mercoledì 24 febbraio 2010

ITALIA: IL RITORNO DELLA NAVIGAZIONE FLUVIALE

Stiamo parlando da molti anni del problema del traffico che intasa strade ed autostrade italiane, creando problemi sempre maggiori di intasamento delle strade e, soprattutto, di inquinamento atmosferico. Purtroppo per anni, anche in questi ultimi anni, lo Stato ha continuato a costruire strade su strade, autostrade su autostrade, contribuendo tra l’altro a deturpare i bellissimi paesaggi del nostro paese, con seri problemi alla fauna, e causando un forte peggioramento all’acustica di molte zone.
Quale l’alternativa? In questi stessi anni si è parlato del trasporto fluviale, almeno dove è possibile: e questo sarebbe possibile, nel nostro paese, in Valpadana visto che è attraversata da ovest ad est dal Po, ovvero il più lungo, largo e profondo fiume italiano, che per un buon tratto permetterebbe la navigazione. Ebbene, ora è possibile, finalmente!
È possibile grazie ad una rete di fiumi – canali che attraversa la parte centro – orientale della Pianura Padana, partendo dal Delta del fiume Po (precisamente da alcuni importanti centri come Porto di Levante, Goro, Porto Garibaldi e Chioggia) e, risalendo verso ovest, si usufruirebbe del Canalbianco (che attraversa il Polesine), si arriverebbe quasi a Mantova e, risalendo il fiume Mincio, si arriverebbe al Lago di Garda, ma proseguendo ancora verso ovest si potrebbe oltrepassare Cremona e raggiungere addirittura Milano.
Alcuni dati rendono bene l’idea del risparmio economico e di inquinamento che si ottiene col trasporto fluviale: una chiatta da 1.350 tonnellate equivale a ben 50 Tir o 67 carri ferroviari. Questa chiatta con 5 litri di gasolio percorre ben 500 km, mentre un solo Tir con 5 litri di gasolio percorre appena 100 km (e se una chiatta equivale a 50 Tir…): in sintesi, una chiatta da 1350 tonnellate per ogni giorno di funzionamento evita 1,8 kg di polveri sottili, 10,8 kg di idrocarburi incombusti e 8 tonnellate di anidride carbonica!!!
Finalmente il trasporto fluviale comincia a crescere in Italia, e molto: dai 100 milioni di tonnellate di merci nel 2005 si è passati a ben 350 milioni di tonnellate nel 2008 (dati riferiti al censimento del Comune di Mantova), transitati nei 300 km di vie navigabili che ci sono tra Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Certo, l’Europa in questo è molto più avanti di noi, ormai da molti anni, visto che ha la rete di navigazione fluviale più estesa del mondo (soprattutto nell’Europa centrale): tra l’altro l’Unione Europea ha emanato un anno fa la direttiva con i nuovi requisiti tecnici per i natanti fluviali, dopo aver già lanciato alcuni anni fa il progetto “Autostrade del mare” (ovvero un sistema di interporti per portare la maggior parte delle merci europee dai grandi mercantili oceanici sino ai moli fluviali che servono le città e i terminal ferroviari/stradali e gli aeroporti).
Al nuovo sistema ha dedicato un articolo Arnaldo D’Amico sull’inserto “Affari & Finanza” del quotidiano la Repubblica di lunedì 22 febbraio 2010: da questo articolo apprendo che ora il Polesine (Rovigo) vuole inserirsi in questo progetto “Autostrade del mare” attraverso il Consvipo (il suo consorzio di sviluppo) e un gruppo di imprese che fa capo alla “Ing. E. Mantovani” di Venezia. Lo scopo che si prefigge il consorzio è la costruzione di un attracco per le grandi navi del mare: ma c’è un problema, ovvero i fondali bassi che caratterizzano tutta la costa del Nord Adriatico. E quindi? Quindi si è pensato alla realizzazione di una banchina off-shore in mezzo al mare, dove i fondali hanno una profondità di almeno 25 metri, pertanto si è scelto un luogo posto al largo di Porto Levante (a 5 km da questo e a 7 km da Venezia). Proprio recentemente è stato fatto un convegno organizzato da UNII (Unione Navigazione Interna Italiana, http://www.unii.org), dalla Provincia di Rovigo, da varie autorità regionali e dal Dipartimento Trasporti della Commissione Europea: in questo convegno si è parlato di questo progetto, che ora sta per essere verificato definitivamente dalla Regione Veneto. Si tratterà di una banchina costituita da cassoni di cemento armato riempiti di sabbia e pietrame, che poggerà sul fondale, affiorerà dall’acqua per 3,5 metri e avrà dimensioni di ml 396x156: quindi un isolotto artificiale che sarà protetto dalle onde marine da un muraglione di cemento alto 10 metri che sarà posto a debita distanza. Su di esso saranno posizionate le attrezzature per il trasbordo di container e merci sfuse dalle navi più grandi, dopo di che saranno caricate sui natanti più piccoli per raggiungere i centri della costa adriatica e per risalire la rete fluviale della Valpadana fino a Cremona e, appena possibile, fino a Milano! Il progetto comporterà anche il consolidamento delle banchine di Porto Viro: il costo intero dell’opera sarà di 722 milioni di euro, mentre ci vorranno circa 4 anni per completare i lavori. Tra l’altro questo porterà anche ad un notevole impiego di forza lavoro: durante la costruzione impiegherà 200 persone per 4 anni ma, quel che più conta, la sua gestione impiegherà 145 persone e ben 400 nell’intero indotto! Un solo esempio: come afferma Mario Borgatti, presidente dell’Unione Navigazione Interna Italiana, smistando nei porti fluviali interni 150.000 tonnellate l’anno di soia si sono tolti dalla strada ben 70.000 Tir in 4 anni! Sperando che, almeno ove è possibile, non si costruiscano più strade ed autostrade!

ITALIA, PAESE DI PORTI TURISTICI E POSTI BARCA…

Lungo i circa 8.000 km di coste italiane ci sono ben 147.000 posti barca, anche se comunque la Francia ci supera con 233.000… In questi ultimi anni si sta espandendo senza freno il numero di nuovi porti e di nuovi posti barca: nel 2008-2009 sono entrati in servizio un nuovo porto turistico in Lazio, Abruzzo, Basilicata e Calabria, 3 in Puglia, Sardegna, Veneto e Toscana, 4 in Liguria e 6 in Sicilia (per un totale di circa 1.400 nuovi posti barca solo in Liguria e circa 1.000 sia in Toscana sia in Sicilia)!!!
L’ultimo progetto è quello di Fiumicino, vicino a Roma: il suo nuovo porto turistico sta diventando la più grande realtà turistica di tutta Europa in quanto, oltre ai nuovi posti barca, c’è un indotto fatto di banchine, darsene, porticcioli, negozi, ecc… Di fronte a questi investimenti economici e finanziari, sembra però che si stia esagerando: nel solo Lazio si vogliono costruire ben 9.000 nuovi posti barca, creando un insieme di 13 strutture turistiche come quella che si farà a Fiumicino per un investimento di 1,3 miliardi di euro!!!
Come è giusto che sia, stanno insorgendo in più parti d’Italia le associazioni ambientaliste, di fronte a questa cementificazione sfrenata delle coste: per questo motivo, l’Ucina (ovvero la Confindustria della Nautica, http://www.ucina.net) ha già attivato un tavolo di lavoro con Legambiente in seguito al quale si è arrivati alla firma di un accordo per stabilire alcuni severi paletti, solo che c’è un problema (come afferma Anton Francesco Albertoni, presidente dell’Ucina), ovvero non si riesce ad arrivare all’emanazione dei decreti attuativi da parte del ministero delle Infrastrutture. Il problema è poi quello delle lungaggini burocratiche: possono passare anche dieci anni (sì, anni!) dalla conferenza dei servizi alla concessione demaniale. Albertoni vede naturalmente in questi porti turistici un investimento per il futuro, vede un vantaggio per le comunità interessate: i nuovi porti turistici porterebbero ad un notevole sviluppo economico delle zone interessate, con realizzazione di nuovi complessi residenziali, attività economiche, negozi e turismo. Certo, lo steso Albertoni afferma che i nuovi complessi residenziali verrebbero costruiti con tecnologie a basso impatto ambientale, con materiali rinnovabili e con sistemi impiantistici a risparmio energetico, e che le residenze dei porti verrebbero dotate di sistemi informatizzati per gestire i programmi di impiego energetico, per diminuire gli sprechi e per sfruttare al massimo le risorse offerte dall’ambiente.
Certo, siamo in un periodo di crisi economica e sono le nuove attività collegate alle energie rinnovabili e all’uso intelligente dell’ambiente a poter dare un rilancio all’economia, ma qui credo che si stia un pò esagerando: si cercherà di costruire nuovi porti in posti che attualmente sono delle vere e proprie perle dei nostri mari, non vorrei che il governo Berlusconi concedesse di poter costruire ovunque. Si potrebbero utilizzare tutti gli accorgimenti possibili immaginabili per proteggere l’ambiente, ma si tratterebbe pur sempre di nuovi porti che andrebbero ad intaccare e deturpare un paesaggio rimasto finora intatto, senza considerare tutte le aggravanti che ne deriverebbero come traffico veicolare dovuto al flusso turistico, peggioramento della qualità dell’aria delle zone interessate, aumento di rifiuti, scarichi fognari, peggioramento dell’acustica, cementificazione di terreno, disboscamento. Basta? Perché piuttosto, visto che sembra così necessario avere nuovi posti barca (mah…), non recuperare le strutture portuali abbandonate, che sono molte lungo le coste italiane? Non si toglierebbe terreno intatto al nostro paesaggio, non si altererebbero i luoghi, si riutilizzerebbero edifici già esistenti con miglioramento anche estetico delle aree interessate. Ma conoscendo la scarsa propensione al riutilizzo dell’esistente che è tipica della nostra società, non sono così positivo in merito…

venerdì 19 febbraio 2010

ITALIA CHIUSA PER FRANE!!!

Sembra una battuta ma in realtà è proprio quello che sta accadendo. Abbiamo tutti negli occhi le terribili immagini delle frane che a più riprese hanno colpito in questi ultimi giorni alcune località della Sicilia e della Calabria: immagini davvero incredibili, che mostrano (come nel caso calabrese) la frana che letteralmente scende giù a valle! Terrificante!
La cronaca dei fatti ormai la conosciamo. Snoccioliamo ora alcuni dati relativi al terribile dissesto idrogeologico italiano. Negli ultimi 50 si sono verificate ben 470.000 frane (più o meno gravi), di cui 11.000 molto gravi: assieme ad alluvioni e terremoti, hanno causato ben 3.500 morti (ovvero 6 morti al mese!). Tra le frane più gravi ricordiamo quella che nel Salernitano causò 297 morti nel 1954, quella del Vajont (con conseguente crollo della diga) che nel 1963 causò 1.817 morti, quella della Val di Stana del 1985 che causò 269 morti, fino a quella di Sarno (e dei comuni limitrofi) del 1998 che causò 153 morti. E i danni? Incalcolabili! Dal 1994 al 2004 sono stati ben 21 i miliardi spesi dallo Stato per riparare i danni più gravi provocati da frane, alluvioni e terremoti, mentre per i danni più lievi lo Stato ha speso 1,5 miliardi di euro all’anno!!! Buona parte del paese poi è a rischio idrogeologico: ben 5.596 comuni su un totale di 8.101 (pari al 70%)!!! Tutti questi dati sconcertanti sono stati rilevati dall’ultimo “Rapporto sulle frane in Italia” realizzato dall’ex Apat, Regioni e Province autonome, nonché in base ai dati dell’Associazione Nazionale delle Bonifiche.
Il clima (nel senso di tempo meteorologico) ci sta probabilmente mettendo del suo: fenomeni localizzati molto intensi (come piogge monsoniche dell’ordine di 300-400 mm d’acqua in pochissime ore) stanno mettendo a dura prova un territorio di per sé già molto instabile. Tuttavia, la maggior responsabilità è dell’uomo e, soprattutto, dello Stato. Le cause di questo dissesto idrogeologico? Eccole:
  • disboscamento: negli anni sono stati divelti boschi interi per lasciare spazio a pascoli o ad aree urbanizzate, ma sono le radici degli alberi che tengono unito il terreno. Se mancano gli alberi il terreno è molto più instabile;
  • urbanizzazione sfrenata: si è costruito (legalmente) su terreni che poi nel tempo non si sono rivelati idonei a sostenere edifici. Perché non si è verificato prima? Perchè continuare a costruire quando la richiesta non c'é? Mistero italiano: beh, mica tanto mistero, solo soldi, soldi, soldi!
  • abusivismo: si è costruito illegalmente su aree dove era vietata l’edificazione. In questo hanno colpa le autorità, che non hanno impedito queste edificazioni (e poi non hanno fatto niente per rimediare), e gli stessi residenti, che hanno costruito ben sapendo che lo stavano facendo su terreni non idonei e a rischio;
  • incuria istituzioni: negli anni lo Stato è sempre intervenuto per riparare i danni e quasi mai per fare opere che evitino il rischio.
È proprio su quest’ultimo punto che mi vorrei soffermare: dai dati che ho citato prima, nel solo decennio 1994-2004 lo Stato ha speso ben 21 miliardi di euro per riparare i danni più gravi causati da frane, alluvioni e terremoti. Ribadisco: per riparare, non per prevenire. Ad ogni frana ci si chiede come mai non siano state fatte le dovute opere di prevenzione (consolidamento dei pendii, terrazzamenti, rimboschimento, pulizia degli alvei dei fiumi, abbattimento degli edifici abusivi, controllo dell’edificazione sul territorio): però dopo non se ne parla più e lo Stato non fa niente altro, in attesa dei morti della tragedia successiva. Perché non si investe sul territorio? In occasione dell’alluvione del Messinese di ottobre 2009, la Protezione Civile aveva calcolato in circa 25 miliardi di euro la somma necessaria per sistemare l’intero territorio italiano e preservarlo dal dissesto idrogeologico. Sono tanti? Certo, sono tanti: però vedo che il governo Berlusconi per le centrali nucleari alcune decine di miliardi di euro li trova fuori (quando se ne potrebbero investire molti meno sul fotovoltaico, avendo gli stessi risultati), vedo che il governo Berlusconi per il Ponte di Messina alcuni miliardi di euro li trova fuori, vedo che il governo Berlusconi per la Protezione Civile (e l’organizzazione di un’infinità di eventi) centinaia di milioni di euro li trova fuori. E la vita umana? La vita umana vale meno del Ponte di Messina? La vita umana vale meno del nucleare? Una sola cosa posso pensare: che le vite umane valgono meno della campagna elettorale, e quindi della sete del potere che attanaglia il Sultano (come lo chiama il caro Giorgio Bocca). Con che coraggio si continua a parlare del Ponte di Messina quando alle sue spalle ci sono due regioni che stanno franando? Il fatto è che il Ponte di Messina alle elezioni (ora le Regionali) paga…

ROMA: L’ALBERO CON IL RAMO D’ORO…

Esiste una leggenda relativamente alla storia di Roma antica, tramandata da Ovidio: a Nemi (sui Castelli Romani) c’è un laghetto che si dice fosse lo specchio di Diana (la dea della caccia alla quale sul posto fu dedicato un santuario). Nei pressi di questo lago (precisamente sulla riva settentrionale) fu costruito un santuario in nome della dea Diana ma la leggenda narra che ci sarebbe stata un’area (limitrofa a questo santuario) che conteneva un piccolo bosco recintato e una specie di vaso incassato nel terreno dove era cresciuto il cosiddetto albero col ramo d’oro: nessuno vi poteva spezzare alcun ramo da quest’albero, solo uno schiavo fuggitivo (se ci fosse riuscito) poteva spezzarne uno e, in questo caso, aveva la possibilità di battersi col sacerdote e, se l’uccideva, avrebbe regnato in sua vece col titolo di re del bosco (rex nemorensis).
Una leggenda molto affascinante che nel tempo ha ispirato il celebre dipinto di William Turner (realizzato nel 1834 ed ora esposto alla Tate Gallery di Londra), nonché una grande opera letteraria intitolata “Il ramo d’oro”, scritta fra il 1890 ed il 1915 dall’inglese antropologo e storico delle religioni James Frazer (quest’opera ha poi avuto un peso molto importante nel campo della psicanalisi, della poesia, della letteratura e del cinema contemporaneo: in particolare avrebbe influenzato parecchio Siegmund Freud il quale ammetteva di dovere all’opera di Frazer l’idea dell’uccisione del padre che sta nel cuore di “Totem e tabù”). A dover di cronaca, qualcun altro sarebbe riuscito a spezzare un ramo del famoso albero: infatti, nell’Eneide di Virgilio Enea effettivamente stacca il ramo d’oro per poter entrare nell’Ade.
Ebbene, ora qualcosa di straordinario è affiorato nella zona durante alcuni scavi (il territorio romano sta regalando molte soddisfazioni agli archeologi in questi ultimi anni): proprio a Nemi gli archeologi avrebbero rinvenuto il vaso (incassato nel terreno) che conteneva questo albero col ramo d’oro. Attorno sono stati tra l’altro ritrovati i resti dell’immenso santuario dedicato a Diana (4.000 mq, il più grande mai trovato nel Lazio) oltre che fontane, terrazzamenti, una cisterna e un ninfeo (i reperti più antichi risalgono addirittura al XIII-XII secolo a.C.).
L’archeologo Filippo Coarelli (fino allo scorso anno professore a Perugina) sta seguendo i lavori: è riuscito a trovare il tempio principale all’interno del santuario di Diana (che, oltre che il più grande, è anche il più antico finora scoperto nel Lazio), la recinzione che delimita l’area e, attraverso un varco che interrompe la cinta di possenti mura, porta appunto ad una zona dove sono stati fatti gli altri ritrovamenti. In realtà, l’archeologo spiega in un articolo di Francesco Erbani pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 17 febbraio 2010 che inizialmente il lavoro non fu entusiasmante, anzi: infatti, fra i reperti rinvenuti e le mura c’era un’area dove durante l’epoca medievale si era verificato un imponente crollo, per mesi si era scavato togliendo grossi blocchi di lava con la convinzione che in passato ci sarebbe stato sul quel posto un santuario, ma affioravano solo cocci di ceramica… Quindi Coarelli stava pensando di fare un buco nell’acqua: ma l’insistenza dei lavori ha portato a risultati straordinari. Infatti, si scoprì subito il recinto e confrontando quello che si trovava con quello che Frazer scrisse nella sua opera si riuscì a svelare il segreto del bosco e dell’albero dal ramo d’oro. Coarelli spiega che nel rituale citato nella leggenda si riconosce una struttura primitiva che richiedeva al re (capo non solo politico e religioso ma anche militare) una grandissima efficienza fisica: il duello serviva a confermare questa valenza fisica e, qualora questa fosse venuta meno, il re era destinato a cadere e a morire. Questo luogo sarebbe poi diventato il centro federale della lega latina, dove i vari rappresentanti delle comunità si riunivano per le grandi occasioni religiose e civili.
Ora però i lavori sono sospesi, e non per il maltempo… Coarelli afferma infatti che il problema sta negli scarsi finanziamenti, il proseguimento dei lavori è appeso ad un filo, e dice: “Qui si tocca con mano l’assoluto disinteresse nel quale affonda il nostro patrimonio”. La conferma arriva dall’operato dell’attuale governo Berlusconi che, per motivo di risanamento dei conti pubblici, sta tagliando i fondi a quei settori che dovrebbero essere gli ultimi ad essere toccati da questi tagli, ovvero la scuola, l’arte e la cultura: si continua ad investire decine di miliardi di euro sul Ponte di Messina, su una famigerata Protezione Civile, su un inquietante rilancio del nucleare, ed intanto il più grande patrimonio storico – artistico italiano (il più importante al mondo) sta andando in rovina per la mancanza di fondi. Complimenti caro Sultano (mi perdoni Giorgio Bocca se continuo ad usare questa sua splendida ed altrettanto reale locuzione)!

sabato 6 febbraio 2010

2010 ANNO DELLA BIODIVERSITA’

Il 2009 è stato l’anno del clima, mentre questo 2010 è stato dichiarato dall’Onu ANNO INTERNAZIONALE DELLA BIODIVERSITA’: l’iniziativa nasce dalla forte esigenza di proteggere la grandissima varietà di specie vegetali ed animali presenti sul nostro pianeta, e soprattutto dall’esigenza di impedire che altre 30.000 specie si estinguano anche quest’anno dalla Terra (secondo le stime degli esperti). L’argomento era già stato trattato nel 1992 in una Convenzione della Biodiversità varata durante la famosa Conferenza Mondiale sul Clima tenutasi a Rio De Janeiro: ora in questo 2010 tale Convenzione dovrebbe servire ai paesi di tutto il mondo per prendere dei seri provvedimenti per evitare l’estinzione di queste specie e per la protezione del mondo vegetale ed animale in genere.
Ne ha parlato anche Fulco Pratesi nel suo articolo intitolato “Son tornate le cicogne” pubblicato sul settimanale di attualità L’espresso del 4 febbraio 2010, il quale giustamente dice di non illudersi visto che “se si deve giudicare dai risultati dell’appena trascorso Anno del Clima non ci sarà molto da stare allegri sugli esiti di questa seconda mobilitazione globale”
Comunque già molti paesi che hanno sottoscritto la Convenzione sulla Biodiversità (ovvero ben 167, pari all’87% del totale!) hanno già elaborato Strategie nazionali e Piani d’azione per rallentate le estinzioni nel mondo vegetale ed animale. Tra queste c’è anche l’Italia? Ovviamente no, come al solito: certo, il nostro paese è stato il primo a sottoscrivere il Countdown 2010 (ovvero un accordo per fermare le estinzioni entro quest’anno) ed ha promosso durante il G8 dell’Ambiente tenutosi ad aprile 2009 la cosiddetta Carta di Siracusa. Eppure al momento nessuna azione concreta…: come dice Pratesi nel suo articolo, l’unica legge che si occupa in Italia della fauna selvatica è quella sulla caccia del 1992!! E di certo l’ultimo provvedimento in materia di caccia deprime ancora di più gli animi: passata l’ultima approvazione (quasi certa) al Senato, ogni Regione potrà deliberare liberamente in materia di caccia (contro ogni regola comunitaria: ma che ci facciamo allora nella UE? Mah…), permettendo così ai cacciatori di sparare in qualsiasi periodo dell’anno, in qualsiasi zona, di giorno e di notte, sulla neve, cacciando specie anche protette. Non aiuterà certo il lavoro per evitare l’estinzione di alcune specie animali.
Dobbiamo anche dire che l’Italia ha un mondo animale e vegetale davvero invidiabile: ha il record della UE per il numero di specie viventi, e pochi altri paesi al mondo possono vantare un così ampio mondo vegetale ed animale, con ben 11.700 specie vegetali e 4.700 specie animali entrambe endemiche (cioè che si trovano solamente qui nel nostro paese) . Ed è anche vero che in questi ultimi anni il lavoro sapiente del Ministero dell’Ambiente e delle varie associazioni ambientali (WWF, Legambiente, Greenpeace, Lipu, ecc…) sono riuscite non solo ad evitare l’estinzione di alcune specie ma addirittura a favorirne il ripopolamento: così oggi possiamo osservare la lontra, l’orso bruno alpino, la cicogna, il lupo (erano 100 esemplari nel 1973, mentre oggi sono 1.000), il cervo sardo (erano 100 esemplari negli anni ’70, mentre oggi sono 7.000!), il gipeto (grosso avvoltoio alpestre caratterizzato da un ciuffo di penne sotto la gola, detto anche avvoltoio degli agnelli, che si considerava estinto nel 1960!!), il muflone, l’avvoltoio grifone e il fenicottero, solo per citarne alcuni; e pensiamo anche alle foche monache che oggi si possono osservare all’isola del Giglio (arcipelago toscano) e su alcune coste sarde.
Dati entusiasmanti ma che non devono far dormire sugli allori: di fronte alla grande varietà di specie animali e vegetali presenti nel nostro paese, che tutto il mondo ci invidia, il governo dovrebbe elaborare (così come richiesto dal WWF) una Strategia nazionale ed un Piano d’azione per la biodiversità, prendendo in considerazione ogni specie vegetale ed animale (pesci d’acqua dolce, pesci di mare, invertebrati, insetti, rettili, ecc…), ponendo dei limiti molto severi all’urbanizzazione e allo sconsiderato uso del suolo che si sta facendo da anni qui in Italia, cercando di proteggere gli habitat naturali dove vivono molte di queste specie e regolamentando severamente anche la pesca. E infatti sono molte le specie in Italia ancora a rischio di estinzione: solo citando il mondo animale ricordiamo la pernice bianca, la gallina prataiola, l’avvoltoio capovaccaio, il delfino comune, il tonno rosso, la trota macrostigma, il pelobate fosco (piccolo rospo) e l’aquila del Bonelli (ce ne sono solo 15 esemplari!), e comunque la lontra anche se non si è estinta è sempre in pericolo perché ce ne sono solo 260 esemplari (stesso discorso vale per l’orso bruno, con meno di 100 esemplari).
E il nostro governo cosa fa? Niente, assolutamente niente. Oltre che ad una scellerata legge di regolamentazione regionale della caccia, si occupa di legittimo impedimento, immunità parlamentare, processo breve, diritti televisivi, energia nucleare, condono edilizio, mentre il caro Ministero dell’Ambiente continua ad essere praticamente inesistente (soprattutto mai come in questi ultimi anni, ahimè…).

L’ISOLA DI SERPENTARA è in vendita…

C’è una piccola isola a sud-est della Sardegna, chiamata Isola di Serpentara: si trova al largo di Villasimius (due miglia circa di distanza), a nord-ovest di Capo Carbonaraa e dell’Isola dei Cavoli. Un’isola molto piccola, con una superficie di circa 134 ettari, ma allo stesso tempo molto bella, ricoperta di graniti gialli, grigi e rosati con una splendida vegetazione mediterranea, naturalmente disabitata (è popolata solo dai gabbiani).
L’isola, di proprietà di una società immobiliare romana dichiarata fallita, è ora in vendita: ma anche la terza asta (del 19 gennaio 2010) è andata deserta… Come mai? Eppure è un’isola bellissima, in una posizione invidiabile, e se vogliamo dirla tutta, non costa nemmeno tanto: solo 600.000 euro, certo non alla portata di tutti, ma quanti ricconi non potrebbero permettersela? Ed invece niente, come mai?
Non la compra nessuno per la sua totale inedificabilità! Infatti, rientra completamente nell’Area marina protetta di Capo Carbonara e quindi è assolutamente vietata qualsiasi costruzione: le uniche costruzioni presenti sull’isola sono la Torre di San Luigi (eretta nel XVI secolo dagli Aragonesi per contrastare le incursioni dei Saraceni) e un fortino (eretto durante la seconda guerra mondiale). Tra l’altro l’isola è sempre stata avvolta in una sorta di mistero, visto che parecchie navi sono affondate sui suoi fondali, tra cui un traghetto della Tirrenia affondato qui nel 1995.
Il comune di Villasiums, sul cui territorio comunale ricade l’isola di Serpentara (chiamata così per la sua forma a serpente), aveva proposto di acquistare l’isola ma finora non è riuscito a racimolare la cifra necessaria per partecipare all’asta: il sindaco della città, Salvatore Sanna, ha lanciato una proposta, ovvero che l’isola fosse acquistata dalla Regione Sardegna e poi fosse data in concessione all’ente che gestisce il parco marino ove l’isola è inserita. Sembrerebbe una buona idea, ma la Regione ha già detto di no: la nuova giunta (di centro – destra) naturalmente non sa che farsene di un’isola ove non si può costruire (almeno in questo il centro – destra non si è smentito!!). Un vero peccato.
Pensate che si è mosso persino Facebook, che ha aperto una “sottoscrizione Serpentara” per trovare i fondi necessari per acquistare l’isolotto e lasciarlo così com’è allo stato selvaggio: ma al momento nemmeno questa sottoscrizione è riuscita a raggiungere i fondi necessari.
Finita qui? Nemmeno per idea! Ora è spuntato fuori addirittura un indipendentista sardo, tale Doddore Meloni, il quale è approdato sull’Isola di Serpentara e l’ha annessa alla sua Repubblica di Malu Entu (repubblica costituita nell’estate 2009 occupando un’altra isola abbandonata, ovvero quella di Mal di Ventre, davanti alla costa di Oristano): approdato sull’isola, vi ha piantato il suo vessillo rosso e blu lanciando la promessa che presto un gruppo di imprenditori locali (con l’aiuto di un azionariato diffuso) avrebbe salvato l’isola da qualsiasi invasione “straniera”.
In mezzo a tutte queste soluzioni, devo dire che quella lanciata dal sindaco di Villasimius sarebbe la più sensata: ovvero che la Regione acquistasse l’isola e la desse in concessione all’ente che gestisce il parco marino in cui l’isola è inserita. Una soluzione che eviterebbe di lasciare l’isola in mano a dei balordi e che ne eviterebbe certamente il degrado più assoluto. Questo consentirebbe, ad esempio, di poter mantenere agibile la Torre presente sull’isola, di poter censire e conservare al meglio le specie animali e vegetali presenti, fare un’attività di controllo costante sull’isola. Perché, siamo onesti, c’è il vincolo di totale inedificabilità, ma pensate davvero che nessuno riuscirebbe a costruirvi una villetta? Quante volte non è successo in passato, quante villette sono sorte misteriosamente dal nulla in aree protette, tanto poi c’è il condono edilizio, no? Già il fatto che quest’isola fosse in mano ad una società immobiliare la dice lunga… Forse, se ci fosse stato ancora Soru alla guida della Regione Sardegna, l’isola sarebbe già stata acquistata e data in concessione all’ente marino. Ma ahimè, siamo in mano alle amministrazioni “tutto fare” del centro-destra (costruire, costruire, costruire)…

NEANDERTHAL anche in Pianura Padana!

È stata fatta una scoperta sensazionale in Pianura Padana: lungo il Po, in provincia di Cremona, è stato ritrovato un esemplare di uomo di Neanderthal vissuto nel Pleistocene, tra 250.000 e 28.000 anni fa. La scoperta è sensazionale perché fino ad ora si pensava che tali esemplari fossero vissuti solo sulle montagne e non in pianura.
Il ritrovamento è stato casuale: il ritiro delle acque del fiume, dopo una piena, ha fatto riaffiorare un’osso su una scarpata argillosa. Quest’osso è stato recuperato e portato al Museo Naturalistico di San Daniele Po (vicino a Cremona): è stato analizzato e da qui ci si è resi conto della scoperta sensazionale. Si trattava di un osso frontale (probabilmente di un adulto) appartenente appunto ad un esemplare di Neanderthal.
Ricordiamo che l’uomo di Neanderthal visse tra 200.000 e 40.000 anni fa e scomparve definitivamente dall’Europa circa 25.000 anni: era un individuo completamente eretto e molto robusto, con un’altezza di circa ml 1.60, ed aveva come caratteristica particolare la testa allungata antero-posteriormente (con un volume cerebrale in media di 1.500 cm cubici, ovvero il 10% in più di quello attuale dell’uomo). È probabile che vivesse in insediamenti temporanei (in quanto si spostava frequentemente) e nel suo habitat vissero mammuth, cervi giganti, orsi delle caverne, alci e bisonti, che probabilmente cacciava e mangiava: si pensava vivesse solo sulle montagne, ma ora si è capito che popolava anche la Pianura Padana. Sono varie le ipotesi che spiegano perché è scomparso: c’è chi sostiene che sia scomparso per l’avvento dell’Homus sapiens (molto più avanzato culturalmente), chi sostiene invece per mancanza di cibo (che si accaparrava più facilmente l’Homo sapiens), chi per altre cause che restano comunque sconosciute. Per informazioni http://www.neanderthal.de.
Comunque il reperto trovato è il primo reperto Neanderthal in Pianura Padana (finora gli altri ritrovamenti erano stati fatti nell’Italia centro-meridionale, soprattutto in Lazio, Campania e Puglia, e sporadicamente al Nord come in Liguria e sui Monti Lessini): l’ominide è stato chiamato Pàus, ovvero la contrazione di Padus (nella derivazione del sostantivo Po).
Il paleontologo Davide Persico dell’Università degli Studi di Parma, che è stato tra i primi a studiare il reperto, a proposito del ritrovamento e del suo affrettato trasporto al museo ha anche affermato che “purtroppo però qualche informazione è andata persa a causa della raccolta affrettata. Questo fossile avrebbe potuto raccontare molto di più in quanto era stato osservato in una rara posizione stratigrafica all’interno di una parete argillosa, una condizione straordinaria, non utile per definire la sua età, ma comunque capace di garantire l’individuazione di tempi e modalità di deposito, nonché la possibile provenienza del reperto”.
L’importanza del ritrovamento è stata sottolineata anche da Giorgio Manzi, che insegna nel Dipartimento di Biologia animale e dell’Uomo dell’Università La Sapienza di Roma e che recentemente è stato intervistato da Luigi Bignami per il quotidiano la Repubblica (articolo del 27 gennaio scorso). Manzi afferma con certezza che il reperto trovato è del luogo e non proviene da lontano (si potrebbe pensare che fosse stato portato lì dal fiume), ma è del luogo perché è ben conservato e quindi non può avere fatto molta strada altrimenti si sarebbe notevolmente rovinato. Dice inoltre che è difficile trovare altri reperti di Neanderthal in Pianura Padana, anche se non impossibile: è difficile trovarne altri perché l’uomo di Neanderthal non viveva in villaggi (come l’Homo sapiens) ma si muoveva frequentemente e abitava quindi in insediamenti temporanei.
Resta comunque una scoperta unica e davvero sensazionale, che riscrive una pagina importante della preistoria italiana.

venerdì 5 febbraio 2010

Sempre a proposito di GEOGRAFIA...

Ho trovato un'altra lettera interessante in merito al fatto che la geografia verrà praticamente esclusa da quasi tutti gli indirizzi della scuola media superiore: si tratta della lettera della signora Fiora Luzzatto, pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 4 febbraio 2010. La signora scrive: "A proposito di insegnamento della geografia, vi do la mia esperienza personale. Insegno "Servizio Sociale" agli studenti del 2° anno di università. E' chiaro che nella mia materia compare anche la questione immigrazione. Se in classe dico che le migrazioni coinvolgono i cinque continenti, e chiedo a uno studente i nomi dei cinque continenti, è normale che riesca a stento a nominarne quattro? E' normale che, se chiedo da dove provengono i gommoni che sbarcano a Lampedusa, mi sento rispondere: dalla Romania? E' normale che, se io parlo di anziani, e dico che molte badanti sono peruviane, mi accorgo che la metà della classe non sa dov'è il Perù? Queste persone l'anno prossimo si laureano. E' normale che debba fare i quiz che si facevano, un tempo, in 5° elementare? Ho chiesto agli studenti (peraltro consapevoli e mortificati della loro ignoranza) come mai ci siano queste abissali lacune. Uno mi ha risposto: avevo tre in geografia, ma mi hanno promosso. E forse il futuro ci riserva di peggio: a quanto pare, la geografia scomparirà del tutto".
La signora ha tutto il mio appoggio morale, vista la battaglia che sto facendo sul mio blog contro la cancellazione della geografia dalla scuola italiana. La lettera naturalmente commenta da sola la grave situazione della scuola italiana...

martedì 2 febbraio 2010

APPELLO contro l’eliminazione della GEOGRAFIA!

In questi anni ho dedicato alcuni post sul tema della possibile cancellazione della geografia come materia scolastica, con tutti i problemi che questo avrebbe comportato, soprattutto a livello culturale. Proprio in questi giorni ho trovato due spunti sul quotidiano la Repubblica: uno è la lettera di Alessandro Carassale (docente di geografia di Bordighera - Imola - pubblicata nello spazio dei lettori sul quotidiano la scorsa settimana, seriamente preoccupato sia per il proprio posto di lavoro sia per l’abisso culturale che questo provocherebbe), l’altro è invece un articolo di Maria Novella De Luca apparso sul quotidiano del 1° febbraio.
La situazione è davvero preoccupante: la riforma Gelmini prevede la cancellazione totale della geografia dagli istituti tecnico – commerciali e professionali (verrà pertanto abolita dall’Istituto Nautico, che oggi è l’Istituto per i Trasporti e la Logistica, e dall’indirizzo Costruzione – Ambiente – Territorio, che corrisponde agli ex geometri), verrà ridotta al solo biennio negli indirizzi commerciali (ovvero l’ex ragioneria, dove prima veniva insegnata tutti e 5 gli anni), verrà ridotta d’orario nei licei classici e scientifici (da 4 a 3 ore settimanali, ma con la nuova riforma non ci sarà più distinzione tra Storia e Geografia che diventeranno un unico corso, pertanto sarà l’insegnante a decidere quante ore dedicare a storia e quante a geografia…), mentre resterà invariata solo nell’indirizzo Turistico.
Inutile ribadire quanto sia grave la cancellazione o la riduzione dell’insegnamento della geografia nelle scuole, in quanto causerà una lacuna culturale grave negli studenti: non si tratta della semplice conoscenza dei nomi di fiumi, mari, monti e città, ma si tratta anche, e soprattutto, di studiare la geografia economica, la geografia storica, la geografia religiosa, la geografia sociale e la geografia politica di uno Stato. Senza la geografia non si può studiare la storia di un paese, e viceversa. Questo comporterà che gli attuali studenti (e futuri uomini) sapranno muoversi solo col GPS e se andranno in un paese non ne conosceranno praticamente niente (oltre che a non conoscere nemmeno il proprio di paese)!!! Non è per niente entusiasmante…
Varie categorie si stanno ribellando a questa cosa:
  • l’AIIG (Associazione Italiana Insegnati di Geografia), fondata a Padova nel 1954, presieduta da Gino De Vecchis che attualmente è docente di Geografia all’Università Sapienza di Roma (http://www.aiig.it);
  • la Società Geografica Italiana (http://www.societageografica.it) fondata nel 1867, con sede a Roma nel palazzo Mattei (all’interno di Villa Celimontana), presieduta da Franco Salvatori, che custodisce ben 400.000 volumi, 100.000 carte geografiche, una lunga serie di atlanti di epoca compresa tra il 1400 e il 1800, 450 faldoni che raccolgono la documentazione dell’800 delle spedizioni in Africa, mappamondi, bussole, ecc…;
  • addirittura su Facebook un gruppo di studenti ha lanciato un appello per manifestare la loro contrarietà a questa scelta.
L’AIIG è naturalmente preoccupata perché con la nuova riforma (fatta solo per risparmiare denaro: ma pensa un po’, in Italia per risparmiare si fanno tagli alla scuola e alla cultura…) il 60% degli attuali insegnanti di geografia entro un paio d’anni si troverebbe senza lavoro: il suo presidente ha affermato “Senza geografia siamo tutti più poveri, perché la formazione di un cittadino passa anche attraverso questa materia, che è la scienza dell’umanizzazione del pianeta Terra”. La Società Geografica Italiana è invece preoccupata perché vedrebbe svanire tutto l’ottimo lavoro fatto in questi decenni per mantenere viva una materia che sta alla base della formazione di molti lavori, ricordando che la geografia significa anche studiare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, studiare il cambiamento climatico in corso, conoscere il territorio ed il suo rapporto con l’urbanizzazione, studiare i fenomeni migratori. Massimiliano Tabusi, insegnante all’Università per stranieri di Siena, è il fondatore (con altri ricercatori) del sito http://nuke.luogoespazio.info nel quale si può firmare un appello contro l’estinzione della geografia. Tabusi afferma: “Soltanto in Italia i geografi sono considerati inutili. Invece sono degli esperti del territorio, e ovunque nel mondo lavorano accanto agli urbanisti, agli architetti, agli ingegneri”. Lo stesso presidente della Società Geografica Italiana afferma: “Come si fa a considerare la geografia inutile quando il mondo sotto i nostri occhi cambia in continuazione? Pensate a che cosa è successo dopo la caduta del muro di Berlino, tutta la riscrittura degli atlanti e delle carte”. E pensate quanti cambiamenti sono in corso negli ultimi decenni, dall’ex Jugoslavia allo smembramento dell’Unione Sovietica, dalle vicissitudini del Medio Oriente alle guerre africane. La riforma Gelmini è, purtroppo, la fotografia di quanto sia considerata la cultura oggi in Italia: un intralcio di sinistra…