mercoledì 30 settembre 2009

ORGOGLIO AMBIENTALE IN ITALIA...

Angelo Aquaro, inviato del quotidiano La Repubblica, ha raccontato in questi giorni ai lettori del giornale un fatto molto interessante che sta accadendo negli Stati Uniti: si tratta di una trasmissione televisiva intitolata “The National Parks”, trasmessa dalla PBS (http://www.pbs.org/nationalparks/) che sta ottenendo un successo incredibile. Tutti sono incollati davanti alla TV per seguirla, tutti i giornali ne parlano, è pubblicizzata sui vagoni della metropolitana e si può seguire ad episodi addirittura su YouTube!
Ma di cosa si tratta? Semplicemente di un documentario in 6 puntate incentrato sui parchi nazionali degli USA, realizzato da Ken Burns, diciamo pure il Piero Angela americano. Il documentario è così ben fatto, semplice ed allo stesso tempo così interessante che tutti lo guardano: ricostruisce la conquista pubblica del territorio (dal 1864 quando Abramo Lincoln istituì il primo nucleo di quello che poi sarebbe diventato il parco nazionale di Yosemite), ripercorre l’ascesa di Roosevelt dal suo ranch in North Dakota a Washington, parla dell’attivismo del naturalista John Muir, tratta delle battaglie della gente comune per la protezione dell’ambiente.
Il documentario sta sollevando il problema del taglio dei fondi per il verde nazionale, soprattutto per vedere se il nuovo presidente Obama riuscirà ad aumentare questi fondi, dopo anni bui. Anche perché negli USA ci sono oggi ben 58 parchi naturali distribuiti ovunque (in 49 Stati su 50, manca solo il Delaware, per un totale di 84 milioni di acri occupati) ed addirittura 333 siti verdi protetti (tra cui l’isola su cui sorge la Statua della Libertà): tra i grandi parchi nazionali americani ricordiamo il Crater Lake (Oregon, istituito nel 1902 sul lago più profondo degli USA), lo Yosemite (California, istituito nel 1890, ospita ben 160 piante rare e l’89% del suo territorio è ancora selvaggio), lo Yellowstone (tra Wyoming, Montana e Idaho, istituito nel 1872, possiede ben 1.600 km di sentieri e mulattiere), il Rocky Mountains (Colorado, istituito nel 1915, presenta 578 km di sentieri e ben 150 laghi) e il Grand Canyon (Arizona, istituito nel 1919, occupa la splendida gola del fiume Colorado).
La stessa cosa potrebbe accadere in Italia? Certo, le trasmissioni di Piero Angela sono sempre seguite, ma a livello generale la situazione non è rosea. Al di la del fatto che ci sia una trasmissione TV oppure no che tratta dell’argomento, quello che ancora ci differenzia dagli USA è il profondo orgoglio nazionale che gli americani hanno per i loro parchi e che difendono fortemente, cosa che invece non succede in Italia, almeno a livello istituzionale, come giustamente afferma Giampiero Sammuri, presidente di Federparchi (http://www.federparchi.it) In Italia ci sono 365 aree protette che vengono visitate ogni anno da ben 35 milioni di persone (http://www.parks.it): i nostri parchi sono quindi molto amati dalla gente, il problema è piuttosto dei finanziamenti statali che vengono elargiti in quantità sempre minori per l’ambiente. Quest’anno c’è stato un ulteriore taglio del 10% (pari a 2 milioni di euro) a tali finanziamenti: i soldi sono pochi ed arrivano in ritardo. Quello che in Italia non si capisce è che i parchi sono una risorsa economica (o almeno dovrebbero esserlo…): sono allo stesso tempo un luogo di conservazione della natura ed un luogo di interesse economico-turistico. Ma nessuno in Italia lo vuole capire, almeno a livello istituzionale: beh, se pensiamo che alcuni esponenti della maggioranza vorrebbero estendere la caccia a tutto l’anno (vedi post precedente), cosa potremo pretendere… Ah, il 2010 sarà l’anno mondiale della biodiversità: l’Italia sarà pronta? Mah…
E comunque permettetemi di dire un’ultima cosa: in una Tv (quella italiana) di culi, tette e veline (ho usato la stessa espressione del mio post sulle biblioteche) credo che un documentario come “The National Parks” non otterrebbe qui da noi lo stesso successo che sta ottenendo negli Stati Uniti. Altrimenti vorrebbe dire che il popolo italiano si starebbe svegliando, ma ne dubito fortemente…

martedì 29 settembre 2009

ITALIA: CACCIA NO LIMITS...

Lo scorso 23 settembre 2009 doveva essere votato alla Camera (durante l’esame della legge comunitaria) l’emendamento presentato da Gianluca Pini (Lega Nord) per stravolgere la famosa legge quadro che regola la caccia in Italia. Come mai? Beh, già più volte l’Unione Europea ha accusato il nostro paese di usare deroghe a raffica per ampliare la stagione di caccia (ed accaparrarsi così anche i voti dei cacciatori…), quindi meglio ritentare ancora ed aumentare le deroghe! Per fortuna, però, l'emendamento è stato ritirato, anche se la discussione è stata solo posticipata ad ottobre: il ritiro è nato dallo scontro tra lega Nord ed ex Alleanza Nazionale. Attualmente la legge in vigore stabilisce che i termini della stagione di caccia “devono essere comunque contenuti tra il 1° settembre ed il 31 gennaio”: la Lega Nord vorrebbe sostituire questa parte con un discorso più generico, ovvero: “I termini devono comunque garantire il rispetto della direttiva 79/409/Cee per le specie in essa tutelate”. Il che vorrebbe dire poter sparare anche in piena estate, durante la stagione turistica, cacciando anche le specie migratorie che volano verso altre zone per riprodursi.
Già non eravamo ben visti dall’Unione Europea per la nostra legge in materia un po’ troppo permissiva (abbiamo già 4 procedure di infrazione…): infatti alcune Regioni (come la Lombardia ed il Veneto) hanno già varato alcune proprie leggi che sono state bocciate dalla Corte costituzionale italiana ed hanno portato il nostro paese nella condizione di infrazione della direttiva comunitaria. Siamo sempre i migliori… Danilo Mainardi, docente di ecologia a Venezia e presidente onorario della Lipu (Lega Italiana Protezione Uccelli, http://www.lipu.it), così come riportato da Antonio Cianciullo sul quotidiano La Repubblica di martedì 22 settembre 2009, afferma preoccupato: “Il rischio concreto è che si apra una stagione segnata da una catena infinita di deroghe che di fatto annullerebbe ogni vincolo. Siamo di fronte ad un vero e proprio colpo di mano perché il governo, proprio per le polemiche suscitate dai precedenti tentativi, aveva deciso di non inserire la caccia nella legge comunitaria 2009”. Anche Nino Morabito di Legambiente (http://www.legambiente.eu) è preoccupato ed afferma: “Oltre all’emendamento in Comunitaria, in Parlamento pende una seconda minaccia: la legge mille deroghe, voluta da una fazione della maggioranza, equivale ad una dichiarazione di guerra agli animali”.
Sapete qual è stata la spiegazione dei parlamentari della maggioranza di governo che avevano sottoscritto gli emendamenti per modificare la legge quadro sulla caccia? Quella di voler contenere la pressione di animali che si sono moltiplicati in maniera incontrollata, come i cinghiali! Ammettiamo che sia vera l’invasione di cinghiali (mah…) e che possa essere lecito continuarne la caccia, questo però non giustifica il fatto che il nuovo emendamento consenta ai cacciatori di sparare in qualsiasi tempo dell’anno a specie anche in via di estinzione come il fagiano di monte, la pernice sarda, la beccaccia, la moretta o il frullino, tutte a forte rischio di estinzione sia per la loro caccia sfrenata, sia per la distruzione dei loro habitat naturali, sia per il disturbo della loro riproduzione.
Cosa comporterebbe la modifica alla legge sulla caccia? Semplice: aumenterebbe il numero di specie cacciabili (già ora l’Italia, assieme alla Francia, ha il più alto numero di specie cacciabili in Europa…), si potrebbe sparare anche dopo il tramonto, si potrebbe cacciare sulla neve, si potrebbe sparare d’estate con forte rischio per i turisti e per coloro che si trovano all’aria aperta, si potrebbero cacciare specie che stanno migrando verso altre zone per riprodursi.
Insomma un vero disastro, tipico italiano: perché non ci rendiamo conto che stiamo distruggendo tutto? Stiamo distruggendo un habitat che non è nostro, è delle specie viventi che lo abitano (ovvero noi, ma anche animali e piante) e non di una specie in particolare. Già stiamo distruggendo quello che di naturale ci circonda con inquinamento di ogni tipo e cementificazione senza freno, in più vogliamo contribuire alla distruzione totale mettendo in serio pericolo molte specie animali. Sia chiaro: io non sono un cacciatore ma non ho niente contro chi pratica la caccia, però ci sono delle regole comunitarie (giustamente) che devono essere rispettate, sono state fatte proprio per preservare quei loghi e quegli habitat che alcuni paesi (come il nostro) non sono in grado di proteggere. E noi che facciamo? Contribuiamo alla distruzione: gli animali siamo noi e non quelli che vengono cacciati!

BIBLIOTECHE E DINTORNI

Si è tenuto a Milano dal 23 al 27 agosto scorsi il 75° congresso mondiale dell’IFLA (International Federation of Library Associations and institutions, http://www.ifla.org), ovvero la principale associazione internazionale dei bibliotecari: durante il convegno si è discusso degli stanziamenti statali sempre più modesti che vengono riservati alle biblioteche, e dunque alla cultura in generale (per fare un esempio: la Nazionale di Roma, la più grande biblioteca del nostro paese, ha avuto nel 2001 uno stanziamento di 3 milioni di euro, nell’ultimo bilancio solo un milione e mezzo…).
Già la situazione culturale in Italia è pessima, in più vi si abbatte la scure dei tagli agli stanziamenti statali: il che vuol dire meno servizi offerti dalle biblioteche, minore interesse da parte della gente a frequentarle e diminuzione ulteriore del già basso livello culturale italiano. È inutile negare che le biblioteche sono uno dei principali indicatori della cultura diffusa di un paese; il loro numero, il loro stato, la loro dislocazione dicono moltissimo sul benessere complessivo di una collettività, così come ha giustamente scritto Francesco Erbani sul quotidiano La Repubblica a fine agosto: è già qualcosa di scandaloso che solo il 10% degli italiani legga un quotidiano ogni giorno e che il quotidiano più letto sia una testata sportiva… Tullio De Mauro, linguista e studioso della cultura diffusa, afferma: “Tre quarti e più dei comuni italiani sono privi di biblioteche. Se riusciamo a trasformare la spesa per aprire biblioteche in spesa obbligatoria, otterremo ottimi risultati: per metà i libri letti nei paesi a più alto sviluppo della lettura, da New York alla Spagna, sono proprio quelli consultati o presi in prestito dalle biblioteche”.
Secondo l’ICCU (Istituto Centrale Catalogo Unico, http://www.iccu.sbn.it), ci sono in Italia 12.400 biblioteche (ma secondo altre fonti sono almeno 15.000), distribuite secondo un sistema molto complesso: ci sono le grandi biblioteche nazionali (Roma, Firenze, Napoli e Venezia), le biblioteche di conservazione (come la Casanatense, la Vallicelliana e l’Angelica a Roma; l’Ariostea a Ferrara; la Braidense, l’Ambrosiana e la Trivulziana a Milano) che conservano un patrimonio libraio antichissimo e perciò molto prezioso, ed infine una lunga serie di biblioteche comunali, provinciali, universitarie, scolastiche. Ebbene, secondo l’ISTAT solo l’11.7% degli italiani (6.100.000 circa) è entrato in una biblioteca almeno una volta nel 2006, quando invece in Europa (cifre da brivido…) ben il 58% dei tedeschi ha una tessera di biblioteca, il 23% degli spagnoli è iscritto in una biblioteca, il 35% dei francesi è entrato almeno una volta in biblioteca!! C’è inoltre da considerare che di questo 11.7% di italiani, la maggior parte vi si è recata per studio o per lavoro e non per passatempo, e quasi tutta di giovane età (il 38% ha tra 11 e 14 anni e il 34% tra 15 e 17, mentre solo il 10% ha oltre i 34 anni...). Non sono per niente cifre entusiasmanti… Notevole scompenso nella distribuzione delle biblioteche nel nostro paese: il 51.4% è al Nord, il 20.6% al Centro ed il 28.6% al Sud. Sempre De Mauro sottolinea che solo il 3% degli italiani ha detto di non leggere perché non ci sono biblioteche nella sua zona, il che vuol dire che non esiste neppure la consapevolezza dell’esistenza di luoghi pubblici dove si possono avere in prestito o leggere libri.
De Mauro afferma una cosa che spiega appieno la disastrosa situazione culturale italiana: “Sono in pochi a sapere che prima dei bombardamenti americani Baghdad offriva più luoghi di lettura pubblica che non a Roma”. Vero, però la televisione irachena non offriva (e non offre!) culi, tette e veline a qualsiasi ora. Poveri ignoranti italiani…

mercoledì 23 settembre 2009

TEMPERATURA RECORD SUL MONTE ROSA. O NO?

Quella che vedete nella foto è la Capanna Regina Margherita (http://www.monterosa4000.it/rifugio2.htm), posta sul Monte Rosa ai 4.559 metri di quota di Punta Gnifetti, il rifugio più alto d'Europa dove esiste una stazione meteorologica dell'ARPA Piemonte attiva dal 31 agosto 2002 (http://www.arpa.piemonte.it): i sensori della stazione hanno registrano il 27 luglio 2008 una temperatura massima di ben 8.8°C, battendo ogni precedente record (anche quelli della famigerata estate 2003…). Un dato davvero eccezionale, che però spinge gli esperti del noto sito http://www.meteogiornale.it a porre dei (ragionevoli) dubbi sulla veridicità del dato registrato. Infatti, in quel periodo, non era in atto sull’Italia alcuna ondata di caldo ma era presente un promontorio di alta pressione azzorriana (dunque non quella sub-tropicale come nei precedenti record del 2003). Per confermare ciò, si sono raffrontati i radiosondaggi di quello stesso giorno di Milano Linate e di Payerne (Svizzera) con quelli del Monte Rosa: ebbene, il 27 luglio alle ore 0:00 il radiosondaggio di Milano Linate registrava -3.3°C a 4.305 metri di quota, mentre quello di Payerne registrava -4.9°C a 4.546 metri di quota, poi gli stessi radiosondaggi registrarono per le stesse località rispettivamente -6.9°C e -3.1°C alle ore 12:00. Certo, sono temperature registrate in aria libera e che dunque possono essere leggermente diverse da quelle registrate sul pendio di una montagna, però lo scarto è così significativo che appare quasi improbabile (si tratta di 10-15°C di differenza, alla stessa quota e ad una distanza di poche centinaia di chilometri)!
Ricordiamo che il termometro posizionato sulla cima del Monte Rosa (il TM01AS) è posto all’interno di uno speciale corpo autoventilante e schermato dalla radiazione solare, sulla copertura del rifugio (guardando la foto, lo si vede sulla parte est della copertura): potrebbe essere che la protezione possa essere stata danneggiata o manomessa. Anche perché in quell’estate varie massime avevano avvicinato i record con frequenza molto elevata.
Dopo che il 30 agosto 2008 si è registrata un’altra temperatura massima record (8.3°C), l’Area di Previsione e Monitoraggio Ambientale dell’ARPA Piemonte ha condotto una serie di verifiche ed analisi confrontando l’andamento delle temperature del Monte Rosa con quello di altre tre stazioni in quota della zona (Bocchetta delle Pisse, Passo del Moro e Gran Vaudala): hanno riscontrato una notevole differenza tra la massima del Monte Rosa del 27 luglio 2008 e quella delle altre stazioni rispetto alla media del trimestre giugno-agosto calcolata nel periodo 2002-2007, arrivando a stabilire che il record di 8.8°C non è valido. A proposito del dato annullato del 27 luglio 2008, l’ARPA Piemonte ha giustificato l’annullamento in questo modo: “Le cause che hanno indotto ad annullare tale misura non sono imputabili ad un danneggiamento o ad un mal funzionamento del sensore, ma a cause esterne di difficile individuazione”. Pertanto, dopo l’annullamento del dato e fino al 2008, i record storici del Monte Rosa (pur riferiti a soli 6 anni, da quando si misurano le temperature) erano i seguenti:
8.3°C il 30 agosto 2008
7.3°C il 19 luglio 2003 e l’8 agosto 2003
7.1°C l’11 giugno 2003
7.0°C il 30 giugno 2008
valori tutti in media con le situazioni meteorologiche che in quel momento interessavano l’Italia.
Arriviamo a quest’anno e per tutto il mese di agosto 2009 si registrano sul Monte Rosa altre temperature massime molto elevate ed un pò sospettabili (7.7°C il 23 agosto, 8.1°C il 27 agosto e 8.5°C il 15 agosto, nuovo record assoluto per la stazione): infatti, mentre le minime risultano in linea con quelle di stazioni posizionate in quota in altre località, le massime presentano invece uno scarto molto ampio, tale da far pensare che la schermatura del sensore termico dalla radiazione incidente non sia più adeguata. Questo sarebbe senza dubbio un grave danno, sia per l’immagine dell’ARPA Piemonte sia per il calcolo delle temperature medie che poi vengono utilizzate per lo studio del clima.
Proprio in questi ultimi giorni è arrivata una risposta dell’ARPA Piemonte ai dubbi sollevati dal sito Meteogiornale.it: l’ente sottolinea che è vero che molti di questi valori sono discordanti con quelli di altre stazioni ARPA posizionate in quota, ma sono invece in linea con quelli di una stazione meteorologica dell’Aeronautica Militare posta sempre sul Monte Rosa ma sul Plateau Rosa a 3.480 metri di quota. La spiegazione di questo fenomeno sta nel fatto che tali valori elevati si sono avuti con velocità del vento molto basse registrate in quei giorni (il 15 agosto, ad esempio, massima di 8.5°C con vento di appena 2 metri/sec): questo non consentirebbe un buon rimescolamento dell’aria in loco e quindi è possibile che in pochi istanti la calma eolica e la forte radiazione solare scaldino notevolmente la superficie o la parete a cui il sensore è vicino, influenzando (ed innalzando) la temperatura dell’aria vicina al sensore stesso. Si tratta quindi di fenomeni di difficile controllo, in quanto le limitazioni e le difficoltà legate alla tipologia dell’installazione sono notevoli. Inoltre, è stato accertato che l’ARPA Piemonte ha effettuato una verifica della strumentazione il 12 febbraio 2008 riscontrandone la funzionalità, ed addirittura abbia sostituito tutti i sensori (termometro compreso) con altri certificati di pari caratteristiche in data 17 agosto 2009. E’ stata inoltre effettuata, in camera climatica certificata, una verifica di taratura sul termometro appena sostituito che era stato in funzione dall’estate 2007 all’estate 2009: ne è risultato che il termometro era perfettamente funzionante e conservava la precisione strumentale dichiarata.
Restano pertanto alcuni fattori ancora difficili da verificare ma che possono influenzare l’esatta registrazione della temperatura dell’aria sul Monte Rosa: sono certo dell'ottimo lavoro svolto regolarmente dall'ARPA Piemonte, ma forse per ovviare a questi problemi si dovrebbe trovare un’altra sistemazione alla stazione meteorologica (ora è sul tetto del rifugio), magari lontano da qualsiasi superficie passibile di surriscaldamento, al fine di poter avere dati certi sull’andamento climatico delle nostre montagne, tanto utile ormai in fatto di studio sul riscaldamento globale e sullo scioglimento dei ghiacci.

martedì 22 settembre 2009

Come si investe poco (o nulla!) nelle FERROVIE...

Mi permetto di pubblicare integralmente un comunicato stampa di Legambiente Veneto, fatto circolare oggi, che la dice lunga sulla disastrosa situazione degli investimenti in fatto di vie di comunicazione alternative all'auto.

Il Veneto investe solo lo 0,03 % del bilancio per il trasporto ferroviario.
TUTTI GLI INVESTIMENTI PER LA MOBILITA’ A STRADE E AUTOSTRADE
“E’ una buona notizia che Trenitalia investa nel trasporto ferroviario regionale che deve essere assolutamente centrale per rispondere alla grande domanda di mobilità pendolare, e che ad oggi non ha assolutamente servizi all’altezza”. Così Legambiente Veneto commenta l’annuncio fatto nelle settimane scorse dall’Ad Fs Mauro Moretti, degli stanziamenti per l’ammodernamento del trasporto ferroviario regionale. "Aspettiamo però di avere conferma degli impegni di spesa da parte del Governo per i prossimi anni, anche perché fino ad oggi l’attenzione politica e la priorità degli investimenti sono andati esclusivamente alle infrastrutture ignorando la centralità delle aree urbane e i problemi che vivono ogni giorno i pendolari. Ancora più importante poi è che finalmente siano le Regioni ad investire nel trasporto regionale e che facciano di questo la priorità delle politiche dei trasporti. In questi anni infatti sono proprio le Regioni ad aver brillato per assenza di investimenti e attenzioni malgrado da diversi anni abbiano l’esclusiva competenza per il servizio pendolari, gli investimenti e la verifica della qualità dell’offerta”.
Come si vede dal rapporto Pendolaria di Legambiente fino ad oggi le Regioni hanno investito solo poche briciole dei loro bilanci, molte assolutamente niente, nessuna più dello 0,38%.
Gli investimenti che la Regione Veneto fa per i treni pendolari sono lontani da quanto mette in bilancio la Lombardia, la regione che in % al proprio bilancio spende di più per i pendolari, o la Toscana, quella che investe meglio e che è riuscita nel tempo a migliorare il servizio.
Eppure siamo una delle Regioni più inquinate d’Italia, in emergenza PM10 da anni, con una quota di pendolari che usa il treno ferma al 9% inferiore alla media nazionale (14,8%).
Complessivamente nel resto d’Italia non va meglio, essendo le risorse destinate al servizio del tutto insufficienti. A fronte di un aumento crescente della domanda di trasporto pendolare (+ 14,5% tra il 2001 e il 2007 dati Censis) lo Stato nel 2008 riduce le risorse dell’8,5% rispetto al 2007 e non raggiunge neanche la somma di 1.215 milioni di euro che stanziò nel 2000.
Nessuna Regione arriva ad investire l’1% del proprio bilancio per i treni pendolari e anche dove i fondi vengono stanziati il divario con altre voci di spesa, come quella per strade, autostrade e linee ferroviarie ad alta velocità, è abissale. A questo quadro dipinto dalle Regioni si aggiunge quello dello Stato che con l’ultima Finanziaria ha addirittura diminuito i trasferimenti previsti per il servizio ferroviario regionale di ben 438 milioni di euro rispetto all’anno scorso. Un taglio rilevante, che porta i finanziamenti al di sotto di quelli del 2000 e che potrebbe far sparire, secondo Trenitalia, un treno ogni quattro del servizio regionale già dal prossimo Aprile.
“In Veneto – dichiara Michele Bertucco, Presidente di Legambiente Veneto - in questi anni le cose sono peggiorate. Dal 2000 le risorse per il trasporto ferroviario sono aumentate ma con una perdita di potere reale dovuta all'inflazione di circa il 25%. Parallelamente centinaia di milioni di € sono stati spesi per la viabilità (terza corsia, tangenziali, ponti, manutenzioni ecc). Il Sistema Ferroviario Metropolitano Regionale (SFMR) è in costruzione da 10 anni, ha accumulato 5 anni di ritardo sulla conclusione prevista e non si sa quando partirà. Sul tratto tra Padova-Mestre dove è stato realizzato il quadruplicamento dei binari non si riesce a fare nessun potenziamento ne cadenzamento dei treni per mancanza di convogli. L’ultimo finanziamento regionale per nuovo materiale rotabile è di 6 anni fa mentre dal 2004 ad oggi non è stato messo nulla a bilancio per l’acquisto di nuovi treni se si escludono i 12 milioni per Sistemi Territoriali. Infatti la Regione Veneto consapevole del pesante ritardo accumulato sul materiale rotabile quando mancano pochi mesi dalla possibile conclusione dell’infrastruttura SMFR ha autorizzato Sistemi Territoriali Spa, società strumentale della Regione, ad acquistare 22 nuovi treni e 14 opzionati per il servizio. Rimane alto il rischio che, oltre al ritardo nella conclusione dei cantieri SMFR, sarà un sistema senza nuovi treni per qualche anno".
Nell'appalto del 2005 la Regione anziché potenziare le risorse per migliorare il servizio ha chiesto un aumento dell'offerta dell'11% a risorse invariate. E' stato come spremere un limone secco, costringendo la Ferrovia gia in pessime condizioni finanziarie a tagliare sulle pulizie, sulle manutenzioni, sul personale”. Nell’aprile 2009 la Regione Veneto ha scelto di non bandire una gara europea ma di andare a trattativa con Treitalia per il nuovo contratto di servizio. Mesi e mesi di trattativa segreta non ancora concluse durante le quali i lavoratori, i pendolari, le associazioni ambientaliste e consumeristiche non hanno potuto conoscere nulla del nuovo servizio che si sta definendo.
In Veneto Legambiente chiede alla Regione Veneto e alle Province di passare dalle parole ai fatti:
  • di destinare proporzionalmente le stesse risorse al trasporto ferroviario e collettivo;
  • di uscire da una fase di studi e statistiche e passare alla realizzazione delle proposte emerse, quali l'integrazione tariffaria e dei servizi, la regolarizzazione delle frequenze, la realizzazione di nuove fermate ferroviarie;
  • di firmare un protocollo di intesa pendolari-Regione del Veneto-Ministero dei Trasporti-Vettori di Trasporto per coinvolgere i consumatori-pendolari nella programmazione e quindi nel miglioramento dei servizi di trasporto.
Cari ragazzi, si continua a parlare di diminuire il traffico stradale per ridurre l'inquinamento ma qui nessuno investe sulle vie di comunicazione alternative (come ad esempio le ferrovie). Come sempre, ci prendono per i fondelli...
http://www.legambiente.eu - http://www.legambienteveneto.it

QUEL DISPREZZO ANTICO PER LA CULTURA

Pochi giorni fa (domenica 13 settembre 2009), dal seminario del PDL a Gubbio, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta le ha sparate davvero grosse, diciamo pure che ormai in Italia siamo allo sfascio, nel vero senso della parola, peccato che la maggior parte degli italiani (succube del berlusconismo) non se ne accorga. Queste le frasi pronunciate dal ministro: “Accostare lo spettacolo alla cultura è un grande imbroglio… Lo Stato ha il dovere di finanziare la cultura, dalle biblioteche ai restauri, ma lo spettacolo è un’altra cosa. Ma perché finanziamo il cinema? Forse che finanziamo il piano bar o la discoteca? E anche i giornali devono andare sulle loro gambe… I cineasti sono parassiti, gente che ha preso tanti soldi e ha incassato poco al botteghino. Gente che non ha mai lavorato per il bene del paese, anzi non ha mai lavorato”. Ha ragione lo scrittore Giancarlo De Cataldo quando dice che Brunetta ha un’idea della cultura molto diffusa nella destra, ovvero che la cultura è buona quando diverte, e cattiva quando invece è problematica, e che c’è un astio nei confronti di chi non produce beni materiali come i professori, i magistrati, gli artisti, i giornalisti, ignorando che l’industria culturale produce un reddito non da poco nel nostro paese. Lunedì 14 settembre 2009 il quotidiano La Repubblica pubblica un articolo di Sandro Veronesi intitolato “Quel disprezzo antico per la cultura” del quale vorrei riportare alcuni passaggi importanti:
  • di pari passo con il disfacimento dell’immagine tranquillizzante che Berlusconi aveva costruito su di sé, molti dei suoi feldmarescialli stanno gettando la maschera per rivelare la propria mentalità fascista… il retaggio fascista continua ad alimentare buona parte della politica di governo, incardinando su due perni storici della demagogia populista: l’anticomunismo e lo sprezzo per la cultura. Chiunque può far strada nella politica berlusconiana se si arrocca su uno di questi due baluardi, meglio ancora se su entrambi coniugati assieme;
  • così, insieme alla caccia all’omosessuale, alla faccetta nera, al rom e al sindacalista, finalmente si è aperta anche quella all’intellettuale. Quanto poco, in realtà, possano essere pericolosi gli intellettuali con un popolo che è riuscito ad ignorare Pasolini e Don Milani, costoro non lo sanno; vivendo nel perenne complesso d’inferiorità tipico per l’appunto dei fascisti, essi si danno pena di attaccarli questi intellettuali, e la cosa pericolosa ovviamente non è l’attacco personale, bensì il ripugnate assunto sulla groppa del quale l’attacco viene fatto galoppare verso l’opinione pubblica, per il quale la cultura è di per sé parassitaria, nociva e sovversiva.
Sono osservazioni che prendono in pieno il problema. È assai grave l’ignoranza diffusa che circola nel popolo italiano, anche se non per colpa sua: d’altronde, dopo quasi trent’anni di TV commerciale (Mediaset in primis, alla quale si sono poi adeguate tutte le altre reti, RAI compresa), come poteva plasmarsi il cervello di un italiano medio? Veline, tornisti, reality, gossip, donne in ogni trasmissione esposte come oggetto da guardare, soldi a go-go, mentre le pochissime trasmissioni di cultura ed inchiesta vengono sempre più attaccate fino a farle chiudere: forse Berlusconi ha ancora paura, da buon padre di famiglia qual è…, che noi comunisti ci mangiamo i pochi bambini che sono rimasti i circolazione…

PRESSIONE MARINA E CLIMA…

Si è tentato per molto tempo di rilevare con esattezza la pressione sui fondali oceanici: ora cominciano ad arrivare le prime risposte in seguito all’utilizzo da parte della NASA dell’esperimento GRACE (Gravity Recovery and Climate Experiment). Con questo esperimento i ricercatori del JPL (Jet Propulsion Laboratory) hanno trovato il metodo per poter misurare la pressione nel fondo degli oceani terrestri.
Vi chiederete: ma cosa può servire a sapere la pressione sui fondali oceanici? Serve e molto, in materia di studio del clima. Infatti, se per i meteorologi è fondamentale sapere la pressione atmosferica per prevedere venti e configurazioni meteo, altrettanto per gli oceanografi la pressione dei fondali oceanici è fondamentale per studiare le correnti marine e la circolazione oceanica globale, che poi ha ripercussioni sul clima terrestre, nonché di controllare il livello dei mari. Ne ha dato notizia in questi giorni anche il rinomato sito italiano http://www.meteogiornale.it (articolo a cura di Alessandra Garau).
Ma che cos’è questo GRACE? Sono satelliti gemelli lanciati dalla NASA nel 2002 che rilevano la mappa gravitazionale ad un’altezza di 500 km dalla superficie terrestre: in particolare, tramite i loro sensori rilevano la distribuzione delle masse sulla Terra e la sua superficie, dando risposte su come la gravità agisce sulle masse (in pratica, più una massa è grande, maggiore è la spinta gravitazionale in essa). C’è un passaggio molto particolare dello studio che spiega alcune cose importanti: “La pressione sul fondo degli oceani è data dalla somma della pressione atmosferica e di tutta la pressione degli oceani. Quando i venti determinano un movimento delle acque sulla superficie degli oceani, la pressione sul fondo degli stessi si modifica. I ghiacci, con la loro fusione, confluiscono negli oceani, ne aumentano la massa e di conseguenza anche la pressione sul fondo”. Questo poi incide sulle correnti marine e sul clima terrestre.
Gli scienziati sono arrivati alla misurazione della pressione sui fondali oceanici prendendo come esempio il metodo con cui si rilevò il campo gravitazionale della Luna (grazie alle varie missioni Apollo): applicando il metodo “mascon” (ovvero partendo dalle concentrazioni di massa) gli scienziati hanno impostato le ricerche sugli oceani verificando la loro maggiore precisione rispetto ai calcoli armonici usati normalmente. Questo metodo consentirà di monitorare, tramite i satelliti Grace, le variazioni di pressione sul fondo degli oceani in tutto il mondo e per lunghi periodi di tempo, offrendo così sempre più risposte agli interrogativi che gli scienziati ancora si pongono, in particolare sul cambiamento del livello dei mari e sull’influenza delle correnti marine sul clima terrestre.
Un altro passo verso un più approfondito studio del clima terrestre.

lunedì 21 settembre 2009

REPORT non deve chiudere!!!

E' ormai una delle pochissime trasmissioni televisive basate sulla serietà e sull'inchiesta vera: sto parlando di REPORT, su RAI3, che in questa nuova stagione rischia di partire senza copertura legale da parte della RAI. Il motivo ufficialmente non si sa, ma sappiamo tutti da dove partono gli ordini: ormai siano allo sfascio (o meglio dire al "fascio"!!!). In poche parole, le azioni legali (che puntualmente vengono fatte contro le inchieste di Report) quest'anno se le dovrebbero pagare gli autori del programma. Ah: ricordiamo che delle centinaia di denunce rivolte alle inchieste, Report non ne ha persa neppure una, altrochè inchieste inventate... Comunque, vi scrivo perchè esiste una petizione: la trovate su http://www.firmiamo.it/reportnondevechiuderefirmalapetizione

martedì 15 settembre 2009

DANIELE KIHLGREN, l’uomo che salva i borghi

Si chiama Daniele Kihlgren, è svedese, ha poco più di 40 anni e discende da una delle famiglie più ricche della Svezia, ovvero gli industriali Kihlgren (che si occupano di cementifici). È stato soprannominato “l’uomo che salva i borghi” perché ha pensato bene di investire il proprio denaro per salvare i borghi medievali abbandonati d’Italia. Eugenio Occorsio del quotidiano La Repubblica l’ha intervistato (l’articolo è stato pubblicato lo scorso 6 agosto) ed in un passaggio lo svedese afferma: “Quest’integrazione perfetta fra case storiche e paesaggio, questi borghi costruiti sulla sommità delle colline nell’epoca dei castelli, questo senso straordinario di equilibrio e armonia…ecco il vero patrimonio italiano tanto seduttivo quanto sistematicamente compromesso. Diciamo la verità: è un patrimonio che grida vendetta, ce l’avete messa tutta per massacrarlo”. In effetti, ha ragione da vendere…
Kihlgren ha cominciato nel 1999 da Santo Stefano di Sessanio (un paesino vicino a L’Aquila, tra l’altro seriamente danneggiato dal terremoto dello scorso 6 aprile, con pesanti danni soprattutto alla splendida torre medicea): ha cominciato a cercare uno per uno i vecchi proprietari delle case diroccate abbandonate (e non è stato semplice visto che molti sono sparsi in giro per il mondo), poi ha fatto loro un’offerta e quasi tutti hanno accettato (anche perché non avevano nulla da perdere), dopo di che ha cominciato a restaurare il borgo: se nel 2001 il 75% delle abitazioni del borgo erano abbandonate, alla fine del 2008 c’erano già 120 abitanti, circa 30 attività commerciali e 7.300 presenze annue in 5 strutture ricettive. Così facendo ha rianimato un borgo praticamente abbandonato: certo, lo svedese ha un ritorno economico dall’operazione di vendita degli edifici ristrutturati, ma è giusto che sia così e comunque è l’unico modo per far rivevere un paese.
Lo svedese ci ha preso gusto e, assieme alla tedesca (ma di origine polacche) Margareta Berg ha cominciato a girare il Mezzogiorno in cerca di altri borghi: così è riuscito ad ottenere dal Comune di Matera 20 concessioni trentennali per altrettanti Sassi (le famose case scavate sulla roccia) e nel mese di luglio ha inaugurato sul costone della Civita (che domina il grandioso canyon Gensola) il secondo “albergo diffuso” (si tratta di una struttura ricettiva concentrata in più edifici staccati tra loro: ne ha fatto uno anche a Santo Stefano di Sessanio, con 23 casette ristrutturate, http://www.sextantio.it). Nel caso dei Sassi di Matera, Kihlgren ha restaurato queste caverne con non poche difficoltà (visto che erano piene di licheni, alberi, erano profonde e difficili da esplorare tra buche ed insidie), ma alla fine le ha fatte ripulire lasciando spesso le pareti a crudo, creato pavimenti in cotto e pietra, arredate semplicemente con pochi mobili antichi: il Comune ne rimane proprietario. E così è partito il recupero di uno dei gioielli del patrimonio storico – artistico italiano, condannato alla distruzione (http://www.sassidimatera.com).
Il successo è stato così forte che Kihlgren ha già acquistato altri 5 borghi sparsi per l’Italia, pronti per essere ristrutturati (ma molti altri Comuni del Sud Italia lo stanno contattando). Si tratta di:
  • Montebello sul Sangro, in provincia di Chieti: a inizio del ‘900 una frana fece abbandonare il paese costruendolo più a valle (oggi conta poco meno di 200 abitanti), mentre il vecchio borgo (fino al 1969 denominato Buonanotte), è ora abbandonato;
  • Martese, frazione di Rocca Santa Maria, in provincia di Teramo: nel 1804 aveva 62 abitanti, oggi nessuno;
  • Rocchetta a Volturno, in provincia di Isernia: si tratta della frazione Rocchetta Vecchia, abbandonata negli anni ’20 per una frana (in seguito il terreno è stato consolidato);
  • Frattura Vecchia, frazione del comune di Scanno, in provincia de L’Aquila: dopo il terremoto del 1915 è stata abbandonata;
  • Rocca Calascio, nel comune di Calascio, in provincia de L'Aquila, dove si erge il castello più alto d'Italua, il cui borgo è oggi abbandonato.
Afferma ancora Kihlgren: “Lavoriamo sempre in stretta cooperazione con i Comuni, ci scambiamo idee, suggerimenti, notizie storiche. Noi paghiamo le tasse e contribuiamo alla rivalorizzazione di questi pezzi di storia e cultura. Chiediamo solo una cosa: un vincolo ferreo che impedisca la costruzione di nuove case tutt’intorno. Lo scopo è quello di riattivare lo stile di vita del borgo prima dell’abbandono, con attività in comune sull’aia delle case, l’allevamento libero degli animali da cortile, la coltivazione naturale degli orti e dei campi, la diffusione di cibi caratteristici (questa realizzata assieme al Museo delle Genti d’Abruzzo). Insomma, davvero un gran lavoro.
Se avessi di fronte il sig. Kihlgren gli farei personalmente i complimenti per questa sua attività, tanto coraggiosa quanto di alto valore storico – artistico – naturale: perché nessun industriale italiano ci ha mai pensato? Sarebbe un orgoglio immenso per la nostra nazione, invece si preferisce investire in altro… Propongo Kihlgren come prossimo Ministro dei Beni Culturali, e lo proporrei solo per due frasi che ha detto: “Chiediamo solo una cosa: un vincolo ferreo che impedisca la costruzione di nuove case tutt’intorno al borgo abbandonato” e “E’ un patrimonio che grida vendetta, ce l’avete messa tutta per massacrarlo”. Invece da noi esistono solo le nuove costruzioni…