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venerdì 4 ottobre 2013
Lo scorso mese di maggio a Milano è stata lanciata dall'economista Andrea Farinet e dallo scrittore Giancarlo Roversi la Carta dei diritti della terra coltivata, un documento che dovrebbe servire ad assicurare al suolo fertile diritti inviolabili. Apprendo la notizia da un articolo di Alex Saragosa sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica di alcune settimane fa.
Infatti la FAO, ovvero l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (http://www.fao.org/home/en/ e http://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazione_delle_Nazioni_Unite_per_l%27alimentazione_e_l%27agricoltura), ha stimato che oggi solo il 46% dei terreni della Terra ha una fertilità stabile o in crescita, mentre il 34% è stato degradato dall'operato umano più o meno gravemente e il restante 20% è addirittura improduttivo. Di questo passo, non saremo più in grado di dar da mangiare alla popolazione mondiale. In crescita continua. La speranza è quella di ratificare la Carta da parte delle nazioni che saranno presenti all'Expo 2015 di Milano, che sarà dedicato appunto a cibo ed agricoltura.
Per la verità esiste già una Carta della Terra (http://it.wikipedia.org/wiki/Carta_della_Terra), ma questa proposta entra più nello specifico.
Come sostiene la microbiologa Anna Benedetti, che dirige il Centro di ricerca per lo studio delle relazioni tra pianta e suolo, “la fertilità del terreno, un mix di sabbia, argilla e sostanza organica formatosi nel corso dei millenni, è garantita dal continuo ciclo di quanto ci cresce sopra. Ma l'uomo forza la sua produttività con lavorazioni, irrigazioni e fertilizzazioni che possono far tornare il suolo a uno sterile stato minerale” (ad esempio in Africa il suolo è rovinato dalle monocolture, negli USA dai grandi macchinari che lo compattano, in Cina dagli scarichi industriali, in Italia dalla cementificazione). Altro grave problema, a livello mondiale, è la sottrazione della sostanza organica con i raccolti, perdita che viene compensata con i fertilizzanti minerali artificiali anziché con fertilizzanti naturali come il letame o il compost, il che fa perdere coesione al suolo che quindi è più soggetto all'erosione della pioggia. Ci sono già leggi in materia in Europa, che regolano le pratiche agricole per rendere sostenibile l'uso dei suoli, ad esempio dosando le fertilizzazioni sia minerali che organiche: ma anche qui v'è da dire che molti agricoltori (soprattutto in Valpadana) eccedono con lo spargimento di letame nel terreno, che in dose eccessive provoca solo un danno!
Ha ragione il giornalista Saragosa quando a conclusione del suo articolo afferma che solo se l'Europa riuscirà a dimostrare di poter conciliare l'agricoltura ad alta produttivtà con il rispetto della fertilità, allora le sue buone pratiche potrebbero essere esportate nel resto dle mondo, alleviando il problema dell'alimentazione che si sta aggravando sempre di più. Ricordando che, in tal senso, gli OGM non sono per niente la soluzione...
martedì 18 ottobre 2011
BASTA SPRECHI DI CIBO!
Domenica scorsa 16 ottobre 2011 si è tenuta la GIORNATA MONDIALE DELL'ALIMENTAZIONE, organizzata dalla Fao (http://www.fao.org). Quale migliore occasione per pubblicare alcuni dati che dovrebbero sensibilizzare tutti quanti sulla fame nel mondo e su quello che viene ancora buttato nella pattumiera (tanto, troppo!).
Ecco alcuni dati. Oggi 925 milioni di persone soffrono ancora la fame nel mondo, mentre sarebbero 600 milioni le persone sottonutrite nei paesi in via di sviluppo anche se venisse raggiunto l'obiettivo di Sviluppo del Millennio di dimezzare entro il 2015 il numero di persone senza cibo, e infine sono 44 milioni le persone spinte nella povertà dai rincari dei prodotti alimentari solo da giugno 2010 ad oggi!! Per quanto riguarda il succitato Sviluppo del Millennio, ricordo che nel 2000 con la "Dichiarazione del Millennio dell'Onu" ogni Stato ricco (Italia compresa) promise di aumentare gli aiuti pubblici allo sviluppo per una quota pari allo 0,7% del proprio Pil entro il 2015: ebbene, ad oggi pochissimi Stati hanno raggiunto tale obiettivo, tanto che la media di Pil oggi data da questi Stati è dello 0,3%. E l'Italia a che quota è? 0,1%, con ulteriori recenti tagli!!! Deprorevole. Eppure, come ricorda Carlo Petrini nel suo articolo apparso sul quotidiano la Repubblica del 15 ottobre 2011, nonostante la crisi continuiamo a costruire caccia bombardieri e a partecipare a missioni costosissime, spendendo decine di miliardi (ripeto, miliardi) di euro!! Purtroppo, come diceva Ghandi, "nel mondo c'è abbastanza per i bisogni dell'uomo, ma non per la sua avidità". Allora che fare? Vista la nostra impotenza contro questa vergogna, dobbiamo fare la nostra piccola parte nel privato, nella vita di tutti i giorni, ad esempio cercando di limitare gli sprechi. Guardate questi dati riferiti all'Italia: ogni anno si sprecano nella filiera alimentare (che va dalla produzione al negozio al consumatore) ben 20 milioni di tonnellate di cibo, che sarebbe sufficienti a sfamare 40 milioni di persone per un anno!! Già siamo vittime di un sistema malato che, per come è strutturato, non diventerà mai virtuoso, se a questo poi aggiungiamo le nostre brutte abitudini di buttare cibo nella pattumiera allora siamo messi proprio male. In Europa ogni anno vengono sprecati 280 kg di cibo a testa, di cui 90 direttamente dal consumatore; in Italia il 39% del cibo che si butta nella pattumiera è costituito da prodotti freschi, il 19% da pane, il 17% da frutta e verdura, il 10% da affettati.
Ma allora perchè non cerchiamo di essere più virtuosi nel privato? Non lo dico per modestia, ma a casa mia da 35 anni a questa parte non è finito nella pattumiera neanche un tozzo di pane, neanche uno: tutto viene consumato anche perchè basta stare attenti ad acquistare cibi in quantità moderate (che dunque non corrono il rischio di scadere), di acquistare cibi con una scadenza ragionevole, di acquistare cibi essenziali e che si è sicuri di consumare, di cucinare in quantità necessarie ai componenti della famiglia e quindi senza eccedere, se avanza qualcosa si cerca di recuperarlo in altra maniera. Così facendo la mia famiglia svolge un'alimentazione abbastazna regolare, senza privarsi di niente, ma soprattutto senza gettare niente: prima di farlo pensate a quei milioni di persone che muoiono ogni anno perchè non hanno un pezzo di pane.
Ma allora perchè non cerchiamo di essere più virtuosi nel privato? Non lo dico per modestia, ma a casa mia da 35 anni a questa parte non è finito nella pattumiera neanche un tozzo di pane, neanche uno: tutto viene consumato anche perchè basta stare attenti ad acquistare cibi in quantità moderate (che dunque non corrono il rischio di scadere), di acquistare cibi con una scadenza ragionevole, di acquistare cibi essenziali e che si è sicuri di consumare, di cucinare in quantità necessarie ai componenti della famiglia e quindi senza eccedere, se avanza qualcosa si cerca di recuperarlo in altra maniera. Così facendo la mia famiglia svolge un'alimentazione abbastazna regolare, senza privarsi di niente, ma soprattutto senza gettare niente: prima di farlo pensate a quei milioni di persone che muoiono ogni anno perchè non hanno un pezzo di pane.
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Etichette: alimentazione, buone abitudini, fame nel mondo, Fao, sprechi
domenica 31 ottobre 2010
Ecco gli ORTI che salveranno l'Africa!
Dal 21 al 25 ottobre scorsi si è tenuta a Torino la 4° edizione di "Terra Madre" (http://www.terramadre.info), ovvero il Social Forum dell'Agricoltuta di tutto il mondo che ha visto 7.000 partecipanti di cui 5.000 delegati da 163 Paesi di tutto il pianeta, un punto d'incontro tra contadini, pescatori e allevatori che vogliono difendere la biodiversità, visto anche che il 2010 è l'Anno Internazionale della Biodiversità (il forum è creato da Slow Food, http://www.slowfood.it).
Durante il forum si è parlato anche degli ORTI che salveranno l'Africa: si tratti di veri e propri orti da coltivare nelle periferie delle città per salvare i disperati dalla malavita e da coltivare nelle zone agricole ormai ridotte a mono-coltura per soddisfare l'export e non il fabbisogno alimenate locale (e ce ne sarebbe molto...). Dice Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food: "La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all'esportazione, dei pesticidi, dell'urbanizzazione, dell'avanzata del deserto, ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food".
Ecco perchè è nata l'idea di questi orti, in cui recuperare i prodotti locali e soddisfare pertanto l'esigenza alimentare di quei popoli. Già ne sono stati istituiti 150 in 20 paesi africani, ma l'obiettio è di arrivare almeno a 1.000 entro la fine del 2011, anche se i problemi certo non mancano. Alcuni esempi di orti già fatti? In Senegal, dove fino a pochi anni fa il 95% del riso coltivato proveniva dal Sud-Est Asiatico e le colture tradizionali erano ormai la minima parte, oggi grazie al progetto "Mangeons local" (nato nel 2008 e sostenuto dalla Regione Piemonte) si è creata una rete di consumo basata sul fonio (un cereale locale), sul miglio e sul sorgo, che verranno coltivati in questo orti garantendo quindi la coltivazione di prodotti locali che andranno a sostenere l'alimentazione locale e non le multinazionali. In Costa d'Avorio, dove i conflitti interni hanno ostacolato sempre di più la circolazione delle merci e la produzione agricola, gli orti hanno come obiettivo il recupero di alcuni prodotti locali come il sumbalà, un composto che aumenta la sapidità dei cibi che era andato in disuso dopo una incredibile campagna pubblicitaria a favore del dado da brodo... In Guinea Bissau si era ormai arrivati alla mono-coltura dell'anacardo (un frutto tropicale proveniente dall'Amazzonia) soppiantando tutte le colture tradizionali e causando un forte aumento di casi di alcolismo per l'abuso di vino di anacardo: ora negli orti si è ripartiti dal recupero di piante tradizionali come il riso de pilau e il peperoncino malagueta. In Kenya vari scontri etnici e l'abbandono delle tecniche tradizionali agricole a favore di quelle moderne per le mono-colture hanno causato una forte migrazione verso le città, con notevoli problemi per le città stesse: ora gli orti puntano al recupero di piante antiche come la zucca di Lare e l'ortica.
Ed ora sono pronti i progetti per i nuovi orti: 50 in Senegal, 30 in Marocco, 20 nel Mali, 10 in Congo, 20 in Egitto, 200 in Kenya, 20 in Etiopia, 2 nel Madagascar, 30 in Mozambico, 20 in Tanzania, 200 nel Sud Africa, 50 in Uganda, 50 in Costa d'Avorio, 30 in Sierra Leone e 100 in Guinea Bissau. Ne ha dedicato un articolo anche il quotidiano la Repubblica venerdì 24 settembre 2010 (articolo di Antonio Cianciullo).
Quindi senza ombra di dubbio quello degli ORTI in Africa è davvero un bel progetto, per salvaguardare il territorio e per combattere la fame delle popolazioni locali, visto che gli Stati africani finora non ci hanno pensato badando solo alle multinazionali (e ai loro soldi che però non veenivano investiti per le popolazioni...). Gli orti punteranno su colture diversificate (ortaggi, frutta ed erbe varie), utilizzando solo sementi locali (quindi autoprodotte in loco), utilizzando fertilizzanti con compost naturale (e quindi senza prodotti chimici) e applicando tecniche di difesa naturali del terreno (come le rotazioni delle colture e le consociazioni). In pratica quello che dovrebbe essere fatto nell'agricoltura di tutto il mondo...
Durante il forum si è parlato anche degli ORTI che salveranno l'Africa: si tratti di veri e propri orti da coltivare nelle periferie delle città per salvare i disperati dalla malavita e da coltivare nelle zone agricole ormai ridotte a mono-coltura per soddisfare l'export e non il fabbisogno alimenate locale (e ce ne sarebbe molto...). Dice Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food: "La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all'esportazione, dei pesticidi, dell'urbanizzazione, dell'avanzata del deserto, ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food".
Ecco perchè è nata l'idea di questi orti, in cui recuperare i prodotti locali e soddisfare pertanto l'esigenza alimentare di quei popoli. Già ne sono stati istituiti 150 in 20 paesi africani, ma l'obiettio è di arrivare almeno a 1.000 entro la fine del 2011, anche se i problemi certo non mancano. Alcuni esempi di orti già fatti? In Senegal, dove fino a pochi anni fa il 95% del riso coltivato proveniva dal Sud-Est Asiatico e le colture tradizionali erano ormai la minima parte, oggi grazie al progetto "Mangeons local" (nato nel 2008 e sostenuto dalla Regione Piemonte) si è creata una rete di consumo basata sul fonio (un cereale locale), sul miglio e sul sorgo, che verranno coltivati in questo orti garantendo quindi la coltivazione di prodotti locali che andranno a sostenere l'alimentazione locale e non le multinazionali. In Costa d'Avorio, dove i conflitti interni hanno ostacolato sempre di più la circolazione delle merci e la produzione agricola, gli orti hanno come obiettivo il recupero di alcuni prodotti locali come il sumbalà, un composto che aumenta la sapidità dei cibi che era andato in disuso dopo una incredibile campagna pubblicitaria a favore del dado da brodo... In Guinea Bissau si era ormai arrivati alla mono-coltura dell'anacardo (un frutto tropicale proveniente dall'Amazzonia) soppiantando tutte le colture tradizionali e causando un forte aumento di casi di alcolismo per l'abuso di vino di anacardo: ora negli orti si è ripartiti dal recupero di piante tradizionali come il riso de pilau e il peperoncino malagueta. In Kenya vari scontri etnici e l'abbandono delle tecniche tradizionali agricole a favore di quelle moderne per le mono-colture hanno causato una forte migrazione verso le città, con notevoli problemi per le città stesse: ora gli orti puntano al recupero di piante antiche come la zucca di Lare e l'ortica.
Ed ora sono pronti i progetti per i nuovi orti: 50 in Senegal, 30 in Marocco, 20 nel Mali, 10 in Congo, 20 in Egitto, 200 in Kenya, 20 in Etiopia, 2 nel Madagascar, 30 in Mozambico, 20 in Tanzania, 200 nel Sud Africa, 50 in Uganda, 50 in Costa d'Avorio, 30 in Sierra Leone e 100 in Guinea Bissau. Ne ha dedicato un articolo anche il quotidiano la Repubblica venerdì 24 settembre 2010 (articolo di Antonio Cianciullo).
Quindi senza ombra di dubbio quello degli ORTI in Africa è davvero un bel progetto, per salvaguardare il territorio e per combattere la fame delle popolazioni locali, visto che gli Stati africani finora non ci hanno pensato badando solo alle multinazionali (e ai loro soldi che però non veenivano investiti per le popolazioni...). Gli orti punteranno su colture diversificate (ortaggi, frutta ed erbe varie), utilizzando solo sementi locali (quindi autoprodotte in loco), utilizzando fertilizzanti con compost naturale (e quindi senza prodotti chimici) e applicando tecniche di difesa naturali del terreno (come le rotazioni delle colture e le consociazioni). In pratica quello che dovrebbe essere fatto nell'agricoltura di tutto il mondo...
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Etichette: Africa, agricoltura, alimentazione, fame nel mondo, salvaguardia territorio, SlowFood, Terra Madre
giovedì 30 ottobre 2008
CIBI OGM: paure e informazione
E' stata condotta un'intervista inerente i cibi OGM, fatta dall'Istituto Nazionale Ricerche Demopolis tra l'1 e il 10 ottobre 2008 su un campione di 1.510 cittadini italiani: dall'intervista risulta che il 65% degli intervistati è contrario ai cibi OGM in funzione dei rischi per la propria salute e il 13% è contrario in quanto danneggiano la produzione di qualità, per un totale di ben il 78% di contrari! Solo il 4% è completamente d'accordo, mentre il 18% è d'accordo ma solo se fosse accertata l'assenza di rischi per la salute e l'ambiente. I risultati dell'intervista (visibili nell'immagine allegata) sono stati oggetto di dibattito nel corso del convegno "OGM e mass media in Italia" che si è tenuto alcuni giorni fa a Roma. Nel corso del convegno è stato presentato il rapporto Mediabiotech, curato dalla docente di Linguistica Grazia Basile, in collaborazione con Simona Galasso e Maria Teresa Valenti: tale rapporto ha preso in considerazione la stampa "generalista", la stampa di opinione, i periodici ed alcune trasmissioni televisive e radiofoniche. Dal rapporto è emerso che i giornali dedicano poco spazio alla spiegazione degli OGM e, quando ne dedicano qualche spazio, non vengono riportate le fonti delle informazioni. Lo scopo del rapporto è stato quello di evidenziare la scarsa preparazione delle persone in tema di OGM e che la maggior parte delle persone è "spaventata" ma senza averne una motivazione fondata, diciamo per una fobia generale. Secondo il rapporto, quindi, il dibattito sugli OGM è ancora troppo specialistico, poco idoneo ad informare e coinvolgere, nonchè poco efficace.Posso essere d'accordo sul fatto che ci sia poca informazione in merito, e questo è un grave handicap, ma non credo che la gente sia così spaventata senza essere informata, avrà i suoi buoni motivi: tuttavia, sempre dall'intervista è emerso che il 92% degli intervistati vorrebbe avere maggiori informazioni dai mass-media, il 40% vorrebbe più informazioni su cibo e salute dai quotidiani, il 29% dai periodici, il 21% dalla radio, il 78% dalla TV ed il 18% da internet.
Io sono fermamente contrario agli OGM: per questa mia posizione mi sento di darvi come riferimento il sito http://www.liberidaogm.org.
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Etichette: alimentazione, cibi transgenici, OGM, salute
martedì 13 novembre 2007
Natura: conservare la BIODIVERSITA'!
La Convenzione sulla Biodiversità, elaborata a Rio De Janeiro nel 1992:
- afferma il valore intrinseco della diversità biologica;
- riconosce che l'esigenza principale per la conservazione della varietà naturale consiste nella salvaguardia "in situ" degli habitat e degli ecosistemi;
- richiama l'attenzione sui danni derivanti dalla perdita di biodiversità, danni culturali, scientifici, economici ed ecologici.
- afferma il valore intrinseco della diversità biologica;
- riconosce che l'esigenza principale per la conservazione della varietà naturale consiste nella salvaguardia "in situ" degli habitat e degli ecosistemi;
- richiama l'attenzione sui danni derivanti dalla perdita di biodiversità, danni culturali, scientifici, economici ed ecologici.
Domenica 11 novembre 2007 si è concluso a Puebla (Messico) il 5° Congresso Slow Food per un'alimentazione sana in nome della sicurezza alimentare e della biodiversità: vi hanno partecipato 49 delegazioni mondiali, tra cui l'indiana Navdanya il cui fondatore Maya Yani ha giustamente dichiarato che "la biodiversità selvatica è essenziale a preservare il patrimonio genetico del pianeta. Ma la biodiversità, come dire, domestica, il patrimonio storico dell'agricoltura mondiale è altrettanto importante e, forse, preservarla anche più urgente". Infatti, in oltre 10.000 anni di agricoltura l'uomo ha saputo trovare le colture giuste per ogni tipo di clima e di terreno: ora l'agricoltura industriale sta cancellando (assieme a condizioni climatiche sempre più avverse) molte di queste colture tradizionali. Ad esempio, quando c'è stato il violentissimo tsunami nel sud-est asiatico, il mare ritirandosi ha riempito di sale le risaie delle coste mediridionali dell'India, rendendo impossibili i raccolti: tuttavia, esiste una qualità di riso, (selezionata e conservata nel tempo dagli abitanti del luogo) che resiste al sale e ciò ha permesso alla continuazione della coltivazione delle risaie. Questo significa BIODIVERSITA': avere un "archivio" di piante in grado di garantire la continuità e poter sostituire in qualsiasi momento una coltura in difficoltà, al fine di prevenire eventuali problemi (come carestie) alla popolazione. Il problema rimane oggi l'agricoltura industriale: frumento e riso hanno sconfitto la fame in alcune aree del mondo, ma sono diventate ormai delle "mono-colture" in molti stati: nel Bangladesh coprono ben il 96% della terra coltivabile, nelle Filippine il 90%!!! L'uniformità genetica può essere disastrosa, perchè significa che nessuna pianta è più in grado di resistere ad una singola malattia o ad un improvviso cambiamento climatico: è un pericolo che si sta già materializzando in alcuni paesi, come in Cina (dove nel 1949 si coltivavano oltre 10.000 varietà di riso scese a solo 1.000 nel 1970!!), in Messico (i 4/5 delle varietà di mais coltivate nel 1930 sono scomparse) e negli USA (perso il 95% delle varietà di cavoli e il 94% di quelle di piselli). Nel corso del 1900 sono andate perdute finora ben 250.000 varietà vegetali: l'Europa ha perso l'80% delle proprie varietà agricole e gli USA il 93%!! Oggi appena 30 tipi di piante nutrono il 95% della popolazione mondiale, mentre il restante 5% della popolazione (i più poveri ed emarginati) si nutre di migliaia di piante e ,proprio perchè poveri, hanno sviluppato tecniche e semi capaci di produrre in situazioni difficili e precarie: in pratica stanno dando insegnamenti al mondo sviluppato!!! Il poblema è che, se per motivi legati al clima, al territorio o alle malattie cominciano a scomparire quelle 30 colture basilari dell'alimentazione mondiale, la maggior parte dei paesi non ha "piante surrogate" in grado di sostituire quelle attuali in quanto negli anni non si è pensato di preservare le migliaia di varietà che la natura ci aveva donato. A tal proposito due anni fa l'ONU ha istituito le "banche dei semi", al fine di conservare un certo numero di piante in grado di diversificare le colture in caso di necessità (carestia, cambiamento climatico, malattie delle piante, ecc...): solo con la BIODIVERSITA', e non con OGM/colture transgeniche, si riuscirà a garantire la sicurezza di derrate alimentari alla popolazione mondiale, sempre più condizionata da un'agricoltura di scala industriale.
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11:38 PM
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giovedì 1 novembre 2007
OGM: l'Italia chiede il bando UE
L'Italia, durante il Consiglio dei Ministri Europei dell'Ambiente tenutosi a Lussemburgo lo scorso 30 ottobre 2007, per voce del sottosegretario all'Ambiente Laura Marchetti, ha lanciato una proposta chiedendo all'Unione Europea di bloccare ogni autorizzazione alla coltivazione ed importazione dei prodotti OGM fino a quando non saranno modificate radicalmente le norme in materia. L'iniziativa italiana ha tra gli scopi quello di aumentare i poteri dell'EFSA di Parma (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare), permettendo così di scrivere di sua iniziativa le analisi sui rischi legati all'autorizzazione di ogni nuovo prodotto geneticamente modificato. Infatti, finora l'EFSA non ha condotto studi indipendenti (per mancanza di fondi...) sulle richieste di approvazione degli OGM avanzate dalle multinazionali, basando quindi le proprie decisioni su studi finanziari eseguiti dalle stesse multinazionali (che sono naturalmente di parte...). Lo denuncia anche Mario Capanna, presidente della Fondazione dei Diritti Genetici, nonchè molti esperti europei. L'esempio pià eclatante è quello della "superpatata", un tubero transgenico prodotto dalla Basf e autorizzato dall'EFSA (che si è dovuta fidare degli studi favorevoli delle multinazionali...) ma subito bloccato dal Commissario Ue all'Ambiente Stavros Dimas grazie ad una ricerca dell'OMS secondo cui l'ingresso della "superpatata" nella catena alimentare metterebbe a rischio la salute umana rendendo il nostro organismo resistente agli antibiotici. L'Italia, inoltre, con la propria iniziativa chiede di rendere più trasparenti le procedure UE per l'autorizzazione alla coltivazione o importazione dei nuovi prodotti OGM: infatti, finora i grandi Stati non sono mai riusciti a creare delle maggioranze in grado di bloccare o approvare un nuovo prodotto, rimettendo la scelta nelle mani della sola Commissione che nella quasi totalità dei casi concede il via libera... ignorando così il parere dei governi e dei suoi milioni di cittadini contrari. L'iniziativa italiana (che sarà esaminata nei prossimi mesi) è stata accolta da 13 paesi europei (Francia, Germania, Austria, Portogallo, Olanda, Belgio, Polonia, Irlanda, Cipro, Malta, Romania, Ungheria e Repubblica Ceca): contrari invece gli altri 14 (tra cui l'Inghilterra da sempre favorevole al transgenico..). Speriamo bene: speriamo di continuare a parlare (e a mangiare) di patate e non di "superpatate"...
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Unknown
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Etichette: agricoltura, alimentazione, OGM, transgenico
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