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martedì 29 ottobre 2013

Energia italiana: NO TRIV e GEOTERMIA

Traggo spunto da un articolo di Riccardo Bocca intitolato “Arrivano i NO TRIV” pubblicato sul settimanale L'Espresso del 3 ottobre 2013 e da un articolo di Alex Saragosa intitolato “Sotto l'Italia una miniera di energia: verde, gratis e poco sfruttata” pubblicato sull'inserto “Il Venerdì” del quotidiano la Repubblica del 27 settembre 2013. 
Sull'articolo di Riccardo Bocca c'è la denuncia dell'apertura di centinaia di impianti per estrarre gas e petrolio dal fondo del mare italiano, anche in aree preziose da un punto di vista ambientale. Tutto parte da un annuncio di qualche settimana fa del Ministero dello Sviluppo Economico il quale informa che le aree marine perforabili sono state diminuite: effettivamente è previsto che tali aree saranno diminuite, con un superficie di 139.000 kmq rispetto ai precedenti 255.000. Sarebbe una “buona” notizia, se non che si scopre che lo stesso Ministero non è intervenuto sullo sciagurato effetto sanatoria del Decreto n° 83/2012 col quale le compagnie petrolifere sono state autorizzate a perforare, dopo il Mare Adriatico, anche aree marine preziose come Pantelleria, alcuni tratti del Canale di Sicilia e il Mar Ionio!!! E' per questo che si sono fatti sentire comitati contro le trivellazioni in aree marine preziose e varie associazioni, tra cui il Comitato NO TRIV (http://notriv.blogspot.it/) e il WWF Italia (http://www.wwf.it/). Quest'ultimo ha compilato il dossier “Trivelle in vista: mappa aggiornata del rischio piattaforme off-shore nei mari italiani” dal quale si scopre che l'Italia è lo Stato del Mediterraneo più a rischio per inquinamento in mare da idrocarburi, visto che ha anche il primato di avere ben 14 principali porti petroliferi e 17 raffinerie... Senza dimenticare che ci sono già 104 piattaforme attive nei nostri mari, nonché 67 "concessioni di coltivazione" sparse su un'area di 9.000 kmq di mare con 335 pozzi a gas e 61 pozzi a petrolio (oltre a 30.800 kmq di mare interessati da tre istanze di permesso di prospezione - fase di studio prima delle trivellazioni - e 14.500 kmq di mare inclusi nelle istanze di permesso di ricerca)! Il bello è che da tutti questi pozzi si estrae solo una piccolissima quantità di gas e petrolio: per quanto riguarda il gas, l'Italia ha un fabbisogno annuo di 80 miliardi di mc standard mentre dai pozzi se ne estraggono appena 6; e per quanto riguarda il petrolio, l'Italia ha un fabbisogno di 70 milioni di tonnellate e dai pozzi se ne estraggono appena 473 mila.... Ha senso tutto ciò? Mettere a rischio un patrimonio naturalistico che tutto il mondo ci invidia, per l'estrazione di esigue quantità di idrocarburi che non risolvono affatto il problema energetico del nostro Paese? E poi c'è la beffa economica: secondo la legge italiana le compagnie petrolifere (anche straniere) possono estrarre fino ad 80 milioni di mc standard di gas cadauna senza pagare un solo euro allo Stato italiano (per il petrolio la quantità limite è di 50 mila tonnellate)... 
Dice Dante Caserta, presidente del WWF Italia: “E' questo il tipo di sviluppo che vogliamo rincorrere? E soprattutto: perchè insistere in questa direzione, se è appurato che nuoce all'ambiente e non genera benefici per la collettività?”. E' qui che mi collego all'articolo di Saragosa, dedicato alla geotermia (http://it.wikipedia.org/wiki/Energia_geotermica, http://it.wikipedia.org/wiki/Geotermia e http://www.unionegeotermica.it/). Energia geotermica che nel 1958 siamo stati i primi al mondo ad utilizzare e che per decenni siamo stati i primi come potenza installata. Il problema è che negli anni l'Italia non ha più puntato su questa forma di egergia, che da 20 anni è bloccata su una potenza installata di 800-900 megawatt, ormai superata da USA, Filippine, Indonesia e Messico, mentre ci stanno raggiungendo Turchia, Cile, Kenya e Nicaragua... 
Certo, si tratta di un'energia la cui estrazione presenta ancora delle difficoltà: ma allora perchè non impegnare delle risorse pubbliche per migliorare l'estrazione di tale tipo di energia, assolutamente pulita, evitando di trivellare i fondali marini ed inquinare i nostri mari? Come in (quasi) tutto, la responsabilità maggiore è di questa incredibile e deprimente classe politica, che non sta altro che DISTRUGGENDO il nostro Paese, sotto ogni punto di vista...

lunedì 5 settembre 2011

IL DRAMMA DEL DELTA DEL NIGER

Molti di voi avranno sentito parlare in questi anni del Delta del Niger, ovvero la zona del delta del fiume Niger in Nigeria: si tratta di una regione geografica altamente popolata, spesso denominata Oil Rivers perché nella zona vi era una volta una ricca produzione di olio di palma. Quest'area è stata sotto l'Oil Rivers Protectorate britannico dal 1885 fino al 1893, quando fu estesa e divenne il Niger Coast Protectorate. Il Delta del Niger si estende per circa 70.000 chilometri quadrati coprendo il 7,5% del territorio nigeriano: l'area include gli stati di Abia, Akwa Ibom, Bayelsa, Cross River, Delta, Edo, Imo, Ondo e Rivers. Nella zona vivono circa 20 milioni di persone di 40 gruppi etnici diversi e che parlano 250 dialetti: gli Ijaw sono il gruppo etnico di maggiornanza. Le attività di sostentamento principali sono la pesca e l'agricoltura. Quando la Nigeria è diventata uno dei maggiori produttori di petrolio del mondo, l'area del Delta del Niger ha visto sorgere molti siti per l'estrazione petrolifera: oggi vengono estratti al giorno circa 2 milioni di barili in tutto il Delta del Niger. Dal 1975 la regione copre il 75% dell'esportazione totale del grezzo della Nigeria. La maggior parte del gas naturale prodotto nelle basi per l'estrazione petrolifera viene bruciato immediatamente o introdotto nell'atmosfera per una quantità stimata in circa 2,5 milioni di piedi cubici al giorno. Questa quantità equivale al 40% del consumo totale africano di gas naturale e costituisce la più grande emissione di gas serra del pianeta. La devastazione ambientale associata e la mancanza di una equa distribuzione delle ricchezze prodotte alla popolazione, sono state (e sono ancora...) le cause determinanti il conflitto del delta del Niger, una serie di scontri etno-politici che si protraggono nella regione sin dagli anni '90. In questo contesto, opera anche il Movimento per l'emancipazione del Delta del Niger (o anche MEND, dall'acronimo inglese Movement for the Emancipation of the Niger Delta), che è un movimento militante composto da nativi della zona del delta del Niger. Il MEND dichiara di essere impegnato in una lotta armata contro la degradazione e lo sfruttamento dell'ambiente naturale da parte di corporazioni e multinazionali straniere coinvolte nell'estrazione del petrolio dal sottosuolo della regione. L'organizzazione, nata nel contesto del conflitto del Delta del Niger, è coinvolta in molti degli attacchi alle compagnie petrolifere che operano in Nigeria. Il 7 dicembre 2006 il MEND ha rivendicato il rapimento dei tre tecnici italiani e di un libanese (tutti successivamente liberati ed incolumi) avvenuto durante un attacco ad una stazione estrattiva gestita dall'Agip nello stato di Bayelsa. Il 10 novembre 1995, al termine di un processo farsa, fu impiccato dalle autorità nigeriane lo scrittore Ken Saro-Wiwa, campione della lotta degli Ogoni (abitanti della regione), per le sue denunce fatte contro l'inquinamento della zona: lo scrittore aveva affermato "Provo grande rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e alla dignità".
Scrivo questo articolo perchè è notizia di pochi giorni fa la pubblicazione di un rapporto dell'ONU, precisamente dell'UNEP (l'agenzia dell'ONU per l'ambiente), che è frutto di un lavoro durato ben 14 mesi e che è visionabile sul sito http://www.unep.org/newscentre/Default.aspx?DocumentID=2649&ArticleID=8827&l=en. Tale rapporto ha reso ufficiale quello che già da molto tempo si sapeva, ovvero che l'industria petrolifera ha causato nel Delta del Niger una catastrofe ecologica che richiederà, per essere sanata, una somma enorme e almeno 25 anni di tempo! Infatti, l'ecosistema del delta è devastato e la salute della sua popolazione è ad altissimo rischio in quanto la falda acquifera è ormai inquinata anche in profondità dagli idrocarburi, soprattutto benzene, che hanno gravissimi effetti cancerogeni. Ne ha dedicato un articolo il giornalista Pietro Veronese nella sua rubrica "Follow the people" sull'inserto Il Venerdì del quotidiano la Repubblica del 26/08/2011: il titolo di quell'articolo è il riassunto di tutta questa bruttissima storia, ovvero "Ma qualcuno ha già pagato per il dramma del Niger". Certo, hanno pagato la popolazione con la sua salute e l'ecosistema della zona. Chi pagherà? E chi pronuncerà le stesse parole dello scrittore impiccato?

domenica 31 ottobre 2010

Nuove trivellazioni e... la petroliera Haven!

Ci sono oggi in Italia circa 700 pozzi petroliferi, dai quali si estraggono ogni anno 4,5 milioni di tonnellate di petrolio (di cui ben 3 milioni nella sola Basilicata!), e dai quali lo Stato Italiano incassa annualmente ben 800 milioni di euro! In realtà questo petrolio contribuisce solo per un 4% sulla bilancia energetica nazionale e rappresneta il 5% del fabbisogno energetico del nostro paese. Ecco perchè i petrolieri vogliono estrarre più petrolio in Italia, procedendo con nuove trivellazioni. Ebbene: sono già state recentemente rilasciate dal Ministero dell'Ambiente 95 autorizzazioni per nuove trivellazioni, di cui 71 a terra (per una superficie di ben 25.000 kmq!) e 24 a mare (per una superficie di 11.000 kmq!). Ma sono già state presentate altre 65 istanze (24 a terra e 41 a mare), e crediamo che il Ministero dell'Ambiente non trovi difficioltà nell'accoglierle.... Un boom: come è stato un boom il petrolio estratto dai mari italiani nei primi due mesi del 2010: 113.000 tonnellate di petrolio, ben +35% rispetto al periodo precedente!! Quali sono le zone per le quali le compagnie petrolifere hanno richiesto di poter trivellare? Il Parco del Curone nella Brianza, le Isole Tremiti, le coste meridionali della Sicilia, metà del territorio abruzzese, l'area marina di Cagliari ed Oristano, le coste marchigiane, l'area di mare tra le Isole Egadi e Pantelleria, la parte calabrese del Mar Ionio e il mare a sud dell'Isola d'Elba: inquietante!
Ma che convenienza ha l'estrarre questo petrolio che inciderebbe comunque in una piccolissima parte del fabbisogno energetico nazionale e che allo stesso tempo rappresenta un serio pericolo per l'incolumità ambientale del nostro paese? Probabilmente la convenienza è solo economica, e per pochi (oltre che per lo Stato...). Quello Stato che dovrebbe proteggere il proprio patrimonio naturale, senza eguali nel resto del mondo: ed invece pensa solo ai soldi... Basti pensare che sono state recentemente autorizzate (dopo una lunga battaglia) le trivellazioni in Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, che è stato dichiarato patriomomio mondiale dell'Unesco...
E' negli occhi di tutti il tremendo disastro ecologico causato dal pozzo petrolifero della BP nel Golfo del Messico la scorsa estate: come possiamo permetterci in Italia di correre un rischio del genere, in un paese con un patrimonio naturale che tutti ci invidiano e che è già in pericolo anche senza le trivellazioni per inquinamento, scarichi illegali, urbanizzazione selvaggia? Conoscendo poi quanto l'odore dei soldi sia forte in Italia, mi viene il pel d'oca a pensare cosa comporterebbe per il nostro paese un disastro ecologico simile. Vi spiego perchè.
Proprio in questi giorni ho letto una notizia sconvolgente sul disastro ecologico che era stato causato dall'esplosione della superpetroliera Haven davanti alla costa ligure (tra Savona e Genova, a 3 km dalla costa), avvenuta alle ore 12:30 dell'11 aprile 1991, una delle più gravi sciagure ambientali della storia italiana. Nell'esplosione morirono tra l'altro 5 persone: la petroliera (che trasportava 144.000 tonnellate di greggio) bruciò per tre giorni, dopo di che il 14 aprile alle ore 10:30 si inabissò (il cassero di poppa a 36 metri di profondità e la chiglia a 80). Sui fondali sono rimaste oltre 42.000 tonnellate di greggio sparsi su una superficie di circa 200 kmq: intanto l'11 marzo 2000 la Corte d'Appello di Genova assolve gli armatori della Haven (mentre i pm avevano chiesto per loro 7 anni per omicidio colposo plurimo e disastro colposo), e poi di fronte alla richiesta di danni di ben 2.000 miliardi di lire avanzata dagli esperti l'Italia ne riesce ad incassare solo 117! Tutto finito? No, perchè qui viene il bello (anzi, il brutto): dopo quasi vent'anni, una denuncia della trasmissione televisiva "Report" (http://www.report.rai.it, in onda ogni domenica sera su RaiTre alle ore 21:30) scopre che le 42.000 tonnellate di greggio sono oggi ancora sul fondo del mare e da 20 anni sta inquinando e facendo ammalare i pesci che poi noi mangiamo. E i 117 miliardi di lire per la bonifica? Ne sono stati spesi solo 16 per bonificare una parte della Haven, bonifica affidata alla Protezione Civile..., certificando poi che la acque erano pulite!! E gli altri 101 miliardi di lire? Sono stati usati in altre opere: per rifare la passeggiata a mare di Arenzano, per sistemare alcune reti fognarie e alcune aree dell'ex ferrovia di alcuni comuni della costa ligure!!
Ma vi rendete conto? Lo Stato incassa dei soldi per bonificare il mare dal greggio depositato e cosa fa? Dichiara che le acque sono pulite, tanto in superficie non si vede niente, utilizza i soldi per altro e permette che noi continuiamo a mangiare pesci ammalati facendoci ammalare e morire di cancro!! Questo è lo Stato Italiano: e noi dovremmo essere felici delle nuove trivellazioni?

venerdì 6 novembre 2009

DIPENDENZA ENERGETICA DOPO L’ERA BUSH…

Ho trovato un interessante articolo di Simone Incontro sul quotidiano veronese L’Arena di domenica 1° novembre, dedicato all’uscita del libro intitolato “Petrolio shock” di Gabriele Catania, pubblicato da Castelvecchi Editore (344 pagine) ed incentrato sull’ormai fallimento della politica energetica mondiale basata sul petrolio. Il sottotitolo del libro “La crisi energetica dalle guerre di Bush alla polveriera iraniana” la dice lunga sul pensiero dello scrittore, secondo il quale Bush ed i suoi consiglieri conservatori (che speravano l’invasione dell’Iraq desse il via a un contro-shock petrolifero capace di abbattere le petromonarchie del Golfo) sono stati i principali responsabili del terribile shock energetico e della crisi finanziaria odierna.
Già qualcosa è cambiato con l’elezione di Obama: in questo primo anno di presidenza USA il tema che finora ha fatto più centro è stato senza ombra di dubbio la lotta al riscaldamento globale con la battaglia sull’ambiente. Poco più di un mese fa, durante il suo intervento al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite alla conferenza sul clima, Obama disse: “Il surriscaldamento del pianeta è una minaccia grave, urgente e crescente per il nostro pianeta. Se continuiamo di questo passo, rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile”. Frase che Bush non avrebbe mai pronunciato… Per questo Obama vuole puntare sulle energie rinnovabili, su una nuova generazione di invenzioni e di prendere la California come modello energetico (così come Maurizio Molinari ha scritto nel suo libro “Il Paese di Obama”, edito da Laterza, 196 pagine): si vuole quindi contemporaneamente combattere il surriscaldamento del pianeta, aiutare la ripresa economica nazionale e ridurre la dipendenza energetica da paesi instabili come quelli arabi e il Venezuela.
Ritornando a quanto Gabriele Catania scrive nel suo libro “Petrolio shock”, lo shock petrolifero ha colpito l’Europa ed il Giappone molto più dell’America, ormai una superpotenza post-industriale e post-idrocarburica (infatti 2/3 del petrolio usato negli Stati Uniti è destinato ai trasporti). Basti pensare che l’Unione Europea importa all’incirca la stessa quantità di petrolio degli USA e che ne è il secondo consumatore mondiale; inoltre, come sottolinea lo stesso Catania, l’unica grande potenza che è riuscita a tenere il passo di Cina ed India è stata quella americana (perfino nel 2008, nonostante due guerre costosissime, 26 fallimenti bancari, la recessione immobiliare e il crollo delle Borse, gli USA hanno fatto registrare un Pil leggermente superiore a quello dell’Unione Europea!!!).
E arriviamo alla dipendenza energetica: ben il 74.5% dell’energia consumata in Italia è ricavato da petrolio e gas naturale, ricordando che il nostro paese deve importare buona parte dell’energia che consuma (dipendenza energetica dell’87%...). Peggio di noi all’interno dell’Unione Europea solo Cipro, Malta, Lussemburgo e Irlanda, mentre questa dipendenza energetica scende al 61% in Germania, al 51% in Francia e al 21% in Gran Bretagna… Se Bush (o un conservatore) avesse continuato a governare, ulteriori guerre a paesi del Golfo avrebbero comportato al taglio dei rifornimenti petroliferi ai paesi energicamente dipendenti (tra cui l’Italia) con conseguenze inimmaginabili. Certo, dovrebbero essere altri i motivi che dovrebbero portare ad un distacco dagli idrocarburi: la questione ambientale, la lotta al riscaldamento globale, la lotta all’inquinamento, il risparmio economico, la salute dei cittadini.
E, relativamente al nostro paese, non dovrebbe essere neppure l’energia nucleare a risolvere il problema, solo per il semplice motivo che l’Italia non ha fondi né per la costruzione di queste centrali né per smaltire le loro scorie (si devono ancora smaltire quelle di 20 anni fa…): il nostro fortissimo debito pubblico, con pochi eguali al mondo e che ci stiamo portando dietro da decenni, non può essere ignorato e ci costringerà sempre a scelte che devono essere valutate molto ma molto attentamente (e che invece potrebbero essere prese più facilmente in altri paesi). Quindi, se altri paesi possono permettersi “economicamente” le centrali nucleari (anche se ci sarebbe da discutere sulla convenienza e sulla sicurezza dell’energia nucleare, vedi miei precedenti post), da noi sembrerebbe molto più conveniente il ricorso alle energie rinnovabili, fotovoltaico in primis: com’è possibile che la Germania (paese notoriamente non così baciato dal sole) abbia più potenza fotovoltaica installata dell’Italia?

domenica 21 ottobre 2007

RISORSE INESPLORATE: lasciamo stare i mari e i Poli!!!

In conseguenza di un prossimo esaurimento delle risorse minerarie sulle terre emerse, vari Stati stanno cercando ora di imporre la loro sovranità sulle acque di mari ed oceani dei Poli terrestri al fine di sfruttare i presunti ricchi giacimenti rimasti finora inesplorati. La corsa è partita anche in vista dello scioglimento dei ghiacci dell'Artico, che consentirebbe un maggior sfruttamento dei fondali marini, ma ora il problema si pone anche per l'Antartico: infatti lo scorso 17 settembre la Gran Bretagna ha annunciato la rivendicazione di parte dei fondali marini dell'Antartide affermando che la decisione è "essenzialmente un'assicurazione sul futuro"! Infatti le leggi internazionali vigenti impediscono lo sfruttamento delle risorse minerali dell'area: il territorio dell'Antartide è infatti soggetto ad un trattato internazionale del 1961 che regola la convivenza tra gli Stati che vi svolgono esclusivamente attività di ricerca scientifica (la Gran Bretagna ha oggi due grandi stazioni di ricerca permanenti ed è stata la prima a sbarcare nell'Antartico nel 1908). La porzione di fondale marino al largo dell'Antartide a cui ambisce la Gran Bretagna ha una superficie di 2.600 kmq: tuttavia è ancora in corso una diatriba su quale sia il reale territorio interno e costiero (a causa della copertura variabile dei ghiacci): finora nessuno dei 7 Stati che rivendicano una fetta dell'Antartide si è prodigato per ottenere una risposta a questa diatriba. Già Australia, Cile ed Argentina avevano comunque recentemente avanzato una rivendicazione formale sull'Antartide... La Gran Bretagna si è mossa in quanto nel maggio 2009 scade il periodo entro il quale un paese deve consegnare le proprie rivendicazioni sullo zoccolo continentale in linea con le disposizioni di un trattato internazionale del 1982 sulla legge del mare, firmato sotto gli auspici dell'ONU e soggetto ad un lentissimo processo di ratifica: le rivendicazioni devono rispettare i limiti territoriali previsti dall'art. 76 del trattato, in base al quale il limite massimo di una rivendicazione non deve superare le 350 miglia nautiche dalla costa (circa 563 km). L'attuale limite delle acque territoriali è di 12 miglia (circa 20 km): ecco perchè la Gran Bretagna avanza le sue pretese... E' partita dunque la corsa per accaparrarsi le risorse minerarie inesplorate: petrolio e gas metano sulla terraferma prima o poi si esauriranno, quinidi poco importa distruggere Poli o fondali marini, l'importante è far funzionare una nazione, no? Non capisco coma possa essere consentito a dei paesi "spartirsi" un Polo e i suoi fondali: ci dovrebbe essere una legge ben chiara che sancisca la totale ed eterna inutilizzazione di questi Poli, ovvero i termoregolatori intatti (finora) del nostro Pianeta! Tanto vale quindi lanciare un appello alle energie rinnovabili come quello del mio precendete post su Gussing...

martedì 16 ottobre 2007

ROCKALL: cosa non si fa per il petrolio...

Quello che vedete nella foto è Rockall, uno scoglio di granito della larghezza di 27 metri e dell'altezza di 23 che affiora in pieno Oceano Atlantico a 368 km dalle coste della Scozia e a 424 km da quelle dell'Irlanda. Un insignificante scoglio in balia delle onde dell'Oceano (che spesso lo sommergono durante le tempeste) che sta scatenando un caso politico tra quattro nazioni (Gran Bretagna, Irlanda, Islanda e Danimarca) per contendersi il possesso dell'isolotto (Rockall in lingua gaelico antico significa "roccia che ruggisce"). Perchè direte voi questa disputa? Ebbene, i fondali attorno all'isolotto nascondono grandi giacimenti di petrolio e gas metano! Ecco perchè tutti ne rivendicano la sovranità!!! Infatti, in base alle nuove norme delle Nazioni Unite fino al 2009 un Paese può rivendicare il sottosuolo marino in un raggio di 500 km attorno ai suoi possedimenti marittimi, purchè non vi siano dispute con altri paesi. Però in questo caso la dispusta esiste: da decenni Gran Bretagna ed Irlanda rivendicano la sovranità sullo scoglio, alle quali si sono poi aggiunte anche l'Islanda e la Danimarca (quest'ultima sostiene che lo scoglio faccia parte dell'arcipelago danese delle Isole Faroe!). Ora i quattro Stati hanno aperto una trattativa con l'obiettivo di reclamare congiuntamente presso l'ONU il possesso di Rockall e pretendere una porzione del sottosuolo marino per ciascuno. Se il negoziato fallisse scoppierebbe una guerra diplomatica... Già qualcosa di strano successe in passato: nel 1955 la Gran Bretagna mandò sull'isolotto due elicotteri Royal Marines per piantare la Union Jack; nel 1984 un soldato irlandese si impiantò nell'isolotto ma morì affogato; nel 1985 un commando britannico vi trascorse una settimana! Cosa non si fa per il petrolio...

mercoledì 5 settembre 2007

Nigeria: dove il petrolio non giova alla popolazione!

Si tratta di una lunga storia quella tra l'Italia e il petrolio africano. L'ENI vi è impegnata da oltre 50 anni, prima nei paesi nord-africani (Egitto, Libia, Algeria e Tunisia) e dal 1962 anche in Nigeria. Proprio sul Delta del fiume Niger la produzione di idrocarburi (petrolio e gas) ha raggiunto nel 2005 i 152.000 barili al giorno, pari a circa il 15% della produzione totale del paese. Tuttavia la ricchezza che deriva da questi pozzi continua a non essere erogata alla popolazione nigeriana. La regione del Delta del Niger da anni è sotto i riflettori internazionali che difendono i diritti umani: in queste terre vi sono 30 milioni di abitanti provenienti da 40 etnie diverse e proprio qui vi si estrae la quasi totalità del petrolio della Nigeria (1° produttore africano e 7° al mondo). Il business delle concessioni petrolifere alle grandi miltinazionali produce ben l'80% del Pil del paese!! Purtroppo, però, nella zona del Delta di tutti i soldi che lo stato ha guadagnato in 50 anni non ne è arrivato un solo spicciolo! Non vi sono strade, ospedali, scuole, strutture, acqua potabile, energia elettrica; la gente si ammala di malaria, colera e tifo e non vi è assistenza medica, mentre la dissenteria è una piaga quotidiana per i bambini. Davvero interessante il reportage apparso nell'inserto "La Repubblica delle Donne" su "La Repubblica" di sabato 01 settembre. Un ragazzo nigeriano nell'intervista afferma: "Viviamo sulla ricchezza del paese, e non abbiamo nulla. Le grandi compagnie straniere arrivano, si accordano con i politici che stanno nella capitale Abuja e firmano ricchi contratti. Vengono qui e iniziano a trivellare. Hanno distrutto le nostre terre, hanno ucciso i nostri pesci, hanno fatto ammalare i nostri bambini. E cosa rimane per noi? Nulla, nemmeno ci assumono per lavorare nei campi di estrazione o nelle piattaforme off-shore. La nostra esistenza è così: viviamo sul petrolio, moriamo di petrolio". Qualcuno aveva provato in passato a denunciare questa drammatica situazione: nei primi anni '90 lo scrittore, ecologista e attivista politico, Ken Sarowiwa aveva attaccato la compagnia petrolifera Shell ed il governo nigeriano accusandoli di aver ignorato per anni i diritti ambientali ed economici del suo popolo, gli Ogoni. Quale fu il risultato? Lo scrittore, assieme ad altri attivisti, venne giustiziato nel 1995 dal regime militare di Sani Abacha, in seguito ad un processo farsa. Il governo pensava che così facendo avrebbe mantenuto la popolazione in silenzio e nel frattempo le venivano promesse le agognate infrastrutture... che non sono mai arrivate, ed anzi l'inquinamento è aumentato mentre le condizioni di vita sono rimaste pessime. Ecco allora che la rabbia comincia ad aumentare, soprattutto tra i giovani: si sono così formati dei gruppi che attaccano le compagnie petrolifere, sabotano le installazioni e rapiscono i lavoratori (anche italiani) con rivendicazioni e richieste politiche. Atti non perdonabili ma certamente capibili... Un altro paradosso della Nigeria è che il paese produce petrolio ma non è in grado di raffinarlo per il mercato interno, così esporta greggio e reimporta benzina!! I prezzi salgono così alle stelle e la gente scende in piazza per protestare, invano... Con i proventi del greggio la Nigeria potrebbe dare al suo popolo ottime infrastrutture e un buon stile di vita, ma quel denaro finisce direttamente nei conti all'estero dei politici mentre oltre la metà della popolazione vive con un dollaro al giorno! E intanto il mondo occidentale (cioè NOI) si arricchisce sulle fortune e sulla pelle di quei malcapitati, stiamo rubando loro le loro ricchezze, rendiamoci conto che senza di loro il mondo occidentale non sarebbe così evoluto! Eppure continua ad essere così egoista, questo maledetto mondo occidentale: basti pensare al dispiegamento di eserciti nazionali in Iraq (per destituire Saddam?) e non nel Darfur...

Mar Caspio: ENI colpevolizzata di danni ambientali...

Nel 2000 viene scoperto da una cordata di multinazionali guidata dall'ENI un grosso giacimento di petrolio a Kashagan, in Kazakistan: si tratta del più grande pozzo di petrolio scoperto negli ultimi 30 anni. L'ENI non se l'è fatto scappare... ed ha realizzato una cordata per appiopparsi il giacimento: l'ENI è azionista (col 18,52%) nonchè gestore operativo del progetto mentre gli altri partner sono la compagnia di stato kazaka Kmg (8,33%), la Conocophillips (9,26%), la Exxon (18,52%), la Shell (18,52%), la Total (18,52%) e la Inpex (8,33%): niente male come nomi... Dopo poco cominciano i lavori per la realizzazione del giacimento petrolifero: a tutt'oggi l'estrazione petrolifera non è ancora cominciata ma il governo kazako, tramite il suo ministro dell'ambiente Nurlan Iskakov, ha già sollevato dei forti dubbi su questo giacimento in quanto sembra che le attività non stiano rispettando le leggi ambientali kazake. Per tale motivo il governo kazako è intenzionato a revocare l'autorizzazione precedentemte rilasciata per prevenire danni irreversibili all'ambiente derivabili proprio dalle attività di estrazione del greggio. Il primo ministro kazako Karim Masimov si è detto molto deluso per come questo progetto viene portato avanti e ha dichiarato che se l'operatore non risolverà questo problema sarà costretto a cambiare il progetto. I forti dubbi derivano da una forte moria di trichechi che si è avuta nella zona negli ultimi mesi, e si tratta solo di lavori per la realizzazione dell'impianto... La Cordata di multinazionali ha confermato di aver ricevuto la notifica di una presunta violazione ambientale, a causa degli scarichi industriali. Tuttavia c'è qualcosa di strano: lo scorso 30 luglio, infatti, il governo kazako minaccia l'ENI di rivedere il contratto a causa dei ritardi dei lavori di realizzazione dell'impianto (infatti l'estrazione è già stata spostata dal 2008 al 2009) e del lievitare dei costi (passati da 56 a 136 miliardi di euro per l'intera vita dei poizzi), anche se è già cominciata una trattativa per un aumento dello sfruttamento dei pozzi da 1,2 a 1,5 milioni di barili al giorno e per un aumento richiesto dal primo ministro kazako anche della quota di greggio spettante alla compagnia di stato Kmg. Il fatto che negli ultimi anni il blocco per pericoli ecologici sia già stato utilizzato in Russia per rinegoziare gli importanti contratti già firmati porta a pensare che il governo kazako non sia così preoccupato dei pur reali danni ambientali, quanto invece del denaro che arriverà nelle sua casse (ne è l'esempio la compagnia petrolifera Chevron che, sempre al Kazakistan, ha dovuto versare ben 866 milioni di euro entro il 2009 per "compensazioni ambientali" per evitare la revoca della concessione). Non vorrei che da questa battaglia l'unico che ne uscisse sconfitto fosse proprio l'ambiente...

martedì 17 luglio 2007

Petrolio e gas: scoppia la guerra dei tubi!

Traggo spunto da un editoriale apparso sull'inserto "Il Venerdì" del quotidiano La Repubblica del 13 luglio 2007, realizzato dal giornalista Angelantonio Rosato: editoriale molto interessante centrato sulla nuova "guerra" Usa-Urss che in passato era incentrata su missili e testate nucleari,oggi invece sulle pipeline, ovvero i tubi che trasportano petrolio e gas, e tutto questo per poter ottenere il controllo delle sfere d'influenza. Il problema in sostanza è dove far passare queste pipeline che dalla Russia e dall'Asia trasportano petrolio e gas verso l'Europa e gli USA... Il nocciolo del problema non è solo accaparrarsi questi prodotti, ma anche trasportarli in maniera pratica ed economica fino al paese di consumo, controllando quindi sia il paese acquirente sia il paese fornitore! Attualmente sono due le pipeline che partono dalla Russia e sono dirette verso l'Europa: quella bielorussa-polacca a nord e quella che attraversa l'Ucraina a sud. Negli ulktimi 2-3 anni (soprattutto d'inverno) sono sorti molti problemi legati ai contrasti tra il governo russo e quello dei paesi di transito (come l'Ucraina) con risvolti negativi sugli stessi fornimenti di gas: per questo si sta pensando alla realizzazione di due progetti alternativi a questi esistenti. Il primo si chiamerà "North European Gas Pipeline": nato da un accordo tra Putin e Schroder, si tratta di un gasdotto sottomarino (passerà sotto il Mar Baltico) che collegherà la Russia (da Vyborg) alla Germania (a Greifswald), con possibile estensione a Olanda, Danimarca e Gran Bretagna, con lo scopo principale di evitare il passaggio tramite Bielorussia e Polonia. Il secondo si chiamerà "South Stream": nato da un accordo tra Eni e Gazprom..., si tratta di un gasdotto sottomarino che partirà dal Turkmenistan, percorrerà 900 km ad oltre 2.000 metri di profondità nel Mar Nero e riaffiorerà sulla costa bulgara diramandosi in due tronconi (uno verso Austria e Slovacchia attraversando Romania e Ungheria, l'altro verso Grecia e Albania arrivando in Italia dal Golfo di Otranto), con lo scopo di evitare il passaggio tramite l'Ucraina (fornirà 30 miliardi di mc di gas all'anno). Si tratta di due gasdotti costosissimi, contrastati da molte opposizioni locali ma spalleggiati dagli USA (naturalmente...) ma anche dalla nostra cara Unione Europea (che parla di politica energetica comune...): si tratta di una vera e propria battaglia tra super-potenze per controllare le riserve di combustibili fossili. Alla faccia della lotta all'inquinamento e all'effetto serra, alla faccia dell'impegno promesso (e mal realizzato) delle energie rinnovabili, alla faccia dell'impegno ad abituare la popolazione a fonti di energia alternative ai combustibili fossili: ci stanno praticamente prendendo in giro, governi e multinazionali stanno solo cercando di accaparrarsi quel che ormai resta di queste riserve di petrolio e gas metano. Loro si stanno arricchendo a dismisura, stanno progettando il loro futuro dorato ma stanno distruggendo quello del nostro pianeta. Fiumi di parole sono usciti da troppe bocche per poter coprire questa nefandezza. Ma arriverà il momento che si esauriranno questi maledetti petrolio e gas metano, eccome se arriverà: non aspetto altro! E quando accadrà, cosa ci diranno?

mercoledì 6 giugno 2007

Scioglimento dell'Artico: ma cosa leggo...

Rabbrividisco nel leggere alcuni articoli relativi alle conseguenze del cambiamento climatico in corso: ma rabbrividisco non tanto per gli articoli in sè ma per chi li pubblica. Mi riferisco, com già capitato spesse volte in passato, ad un rinomato sito di meteorologia nazionale, meteolive.it, il quale (pur rispettandone le proprie idee contrarie a quanto ci viene detto sul surriscaldamento globale) pubblica articoli che hanno poco a che fare con la serietà di un sito di meteorologia, il quale dovrebbe essere il primo ad informare sulla realtà delle cose o quanto meno su come risolvre i problemi ambientali.
Lo scioglimento dell'Artico è ormai una realtà: tuttavia, il ritiro dei ghiacci sta portando a conoscenza un grande patrimonio sommerso fatto di giacimenti di idrocarburi, petrolio, gas ed idrati di metano, ma anche di oro, nichel, cromo, titanio e pietre preziose (propio grazie a ciò il Canada è diventato il 3° produttore mondiale di diamanti!). Molti paesi stanno ora reclamando i fondali artici: il Trattato delle Nazioni Unite del 1994 (che regola la spartizione delle acque marine tra le nazioni del mondo) stabilisce che la sovranità nazionale di uno stato costiero si estende sui fondali marini fino a 350 miglia dall sue coste. Ora la Russia sta reclamizzando il 50% dei fondali artici... idem per Danimarca (è sua la Groenalndia), Norvegia, USA e Canada.
Corretta informazione questa da parte del sito: certo, però, sostenere che l'effetto-serra potrebbe essere una catastrofe ambientale per il resto del mondo ma non per la popolazione degli Inuit mi sembra un pò eccessivo! Sembra quasi una esortazione alle imprese ad approfittare (lo farebbero lo stesso) di questa situazione: sarebbe un arricchimento economico non da poco! A mio parere, non mi sembra una informazione tanto "scientifica", non vedo la minima denuncia allo sfruttamento di una simile situazione che aggraverebbe ulteriormente la dipendenza del pianeta dai combustibili fossili e la situazione del nostro malato clima. Ma tant'è: lo scioglimento dei ghiacci artici è una realtà, c'è chi sostiene sia colpa dell'effetto-serra e del conseguente surriscaldamento globale e che invece sostiene si tratti di una semplice fluttuazione climatica... Fatto sta che (scusate la battuta) finchè c'è petrolio non c'è speranza (per il nostro clima)!

martedì 5 giugno 2007

Allarme petrolio nel Mediterraneo!

In media si contano nel Mediterraneo circa 60 incidenti marittimi all'anno, di cui 15 coinvolgono navi che trasportano petrolio e sostanze chimiche: ogni anno verrebbero versate nel nostro mare da 100 a 150 mila tonnellate di idrocarburi! Ciò si riscontra anche dalla densità di catrame pelagico nell'acqua: ben 38 milligrammi/mc, la più alta del mondo! Le zone più a rischio sono gli Stretti di Gibilterra e di Messina, il Canale di Sicilia nonchè i porti di Genova, Livorno, Civitavecchia, Venezia, Trieste, Pireo (Atene), Larnaca (Cipro), Beirut (Libano) ed Alessandria d'Egitto. Quotidianamente le acque del Mediterraneo sono solcate da 2.000 traghetti, 1.500 cargo e 2.000 imbarcazioni commerciali, di cui 300 navi cisterna (pari al 20% del traffico petrolifero marittimo mondiale) che trasportano ogni anno 340 milioni di tonnellate di petrolio (pari a ben 8 milioni di barili al giorno). Cifre impressionanti: basti pensare che lungo le coste mediterranee ci sono 584 città, 750 porti turistici, 286 porti commerciali, 13 impianti di produzione di gas, 180 centrali termoelettriche, 82 porti petroliferi ed 82 raffinerie, tanto che tali coste sono tra le più antropizzate del mondo! Dei 400 milioni di abitanti dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo ben 13o milioni abitano sulle coste. Per quanto riguarda l'Italia, sulle sue coste ci sono 17 raffinerie che lavorano 1/4 del petrolio di tutto il Mediterraneo (2.300.800 barili al giorno) e 14 porti petroliferi! Dal 1985 ad oggi si sono verificati 27 gravi incidenti che hanno versato in acqua complessivamente 270.000 tonnellate di idrocarburi: il primato lo detiene l'Italia (!) con 162.000 tonnellate, seguita da Turchia e Libano... Si tratta di un problema molto serio: si parla sempre più di energie rinnovabili ma il petrolio continua a farla da padrone. Sarebbe già importante riuscire ad arrestare l'orribile scarico in mare delle acque di lavaggio delle cisterne petrolifere, magari consentendo lo scarico di tali acque presso dei depositi costieri (ma nessuno lo fa...). E magari diffondere obblighi più restrittivi circa la navigazione dei carichi pericolosi in caso di avverse condizioni atmosferiche (all'origine della maggior parte degli incidenti...), ma anche in tal caso nessuno lo fa... Purtroppo le politiche dei paesi sono ancora fortemente dipendenti dall'oro nero...

martedì 29 maggio 2007

Petrolio: i regali dello Stato alla raffineria di Moratti....

Ho trovato un'interessante (ed inquietante!) inchiesta su La Repubblica di sabato 26 maggio realizzata da Carlo Bonini e Walter Galbiati intitolata "Quei milioni dello Stato alla raffineria di Moratti". L'inchiesta riguarda la raffineria di petrolio di Sarroch (cittadina posta a 25 km da Cagliari, sulla costa sud-orientale della Sardegna), che è la più grande raffineria del Mediterraneo e che è di proprietà della famiglia Moratti (quella dell'Inter...): ben 15 milioni di tonnellate di greggio lavorate ogni anno (corrispondenti a 300.000 barili al giorno) pari ad 1/4 della capacità di raffinazione italiana. Si tratta del cuore dell'azienda di famiglia Saras: da essa "pompano" varie compagnie di carburanti come Shell, Eni, Total, Tamoil, Q8, ecc... Fin qui nulla da eccepire: quella che inquieta (e che è il centro dell'inchiesta) è che lo Stato italiano ha versato all'azienda negli utlimi 10 anni ben 200 milioni di euro, elargiti a fondo perduto attraverso tre "Contratti di Programma" (denominati Saras I, Saras II e Saras III), programmi firmati dai vari presidenti che negli anni si sono succeduti alla guida del Cipe (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), equamante distribuiti tra centro-destra e centro-sinistra (Carlo Azeglio Ciampi, Vincenzo Visco, Domenico Siniscalco, Mario Baldassari, Giancarlo Pagliarini e.... Giulio Tremonti!). Con questi 200 milioni di euro sono stati rinnovati gli impianti dell'azienda consentendone la quotazione in Borsa e traendone naturalmente ulteriori benefici: si tratta di oltre 2 miliardi di euro di cui 1.700.000.000 di euro percepiti da Massimo e Gian Marco Moratti e soltanto 360.000.000 di euro elargiti al gruppo! Ricordiamo che i "Contratti di Programma" vengono fatti dallo Stato per incentivare le imprese a realizzare progetti strategici in aree depresse in periodi di transizione ed il loro valore viene misurato nella creazione di nuovi posti di lavoro. Tra il 1995 e il 2004 la Saras di "Contratti di Programma" ne ha sottoscritti ben 3, un caso unico in Italia (poche altre aziende ne hanno beneficiato, come Eni e Fiat): in base ai contratti solo una parte degli investimenti sarebbe dovuta essere impiegata nella sistemazione della raffineria mentre un'altra parte sarebbe dovuta andare in investimenti collaterali per progetti di ricerca. Alla data odierna, solo Saras I si è chiuso mentre gli altri due contratti devono ancora essere sottoposti alla verifica finale del raggiungimento degli obiettivi (dopo di chè nel bilancio dell'azienda tali finanziamenti pubblici passano dalla voce "debiti verso lo Stato" a voce di "sovvenzioni a fondo perduto"). Tirando le somme, si è evidenziato che Saras per ristrutturare la raffineria ha speso in totale 508,5 milioni di euro di cui ben 197,17 elargiti dallo Stato; nelle attività collaterali per progetti di ricerca (che l'azienda non avrebbe mai fatto senza l'aiuto dello Stato) la Saras ha investito 83,8 milioni di euro dei quali ben 58,2 milioni ricevuti in agevolazione, quindi con una spesa netta di appena 25,6 milioni di euro!!! Credo che la famiglia Moratti abbia speso volentieri 25,6 milioni di euro sapendo di riceverne 197,17 dallo Stato! Ricordiamo infine che i "Contratti di Programma" hanno creato alla Saras 269 posti di lavoro: ebbene, ogni singolo posto di lavoro è costato allo Stato italiano tra 400.000 e 1.000.000 di euro, quando per i "Contratti di Programma" sottoscritti con altre società si era arrivati al massimo a 166.000 euro!!! Ecco come viene sprecato il denaro dei cittadini italiani...

domenica 10 dicembre 2006

ASTANA (Kazakhstan, ex URSS): è sempre il petrolio a comandare...

Lo potrete considerare anche un prolungamento del mio precedente articolo su BAKU. Infatti oggi parliamo di un'altra città ex URSS, ovvero Astana, la nuova capitale del Kazakhstan (Russia centrale). Valgono praticamente le stese cose scritte in quell'articolo: le enormi risorse petrolifere stanno arricchendo a dismisura solo una piccolissima parte della popolazione, mentre la stragrande maggioranza vive in miseria. Il presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbaev, divenuto tale nel 1991 (e riconfermato nel 2005 con un umoristico 91.6%!), è il 6° uomo più ricco del pianeta! Ha trasformato il suo paese nella 3° potenza energetica mondiale: nelle due principali città dello stato, Almaty e la nuovissima capitale Astana fondata nel 1997 (!), stanno nascendo migliaia di grattacieli di cristallo che naturalmente rimangono vuoti (si cerca infatti di investire il denaro ricavato dal petrolio nell'edilizia in quanto è ormai troppo rischioso riciclarlo all'estero a causa dei severi controlli bancari). Gli immobili si rivalutano del 120% all'anno (!): sono sorte piramidi di cristallo, palazzi-fiore, centri commerciali a forma di conchiglia in granito: non solo, ma anche lotti minimi da 300.000 metri quadrati, appartamenti standard da 500 mq, ville da 10.000.000 di dollari! Purtroppo il 96% del denaro e delle risorse nazionali sono nelle mani dell'8% della popolazione! Nella sola capitale Astana negli ultimi 5 anni sono sorti ben 47 casinò e 192 ristoranti!! Le ambizioni del presidente sono notevoli: l'ingresso nel Wto con la Russia nel 2008, la presidenza dell'Ocse nel 2009, le Olimpiadi invernali nel 2016 a Talgar e l'entrata in produzione dei giacimenti petroliferi di Kashagan (i più grandi scoperti nel mondo negli ultimi 30 anni). Ma intanto il 92% della popolazione vive in miseria...
Fonte il quotidiano La Repubblica, sito http://www.repubblica.it

mercoledì 6 dicembre 2006

BAKU: le mani di Mosca sul petrolio del Mar Caspio







Bak
u è la capitale dell'Azerbaijan, repubblica posta nell'area del Caucaso (Russia) lungo la sponde del Mar Caspio: la città, posta su tale mare sulla penisola di Apseron, ha una popolazione di oltre 1.100.000 abitanti e per la somiglianza del suo golfo è gemellata con Napoli (a tal proposito visitate il sito de "Le Napoli nel mondo" http://www.napolinelmondo.org/). La città è famosa per le sue piattaforme petrolifere, data l'immensa ricchezza di petrolio sotto il Mar Caspio: due oleodotti partono dalla città e si dirigono uno sul Mar Nero ed uno in Russia, mentre altri 3 sono in progetto! Proprio il petrolio rappresenta una incredibile fonte di ricchezza, ma solo per pochi fortunati che, cresciuti sul modello Urss-Putin, si stanno arricchendo in una maniera esagerata con notevoli influenze sullo sviluppo della città. Certo, nel solo 2006 si sono prodotti 600.000 barili di petrolio al giorno facendo aumentare il Pil del 35% e il bilancio dello Stato del 60%, ma il tasso di disoccupazione del Paese resta del 40% e lo stipendio medio mensile è di circa 200 dollari!! Per non parlare del fatto che il leader Ilhama Aliev ha vinto nel 2003 le elezioni presidenziali probabilmente tramite brogli, mentre è stato chiuso l'ultimo giornale dell'opposizione: tutto tramite copione di Mosca, ovvero repressione, terrore e controllo totale! Tutto si tramuta in un popolo di 8.000.000 di poveri azeri e in una striminzita elite straricca. Proprio per queste risorse stanno sorgendo a Baku ben 530 grattacieli, mentre in tre anni sono stati costruiti 1.700 palazzi, tutti quasi deserti. Più cantieri che a Shangai, nonostante il 30% della gente viva con meno di 2 dollari al giorno! Resta ufficialmente segreto perchè si investa così tanto in una foresta di grattacieli che poi rimangono vuoti: in realtà, l'obbiettivo è quello di riciclare il denaro proveniente dalle risorse petrolifere investendolo in costruzioni (infatti a causa dell'irrigidirsi dei controlli bancari è rischioso riciclare il denaro all'estero). Dopo l'indipendenza del 1991, molte Repubbliche ex-sovietiche coltivavano molti sogni ma evidentemente il potere di Mosca è ancora molto molto forte, tanto che le cose sono rimaste come prima....