Visualizzazione post con etichetta alberi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta alberi. Mostra tutti i post

mercoledì 10 dicembre 2014

Il giardino diventa letterario

Rossella Sleiter nella sua rubrica “Natura” pubblicata sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 5 novembre 2014 ha provato ad immaginare: se mettessimo tutte assieme le piante citate dai poeti nel corso dei secoli? Beh, non basterebbe un parco. Per questo ha fatto una selezione di quelle citate nel Novecento. Giovanni Pascoli: “O Valentino, vestito di nuovo come le brocche dei biancospini...” e "Rosa di macchia, che dall'irta rama...”. Gabriele D'Annunzio: “Laudato sia l'ulivo nel mattino!”. Eugenio Montale: “Ascoltami, i poeti laureati si muovono soltanto fra le piante dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi fossi dove in pozzanghere mezzo seccante agguantano i ragazzi qualche sparuta anguilla: le viuzze che seguono i ciglioni, discendono tra i ciuffi delle canne e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni”. Dino Campana: “Sono sfiorite le rose, i petali caduti, perché io non potevo dimenticare le rose, le cercavamo assieme, abbiamo trovato le rose, erano le sue rose erano le mie rose, questo viaggio chiamavamo amore”. Sandro Penna: “Dormi fra le tue immense foglie, purpureo fiore sconosciuto”. Dylan Thomas: il suo albero del bosco di latte è il Milkwood Tree, che è una Sapotacea (della stessa famiglia dell'argan), che cresce in Africa, secolare, sempreverde, contorto e solitario. Natura e letteratura, un connubio incredibile: vi consiglio il link http://bim.comune.imola.bo.it/content.php?current=10309 .

mercoledì 13 novembre 2013

Quanti sono gli alberi dell'Amazzonia?

Stiamo parlando del grande polmone verde del nostro pianeta, l'Amazzonia. L'Amazzonia, nota anche come Foresta Amazzonica, è una foresta equatoriale nel Bacino dell'Amazzonia in Sud America. L'area conosciuta dell'Amazzonia supera i 7 milioni di km², anche se la zona boschiva ne occupa circa 5,5 milioni. La foresta è situata per circa il 65 % del territorio in Brasile, ma si estende anche in Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Guyana, Suriname e Guyana Francese. Si stima che nella regione vivano circa 2,5 milioni di specie di insetti, 3.000 specie di pesci, 1.294 specie di uccelli (si pensa che un quinto di tutti gli uccelli viva nella foresta amazzonica), 427 specie di mammiferi, 427 specie di anfibi e 378 specie di rettili e sono state classificate almeno 60.000 specie di piante. Gli scienziati hanno descritto fra le 96.669 e 128.843 specie di invertebrati solo in Brasile. La diversità delle specie di piante è la più alta sulla Terra e alcuni esperti valutano che 1 km² possa contenere più di 75.000 tipi diversi d'albero e 140.000 insetti. 1 km² di foresta amazzonica può arrivare a 90.790 tonnellate di piante. Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Amazzonia. 
Parliamo proprio di piante, perchè i ricercatori della Naturalis Biodiversity Center dei Paesi Bassi hanno contato quanti sono gli alberi della foresta amazzonica (lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista “Science”, https://www.sciencemag.org/, mntre io ho trovato la notizia su un articolo di Valentina Montervino sull'inserto "Il Venerdì" del quotidiano la Repubblica dell'8 novembre 2013): per fare ciò hanno realizzato un lavoro lungo e complicato, inviando 140 persone nell'arco di 10 anni in Amazzonia nel corso di 1.170 spedizioni, e tali persone hanno contato fisicamente una ad una ogni pianta presente nell'area. Il risultato? Ci sono addirittura 390 miliardi di alberi, suddivisi in 16.000 specie (anche se però almeno la metà appartanegono a solo 227 specie, le cosiddette “specie iperdominanti”, sulle quali si basano gli ecosistemi della regione: ci sono invece 6.000 specie floreali rare, ovvero che contano meno di mille esemplari cadauna; la più diffusa è l'Euterpe precatoria, una palma alta 20 metri, http://www.jupati.org/per-nome/64-acai-euterpe-precatoria.html). 
Lo scopo dello studio è quello di poter sviluppare in futuro delle strategie per tutelare il cosiddetto polmone verde del pianeta, che infatti è dannatamente in pericolo per la deforestazione. Come recita sempre wikipedia, la deforestazione è la trasformazione delle aree della foresta in aree disboscate, e risulta molto attiva nel bacino Amazzonico. Più di un quinto della foresta è già stato distrutto e l'intero ecosistema rimane in pericolo. Quest'opera di distruzione è iniziata a partire dagli anni Quaranta del Novecento, quando i governi della regione hanno deciso di sfruttare le risorse forestali e minerarie. Il disboscamento permette infatti la vendita e l'esportazione del legname, che può risultare molto pregiato, l'aumento di terreno per l'agricoltura, di cui si sente un forte bisogno per via della crescita della popolazione, e lo sfruttamento di giacimenti minerari. Gli ambientalisti denunciano un'enorme perdita della biodiversità, incrementata al risultato della distruzione delle foreste e allo sfruttamento insostenibile delle sue risorse. Inoltre, l'Amazzonia è un enorme "polmone" terrestre, che grazie all'elevata densità della vegetazione e alla sua posizione equatoriale che permette un grande irraggiamento del Sole, consuma elevate quantità di anidride carbonica, generando ossigeno. La rimozione dell'area forestale diminuisce questo effetto: inoltre la deforestazione viene spesso eseguita mediante incendi incontrollati, loro stessi responsabili di elevate emissioni di CO2. Tutto ciò ha importanti implicazioni nell'effetto serra, e costituisce uno dei principali parametri su cui si costruiscono i modelli per il riscaldamento globale del pianeta. 
E' quindi assolutamente necessario l'impegno dei governi e delle varie associazioni mondiali per proteggere questo polmone verde, che garantisce la vita sul nostro pianeta: rispettarlo e conservarlo è nostro dovere.

martedì 12 aprile 2011

L'uomo che parla con gli alberi

Ho trovato questo curioso articolo sull'inserto "La Repubblica delle Donne" (http://d.repubblica.it) del quotidiano la Repubblica di sabato 9 aprile 2011, scritto da Eva Grippa. Un articolo curioso che parla di James Wilkinson, scozzese di Glasgow ma londinese d'adozione, 46 anni e laureato in economia: una persona normalissima, che svolge lavoro d'ufficio per buona parte della giornata ma che dedica il suo tempo libero (ormai da 7 anni) ad un hobby molto particolare. STUDIA TUTTE LE SPECIE DI ALBERI DELLA SUA CITTA', NE INDIVIDUA OGNI SINGOLO ESEMPLARE E NE RIPORTA SU DELLE APPOSITE MAPPE LA LORO POSIZIONE, CATALOGANDO LE ZONE (PARCHI, GIARDINI E CORTILI) CHE SONO PIU' PARTICOLARI PER LE VARIETA' DI PIANTE CHE VI SONO E PER LA LORO TIPICITA'. Per mettere a conoscenza di tutti i cittadini questa sua straordinaria raccolta, ha creato un sito (http://www.londontrees.co.uk) ove si può trovare il censimento di tutte le piante della città. Decisamente un caso raro, forse unico nel web! Non si tratta solamente di individuare le piante più particolari, o quelle più grandi, o quelle più vecchie, o quelle più rare, ma anche quelle più comuni, individuare le sottocategorie (ad esempio la betulla ne ha almeno venti), raccogliendo una serie di informazioni che difficilmente si trovano su un libro. Dopo sette anni di ricerca, il signor Wilkinson è arrivato a catalogare a Londra oltre 200 specie di alberi, di cui però solo 33 sono native dell'Inghilterra. L'unica propriamente londinese è il Carpino Bianco (ovvero quello che si trova a Berkley Square, che ha 300 anni), mentre il più raro è la vite di Gower Street. E' arrivato alla conclusione invece che la quercia è la specie londinese più sfortunata in quanto difficilmente sopravvive allo smog. I londinesi sono entusiasti di questo lavoro, tanto che ogni giorno almeno 200 persone visitano il sito, anzi alcuni si offrono per dargli una mano nel suo lavoro. Il suo scopo era inizialmente quello di raccogliere tutte queste informazioni in un sito per poi scriverne un libro, ma per il momento non ne ha il tempo. Anzi, sta traducendo in italiano alcune pagine del suo sito, che risultano molto cliccate. Per questo gli piacerebbe ora fare un lavoro simile per una città italiana, ad esempio Roma. Le autorità potrebbero poi distribuire il fascicolo per far scoprire ai turisti e agli stessi cittadini posti bellissimi, e magari sconosciuti, della città. Veramente un grande hobby, dal notevole peso scientifico per la protezione delle piante di una città: propongo che venga fatto per ogni città, sarebbe fantastico.

martedì 17 novembre 2009

Ecco l’ARCHIVIO DEI PATRIARCHI

Abbiamo in Italia un patrimonio naturalistico immenso fatto di boschi e foreste con un numero impressionate di alberi, alberi che purtroppo sono sempre più a rischio per una serie di motivi quasi sempre riconducibili all’uomo. Per questo motivo è stato creato ora l’ARCHIVIO DEI PATRIARCHI, dove i patriarchi sono 5.327 alberi catalogati divisi per regione e provincia, e per i quali ne sono stati raccolti moltissimi dati (altezza, età, misura del tronco, chioma, ecc…). Si tratta di alberi secolari, alcuni addirittura millenari. L’archivio è stato realizzato dall’Associazione Patriarchi della natura di Forlì e potrà essere arricchito da chiunque (http://www.patriarchinatura.it): l’associazione è nata dal 2005, è presieduta dall’agronomo Sergio Guidi ed ha raccolto i dati messi assieme per vari decenni dal Corpo forestale dello Stato e da alcune Regioni. Lo scopo è non solo quello di allestire una galleria sugli alberi ma anche, e soprattutto, quello di stimolare la tutela di questo patrimonio naturalistico.
Ne ricordiamo alcuni di questi patriarchi. L’albero più antico d’Italia è un ulivo di Luras (Oristano) che ha ben 3.800 anni (è alto 11 metri ed ha un tronco della circonferenza di ben 13 metri), mentre l’albero da frutto più antico del nostro paese è il castagno di Cento Cavalli posto a Sant’Alfio (Catania) che ha circa 3.000 anni (è alto 14 metri ed è cresciuto su tre fusti cresciuti su un’unica ceppaia della circonferenza di ben 52 metri). Ma dobbiamo citare anche l’olivo dei Crociati, posto a Cicciano (Napoli), che ha 1.600 anni e si pensa sia stato originato dai semi portati dall’orto dei Getsemani; oppure il platano dei 100 bersaglieri a Caprino Veronese (Verona), che ha 640 anni (è il platano più grosso e più vecchio d’Italia); o ancora l’olmo di Bergemolo, a Demonte (Cuneo), che ha oltre 200 anni ed è l’olmo più alto d’Italia (26 metri), che si dice sia stato piantato da Napoleone; e che dire dei pioppi di Armarolo a Budrio (Bologna), che hanno 160 anni e sono non solo i più grandi dell’Emilia Romagna ma tra i più grandi d’Italia. La regione con più esemplari censiti è l’Emilia Romagna (ben 1.030), seguita dalla Toscana (463), dalla Lombardia (424), dalla Puglia (403) e dalla Sicilia (388). Davvero un patrimonio dal valore inestimabile.
Lo studio di questi alberi (grazie ad alcune tecniche come il carotaggio sul tronco) sarà di fondamentale importanza per scoprire il tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, il susseguirsi dei vari tipi di clima nella loro secolare o millenaria storia, il trattamento che hanno subito nel tempo da parte degli uomini: praticamente un libro aperto che permetterà, ad esempio, di studiare l’evoluzione del clima nel corso dei secoli aiutando la climatologia e la meteorologia.
Francesco Erbani ha dedicato un articolo a questi patriarchi sul quotidiano la Repubblica di martedì 10 novembre 2009, nel quale ha intervistato Giuseppe Barbera, uno dei massimi esperti di alberi, che insegna Colture Arboree all’Università di Palermo e che scritto alcuni libri come “Tuttifrutti” e “Abbracciare gli alberi”. Barbera lancia un allarme su questo immenso patrimonio naturalistico, che purtroppo è a rischio e per la cui protezione servono leggi di tutela. Pensate ai tantissimi ulivi secolari che vengono estirpati dalle regioni del Sud Italia per andare ad abbellire i giardini del Nord: uno scempio, perché molto spesso queste piante soffrono il trapianto e muoiono (è successo per almeno metà di esse), e questo solo per un peccato di egoismo…

venerdì 6 novembre 2009

ALBERI IN CITTA’: se non curati sono un pericolo!

Quante volte è stato detto che gli alberi sono assolutamente necessari nelle nostre città: però, come succede per il verde pubblico in generale, molto spesso quelli presenti sono talmente poco curati che rischiano addirittura di diventare un pericolo per i cittadini.
Pensate, ce sono un milione nelle nostre città, dei quali 30.000 a Palermo, 40.000 a Napoli, 170.000 a Torino, 180.000 a Milano e 340.000 a Roma (nelle città del Nord Italia si tratta generalmente di latifoglie, platani, ippocastani e tigli, mentre in quelle del Centro-Sud si tratta di conifere, querce e palme): per valutare lo stato di un albero esiste una apposita scala chiamata Vta, che è un criterio di valutazione internazionale che prevede quattro classi, ovvero A (albero che non presenta alcun problema), B (albero che ha piccoli problemi di salute che però non ne intaccano la stabilità), C (albero non stabile che va valutato una volta l’anno) e D (albero da abbattere). Ebbene, ogni anno circa 10.000 alberi ricadono nella categoria D e devono quindi essere abbattuti in quanto pericolosi.
Al tema ha dedicato un articolo Paolo Griseri sul quotidiano la Repubblica del 14 ottobre scorso, il quale ha intervistato Mario Palenzona (direttore dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno, http://www.ipla.org), secondo il quale: “In questo come in altri campi la sicurezza assoluta non esiste. Gli alberi resistono a particolari condizioni: se arriva una bufera che non si è mai verificata in duecento anni, possono cadere platani secolari. È un rischio con cui in qualche modo dobbiamo convivere. Invece, si usano troppo spesso le motoseghe per evitare guai giudiziari”. Invece che prevenire, si abbatte… È stato intervistato anche Antimo Palumbo, dell’associazione “Adea - Amici DEgli Alberi”, secondo il quale: “Il traffico, come i lavori di asfaltatura, rovinano spesso le radici e anche una ferita leggera può finire, col tempo, per compromettere la stabilità di una pianta”.
E qui siamo al punto: come mai questi alberi cittadini diventano instabili? Raramente per colpa loro: certo, può intervenire qualche malattia che li consuma, ma il più delle volte le colpe sono dell’uomo, colpe che possono essere riassunte così:
  • l’incuria da parte delle amministrazioni cittadine che spesso sottovalutano le malattie della pianta (che spesso portano al marcamento dei rami e/o del tronco facendolo crollare);
  • le potature spregiudicate (le cosiddette “capitozzature”), che vengono fatte solo per avere meno foglie da raccogliere…, che spesso indeboliscono la pianta per due motivi: espongono il tronco libero a funghi che lo divorano dall’interno, e poi sottopongono la pianta a maggior rischio caduta in caso di forte vento (infatti, in caso di forte potatura, l’albero emette molte foglie ma ha pochi rami in grado di fare peso e spezzare il vento, così le foglie fanno da vela);
  • il traffico, in quanto estirpare le radici superficiali, per asfaltare o per fare scavi, contribuisce a compromettere la stabilità degli alberi in quanto gli stessi alberi difficilmente hanno radici in profondità.
Ottima l’osservazione in merito del meteorologo Luca Mercalli: è una questione di scegliere correttamente le specie vegetali e di curarne la manutenzione. I vantaggi sarebbero non solo estetici (in quanto il verde riposa) ma soprattutto fisici (gli alberi infatti contribuiscono a mitigare gli eccessi termici estivi delle città, in quanto la loro evapotraspirazione abbassa la temperatura di qualche grado ed il loro ombreggiamento espone meno superficie alla radiazione solare, contribuendo ad un risparmio energetico con il conseguente minor utilizzo dei condizionatori). Da non sottovalutare inoltre quanta CO2 assorbe una pianta contribuendo alla lotta all’inquinamento e il fatto che le chiome degli alberi ospitano molti uccelli che divorano zanzare ed altri insetti fastidiosi.
Quindi, i vantaggi che gli alberi comportano nelle città sono molteplici: purtroppo nella loro (scarsa) manutenzione si pensa quasi sempre al lato economico (più si taglia minore sarà la manutenzione da fare…) senza valutare attentamente i vantaggi che gli stessi alberi portano alla vita delle città. E quando ci scappa il morto (per caduta di un ramo che causa un incidente stradale) non si pensi subito a segare le piante, pensiamo piuttosto a quante vittime ci sono ogni anno nelle nostre città per malattie respiratorie causate dall’inquinamento cittadino (che proprio un maggior numero di piante renderebbe meno grave): ma queste sono le cosiddette “morte invisibili” che non colpiscono l’opinione pubblica semplicemente perché quest’ultima non viene, purtroppo, informata in merito…