martedì 25 novembre 2008

Semplificazione per la differenziata dei RIFIUTI ELETTRONICI

Nel precedente post vi ho parlato della raccolta differenziata delle pile – batterie esauste, ora voglio parlarvi invece di quelle dei rifiuti elettrici ed elettronici, così come vuole la direttiva europea Raee. Se ne è parlato recentemente alla fiera Ecomondo che si è tenuta a Rimini, partendo dai dati ufficiali: dal 1° gennaio al 30 settembre 2008 sono state raccolte più di 33.000 tonnellate di materiale elettrico ed elettronico, quantità aumentata rispetto agli ultimi anni grazie anche all’aumento dei centri di raccolta specializzati. Il 40% di queste 33.000 tonnellate è rappresentato da frigoriferi, il 27% da TV e monitor, il 19% da lavatrici e lavastoviglie (i cosiddetti “Grandi Bianchi”), il 14% da lampade e affini ed uno 0.28% da sorgenti luminose.
La direttiva europea Raee stabilisce una quantità annua raccolta pro-capite di 4 kg di rifiuti di tale tipo anche se, come dice Giorgio Arienti (direttore di Ecodem, il consorzio di recupero e riciclaggio degli elettrodomestici) non sarà facile. Si sta ora aspettando un decreto di semplificazione degli adempimenti a carico dei distributori che consentirà l’avvio del ritorno “1 contro 1”: in questo modo i consumatori potranno restituire i propri rifiuti elettrici ed elettronici sia ai centri pubblici di raccolta sia ai distributori nel momento in cui acquistano un nuovo prodotto in sostituzione di quello vecchio. Il sistema è partito un anno fa ma ancora oggi molti commercianti non sono attrezzati per poter ritirare rifiuti elettrici ed elettronici, e se li ritirassero ci sarebbe il rischio che li vadano a stoccare in strutture non a norma di legge. Per questo serve questa semplificazione del sistema, oltre che aumentare il numero delle oasi ecologiche ove i cittadini possono portare questi tipi di rifiuti, evitando quindi la laboriosa (per tale tipo di rifiuto) raccolta porta a porta. Dal canto loro, i commerciati vorrebbero aprire un tavolo di confronto col Ministero dell’Ambiente per discutere sulle modalità di applicazione della normativa e consentire, ad esempio, che nei centri commerciali ci sia un unico centro di raggruppamento e che i distributori possano portare questi tipi di rifiuti direttamente ai centri di smaltimento senza passare dalle piazzole comunali.
I dati dell’ONU ci dicono che ogni anno la produzione di rifiuti elettrici ed elettronici varia tra i 20 e i 50 milioni di tonnellate (!!), ma come dice Greenpeace non si sa quale sia la loro esatta destinazione in quanto si tratta di un flusso nascosto che non viene intercettato dai sistemi di recupero attualmente in funzione: per flusso nascosto si intende la differenza tra la quantità di prodotti immessi in passato nel mercato e la quantità effettivamente recuperata come rifiuti dalle attività di raccolta. Purtroppo la maggior parte di questi rifiuti finisce nella rete di un business artigianale attivo nel Sud-Est asiatico (ove si recuperano metalli preziosi da tali rifiuti) o in alcuni paesi africani come il Ghana (ove vengono illegalmente smaltite immense quantità di rifiuti elettrici ed elettronici provenienti da Olanda, Germania, Svizzera, Danimarca e… Italia).
Purtroppo, come detto per la raccolta delle pile-batterie esauste, anche per i rifiuti elettrici ed elettronici ci sono state finora solo poche ed isolate iniziative per la loro raccolta, come ad esempio quella di Vodafone (in collaborazione con Legambiente ed Enel) per recuperare il silicio dei vecchi telefonini e riutilizzarlo per la produzione di pannelli solari (sono stati raccolti in tutto circa 11.000 telefonini che verranno utilizzati per produrre pannelli fotovoltaici da applicare alle scuole di sei città italiane).
E, sempre come detto nel precedente post per la raccolta delle pile-batterie esauste, anche per i rifiuti elettrici ed elettronici la loro raccolta e riciclaggio non solo ha un grande vantaggio in termini di protezione ambientale, ma anche in termini di produzione visto che si possono riciclare in nuova materia prima (basti pensare che da una tonnellata di telefonini gettati nella spazzatura si possono recuperare ben 150 grammi d’oro, un quintale di rame e tre kg d’argento!!!): naturalmente, ne varrà anche della nostra salute…

RACCOLTA PILE-BATTERIE: si fa ancora poco

Purtroppo di fa ancora poco per la raccolta differenziata delle pile-batterie esauste, considerato il loto contenuto altamente inquinante una volta che sono state consumate (contengono infatti mercurio, piombo e cadmio che devono essere assolutamente riciclati in quanto pericolosi per l’ambiente). Si calcola che ogni anno in Europa vengano vendute 800.000 tonnellate di batterie per automobili, 190.000 tonnellate di batterie industriali e 160.000 tonnellate di pile portatili non al piombo: attualmente la raccolta – trattamento – riciclaggio delle batterie usate si manifesta in maniera frammentaria in Europa, tanto che solo 6 paesi dell’Unione Europea (ovvero Germania, Olanda, Belgio, Austria, Svezia e Francia) hanno un sistema completo di raccolta e riciclaggio di qualsiasi tipo di pile-batterie usate.
In Italia, naturalmente, tale raccolta va a singhiozzo e a macchia di leopardo sull’intero territorio nazionale: e pensare che ogni anno si usano in Italia circa 13.000 tonnellate di batterie di qualsiasi tipo non al piombo. Manca nel nostro paese un sistema nazionale organizzato di raccolta e riciclaggio di tali rifiuti, che dunque viene per lo più svolto da alcuni Comuni. L’APAT stima che solo il 13.5% delle pile-batterie al nichel-mercurio, litio e nichel-cadmio usate nel nostro paese venga raccolto e riciclato, mentre la totalità delle pile-batterie alcaline e allo zinco-carbone finisce in discarica… E pensare che le pile-batterie usate, una volta raggiunto la conclusione della loro funzione, non solo sono potenzialmente pericolose da un punto di vista ambientale (tanto da esserne necessari la raccolta ed il riciclo), ma riciclandole si può riutilizzare il materiale esausto in esse contenute con vantaggi nella catena della produzione.
Manca quindi una rete nazionale e/o europea per la raccolta sistematica e completa delle pile-batterie, al fine di poter combattere insieme questa lotto contro l’inquinamento del nostro territorio. Ma c’è già qualche cenno positivo in merito: entro la fine dell’anno tutti gli Stati membri dell’Unione Europea dovranno recepire la Direttiva n° 2006/66/CE che definisce i tempi ed i requisiti per la creazione di sistemi nazionali (che dovranno essere operativi entro il 2009) per la raccolta ed il riciclo di qualsiasi tipo di pile e batterie (al piombo e non). Tale Direttiva riguarderà, inoltre, qualsiasi tipo di pile e batterie indipendentemente dalla loro forma, volume, peso e destinazione d’uso: quindi, ogni tipo verrà riciclato. Pensate infatti, nel nostro piccolo, quanti tipi di pile e batterie utilizziamo nella nostra vita quotidiana: per il cellulare, per i telecomandi, per le sveglie, per gli orologi, per i giocattoli, per vari elettrodomestici, che possono essere allo zinco, al nichel-cadmio, alcaline, ecc… che seppur di piccole dimensioni sono dannosissime per la salute umana. Contengono infatti quantità piccole di metalli pesanti come cadmio, zinco, cromo e mercurio che, anche se in ridotte quantità, sono estremamente pericolosi per la nostra salute: pensate che un solo grammo di mercurio contenuto in una pila può gravemente inquinare 1.000 litri d’acqua (pari ad un metro cubo!). Per questo la Direttiva europea introduce anche delle limitazioni al contenuto di cadmio e mercurio nelle pile – batterie, promuovendo campagne di informazione e sensibilizzazione alla raccolta differenziata delle stesse, tra l’altro vietando assolutamente il loro smaltimento in discarica e il loro incenerimento.
Toccherà quindi prima allo Stato realizzare e coordinare una rete nazionale efficace per la raccolta delle pile – batterie esauste ed il loro successivo riciclaggio, dopo di che tocca a noi cittadini compiere quel piccolo gesto di pochi secondi di raccogliere le pile esauste ed inserirle negli appositi contenitori: un piccolo gesto che vale la salubrità dell’ambiente in cui viviamo e una garanzia per la nostra salute.

domenica 23 novembre 2008

MUESI ITALIANI: in forte pericolo l’arte contemporanea!

Diciamo pure la verità: l’arte non sta attraversando un buon periodo nel nostro paese, soprattutto da quando il centro-destra è salito al governo lo scorso aprile 2008 (lo sappiamo tutti che la cultura non è mai stata un cavallo di battaglia della destra).
Detto ciò parlano i fatti: il forte debito pubblico italiano (sconvolgente, tra l’altro) costringe tutti i governi degli ultimi anni (indipendentemente dal colore politico) a forti tagli di spesa. Quello che contraddistingue gli schieramenti politici è il modo con cui vengono attuati questi tagli e, soprattutto, a quali ministeri vengono imposti. Con questo attuale governo si stanno apportando tagli scellerati di fondi alla cultura e all’istruzione, che sono sempre state alla base di un buono Stato civile e democratico. Ci sono poi alcune politiche culturali fortemente discutibili messe in atto dall’attuale ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi: tra queste, l’elezione di Mario Resca (ex presidente di McDonald’s Italia) a super-manager dei musei italiani (non si discute la figura del super-manager per i musei, forse necessaria, né la persona di Mario Resca, quanto invece la sua non idoneità a ricoprire un ruolo culturale, visto che per anni ha fatto ben altro!), nonché aver espresso giudizi negativi nei confronti dell’arte contemporanea (ha infatti chiesto l’eliminazione della direzione generale che si occupa dell’arte contemporanea!). Proprio per aver detto di non capire l’arte contemporanea (lo ha detto, badate bene, il Ministro dei Beni Culturali!!!), lo stesso sta nominando ora personaggi che dell’arte contemporanea non ne apprezzano niente: ad esempio, ha nominato Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli come curatori del padiglione italiano alla Biennale di Venezia, i quali hanno subito rilasciato dichiarazioni contro l’arte contemporanea italiana. Un altro esempio è quello che ha fatto il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi: ha dato lo sfratto al museo cittadino di Palazzo Forti, che era adibito a galleria di arte moderna (era stato donato alla città nel 1937 da Achille Forti perché fosse adibito a sede espositiva): ora è stato messo all’asta (per ripianare i debiti della città) per 65 milioni di euro e, nel frattempo, è stato attuata una delibera per modificarne la destinazione d’uso da pubblico a “residenziale, commerciale e direzionale”!!! Le 1.500 opere del museo saranno traslocate nel Palazzo della Ragione e queste sono state le parole di Tosi: “Hanno spostato la diga di Assuan, figuriamoci se ci sono questioni per una parete”! Incredibile…
Molte altre situazioni si presentano alquanto delicate: a Torino entro la fine dell’anno lasciano l’incarico Ida Granelli (che ha abilmente guidato il Castello di Rivoli, uno dei sacrari italiani dell’arte contemporanea) e Pier Giovanni Castagnoli (che ha diretto la Galleria d’Arte Moderna), che difficilmente saranno rimpiazzabili. Il museo di Siracusa è ora senza direttore (quello precedente, Salvatore Lacagnina, è stato trasferito in Svizzera a dirigere l’istituto di cultura): ora non ci sono pretendenti. A Roma corrono i lavori del Maxxi, il museo del XXI secolo progettato da Zaha Hadid che dovrebbe essere inaugurato a breve: a Paolo Colombo, che ne aveva la consulenza direzionale, non è stato rinnovato il contratto e non è stato sostituito. Perché? Mah…
L’esempio più eclatante del blocco culturale italiano è quello del Macro, il museo di arte contemporanea di Roma che doveva essere uno dei simboli della rinascita culturale italiana e che invece oggi è chiuso (http://www.macro.roma.museum): si trova in via Reggio Emilia, formalmente è aperto ma le stanze sono sbarrate, non ci sono opere esposte. Da 6 mesi il Macro è senza direttore: 6 mesi indietro ci riportano al periodo delle elezioni politiche primaverili… Coincidenza? No! Danilo Eccher, che era stato nominato direttore del Macro dal precedente governo Prodi, è stato destituito dell’incarico dall’attuale esecutivo di centro-destra in quanto era considerato troppo veltroniano! Incredibile!!!
Credo che l’esempio del Macro rispecchi perfettamente la grave situazione in cui versano i musei italiani e, di conseguenza, la nostra cultura: tutto purtroppo in Italia, e anche la cultura appunto, ruota attorno alla politica (malata), che mai come in questi anni sta facendo il male assoluto del nostro paese. Il continuo susseguirsi di governi di vario colore e il volere di ognuno di questi di far valere il loro potere sta portando a tutto fuorché ad una stabilità duratura che possa portare ad uno sviluppo sensato dei vari rami della vita del nostro paese, tra cui anche la nostra cultura. In questo il super-manager dei musei dovrebbe essere d’aiuto: secondo il ministro Bondi doveva essere scelto tramite concorso pubblico ed invece si è subito rimangiato le parole visto che l’ha nominato di sua spontanea volontà alcuni giorni fa, ed ha scelto l’ex direttore di McDonald’s Italia… Cosa possiamo sperare di buono se le cose continuano ad andare così?

Arresto per rifiuti anche al Nord Italia!

Alcuni giorni fa vi parlai del decreto legge varato il 31 ottobre 2008 dal Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi per sancire la tolleranza zero in materia di rifiuti. Ricordiamo i punti salienti di quel decreto:
arresto: chi lascia per strada rifiuti ingombranti (frigoriferi, materassi, computer, elettrodomestici, divani, ecc…) e pericolosi (eternit, materiali edili, tossici, ecc…) sarà punito col carcere per un periodo che andrà da 6 mesi a 3 anni;
• rimborsi: il cittadino che porterà imballaggi usati (al massimo 100 kg al giorno) presso le aree di raccolte autorizzate riceverà un compenso forfetario;
• commissari: i Comuni che non faranno quanto previsto dalla legge in materia di raccolta dei rifiuti saranno commissariati su proposta del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso;
• regioni: tali norme saranno valide per le regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Nel mio post vi indicai la mia soddisfazione per la linea dura contro tutti coloro che rilasciano rifiuti ingombranti lungo strade, fossi, parcheggi, ecc… Tra l’altro è stato fatto anche un altro decreto che applica multe pesanti da € 500 ad € 1.000 per coloro che gettano rifiuti dalle auto o li rilasciano camminando: anche qui, personale grande soddisfazione contro questa immensa inciviltà che contraddistingue il popolo italiano.
Ritornando al decreto legge sui rifiuti ingombranti/pericolosi, sollevai tuttavia la mia forte perplessità sul fatto che il decreto avrebbe avuto valenza solo in alcune regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), quando invece si sarebbe dovuto estenderlo a tutto il paese perché anche nelle regioni del Nord ci sono esempi orrendi di rifiuti abbandonati per strada.
Bene, il governo ora ha fatto dietrofront su questo punto: è stato fatto un maxi emendamento al decreto rifiuti che è stato presentato giovedì 20 novembre 2008 in Commissione Ambiente alla Camera dal deputato del PdL Agostino Ghiglia (relatore del ddl). Ora il decreto viene esteso a tutta Italia: il decreto rimane uguale in ogni punto ma cambia la sua estensione territoriale, finalmente!
Tuttavia, meglio aspettare prima di brindare visto che la maggioranza ha preso tempo ed ha rinviato l’esame del testo alla prossima settimana: ci sono infatti alcuni esponenti del PdL che sono contrari all’estensione del decreto a tutto il territorio nazionale e non potevano che essere della Lega Nord, per la quale il Nord Italia è intoccabile. Queste sono le testuali parole del leghista Guido Dussin: “La norma contenuta nel decreto è efficace, lo confermano i 23 arresti recenti in Campania. Ma lo è nei territori in cui vige l’emergenza, non certo al Nord dove sarebbe inutile e dannosa. Soprattutto per le imprese”. Scusatemi, ma sono allibito di fronte a queste dichiarazioni: forse il sig. Dussin non ha mai visto i depositi di rifiuti di ogni genere (divani, materassi, elettrodomestici, computer, eternit, materiali edili e pericolosi) che vengono depositati lungo ogni tipo di strada, nelle piazzole di sosta delle grandi strade, lungo i fossati di campagna, nelle aree abbandonate, nei campi, e non si tratta di casi isolati, visto che se ne trovano dappertutto. Questa non è emergenza? Ma scherziamo, noi del Nord abbiamo la fortuna di scaricare ogni tipo di rifiuto dove vogliamo, che ce ne frega del nostro ambiente e della nostra salute, bisogna sempre pensare all’economia visto che le imprese possono così abbandonare i loro rifiuti dove vogliono senza spendere un soldo! Non ho letteralmente parole, soprattutto per il fatto che gente del genere è al governo e dovrebbe rappresentarci: non so se vi rendete conto in che mani siamo!!!

OGM all’assalto del biologico

È il titolo dell’articolo che il giornalista Carlo Petrini ha scritto per il quotidiano La Repubblica giovedì 20 novembre 2008. Dal 1° gennaio 2009 entrerà in vigore il nuovo regolamento comunitario per il biologico, il quale equiparerà l’agricoltura biologica a quella convenzionale per quel che riguarda la contaminazione accidentale da OGM! Fino a poco tempo fa si trattava di una bozza di regolamento per il biologico, alla quale si erano opposti fin da subito varie organizzazione (come Slow Food e Coldiretti) ed anche lo stesso Parlamento europeo (tra l’altro a grande maggioranza): questa bozza prevedeva che la soglia di contaminazione accidentale da OGM (al di sotto della quale continua essere lecito etichettare come biologici gli alimenti contaminati) fosse dello 0.9%, ovvero la stessa percentuale applicata nell’agricoltura convenzionale. A questo si erano ribellate le varie organizzazioni ed il Parlamento europeo i quali volevano invece che questa percentuale fosse molto più bassa, ovvero lo 0.1%, al fine di garantire al consumatore la massima sicurezza alimentare: si chiedeva lo 0.1% perché era il minimo tecnicamente rilevabile, al di sotto del quale gli strumenti di rilevamento non funzionano. In pratica si pensava (lecitamente) che se c’è traccia di OGM non si può parlare di biologico (http://www.liberidaogm.org).
Ed, invece, le cose sono andate diversamente: la Commissione ha ignorato il voto addirittura dello stesso Parlamento europeo, una cosa incredibile, considerate anche le molte voci di protesta che si erano sollevate da più parti. Credo proprio abbia ragione il sig. Carlo Petrini quando dice che: “L’unica spiegazione che mi sono dato è veramente sgradevole. Ha a che fare con la volontà politica di danneggiare ancora una volta le produzioni sostenibili e di qualità, favorendo le lobby del ‘tanto peggio tanto meglio’, economicamente potentissime, che nella mancanza di rigore normativo non possono che proliferare”.
Naturalmente questa nuova normativa sarà una batosta per l’agricoltura biologica europea ma, soprattutto, italiana: nel 2007 nel nostro paese sono stati coltivati a biologico 1.150.000 ettari di terreno impiegando oltre 50.000 operatori (di cui più di 43.000 sono produttori). E qui riporto un altro passo dell’articolo di Petrini: “La difesa dell’autentico made in Italy, della qualità e della tipicità dei nostri prodotti, del senso stesso della dieta mediterranea, passa dalla difesa delle produzioni biologiche, passa dalle mani di quanti creano profitto e benessere, nel senso più completo, senza danneggiare il pianeta. Ebbene, sembra che questi signori nessuno abbia voglia di proteggerli. Per lo meno non a Bruxelles”.
Ha ragione lo stesso Petrini quando dice che dovremmo essere superiori: anche se dal 1° gennaio 2009 entrerà in vigore la nuova normativa, i coltivatori italiani di biologico dovrebbero continuare ad essere “completamenti liberi da OGM”, lasciando la percentuale dello 0.9% ad altri coltivatori scellerati. In tale maniera non si correrebbero rischi di procedure d’infrazione da parte dell’Unione Europea, si correrebbe il rischio di fare la figura di quelli che all’agricoltura biologica tengono davvero (e sarebbe una bella figura), e si garantirebbe la massima trasparenza delle informazioni ai consumatori.
Concludo con la parte finale dell’articolo di Petrini, chiarissima e che descrive alla perfezione quello che potrebbe succedere: “Altrimenti tutti noi dal 1° gennaio 2009 avremo una ragione in meno per comprare biologico, da qualunque parte dell’Europa esso provenga. E l’unico biologico di cui potremo ancora fidarci sarà quello dei paesi più poveri, quello che producono biologico per forza (e dunque per davvero) e non per regolamento”…

Nuova vita ai beni confiscati alla MAFIA

La Legge n° 646 del 13 settembre 1982, nota come Legge Rognoni-La Torre, prevede la confisca dei beni gestiti dalla mafia: fino al 31 dicembre 2006 sono stati confiscati alla mafia ben 7.328 beni immobili (terreni, edifici, ecc…), dei quali l’83% sono dislocati nelle regioni meridionali (di questi il 45% in Sicilia), ma spicca anche un 17% confiscato in Lazio e in Lombardia… Di questi 7.328 beni, 3.372 sono già stati destinati ad altri scopi, 3.835 sono stati censiti ma non ancora destinati (50% appartamenti, 26% terreni e 24% pertinenze), mentre 121 sono “non destinabili”. Molte anche le aziende confiscate (sempre dati riferiti al 31 dicembre 2006): ben 831, di cui il 34% in Sicilia e il 15% in Lombardia… Ma a cosa vengono destinati i beni confiscati? Il 36% viene adibito ad aree destinate a fini sociali (sport, giochi, verde pubblico, utilità sociali), il 28% a finalità sociali (edifici per comunità di tossicodipendenti, immigrati, anziani, minori, handicappati, famiglie), mentre il 21% è adibito a finalità istituzionali (uffici giudiziari, scuole, assicurazioni, uffici comunali).
Ora è arrivata la notizia (pubblicata dal quotidiano La Repubblica martedì 11 novembre 2008) che è stato realizzato un agriturismo in una villa confiscata a Totò Riina: una villa con vista mozzafiato sulla vallata di Gorgo del Drago, a Corleone. La proprietà Riina era qui composta da due fabbricati rurali che sono stati recuperati e trasformati in agriturismo con 88 coperti, 16 posti letto (a circa € 60-70 la notte) e 40.000 mq di terreno. I lavori di inaugurazione sono stati condotti dai ragazzi della cooperativa Pio la Torre: nel nuovo agriturismo verranno prodotti vino e legumi, e si cucineranno prodotti coltivati nei terreni circostanti confiscati alla mafia. Tali lavori saranno svolti dalle coop e dai ragazzi di Libera (http://www.libera.it).
Ci sono molti altri esempi di beni confiscati alla mafia e ridati a nuova vita: a San Giuseppe Jato (30 km da Corleone) verrà inaugurato il “Giardino della Memoria”, realizzato nella masseria in cui i carnefici della cosca di Giovanni Brusca sequestrarono, strangolarono e sciolsero nell’acido il corpo del tredicenne Giuseppe Di Matteo, che aveva l’unica “colpa” di essere il figlio del pentito Santino Di Matteo.
Il ministro dell’interno Roberto Maroni ha affermato di varare presto delle norme per l’attribuzione di poteri straordinari per l’utilizzo immediato di questi beni. Il tesoro delle cosche vale ben un miliardo di euro: ci sono 1.700 beni sequestrati in mano alle banche per debiti o pignoramenti e che presto saranno messi all’asta, e per questo Don Ciotti propone alle banche di fare una sanatoria.
Altra bella iniziativa sarà l’inaugurazione (a gennaio 2009) nelle terre confiscate a Totò Riina del primo centro di confezionamento di tutti i legumi prodotti dal consorzio “Sviluppo e Legalità”, grazie ad un investimento di € 270.000 (infatti, fino ad ora i legumi coltivati nei terreni confiscati in Sicilia venivano spediti in Umbria per essere lavorati, confezionati e poi ridistribuiti sul territorio nazionale). Il Consorzio “Sviluppo e Legalità” riunisce le coop Placido Rizzotto, Lavoro e non solo, Pio La Torre ed Elios, le quali dai 700 ettari di terra confiscati alla mafia producono pasta, vino, meloni, pomodori, ceci e lenticchie. Ora si vuole fare la stessa cosa con lo stabilimento della pasta ottenuta da prodotti confiscati alla mafia: infatti ora lo stabilimento si trova a Mantova ma si vuole portarlo, giustamente, in Sicilia.
E ancora: 250.000 bottiglie di vino prodotte quest’anno dalle viti coltivate sui terreni dei boss Brusca e Riina, a Corleone la villa della famiglia Riina ospita adesso un istituto agrario, a Palermo uno degli appartamenti sequestrati ai prestanome dei boss è ora la sede di Addio Pizzo, mentre in un negozio confiscato alla mafia c’è ora la bottega di Libera ove si vendono prodotti ottenuti dalle terre confiscate.
La lotta alla mafia continua e con l’utilizzo dei beni confiscati “si prendono due piccioni con una fava”.

martedì 18 novembre 2008

EUGENIO SCALFARI: “Salviamo l’arte dal federalismo”

Il grande (permettetemi il mio personale apprezzamento) giornalista Eugenio Scalfari ha dato grande spazio all’argomento “arte” nel quotidiano La Repubblica di martedì 11 novembre 2008 intitolando il suo articolo “Salviamo l’arte dal federalismo”. Scalfari giustamente dice che è un po’ problematico parlare di tutela dei beni culturali e del paesaggio in questo periodo di profonda crisi economica globale, però esiste (testuali parole di Scalfari) “il pericolo che la cultura, cui si continua a tributare omaggio di parole, costituisca nei fatti l’anello debole e addirittura sacrificale. Cultura, ricerca, beni culturali, patrimonio pubblico, paesaggio, sono infatti considerati come altrettanti elementi opzionali dei quali si può tranquillamente fare a meno. I tagli di spesa più cocenti sono avvenuti proprio in questi settori non soltanto per eliminare sprechi ma per recuperare risorse dirottandole verso altre destinazioni. Non si è considerato che non si tratta di spese ma di investimenti che, proprio per la loro natura, non possono essere interrotti senza causare nocumento e deperimento gravissimi. Ho voluto riportare fedelmente le parole di Scalfari perché dipingono perfettamente la situazione attuale.
Purtroppo molto spesso ci si dimentica che l’immenso patrimonio storico, artistico, culturale e paesaggistico italiano ha effetti diretti positivi sull’economia del nostro paese per la sua forte connessione con l’industria turistica: da un punto di vista economico il turismo in Italia equivale all’esportazione di beni e servizi, porta valuta nelle casse dell’erario con, oltretutto, la differenza che anche se non escono servizi e merci dal nostro territorio fa invece entrare persone e con esse ricchezza e sostegno della domanda interna. Un calo del turismo si ripercuote negativamente sulla domanda e sulla ricchezza prodotta nel paese. Lo scarso interesse che le istituzioni stanno mostrando verso il nostro caro patrimonio si manifesta nello stato in cui oggi versano le Sovrintendenze italiane preposte alla tutela del paesaggio e dei beni culturali: encomiabile lo sforzo che in questi mesi sta facendo il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi per trovare fondi a sostegno del suo ministero (visti i drastici tagli imposti dalla Finanziaria…), purtroppo non li ancora trovati… Intanto il personale delle Sovrintendenze è ridotto al minimo, ci sono sedi vacanti da tempo, mancano molti servizi.
Riporto un’altra interessante affermazione di Scalfari: “Il guaio è che, risorse finanziarie a parte, il ministro (Bondi) tergiversa anche a compiere alcuni adempimenti che non comportano spese ma che sarebbero necessari per chiarire una normativa confusa, fonte di abusi continui che hanno devastato il nostro territorio da almeno 30 anni in qua, disseminando mostri architettonici, lasciando deperire monumenti di importanza mondiale, occultando il mare con una cortina edilizia che ne ha confiscato la visibilità e la pubblica fruizione. Questi abusi sono il frutto di inefficienza delle istituzioni di controllo, di scarsissima sensibilità nella pubblica opinione, dell’indifferenza dei media e, soprattutto, di una normativa che ha disperso i poteri di controllo tra tre diversi ministeri (Beni Culturali, Ambiente, Lavori Pubblici) e tre diversi livelli istituzionali: Stato, Regioni, Comuni”. Bene (anzi, male!), se a tutto ciò aggiungiamo i tagli di fondi imposti dalla Finanziaria al ministero dei Beni Culturali, ne esce un quadro disastroso per l’arte, la cultura e l’ambiente del nostro paese.
Nel suo articolo Scalfari cita, a ragione, Salvatore Settis, da decenni impegnato nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico italiano. Secondo Settis c’è un quesito particolare: “Esiste un territorio senza paesaggio e senza ambiente? Esiste un ambiente senza territorio e senza paesaggio? Esiste un paesaggio senza territorio e senza ambiente?” Naturalmente si dovrebbe avere una triplice risposta negativa, metaforica nel fatto che la valorizzazione e la tutela del nostro immenso patrimonio dovrebbero essere unificate nei poteri e nelle competenze e per questo il potere decisionale dovrebbe essere di competenza solo dello Stato: purtroppo la riforma federalista in tal senso sarebbe disastrosa perché consentirebbe alle varie Regioni, Province, Comuni, ad agire ognuno per il proprio interesse, devastando l’ambiente. Già è successo per molto tempo: la pianificazione urbanistica ha molto spesso prevalso su quella paesaggistica e ambientale ma a sua volta è stata sopraffatta dagli interessi edilizi, le Sovrintendenze sono state svuotate dei propri poteri di controllo, aggiungiamoci la corruzione ed il lassismo, ne emerge un quadro finora allarmante, oltre che devastante. Come dice Scalfari: “Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il disastro ambientale, paesaggistico, urbanistico che ha deturpato il paesaggio, l’ambiente e il territorio”.
Troppo spesso in Italia ci si dimentica (o forse proprio non lo si sa) dell’art. 9 della nostra Costituzione che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Questo spirito "nazionale" (e non federalista) e vocato alla difesa di quanto abbiamo lo dovremo far presente alle istituzioni…

Rinasce il TEMPIO DI ARTEMIDE!

Chi non conosce il mito delle “7 meraviglie del mondo antico”? Ne avrete sentito parlare almeno una volta nella nostra vita, comunque ricordiamole: i giardini pensili di Babilonia (l’attuale Baghdad), il Colosso di Rodi, il mausoleo di Alicarnasso (Turchia), il Faro di Alessandria d’Egitto, la Statua di Zeus a Olimpia (Grecia), la Piramide di Cheope a Giza (Egitto) e il Tempio di Artemide ad Efeso (Turchia). La maggior parte di queste sono andate purtroppo perdute nel tempo e tra queste il Tempio di Artemide, che però ora verrà ricostruito!
Ma cos’era il Tempio di Artemide? Era una immensa struttura dedicata alla dea della caccia, della fertilità e della guerra Artemide (chiamata anche Diana) situata ad Efeso (una città posta in Turchia a circa 50 km da Smirne): era una dea vendicativa, molto bella ed assai forte, e si narra che per placare la sua furia il Re di Creso della Lidia fece costruire un tempio a lei dedicato intorno al 550 a.C., sotto la dinastia achemenide dell’impero persiano. Al suo interno venne posta la statua della dea, alta oltre due metri, realizzata in legno di vite e ricoperta di oro ed argento: il tempio era in marmo e per la sua costruzione ci vollero ben 120 anni, era lungo 131 metri e possedeva 120 colonne di marmo bianco alte 20 metri, in stile ionico e con elementi decorativi di animali reali e mitologici come cervi, grifoni e sfingi. Nel 356 a.C. il tempio venne distrutto da un incendio doloso (ad appiccarlo fu Erostrato, un pastore che gli diede fuoco solo per diventare famoso e passare alla storia: beh, ci riuscì…!): secondo la leggenda, la notte dell’incendio la dea Artemide non poté proteggere il suo tempio in quanto era impegnata a sorvegliare la nascita di Alessandro Magno. Gli abitanti di Efeso ritrovarono poi la statua di Artemide quasi intatta sotto le rovine: per questo decisero di innalzare un altro tempio sullo stesso luogo, che venne fatto ancora più grande e ancora più bello grazie al lavoro dell’architetto Chersifrone di Efeso. Ma la malasorte non era ancora finita: nel 262 a.C. il tempio venne nuovamente distrutto dai Goti sotto l’imperatore Gallieno. Da allora è rimasto distrutto, fino ad oggi…
Fino ad oggi perché ora c’è l’intenzione di ricostruire l’immenso tempio: la “Artemis Culture, Arts and Education Foundation” di Selcuk (Turchia) ha infatti un ambizioso progetto per la ricostruzione dell’edificio, al quale parteciperà in prima linea Atilay Ileri, l’ideatore della Fondazione, il quale insieme a ricercatori austriaci ed architetti svizzeri sta studiando da 10 anni a questo progetto faraonico, affermando: “Quando il tempio sarà ricostruito non sarà una copia o un’imitazione del Tempio di Artemide originale, ma sarà il Tempio stesso”. La Fondazione ha già trovato 150 milioni di euro per i lavori: tra i vari materiali, ci vorranno 25.000 metri cubi di marmo dello stesso tipo della costruzione originaria!! Per seguire l’intero lavoro verrà istituita una commissione che sarà costituita sorteggiando rappresentanti tra 196 Paesi che compongono le Nazioni Unite e che presidierà alla scelta delle sculture che adorneranno il tempio: ogni rappresentante proporrà due scultori della propria nazione, ciascuno dei quali realizzerà un’opera che dovrebbe andare a decorare le strutture di base delle colonne del tempio e che dovranno ispirarsi a due pensieri di Eraclito di Efeso che dicono “La guerra è padre di ogni cosa” e “Ogni cosa fluisce e nulla è eterno” (sono state scelte frasi di Eraclito in quanto Diogene Laerzio nella sua “Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi” racconta che Eraclito volle depositare il suo libro nel tempio di Artemide). Alla fine una giuria sceglierà le sculture che verranno poi poste alla base delle colonne, mentre le altre verranno esposte nel parco antistante il tempio. Inoltre, una volta terminati i lavori, il laboratorio dei lavori diventerà una scuola internazionale di arte statuaria mentre Selcuk diventerà il centro mondiale della scultura.
Ne è molto soddisfatto l’archeologo e storico italiano Luciano Canfora, intervistato Cristina Nadotti per il quotidiano La Repubblica (che aveva dedicato un articolo all’argomento venerdì 14 novembre 2008): secondo lui, considerato che finora il governo turco non aveva mai mostrato particolare interesse per il recupero di queste opere, probabilmente ora questo nuovo progetto potrebbe dare lustro e visibilità alla cultura greca in terra asiatica. E, direi, all’arte in generale. Per informazioni http://www.selcuk.edu.tr/english.

lunedì 17 novembre 2008

Musei italiani: arriva il SUPER-MANAGER

Per i musei italiani arriva un SUPER-MANAGER: si tratta della rivoluzione proposta dal ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi, che segue la riorganizzazione del ministero che già era stata attuata dal precedente ministro Rutelli con il D.P.R. del 21/11/2007 (che prevedeva l’unificazione delle soprintendenze e tagli nelle direzioni generali). Ma cosa farà questa nuova figura del super-manager? Sarà colui che gestirà i circa 400 luoghi italiani della cultura (musei, gallerie, siti archeologici, ville storiche) appartenenti allo Stato. Il testo (composto da 61 cartelle) di modifica al suddetto D.P.R. andrà in approvazione nel consiglio dei ministri del prossimo 28 novembre.
Il super-manager è già stato scelto: si tratta di Mario Resca, che nell’ultimo anno è stato a capo di McDonald’s Italia, che dunque sarà colui che guiderà la “Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione”. Resca, ferrarese, ha 62 anni, si è laureato nel 1969 alla Bocconi, è stato nel cda dell’Eni e della Mondatori, lo scorso mese di maggio era stato proposto da Berlusconi come commissario per l’Alitalia, è anche Presidente della Camera di commercio americana in Italia. Certo, Bondi aveva promesso che il super-manager sarebbe stato scelto con un concorso pubblico, ed invece la nomina è arrivata in altra maniera, e poi non si capisce bene la correlazione tra l’essere stato a capo di McDonald’s e il diventare esperto d’arte per valorizzare il patrimonio culturale italiano: speriamo bene. In tal senso sono numerose le critiche arrivate da ogni parte, da alcuni sindacati all’opposizione fino ad alcuni giornalisti.
Quali saranno i compiti del super-manager? Dovrà autorizzare i prestiti dei beni pertinenti alle raccolte per mostre ed esposizioni in Italia e all’estero; dovrà dichiarare il rilevante interesse culturale e scientifico delle mostre a cui verranno prestate le opere; dovrà dare un giudizio sul pagamento delle imposte mediante cessione di cose, anche di arte contemporanea. In particolare, l’art. 8 del nuovo D.P.R. (al punto 1 dello stesso articolo) prevede che la “Direzione generale per i musei, le gallerie e la valorizzazione” svolge le funzioni e i compiti non attribuiti alle direzioni generali e ai soprintendenti relativi alla tutela e alla valorizzazione delle raccolte. Una pecca della riforma di Bondi sarà invece l’eliminazione della direzione generale che si occupa dell’arte contemporanea, poco considerata dallo stesso Bondi: ha ragione Antonio Paolucci (direttore dei musei vaticani e già contattato da Bondi per diventare super-manager, che però ha rifiutato) quando dice che l’arte contemporanea dovrebbe essere almeno gestita dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma, che ha una sua soprintendenza. Ricordiamo alcune cifre relative al patrimonio culturale italiano: negli ultimi 9 mesi sono state prestate dai musei italiani ben 12.000 opere d’arte a oltre 700 mostre, gallerie, ecc… (nel 15% dei casi si è trattato di prestiti con più di una destinazione): solo il 10% di questi 700 eventi è stato curato da soprintendenze e musei statali. La modifica al precedente D.P.R. voluta dal ministro Bondi è stata probabilmente spinta dall’aumento costante negli anni delle esposizioni di arte antica: negli ultimi 15 anni sono state (in Italia e all’estero) 376 nel 1993, 585 nel 1998 e 666 nel 2003. Ricordo anche che (al 2006) erano presenti in Italia 196 musei, 238 monumenti ed aree archeologiche e 39 circuiti museali, per un totale di ben 473 siti culturali. Era quindi necessaria l’istituzione di una figura unica che gestisca e coordini questo immenso patrimonio culturale.
Fin qui tutto bene, ma ci sono lati oscuri della vicenda che il giornalista Francesco Erbani ha esposto nel suo articolo “Il Belpaese a rischio: così si smantella la tutela” apparso sul quotidiano La Repubblica di sabato 15 novembre 2008. I dati sono inquietanti: infatti, la macchina della tutela del patrimonio artistico qui in Italia è in panne. Fra il 2011 ed il 2015 andranno in pensione tutti i funzionari assunti tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80, tutti assunti con concorsi. Poi nel tempo i concorsi si sono diradati fino quasi a scomparire… Ora è stato bandito un concorso per 55 architetti, 30 archeologi e 5 storici dell’arte: ma, ad esempio, di archeologi ne servirebbero 470 ed invece ce ne sono solo 340! C’è anche chi parla di smantellare il sistema delle soprintendenze (così come vuole la Lega Nord): infatti, l’approvazione del sistema federalista in Italia potrebbe trasferire la tutela del patrimonio culturale dallo Stato alle Regioni, Province e Comuni, e quando si trasferisce qualcosa alla gestione degli enti minori sappiamo come finisce… Tutto è dettato dalla necessità di fare tagli alle spese statali: la Finanziaria prevede tagli al ministero dei Beni culturali di 236 milioni nel 2009, 251 milioni nel 2010 e 434 milioni nel 2011!!! Quasi un miliardo di euro di tagli in tre anni: una mazzata per le gestione del patrimonio culturale italiano. Dobbiamo considerare che ben il 90% delle spese che nel prossimo triennio sosterranno le soprintende archeologiche è solo per la manutenzione (pulizie, impianti di condizionamento, riparazione di bagni e di recinzioni, ecc…), mentre solo un misero 10% va destinato ai restauri (la maggior parte di questo 10%) e ai nuovi scavi (che derivano ormai solo da scavi di metropolitane, parcheggi, palazzi, ecc…)!!! Stanno scadendo i contratti per la pulizia degli uffici di molte soprintendenze, le quali attingeranno a fondi speciali per ripianare debiti e pagare le bollette! Un altro dato preoccupante è la mancata circolare del governo (che generalmente viene emessa a luglio) sulla programmazione annuale e triennale dei restauri al patrimonio culturale.
La situazione non è quindi rosea: i tagli imposti dalla Finanziaria alla gestione del patrimonio culturale sono una vera e propria mazzata per la gestione della nostra millenaria storia, purtroppo a farne le spese sono sempre la scuola e la cultura, che stanno alla base della vita di un paese. È inutile che lo neghiamo: stiamo pagando e pagheremo ancora per decenni l’immenso debito pubblico causato negli anni ’80 da personaggi del calibro di Andreotti, Craxi, Fanfani, ecc… Come sempre manca la volontà di tagliare altre spese: una su tutte, che senso hanno oggi le Province (ammesso che mai ce l’abbiamo avuto)?

giovedì 13 novembre 2008

ANTONIO CEDERNA e il suo grande archivio sull’urbanistica.

È stato presentato ieri mattina a Roma da Angelo Bottini, Rita Paris, Maria Pia Guermandi, Giovanni Bruno e Stefano De Caro il grande archivio di Antonio Cederna, grande giornalista scomparso nell’agosto del 1996, soprannominato “l’indignato speciale”: il suo archivio (immenso!) è composto da libri, articoli, lettere, appunti, ritagli di giornale, documenti, che testimoniano 50 anni di battaglie che il giornalista ha condotto per la tutela del paesaggio e per lo sviluppo ideale dell’urbanistica italiana. Ha scritto per grandi giornali (Corriere della Sera, Espresso, La Repubblica), nonché molti libri (come “I vandali in casa”, “Mirabilia urbis”, “La distruzione della natura in Italia”, “Mussolini urbanista”), e proprio il quotidiano La Repubblica vi ha dedicato ieri una lungo articolo a cura di Francesco Erbani.
L’archivio è da ieri esposto vicino a Roma, precisamente a Capo Bove, in un casale acquistato dallo Stato nel 2002, posto a circa 500 metri dal Mausoleo di Cecilia Metella, in via Appia Antica n° 222. Proprio in questo casale (dove la Soprintendenza archeologica di Roma ha eseguito scavi che hanno portato alla luce un complesso termale del II° secolo d.C.) verrà esposto l’intero archivio che la famiglia Cederna ha donato proprio alla Soprintendenza.
Il centro degli interessi del giornalista è sempre stata Roma: il suo modello di città era sempre stato quello nord-europeo come Amsterdam, Oslo, Stoccolma, Copenaghen, Rotterdam, ove si costruivano quartieri esemplari nei quali prevaleva non la speculazione edilizia ma un senso di rispetto dei centri storici, di inserimenti ed integrazioni di fabbricati senza sconquassare la città, di fabbricati in armonia, l’esatto contrario di quanto accadeva (e accade!) nelle città italiane (e a Roma in particolare). Proprio per quanto riguarda la nostra capitale, nel suo archivio è stato trovato un fascicolo sul famoso “sacco edilizio” di Monte Mario a Roma (ove si scatenò la famigerata Società Generale Immobiliare), nel quale sono contenuti gli appunti delle riunioni dei consigli comunali che nei primi anni ’50 votavano le autorizzazioni a costruire in questo angolo romano… E’ stato quindi uno dei primi a denunciare lo scellerato utilizzo dei terreni agricoli per la costruzione senza freno di palazzi.
Sua grande passione è stata anche la via Appia Antica (la sede dell’archivio, quindi, non è stata scelta a caso), e per questo era denominato anche “appiomane”: quando morì era presidente dell’Azienda consortile per il Parco dell’Appia. Si occupò della tutela di quell’area, dei suoi valori archeologici e di paesaggio: non voleva soltanto conservare uno dei patrimoni artistici più grandi al mondo, ma impedire l’espansione a macchia d’olio dei quartieri romani, e in questo il parco dell’Appia Antica serviva ad interrompere questa continuità di palazzi, palazzi, palazzi (in particolare, impedì l’espansione della città verso i Castelli Romani e verso il mare). Cederna ne “Lo stadio sulle catacombe” dell’ottobre 1955 scriveva: “Espandendo Roma verso il sud si fa piazza pulita dell’ultima campagna romana, che il buon senso, nonché le regole elementari dell’urbanistica, consigliavano di salvare come la pupilla degli occhi, e si dà l’ultimo tocco alla distruzione di tutto il verde intorno a Roma, da anni metodicamente perseguita, con grande vantaggio economico di alcuni latifondisti periferici, prìncipi decaduti, appaltatori di immondizie, imprenditori e pie società immobiliari”.
Questo suo scritto si commenta da solo: ripeto, era del 1955 ma potrebbe essere riferito ad uno degli ultimi anni tanto è attuale. L’unica differenza è che allora Roma occupava 1/5 del suolo che occupa oggi… Naturalmente il discorso può essere esteso a molte altre città italiane: nessuno sta bloccando questa scellerata espansione edilizia attorno alle città, facendo progressivamente morire i centri storici e recuperando sempre meno il patrimonio esistente. Cari miei, i Comuni hanno molto più interesse alle nuove costruzioni che ai recuperi edilizi, per il semplice fatto che dalle nuove costruzioni incassano fior fiore di euri da oneri di urbanizzazione e costo di costruzione (cosa che non accade per il recupero dell’esistente), mentre le imprese committenti di questi nuovi interventi edilizi ricevono facilmente finanziamenti che poi vengono “elargiti” in maniera un po’ ambigua: è un circolo vizioso, che fa contenti gli uni (i Comuni) e gli altri (le imprese committenti), ma che sconvolge il nostro territorio, solo che di quest’ultimo non interessa niente a (quasi) nessuno. Ce ne accorgeremo presto…

martedì 11 novembre 2008

RIFIUTI PER STRADA: finalmente la linea dura!

Come vi ho anticipato in un precedente post di qualche giorno fa, l’esecutivo del governo Berlusconi ha approvato lo scorso 31 ottobre 2008 un decreto legge (quindi ad effetto immediato), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale giovedì 06 novembre, che prevede il carcere (da 6 mesi a 3 anni) per chi abbandona rifiuti ingombranti lungo le strade.
Ho già detto della mia personale soddisfazione in merito: il decreto era assolutamente necessario per combattere questo malcostume tipico italiano, per porre fine una volta per tutte all’ignoranza diffusa della gente di abbandonare ogni sorta di rifiuti lungo le strade. Certo, il problema dei rifiuti è molto più esteso e grave (vedi traffico illecito dei rifiuti, smaltimento illegale di rifiuti tossici, discariche abusive, ecc…), però già partire dalla base è un buon segno, abituando la popolazione al rispetto dell’ambiente ove vive.
Dunque ben venga l’arresto per chi abbandona ogni sorta di rifiuti ingombranti lungo le strade o in aree non autorizzate: il decreto legge è stato esteso però solo ad alcune regioni (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia), e proprio in Campania sono già scattati i primi arresti. Si tratta di personaggi che erano già noti alle forze dell’ordine per vari fatti di delinquenza commessi in passato (traffico di rifiuti pericolosi, scontri allo stadio, ecc…). Uno di questi è stato sorpreso mentre scaricava nel quartiere di Pianura (NA), lungo una strada, un’intera cucina con tanto di fornello, mobili e bombola a gas, oltre che materiale ferroso arrugginito e materiale di risulta di lavori edili!!! Purtroppo, le persone arrestate sono state già rilasciate perché, come spesso capita in Italia, fatta la legge fatto l’inganno: infatti, proprio il fatto che questo decreto è stato esteso solo ad alcune regioni ha permesso agli avvocati degli arrestati di puntare sul fatto che il decreto è incostituzionale in quanto “viola il principio di uguaglianza tra cittadini italiani in quanto è previsto che la norma si applichi solo in Campania” (e questo è stato confermato da vari costituzionalisti). Ecco, qui il governo ha peccato di superficialità: pensando di applicare il decreto solo alle regioni dove è più grave l’emergenza dei rifiuti, rischia di far lasciare tutto come prima. Avrebbe dovuto estenderlo a tutto il paese perché la brutta abitudine di lasciare rifiuti ingombranti per strada è diffusa in tutta Italia, anche nel produttivo Nord! Basta percorrere molte strade (di qualsiasi tipo: statali, regionali, provinciali, ecc…) del Nord Italia per vedere ogni sorta di rifiuto nelle piazzole di sosta, lungo i fossati, nei parchi, in campagna: frigoriferi, televisioni, ogni tipo di elettrodomestici, divani, materassi, eternit, ecc… Uno squallore incredibile! Diciamo quindi che il governo ha fatto un ottimo decreto legge, ma a metà: speriamo lo riveda al più presto e lo estenda a tutto il paese.
E, intanto, un altro decreto approvato dal governo Berlusconi apporterà delle regole severe contro i maleducati della strada: infatti nel Codice della Strada sarà prevista una multa da € 500 ad € 1.000 per chi “insozzi le pubbliche vie gettando rifiuti o oggetti dai veicoli”, e comunque multe non inferiori ad € 500 anche per chi getta rifiuti per terra mente cammina. Altra bruttissima abitudine italiana, soprattutto quella di gettare qualsiasi tipo di rifiuto che si ha in macchina. Pesa troppo lasciarlo nel sedile e gettarlo nei cestini all’arrivo? Cosa pensereste se io passassi davanti a casa vostra e vi gettassi bottigliette di plastica o svuotassi il posacenere? Anche qui mi trovo perfettamente d’accordo con la linea dura del governo.
È un problema di cultura e di buona educazione che riguarda la maggior parte della popolazione: le persone vanno educate da piccole al rispetto dell’ambiente, e in tal senso l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica a scuola (previsto dal decreto Gelmini) non potrà che fare bene.

Boom dell’ARCHEOLOGIA VIRTUALE!

È un vero e proprio boom quello dell’ARCHEOLOGIA VIRTUALE: se ne discuterà alla “Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico” che si terrà a Paestum (Campania) dal 13 al 16 novembre 2008. Ma di cosa si tratta? L’archeologia virtuale è uno strumento di promozione dei siti archeologici, un rilancio turistico di questi siti dall’enorme valore storico. Grazie ad internet e alle varie applicazioni virtuali in circolazione, si può ora far rivivere un sito antico in un ambiente 3D (stile Second Life). Questo metodo consentirà non solo un rilancio turistico di questi siti archeologici, ma contribuirà ad intensificare la collaborazione tra le università ed i centri di ricerca per diffondere ancor di più l’interesse per questa grande materia: l’ARCHEOLOGIA.
Proprio in occasione della “Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico” verrà dato grande spazio ad ArcheoVirtual (maggiori informazioni su http://www.vhlab.itabc.cnr.it/archeovirtual), organizzata in collaborazione con il Virtual Heritage Lab del CNR Itabc, che avrà come tema principale l’interpretazione e la comunicazione del mondo antico proponendo installazioni multimediali e di realtà virtuale applicate all’archeologia e al patrimonio culturale: il visitatore potrà interagire con i vari progetti con animazioni, filmati, suoni e immagini, vivendo in prima persona come se fosse nel sito antico in questione.
In mostra ci sono 12 tra i migliori progetti europei di archeologia virtuale e tra questi vi sono:
il Museo virtuale della via Flaminia antica: Sofia Pescarin (ricercatrice del CNR e responsabile scientifica di ArcheoVirtual) spiega che 4 visitatori possono scegliere un personaggio virtuale ed entrare insieme nel sito, dove possono incontrarsi. Poi, con un joystick, possono esplorare il sito ed incontrare personaggi storici che raccontano la loro storia;
il Virtual Rome: promosso dal CNR e finanziato da Seat e dalla Camera di Commercio di Roma, ha come obiettivo l’esplorazione di Roma durante il II° secolo d.C.. Per entrare bisogna installare un plug-in che consente di muoversi in uno spazio molto ampio (50 Gigabyte) girando per la Roma antica;
le porte di Akragas: si tratta di un progetto presentato dalla No Real di Davide Borra (professore al Politecnico di Torino) che ha ricostruito virtualmente tutta la Valle dei Templi di Agrigento nel VI° secolo a.C.!
E poi ancora altri progetti interessanti, come la ricostruzione virtuale del Castello Finga, il più grande teatro romano della Campania.
Davvero dei progetti interessanti, che serviranno a dare ulteriore valore ai siti archeologici per valorizzare la grande storia del nostro paese.

venerdì 7 novembre 2008

Verona: PM10 e polemiche continue...

In questi ultimi giorni ho dedicato due articoli a Verona (città capoluogo della provincia ove risiedo) che avevano come tema principale le famigerate polveri sottili PM10: uno riguardava la "furbata" dello spostamento della centralinea di rilevamento cittadina dal trafficatissimo Corso Milano all'interno di un parco (sotto un albero) contornato da condomini (naturalmente i valori di PM10 qui sono ben inferiori e questo è stato preso come un buon segnale dall'amministrazione cittadina che così può far vedere all'Italia che l'inquinamento a Verona è diminuito....: incredibile!); l'altro riguardava un'inquietante intervista (apparsa sul quotidiano locale L'Arena) al professore Perbellini (responsabile del reparto ospedaliero di Medicina) il quale sosteneva che il problema delle PM10 non è un problema e che quasi quasi fanno bene alla salute.
A questo mio ultimo articolo ha risposto Elena Giacomin, Presidente del Comitato veronose di Corso Milano (http://www.viviamocorsomilano.it), la quale mi informa di essere rimasta anche Lei esterefatta di fronte a questa intervista. Col suo benestare, pubblico la sua lettera di risposta.
"Sono Elena Giacomin, presidente del Comitato di Corso Milano: sono rimasta esterefatta anch'io nel leggere le dichiarazioni del Prof. Perbellini apparse su L'Arena di domenica 2 Novembre. In particolare, ci risulta che sia stata l’organizzazione mondiale della sanità OMS e non un “manipolo di epidemiologi facinorosi” a redigere le linee guida sulla qualita’ dell’aria. Nel 2005 addirittura le ha rese più restrittive abbassando i limiti consigliati e sollecitando i governi di tutto il mondo a migliorare la qualità dell’aria nelle città al fine di proteggere la salute delle persone messa rischio non solo dal “famigerato” particolato fine conosciuto come PM10 ma anche da altri fattori che spesso non vengono tenuti in doverosa considerazione come il biossido di zolfo, benzene e piro-benzene, biossido di azoto e ozono. Se da una parte non è corretto fare terrorismo psicologico, dall’altra è inaccettabile la semplificazione e banalizzazione di un problema che da anni coinvolge milioni di persone affermando come si legge nell’articolo che “…forse queste famigerate polveri sottili fanno bene”. A confermare le preoccupazioni dei cittadini ci pensa il Dipartimento di Prevenzione della USSL 20 di Verona che pubblica nel suo sito una sezione dedicata all’inquinamento (vedere igiene pubblica) e una serie di consigli riassunti in “COSA POSSO FARE PER PROTEGGERE ME E LA MIA FAMIGLIA?”. Si nota che è consigliato in primis di “seguire attentamente le notizie sull’inquinamento, e nei momenti critici stare in casa il più possibile”, dato che “in casa le concentrazioni degli inquinanti sono più basse all’interno che all’esterno”. Inoltre, “si sconsiglia l’esercizio fisico all’aperto perché più veloce si respira e più inquinanti penetrano nei polmoni”. Insomma se davvero non c’è di che preoccuparsi in quanto citiamo testualmente dall’intervista ”non sono stati fatti studi approfonditi”, “è tutto da dimostrare” o “non si sa da cosa è composto il particolato fine PM10” noi semplici cittadini ci chiediamo:
*Come mai l’OMS da anni lancia l’allarme sugli effetti dell’inquinamento sulla salute?
* Verona è stata coinvolta alcuni anni fa in uno studio denominato MISA 2 assieme ad altre 14 città italiane finalizzato ad osservare la correlazione degli effetti degli inquinanti espressi come variazioni percentuali di mortalità o ricovero ospedaliero: come mai i risultati del MISA2, riguardo la mortalità, dicono che l’aumento di rischio si manifesta entro pochi giorni dal picco di inquinamento (due giorni per il PM10, fino a quattro giorni per NO2 e CO)?
*Sulla composizione chimica e morfologica delle PM10 ci sono numerosi studi autorevoli come quelli fatti dall’Università di Perugia e ARPA Umbria del 30 maggio 2006 oppure il progetto PUMI (Particolato fine nell'atmosfera Urbana Milanese), facilmente reperibili: come si può quindi affermare che ancora non conosciamo la caratterizzazione fisico-chimica del particolato atmosferico e l’impatto che queste particelle hanno sulla salute dell'uomo e sull'ambiente?
Infine accogliendo l’invito e la rassicurazione del Prof. Perbellini sul fatto che le concentrazioni di agenti inquinanti sono decisamente maggiori all’interno dei locali rispetto all’esterno, lo invitiamo a passeggiare per due o tre ore continuativamente per i marciapiedi di Corso Milano nelle ore di punta, noi che ci viviamo sappiamo bene cosa lo aspetta, arrossamento degli occhi, prurito alla gola, difficoltà ad inspirare, senso di soffocamento. Saranno solo suggestioni? Nel dubbio della medicina “locale” ci affidiamo alle premure della Comunità Scientifica Internazionale che, pur non risolvendo alla base il problema, ha il coraggio di ammettere i pericoli ai quali andiamo incontro, lasciandoci la libertà di scegliere se accollarci il rischio o meno. Al bando il “terrorismo ambientale” ma altrettanto non facciamo campagna di disinformazione o banalizzazione, il cittadino è libero di scegliere QUANDO E’ PRIMA DI TUTTO BEN INFORMATO".
Naturalmente mi unisco a quanto detto da Elena Giacomin: è semplicemente inquietante come si voglia far tacere (e nascondere ai cittadini) un'emergenza del genere!

lunedì 3 novembre 2008

POLVERI PM10: se ci sono anche i detrattori…

Agli inizi di ottobre 2008 si è tenuto a Berlino un convegno (durato 5 giornate) al quale hanno partecipato 18.000 delegati dell’ERS (European Respiratory Society) incentrato sugli effetti delle polveri sottili PM10 sul nostro organismo. Il tema principale del convegno è stata la velocità con cui crescono i malati di bronchite cronica ostruttiva (BPCO) e di asma: solo in Italia queste due patologie colpiscono il 6.4% della popolazione, ovvero circa 4 milioni di italiani (da sola la BPCO è causa di 18.000 decessi l’anno nel nostro paese)!! Al convegno si è parlato anche di una recente ricerca fatta dall’Università di Berna, secondo la quale l’inquinamento atmosferico cittadino colpisce l’essere umano già quando è in grembo: la ricerca è stata fatta misurando la funzione respiratoria a 5 settimane di vita su 241 bambini nati da donne esposte in gravidanza a diversi livelli di PM10…
Leonardo Fabbri, presidente dell’ERS e direttore della clinica di malattie respiratorie dell’Università di Modena e Reggio Emilia, di fronte ai dati secondo i quali un malato su due colpito da patologie causate da PM10 non sa di esserlo, il 30% dei colpiti da asma non ha mai ricevuto una diagnosi e una gran parte (tra il 50 e il 75%) di quelli colpiti da bronchite cronica di diagnosi non ne hanno mai viste, afferma “la necessità di affrontare meglio le tematiche delle malattie respiratorie, con identificazione dei fattori di rischio, studiando l’impatto sui nostri polmoni di fumo ed inquinamento. E facendo tutti gli sforzi possibili per rimuovere queste cause dall’ambiente. O riduciamo i fattori di rischio o tra qualche anno la sanità assorbirà non più il 70% del bilancio delle regioni ma il 100%”.
Si tratta dunque di una situazione molto delicata e potenzialmente pericolosa: i tumori sono in sensibile aumento e comunque diventati una delle maggiori cause di morte soprattutto tra i 50enni (e in sensibile aumento quelli tra i giovani). Purtroppo, ci sono dei detrattori in merito secondo cui le PM10 non sono responsabili di tali patologie per la nostra salute, e se ci sono organi d’informazione che danno loro spazio allora proprio non si vede via d’uscita. È stata infatti pubblicata oggi su L’Arena (quotidiano della provincia di Verona) un’intervista al professor Luigi Perbellini, responsabile dell’Unità operativa di Medicina del Lavoro al Policlinico di Verona di Borgo Roma, che giudico senza mezzi termini sconvolgente, soprattutto per il fatto che si tratta di parole uscite dalla bocca di un esperto in medicina. Riporto alcuni punti salienti dell’intervista, condotta dalla giornalista Elena Zuppino:
• alla domanda sulle vittime causate da PM10, il professore risponde: “Ma quali vittime? Le dico solo questo: la Pianura Padana ha la più alta concentrazione di PM10 in Europa, Venezia e campagne comprese. Eppure noi italiani siamo i più longevi al mondo, dopo Francia e Giappone. Mi verrebbe da dire che forse queste famigerate polveri sottili fanno bene…”!
• alla domanda sulla diffusione di studi e dati allarmanti in merito agli effetti delle PM10, il professore risponde: “Siamo di fronte a delle semplici associazioni fatte da epidemiologi e non da medici. Registrare un incremento di infarti o di altre malattie e imputare della cosa l’inquinamento è un salto triplo mortale, senza nessuna base scientifica. Dimostratemi che le PM10, per esempio, agiscono sulla coagulazione del sangue, allora via ascolto”!
• alla domanda se le PM10 sono pericolose per l’uomo, il professore risponde: “Mostratemi una sola patologia che ha come causa queste polveri, oppure le PM2.5 portate in auge perché nessuno ha dimostrato qualcosa di scientifico sulle PM10. Pochi lo dicono: l’inquinamento dentro le nostre case è solitamente il doppio rispetto all’ambiente esterno. Per cui è giusto dire ‘apro le finestre di casa per far entrare un po’ di aria pulita’. In casa c’è il fumo di sigaretta, il fornello che brucia, il riscaldamento, il caminetto… E’ stato dimostrato che, quando non era ancora vietato fumare, in un ristorante 4-5 volte durante il giorno e continuamente durante la sera il livello PM10 raggiungeva i 700 microgrammi per metro cubo. Secondo gli allarmisti tutti i clienti avrebbero dovuto morire sul colpo, visto che il livello tollerato all’esterno è di 50”!!!
• alla domanda se le polveri sottili che si trovano all’esterno sono più nocive per l’uomo perché contengono cancerogeni, il professore risponde: “Non ci molto studi che hanno analizzato la composizione di PM10, perché sono costosi e i risultati ottenuti esprimono una variabilità amplissima. Inoltre, alcune molecole, come il cromo ad esempio, sono dei cancerogeni certi, ma assunti in dosi precise rinforzano la nostra salute. Tant’è che il cromo è contenuto negli integratori alimentari assunti dagli atleti. Un altro esempio è la tossina botulinica che ha fatto stragi un tempo e ora viene usata in medicina e per stirare le rughe delle signore. Bisognerebbe conoscere la componente positiva e negativa di questo particolato sottile”!!!
• alla domanda se non è il caso di assumere nei confronti delle PM10 un atteggiamento di prudenza controllandone l’emissione, il professore risponde: “Sulle polveri sottili ci sono tante belle ipotesi, ma una bella ipotesi non è un risultato scientifico da brandire come un’arma di terrore”!
Beh, che dire di fronte a quanto affermato da un esperto di medicina: sono sconcertato! Vorrei solo dire due cose al professore:
1) ammesso che sia vero il dato dei 700 microgrammi per metro cubo di PM10 all’interno di un ristorante, dobbiamo anche dire che non andiamo al ristorante tutti i giorni: nella migliore delle ipotesi ci si va una volta la settimana (per i più fortunati)… Pensiamo piuttosto a coloro che restano all’aperto con un valore di PM10 della metà (300 microgrammi per metro cubo), come nei centri storici e nelle vie cittadine, ma per molte ore del giorno per ogni giorno della settimana (per recarsi al lavoro, per andare al negozio, per camminare, per transitare per le strade, ecc…): credo siano molto più esposti questi che coloro che vanno al ristorante!
2) se il cromo assunto in certe dosi rinforza la propria salute, non è che una persona decida liberamente di respirare quanto cromo vuole: se è all’aperto in una strada cittadina respira quello che c’è ed è una quantità che non è neppure lontanamente avvicinabile a quella ‘buona’ per la nostra salute”.
Trovo semplicemente inquietante che si dia spazio a certe parole: siamo in un paese libero in cui ognuno può dire quello che vuole (fortunatamente), ma qui si sta fuorviando qualcosa di importante per la nostra salute. Così non si incentivano le amministrazioni comunali (che già fanno poco) a fare di più per la salute dei cittadini. L’unica cosa certa rimane la grande diffusione dei tumori: è il male del secolo e sinceramente non trovo altro connubio del tumore tranne che con l’inquinamento (di qualsiasi tipo esso sia) che colpisce qualsiasi cosa respiriamo o ingeriamo. Come mai tale male si è sviluppato sono in questo ultimo secolo e non prima?

sabato 1 novembre 2008

Bonifica del SARNO: rischia il posto il generale anti-sprechi

Stiamo parlando della valle del fiume Sarno, che interessa i comuni campani di Sarno, San Marzano sul Sarno, Scafati, fino ad arrivare alla sua foce sul Mar Tirreno: si tratta del fiume più inquinato d’Europa, “grazie” alle concerie che per decenni vi hanno scaricato i loro reflui e ai capannoni/abitazioni che vi hanno riversato i loro scarichi civili ed industriali direttamente!!! Ve ne parlo con rammarico, perché io abito in un paesino del Basso Veronese, Bevilacqua, attraversato dal 2° fiume più inquinato d’Italia, il Fratta, anch’esso in queste condizioni per gli scarichi conciari che da decenni avvengono a monte (nella valle del Chiampo) e tuttora continuano senza che le amministrazioni (comunali, provinciali e regionale) facessero niente di particolare. Rivedo il mio fiume Fratta quando leggo che le acque del Sarno sono colorate (di rosso d’estate per i pomodori e di colore nero in inverno per gli scarichi fognari): inquietante!
Ma torniamo alla valle del Sarno: il fiume è lungo 28 km e sul suo bacino (quindi inclusi anche gli –altrettanto inquinati– affluenti) vi abitano circa un milione di persone. È a cavallo tra le province di Avellino e Salerno ed è a rischio geologico (ricorderete l’alluvione di Sarno di qualche anno fa quando vennero giù pezzi di montagna!), ambientale ed idrico. Decenni fa sono iniziate le operazioni di bonifica del fiume: dal 1973 al 2003 sono stati spesi 2.000 miliardi delle vecchie lire (circa un miliardo di euro) dai precedenti 4 prefetti ma i risultati sono stati piuttosto scarsi (anzi, pressoché nulli…). Dal 2003 si decide di cambiare rotta e viene nominato Commissario per l’emergenza inquinamento del Sarno il generale Roberto Jucci (83 anni): ex comandante dei Carabinieri, ex capo del Servizio Segreto militare, ex capo del Controspionaggio, ora appunto Commissario da 5 anni per la gestione delle operazioni di bonifica della valle del Sarno. Dal 2003 al 2008 (quindi in questi 5 anni di lavoro) ha lavorato GRATIS, perché come lui stesso ha detto: “Mangio una volta al giorno e compro un vestito all’anno, sono un uomo delle istituzioni, ho di cosa vivere e non ho voluto compensi. E poi, se proprio dovessi chiedere una liquidazione per quello che ho fatto, non basterebbe certo quello che hanno gentilmente offerto ai manager dell’Alitalia o delle Ferrovie dello Stato”. E, in effetti, in questi 5 anni ha fatto davvero tanto: gli sono stati messi a disposizione 650 milioni di euro (250 milioni ancora da spendere) con i quali ha fatto aprire ben 46 cantieri e già realizzato 39 reti fognarie, 4 collettori e 3 grandi depuratori, allargato gli alvei dei fiumi, e tutto avendo sotto il proprio rigoroso controllo la cassa dei milioni di euro elargiti, controllando ogni singola fattura! Ecco alcuni esempi della sua capacità lavorativa:
• nel paese di Scafati ha fatto costruire uno dei più moderni depuratori d’Italia, costato 67 milioni di euro e realizzato in soli 5 anni: per quello di Napoli est (grande uguale) ci sono voluti il doppio dei soldi ed il triplo del tempo!!;
• il collettore di San Marzano (realizzato in questi 5 anni) è lungo 12 km ed è costato 26 milioni di euro: per quello di Napoli est, con gli stessi soldi, ne sono stati realizzati in 5 anni appena 3 km…;
• nel paese di Solofra il vecchio depuratore (che raccoglie i reflui di ben 162 concerie!) perdeva (fino a maggio 2006) 300 mila euro al mese ed aveva accumulato un deficit di oltre 6 milioni di euro: sotto la gestione del commissario Jucci, le perdite mensili si sono azzerate ed, anzi, da gennaio 2009 il depuratore guadagnerà circa 1.000 euro al giorno, ovvero 30.000 euro al mese!!!
Ripetiamo, tutto questo avendo lavorato per 5 anni GRATIS. Per informazioni http://www.autoritabacinosarno.it.
Bene, e adesso? Adesso (alla fine dell’anno) gli scade il mandato di alto Commissario e sta aspettando una chiamata dal governo, ma c’è il forte rischio che questa chiamata non arrivi (anche a causa di qualche screzio avuto con Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile e così “amico” del governo Berlusconi): se non ci fosse la riconferma del generale Jucci, il completamento delle opere della valle del fiume Sarno e la loro gestione passerebbe alla Regione Campania. Dobbiamo ricordarvi come la Regione Campania ha affrontato negli ultimi 15 anni l’emergenza rifiuti? Vi siete risposti da soli…

CAMPANIA: in carcere chi getta rifiuti ingombranti

Ieri 31 ottobre 2008 il Consiglio dei Ministri del governo Berlusconi ha varato un decreto legge per sancire la tolleranza zero in materia di rifiuti. Ecco i punti salienti:
arresto: chi lascia per strada rifiuti ingombranti (frigoriferi, materassi, computer, elettrodomestici, divani, ecc…) sarà punito col carcere per un periodo che andrà da 6 mesi a 3 anni;
rimborsi: il cittadino che porterà imballaggi usati (al massimo 100 kg al giorno) presso le aree di raccolte autorizzate riceverà un compenso forfetario;
commissari: i Comuni che non faranno quanto previsto dalla legge in materia di raccolta dei rifiuti saranno commissariati su proposta del capo della Protezione Civile Guido Bertolaso;
regioni: tali norme saranno valide per le regioni Campania, Calabria, Sicilia e Puglia.
Alcune mie personali considerazioni. Premetto che non ho mai trovato adeguato il piano per lo smaltimento dei rifiuti attuato in Campania dal governo Berlusconi (tutti i rifiuti in discarica e costruzione di numerosi inceneritori): sono sempre del parere che i rifiuti che erano a Napoli dovevano comunque finire in discarica, ma dal giorno dopo una seria raccolta differenziata dei rifiuti avrebbe permesso di riciclare fino all’85% del materiale (carta, plastica, vetro, umido, ferro, legno, vestiario, ecc…) mentre solo il 15% sarebbe finito nelle discariche (scelte con coscienza e ben isolate dal terreno non creerebbero alcuno problema ambientale); questo processo naturalmente non prevede alcun inceneritore, considerata soprattutto la pericolosità per la nostra salute delle nanoparticelle che escono dai camini degli inceneritori e che non vengono trattenute neppure dai più moderni filtri. Detto ciò, concordo con molti punti del decreto legge:
1) giusto eliminare l’irrisoria multa di € 25 rimasta finora in vigore contro chi lasciava rifiuti ingombranti lungo le strade, a favore invece del reato punibile col carcere. Molti esponenti della sinistra ora dicono che era molto più sensato un inasprimento della somma da pagare: purtroppo, in molti altri casi si è visto che anche se la somma da pagare è elevata questo non frena la gente di fronte a certi reati, perché il più delle volte queste multe non vengono pagate e le autorità non si muovono per riscuoterle. Quindi meglio il carcere: il “reato ambientale” è da considerarsi gravissimo ed è davvero insensato lasciare rifiuti per strada (quali essi siano) quando ci sono ormai punti di raccolta in ogni paese (in alcuni paesi c’è addirittura il numero verde: vengono a prenderti i rifiuti ingombranti a casa, GRATIS!!!);
2) per abituare i cittadini alla raccolta differenziata, bene l’incentivo a chi porta rifiuto differenziato presso i centri di raccolta: servirà a responsabilizzare le coscienze, magari unendolo a degli opuscoli informatori;
3) ottima l’idea del commissariamento di quei Comuni che non si adeguano alla legge in materia dello smaltimento dei rifiuti. Per decenni molti Comuni non hanno rispettato le regole e se ne sono visti i risultati.
Sono invece scettico sul fatto di estendere la validità di tale decreto alle sole regioni Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, in quanto (a detta del governo) sono quelle in stato di emergenza per il problema rifiuti: io sono dell’avviso che tale decreto dovrebbe essere esteso all’intero paese, in quanti scempi come l’abbandono di rifiuti ingombranti per la strada si vede in ogni angolo d’Italia. In questo, ha ragione Tonino Scala (capogruppo alla Regione Campania di Sinistra Democratica) quando dice che estendere il decreto solo ad alcune regioni viola il principio di uguaglianza dei diritti sanciti dalla Costituzione. Personalmente, sto combattendo da tempo contro tale ignoranza, esortando alcuni comuni della mia zona a fare qualcosa contro chi lascia rifiuti ingombranti lungo strade, scoline, fiumi, campi, piazzole di sosta, ecc… Estenderlo a tutta Italia è un dovere del governo e sarebbe, finalmente, un passo importante contro l’ignoranza così diffusa nel nostro paese.

ARCHEOLOGIA ARBOREA, ovvero l’orto archeologico!

È la brillante idea che è venuta ad Isabella Dalla Ragione e al padre Livio (scomparso purtroppo lo scorso anno): si chiama “ARCHEOLOGIA ARBOREA” e si tratta di un’associazione che cura un orto archeologico in cui vengono coltivate piante da frutto ormai perdute ed ora ritrovate. L’orto si trova a San Lorenzo di Lerchi, due km a nord di Città di Castello (Umbria) nella valle Tiberina: è stato realizzato su una collinetta di 8 ettari e contiene oggi circa 400 piante di mele, pere, susine, fichi e pesche di qualità delle quali si stavano perdendo le tracce. Tra queste ne ricordiamo alcune:
pera marzola: è stata ritrovata a Pietralunga (Perugia), non se ne conosce l’origine e ne erano rimasti pochissimi esemplari;
pera briaca: è stata trovata a Pieve Santo Stefano (Arezzo) e Verghereto (Forlì-Cesena), ed ha una polpa rosa dall’ottimo sapore;
ciliegia bianca (o limona): è stata trovata vicino a Gubbio (Perugia), ha polpa e buccia di colore bianco tendente al giallo e di un buon sapore dolce;
mela fiorentina: ritrovata vicino ad Arezzo, ha la qualità di conservarsi molto bene fino alla primavera;
mela rosa in pietra: è stata ritrovata a Gualdo Tadino (Perugia) ma è originaria delle Marche dove una qualità simile è detta “mela sassa” in quanto molto dura;
fico gigante: è stata ritrovato a Gualdo Tadino (Perugia) all’interno del convento dei frati Zoccolanti, i quali usavano il legno dell’albero per fare gli zoccoli.
Ma ci sono tante altre qualità di frutto ritrovate e coltivate, come la mela muso di bue, la mela batocchio, la pera somentina, la pera garofina, la pera carovella e l’uva delle vecchie, tutte qualità ritrovate in paesini sperduti dopo lunghe ricerche e attraverso scambi di parole con contadini del luogo. Isabella Dalla Ragione dice: “Ormai molte di queste piante sopravvivono soltanto nel mio podere. Io le chiamo piante orfane perché per secoli hanno dato da vivere a intere famiglie ma oggi non c’è più chi le lavora. E loro per campare hanno bisogno della mano dell’uomo”. La sua opera è ritrovare le piante dimenticate, tagliarne un rametto con un po’ di gemme ed innestarlo nelle sue piante.
Davvero encomiabile lo sforzo della signora Isabella, per poter recuperare e salvaguardare quella parte di natura dimenticata che per secoli ha accompagnato la vita dei nostri avi: purtroppo, come dice la stessa signora Isabella, queste opere di conservazione non ricevono alcun sussidio dalle istituzioni (regionali e nazionali), nessuno vuole finanziare queste iniziative che si propongono di salvaguardare il nostro patrimonio naturale.
Sarebbe davvero bello se gli appassionati di giardinaggio e di botanica riuscissero a mettere in piedi iniziative del genere, al fine di creare una rete nazionale di orti archeologici che ricopra ogni regione, recuperando quindi piante da frutto antiche e dimenticate di ogni angolo del nostro paese. E magari poi fare una bella festa nazionale: sarebbe fantastico. Chiunque di voi abbia attuato un’esperienza del genere o conoscesse qualcuno che la fa o conosca (o sia in possesso) di qualità sconosciute di frutti, me lo faccia sapere rispondendomi a questo articolo o mandandomi una mail a montagna.marco@gmail.com.
Intanto per informazioni potete andare sul sito http://www.archeologiaarborea.org o http://fruttarcheologica.blogspot.com.

Regno di Davide: vera potenza o piccola tribù?

È stata pubblicata una notizia dal The New York Times, scritta da Ethan Bronner, che è stata tradotta dalla giornalista Emilia Benghi e pubblicata sul quotidiano La Repubblica di venerdì 31 ottobre 2008: si tratta di una scoperta archeologica che potrebbe far luce sull’antico Regno di Davide, in Israele.
Il sapiente lavoro degli archeologi sta portando alla luce qualcosa di sensazionale sopra la Valle di Elah, dove avvenne la biblica lotta tra Davide e Golia: ovvero una cittadina di circa 3.000 anni fa, e questo potrebbe portare a riscrivere la storia del Regno di Davide, della sua capitale Gerusalemme e del popolo di Israele. Infatti la domanda che gli storici si sono sempre posti è: Davide era a capo di un regno importante o si trattava soltanto di una tribù minore?
Si tratta di un sito archeologico di circa 2 ettari ove sono state rinvenute fortificazioni, abitazioni, una porta nonché alcune frasi incise sulla terracotta che potrebbero rappresentare il più antico testo ebraico al mondo: gli scavi sono guidati da Yosef Garfinkel della Hebrew University di Gerusalemme.
Perché tanto curiosità e tanta diatriba attorno alla storia del Regno di Davide? Secondo il Vecchio Testamento nel X° secolo a.C. Davide unificò i regni di Giuda e Israele, preparando il terreno al figlio Salomone che eresse poi il Grande Tempio e regnò su una vasta area compresa tra i fiumi Nilo ed Eufrate, creando una grande potenza: la scoperta archeologica viene considerata da Israele come una grande testimonianza di veridicità di quanto affermato dalla Bibbia, in funzione del fatto che Israele si è sempre considerata una nuova versione dello Stato fondato da Davide (già il sito web del ministero degli esteri israeliano presenta il Regno di Davide e di Salomone come un dato di fatto, con tanto di mappa). E qui si apre il dibattito, perché molti studiosi affermano che le testimonianze archeologiche sono molto poche in merito, indicando il Regno di Davide come un mito creato secoli dopo: secondo loro, se il Regno di Davide fosse stato così potente avrebbe lasciato molti più segni della sua storia (come tracce di insediamenti urbani e attività), invece in quest’area è finora affiorato molto poco.
Nello scavo sono stati trovati due noccioli d’oliva bruciati: sottoposti al test del carbonio 14, sono risultati risalenti al periodo tra il 1050 ed il 970 a.C., proprio in perfetta coincidenza con il Regno di Davide. Ora però si rifarà il test su altri noccioli d’oliva: infatti, secondo Ilan Sharon (esperto della Hebrew University nella datazione con il metodo del radiocarbonio), datare noccioli d’oliva così vecchi è rischioso perché si è al limite nella precisione delle misurazioni, si rischierebbe quindi di compiere errori grossolani. Servono infatti centinaia di campioni e non due o quattro noccioli d’oliva per risalire esattamente all’epoca di un sito.
La scoperta archeologica sta già scatenando reazioni politiche che rischiano di far fuorviare il compito (storico) degli scavi: infatti, David Willner (che guida la Foundation Stone, finanziatrice degli scavi, israeliano-americano che vive nella colonia di Efrat in Cisgiordania) afferma che bisogna “Rafforzare il legame del popolo ebreo con il territorio”, mentre (al contrario) Israel Finkelstein (archeologo all’Università di Tel Aviv) afferma che “C’è chi guarda al passato in maniera etnocentrica: tutto è israelita o giudeo. La storia non è così. Esistevano altre entità con un ruolo importante nella parte meridionale del paese”.
Servirà molto tempo (circa 10 anni) per portare alla luce quello che (presumibilmente) è ancora sotto il terreno, che servirà probabilmente a far luce (dopo millenni) sulla storia così ingarbugliata e combattuta di questo angolo di pianeta.