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giovedì 12 novembre 2015

L'Organo marino di Zara

L'organo marino è un'opera d'arte architettonica e musicale situata a Zara (città della Dalmazia croata, che si affaccia sul Mar Adriatico e che conta 75.082 abitanti, capitale storica della Dalmazia, pur essendo stata superata da Spalato per numero di abitanti), aperta al pubblico dal 15 aprile 2005. Realizzato su progetto dell'architetto Nikola Bašic, si trova sull'angolo nord-occidentale della banchina che circonda il centro storico. Come funziona? E' costituito da una serie di gradoni lunghi circa 70 metri, divisi in sette sezioni di dieci metri ciascuna: sotto di esse, parallelamente alla riva e al livello della bassa marea, ci sono 35 canne in polietilene di varie lunghezze, diametro ed inclinazione, che s'innalzano trasversalmente fino alla pavimentazione della riva, per terminare nel canale. Grazie al moto ondoso dell'acqua marina, queste canne producono suoni sempre diversi modulati secondo sette accordi e cinque tonalità. L'imprevedibilità del mare, con la sua forza, la sua direzione e l'altezza della marea, crea un concerto continuo ed unico, irripetibile nelle sue variazioni musicali. Se volete ascoltare il suono andate al seguente link https://www.youtube.com/watch?v=myV3E9uREuI. Naturalmente l'opera è diventata una delle più importanti attrattive turistiche della zona.

venerdì 30 ottobre 2015

Mari italiani e meteorologia: pochissime boe

Il bravo meteorologo Guido Guidi (https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_Guidi_(meteorologo)), rispondendo ad un lettore sul sito http://meteolive.leonardo.it/ che gli chiedeva se sul Mar Ionio si siano mai sviluppate forti burrasche con venti da sud-est e mare grosso con onde di altezza compresa tra 6 e 9 metri, afferma che quelle dello Ionio molto spesso si tratta di onde corte e ripide, ma non molto alte, e che nella sua esperienza di meteorologo per tutto il Mediterraneo non ha mai previsto più di mare forza 7, al massimo forza 8. Sottolineando però il fatto che non le ha mai previste, non che non siano mai state viste: il problema infatti del nostro Paese (circondato dal mare e con oltre 7.000 km di costa) è che sul mare siamo purtroppo ciechi nel campo della meteorologia, in quanto ci sono poche osservazioni costiere ma soprattutto non ci sono praticamente boe sui nostri mari. 
Una boa è un oggetto galleggiante, di solito ancorato in un determinato punto, che viene utilizzato allo scopo di segnalazione o di ormeggio. Le prime sono destinate a segnalare zone pericolose per la navigazione (scogliere, secche, ecc.) o rotte da seguire in particolari zone (entrate di porti, ecc.): in tal caso assumono particolari colorazioni e sono sormontate da opportuni sistemi di segnali anche luminosi in accordo al sistema internazionale IALA. Le seconde sono destinate a realizzare un punto di ormeggio sicuro per navi e imbarcazioni in porti e rade, evitando così l'uso delle proprie ancore. Per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Boa_(nautica)
Sarebbe invece molto utile avere una rete di boe che copra i mari italiani, soprattutto in meteorologia: si potrebbe sapere con certezza l'altezza delle onde più grandi, la loro frequenza, la loro forma, ecc... con risvolti assai utili per le previsioni meteorologiche e per la navigazione. Sarebbe pertanto utile uno sforzo economico da parte degli Enti preposti.

giovedì 8 ottobre 2015

I canyon sottomarini in Italia

Il canyon sottomarino è una valle ripida che si trova sul fondale oceanico della piattaforma continentale. Alcuni di essi, sono il naturale prolungamento di grandi fiumi; altri, sono semplicemente delle formazioni geologiche indipendenti. Sono stati scoperti canyon anche ad oltre 2000 metri al di sotto del livello del mare. Solitamente, sono formati dall'attività di potenti correnti torbide, vulcani o terremoti. Molti canyon sottomarini continuano come canali e possono estendersi per centinaia di chilometri. Per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Canyon_sottomarino
Ebbene, ieri Mauro Meloni sul sito http://www.meteogiornale.it/ ha pubblicato un articolo intitolato "Canyon sottomarini minacciano le coste italiane": un interessante articolo in cui si evidenza che, grazie alle tecnologie, si è scoperto come questi canyon costituiscano un serio pericolo per la stabilità delle coste italiane. Il link dell'articolo è http://www.meteogiornale.it/notizia/40367-1-canyon-sottomarini-minacciano-le-coste-italiane.

martedì 6 ottobre 2015

La seconda vita dei FARI ITALIANI

Ho già scritto altre volte dei fari italiani (per approfondimenti https://it.wikipedia.org/wiki/Farohttp://www.ilmondodeifari.com/), che hanno sempre suscitato un certo fascino in molte persone: il 12 ottobre esce un bando del Demanio che apre le porte ai privati per dare loro la possibilità di trasformare queste strutture, che rimarranno comunque di proprietà dello Stato. 
Massimo Minella ne ha dedicato un articolo sul quotidiano la Repubblica di lunedì 5 ottobre 2015, intitolato "La seconda vita dei fari: ecco i fantastici undici per ferie da vertigine", che potete leggere al link http://www.repubblica.it/viaggi/2015/10/05/news/fari-124346368/, nel quale ripercorre gli 11 fari italiani che saranno oggetto di bando.

giovedì 14 novembre 2013

Onda marina record in Italia!

Apprendo questa curiosa (e allo stesso tempo inquietante) notizia da un articolo di Mauro meloni di ieri postato sul sito http://www.meteogiornale.it. E' notizia di questi giorni la forte ondata di maltempo che sta colpendo il Centro-Sud Italia (ci sono stati eventi alluvionali in varie regioni adriatiche e meridionali, con purtroppo 2 vittime nelle Marche). Ma molti danni li ha causati il fortissimi maestrale (oltre alla bora) e le intense mareggiate: nel giorno della tempesta di San Martino (11 novembre) molti litorali italiani sono stati letteralmente mangiati dalle incredibili mareggiate. Ebbene, poco al largo della Sardegna occidentale il maestrale fortissimo (fino a 125 km/h) è stato capace di generare nella notte fra domenica 10 e lunedì 11 novembre onde di una violenza inaudita, tanto che la boa del dipartimento idrometeoclimatico dell'Arpas, posta nella costa algherese al largo di Capo Caccia, ha registrato un'altezza d'onda di ben 10 metri e mezzo: si tratterebbe di un record assoluto dalla fine degli anni Ottanta, ovvero da quando è stata attivata la rete ondametrica nazionale (La Rete Ondametrica Nazionale, http://www.telemisura.it/, rappresenta un bene della collettività di grandissima utilità: i dati prodotti sono indispensabili per la progettazione di opere costiere - porti, frangiflutti, strade, ferrovie ecc. -, per studiare l'erosione delle coste, per stabilire la reale occorrenza di calamità naturali, per validare i modelli europei per la previsione del moto ondoso nel Mediterraneo, per aumentare la sicurezza della navigazione e, più in generale, di supporto alla comprensione dei fenomeni bio-fisici dell'ambiente marino e dell'atmosfera. La rete è costituita da 15 boe oceanografiche dislocate lungo le coste italiane. Le boe sono ormeggiate in posizioni fisse riportate sulle carte nautiche in aree interdette alla pesca ed alla navigazione tipicamente con raggio di circa 250 metri. Ciascuna boa ha un diametro di 1.7 metri ed un'altezza sulla linea di galleggiamento di 2.8 metri). Il valore di dieci metri e mezzo, registrato alle ore 4 mattutine di lunedì 11 novembre, colloca così Alghero in vetta assoluta alla classifica nazionale stilata in base ai rilievi effettuati dalla rete ondametrica dalla fine degli anni Ottanta, momento d'inizio delle rilevazioni (l'unico precedente storico, infatti, risale al gennaio del '99, quando, sempre durante una violenta tempesta di maestrale, l'altezza delle onde aveva sfiorato i dieci metri). Il grafico allegato riporta l'altezza delle onde nell'ultimo mese al largo di Alghero.
Si tratta di un'onda di altezza eccezionale, che rappresenta un record per l'Italia ma potrebbe rappresentare un vero record per tutto il bacino del Mediterraneo. Altro evento meteo estremo che si aggiunge a quelli che negli ultimi anni stanno colpendo il nostro paese...

martedì 29 ottobre 2013

Energia italiana: NO TRIV e GEOTERMIA

Traggo spunto da un articolo di Riccardo Bocca intitolato “Arrivano i NO TRIV” pubblicato sul settimanale L'Espresso del 3 ottobre 2013 e da un articolo di Alex Saragosa intitolato “Sotto l'Italia una miniera di energia: verde, gratis e poco sfruttata” pubblicato sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 27 settembre 2013. 
Sull'articolo di Riccardo Bocca c'è la denuncia dell'apertura di centinaia di impianti per estrarre gas e petrolio dal fondo del mare italiano, anche in aree preziose da un punto di vista ambientale. Tutto parte da un annuncio di qualche settimana fa del Ministero dello Sviluppo Economico il quale informa che le aree marine perforabili sono state diminuite: effettivamente è previsto che tali aree saranno diminuite, con un superficie di 139.000 kmq rispetto ai precedenti 255.000. Sarebbe una “buona” notizia, se non che si scopre che lo stesso Ministero non è intervenuto sullo sciagurato effetto sanatoria del Decreto n° 83/2012 col quale le compagnie petrolifere sono state autorizzate a perforare, dopo il Mare Adriatico, anche aree marine preziose come Pantelleria, alcuni tratti del Canale di Sicilia e il Mar Ionio!!! E' per questo che si sono fatti sentire comitati contro le trivellazioni in aree marine preziose e varie associazioni, tra cui il Comitato NO TRIV (http://notriv.blogspot.it/) e il WWF Italia (http://www.wwf.it/). Quest'ultimo ha compilato il dossier “Trivelle in vista: mappa aggiornata del rischio piattaforme off-shore nei mari italiani” dal quale si scopre che l'Italia è lo Stato del Mediterraneo più a rischio per inquinamento in mare da idrocarburi, visto che ha anche il primato di avere ben 14 principali porti petroliferi e 17 raffinerie... Senza dimenticare che ci sono già 104 piattaforme attive nei nostri mari, nonché 67 "concessioni di coltivazione" sparse su un'area di 9.000 kmq di mare con 335 pozzi a gas e 61 pozzi a petrolio (oltre a 30.800 kmq di mare interessati da tre istanze di permesso di prospezione - fase di studio prima delle trivellazioni - e 14.500 kmq di mare inclusi nelle istanze di permesso di ricerca)! Il bello è che da tutti questi pozzi si estrae solo una piccolissima quantità di gas e petrolio: per quanto riguarda il gas, l'Italia ha un fabbisogno annuo di 80 miliardi di mc standard mentre dai pozzi se ne estraggono appena 6; e per quanto riguarda il petrolio, l'Italia ha un fabbisogno di 70 milioni di tonnellate e dai pozzi se ne estraggono appena 473 mila.... Ha senso tutto ciò? Mettere a rischio un patrimonio naturalistico che tutto il mondo ci invidia, per l'estrazione di esigue quantità di idrocarburi che non risolvono affatto il problema energetico del nostro Paese? E poi c'è la beffa economica: secondo la legge italiana le compagnie petrolifere (anche straniere) possono estrarre fino ad 80 milioni di mc standard di gas cadauna senza pagare un solo euro allo Stato italiano (per il petrolio la quantità limite è di 50 mila tonnellate)... 
Dice Dante Caserta, presidente del WWF Italia: “E' questo il tipo di sviluppo che vogliamo rincorrere? E soprattutto: perchè insistere in questa direzione, se è appurato che nuoce all'ambiente e non genera benefici per la collettività?”. E' qui che mi collego all'articolo di Saragosa, dedicato alla geotermia (http://it.wikipedia.org/wiki/Energia_geotermica, http://it.wikipedia.org/wiki/Geotermia e http://www.unionegeotermica.it/). Energia geotermica che nel 1958 siamo stati i primi al mondo ad utilizzare e che per decenni siamo stati i primi come potenza installata. Il problema è che negli anni l'Italia non ha più puntato su questa forma di egergia, che da 20 anni è bloccata su una potenza installata di 800-900 megawatt, ormai superata da USA, Filippine, Indonesia e Messico, mentre ci stanno raggiungendo Turchia, Cile, Kenya e Nicaragua... 
Certo, si tratta di un'energia la cui estrazione presenta ancora delle difficoltà: ma allora perchè non impegnare delle risorse pubbliche per migliorare l'estrazione di tale tipo di energia, assolutamente pulita, evitando di trivellare i fondali marini ed inquinare i nostri mari? Come in (quasi) tutto, la responsabilità maggiore è di questa incredibile e deprimente classe politica, che non sta altro che DISTRUGGENDO il nostro Paese, sotto ogni punto di vista...

martedì 14 maggio 2013

Salviamo i FARI MARINI

Un faro è una struttura, in genere una torre, dotata alla sommità di un sistema capace di emettere potenti segnali luminosi di aiuto e di riferimento nella navigazione, costituita da una lampada ed un sistema di lenti. I fari sono i più importanti dei segnalamenti marittimi. Sono situati in prossimità di luoghi di atterraggio, di luoghi pericolosi o di altri luoghi ove sia utile avere un punto notevole percepibile a distanza elevata durante la navigazione costiera. Sono chiaramente segnati sulle carte nautiche che ne riportano anche l'altezza focale, assieme alla caratteristiche del segnale luminoso emesso che li individua in modo univoco. Di largo uso nel passato, oggi il numero di nuovi fari costruiti è quasi fermo, sostituiti da sistemi digitali (LORAN, GPS, ecc.) di aiuto alla navigazione. I fari ancora operativi stanno invece subendo un processo di automazione totale per ridurne i costi di gestione e manutenzione. Il nome deriva dall'isola di Pharos, di fronte ad Alessandria d'Egitto, dove nel III secolo a.C. era stata costruita una torre sulla quale ardeva costantemente un gran fuoco, in modo che i naviganti su quei fondali potessero districarsi dalla retrostante palude Mareotide. Fonte wikipedia.it: l'intero articolo al link http://it.wikipedia.org/wiki/Faro
Scrivo questo perché ho trovato un interessante articolo di Riccardo Oldani pubblicato sul mensile “Focus” (http://www.focus.it) di aprile 2013, intitolato “Le luci del mare” e dedicato appunto ai fari marini. Nell'articolo si parla della Norvegia, che ha completato l'automatizzazione di tutti i suoi 102 fari costieri, rendendo quindi non più necessaria la presenza dell'uomo (tale lavoro è stato completato ancora nel 2005). Ora non serve più la presenza dell'uomo in quanto le vecchie lampade, che prima funzionavano a petrolio (e che quindi necessitavano del lavoro dell'uomo per predisporre gli stoppini, rifornire il carburante, caricare gli orologi meccanici, tenere pulite le lenti, ecc...) ora sono state sostituite da lampade a led, con fotocellule per l'accensione e lo spegnimento, sistemi di monitoraggio a distanza, generatori moderni con ampie riserve di combustibile se manca la corrente elettrica, energie rinnovabili. I guardiani servono comunque, per la manutenzione: in Norvegia infatti oltre ai 102 fari costieri ci sono altri 22.500 segnalamenti per la navigazione (di cui 5.800 dotati di luci), ovvero boe, fanali galleggianti e altri sistemi che possono subire danni da collisioni e devono pertanto essere tenuti in efficienza (dall'uomo). L'amministrazione costiera norvegese ha oggi 1.100 addetti, tra cui molti ex-guardiani dei fari. Ma ora alcuni di questi fari stanno tornando a nuova vita: ad oggi 58 di questi, grazie anche alla loro splendida posizione, sono stati recuperati come musei o alberghi. E in Italia? Abbiamo circa 830 segnalamenti a terra per la navigazione, ovvero 157 fari, 393 fanali (cioè strutture in muratura o montate su pali o tralicci) e circa 280 segnalamenti portuali minori: di tutti questi 830 segnalamenti a terra 550 sono oggi oggetto di un programma di automatizzazione che si completerà in 4 anni, mentre dei 157 fari circa il 55% è completamente automatizzato. 
È assolutamente importante recuperare questi fari e i vari segnalamenti: i fari soprattutto sono qualcosa di particolare che ormai fanno parte dell'immaginario collettivo, del nostro territorio e della tradizione marina. È nostro dovere recuperarli, magari adibendoli ad altri usi come già succede in altre parti del mondo (ad esempio a musei, a poli culturali, a sede di associazioni ambientali, ad alberghi, ecc...). Segnalate eventuali situazioni di degrado del faro della Vostra zona all'Amministrazione competente (comunale, provinciale, regionale, ecc...).

giovedì 17 giugno 2010

Ecco il PARADISO TERRESTRE...

Non si potrebbe definire diversamente l'arcipelago delle Isole Fernando de Noronha (http://www.ilhadenoronha.com.br/), posto nell'Oceano Atlantico a nord-est del Brasile: si tratta di 21 piccole isole vulcaniche, poste poco più a sud dell'Equatore, a 350km dalle coste brasiliane.
L'isola principale, l'isola di Fernando de Noronha (che dà il nome a tutto l'arcipelago), è l'unica abitata: l'arcipelago (la cui superficie è di 18 kmq, abitato da circa 2.000 persone) è baciato da ben 3200 ore di sole all'anno e fa parte dello stato brasiliano del Pernambuco. Ebbene, si tratta di uno dei posti più isolati del mondo: nel 1988 è stato dichiarato Parco Nazionale e nel 2001 è diventato Patrimonio Unesco. Tutto questo grazie alla bellezza dei suoi luoghi (le sue acque, continuamente analizzate, sono tra le più pulite dell'intero Oceano Atlantico) ma, soprattutto, grazie all'incredibile varietà di flora e fauna, un vero e proprio santuario ecologico.
In queste piccole isole nidificano ben 40 specie di uccelli marini e terrestri, vi sono ben 15 delle 18 specie di coralli conosciuti in Brasile e 230 specie di molluschi e pesci dai colori incredibili! Tra gli uccelli molti sono rari, come l'Elaenia ridleyana, la Vireo gracilirostris e la Zenaida auriculata, oltre a fregate, rondini di mare e sterne. Per non parlare dei molti delfini: c'è addirittura un anoglo dell'arcipelago chiamato Dolphin Lookout dove alle 5 del mattino di ogni giorno si possono ammirare questi animali. Su alcune spiagge nidificano anche le tartarughe.
Naturalmente, per mantenere integro questo paradiso le isole non sono aperte al turismo di massa: per poterci andare è necessario un permesso dello Stato del Pernambuco (il quale concede solo visti per 400 visitatori alla volta) e, inoltre, si paga una tassa di soggiorno di circa 30 euro al giorno.
Un vero e proprio paradiso della biodiversità: non potevo non parlarne dopo aver letto l'articolo di Anna Maria De Luca sul quotidiano la Repubblica del 16 maggio 2010, soprattutto in questo 2010 dichiarato "Anno Internazionale della Biodiversità": qquesti paradisi devono rimanere assolutamente integri, sono una testimonianza di com'era la Terra milioni di anni fa...

giovedì 3 giugno 2010

MAR MEDITERRANEO sempre più salato!

Pubblico integralmente un articolo che ho trovato sul sito meteo http://www.3bmeteo.com, scritto da Daniele Berlusconi.
Il “Mare Nostrum” negli ultimi anni sta diventando sempre più salato. La salinità è definita come la concentrazione totale di sali disciolti in un liquido (in prevalenza NaCl); quella dell’acqua di mare naturale ha in media una salinità di circa 35 ppt (parti per mille) o PSU (practical salinity units). Al contrario di ciò che avviene negli Oceani, e in particolare nel vicino Atlantico, negli ultimi anni non si è verificato lo stesso aumento di altezza della superficie marina, così come previsto dal riscaldamento globale. Di contro è invece aumentato in modo marcato il livello di salinità (vedi immagine in allegato relativa agli ultimi 10 anni), cosicché attualmente il Mediterraneo risulta di gran lunga il mare più salato al mondo con una media di circa 38.5 PSU. Ma perché succede questo? Le cause sono piuttosto complesse e innanzitutto vanno ricercate sul fatto di essere un mare molto chiuso e in cui l’evaporazione gioca un ruolo molto importante. Nell’ultimo periodo inoltre vi è stata una forte diminuzione dello scambio di acque con quelle a bassissima salinità del Mar Nero; questo avviene a causa delle opere di sistemazione idraulica dei grandi fiumi che sboccano nel Mar Mediterraneo. Il contributo di acque fluviali, per esempio del fiume Nilo, è compromesso dalle mastodontiche opere idrauliche avvenute nel bacino del fiume o per l'incremento esponenziale degli usi idrici che aumentano poi la dispersione per evaporazione negli impianti di trattamento reflui e per usi domestici. Ciò determina anche un aumento della salinità media del Mediterraneo da Ovest verso Est, con il bacino orientale molto più salato. L’aumento del volume delle acque dell’Atlantico nel flusso verso lo Stretto di Gibilterra viene dunque bilanciato dalla differente pressione osmotica dovuta alla differenza di salinità, per cui l’apporto volumetrico dall’Oceano risulta piuttosto esiguo, facendo si che il bilancio idrico rimanga nettamente negativo. In conclusione rimarchiamo come questo “anomalo” comportamento del nostro bacino sia ancora difficilmente prevedibile dai modelli di simulazione globali a grande scala, mentre sia necessario sviluppare e migliorare i modelli regionali climatici a più alta risoluzione per avere previsioni più attendibili riguardo alle conseguenze del riscaldamento globale su alcune aree ristrette del Pianeta, come il Mediterraneo. In secondo luogo l’aumento della salinità è sicuramente causa di innumerevoli danni ad alcuni delicati ecosistemi marini presenti nel nostro Mare.
La situazione quindi comincia a farsi delicata per il nostro mare, e naturalmente buona parte della responsabilità è ancora una volta dell'attività umana: l'uomo non si accorge (o non vuole vedere) che sta pian piano distruggendo la natura che lo ha ospitato un pò di millenni fa...

mercoledì 2 giugno 2010

Nuovo regolamento UE sulla pesca

La Commissione Europea ha dettato nuove regole (che sono entrate in vigore proprio il 1° giugno) per la pesca nel Mar Mediterraneo e, in particolare, ha imposto delle reti da pesca con delle maglie più larghe e delle limitazioni sulle distanze dalla costa: non meno di 1,5 miglia dalla costa per le reti gettate e non meno di 0,3 miglia per le draghe usate per la cattura di bivalvi.
Questo comporta severe limitazioni alla pesca soprattutto del Mar Adriatico settentrionale, dove le maglie più larghe delle reti impediranno la pesca dei pesci e dei molluschi più piccoli come seppie, calamaretti, rossetti, telline e cannolicchi (anche perchè molti di questi vivono e si riproducono vicino alla costa e le limitazioni delle distanze ne vietano ora la pesca).
Il Regolamento mediterraneo sarà applicato a tutti i paesi che si affacciano su tale mare, ma sarà penalizzante soprattutto per l'Italia, da sempre considerato il paese della "piccola pesca" alla quale è dedicato ben il 5% della flotta navale nazionale.
L'obiettivo dell'Unione Europea è quello di tutelare le specie ittiche a rischio di estinzione e garantire il nutrimento dei pesci adulti, tutela da attuare appunto tramite l'imposizione di metodi e confini dei territori di pesca: naturalmente chi viene "pescato" in flagranza, può subire severe multe e rischiare persino il penale.
Certo questo metterà in ginocchio la pesca (e le attività connesse) soprattitto dell'alto Adriatico, da sempre conosciuto per la "piccola pesca": è già insorta l'associazione delle Marinerie d'Italia con una protesta davanti al Ministero delle Politiche Agricole a Roma, proponendo dei Piani di gestione da presentare alla UE chiedendo delle deroghe locali per le maglie delle reti e per le distanze dalle coste, in modo da ripristinare la cattura delle specie messe a rischio dalla nuova regolamentazione, oltre che cercare di ottenere degli aiuti per i pescatori penalizzati.
Qui il problema è molto serio: il nuovo regolamento metterebbe sul lastrico molti pescatori con notevoli ripercussioni sull'economia locale dell'alto Adriatico (fortemente basata sulla pesca e sulle attività connesse), e in questo periodo di crisi economica non è il massimo, però bisogna anche considerare che questa pesca (estensiva ed intensiva) sta mettendo a serio rischio l'esistenza di molte specie ittiche. Come spesso accade in Italia, non si riesce a regolamentare l'attività (qualsiasi attività) prima di creare il danno: perchè in questi anni si è permesso di pescare così tanto? Non si potevano limitare le licenze di pesca? Ed ora che si farà: si guarderà il lato economico o il lato ambientale? Ma so già come andrà a finire: finirà che tra un pò non mangeremo più seppie e calamaretti, ma non perchè le maglie larghe ne impediranno la pesca ma perchè si saranno estinti...

giovedì 27 maggio 2010

MARI ITALIANI: arriva la pagella di balneazione

Il 30 maggio 2008 il Governo italiano ha emanato il Decreto Legislativo n° 116 "Gestione e qualità delle acque di balneazione", firmato dai ministeri dell'Ambiente e della Salute, che è stato aggiornato con una Circolare attuativa del ministero dell'Ambiente del 30 marzo 2010: questa nuova normativa cambia i metodi di valutazione della balneabilità dei mari italiani. Se fino a poco tempo fa le Agenzie regionali per l'ambiente classificavano le varie porzioni di mare in balneabili e non, ora la valutazione è stata resa molto più complessa ed attenta per porre un forte stop all'inquinamento che spessa intacca il nostro mare. Infatti, dal 1° aprile 2010 è iniziato il nuovo monitoraggio delle spiagge che è basato su ben 16 esami, che verranno ripetuti più volte: la prima novità riguarda il fatto che le spiagge non verranno classificate in base agli stabilimenti balneari ma in base alla effettiva qualità del mare. Come spiega il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, la questione della balneabilità è stata spostata dall'ambito esclusivamente sanitario a quello ambientale, e in questo l'Italia ha recepito una norma comunitaria.
Pertanto, dal 1° aprile 2010 le Regioni costiere devono stilare delle tabelle per catalogare le spiagge: i controlli e la classificazione spetteranno sempre alle Agenzie regionali per l'Ambiente, mentre toccherà ai Comuni esporre (obbligatoriamente) le tabelle nelle spiagge. Su tali tabelle sarà indicata la balneazione che potrà essere SCARSA (una stella rossa), SUFFICIENTE (due stelle gialle), BUONA (tre stelle verdi) ed ECCELLENTE (quattro stelle blu).Le tabelle dovranno essere ben visibili dai bagnanti ed indicare la classificazione dei vari tratti di spiaggia, inoltre dovranno essere pubblicate sul sito internet del Comune stesso in modo da poter essere consultate da chiunque.
Ebbene, voi vi chiederete: a cosa serve? Se la balneazione di una spiaggia è classificata "scarsa", cosa cambia? Beh, naturalmente questo avrà delle ripercussioni sul turismo, ma proprio per questo la nuova normativa prevede che entro il 2015 tutte le spiagge italiane devono essere classificate in balneazione almeno come "sufficiente", altrimenti si farà subito la segnalazione al Sindaco e scatteranno i divieti di balneazione (le analisi negative verranno effettuate nuovamente entro 72 ore e, se risulteranno ancora negative, il divieto di balneazione scatterà per 7 giorni: il Comune dovrà quindi assumersi l'impegno e le spese per eliminare le cause del problema). Per ulteriori informazioni http://www.tutelamare.it/home.jsp
Sarà quindi nell'interesse anche dei Comuni fare il possibile che le proprie spiagge siano tutte balneabili (e al massimo): il nostro paese ne guadagnerà in termini di protezione ambinetale (che è comunque l'aspetto fondamentale del Decreto), mentre i Comuni ne guadagneranno anche in termini economici visto l'impatto positivo che può avere un mare pulito sul turismo della zona. Come si suol dire, si unisce l'utile al dilettevole... Bisognerà comunque vigilare attentamente sull'applicazione della nuova normativa!

mercoledì 24 febbraio 2010

ITALIA, PAESE DI PORTI TURISTICI E POSTI BARCA…

Lungo i circa 8.000 km di coste italiane ci sono ben 147.000 posti barca, anche se comunque la Francia ci supera con 233.000… In questi ultimi anni si sta espandendo senza freno il numero di nuovi porti e di nuovi posti barca: nel 2008-2009 sono entrati in servizio un nuovo porto turistico in Lazio, Abruzzo, Basilicata e Calabria, 3 in Puglia, Sardegna, Veneto e Toscana, 4 in Liguria e 6 in Sicilia (per un totale di circa 1.400 nuovi posti barca solo in Liguria e circa 1.000 sia in Toscana sia in Sicilia)!!!
L’ultimo progetto è quello di Fiumicino, vicino a Roma: il suo nuovo porto turistico sta diventando la più grande realtà turistica di tutta Europa in quanto, oltre ai nuovi posti barca, c’è un indotto fatto di banchine, darsene, porticcioli, negozi, ecc… Di fronte a questi investimenti economici e finanziari, sembra però che si stia esagerando: nel solo Lazio si vogliono costruire ben 9.000 nuovi posti barca, creando un insieme di 13 strutture turistiche come quella che si farà a Fiumicino per un investimento di 1,3 miliardi di euro!!!
Come è giusto che sia, stanno insorgendo in più parti d’Italia le associazioni ambientaliste, di fronte a questa cementificazione sfrenata delle coste: per questo motivo, l’Ucina (ovvero la Confindustria della Nautica, http://www.ucina.net) ha già attivato un tavolo di lavoro con Legambiente in seguito al quale si è arrivati alla firma di un accordo per stabilire alcuni severi paletti, solo che c’è un problema (come afferma Anton Francesco Albertoni, presidente dell’Ucina), ovvero non si riesce ad arrivare all’emanazione dei decreti attuativi da parte del ministero delle Infrastrutture. Il problema è poi quello delle lungaggini burocratiche: possono passare anche dieci anni (sì, anni!) dalla conferenza dei servizi alla concessione demaniale. Albertoni vede naturalmente in questi porti turistici un investimento per il futuro, vede un vantaggio per le comunità interessate: i nuovi porti turistici porterebbero ad un notevole sviluppo economico delle zone interessate, con realizzazione di nuovi complessi residenziali, attività economiche, negozi e turismo. Certo, lo steso Albertoni afferma che i nuovi complessi residenziali verrebbero costruiti con tecnologie a basso impatto ambientale, con materiali rinnovabili e con sistemi impiantistici a risparmio energetico, e che le residenze dei porti verrebbero dotate di sistemi informatizzati per gestire i programmi di impiego energetico, per diminuire gli sprechi e per sfruttare al massimo le risorse offerte dall’ambiente.
Certo, siamo in un periodo di crisi economica e sono le nuove attività collegate alle energie rinnovabili e all’uso intelligente dell’ambiente a poter dare un rilancio all’economia, ma qui credo che si stia un pò esagerando: si cercherà di costruire nuovi porti in posti che attualmente sono delle vere e proprie perle dei nostri mari, non vorrei che il governo Berlusconi concedesse di poter costruire ovunque. Si potrebbero utilizzare tutti gli accorgimenti possibili immaginabili per proteggere l’ambiente, ma si tratterebbe pur sempre di nuovi porti che andrebbero ad intaccare e deturpare un paesaggio rimasto finora intatto, senza considerare tutte le aggravanti che ne deriverebbero come traffico veicolare dovuto al flusso turistico, peggioramento della qualità dell’aria delle zone interessate, aumento di rifiuti, scarichi fognari, peggioramento dell’acustica, cementificazione di terreno, disboscamento. Basta? Perché piuttosto, visto che sembra così necessario avere nuovi posti barca (mah…), non recuperare le strutture portuali abbandonate, che sono molte lungo le coste italiane? Non si toglierebbe terreno intatto al nostro paesaggio, non si altererebbero i luoghi, si riutilizzerebbero edifici già esistenti con miglioramento anche estetico delle aree interessate. Ma conoscendo la scarsa propensione al riutilizzo dell’esistente che è tipica della nostra società, non sono così positivo in merito…

venerdì 9 maggio 2008

MARE ITALIANO: ecco le Bandiere Blu 2008

Come da tradizione, anche quest’anno sono state assegnate le BANDIERE BLU 2008 alle località marine (e lacustri) italiane: si tratta di un rinascimento prestigioso che viene assegnato in base a varie caratteristiche, che poi vedremo.
Le Bandiere Blu vengono assegnate dal FEE (Foundation for Environmental Education) assieme al COBAT (Consorzio Obbligatorio per la raccolta delle BATterie esauste). Del COBAT ho già trattato in un precedente post dedicato appunto alla raccolta delle batterie esauste. Per quanto riguarda il FEE, esso è stato fondato nel 1981 ed è un’organizzazione internazionale non governativa e no-profit che ha sede in Danimarca : è presente oggi in 46 paesi di tutto il mondo (http://www.feeitalia.org). La collaborazione col COBAT nasce dall’impegno comune verso la sostenibilità ambientale attraverso molteplici attività di educazione e formazione (in particolare all’interno delle scuole). Nel 2003 la FEE ha firmato un Protocollo di partnership con l’UNEP (ovvero il Programma per l’Ambiente per l’ONU), mentre nel febbraio del 2007 ha firmato un altro Protocollo con l’Organizzazione Mondiale del Turismo. La FEE Italia è stata costituita nel 1987 ed è fautrice di vari programmi, tra cui la Bandiera Blu è il più importante.
Ma che cos’è la Bandiera Blu? È un riconoscimento internazionale, istituito nel 1987, che viene assegnato ogni anni in circa 40 paesi di tutto il mondo (tra cui appunto l’Italia), che viene dato alle località marine per la qualità del mare e dei servizi della località. L’assegnazione viene data in seguito ad un iter procedurale che è stato messo a punto nell’ambito del Sistema di Gestione Qualità ed è tra i più affidabili al mondo:

  • si parte da un’auto-candidatura del Comune, il quale deve compilare un questionario relativo alle varie categorie per cui sarà valutato;
  • raccolte tutte le candidature, si esaminano attentamente i questionari: la valutazione viene fatta da una Giuria all’interno della quale sono presenti rappresentanti della Presidenza del Consiglio, del Ministero delle Politiche Agricole, della Guardia Costiera, dell’ENEA, delle Regioni e di altri organismi pubblici;
  • alle varie domande del questionario viene assegnato un punteggio che va da 1 a 7 per la certificazione ambientale, da 10 a 20 per le acque di balneazione, da 1 a 10 per la depurazione delle acque, da 1 a 18 per la raccolta differenziata, da 10 a 20 per l’educazione ambientale, da 1 a 10 per il turismo, da 5 a 12 per la spiaggia e da 0 a 3 per la pesca professionale;
  • alla fine si conteggiano i punteggi e si stila la classifica, assegnando quindi le Bandire Blu alle località che hanno avuto risultati positivi.

Quest’anno sono stati inviati 379 questionari, dei quali solo 147 sono arrivati in tempo utile alla FEE per partecipare all’edizione 2008 del programma: è aumentato rispetto allo scorso anno il numero di Comuni meritori che potrà così esibire la Bandiera Blu sulle proprie spiagge, ovvero 104 (erano stati 96 nel 2007), e questo sta a significare l’aumento costante dell’impegno delle regioni italiane e delle amministrazioni comunali nei confronti della gestione e della difesa del territorio, cercando quindi di rendere il più possibile sostenibile l’impatto delle attività turistiche sull’ambiente. In particolare, ciò sta a dimostrare la sempre più diffusa sensibilità a livello nazionale nei confronti della gestione del territorio che poi si traduce in un conseguente miglioramento delle condizioni ambientali e di vivibilità dei luoghi.
Le classifiche che annualmente vengono stilate sono due, una per le spiagge ed una per gli approdi turistici. Guardando al numero delle Bandire Blu attribuite alle spiagge per regione, quest’anno in testa troviamo le Marche e la Toscana (con 15 bandiere cadauna), poi la Liguria (14), l’Abruzzo (13), la Campania (11), l’Emilia Romagna (8), la Puglia (7), il Veneto (5), la Sicilia (4), il Lazio e la Calabria (3 cadauna), il Friuli Venezia Giulia ed il Molise (2 cadauna), infine la Basilicata ed il Piemonte (1 cadauna). Proprio il Piemonte detiene l’unica Bandiera Blu lacustre (assegnata a Cannero Riviera sul Lago Maggiore. Guardando, invece, al numero di Bandiere Blu attribuite agli approdi turistici per regione, in testa troviamo il Friuli Venezia Giulia (con 12), seguono la Liguria (11), la Sardegna (9), l’Emilia Romagna (5), il Veneto e le Marche (4 cadauna), la Toscana, il Lazio e la Campania (3 cadauna), infine l’Abruzzo, la Puglia e la Sicilia (1 cadauna).
Un buon segnale non solo per le attività turistiche, ma soprattutto per il nostro caro ambiente: non è difficile comprendere che l’assegnazione della “Bandiera Blu” è per il Comune un ulteriore slancio economico e turistico, ma se questo serve alla protezione ambientale allora ben venga. Si potrebbe cominciare ad attribuire anche le “Bandiere Verdi”, forse incentiverebbe la protezione ambientale anche nelle altre aree del paese.

venerdì 11 aprile 2008

HAWAII: partito il catamarano che funziona con l’energia delle onde!

È salpato sabato 15 marzo 2008 da Honolulu (nelle isole Hawaii) il catamarano chiamato “Suntory Mermaid II”: si tratta di un’imbarcazione che si muove con la sola energia del moto ondoso! È guidato da un giapponese di 69 anni, Ken-ichi-Hoirie e la sua meta è lo Stretto di Kii, in Giappone (dopo aver attraversato una lunga distanza nell’Oceano Pacifico): si tratta di un viaggio di 6.050 km che durerà circa due mesi e mezzo. Il tizio giapponese non è nuovo ad imprese simili: nel 1993 aveva compiuto una traversata di 7.500 km con una imbarcazione a pedali, mentre nel 1996 aveva attraversato l’Oceano Pacifico con una barca mossa ad energia solare.
Ma torniamo al nostro catamarano che si muove con l’energia del moto ondoso: il sistema di propulsione si trova sotto la prua dell’imbarcazione, al di sotto del pelo dell’acqua (si trova sotto la prua e non sotto la poppa perché è progettato per tirare la barca e non per spingerla come avviene solitamente per i motori). Il meccanismo consiste in due pinne orizzontali che si muovono verso l’alto e verso il basso sfruttando il movimento delle onde (un po’ come il movimento della coda dei delfini), producendo così una spinta media di 3 nodi: questo è sufficiente a produrre energia in grado di far muovere l’imbarcazione senza motore. La barca pesa tre tonnellate e sulla sommità è dotata di 8 pannelli solari in grado di fornire 560 watt di energia per far funzionare la luce, la radio ed il telefono satellitare; ha uno scafo in alluminio dello spessore di appena due millimetri e può raggiungere (in condizioni ottimali) anche i 5-6 nodi di velocità. L’imbarcazione è stata realizzata dalla “Scuola Universitaria Tokai delle Scienze e Tecnologie Marine” giapponesi, mentre i lavori di costruzione sono stati eseguiti da Yutaka Terao il quale ha affermato: “I combustibili fossili si stanno esaurendo e così è importante studiare nuovi sistemi di propulsione marina che possono ridurre di molto il loro utilizzo o addirittura farne a meno”. Lo scopo dell’impresa è dunque quello di dimostrare che anche solo con il moto ondoso si può produrre l’energia necessaria a far funzionare una nave. Certo si tratta di un progetto sperimentale: bisogna infatti trovare le onde giuste per poter navigare (in caso di burrasca la nave deve infatti fermarsi), e la stessa barca è dotata di un piccolo motore di emergenza per uscire da situazioni di pericolo ed è dotata anche di vele (sempre per casi di emergenza).
Si tratta comunque di un’impresa assolutamente interessante per dimostrare quante forme di energia può utilizzare un’imbarcazione per muoversi (solare, eolica, moto ondoso), anziché le tradizionali ed inquinanti fonti fossili (derivati del petrolio in primis): potrebbe essere l’inizio di un impiego di fonti di energia alternativa (ed assolutamente pulita) in vari mezzi di trasporto (e quindi non solo le imbarcazioni), dando così un contributo notevole al taglio delle emissioni di gas serra in atmosfera e alla lotta al cambiamento climatico in atto nel nostro pianeta (sul quale l’attività umana ha un peso notevole).

domenica 17 febbraio 2008

Navi che "misteriosamente" affondano nei mari italiani...

Da ormai parecchi anni sta succedendo qualcosa di inquietante sui mari che circondano l’Italia, ovvero delle navi che “misteriosamente” affondano facendo perdere ogni traccia di sé. Si tratta di navi contenenti sostanze pericolose ed altamente inquinanti che vengono fatte affondare probabilmente (anzi, quasi sicuramente) per disfarsi di queste sostanze “ingombranti”!!! Il numero di febbraio 2008 del mensile di Legambiente “La nuova ecologia” dedica un articolo a questo problema e riporta una mappa col le navi che negli ultimi anni sono affondate misteriosamente sui mari italiani:

  • 16/05/1979: al largo di Locri (Calabria) affonda la nave “Aso”, contenente 900 tonnellate di solfato ammonico;
  • 31/10/1986: partita dal porto di Marina di Carrara, affonda sul Tirreno calabrese la nave “Mikigan”, bandiera italiana, contenete granulato di marmo;
  • 21/09/1987: partita dal porto di Marina di Carrara, affonda 50 km a sud di Reggio Calabria la nave “Rigel”, bandiera maltese, contenente probabilmente rifiuti (prima di partire venne caricata di blocchi di cemento…);
  • 09/12/1988: nello Ionio meridionale affonda la nave “Four Star I”, bandiera dello Sri Lanka, contenente sostanze tossiche;
  • 01/02/1991: al largo di Molfetta (Puglia) affonda la nave “Alessandro I”, contenente prodotti chimici e derivati del petrolio (poi in parte recuperati);
  • 14/03/1993: nel canale di Sicilia affonda la nave “Marco Polo”, bandiera maltese, contenente fusti radioattivi;
  • 07/11/1995: 50 miglia a nord di Ustica affonda la nave “Koraline”, bandiera tedesca, contenente acqua ossigenata non diluita e container con alte percentuali di radioattività (derivanti da torio 234, isotopo dell’uranio);

e la lista continuerebbe visto che sarebbero almeno 30 le navi affondate lungo le coste italiane con sospetti carichi di rifiuti tossici, molte di più di quelle affondate nell’intero Mediterraneo!!! Ci sono poi porti sospetti in questi traffici illeciti di sostanze tossiche, come quello di La Spezia (già ribattezzato “porto delle nebbie” e terminale delle “navi dei veleni”…) e di Marina di Carrara (ove nelle navi viene caricato il granulato di marmo delle vicine cave, per rendere più pesanti e quindi più facilmente affondabili le navi contenenti sostanze radioattive). I sospetti su questi strani affondamenti derivano dal fatto che gli stessi avvengono con condizioni meteorologiche assolutamente favorevoli (come mare calmo), senza il lancio di segnali di soccorso, denunciando i naufragi dando coordinate geografiche sbagliate, caricando le navi con blocchi di cemento per facilitarne l’affondamento, rinvenimento di fusti o container velenosi nei pressi del luogo del naufragio, equipaggi scomparsi nel nulla, omicidi misteriosi di autorità che indagano su questi traffici illeciti di rifiuti, ecc… tutte coincidenze che, come spesso dice Andreotti, “a pensar male di fa peccato ma spesso ci si indovina”! Su alcuni diari rinvenuti, a proposito dell’affondamento della nave “Rigel”, è stata addirittura ritrovata una copia del certificato di morte di Ilaria Alpi, la giornalista RAI misteriosamente uccisa il 20 marzo 1994 a Mogadiscio (Somalia) assieme al giornalista Miran Hrovatin: i due erano venuti a conoscenza di uno strano traffico di rifiuti tossici tra Italia e Somalia e per questo “fatti fuori” (e, a proposito, è stata bocciata la richiesta di archiviazione del caso Alpi-Hrovatin, facendo cadere il teorema di Taormina che, durante il governo Berlusconi…, arrivò alla fantasiosa conclusione che i due giornalisti furono uccisi in seguito ad un rapimento finito male!). anche questo inquieta… Dietro tutto ciò di nasconde anche la ‘ndrangheta, che gestisce questo traffico illecito di rifiuti e sostanze tossiche traendo vantaggi economici immensi: a proposito dell’uccisione di Ilaria Alpi, alcuni magistrati (grazie anche alle confessioni di alcuni pentiti) scoprirono dei traffici di fusti di sostanze tossiche e radioattive dirette in Somalia…
Per favorire la scoperta della verità circa lo smaltimento illecito dei rifiuti via mare è nato il “Comitato per la verità” (lanciato da Legambiente, che ha iniziato le sue denunce in merito nel 1994) costituito da magistrati, giornalisti, esponenti politici e familiari delle vittime. Alla scoperta della verità sta partecipando anche Marco Marchetti, geofisico che lavora all’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia italiano) che si occupa dell’esplorazione del sottosuolo in campo ambientale ed è consulente della commissione di inchiesta sulle ecomafie presieduta da Roberto Barbieri. Presso la sede di Roma di questo istituto c’è un gruppo di persone che si occupa dell’esplorazione geofisica del sottosuolo per individuare rifiuti tossici e discariche abusive su richiesta e in collaborazione con i Carabinieri e col Corpo Forestale dello Stato, mentre presso la sede di Portovenere (La Spezia) c’è un altro gruppo di persone che si occupa di geofisica marina. Entrambi stanno collaborando alla ricerca delle verità. Anche Marchetti ha presenziato alla presentazione del “Comitato per la verità” suggerendo di istituire un tavolo tecnico-operativo per coordinare le ricerche dei relitti delle navi scomparse, raccogliendo la maggior quantità di informazioni possibili e mettendo a disposizione le migliori tecnologie di scandagliamento dei fondali marini come i rilievi magnetici in alta risoluzione (che individuano le masse ferrose e quindi le navi), oppure i rilievi con ecoscandaglio multifascio e sonar a scansione laterale (che individuano le strutture emergenti e la morfologia dei fondali) o ancora dei robot sottomarini.
Si tratta sicuramente di un lavoro lungo e laborioso, nonché costoso, ma che si rende necessario per individuare i relitti e recuperare le sostanze tossiche che vi sono contenute, evitando un prossimo futuro sversamento in mare di queste sostanze che causerebbero dei veri e propri disastri ecologici. E certo bisognerebbe rendere molto più severi i controlli sulle navi in partenza dai porti, il che eviterebbe di imbarcare sostanze “sospette”, punendo severamente i diretti interessati e scoraggiando così eventuali nuovi carichi sospetti. Anche questa è un’impresa ardua, ma si rende necessaria per evitare di trasformare i nostri mari in discariche: non vorrei che questa cosa succedesse in merito alle migliaia di tonnellate di rifiuti che si debbono smaltire in Campania. E credo possa essere anche una bella risposta al problema dello smaltimento delle scorie radioattive rivolta a chi tanto vuole il ritorno del nucleare qui in Italia: le scorie sono un problema serio e non ho ancora capito come i sostenitori del nucleare (perché ancora non lo hanno detto!) come vogliono smaltirle (anche se mi vengono i brividi a pensare a come potrebbero essere smaltite)…

domenica 20 gennaio 2008

21GIUGNO "GIORNATA MONDIALE DELL'IDROGRAFIA"

Il 29 novembre 2005 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ufficializzato la “GIORNATA MONDIALE DELL’IDROGRAFIA”, da tenersi il 21 giugno di ogni anno per rendere omaggio a tutte quelle persone che hanno contribuito (e contribuiscono) alla ricerca e alla salvaguardia della vita umana in mare. Quella del 21 giugno non è una data scelta a caso: il 21 giugno di 2600 anni fa (solstizio d’estate alle ore 20:06) grazie a Talete, al Sole e alla Piramide di Cheope nasceva la TOPOGRAFIA, il 21 giugno 1902 moriva l’Ammiraglio Magnaghi che era stato il padre dell’Idrografia italiana e primo direttore dell’Istituto Idrografico di Genova, mentre il 21 giugno 1921 veniva fondata a Montecarlo l’Organizzazione Idrografica Internazionale. Il messaggio di tale giornata è che “la conoscenza è condizione necessaria alla salvaguardia e alla tutela dell’ambiente marino”: infatti, salvaguardare e tutelare l’ambiente marino significa salvaguardare e tutelare più dei 2/3 della superficie del nostro pianeta e più del 70% della popolazione mondiale che oggi vive lungo le coste. Alla base di questo, ci deve essere un ottimo Istituto Idrografico di Stato che fornisca i dati batimetrici ed oceanografici (nonché scientificamente validati) necessari allo studio dell’ambiente marino e alla navigazione in sicurezza. Nel 2007 la “GIORNATA MONDIALE DELL’IDROGRAFIA” è stata dedicata al tema intitolato “La cartografia elettronica, elemento essenziale per la sicurezza e lo sviluppo delle attività in mare”. Genova, sede dell’Istituto Idrografico, ha un primato invidiabile forse in tutto il mondo per quanto riguarda le scienze geografiche come geodesia, topografia e cartografia. Ad esempio, l’origine delle coordinate geografiche nazionali (il cosiddetto “punto di emanazione del sistema geodetico”) fu stabilito all’interno dell’Osservatorio Astronomico di Forte San Giorgio, sede fino al 1942 dell’Istituto Idrografico della Marina prima di cedere la sua funzione (che ha ancora oggi) all’Osservatorio Astronomico di Monte Mario a Roma. Altro esempio è l’origine del sistema altimetrico (legata alla definizione di “livello medio del mare”), che fu posto sul mareografo fondamentale italiano nella stazione mareografica di Genova, gestita e controllata dall’Istituto Idrografico della Marina dal 1884: tutte le quote altimetriche di tutti i rilevamenti italiani, chiamate “quote sul livello medio del mare”, corrispondono al dislivello rispetto allo zero definito dal livello medio del mare al mareografo Fondamentale di Genova nel periodo 1937-1946. Un ulteriore esempio è dato dalla sincronizzazione degli orologi: l’Osservatorio Idrografico di Genova fu tra i primi in Italia ad assumersi la responsabilità del controllo e della riparazione dei cronometri della Marina e aveva quindi la necessità di determinare accuratamente l’ora, di conservarla con un insieme di orologi a pendolo, di confrontarla con quella determinata da altri istituti europei (come Greenwich) e di disseminarla (almeno nell’area portuale della città). Infine, un primato spetta a Genova per l’insegnamento delle scienze geografiche: il Master Universitario di II° livello in Geomatica Marina è il primo corso di alta formazione specialistica organizzato in Europa e orientato allo studio interdisciplinare dell’ambiente marino e costiero (il corso è nato per specializzare gli Ufficiali della Marina Italiana e di altri paesi interessati ai rilievi idro-oceanografici). Come dicevamo all’inizio, nel 2007 il tema della “GIORNATA MONDIALE DELL’IDROGRAFIA” è stato la cartografia elettronica, in grado di sostituire tutte le mappe nautiche in formato cartaceo: l’Istituto Idrografico di Genova dal 2000 al 2007 ha prodotto (con un lavoro incredibilmente difficile) oltre 200 carte elettroniche utili alla navigazione (raccolgono dati di batimetria, segnalamenti sonori, luminosi e radioelettrici, completandoli con le relative descrizioni riportate su pubblicazioni dedicate come portolani, elenchi fari, ecc…). L’Italia si è inoltre fatta promotrice verso i paesi del Mediterraneo e del Mar Nero di una cooperazione tramite il progetto V-RENC, ovvero “Virtual Regional ENC” dove ENC sta per la sigla delle carte elettroniche (Electronic Navigational Chart): vi hanno aderito Grecia, Marocco, Algeria, Tunisia, Turchia, Malta, Slovenia, Croazia, Serbia, Romania ed Ucraina; il progetto ha consentito la revisione, la verifica e, in alcuni casi, la creazione da zero delle ENC. Un ultimo progetto italiano sta nella formazione del personale e nell’ammodernamento dei Servizi Idrografici non solo dei paesi firmatari del progetto V-RENC ma anche di Libia e Mauritania. La protezione del nostra pianeta parte anche dal mantenere in salute il nostro caro mare…

sabato 5 gennaio 2008

OLANDA: un "tulipano" a difesa dell'azione del mare...

Finora abbiamo visto le due grandi isole realizzate nel Golfo Persico di fronte a Dubai (negli Emirati Arabi Uniti), ovvero quella a forma di palma e quella a forma di globo terrestre, visibili addirittura dal satellite tanto sono grandi, realizzate per ospitare insediamenti residenziali di lusso e soprattutto impianti turistici (lo scopo è quindi solo economico). Ora ecco un nuovo progetto spuntare in Olanda: come vedete dalla mappa allegata, si tratta di una grande isola a forma di tulipano (simbolo nazionale) che potrebbe essere realizzata nel Mare del Nord di fronte alle coste olandesi. Lo scopo della nuova isola sarebbe quello di proteggere le coste olandesi dalle inondazioni (o eventuali maremoti) del Mare del Nord: molti tratti costieri olandesi si trovano infatti sotto il livello del mare e sono soggetti all’innalzamento delle acque marine dovute alle tempeste che sempre di più interessano con violenza il Mare del Nord, probabilmente accentuate dal cambiamento climatico in corso. Si tratterebbe dunque di un’isola frangiflutti abitabile. Per tale progetto il parlamento olandese ha istituito un’apposita commissione: il progetto, che prevede la realizzazione di un’isola lunga 50 km per un costo totale dell’opera di ben 13 miliardi di euro, ha già scatenato durissime polemiche sia per il costo elevatissimo sia per l’impatto ambientale di tale isola. Beh, effettivamente 13 miliardi di euro sono veramente tanti e con questi soldi si potrebbero realizzare ben altre opere a difesa delle coste olandesi (peraltro già dotate di sistema di difesa come le enormi dighe): basterebbe quindi consolidare quelle esistenti o farne altre nei tratti non ancora protetti…

mercoledì 26 dicembre 2007

Isole italiane: continua lo scempio edilizio!

Il patrimonio delle isole minori italiane ha un valore inestimabile, fatto di coste incontaminate, mari cristallini, paesaggi incantevoli, boschi, macchie mediterranee, tantissime varietà di animali terrestri e marini e di uccelli, molte tracce di storia ed arte, tradizioni locali imperdibili: tutto questo le rendono uniche, dall'arcipelago toscano a quello laziale, dalle isole della costa Campana alle Tremiti, dalle Eolie alle Egadi, da Pantelleria alle Pelagie, dalle tantissime isolette sarde e quelle sparse lungo le migliaia di coste italiane. UN PATRIMONIO UNICO ED INVIDIABILE! Così diverse tra loro ma allo stesso tempo così ricche di storia e natura da non permettere a niente e nessuno di essere distrutte. Attualmente le isole minori italine vivono di turismo, e non potrebbe essere altrimenti visto la loro bellezza: tuttavia in alcune di queste la situazione sta sfuggendo di mano, soprattutto per quanto riguarda l'espansione edilizia. La sempre maggior richiesta turistica ha spinto (e sta spingendo) molte amministrazioni comunali a chiudere non solo un'occhio... ma anche quell'altro, permettendo la distruzione di paesaggi unici per far posto a strade, porti e nuove costruzioni. E dove non ci arrivano i Comuni, ci pensano i privati con le costruzioni abusive... Tutto (come sempre) in nome del Dio DENARO: col tempo il prezzo degli edifici è salito alle stelle in tali isole (anche 4.000-5.000 euro al mq!), spingendo i privati a costruire sempre di più, anche dove non si sarebbe potuto. Intanto loro vendono, poi il condono edilizio sanerà tutto... e tutti saranno felici e contenti. Ma le nostre isole, che fine faranno? Proprio lunedì 24 dicembre 2007 il quotidiano La Repubblica ha dedicato una delle sue numerose inchieste proprio a questo tema intitolandolo "Il paradiso assediato dal cemento", a cura di Giovanni Valentini, relativo all'abusivismo che sta distruggendo l'isola di Procida (posta nel braccio di mare che separa l'isola di Ischia dalla costa campana). Proprio in quest'isola giaccono circa 3.000 istanze di condono edilizio (si va dalle finestre alle sopraelevazioni che hanno rovinate le tipiche cupole isolane a vere e proprie costruzioni): pensate però a quanti soldini incasserà il Comune (si parla di ben 750.000 euro per il solo 2007), e questo succede in buona parte delle altre isole... Per non parlare dei problemi correlati al numero sempre maggiore di ingressi turistici: l'invasione di auto e motorini che ogni anno è permessa nelle varie isole (sembra di essere in città!), alla qualità dell'aria, ai monumenti storici abbandonati, ai supermercati che crescono come funghi, alle montagne di rifiuti fino all'esaurimento delle riserve di acqua potabile!!! Pensate che un gruppo di personaggi famosi (tra cui Renzo Arbore, Margherita Buy, Antonio Lubrano, Lorenza Foschini, Ennio Morricone e Renzo Piano) sono arrivati al punto di lanciare un appello per fermare lo scempio dell'isola di Procida: ma ci devono arrivare i personaggi famosi a fare ciò? Non dovrebbero arrivarci le amministrazioni comunali? Evidentemente no...
Non ultima, arriva la notizia che nell'isola di Lipari (nelle siciliane Eolie) verrà in futuro costruito un megaporto in grado di riparare almeno 400 barche tra cui anche navi da crociera, con la realizzazione di muri alti 4 metri che lo separano dal lungomare con bracci che si allungano per oltre 80 metri, mentre tutt'attorno sorgeranno saune, boutique di alta moda, centri di bellezza per cani di razza, officine meccaniche specializzate nell'assistenza a yacht e panfili, insomma una vera e propria città! Il tutto per una spesa complessiva di almeno 100 milioni di euro: inutile dire che l'amministrazione comunale di Lipari (che in consiglio comunale ha approvato tale progetto) è di centro-destra (il sindaco Mariano Bruno è di Forza Italia)... Uno scempio edilizio che va ad intaccare un altro angolo dalla bellezza incredibile delle isole Eolie: l'unico scopo è quello di incassare DENARO (anche perchè la società "Lipari Porti Spa" che gestirà il porto sarà formata per un 30% dal Comune stesso...). Chiarissimo il messaggio arrivato dall'UNESCO (http://www.unesco.it): siccome le isole Eolie fanno parte del suo patrimonio mondiale, se si dovesse realizzare quel porto le isole saranno estromesse dall'UNESCO con gravissime ripercussioni sul suo turismo.
Nell'uno (Procida) o nell'altro caso (Lipari), e comunque in tutti i casi delle isole minori italiane, prevarrà il buon senso o, ancora una volta, il DENARO? E pensare che sarebbe piuttosto semplice garantire la difesa di tali isole (http://www.isoleitalia.it): ammodernizzare i porti esistenti anzichè costruirne di nuovi e faraonici, mettere un numero chiuso di visitatori all'anno (io per 4 volte ho visitato le Eolie e sono il primo a dire che ci deve essere un numero chiuso), impedire l'accesso alle auto in alcune isole, preservare certi tratti di costa e di paesaggio dall'urbanizzazione selvaggia, respingere (e dunque far demolire) almeno gli abusi edilizi più eclatanti ed in contrasto con la difesa ambientale, insomma ci sarebbero varie vie perseguibili per poter coniugare la difesa di tali isole col sostentamento economico dei suoi abitanti impegnati nel turismo. Invece si tende sempre ad aumentare, aumentare, aumentare ed ancora aumentare il flusso turistico (con tutti gli annessi ed i connessi) finchè le isole scoppieranno una ad una, diventando come delle vere e proprie città. Confido sempre nel BUONSENSO, ma quello che ho io mi dice che sto sbagliando...

martedì 2 ottobre 2007

Portogallo: 1° centrale elettrica alimentata dal movimento del mare!

Si tratta della "PRIMA CENTRALE ELETTRICA ALIMENTATA DAL MOVIMENTO DEL MARE" ed è sorta ad Agucadora (Portogallo settentrionale): l'impianto è stato realizzato ad alcune miglia dalla costa ed è composto di tre macchinari, i Pelamis P-750 detti anche "serpentoni marini". Si tratta di apparecchiature ancorate al fondale marino che, grazie al movimento delle onde, mettono in funzione i motori che generano così energia elettrica. La centrale, realizzata dalla società scozzese OPD (Ocean Power Delivery), soddisferà le esigenze di 2.000 famiglie e consentirà ad un taglio di CO2 per circa 6.000 tonnellate annue! Se l'impianto manterrà le promesse iniziali, esso sarà dotato di ulteriori 100 Pelamis in grado di produrre 500 megawatt di elettricità (quindi per circa 350.000 abitazioni!). Inoltre, i costi diminuiscono del 15% ogni volta che nell'impianto sono aggiunti due Pelamis. Dunque, una centrale che genera energia da quello che di più naturale ci possa essere: il moto ondoso! Questo è il futuro...

Infrastrutture italiane: male i porti commerciali (mentre quelli turistici...)

Più passa il tempo e più ci si accorge di quanto le infrastrutture italiane siano ormai insufficienti per soddisfare le esigenze dei trasporti privati e delle attività economiche. In tal senso è intervenuto anche il Governo Prodi che con l'ultimo D.p.e.f. ha scremato la lista di opere da realizzare previste dalla vecchia Legge Obiettivo del 2001 (approvata dal Governo Berlusconi), dando priorità alle opere di maggiore impatto sull'economia italiana. Il fabbisogno individuato per fare ciò è di 32.149 milioni di euro e si punterà in particolare alla rete ferroviaria per lo sviluppo del Corridoio 5 e delle tratte meridionali del Corridoio 1, allo sviluppo delle cosiddette "autostrade del mare", allo sviluppo dell'aereoporto di Malpensa, al potenzionamento del Corridoio Tirrenico ed Adriatico, al rafforzamento delle trasversali peninsulari, al completamento dei lavori dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria (sarebbe ora!!!) e al decongestionamento del traffico cittadino nelle grandi città. Un dato su tutti per descrivere l'insufficienza delle attuali infrastrutture: secondo un sondaggio condotto da Format a metà settembre, oltre il 70% delle imprese italiane che operano nel settore dei trasporti e della logistica ritiene le infrastrutture insufficienti o addirittura del tutto carenti. Abbiamo 3000 km di costa ma le infrastrutture portuali arrancano: c'è bisogno di un dragaggio dei fondali, di un ammodernamento delle piattaforme logistiche e di uno sviluppo dei collegamenti tra porti e reti autostradali/ferroviarie. In particolare, si cerca di puntare sulle cosiddette "autostrade del mare", in modo da favorire il trasporto merci via mare. Certo, ci sono già molti progetti in atto per lo sviluppo dei porti commerciali italiani (dei quali molti già finanziati ed avviati), ma il problema resta legato ai tempi e alla burocrazia che ne rallentano la realizzazione in maniera vergognosa, facendoci arrancare rispetto al resto d'Europa. La Spagna, ad esempio, stanzia ogni anno 1,5 miliardi di euro per i porti di Barcellona e Valencia, il Marocco sta investendo sul porto di Tangeri, l'Egitto sta investendo sui porti 1,4 miliardi di euro, addirittura la città di Amburgo ha previsto stanziamenti di 3 miliardi di euro in 10 anni! Ha ragione Piero Luzzati, il direttore di Confetra (Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica), quando dice che: "Quello che manca è la cultura dell'efficienza: gli altri puntano alla velocità delle operazioni che moltiplica il numero dei container trattati, noi invece li taglieggiamo. La soluzione nel lungo periodo è da ricercarsi nel partenariato pubblico-privato, nel rafforzamento della portata innovativa della Legge Obiettivo del 2001, ampliando i poteri della Conferenza Stato-Regioni e limitando il ruolo di Comuni e Provincie, nell'ottimizzazione dell'utilizzo delle risorse esistenti, in una equilibrata ponderazione dei benefici ambientali e soprattutto nella semplificazione dell'intera filiera del trasporto e della logistica".
Il paradosso (l'Italia è un paese di paradossi...) è che, mente i porti commerciali arrancano, quelli turistici... vanno a gonfie vele!!! Negli ultimi anni, dopo il decreto Burlando del 1997, le procedure per la costruzione di un porto turistico si sono enormemente semplificate (prima ci volevano anche 10 anni): dopo il decreto, lo Stato ha delegato in ciò le Regioni (e molto spesso queste ai Comuni...) semplificando alla grande i tempi di esecuzione. Questo ha favorito un grande sviluppo del turismo nautico (che incide oggi per un 2.2% sul Pil), nonchè dei paesi affacciati sul mare: dove sono stati costruiti porti turistici si sono sviluppate attività legate alla gestione portuale (gestione degli ormeggi, manutenzione e carenaggio delle imbarcazioni, rifornimento, servizi diretti, ecc...), nonchè poli di attrazione commerciale ed urbanistica, attività varie (albergazione, ristorazione, ecc...) e un pullulare di eventi e manifestazioni sportive e nautiche. Solo nel 2006 sono stati realizzati in Italia 3.000 posti barca, portandoli ad un totale di 130.000 di cui 54.000 in porti turistici, 44.000 in approdi e 32.000 in punti di ormeggio. Attualmente sono in corso di realizzazione circa 35 progetti di nuovi porti turistici o di riqualificazione di quelli esistenti (tra cui quelli di Imperia, Siracusa, Marina di Pisa e Nettuno), i quali a loro volta riqualificano aree depresse. Tuttavia, la richiesta di posti barca è in continuo aumento e l'offerta non riesce più a soddisfarla: questo crea il rischio di un allontanamento delle barche verso le più attrezzate Francia e Spagna e le più concorrenziali Grecia, Croazia e Turchia.
Cosa si può concludere da tutto questo:
1) porti turistici: buona la situazione, anche se non bisogna perdere l'opportunità di costruirne di nuovi (vista la domanda sempre in aumento) e sempre nel rispetto dell'ambiente circostante (tutti gli interventi devono infatti essere accompagnati da opere di riqualificazione ambientale stabilite per legge). Sarebbe un peccato non approfittarne visto il notevole peso dell'attività turistica sull'economia nazionale;
2) porti commerciali: situazione molto meno buona rispetto a quelli turistici. C'è bisogno di un forte investimento per il potenziamento di quelli esistenti e la realizzazione di nuovi: strade ed autostrade sono ormai intasate di camion ed autoveicoli vari, sarebbe ora puntare sul trasporto marino visti anche i 3.000 km di costa che abbiamo e l'estensione dei mari che ci circondano.
Proprio la posizione centrale nel Mediterraneo dovrebbe giovare in tal senso all'Italia: non dimentichiamo che questo fatto le fece guadagnare in passato una posizione invidiabile rispetto al resto d'Europa facendo la fortuna della nostra economia (un esempio ne sono state le Repubbliche Marinare...) e che invece ora sta avvantaggiando i paesi laterali a noi, come la Spagna. Il rischio è quello di essere il paese con più km di costa e allo stesso tempo quello che non riesce a fare del suo mare una risorsa per la sua economia.