venerdì 30 maggio 2008

Salvatore Settis: “NON TRADITE LA CULTURA”

Questo è il titolo dell’articolo di Salvatore Settis apparso sul quotidiano La Repubblica di venerdì 23 maggio 2008 e rivolto al nuovo governo (ma anche all’opposizione) in merito alla protezione del territorio ed in particolar modo a quel “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” appena entrato in vigore e al quale lo stesso Settis ha dato un’impronta notevole.
Come ricorda egli stesso, è arrivato il momento di dedicarsi veramente a questo Codice: Codice che è stato impostato dall’allora ministro Urbani e poi corretto, senza modificarne l’impianto, da Buttiglione prima e da Rutelli nella scorsa (e appena chiusa) legislatura. La nuova versione del Codice in vigore, fortemente voluta dal ministro Rutelli e fedele a quanto scritto nella Costituzione a proposito di tutela del territorio e del paesaggio, deve ora essere attuata e perché questo avvenga devono accadere tre cose:

  • un reclutamento straordinario (basato esclusivamente sul merito personale) di persone esperte per la tutela del territorio e dei beni culturali, che sostituiscano le cariche presenti al loro posto da decenni senza aver mai subito alcun turn-over;
  • l’adeguamento delle normative delle singole Regioni a quelle del nuovo Codice;
  • la risoluzione dei problemi della finanza locale, i quali stanno spingendo i Comuni ad un consumo selvaggio del territorio al fine di racimolare miliardi di oneri di urbanizzazione per risanare le casse comunali (che da un po’ di tempo stanno subendo il contraccolpo dei tagli dei finanziamenti statali, e la recente abolizione dell’ICI non aiuta in questo senso…).

In merito all’ultimo punto, la situazione è davvero grave in tutta Italia: abbiamo il più basso incremento demografico d’Europa ma, allo stesso tempo, il più alto tasso di consumo del territorio!!! Questo la dice lunga: nel tempo si è abbandonato il recupero degli edifici esistenti (dai quali non si ottengono oneri di urbanizzazione…) causando lo spopolamento dei centri storici e, allo stesso tempo, ha portato ad una incontrollata espansione delle periferie (nuove lottizzazioni e nuovi edifici dai quali si ottengono fior fiore di oneri…). I dati dell’ISTAT parlano chiaro: dal 1990 al 2005 (dunque in soli 15 anni) mediamente in Italia si sono consumati suoli liberi per un 17% della superficie nazionale, mentre a livello regionale spiccano la Sardegna (21%), la Sicilia (22%), l’Emilia Romagna (22%), la Calabria (26%) e la Liguria (addirittura il 46%!!). Dal 1950 al 2005 il suolo libero italiano è diminuito di ben il 41% (da 30 milioni a 17,8 milioni di ettari!), mentre la superficie agricola dal 1982 al 2007 è diminuita di ben il 21% (mediamente 132.000 ettari all’anno!!!). Un vero e proprio scempio…
Ed ha ragione anche Carlo Petrini quando nel suo articolo “Una cultura da cambiare” (apparso sul quotidiano La Repubblica di mercoledì 21 maggio 2008) dice che non si sarebbe dovuto parlare di “ambientalismo del fare” in campagna elettorale, ma piuttosto di “ambientalismo del fare…bene”. Poco importa realizzare cementifici, autostrade, raffinerie e quant’altro all’interno di un’area verde o protetta o agricola, l’importante è che faccia muovere l’economia, no? Riporta il giornalista: “Bisogna stare attenti perché la cultura del fare, se non ha filtri, diventa la cultura del rifare, del disfare, del fare troppo per poi sfasciare. È una cultura subdola perché si spaccia per libertà, progresso, benessere… La cultura del fare ci ha portato a fare male, a fare troppo. A fare cose che ci costano tanti soldi, e per avere quei soldi dobbiamo lavorare di più e per lavorare dobbiamo fare, fare, fare”. L’ambientalismo del fare sta nella gran parte dei politici (e con loro l’opinione pubblica plasmata da giornali e TV) che sono a favore del ritorno al nucleare e dei termovalorizzatori; l’ambientalismo del fare bene sta invece in quella minima parte (purtroppo…) che al ritorno del nucleare preferisce uno sforzo maggiore sulle energie rinnovabili ed una raccolta differenziata al massimo in tutta Italia evitando gli inceneritori. Evidentemente gli interessi economici prevalgono su tutto, anche sul nostro amato (per noi) territorio.
E, sempre a proposito di tutela del paesaggio, mi meraviglio come alcuni autorevoli giornalisti (come Mario Pirani del quotidiano La Repubblica) si stiano scagliando contro gli impianti eolici: premettendo che personalmente trovo affascinanti queste pale eoliche perché mi danno l’idea di un ambiente pulito e tranquillo, sono certamente d’accordo che questi impianti vadano installati in luoghi scelti con ragionevolezza, ma da qui a farne una vera e propria battaglia mi sembra esagerato considerando la necessità delle energie rinnovabili, anche perché sono gli stessi giornalisti che non si strappano i capelli (ma proprio nemmeno uno!) per le centrali elettriche a carbone, per i tralicci dell’Enel, per le centrali nucleari, per i termovalorizzatori…

lunedì 26 maggio 2008

Rifiuti: risposta alla lettera di cui al precedente post...

Cari blogger, relativamente al precedente post mi è arrivata la risposta alla lettera che proprio stamattina ho inviato al giornalista Federico Guiglia. Con molto piacere vi pubblico il testo della risposta (spero con la pubblicazione di fare cosa gradita al sig. Guiglia):
"Gentile lettore Montagna, non posso rispondere punto per punto alla sua lunga lettera; altrimenti dovrei scrivere un secondo articolo. Né, credo, sia costruttivo impugnare il pregiudizio ("poliziotti servi di uno Stato fascista", addirittura!), perché questo tipo di polemica ideologica nulla ha a che vedere con la realtà nazionale e internazionale dei fatti: la Campania immersa nell'immondizia. Di questo stiamo parlando. Vedremo presto dove lo Stato avrà deciso di aprire le necessarie e urgenti discariche. Confido, come tutti gli italiani di buon senso, che tali decisioni saranno prese non solo a ragion veduta (e se così non fosse c'è sempre un giudice, a Berlino, per far rispettare la Legge; e molta informazione per denunciare qualunque eventuale abuso, giusto?), ma anche ascoltando, doverosamente, le buone ragioni delle popolazioni locali. Ascoltando ma decidendo: dopo quattordici anni. Lo Stato non è un ente astratto che vive sul pianeta Marte -anche se a volte può sembrarlo-, ma è costituito da sessanta milioni di cittadini sempre più consapevoli, e che hanno mille modi per far sentire il loro sacrosanto punto di vista. Mille, fuorché uno: la violenza. Chi ricorre alla violenza, come ho scritto, non dialoga. Ricambio i più distinti saluti e grazie per la Sua attenzione".
Sono contento per due cose: la prima è che il sig. Guiglia concorda con me sul senso di dovere che lo Stato deve avere nei confronti della salute dei suoi cittadini, la seconda è che apprendo oggi che le proteste (pacifiche) dei cittadini hanno portato finalmente lo Stato ad ascoltarli. Ora vedremo l'evolversi della situazione.

Emergenza rifiuti e… ritorno del fascismo!

Voglio fare alcune mie personali puntualizzazioni sul problema dell’emergenza rifiuti in Campania: tale problema l’ho già affrontato in diversi post in passato. Oggi voglio affrontarlo in maniera un po’ diversa dal solito, ovvero pubblicando la mia personale lettera di risposta che ho inviato al giornalista Federico Guiglia in merito al suo editoriale intitolato “Emergenza pattume, il momento di farla finita” pubblicato sul quotidiano locale veronese L’Arena (con orientamenti di centro-destra…) di domenica 25 maggio 2008. Questo è il testo integrale della mia lettera.
“Egregio sig. Guiglia, ho letto con amarezza il suo editoriale ‘Emergenza pattume, il momento di farla finita’ apparso sul quotidiano L’Arena di domenica 25 maggio 2008. L’ho letto con amarezza perché ancora una volta trovo conferma di come allo Stato italiano poco interessi dei suoi (alcuni) cittadini, affrontando alcune problematiche nella maniera che più ad esso porta vantaggio d’immagine. Nel merito dell’emergenza rifiuti in Campania, si tratta senza ombra di dubbio di una delle piaghe più disgustose che il nostro Paese abbia conosciuto e della quale sono colpevoli governi (di destra e di sinistra) ed amministrazioni locali, fino ai recenti Bassolino e Iervolino: 14 anni non sono pochi (tanto la durata dell’emergenza) e in tutto questo tempo se ne sarebbero potute trovare di soluzioni efficaci anziché tamponatrici per risolvere il problema. Invece niente è stato risolto da nessuno. Ora, come promesso in campagna elettorale, il nuovo esecutivo Berlusconi ha preso di petto l’emergenza emanando un decreto sul quale si denotano luci ed ombre: nel mio blog (se avrà voglia e tempo di visitarlo Le do il link: http://90meteo.blogspot.com) più volte ho trattato in passato dell’argomento ribadendo il fatto che (come già succede in molte parti d’Italia) una perfetta (e pulita) filiera dei rifiuti dovrebbe prevedere la raccolta differenziata porta a porta, riciclaggio negli appositi impianti di tutti i materiali differenziati (fino all’85% del totale) portandoli a nuova vita, la restante minima parte (15-20%) rappresentata dal rifiuto secco andrebbe trattata e depositata in discarica (discarica ben impermeabilizzata) che dunque non creerebbe alcun problema di spazio e di inquinamento. Questo naturalmente non comporterebbe neppure l’utilizzo di termovalorizzatori (e sarebbe un bel contributo in fatto di qualità dell’aria che respiriamo e di risparmio di denaro, visto che l’inceneritore di Acerra è costato finora 240 milioni di euro e ne servono ancora 120 per terminarlo…). Questa potrebbe essere la soluzione per risolvere l’emergenza campana in futuro: sono pienamente d’accordo invece con l’attuale decreto che, per risolverla, ora è necessaria l’apertura di discariche in Campania per stoccarvi le tantissime tonnellate di rifiuti presenti per strada. Quello che invece non approvo del decreto è l’utilizzo dell’esercito per sopprimere le proteste dei cittadini contro alcune discariche: è un chiaro segnale di pensiero fascista, sembra di tornare indietro nel tempo, o la pensi come me oppure ti manganello e ti incarcero. Le dico questo perché la maggior parte degli organi di informazione (giornali e TV) stanno assimilando tra loro le proteste di questi cittadini e la politica del “no” degli ambientalisti: io sono un’ambientalista, sono iscritto ad un’associazione ambientalista ma non ho problemi ad ammettere che (come detto sopra) al momento servono discariche in Campania per smaltire l’emergenza. Quello che dovrebbe fare responsabilmente lo Stato sarebbe una scelta oculata di queste discariche: il decreto ne prevede 10, ma non è che stiano protestando tutti i cittadini dei 10 comuni in cui saranno presenti tali discariche. Stanno protestando quelli di Chiaiano per il semplice fatto che la discarica contesa è praticamente in paese: non stanno protestando per la protezione dell’area verde, ma per la loro salute. Sono decenni che convivono con questa discarica (e con le promesse di chiuderla) mentre il percolato della discarica stessa (realizzata senza alcuna protezione) sta inquinando le falde acquifere, portando la gente residente ad ammalarsi, molto di più che in altre parti, di tumori, leucemie e patologie congenite (addirittura malformazioni nei neonati): secondo Lei, queste persone non dovrebbero protestare? Io voglio proteggere la mia salute e vengo incarcerato: chiaro esempio fascista! Tutti noi stiamo parlando bene perché non abbiamo la discarica sotto casa e non viviamo con la paura che le falde acquifere ne vengano inquinate: quindi, era proprio necessario riaprire la discarica di Chiaiano? Secondo Lei, non c’era altro posto in Campania (che è così grande) in cui realizzare una discarica lontana dai centri abitati? Lo stesso Bertolaso un anno fa disse che la discarica di Chiaiano non era più adatta a ricevere altra spazzatura: si è ricreduto? Su che cosa? Berlusconi come l’ha convinto? Secondo Lei, uno Stato democratico dovrebbe tutelare l’immagine turistica di Napoli prima della salute dei suoi cittadini (per quanto pochi siano rispetto al totale nazionale)? Credo proprio di no, la scelta poteva essere fatta in maniera più sensata. Lei si chiede dov’erano ieri e 14 anni fa i rivoltosi di oggi che mai alzarono un dito e men che meno barricate per costringere i loro governanti a togliere i rifiuti: purtroppo la malata informazione (soprattutto televisiva) in tal senso plasma la mente dei cittadini dandogli una visione distorta della realtà, visto che i contestatori di oggi hanno sempre protestato, magari in maniera più pacata (ora sono esausti e sono capibili), perché tengono alla loro salute e soprattutto a quella dei loro figli, solo che non era mai stata data loro visibilità. Allo stesso motivo allora Le dico: dov’era l’informazione ieri e in questi 14 anni quando migliaia di tonnellate di rifiuti tossici partivano dalle regioni del Nord per scomparire seppellite nelle discariche campane? Mah… Quei rifiuti tossici sono ancora lì e gli abitanti di Chiaiano (ed altri) ne convivono sopra. E dovrebbero continuare a tacere? Lei dice che chi lancia molotov o mette gli autobus di traverso o butta pietre e bastoni contro i poliziotti non dialoga, e fa del male soprattutto alla sua gente: è dialogo quello di uno Stato che per decine di anni non ha ascoltato le proteste di questi cittadini ed ora decide di riaprire una discarica in paese tralasciando queste stesse proteste di semplici cittadini che tengono alla loro salute? Il male non se l’è fatto questa gente: gliel’ha fatto lo Stato, facendoli ammalare. La violenza delle proteste di questi cittadini non è mai partita per prima: è stata scatenata dalla soppressione dei poliziotti servi di uno Stato ideologicamente fascista che dei suoi cittadini (che lo hanno votato!) non gliene frega proprio niente. E allora avanti con quanto prevede il decreto, ovvero poliziotti, manganelli e carcere: vuoi mettere la bella immagine che se ne farà Berlusconi nel mondo dopo aver risolto l’emergenza rifiuti in Campania, ridando splendore alla città di Napoli e sopprimendo (ed incarcerando) coloro che hanno protestato per la loro salute… Sono sicuro che una discarica nel centro di Arcore non nascerebbe mai, e nemmeno Lei Guiglia tacerebbe se abitasse a Chiaiano. Distintamente la saluto.”
Cari blogger, ora resto in attesa di risposta: vi terrò informati (qualora la risposta arrivasse…).

Emergenza energia e… ritorno al nucleare!

Sta avendo una incredibile rilevanza mediatica l’annuncio del ritorno al nucleare da parte del governo Berlusconi: ed ora tutti ne sono favorevoli, anche coloro che vi votarono contro al referendum dell’8 novembre 1987. Certo, sono passati vent’anni ed allora si era andati a votare a poco più di un anno dal terribile incidente nucleare di Chernobyl che aveva avuto riflessi in tutta Europa. Tuttavia ricadiamo sempre sullo stesso problema della (malata) informazione italiana (giornali e TV), per la maggior parte “serva” di una sostanziosa parte politica (non c’è bisogno di dire quale…): un’informazione che ora continua a parlare (a vanvera) del nucleare ma, guarda caso, tralascia il dibattito sulle (molte) controindicazioni di questa fonte di energia. Ne ho già parlato molto in passato nei miei post, ma voglio riassumere le mie considerazioni contrarie al nucleare:

  1. attualmente siamo agli impianti di cosiddetta “terza generazione”: si tratta ormai di una tecnologia obsoleta in fatto soprattutto di sicurezza e di scorie radioattive. Per poter avere un grado di sicurezza elevato, si dovrebbe ricorrere agli impianti di “quarta generazione”, ovvero quelli che non producono scorie radioattive, per arrivare ai quali occorrono tuttavia ancora 20-25 anni di studi;
  2. la materia prima (uranio) indispensabile per questi impianti presto di esaurirà: finora sono già state consumate nel mondo 2,3 milioni di tonnellate di uranio, la domanda mondiale è di circa 67.000 tonnellate annue contro una produzione di 42.000 tonnellate annue per cui 25.000 tonnellate vengono prelevate ogni anno dalle scorte secondarie accumulatesi prima del 1980, per cui a conti fatti ci dovrebbe essere uranio per tutti per circa una decina d’anni. E poi?
  3. puntando sul nucleare, la prima centrale in Italia sarebbe pronta ed operativa nel 2019: infatti, aprendo oggi il dibattito sulla politica energetica, il 2009 sarebbe l’anno limite per prendere una decisione definitiva in merito (definizione, enti, procedure e certificazione tecnologica), il 2010 l’anno limite per la definizione del sito, il 2012 l’anno limite per ottenere l’autorizzazione ambientale, il 2014 l’anno limite per la preparazione del sito, il 2019 l’anno in cui sarà completata ed entrerà in funzione. Possiamo aspettare tutto questo tempo vista le “sete” energetica italiana?
  4. per la costruzione di una centrale nucleare servono quantità incredibili di denaro: la centrale in costruzione in Finlandia è finora costata ben 4,1 miliardi (ripeto, miliardi!) di dollari, con un aumento del 35% dei costi rispetto a quanto preventivato. Il piano energetico nucleare italiano costerebbe tra i 50 ed i 100 miliardi di euro: ma dove li trova tutti questi soldi un paese come l’Italia che non è quasi più in grado di pagare le pensioni? E si vuole costruire anche il ponte sullo Stretto (altri 6 miliardi di euro…): rischiamo la bancarotta del nostro Paese!!!
  5. ancora molto problematico lo smaltimento delle scorie radioattive: uno degli elementi più inquinanti che esistano. Non possiamo mandarli sempre in Francia (lo scorso anno vi sono stati mandati in terra francese i fusti delle sostanze radioattive delle centrali nucleari italiane di 20 anni fa!). Questo non ce lo spiega nessuno…
  6. le centrali nucleari hanno bisogno di grandi quantità d’acqua nei processi produttivi: la Francia utilizza ben il 55% dell’acqua nazionale per le sue 59 centrali nucleari. Dove la troverà l’acqua l’Italia? Già ora abbiamo seri problemi idrici…
  7. le centrali nucleari sono delle vere e proprie bombe atomiche: il rischio di incidenti rimane sempre e sarebbe disastroso, per non parlare dei possibili attacchi terroristici…

Insomma, le controindicazioni sono tante ma naturalmente il governo non ce lo dice e neppure l’informazione (che, in quanto tale, dovrebbe appunto informare, ed invece si parla di Rom, stupri, Cogne, ecc…). Molti italiani si stanno convincendo che il nucleare è l’unica soluzione per risolvere il problema energetico italiano (almeno così gli fanno credere). Attualmente l’Italia produce appena il 12% del proprio fabbisogno energetico, il resto lo importa dall’estero (e buona parte di questo viene dal nucleare europeo…): il fatto che ce l’abbiano molti paesi europei non è un buon motivo per riproporlo anche in Italia, perché il nostro Paese è anomalo ed ha problemi economici e strutturali che nessun altro paese europeo ha. Ma, evidentemente, questo aspetto lo stanno ignorando in molti…
Ed allora che fare? L’Italia ha potenzialità enormi in fatto di energie rinnovabili: in particolare fotovoltaico ed eolico. A proposito di quest’ultimo, continuo davvero a non capacitarmi del fatto che molti considerino le pale eoliche un affronto al paesaggio italiano (organizzando comitati contro) e poi sono gli stessi che non scendono in piazza contro la costruzione di una centrale a carbone. È la conferma di come l’Italia sia un paese anomalo… Ci sono regioni italiane nel centro-sud con punti notevolmente ventosi: perché non impiantare queste benedette pale eoliche come già stanno facendo in buona parte d’Europa? Non dico di costruirle nei pressi dei paesi, ma in zone isolate: e poi non sarebbero così brutte da vedere, anzi. Per quanto riguarda il fotovoltaico, se ci fosse un impegno serio da parte dello Stato, da solo potrebbe soddisfare il fabbisogno energetico nazionale: recenti studi hanno addirittura dimostrato che coprendo di pannelli fotovoltaici un quadrato del deserto arabico delle dimensioni di 200x200 km, si riuscirebbe a fornire energia elettrica all’intero pianeta!!! Ma allora perché non puntarvi? È assolutamente pulito e piuttosto economico: in molte aree del sud Europa stanno costruendo grandi centrali fotovoltaiche che stanno servendo di energia intere città. Qui invece niente. Venerdì 23 maggio 2008 ho trovato sul quotidiano La Repubblica un articolo di un lettore il quale poneva il problema della sua abitazione campana: la Sovrintendenza ai Beni Culturali ad Ambientali di Caserta ha annullato l’autorizzazione (rilasciata dal Comune di Solopaca, in provincia di Benevento) ad installare pannelli fotovoltaici su una falda della copertura della sua abitazione in quanto per vincoli paesistici e per il mantenimento dei borghi non possono essere rimosse le tegole della copertura stessa (anche se si trattava di una falda interna al cortile e di tegole che non erano antiche ma del 1986 messe in seguito al terremoto): la stessa situazione sta riguardando buona parte del territorio campano. Ma è possibile che simili ostacoli possano bloccare la diffusione nel nostro paese di una fonte di energia illimitata nel tempo, pulita ed economica? Sì, è possibile ed è un controsenso tutto italiano che la Germania (ripeto, la Germania!) produca 2.000 gigawattore di elettricità dal fotovoltaico e noi con le potenzialità solari che abbiamo ne produciamo appena 35, ovvero ben 57 volte in meno dei tedeschi. Ah, ma il nucleare risolverà ogni problema…

mercoledì 21 maggio 2008

La DESTRA mondiale si tinge di verde… ma non in Italia!

"Anche la DESTRA si scopre ecologista: per vincere le elezioni servono forti programmi a tutela del Pianeta. Ovunque, tranne che in Italia". A dirlo è Daniel Cohn-Bendit, l’ex leader del ’68 francese, icona del pensiero ambientalista e copresidente del gruppo Verde al Parlamento Europeo. Sono numerosi in tutto il mondo gli esempi di governi di destra (e non) che hanno vinto le elezioni puntando sull’ecologia:
  • ISLANDA: guidato dal 2006 dal premier Geir H. Haarde, il paese è governato da una destra che ha finanziato un piano per esportare la propria esperienza energetica in altri paesi, oltre ad aver puntato fortemente sulle energie rinnovabili (il paese produce ben l’80% del proprio fabbisogno energetico);
  • AUSTRALIA: guidato da dicembre 2007 dal leader laburista Kevin Rudd, il governo è stato eletto proprio per il suo impegno ecologista assunto in campagna elettorale (fino a dicembre 2007 il paese era guidato dalle destre che non avevano mai preso impegni per rispettare il Protocollo di Kyoto, primo impegno assunto invece del nuovo governo laburista);
  • DANIMARCA: guidato dal 2001 dal centro-destra (ora dal premier Anders Fogh Rasmussen), il governo si è impegnato da tempo per l’utilizzo di carburanti più puliti e per diminuire le emissioni di CO2 (anche se i risultati tardano un po’ ad arrivare…);
  • GERMANIA: guidato dalla cancelliera di centro-destra Angela Merkel, il governo si è dimostrato molto attento agli obiettivi del Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di CO2 (all’ultimo Forum sul Clima di Davos la Merkel ha invitato i vari Stati ad invidiare linee comuni per il dopo Kyoto);
  • NUOVA ZELANDA: guidato dalla leader laburista Helen Clark, il governo ha proibito la costruzione di centrali a gas o a carbone e programmato l’eliminazione di tutte le scorie tossiche (attualmente il paese produce il 70% del suo fabbisogno energetico);
  • SVEZIA: guidato dal 2006 dal leader moderato Fredrik Reinfeldt, il governo si è fortemente impegnato nella riduzione dei gas serra e finora c’è riuscito facendoli diminuire dell’8.75%, con l’impegno di raggiungere nuovi obiettivi entro il 2020. Vuole inoltre convincere paesi inquinanti come la Cina ad impegnarsi a ridurre le emissioni di CO2.

Grazie alle loro campagne elettorali basate sull’ambientalismo, tutti questi governi (di destra e di sinistra) sono riusciti a vincere le elezioni e a mettere in atto quanto promesso. Ci sono poi governi che hanno vinto puntando sull’ambientalismo ma che non stanno mettendo in pratica quanto promesso (Gran Bretagna, Costa Rica); altri in carica da molto tempo e che ora stanno pensando che è arrivato il momento di diventare un po’ più verdi (Cina); altri ancora ove la campagna elettorale in corso punta dritto sull’ambiente (USA) e su questo tema si deciderà il vincitore.
Insomma, in molti paesi europei (e non solo) le istanze ambientaliste (storicamente appannaggio della sinistra) sono entrate anche nei programmi di governo di destra e di centro: è la dimostrazione che l’opinione pubblica globale è molto attenta alla protezione ambientale, nessuno vuole lo sviluppo a discapito dell’ambiente, e lo dimostrano i risultati elettorali. Questo succede ovunque ma non, purtroppo, qui in Italia. Dice infatti Daniel Cohn-Bendit: “Oggi per vincere le elezioni servono solide proposte ecologiste. Ovunque, tranne che in Italia, dove con Berlusconi ha vinto l’egoismo, un pensiero che dice non pensare al domani, agli altri, allo Stato, ma pensa a te, oggi. In Nord Europa invece c’è una destra che guarda avanti, che non è regionalista come la Lega, ma che ha fatto tesoro del pensiero di intellettuali come Jurgen Habermas”. Dice anche che in Italia non ci sarà coscienza ecologica fino a quando non ci sarà un partito ambientalista forte (c’era, ma molto piccolo, ed ora è stato addirittura cancellato dal Parlamento, mentre tutti i partiti che vi sono entrati hanno una campagna ambientalista da far venire i brividi!). Come sempre l’Italia si distingue dagli altri… negativamente!!!
La dimostrazione di come la pensi l’elettorato di centro-destra (che da molti anni è la maggioranza degli italiani…) sta nell’editoriale di Maurizio Belpietro (di nota fede politica…) apparso sul settimanale Panorama del 22/05/2008 intitolato “Agli italiani fa paura il nuovo”. Secondo lui gli italiani a parole vogliono far crescere il paese, ma nella sostanza sono i primi a non volerlo fare, o ad averne paura. Dicendo questo, cita due esempi:

  • Saline Ioniche: piccolo paese calabrese, vicino al mare, dove un gruppo energetico svizzero vorrebbe costruirvi una centrale a carbone che impiegherebbe alcune centinaia di persone. La popolazione locale è però in rivolta: testuali parole di Belpietro “capeggiati da verdi e rifondatori comunisti, i cittadini temono l’inquinamento, anzi l’impatto ambientale in una zona da anni condannata al degrado”;
  • Rivalta Scrivia: paesino piemontese dove è in previsione la costruzione di una centrale per la produzione di biocarburante con bioetanolo ottenuto dal mais. La popolazione locale non ci sta: testuali parole di Belpietro “l’idea non piace agli abitanti i quali per avversarla prima hanno tirato in ballo i rischi per l’ambiente, poi problemi di collocazione (la fabbrica oscurerebbe la vista del Monte Rosa, che sta a 200 km di distanza), quindi lepri e fagiani (sarebbero disturbati dall’andirivieni di camion), infine la fame nel mondo (l’impianto trasformerebbe in benzina ecologica produzioni che potrebbero essere impiegate in campo alimentare, sottraendole alle tavole dei poveri)”.

Secondo Belpietro si tratta di due storie che nascono dalla stessa cultura e dicono di questo paese più di tante indagini sociologiche: si tratta (secondo lui) della “sindrome Nimby”, acronimo inglese di “Not in my back yard”, ovvero “non nel mio cortile”, dimostrando che (sempre secondo lui) l’opposizione al progetto ha poco a che fare con l’inquinamento, piuttosto con il timore del nuovo.
Diciamo che Belpietro non mi ha sorpreso in questo editoriale, in quanto lui rappresenta perfettamente il pensiero di destra e dell’elettorato berlusconiano: sviluppo e crescita ad ogni costo. All’elettore di destra interessa la crescita economica che gli garantisca soldi in tasca, poi quel che sarà sarà. Per l’elettorato di destra una centrale a carbone può essere costruita anche se inquina molto di più di centrale eolica o fotovoltaica purché impieghi centinaia di persone; per l’elettorato di destra nuove strade ed autostrade in più hanno più senso che puntare sul trasporto marino e ferroviario; per l’elettorato di destra l’espansione edilizia sfrenata ha più senso del recupero edilizio dell’esistente; per l’elettorato di destra le centrali nucleari hanno senso perché ce le hanno anche gli altri; per l’elettorato di destra gli inceneritori hanno senso perché fanno scomparire i rifiuti e danno elettricità. Un paese può crescere (e alla grande) anche avendo una coscienza ambientale, e molti paesi europei lo stanno dimostrando: perché l’Italia non lo capisce? Egoismo. Questo pensiero purtroppo mi spaventa, e molto, per il mio caro paese che tra speculazione edilizia, traffico, inquinamento, rifiuti e dipendenza energetica sta andando allo sfascio: purtroppo gli italiani da 15 anni a questa parte si sono berlusconizzati, perdendo di vista quel senso civico che dovrebbe contraddistinguere un popolo. E la scomparsa di un’anima verde dal Parlamento italiano non è assolutamente un buon segno…

domenica 18 maggio 2008

RIFIUTI: da imitare l’esempio di Rovigo!

Ho dedicato molti post all’emergenza rifiuti campana ed, in particolare, dei loro sistemi di smaltimento: in tutti questi post ho ribadito sempre la stessa cosa, ovvero che GLI INCENERITORI NON SERVONO! Riporto fedelmente (poi vi spiego il perché) uno stralcio di quanto ho scritto nell’ultimo post (di pochi giorni fa) dedicato all’emergenza rifiuti in Campania:
“Speriamo solo che, per la risoluzione del problema rifiuti, non si costruiscano inceneritori (opps, termovalorizzatori…) ovunque. Ho già espresso le mie motivazioni in molti miei precedenti post, ovvero che un ciclo perfetto e pulito dei rifiuti dovrebbe prevedere:
  • raccolta differenziata “porta a porta”: si può differenziare fino all’85% del prodotto, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, dall’umido al legno, dai metalli al vestiario, dalle pile ai medicinali, ecc…, mentre solo il 15% potrebbe essere rappresentato dal rifiuto secco;
  • riciclaggio del materiale differenziato in appositi impianti di riciclo: la carta si può macerare ed utilizzare per ottenimento di nuova carta, la plastica può essere rammollita e rielaborata in nuove forme, il vetro può essere fuso e riutilizzato per nuovi contenitori in vetro, ecc… con un notevole contributo in fatto di risparmio di materia prima;
  • solo il 15% di rifiuto secco finirebbe in discarica, dando respiro alle nostre discariche e contribuendo alla protezione del nostro ambiente.

Questa filiera non prevede inceneritori (o termovalorizzatori, come vengono chiamati qui in Italia…): nulla deve essere bruciato, ma riciclato. L’incenerimento produce energia elettrica (anche se è molta quella che viene consumata per farli funzionare…), ma rilasciano in atmosfera nanoparticelle che non vengono trattenute neppure dai migliori filtri dei camini e che sono dannosissime per la salute umana (provocano soprattutto un aumento dei tumori).”
Questo è quello che ho sempre ribadito: ora l’ho riportato testualmente perché finalmente trovo applicazione di questo sistema in un angolo d’Italia. Si tratta della Provincia di Rovigo, la quale in soli 5 anni ha raggiunto gli standard ottimali della gestione dei rifiuti urbani fissati dall’Unione Europea, nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute dei cittadini.
Valerio Frazzarin, direttore della ECOGEST (l’azienda pubblica che gestisce i rifiuti nella Provincia di Rovigo), sostiene che a 5 anni dal via del progetto viene mandato in discarica solo il 27% dei rifiuti dell’intera provincia, mentre la parte restante viene riciclata (meno di quanta ne esca da un termovalorizzatore sotto forma di residui incombusti tossici). Se la media nazionale di raccolta differenziata è del 24%, in Provincia di Rovigo è di ben il 63.5%, che salirà al 65% entro la fine dell’anno con l’ingresso nel sistema del 50° ed ultimo comune del rodigino. Toccherà poi anche a Rovigo capoluogo incrementare ulteriormente la propria quota di differenziata che oggi è comunque di un bel 55%.
Lo stesso Frazzarin spiega come funziona il ciclo dei rifiuti nella Provincia di Rovigo, che punta soprattutto sul fatto di avere questo ciclo controllato costantemente con un sistema di monitoraggio satellitare GPS:

1. raccolta differenziata col sistema “porta a porta”: i cittadini differenziano in casa negli appositi contenitori carta e cartone, vetro, alluminio, umido e secco (la parte non riciclabile). Inoltre, a domicilio (previa telefonata) vengono ritirati i rifiuti di grandi dimensioni (materassi, elettrodomestici, ecc…);

2. i contenitori dei rifiuti (esposti fuori della recinzione o dell’uscio di casa) vengono svuotati da un automezzo dell’ECOGEST: quando l’operatore scende dal camion, l’apertura della portiera invia un segnale al sistema satellitare che memorizza ora e posizione del mezzo. Se i rifiuti non sono differenziati correttamente, non vengono prelevati e la casa viene segnalata (se la disattenzione si ripete per altre due volte, allora arrivano i vigili urbani);

3. gli automezzi dell’ECOGEST vanno agli impianti di separazione, a quelli di recupero e alle discariche: grazie al monitoraggio satellitare, si ha la certezza di cosa contenga il residuo smaltito in discarica e da dove provenga.

Inoltre, per quanto riguarda le discariche, un’altra innovazione arriva sempre dalla Provincia di Rovigo e riguarda l’uso dei batteri per purificare il liquame che esce dalle discariche e che potrebbe contaminare le falde acquifere: infatti, il cosiddetto “percolato” che fuoriesce dalle discariche è talmente inquinante da rendere antieconomico e poco sicuro il suo smaltimento nei tradizionali depuratori dei liquami fognari. Come sostiene Fabio Masi, chimico ambientale e responsabile del 1° sistema di fitodepurazione per discariche costruito in Italia, si tratta di una serie di contenitori dove il percolato transita attraverso diversi batteri che digeriscono gli inquinanti: il liquido passa poi in un lago artificiale dove la canna palustre (pianta che ha un’altissima capacità di metabolizzare gli inquinanti) completa la depurazione.
Da sottolineare che tutto ciò non prevede INCENERITORI: perché questo sistema non si attua in altre parti d’Italia, che stanno vivendo mesi (ed anni) drammatici per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti? Il solito dilemma…

Amitav Gosh: “LA POLITICA MIOPE NON PREVEDE CICLONI”

E’ l’interessante editoriale dello scrittore indiano Amitav Gosh pubblicato sul New York Times e tradotto da Guiomar Parada per il quotidiano La Repubblica di mercoledì 14 maggio 2008.
L’articolo prende spunto dal ciclone Nargis che due settimane fa ha colpito e devastato la Birmania, segnatamente l’area della foce dell’Irrawaddy, causando (dati aggiornati ad oggi) quasi 80.000 morti ma con ancora oltre 40.000 dispersi. Premettendo che Al Gore sta facendo un ottimo lavoro in fatto di sensibilizzazione mondiale sul “global warming”, non possiamo dare la colpa al cambiamento climatico per la creazione di questo ciclone (come lo stesso Al Gore ha ribadito in un TG1 serale di poche sere fa), in quanto ha raggiunto una potenza pari a “categoria 3” (su una scala da 1 a 5 ove 5 è il massimo) e quindi non proprio devastante: i danni maggiori sono stati invece causati dall’onda d’acqua sollevata dal ciclone (in questo caso alta 3-3.5 metri) penetrata verso l’interno e che ha devastato tutto (un po’ come successe per lo tsunami del 2004). Ed è purtroppo questa marea d’acqua che viene spesso sottovalutata nei cicloni: un’onda che viene chiamata “storm surge” (ovvero l’innalzamento del livello medio del mare provocato dall’azione del vento sulla superficie marina) alla quale è dedicato questo articolo di Amitav Gosh. L’inglese Henry Piddington, ispirato dal grande meteorologo britannico William Reid, nel 1853 (mentre le autorità coloniali britanniche stavano stendendo un progetto per la costruzione di un grande porto subito fuori dal limite esterno delle foreste di mangrovie del Bengala) disse: “Tutto e tutti dovranno essere pronti per assistere al giorno nel quale, in mezzo agli orrori di un uragano, si troveranno di fronte una terrificante massa di acqua salata che arriva loro addosso”. L’avviso fu ignorato, il porto fu costruito (si trattava di Port Canning) ma poco dopo, nel 1867, fu distrutto dalla marea d’acqua sollevata da un ciclone.

Sono passati 150 anni e la situazione non è cambiata, visto che all’arrivo di ogni ciclone viene indicato alla popolazione di stare chiusi in casa, ignorando il fatto che questa sarà la loro tomba quando arriverà la marea d’acqua, invece di spingerli a portarsi ai piano alti degli edifici o nelle alture. Certo, nel caso del ciclone Nargis sarebbe stato difficile in Birmania sfollare 9 milioni di persone o metterle al sicuro, visto che si tratta di zone paludose e completamente pianeggianti. Ma certo nei secoli in quest’area (quella del Golfo del Bengala) si sono susseguite distruzioni davvero incredibili da parte di cicloni: nel 1737 il ciclone Hooghly rase quasi al suolo la città di Calcutta e a lungo fu considerato il peggiore disastro della storia dell’umanità, anche se si pensa che la marea d’acqua sollevata abbia superato addirittura i 12 metri d’altezza!!! Nel 1876 il ciclone Buckerganj e nel 1970 il ciclone Bhola colpirono il Bangladesh causando circa 300.000 morti ciascuno, arrivando fino al ciclone (sempre in Bangladesh) del 1991 che causò la morte di oltre 100.000 persone. Se a questi eventi meteo, aggiungiamo la fragilità teutonica dell’area del Bengala, allora dobbiamo ricordare il terribile tsunami provocato dal violentissimo terremoto del 26 dicembre 2004 che causò la morte di ben 320.000 persone.
Quella del Bengala è quindi un’area altamente vulnerabile per quanto riguarda cicloni e terremoti. Cosa intende Amitav Gosh quando sostiene che “la politica miope non prevede i cicloni”? Nel suo articolo ad un tratto dice: “Gli stati-nazione tendono a vedere i propri interessi come confini all’interno delle frontiere. Tuttavia, la realtà è che le popolazioni che vivono attorno alla Baia del Bengala hanno un vitale interesse comune che non condividono invece con i propri concittadini delle zone non costiere dei loro paesi: possono essere raggiunte tutte dalla furia di quella massa d’acqua. Hanno chiaramente quindi un interesse comune a lavorare insieme per mitigare gli effetti dei disastri naturali progettando, ad esempio, rifugi elevati poco costosi ed adatti al terreno, adoperandosi per conservare le foreste di mangrovie che costituiscono la migliore protezione contro l’innalzamento del mare o creando una forza congiunta di pronta risposta che abbia familiarità con le condizioni locali”. Niente di tutto ciò è presente in Birmania e gli effetti del ciclone sono ora sotto gli occhi di tutti, tranne che della giunta militare birmana… Prosegue infatti Amitav Gosh: “Ciò richiederebbe che questi governi riconoscessero innanzitutto una verità fondamentale e sempre più evidente della condizione umana, vale a dire che nel far fronte alla furia della natura nessuna nazione è un’isola. Ed è qui che l’orgoglio nazionale diventa un ostacolo, perché accettare ciò esige una umiltà che i paesi non hanno facilmente” (vedi il rifiuto di Bush alle offerte di aiuti internazionali dopo il passaggio del ciclone Katrina sulla città di New Orleans…).
Lo scrittore indiano, parlando di efficienza in fatto di prevenzione alle calamità naturali, riporta l’esempio della Repubblica di Mauritius, un’isola posta nell’Oceano Indiano sud-occidentale che viene chiamata dai meteorologi la “fabbrica dei cicloni” (visto che in questo tratto di mare se ne creano parecchi): nell’isola è stato ideato un sofisticato sistema di misure preventive che prevede una rete di rifugi anti-ciclone, l’educazione della popolazione (vi si eseguono regolari esercitazioni), un buon sistema di avvisi dati con grande anticipo e l’obbligo a fermare le attività e a chiudere le scuole quando è in arrivo un ciclone. Un esempio si è avuto in occasione del passaggio del fortissimo ciclone “Gamete” dello scorso anno (raggiunse la potenza massima, “categoria 5”): transitato sull’isola, causò solo 2 morti.
Questo sta a dimostrare che gli stati ricchi e sviluppati non sono certo invulnerabili a questi disastri meteorologici e, proprio per questo, uno stato non deve essere necessariamente ricco e tecnologicamente avanzato per essere preparato ad affrontare simili disastri: la volontà politica ricopre una buona fetta di questa capacità di preparazione, ed è quella che in Birmania è mancata… Ecco perché “la politica miope non prevede i cicloni”.
Ha ragione Amitav Gosh quando sostiene che la distruzione delle mangrovie (risalente a 150 anni fa) ha contribuito in larga misura al disastro birmano: come sostiene Surin Pitsuwan, segretario generale dell’ASEAN (associazione delle nazioni del sud-est asiatico), la presenza delle mangrovie nei delta dei fiumi è strategica sia per proteggere dalle onde sia per evitare che l’acqua salata inondi i terreni fertili dell’entroterra. Un esempio lampante in merito si è avuto in occasione dello tsunami del 26 dicembre 2004: in un villaggio dello Sri Lanka provvisto di barriera di mangrovie vi sono stati solo 2 morti, mentre nel vicino villaggio ove le mangrovie erano assenti i morti sono stati oltre 6.000!!!
Recenti studi stanno lanciando inoltre l’allarme su un potenziamento dei cicloni in futuro: se l’aumento delle concentrazioni di CO2 in atmosfera comporta un’atmosfera più calda e più stabile (con diminuzione del numero di cicloni), allo stesso tempo l’atmosfera più calda aumenterebbe anche l’evaporazione della superficie marina con un conseguente aumento dell’intensità dei cicloni che scaricherebbero maggiori quantità d’acqua, venti più forti ed onde più alte. Ecco perché la politica dovrebbe aprire gli occhi…

TECNOLOGIE: università italiane e progetti d’impresa

Si terrà tra pochi giorni il 2° torneo internazionale per la premiazione dei migliori progetti d’impresa nati nelle università italiane: promosso da “PNI Cube” (l’associazione nazionale degli incubatori universitari), il torneo premierà il prossimo 29 maggio 2008 a Perugina il “Start up dell’anno”, ovvero il vincitore tra 9 progetti sfornati appunto dalle università italiane. Il progetto vincitore sarà scelto da 11 venture capitalist italiani che esamineranno i vari progetti, mettendo quindi in pratica (e valorizzando) la ricerca degli atenei.
Sono 33 le università italiane che partecipano al PNI Cube (http://www.pnicube.it): le 326 imprese nate (dati riferiti a metà 2007) da queste università hanno depositato 630 brevetti e creato finora 1.356 posti di lavoro, mentre ai vari progetti hanno partecipato ben 26.000 tra docenti e ricercatori ed oltre 100.000 laureati. È la prova che la ricerca universitaria porta risultati concreti al proprio paese: in seguito alla legge in materia approvata nel 1999, le risorse pubbliche investite nel progetto hanno portato ad un gettito fiscale ben dieci volte superiore, dunque con ripercussioni economiche positive anche per lo Stato. Certo, l’Italia è partita in ritardo rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea e non (oltre 20 anni dopo gli USA…), ma ora si sta recuperando in maniera significativa.
Come detto pocanzi, al “PNI Cube” partecipano 33 università italiane rappresentate da un consiglio di 15 membri presieduto da Gianni Lorenzoni, uno dei padri dell’economia delle imprese industriali. Lo scopo di questo premio è quello di dare visibilità a quelle società che nei primi anni di lavoro hanno raggiunto i risultati migliori in tema di tecnologie. La 1° edizione del premio si è tenuta lo scorso anno a Torino, mentre quest’anno è stata scelta Perugia per festeggiare il 700° anniversario della nascita dell’università cittadina (http://www.unipg.it/centenario). Loris Nadotti, vicepresidente del “PNI Cube”, afferma che lo scopo dell’iniziativa è far crescere la rete universitaria italiana spezzando quella tradizione tipica italiana per cui si fa spesso impresa per necessità o per tradizione familiare, mettendo quindi l’innovazione in secondo piano: bisogna invece rompere questa tradizione puntando sull’eccellenza universitaria tenendo presenti i modelli esteri.

Ecco quali sono le 9 imprese in concorso per aggiudicarsi il premio:

  • Dialectica: nata dall’Università di Milano, tale società opera nel campo delle biotecnologie applicate al sistema nervoso. In particolare, ha creato dei cellulari innovativi che aiutano ad intervenire sulle malattie celebrali misurando la risposta dei farmaci;
  • Bmr: nata dall’Università di Padova, tale società si occupa di biotecnologie e del sequenziamento del DNA. Inoltre, puntando sull’e-commerce propone servizi ad altissimo valore tecnologico;
  • Crest: nata dall’Università di Trieste, tale società ha creato un modello per le previsioni del moto ondoso, in grado di calcolare l’altezza delle onde. Lo scopo è quello di garantire la sicurezza della navigazione e pianificare la progettazione di dighe, pontili e moli;
  • Inova: nata dall’Università di Padova, tale società crea materiali innovativi da applicare a vari settori che spaziano dal biomedicale alle energie rinnovabili, ma sta anche studiando soluzioni per la sicurezza sul lavoro riducendo i campi elettromagnetici;
  • Dream: nata dall’Università di Torino, tale società produce software e tecnologie utili alla ricerca petrolifera. Grazie alle sue elaborazioni statistiche, contribuisce a scoprire nuove risorse minerarie e giacimenti di idrocarburi;
  • Imaginary: nata dall’Università di Milano, tale società si occupa di progettazione e sviluppo di Serious Games e simulazioni per il training ed il marketing. Quindi, tramite il gioco dimostra che si può fare formazione o sostenere i processi di vendita;
  • LoBim: nata dall’Università di Pavia, tale società produce e commercializza apparecchiature elettromedicali basate sulle onde acustiche. Le macchine sono utilizzate per la cura delle artrosi, delle tendiniti e delle borsiti e potranno essere impegnate per la rigenerazione del tessuto cardiaco;
  • Thethis: nata dall’Università di Milano, tale società si occupa di nanotecnologie. In particolare, si è specializzata nella manipolazione della materia su scala atomica e molecolare;
  • RoboTech: nata dall’Università di Pisa, tale società ha creato I-Droid, un umanoide elettronico che si muove evitando gli ostacoli, esegue comandi vocali, segue le persone ed esprime emozioni attraverso luci e suoni. Può essere comandato dal cellulare o dal computer, addirittura anche da lontano via web.

Senza ombra di dubbio si tratta di un bel esempio di innovazione tecnologica italiana: ce n’era assolutamente bisogno per il nostro paese. Ora aspettiamo il nome del vincitore…

AMBIENTE: Berlusconi IV e governo ombra…

Il governo Berlusconi IV ormai è operativo ed ha ottenuto la fiducia in ambedue le Camere: vorrei analizzare la scelta dei ministri in tema ambientale sia per quanto riguarda l’esecutivo sia per quanto riguarda il governo-ombra dell’opposizione.
Per quanto riguarda l’ambiente e le attività correlate (agricoltura, territorio, trasporti, beni culturali, ecc…), queste sono state le scelte di maggioranza ed opposizione:
Berlusconi IV:
  • Ambiente – Tutela del Territorio – Mare: STEFANIA PRESTIGIACOMO
  • Politiche Agricole e Forestali: LUCA ZAIA
  • Infrastrutture e Trasporti: ALTERO MATTEOLI
  • Beni e Attività Culturali: SANDRO BONDI

Governo-ombra dell’opposizione:

  • Ambiente – Tutela del Territorio – Mare: ERMETE REALACCI
  • Politiche Agricole e Forestali: ALFONSO ANDRIA
  • Infrastrutture e Trasporti: ANDREA MARTELLA
  • Beni e Attività Culturali: VINCENZO CERAMI

Faccio una considerazione sul cosiddetto “governo-ombra” dell’opposizione, voluto da Veltroni e apprezzato da Berlusconi. Nato in Gran Bretagna e chiamato “shadow cabinet”, si tratta di un’istituzione politica costituita dal leader dell’opposizione e da parlamentari dell’opposizione stessa che si prefigge il compito di seguire da vicino e controllare (proprio come un’ombra, da cui il nome) l’attività dei corrispondenti ministri del governo in carica. In particolare, deve svolgere un’azione critica verso le decisioni del governo in carica, proponendo alternative: i ministri del governo-ombra vanno ad occupare i corrispondenti posti dei ministeri del governo in carica. Tale forma viene usata solo in alcuni paesi: in taluni il governo-ombra ha uno status ufficiale, in altri è solamente un organismo interno di partito. In Italia era già stato adottato (in forma non ufficiale) nel luglio 1989 dal Partito Comunista Italiano (PCI) di Achille Occhetto, in occasione della crisi di governo De Mita che si era conclusa con la formazione del 6° governo Andreotti. Sicuramente una ottima forma di democrazia, una responsabilità dimostrata dall’opposizione nei confronti delle scelte per il paese: staremo a vedere…
Senza dilungarmi sulle scelte di tutti i ministri sopra elencati, vorrei mettere a confronto i due ministri dell’Ambiente (quello in carica e quello ombra).
STEFANIA PRESTIGIACOMO. Ministro dell’Ambiente incaricato dal governo Berlusconi IV, esordisce in politica nel 1994 con Forza Italia: fu componente della Commissione Lavoro Pubblico e Privato, componente della Commissione Speciale per l’Infanzia e membro supplente del Consiglio d’Europa e dell’UEO. Nel governo Berlusconi 2001-2006 ricopre la carica di ministro per le Pari Opportunità: si batte a favore del referendum sulla procreazione assistita e per l’introduzione delle cosiddette “quote rosa” nella legge elettorale del 2005 (in entrambi in casi ne è uscita sconfitta). Per informazioni: http://www.minambiente.it.
ERMETE REALACCI. Ministro dell’Ambiente nel governo-ombra dell’opposizione, esordisce in Parlamento nella scorsa legislatura. Attualmente è Presidente della Commissione Ambiente – Territorio – Lavori Pubblici della Camera dei Deputati. È Presidente Onorario di LEGAMBIENTE (http://www.legambiente.eu) che ha guidato nei primi anni facendone l’associazione ambientalista più diffusa e radicata sul territorio italiano. Ha condotto fuori del Parlamento molte battaglie: la difesa dell’ambiente tramite un intreccio di natura, cultura, coesione sociale, creatività e punto di forza delle risorse italiane più preziose (paesaggio, beni culturali, turismo di qualità e made in Italy), la difesa delle produzioni agroalimentari, le iniziative per la lotta all’inquinamento cittadino, al traffico, all’abusivismo edilizio e alle ecomafie. In Parlamento ha condotto altre battaglie: la valorizzazione dei piccoli Comuni, la difesa del made in Italy, il volontariato, la responsabilità sociale d’impresa, la lotta ai cambiamenti climatici e per l’attuazione del Protocollo di Kyoto. Ha scritto il libro “Soft Economy” per dare spazio ai talenti italiani come risorsa del futuro per il nostro paese; ha fondato e presiede la “Symbola Fondazione” per le qualità italiane; presiede l’AIES (Associazione Interparlamentare per il commercio Equo e Solidale); è vicepresidente del Kyoto Club, il network di istituzioni ed imprese impegnate per la riduzione dei gas serra. Per informazioni: http://nuke.ermeterealacci.it.
Certamente il curriculum del ministro ombra Realacci è senz’altro migliore del ministro in carica Prestigiacomo per quanto riguarda i temi ambientali: non me ne voglia la Prestigiacomo, ma non mi sembra sia stata una scelta azzeccata la sua nomina al Ministero dell’Ambiente, visto che non si è mai occupata di ambiente e territorio ed è laureata in tutt’altro (Scienze della Pubblica Amministrazione): per fare un esempio trovo molto più indicata la nomina di Luca Zaia al Ministero per le Politiche Agricole e Forestali che è laureato in Agricoltura. La scelta di Realacci come ministro-ombra dell’Ambiente è invece quanto di più riuscito si potesse fare: una persona impegnata da molti anni (e quindi esperta) in tema di difesa ambientale. Confido quindi in un’attività di super-controllo da parte di Realacci sull’operato della Prestigiacomo: infatti si parla, tra l’altro, anche di un ritorno al nucleare da parte del governo Berlusconi, che sarebbe una tragedia per il nostro paese (le motivazioni le ho già spiegate in precedenti post). Quindi forza Realacci!

AMBIENTE e BIODIVERSITA’: estinzioni record!

L’allarme arriva dal rapporto “2010 and beyond: rising to the biodiversity challenge” elaborato dal WWF e pubblicato in questi giorni: si stanno verificando estinzioni record tra le biodiversità e questo comporterebbe problemi molto seri per il futuro come carestie, mancanza d’acqua ed epidemie in funzione della conseguente distruzione del territorio in seguito alla scomparsa progressiva delle biodiversità.
In base a tale rapporto, si è scopre che l’IPV (Indice del Pianeta Vivente) è in costate discesa dal 1970 ad oggi: da 1 qual’era nel 1970, questo valore è sceso fino a 0.725 in questi ultimi anni (per gli uccelli tale valore è sceso da 1 a 0.861, per le specie marine da 1 a 0.788, per le specie terrestri da 1 a 0.749 e per le specie di acqua dolce da 1 a 0.678). Che cos’è l’IPV? L’Indice del Pianeta Vivente può essere definito come l’andamento delle popolazioni delle specie viventi, ovvero la loro variazione numerica nel tempo, e permette di capire lo stato di salute delle biodiversità. Per arrivare alla valutazione di questo IPV, sono state prese in esame 4.000 popolazioni di vertebrati tra 302 specie di mammiferi, 241 di pesci, 83 di anfibi e 40 di rettili.
James Leape, direttore generale del WWF International, spiega: “La biodiversità è il pilastro della salute del nostro pianeta ed ha un diretto impatto sulle nostre vite. Lasciare che essa si riduca significa che milioni di persone avranno presto a che fare con mancanza di cibo, pestilenze e scarsità di acqua. E nessuno deve pensare che ne sarà immune. Minore biodiversità, infatti, significa un minor numero di piante da cui estrarre medicine, maggiore vulnerabilità ai grandi disastri ambientali e maggiori effetti legati al riscaldamento globale”.
La responsabilità di questa grave situazione è imputabile all’uomo e alle sue attività: esso ha trasformato ben l’80% delle terre emerse, causando una perdita profonda degli ambienti naturali che sono stati più o meno trasformati e spesso frammentati (infatti la frammentazione di un ecosistema è grave quanto la sua trasformazione: basti pensare alla frammentazione delle foreste tropicali, in seguito alla costruzioni al loro interno di strade o alla creazione di pascoli). Come dice Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia (http://www.wwf.it), servirebbe che la politica prendesse atto che la diminuzione delle biodiversità è un grave problema per il nostro territorio, oltre che un problema globale.
Tornando ai dati del rapporto WWF, si scopre che:

  • l’IPV degli uccelli si è ridotto del 30% dal 1995 al 2005: in particolare, l’avvoltoio egiziano (neophron percnopterus) sta scomparendo in seguito alla perdita del suo habitat naturale in Africa e nel sud dell’Europa;
  • l’IPV delle specie marine è sceso del 28% dal 1995 al 2005: in particolare, il pesce chitarra (rhinobatos horkelii) è diminuito di ben il 96% dal 1984 al 1994 a causa della distruzione del suo habitat naturale lungo le coste del Brasile;
  • l’IPV delle specie terrestri è sceso del 25% dal 1970 al 2008: recentemente, anche l’orso bianco è entrato tra le specie in via di estinzione, a causa della forte alterazione delle zone artiche ove vive;
  • l’IPV delle specie di acqua dolce è sceso del 29% dal 1995 al 2005, ma in forte calo sono anche i rettili (-25%) e gli anfibi (25%).

In totale, la diminuzione media della popolazione delle specie viventi sull’intero pianeta è stata di ben il 27% begli ultimi 35 anni. Le proiezioni non sono certo confortanti: se la situazione dovesse continuare così (e, purtroppo, credo continuerà così…) la vita sulla Terra potrebbe raggiungere uno stadio assai pericoloso per la propria sopravvivenza nell’arco di 50-70 anni.
E, sempre dal rapporto WWF, emerge l’ECOLOGICAL FOOTPRINT, ossia l’impronta dell’uomo sull’ambiente che misura la richiesta dell’uomo alla biosfera per produrre risorse a lui necessarie per la sopravvivenza. Prendendo come valore di base 1 quello in cui la richiesta dell’uomo è esattamente quella che la biosfera è in grado di offrirgli, nel 1961 tale valore era pari a 0.50 (ovvero l’uomo chiedeva alla biosfera metà di quello che c’era a disposizione) mentre oggi è di 1.25 (quindi la biosfera non è più in grado di soddisfare completamente le esigenze dell’uomo). Il costante aumento della popolazione sul pianeta e lo sviluppo frenato delle società porterà ad una continua richiesta di materia alla biosfera, devastandola completamente.
Sono 5 le cause principali di questo forte calo delle biodiversità: il cambiamento climatico, l’inquinamento, la distruzione degli habitat, la diffusione delle specie invasive e non autoctone, l’eccessivo sfruttamento di alcune specie. Proprio dal 19 al 30 maggio 2008 si terrà a Bonn un incontro internazionale sulla biodiversità, nel quale gli Stati partecipanti dovranno prendere serie decisioni per salvaguardare queste biodiversità, anche se forse è tardi per correre ai ripari. Il cerchio si sta chiudendo, l’uomo è rimasto miope di fronte agli allarmi lanciati dagli ambientalisti negli ultimi anni e la natura presto farà il suo corso…

RIO DELLE AMAZZONI supera definitivamente il NILO!!!

È stato per decenni uno dei misteri irrisolti della geografia: quale tra Rio delle Amazzoni e Nilo è il fiume più lungo del mondo? Adesso si è arrivati finalmente all’epilogo di questa curiosa vicenda e la palma di fiume più lungo del mondo va definitivamente al Rio delle Amazzoni!
La soluzione del dilemma arriva dalla Società Geografica di Lima (Perù), la quale ha dato ragione all’esploratore polacco Jacek Palkiewicz (http://www.palkiewicz.com), membro della Royal Geographical Society di Londra (http://www.royalsociety.org), il quale nel 1996 ha scoperto quello che ora viene riconosciuto dalla stessa Società Geografica come il punto preciso delle sorgenti del Rio delle Amazzoni. La sorgente è stata infatti individuata a 5.179 metri di quota in prossimità del nevado Quehuisha (in Perù, ai confini con l’Ecuador), con coordinate cartesiane 15°31’05” Sud e 71°45’55” Ovest: non si tratta di un ghiacciaio ma di un’area ricoperta di permafrost (terreno congelato) che ricopre la montagna. La difficoltà di individuare la vera sorgente sta nel fatto che vi sono molti punti in cui l’acqua sgorga e tutte le sorgenti confluiscono nello stesso tratto di fiume: secondo gli idrologi, per scoprire l’esatta sorgente è stato necessario considerare la portata di ciascuna di queste sorgenti, la latitudine rispetto al mare nel punto in cui il fiume sfocia nonché la quota e la morfologia dell’area.
La storia della scoperta delle sorgenti del Rio delle Amazzoni si perde nella notte dei tempi: nel 1542 Francisco de Orellana e Gonzalo Pizarro individuarono la sorgente nel ruscello Maranon (il ramo più breve), mentre nel 1969 il professor Carlos Penaherrera del Aguila sostenne che il ramo principale del fiume era il ruscello Carhuasanta che nasce nel nevado Mismi. Fino ai giorni nostri in cui la sorgente è stata individuata con precisione: essa da origine al rivolo Apacheta il quale, scendendo a valle, riceve altri ruscelli cambiando nome prima in Apurimac e poi Ucayali. Solo ancora più a valle prende il nome di Rio delle Amazzoni dopo che l’Ucayali ha ricevuto le acque prima dal Rio Maranon e poi dal Napo.
Proprio in base a questa rilevazione, si è potuta stabilire con esattezza la lunghezza del Rio delle Amazzoni, che sarebbe di 7.040 km, scalzando quello che per un bel po’ di tempo era stato considerato il fiume più lungo del mondo, ovvero il Nilo la cui lunghezza è invece di 6.857 km, così come ha spiegato Santiago Antunez de Mayolo, presidente della Società Geografica di Lima. Sono ancora molte le enciclopedie e i manuali di geografia che riportano il Nilo come fiume più lungo del mondo (peraltro con una lunghezza inferiore agli attuali misurati 6.857 km). Infatti, anche per il Nilo in questi ultimi anni si sono verificate delle diatribe per l’individuazione dell’esatta sorgente del Nilo, poi definitivamente trovata in Tanzania nei pressi dei confini con Ruanda e Burundi (la precedente lunghezza del fiume africano era calcolata in 6.671 km).
In base alle ultime rilevazioni risulta dunque che il Rio delle Amazzoni è il fiume più lungo del mondo con i suoi 7.040 km di lunghezza (oltre ad essere quello con la maggiore portata media, circa 170.000 mc di acqua al secondo contro i 1.540 del Po…), mentre il Nilo è al secondo posto con i suoi 6.857 km di lunghezza. Dunque rimandiamo il tutto alla prossima ristampa delle enciclopedie e degli atlanti geografici…

EVEREST: installata la stazione meteo più alta al mondo!

Il merito è di un gruppo di alpinisti italiani (Silvio Mondinelli che è stato uno dei pochi uomini al mondo ad aver scalato tutti i 14 ottomila del mondo, Marco Confortola e Michele Enzio), i quali hanno montato una stazione meteorologica sul monte Everest, precisamente a Colle Sud a 8.000 metri di quota: l’installazione è avvenuta non certo senza difficoltà, a causa delle pessime condizioni del tempo e, soprattutto, senza l’ausilio di ossigeno. Quella installata diventerà così la più alta stazione meteorologica al mondo.
Il tutto è avvenuto nell’ambito del progetto “SHARE EVEREST 2008”, guidato da Agostino Da Polenza e promosso dal comitato Ev-K2-Cnr: lo stesso progetto prevede l’installazione di un sensore anche sulla cima dell’Everest (a 8.848 metri di quota) per potervi rilevare la temperatura. La stazione appena installata a Colle Sud (dedicata al primo scalatore dell’Everest, Edmund Hillary, scomparso lo scorso gennaio 2008) sarà collegata ad altre stazioni che si trovano sempre in Nepal a 3.560 m, 4.258 m, 2.660 m e 5.079 metri di quota. Le stazioni sono state prodotte in Italia dalla società “LSI Lastem” di Milano.

Come dicevo pocanzi, si è trattato di un’impresa non facile, come ha ammesso lo stesso Mondinelli: durante l’operazione di montaggio era in atto una bufera di vento e neve che ostacolava i movimenti e la respirazione, tanto che i tre sono mezzi congelati, ma hanno portato a termine il lavoro in un’ora e mezza.
Ed ora per gli appassionati di meteorologia ecco i primi dati rilevati dalla stazione meteo: è la prima volta nella storia che tali valori meteo vengono misurati a 8.000 metri di quota da una stazione fissa e non da un pallone aerostatico. Alle ore 16 locali del 15 maggio 2008 la stazione è entrata in funzione in modalità automatica e questi sono stati i primi dati meteo registrati sull’Everest a quota 8.000: temperatura esterna –17.0°C, umidità 41.3%, pressione atmosferica 382.1 millibar (!!!), vento direzione 262.8 ed intensità 12.8 metri al secondo (43.2 km/h), radiazione solare 711.9 watt a mq, temperatura interno stazione –8.7°C, ultravioletti canale A 30.4 watt a mq.
Si tratta di un’impresa veramente straordinaria, che fino a poco prima aveva trovato l’ostacolo dei militari nepalesi che impedivano agli alpinisti italiani di fare i test sulla stazione: tale stazione trasmetterà regolarmente ogni ora i dati atmosferici, che saranno molto importanti per studiare il cambiamento climatico in corso sul nostro pianeta ed andrà ad inserirsi (come ha ribadito Agostino Da Polenza) nel network di monitoraggio ambientale SHARE fornendo dati unici ed irripetibili proprio per la quota a cui vengono rilevati ed andranno a colmare un tassello importante nei grandi progetti internazionali di monitoraggio promossi da UNEP e World Meteorological Organization.

martedì 13 maggio 2008

H2U, ovvero la prima “Università dell’Idrogeno”!

Si chiama proprio “H2U” la prima “Università dell’Idrogeno” al mondo e si trova a Monopoli (Bari): si tratta di un ente no-profit finalizzato alla ricerca, alla formazione e all’informazione sull’idrogeno, questa fonte di energia da fonte rinnovabile che potrebbe (anzi, dovrebbe…) essere il nostro futuro. L’H2U è molto attiva a Bruxelles ed ha già realizzato il “1° convegno mediterraneo dell’idrogeno e delle energie rinnovabili”: proprio nei pressi di Monopoli è stata fondata la “Cittadella dell’Idrogeno”, ovvero un impianto sperimentale dimostrativo che implementa il modello di idrogeno da fonti rinnovabili (come sole e vento) sia per impianti mobili sia per impianti stazionari. La scelta di Monopoli per la prima “Università dell’Idrogeno” al mondo non è casuale: già oggi la Puglia produce il doppio dell’energia che consuma (ben 6.500 megawatt ogni giorno, di cui metà ceduti alla rete), ma nonostante ciò il PEAR (Piano Energetico ed Ambientale Regionale) prevede un ulteriore consolidamento dell’efficienza e dell’approvvigionamento energetico soprattutto da fonti rinnovabili tra cui, appunto, l’idrogeno. Infatti, entro la fine del 2008 saranno realizzate sei stazioni di distribuzione di idrogeno per le 6 province pugliesi, grazie ad uno stanziamento regionale di 5 milioni di euro. Si tratterà della prima rete al mondo di distributori di idrogeno ed idrometano (una miscela composta da un 70% di metano e da un 30% di idrogeno) con produzione locale di idrogeno mediante elettrolizzatori con energia elettrica prodotta da impianti solari ad alta efficienza ed eolico a basso impatto visivo e sonoro. Già una rete per la diffusione dell’idrogeno è entrata in funzione ad Arezzo (e vi ho dedicato un post poche settimane fa), ma questa sarà una vera e propria rete di distribuzione su larga scala (regionale). Molte auto potranno così alimentarsi con l’idrogeno o con l’idrometano: infatti, le autovetture omologate per essere alimentate a metano possono essere alimentate con una miscela di idrogeno fino al 30% senza apportare modifiche sostanziali all’auto stessa. Il succitato PEAR (Piano Energetico ed Ambientale Regionale) pugliese prevede un abbassamento della produzione di carbone (dal 57% del 2004 si dovrebbe passare al 32% del 2016), un aumento dei gas naturali (dal 13% al 32%, con la realizzazione di rigassificatori) ed un aumento delle energie rinnovabili (dal 13% al 18%). Lo scopo principale è di abbattere le emissioni di CO2 del 10%: se può essere discutibile la scelta dell’aumento dei gas naturali, è al contrario senz’altro favorevole la scelta dell’aumento dell’energia da fonti rinnovabili puntando sul solare, sulle biomasse, sull’eolico, sull’idrogeno, ecc…
A conferma di questo forte impegno della Puglia sulle energie rinnovabili, ecco che dal 16 al 18 maggio 2008 si terrà a Lecce il 1° “Festival dell’Energia” (http://www.festivaldellenergia.it), promosso da Aris e da Assoelettrica con la collaborazione della Regione Puglia, della Provincia e del Comune di Lecce. Si tratta di una serie di circa 30 iniziative ad ingresso gratuito come mostre, dibattiti, cacce al tesoro scientifiche, incontri con esperti, ecc… che si terranno in varie parti della città: si parlerà di energie rinnovabili, risparmio energetico, cambiamento climatico, liberalizzazione del mercato elettrico. Questa 1° edizione del “Festival dell’Energia” si intitolerà “Percorsi al Futuro” e si terrà ogni anno in questo periodo sempre a Lecce: nel suo comitato d’onore vi sono, tra gli altri, Margherita Hack e i premi Nobel Paul Krutzen e Zhores Ivanovich Alferov, e vi parteciperanno oltre 50 ospiti tra esperti, scienziati, economisti e politici.
Ultima segnalazione: se, sempre a proposto di energie rinnovabili, avete dei progetti ambiziosi in tema, la Commissione Europea ha dato il via al bando dei finanziamenti europei per l’efficienza energetica in edilizia nell’ambito del programma comunitario “Intelligent Energy Europe”. Sono stati messi a disposizione dall’UE 49 milioni euro per i progetti da presentare per il 2008: 2 milioni saranno destinati alla creazione di agenzie di energia locali e regionali e la parte restante per finanziare i progetti, in particolare serviranno a finanziare le azioni volte alla promozione delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energica negli edifici, nell’industria e nei trasporti.
Siamo sulla buona strada? Credo di sì: lentamente, ma qualcosa sta cambiando sullo scenario energetico italiano.

lunedì 12 maggio 2008

ENERGIE RINNOVABILI: utilizziamo i liquami degli allevamenti

Un po’ di tempo fa dedicai un post al problema del sovraccarico di liquami derivanti dagli allevamenti italiani: un problema che riguarda molte zone della Valpadana dove tali liquami non possono essere tutti smaltiti nei terreni agricoli in quanto l’Unione Europea stabilisce dei limiti di nitrati contenuti nel terreno (e che tali liquami contribuiscono ad innalzare notevolmente).
Per risolvere il problema, alcuni hanno prosposto di realizzare decine di piccoli inceneritori (opps, termovalorizzatori…) in cui bruciare questi liquami trasformandoli in riscaldamento per le abitazioni, senza però tenere in considerazione l’inquinamento derivante da tali inceneritori (molti studi stanno infatti confermando come le nanoparticelle derivanti dai processi di combustione non siano trattenute neppure dai migliori filtri dei camini di tali impianti, e sappiamo come queste microparticelle siano dannose per la nostra salute, soprattutto per quanto riguarda le patologie alle vie respiratorie e i tumori).
Allora che fare? Esistono due soluzioni molto interessanti: una l’ho descritta in quel mio precedente post ed è relativa alla realizzazione di impianti di stoccaggio di tali liquami per ottenere il biogas, l’altra invece ve la descrivo ora e riguarda l’ottenimento di energia elettrica da questi liquami.
Un chiaro esempio è rappresentato dall’azienda agricola “I giardini del duca” di Alessio Pelloni, posta a Piumazzo (Modena): nell’azienda vi si allevano circa 600 animali, di cui 420 mucche da latte (tale latte viene utilizzato per la produzione di parmigiano reggiano). Nella corsia centrale delle stalle della fattoria sei volte al giorno passa un raschiatore che convoglia le sostanze organiche del bestiame (urina ed escrementi) in una vasca in cemento armato profonda 5 metri; da qui un tubo sotterraneo porta il liquame in un’altra vasca alta 4 metri e con un diametro di 40, ricoperta di un telone in materiale plastico, dove grazie ad un impianto di riscaldamento il liquame fermenta ottenendo così una miscela di metano e CO2; il gas generato da questo procedimento viene aspirato e convogliato in un vicino container (un specie di compattatore) che, a sua volta, alimenta un trasformatore per la produzione di energia elettrica. Quindi dai liquami si ottiene energia elettrica pulita. Si tratta di un impianto della potenza di ben 171 kilowatt, superiore all’energia necessaria all’azienda (il cui consumo va dai 60-70 kilowatt in inverno ai 100 kilowatt in estate quando sono in funzione le ventole per rinfrescare le stalle). L’energia prodotta in più viene rivenduta all’Enel, ovvero messa in rete: quindi, oltre al risparmio economico per l’energia elettrica utilizzata ma non pagata, si ottiene addirittura una somma di denaro per l’energia prodotta in più. Certo, l’impianto è costato 800.000 euro, ma questi verranno ammortizzati in 8-10 anni grazie al ricavato della vendita dell’elettricità ad un prezzo di 10-12 centesimi al kWh. Tra l’altro, per la realizzazione di tale impianto la Regione Emilia Romagna ha fornito un contributo di 178.400 euro ed, inoltre, la stessa Regione verserà 7-8 centesimi per ogni kWh prodotto grazie al sistema dei certificati verdi (quelli che certificano l’azienda come produttrice di energia pulita).
Molti i benefici che si possono ottenere: un beneficio economico per l’azienda che si tramuta in un risparmio energetico a livello nazionale (contribuendo ad una minore quantità di energia da produrre da fonti fossili), un beneficio in termini di lotta all’inquinamento atmosferico (per le mancate emissioni di gas serra per energia non prodotta da fonti fossili), un beneficio per l’azienda in quanto si trova un metodo alternativo per smaltire i liquami e per ridurre il cattivo odore delle stalle eliminando l’ammoniaca impiegata. Un ulteriore metodo per la produzione di energie rinnovabili per contribuire alla lotta all’inquinamento e alla riduzione dei gas serra in atmosfera, con riflessi positivi sulla lotta contro il cambiamento climatico.

RIFIUTI: l’Unione Europea processa l’Italia!

In seguito alla stagnazione circa la risoluzione del problema rifiuti a Napoli ed in molte zone della Campania, la Commissione Europea ha portato l’Italia davanti alla Corte di Giustizia del Lussemburgo in quanto si ritiene insufficiente il piano gestione rifiuti varato dal governo Prodi pochi mesi fa. Certo, prima di un’eventuale condanna (che porterebbe l’Italia a pagare decine di milioni di euro) passeranno diversi mesi, periodo nel quale dovranno essere prese soluzioni alternative. La procedura d’infrazione verso l’Italia era stata aperta nel giugno del 2007 in seguito all’emergenza che era scattata in primavera (ma che dura da almeno 15 anni…) e martedì 06 maggio 2008 è arrivato il comunicato della Commissione Europea: “Anche se l’emergenza si è ridotta, grazie alla rimozione dei rifiuti dalle strade seguita alla nomina del commissario straordinario, la Commissione ritiene che le misure adottate non siano adeguate per risolvere nel lungo periodo il problema ed impedire il ripetersi dei fatti inaccettabili verificatesi lo scorso anno”. Inoltre, l’UE nutre molti dubbi sul fatto che la Campania possa attuare un sistema di gestione efficiente per la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti ed, inoltre, considera le autorità campane incapaci di indicare un calendario chiaro per il completamento e la messa in esercizio degli impianti di selezione, delle discariche, degli inceneritori e delle altre infrastrutture necessarie per risolvere i problemi che affliggono la regione. Ora ci saranno 12-18 mesi di tempo prima della condanna dei giudici UE: se qualcosa non cambierà, l’Italia andrà incontro ad una sanzione salatissima minima di 10 milioni di euro più una penalità tra i 22.000 ed i 700.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’attuazione della sentenza!!!
Ma il problema non riguarda solo la Campania: infatti, sta rischiando grosso anche il Lazio che sarebbe addirittura vicino al tracollo a causa delle discariche che sono in fase di esaurimento e alla piccola quantità di raccolta differenziata (appena il 12%) che vi viene svolta. Si tratta di 3.373.000 tonnellate di rifiuti ogni anno, che presto non si saprà dove smaltirli (attualmente vengono smaltiti nelle 10 discariche laziali che potranno essere utilizzate secondo la Finanziaria sino al 31 dicembre 2008): ora l’UE vuole vederci chiaro e sta pensando ad una nuova procedura d’infrazione per il Lazio. Già nel 2004 i commissari europei avevano aperto un provvedimento d’infrazione nei confronti della Regione (gestita da Storace) per non aver inviato a Bruxelles il “Piano di gestione dei rifiuti”.
Speriamo solo che, per la risoluzione del problema rifiuti, non si costruiscano inceneritori (opps, termovalorizzatori…) ovunque. Ho già espresso le mie motivazioni in molti miei precedenti post, ovvero che un ciclo perfetto e pulito dei rifiuti dovrebbe prevedere:

  • raccolta differenziata “porta a porta”: si può differenziare fino all’85% del prodotto, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, dall’umido al legno, dai metalli al vestiario, dalle pile ai medicinali, ecc…, mentre solo il 15% potrebbe essere rappresentato dal rifiuto secco;
  • riciclaggio del materiale differenziato in appositi impianti di riciclo: la carta si può macerare ed utilizzare per ottenimento di nuova carta, la plastica può essere rammollita e rielaborata in nuove forme, il vetro può essere fuso e riutilizzato per nuovi contenitori in vetro, ecc… con un notevole contributo in fatto di risparmio di materia prima;
  • solo il 15% di rifiuto secco finirebbe in discarica, dando respiro alle nostre discariche e contribuendo alla protezione del nostro ambiente.

Questa filiera non prevede inceneritori (o termovalorizzatori, come vengono chiamati qui in Italia…): nulla deve essere bruciato, ma riciclato. L’incenerimento produce energia elettrica (anche se è molta quella che viene consumata per farli funzionare…), ma rilasciano in atmosfera nanoparticelle che non vengono trattenute neppure dai migliori filtri dei camini e che sono dannosissime per la salute umana (provocano soprattutto un aumento dei tumori).
Ma, allora, perché nessuno la vuole mettere in atto questa filiera? Perché non prevede fortune economiche per i costruttori degli inceneritori… Ora la parola al governo Berlusconi IV, prepariamoci ad incenerirci!

venerdì 9 maggio 2008

MARE ITALIANO: ecco le Bandiere Blu 2008

Come da tradizione, anche quest’anno sono state assegnate le BANDIERE BLU 2008 alle località marine (e lacustri) italiane: si tratta di un rinascimento prestigioso che viene assegnato in base a varie caratteristiche, che poi vedremo.
Le Bandiere Blu vengono assegnate dal FEE (Foundation for Environmental Education) assieme al COBAT (Consorzio Obbligatorio per la raccolta delle BATterie esauste). Del COBAT ho già trattato in un precedente post dedicato appunto alla raccolta delle batterie esauste. Per quanto riguarda il FEE, esso è stato fondato nel 1981 ed è un’organizzazione internazionale non governativa e no-profit che ha sede in Danimarca : è presente oggi in 46 paesi di tutto il mondo (http://www.feeitalia.org). La collaborazione col COBAT nasce dall’impegno comune verso la sostenibilità ambientale attraverso molteplici attività di educazione e formazione (in particolare all’interno delle scuole). Nel 2003 la FEE ha firmato un Protocollo di partnership con l’UNEP (ovvero il Programma per l’Ambiente per l’ONU), mentre nel febbraio del 2007 ha firmato un altro Protocollo con l’Organizzazione Mondiale del Turismo. La FEE Italia è stata costituita nel 1987 ed è fautrice di vari programmi, tra cui la Bandiera Blu è il più importante.
Ma che cos’è la Bandiera Blu? È un riconoscimento internazionale, istituito nel 1987, che viene assegnato ogni anni in circa 40 paesi di tutto il mondo (tra cui appunto l’Italia), che viene dato alle località marine per la qualità del mare e dei servizi della località. L’assegnazione viene data in seguito ad un iter procedurale che è stato messo a punto nell’ambito del Sistema di Gestione Qualità ed è tra i più affidabili al mondo:

  • si parte da un’auto-candidatura del Comune, il quale deve compilare un questionario relativo alle varie categorie per cui sarà valutato;
  • raccolte tutte le candidature, si esaminano attentamente i questionari: la valutazione viene fatta da una Giuria all’interno della quale sono presenti rappresentanti della Presidenza del Consiglio, del Ministero delle Politiche Agricole, della Guardia Costiera, dell’ENEA, delle Regioni e di altri organismi pubblici;
  • alle varie domande del questionario viene assegnato un punteggio che va da 1 a 7 per la certificazione ambientale, da 10 a 20 per le acque di balneazione, da 1 a 10 per la depurazione delle acque, da 1 a 18 per la raccolta differenziata, da 10 a 20 per l’educazione ambientale, da 1 a 10 per il turismo, da 5 a 12 per la spiaggia e da 0 a 3 per la pesca professionale;
  • alla fine si conteggiano i punteggi e si stila la classifica, assegnando quindi le Bandire Blu alle località che hanno avuto risultati positivi.

Quest’anno sono stati inviati 379 questionari, dei quali solo 147 sono arrivati in tempo utile alla FEE per partecipare all’edizione 2008 del programma: è aumentato rispetto allo scorso anno il numero di Comuni meritori che potrà così esibire la Bandiera Blu sulle proprie spiagge, ovvero 104 (erano stati 96 nel 2007), e questo sta a significare l’aumento costante dell’impegno delle regioni italiane e delle amministrazioni comunali nei confronti della gestione e della difesa del territorio, cercando quindi di rendere il più possibile sostenibile l’impatto delle attività turistiche sull’ambiente. In particolare, ciò sta a dimostrare la sempre più diffusa sensibilità a livello nazionale nei confronti della gestione del territorio che poi si traduce in un conseguente miglioramento delle condizioni ambientali e di vivibilità dei luoghi.
Le classifiche che annualmente vengono stilate sono due, una per le spiagge ed una per gli approdi turistici. Guardando al numero delle Bandire Blu attribuite alle spiagge per regione, quest’anno in testa troviamo le Marche e la Toscana (con 15 bandiere cadauna), poi la Liguria (14), l’Abruzzo (13), la Campania (11), l’Emilia Romagna (8), la Puglia (7), il Veneto (5), la Sicilia (4), il Lazio e la Calabria (3 cadauna), il Friuli Venezia Giulia ed il Molise (2 cadauna), infine la Basilicata ed il Piemonte (1 cadauna). Proprio il Piemonte detiene l’unica Bandiera Blu lacustre (assegnata a Cannero Riviera sul Lago Maggiore. Guardando, invece, al numero di Bandiere Blu attribuite agli approdi turistici per regione, in testa troviamo il Friuli Venezia Giulia (con 12), seguono la Liguria (11), la Sardegna (9), l’Emilia Romagna (5), il Veneto e le Marche (4 cadauna), la Toscana, il Lazio e la Campania (3 cadauna), infine l’Abruzzo, la Puglia e la Sicilia (1 cadauna).
Un buon segnale non solo per le attività turistiche, ma soprattutto per il nostro caro ambiente: non è difficile comprendere che l’assegnazione della “Bandiera Blu” è per il Comune un ulteriore slancio economico e turistico, ma se questo serve alla protezione ambientale allora ben venga. Si potrebbe cominciare ad attribuire anche le “Bandiere Verdi”, forse incentiverebbe la protezione ambientale anche nelle altre aree del paese.

Sta per nascere un nuovo Stato: la GROENLANDIA!

Ed ecco qua una notizia di geografia: entro la fine dell’anno la GROENLANDIA potrebbe diventare (ma il condizionale lo potremmo anche togliere) uno Stato!
Si tratta della più grande isola al mondo: ben 2.175.600 kmq (7 volte l’Italia…), con appena 57.000 abitanti (l’84% della sua superficie è infatti perennemente coperta di ghiacci, con clima inospitale), politicamente appartenente alla Danimarca di cui costituisce una contea autonoma con capoluogo Godthab. I danesi arrivarono nell’isola all’inizio del 18° secolo, quando il missionario Hans Egede fondò la prima colonia danese; poi, dall’indipendenza danese e fino a poco dopo la fine della seconda guerra mondiale la Groenlandia è stata colonia danese; infine, nel 1979 è stata approvata dal Parlamento danese una legge che dava all’isola piena autonomia legislativa ed amministrativa dalla Danimarca.
Ora però qualcosa è cambiato, ci si è spinti più in là: martedì 06 maggio 2008, infatti, è stato firmato un trattato tra il premier conservatore danese Anders Fogh Rasmussen ed il governatore-premier socialdemocratico groenlandese Hans Enoken, il quale prevede un’indipendenza a tappe della grande isola: a fine anno si terrà un referendum in tutti i territori del regno danese, per il quale la vittoria del sì è quasi scontata (sia in Groenlandia che in Danimarca). A quel punto la GROENLANDIA sarà un vero e proprio Stato indipendente: non godrà più delle sovvenzioni danesi (ogni anno l’isola gode di fondi speciali del bilancio reale per tre miliardi di corone danesi, ovvero 400.000 euro, corrispondenti a circa 7.000 euro per ognuno dei 57.000 abitanti dell’isola). Ma questo non sarà un problema per il nuovo Stato, viste le ingenti risorse dell’isola: soprattutto petrolio (ne sono stati trovati giacimenti anche recentemente nello Stretto di Davis e lo scioglimento recente dei ghiacci potrebbe rivelarne altri…), ma anche tante altre materie prime (criolite, carbone, grafite, piombo e zinco). Ma l’economia si basa anche sulle 170.000 tonnellate annue di pesce (soprattutto gamberi e halibut), nonché sul commercio di pelle di foca e sul turismo. La capitale del nuovo Stato sarà Nuuk, circa 15.000 abitanti, posta lungo la costa sud-occidentale dell’isola.
Quindi mire indipendentiste alle porte per la Groenlandia (http://www.greenland.com), che da una parte possono essere viste positivamente per l’orgoglio delle popolazioni locali (che parlano una lingua simile all’inuit, quella parlata in molte zone del Canada e dell’Alaska) che poco hanno da condividere con la popolazione danese (stile di vita, lingua, razza, usanze, ecc…), ma che allo stesso tempo possono essere viste con un occhio più critico e non così positivo, considerando che proprio la Danimarca attualmente rifornisce la Groenlandia di vari prodotti di prima necessità impossibile da reperire nell’isola (frutta, verdura, cibo, medicine, ecc…) e che mancano ancora giovani qualificati in grado di costruire la futura classe dirigente groenlandese (dopo l’indipendenza, alla Danimarca spetterà temporaneamente solo la politica estera, come fece l’Irlanda quando si staccò dal Regno Unito).
Insomma, un altro pezzo di geografia sta per essere riscritto: saranno davvero pronti gli Eschimesi ad autogestirsi in tutto? Certo, per il suo sostentamento la Groenlandia sarà costretta a vendere care le sue preziose materie prime, considerando anche come queste cominciano a scarseggiare nel resto del mondo…