi in California, l’uragano Hamberto a settembre sconvolge la costa sud degli USA, l’uragano Noel è il peggiore nei Carabi per numero di morti (124), l’uragano Dean è il terzo peggiore di sempre nell’Atlantico (venti a 270 km/h), disastrose inondazioni in Costarica in ottobre con frane e centinaia di morti;
  • SUD AMERICA: l’uragano Felix sconvolge la costa nord diventando il secondo peggiore degli ultimi decenni (venti a 270 km/h), inondazioni record in Bolivia (200.000 persone senza casa e 70.000 ettari di coltivazioni distrutti), in Uruguay le peggiori inondazioni dal 1959 (110.000 persone senza casa), in Argentina inverno eccezionalmente freddo con neve a Buenos Aires (non accadeva dal 1918) e addirittura in zona attraversate dal Tropico del Capricorno (!);
  • AFRICA: inondazioni disastrose (come non accadeva da decenni) in Sudan, Burkina Faso, Uganda e Mozambico (danni gravissimi ovunque), inverno eccezionalmente freddo in Sudafrica (neve a Johannesburg ove non accadeva dal 1981), all’isola La Reunion si stabilisce il record mondiale di piogge (4.000 mm d’acqua in appena 3 giorni!!!);
  • ASIA: il tifone Fitow (con venti a 157 km/h) investe la metropoli Tokyo, a luglio il tifone Man-Yi (venti a 160 km/h) investe nuovamente il Giappone ed è il più forte dal 1951 ad oggi, in Cina a luglio si verificano le peggiori inondazioni degli ultimi 56 anni con 500.000 sfollati e decine di morti (vicino a Chongqing cadono ben 2227 mm d’acqua in appena 24 ore!!!), la peggiore siccità dal 1940 a d oggi si verifica nella regione cinese di Gansu seguita da piogge ed inondazioni che colpiscono ben 13,5 milioni di persone, il tifone Lekima investe in settembre il Vietnam (è il peggiore degli ultimi 45 anni), in Bangladesh a novembre transita il violento ciclone Sidr (con venti a 240 km/h, il peggiore dal 1991) che causa oltre 3.000 morti e colpisce 8,5 milioni di persone, la Penisola Arabica è investita dal ciclone Gonu (il peggiore della storia, con venti a 260 km/h);
  • OCEANIA: in Australia a marzo arriva il ciclone Gonu (vento a 205 km/h, il peggiore dal 1975), le peggiori inondazioni degli ultimi 30 anni colpiscono lo stato australiano del New Sputh Wales, sempre in Australia si verifica il secondo febbraio più caldo dal 1950, mentre il 2007 è stato il 6° anno consecutivo di siccità nel Murray-Darling Basin;
  • ARTICO: ghiacci ridotti al minimo storico, tanto che la loro estensione è inferiore di ben il 23% rispetto al precedente record negativo del 2005!

Si tratta di una serie lunghissima di fenomeni meteo estremi: questi fenomeni, ricordiamolo, si sono sempre verificati, quello che preoccupa è ormai la loro frequenza (oltre che la loro maggiore intensità): per questo dobbiamo avere l’onesta di ammettere che il cambiamento climatico in corso è ormai una realtà e non il frutto di alcune menti malate. Qualcosa si sta inceppando nel clima del nostro pianeta, i colpevoli siamo noi e noi saremo i destinatari dei suoi tragici effetti: è un po’ come il gatto che si morde la coda! Nel frattempo molti pensano: finché tocca agli altri, stiamo tranquilli… Non è questa la soluzione al problema! Se tutto il mondo scientifico fosse d’accordo sul cambiamento climatico, forse qualcosa si sarebbe già potuto fare…