domenica 29 novembre 2009

E’ nata la “SCIENZA PER LA PACE”

Sul quotidiano la Repubblica di mercoledì 18 novembre 2009 ho trovato un interessante articolo di Umberto Veronesi intitolato “Dai nobel ai giovani, ecco la scienza per la pace”, il quale esordisce facendo due conti davvero sconcertanti: il Parlamento italiano nel 2009 ha stanziato 15 miliardi (ripeto, 15 miliardi) di euro per investirli tutti in armi, ovvero carri armati, missili, portaerei e aerei supersonici, che sappiamo poi non verranno mai utilizzati. Ebbene, sapete quanti soldi servirebbero per rifare tutto il sistema ospedaliero italiano? 4 miliardi di euro, ma questi non vengono stanziati. E sapete quanti soldi vengo stanziati dallo Stato italiano per la ricerca contro il cancro (che uccide almeno 250.000 italiani all’anno)? Appena 200 milioni di euro all’anno, ma con soli 5 miliardi ci si potrebbe avvicinare tantissimo alla soluzione definitiva di questa terrificante epidemia di cancro. Naturalmente, per il 2010 questi stanziamenti alla Sanità sono previsti in ulteriore calo, per il taglio delle spese... Quindi, le armi sono più importanti della nostra salute? Per il nostro Stato, sì!
Ecco perché venerdì 20 novembre 2009 Umberto Veronesi ha dato il via a “Science for Peace” (http://www.fondazioneveronesi.it) tramite la prima Conferenza Mondiale in materia che si è tenuta a Milano e alla quale hanno aderito 20 premi Nobel e moltissime donne ed uomini di scienza e cultura che si sono promessi due obiettivi importanti: creare e diffondere una cultura di non violenza e di soluzione pacifica dei conflitti, e trovare strumenti più adatti per ridurre la spesa degli armamenti a favore delle emergenze sociali, degli ospedali, della povertà e della ricerca scientifica. Quindi, con questo movimento gli scienziati si mobilitano per un obiettivo unico che è la pace, un ideale che nella storia è sempre stato portato avanti da altri ma che ora se lo prende in mano la scienza: è per questo motivo che spesso gli scienziati non piacciono molto ai potenti, perché quasi sempre agiscono liberamente senza dover rispondere ad alcuno. Mai come ora, in questa nostra epoca così funestata da conflitti di ogni tipo, c’è un immenso bisogno che gli scienziati si mobilitino per risolvere le necessità più importanti, in modo da rendere accessibile al maggior numero di persone il più alto livello possibile di benessere, soprattutto in quelle aree del terzo mondo che sono praticamente rimaste ferme nel loro sviluppo ad alcuni secoli fa. Pensate a quei paesi africani ricchi di materie prime (petrolio, oro, diamanti) che proprio per queste materie prime potrebbero essere già tra i paesi più sviluppati, ed invece per la sete di potere e di soldi dei potenti sono rimasti praticamente arretrati nei secoli così si presentano oggi.Secondo Umberto Veronesi per fare ciò ci sono tre cose importanti da fare:
  1. creare conoscenza e diffondere cultura e sapere, perché sono il miglior antidoto sia contro quei pregiudizi che sbarrano la strada al libero pensiero e alla libera opinione, sia contro le paure e le ossessioni che rendono le persone fragili e ricattabili;
  2. creare le condizioni per la pace ovunque, migliorando l’uso delle risorse, dell’acqua, del cibo e la salute, cose che la scienza in questi ultimi decenni ha già fatto ma che si è verificata solo in una parte del pianeta. È ora quindi di esportare questi insegnamenti in quelle aree povere del pianeta che a fatica continuano a sopravvivere e non a vivere. Per questo si potrebbero creare dei ponti di collaborazione scientifica tra i Paesi;
  3. gli scienziati devono diventare un interlocutore riconoscibile per i governi. La politica (anche se non vuole ammetterlo) ha bisogno della scienza ed ora qualcosa si sta muovendo (vedi Obama), quindi gli scienziati devono mettere in campo il loro ruolo sociale.
Riporto integralmente la conclusione dell’articolo di Umberto Veronesi, perché illustra al meglio la situazione attuale e in che modo si potrebbe risolverla: “La guerra è impopolare, perché è uno strumento irrazionale, obsoleto e doloroso per risolvere i conflitti, e oggi abbiamo strumenti e idee nuove per evitarla, se si agisce in tempo. Per far questo abbiamo una enorme risorsa nelle nostre mani: i giovani. Le nuove generazioni sono molto migliori delle nostre, hanno una gran voglia di fare ed una straordinaria facilità di comunicare. Internet ha dato ai nostri ragazzi una cultura senza confini e il Paese globale, dal punto di vista dei giovani, già esiste. Senza frontiere e senza barriere ideologiche, i giovani sono il nostro più potente strumento di pace”. Mi unisco all’appello.

Cambio di Presidente al FAI

Il FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano, http://www.fondoambiente.it) è un importante ente che si prende cura di molti edifici e paesaggi che fanno parte del patrimonio artistico ed ambientale italiano. Il FAI venne fondato nel 1975 da Giulia Maria Mozzoni Crespi, Renato Buzzoni, Alberto Predieri e Franco Russoli, per contribuire alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale italiano (il 28 aprile di quell’anno firmano l’atto costituente e lo statuto del FAI). In questi 34 anni il FAI ha acquisito importanti beni immobiliari in tutta Italia, di notevole importanza storica e artistica, tra i quali ci sono castelli (come quello di Avio -TN- e di Masino a Caravino -TO-), monasteri (come quello di Torba a Gornate Olona -VA-), abbazie (come quella di S. Fruttuoso a Camogli -GE-), giardini (come quello della Kolymbetra nella Valle dei Templi ad Agrigento), parchi (come quello di Villa Gregoriana a Tivoli -RM-), ville (come Villa Necchi Campiglio a Milano e Villa del Balbianello a Lenno -CO-), case d’arte (come la Casa Carbone a Lavagna -GE-), torri (come Torre di Punta Pagana a Rapallo -GE-), teatri (come il teatrino di Vetriano a Vetriano di Pescaglia -LU-) ed altri tipi di edifici (come l’ottocentesca edicola per giornali ex famiglia Gandolfi a Mantova, o la Bottega storia di barbiere ex eredi Giacalone a Genova, o ancora il Mulino di Baresi a Roncobello -BG-). Tra le ultime acquisizioni c’è Villa Necchi Campiglio a Milano, restaurata in tre anni e aperta al pubblico nel maggio 2008, mentre prossimamente sarà riaperta Villa dei Vescovi (del ‘500) posta nei Colli Euganei (Padova) e che sarà il primo bene del FAI nel Veneto. Proprio per far conoscere a tutti l’immenso patrimonio artistico italiano, ogni anno in primavera il FAI organizza le “Giornate del FAI”, durante le quali tutti i beni del FAI e molti altri sparsi per l’Italia sono visitabili gratuitamente. C’è anche un’altra iniziativa del FAI, ovvero i “Luoghi del cuore” con cui i cittadini votano il paesaggio o l’edificio più amato da conservare.
Ebbene, dal prossimo 1° gennaio 2010 il Presidente non sarò più la fondatrice del FAI Giulia Maria Mozzoni Crespi, che ad 86 anni e dopo 34 anni di presidenza ha deciso di lasciare il posto a Ilaria Buitoni Borletti. Chi è costei? Milanese, 53 anni, esponente di una storica famiglia imprenditoriale lombarda (suo nonno fondò la Rinascente), già membro del Consiglio di Amministrazione del FAI e presidente della sezione del FAI dell’Umbria dal 2007, è stata a lungo impegnata nel volontariato (presidente di Amref Italia onlus, ovvero African Medical and Research Foundation). La Borletti prenderà dunque il posto della signora Crespi (quest’ultima comunque resterà Presidente onorario del FAI con delega alle questioni ambientali). Intervistata da Carlo Brambilla sul quotidiano la Repubblica, la signora Crespi ha affermato: “Io ho ormai 86 anni e dopo 34 anni è giusto dare l’esempio e lasciare posto ai giovani. Ilaria ha una lunga esperienza nelle onlus e un grande senso manageriale, più forte del mio. Sarà quindi in grado di portare il FAI verso traguardi superiori e più alti”. Sempre la signora Crespi in un passo dell’intervista afferma: “Continuerò ad occuparmi di ambiente in un Paese dove imprenditori senza scrupoli distruggono il paesaggio, aiutati da politici che pensano soltanto al loro tornaconto immediato”. Quanto ha ragione, purtroppo…
Sempre sullo stesso quotidiano la Repubblica, viene intervistata anche la nuova presidente del FAI, la quale afferma che innanzitutto spera di raddoppiare in un paio d’anni le iscrizioni all’ente (oggi sono circa 75.000), visto che questo tipo di associazioni italiane non reggono il raffronto con quelle europee (ad esempio, il National Trust inglese conta la bellezza di tre milioni e mezzo di iscritti…). La ricetta del nuovo presidente sarà quella di migliorare la comunicazione del FAI, aumentando la presenza sui giornali ed in TV e, soprattutto, estendendo le proprie proprietà soprattutto al Centro-Sud Italia dove è maggiore il bisogno di tutela del paesaggio.
Alla domanda “Come si vince l’emergenza paesaggio?” il nuovo presidente risponde: “Con una maggiore collaborazione tra istituzioni pubbliche e private”. Personalmente sono d’accordo, c’è un enorme bisogno di proteggere l’incredibile patrimonio storico, artistico e ambientale del nostro paese, ma sono le istituzioni pubbliche che mi preoccupano… Per non parlare della scarsità degli aiuti statali!

venerdì 27 novembre 2009

PARCHI ITALIANI SOTTO ASSEDIO…

Ci sono in Italia 1.144 parchi (di questi, 24 sono parchi nazionali), che occupano una superficie di 3.494.000 ettari (pari all’11.69% del territorio nazionale): sembrerebbe una buona cifra, in realtà non è così visto che molti paesi europei ci superano alla grande. Se la media dell’Unione Europea è del 18.4%, in Repubblica Ceca è del 25.9%, il Polonia il 29.2%, in Estonia il 36.3%, in Gran Bretagna il 37.4% e in Germania addirittura il 59.4% (ovvero oltre metà del territorio nazionale è protetto)!!! Certo, nel nostro paese i parchi, oltre a proteggere il paesaggio, sono anche una notevole fonte di reddito (visto che fatturano circa 2 miliardi di euro all’anno e danno lavoro a 89.000 persone), però sono pochi e se ne costituiscono sempre meno, quando invece il degrado del nostro territorio dovrebbe portare ad un aumento del loro numero (dal 2003 è stato istituito un solo parco…). Per non dimenticare che gli investimenti sono in continuo calo ed invece aumentano (e pericolosamente) le aggressioni edilizia…
Sono i dati contenuti sul primo rapporto sul grande patrimonio culturale dei parchi, presentato da Federparchi (http://www.parks.it/federparchi) e Federculture (http://www.federcultura.confcooperative.it): questo rapporto è stato presentato ieri 26 novembre 2009 a Roma presso la Società Geografica Italiana, e due giorni fa Francesco Erbani ne ha dedicato un articolo sul quotidiano la Repubblica. Giustamente sono da proteggere e valorizzare questi parchi perché racchiudono un immenso patrimonio culturale fatto di paesaggi, territori, centri storici, beni artistici, tradizioni, valori comunitari, lingue e pratiche artigianali: tutte cose minacciate dall’incalzante sete economica della società, il che si tramuta in villaggi turistici, nuovi quartieri residenziali o produttivi, strade, porti, cave, ecc… Come dice Giampiero Sammuri (presidente di Federparchi) “I parchi sono un grande sistema per conservare la biodiversità, ma anche uno strumento di coesione sociale e di promozione economica”.
C’è inoltre un aspetto non di poco conto, sottolineato da Roberto Grossi (presidente di Federculture): il 70% dei parchi italiani è amministrato da Province e Regioni, quando invece tale compito dovrebbe spettare ad enti specifici. E veniamo al capitolo finanziamenti pubblici: 241 milioni di euro nel 2008, pari ad appena lo 0.015% del Pil!!! E in questo 2009 c’è stato addirittura un taglio del 10%! Proprio il fatto che siano Province e Regioni ad amministrare i parchi non fa pensare proprio a delle buone cose: i piani paesaggistici delle Regioni sono pochissimi e quasi mai impongono dei limiti ai Comuni, incapaci di fronteggiare l’enorme spinta della speculazione immobiliare. E qui arriviamo al punto doloroso: i Comuni. Già i loro introiti non sono mai stati elevati, ora da quando è stata eliminata l’Ici sulla prima casa sono al lastrico, anche perché di fondi pubblici per compensare non ne arrivano dallo Stato. E allora cosa possono fare? Lottizzazioni, lottizzazioni, lottizzazioni. Proprio in questi giorni ho letto un’intervista fatta dal quotidiano la Repubblica a Maria Cristina Treu, docente di Progettazione Urbanistica al Politecnico di Milano, secondo la quale: “La svendita del territorio e il consumo del suolo non sono solo la reazione alla deindustrializzazione, sono una sorta di autodifesa da parte dei Comuni, di istinto di sopravvivenza contabile. Gli oneri delle lottizzazioni di case e terziario servono ai Comuni per le spese ordinarie, per tirare avanti e far quadrare i bilanci, in particolare ora che è stata abolita l’Ici”. Come darle torto… C’è un passaggio dell’intervista che commenta da solo (e al meglio, o al peggio, fate voi!) la situazione: “Abbiamo fatto uno studio recentissimo. Ci dice che su una lottizzazione di circa 20.000 metri quadrati, mediamente, in gettito di contributi diretti o in opere un’amministrazione è in grado di garantirsi la sopravvivenza per 5 anni, ossia la durata del mandato di un sindaco. E sa cosa ci restano dopo i 5 anni? I costi di manutenzione...”. Spese di manutenzione per riasfaltare le strade, per mantenere l’illuminazione pubblica, per gestire le aree verdi, per rifare la segnaletica stradale, per sistemare i marciapiedi, per pulire le fognature, ecc…
Questa affermazione spiega al meglio la situazione: la mancanza cronica di fondi porta i Comuni a realizzare continuamente nuove lottizzazioni (anziché recuperare l’esistente, i centri storici sono quasi vuoti…), sottraendo terreni liberi all’agricoltura e, purtroppo e sempre più spesso, anche ad aree protette. E lo Stato cosa fa? Oltre a non fornire soldi a Comuni e a tagliare i fondi a quei Ministeri che invece ne avrebbero più bisogno (dell’Ambiente, dell’Istruzione, ecc…), non sta facendo niente per eliminare spese inutili per miliardi e miliardi di euro (vedi le nuove Province costituite senza un motivo, vedi i Comuni piccolissimi che potrebbero essere fusi tra di loro, vedi le stratosferiche spese dei palazzi di stato, ecc…). E chi ci rimette? Tra i tanti, anche il nostro caro paesaggio…

ECCO I LIBRI IN GIRO PER L’ITALIA!!!

Quanto si legge in Italia? 24 milioni di italiani leggono meno di 3 libri all’anno (pari al 46.2% della popolazione) e di questi 3,2 milioni ne leggono uno al mese: ci sono nel nostro paese circa 2.000 librerie, 609 bookshop di grandi catene, 92 bookshop di piccole catene e 63 multistore, per un fatturato annuo di 3.700 milioni di euro (ricordando che ogni anno escono circa 61.000 titoli, di cui il 7% è dedicato ai ragazzi ed il 10% è dedicato alla scuola).
La prestigiosa casa editoriale italiana Mursia (http://www.mursia.com) ha avuto un’idea alquanto stravagante per far fronte alla crisi del libro in Italia, soprattutto per portare i libri dove altrimenti mai arriverebbero: caricare ben 36.000 volumi (per 3.800 titoli) su quattro tir e portarli in tour in giro per l’Italia, tour che toccherà 24 piazze dove si fermerà per vendere i suoi libri.
L’idea è venuta alla direttrice della casa di distribuzione Mursia, la quale ha pensato che è vero che su internet le vendite dei libri sono in aumento (+22% rispetto allo scorso anno), ma è anche vero che il lettore compra su internet un libro che già cerca, e quindi non sarà certo su internet che potrà essere attratto da un libro sconosciuto. Nelle librerie di catena ci sono quasi esclusivamente libri nuovi, che rimangono mediamente tre mesi sui scaffali; mentre nelle piccole librerie i clienti sono sempre più in calo (-7% rispetto allo scorso anno). Tutto questo ha fatto pensare che il lettore potrebbe essere invogliato da questa nuova idea di trovare dei libri, magari anche sconosciuti, su dei tir vaganti: ecco dunque che Mursia lancia il progetto denominato Passapartù. Al momento i tir sono due, ma diventeranno quattro nel 2010: sono lunghi 9 metri e una volta arrivati sul posto si aprono e diventano uno stand della superficie di 100 metri quadrati, con tanto di saletta conferenze da 30 posti, computer, video e persino angolo cocktail! In ogni mese i tir viaggeranno una settimana e le altre tre saranno stabili nelle piazze: queste piazze sono state scelte con cura e tutti i sindaci ne sono già entusiasti. Ne ha dedicato un articolo Michele Smargiassi sul quotidiano la Repubblica del 24 novembre 2009.
L’idea però non è nuova: già nel 1955 era nata la “Librimobile”, creata da Valentino Bompiani (altro grande editore italiano): era un furgoncino con libreria e salotto e grandi finestre, creato dal designer Enzo Mari. E comunque già mezzo secolo fa erano numerosi i progetti di camioncini vaganti per il nostro paese per andare nei paesi più sperduti per prestare e ritirare libri. E anche ai giorni nostri sono numerose le iniziative: si va dalle bancarelle nei mercatini dei comuni (si tratta di commercio librario ambulante, dove si trovano generalmente libri usati), al bouquiniste (ovvero i chioschi stabili che vendono libri: tanto per non dimenticare, quelli di Parigi sono stati dichiarati patrimonio mondiale culturale dell’Unesco nel 1991…), fino ad arrivare al moving store (ovvero piccoli negozi montati su furgoni e piccoli camion nati per girare nei mercati riunali) e al pop-up-shop (ovvero dei container che viaggiano su ruote e arrivati a destinazione si espandono fino a diventare dei veri e propri stand per la vendita).
C’è grande bisogno di diffondere cultura tra la popolazione: una popolazione, la nostra, ormai arrugginita mentalmente dalla televisione (dove di cultura se ne fa davvero poca, e sempre meno…). L’esempio del grado di cultura del nostro paese lo possiamo trovare nella vendita dei quotidiani: appena il 10% degli italiani acquista giornalmente un quotidiano (e anche qui ci sarebbe da discutere sul tipo di quotidiano, vista la bassezza culturale di alcuni di questi…), quando molti paesi europei arrivano a percentuali del 40-50%! E se consideriamo che il quotidiano più venduto e più letto in Italia è un quotidiano sportivo, beh allora abbiamo detto tutto…

giovedì 26 novembre 2009

"NIDA" tifone record nel Pacifico!!!

CONTINUA LA STAGIONE RECORD DEI TIFONI NELL'OCEANO PACIFICO (DI CUI NESSUNO NE PARLA...). ECCO ORA IL SUPER-TIFONE "NIDA", CHE ENTRERA' NELLA STORIA DELLA METEOROLOGIA PER LA PRESSIONE MISURATA AL SUO INTERNO, PRESSIONE DI APPENA 869.5 hPA (MISURATA ALLE ORE 20:32 GMT DEL 25 NOVEMBRE 2009), OVVERO LA PRESSIONE PIU' BASSA MAI REGISTRATA DA UN SISTEMA TROPICALE, BATTENDO IL PRECEDENTE RECORD DI 870 hPA DEL TIFONE "TIP" NEL 1979.
IL SUPER-TIFONE ALLA STESSA ORA ERA POSIZIONATO NELLA PARTE OVEST DEL PACIFICO SETTENTRIONALE, PRECISAMENTE A 14.05°N E 140.59°E, MUOVENDOSI VERSO NORD-OVEST: I VENTI INTORNO AL SUO OCCHIO SFIORANO I 300 KM/H, CON RAFFICHE ADDIRITTURA DI 360 KM/H!!! GUARDATE L'IMPRESSIONANTE IMMAGINE SATELLITARE DI IERI DEL TIFONE.
INUTILE DIRE CHE HA RAGGIUNTO IL LIVELLO MASSIMO DELLA SCALA "SAFFIR-SIMPSON", OVVERO CATEGORIA 5. ORA E' IM MARE APERTO MA NEI PROSSIMI GIORNI, SEPPUR INDEBOLITO, POTREBBE INTERESSARE LE ISOLE GIAPPONESI VOLCANO E BONIN (A SUD DEL PAESE).

mercoledì 25 novembre 2009

CACCIA: in Veneto siamo al ridicolo...

Siamo al ridicolo perchè per l'ennesima volta la Giunta Regionale del Veneto approva una nuova delibera (la terza...) per poter cacciare specie protette. Questo che riporto di seguito è il comunicato stampa di oggi di LEGAMBIENTE.


CACCIA: La Giunta regionale del Veneto approva una terza delibera per la caccia in deroga a storno e peppola.
Le associazioni: atto gravissimo, domattina presenteremo richiesta urgente di sequestro e nuovo ricorso al TAR. "Dopo le due recentissime bocciature del TAR Veneto la Giunta riapprova una terza delibera: un atto ingiustificabile e gravissimo" questa l'opinione della associazioni ENPA, LAC, LAV, LEGAMBIENTE, LIPU e WWF dopo aver appreso che su proposta dell'Assessore regionale alla caccia Elena Donazzan, la giunta regionale del Veneto ha approvato una nuova delibera che riapre le cacce in deroga per le specie storno e peppola a partire da mercoledì 25 novembre fino al 31 dicembre 2009.
A seguito, infatti, dei due ricorsi presentati dalle associazioni ambientaliste e animaliste lo scorso 6 novembre era stata bloccata per la seconda volta la caccia alle specie fringuello, peppola, pispola e storno, caccia illegittima come dimostrano le prese di posizione della Commissione Europea e del TAR del Veneto.
Domattina i legali di ENPA, LAC, LAV, LEGAMBIENTE, LIPU e WWF chiederanno alla magistratura veneta il sequestro d'urgenza della fauna selvatica oggetto di caccia in deroga e depositeranno un nuovo ricorso al TAR del Veneto contro questa terza delibera, Oltre a ciò, concludono le associazioni, abbiamo dato mandato ai nostri legali di valutare la possibilità di presentare una ferma denuncia per abuso in atti d’ufficio nei confronti della Giunta regionale del Veneto e dei suoi assessori.

Da cittadino veneto, non ho davvero più parole di fronte a cotanta arroganza!

NO AL METEO A PAGAMENTO!

Il quotidiano la Repubblica ha pubblicato domenica un articolo (curato da Maurizio Crosetti) dedicato alla notizia che l’Aeronautica Militare ha deciso di farsi pagare per le previsioni del tempo non appena diventerà operativa la “SPA DIFESA SERVIZI”. In questi ultimi giorni ho trovato sul web alcuni articoli di addetti del settore che nutrivano forti perplessità in merito al meteo a pagamento. Ed io, appassionato di meteorologia, mi unisco a loro.
Ma quanto è importante la meteorologia? Col passare del tempo è divenuta sempre più importante, anche perché il progresso scientifico e tecnologico ha portato a delle previsioni del tempo sempre più affidabili: oggi è esatto il 95% delle previsioni entro le 24 ore, ben l’88% entro i 3 giorni mentre si riduce (comprensibilmente) al 45% alla distanza di una settimana. Ma per dare l’idea della dimensione della meteorologia in Italia, vi dico che ci sono nel nostro paese 84 stazioni meteo dell’Aeronautica Militare ma anche migliaia di stazioni di rilevamento poste in quasi ogni Comune italiano e gestite dalle ARPA regionali, 6 Regioni che hanno un servizio meteo autonomo e addirittura 300 siti meteo!!! Per non parlare della televisione: ogni rete si è munita di previsioni meteo, ma qui ci sarebbe da discutere sulla professionalità di tali trasmissioni meteo, molto inferiore (per questioni di tempi televisivi) rispetto a quelle che si trovano su internet. Ed ora guardate questi dati: ben 9 italiani su 10 consultano le previsioni meteo, di cui il 45% una volta al giorno, il 18% più volte al giorno, l’8% 4-5 volte la settimana, l’11% 2-3 volte la settimana e il 4% meno di una volta la settimana! Ben il 52% degli italiani ritiene che l’umore sia influenzato dal tempo.
L’idea dell’Aeronautica Militare di farsi pagare le previsioni del tempo non è nuova: il pioniere è stato Hiroyoshi Ishibashi, giapponese e presidente del Weathernews Inc., ovvero la maggiore agenzia mondiale della meteorologia: vi lavorano 400 meteorologi ed ha uffici in 16 paesi (tra cui USA, Cina, Australia e Gran Bretagna) distribuiti in 40 città. L’agenzia è stata fondata nel 1986 ed oggi fattura 140 milioni di euro all’anno. Naturalmente, facendo pagare le previsioni meteorologiche…
Qui in Italia ci sono già alcuni siti meteo che offrono previsioni meteorologiche a pagamento: ricordo però che questi siti sono già inondati di pubblicità e dovrebbero comunque essere gestiti non come se fosse un lavoro ma come una passione. Non concordo con il giornalista de la Repubblica quando dice che sul web le previsioni meteo sono raramente affidabili e spesso improvvisate: io sono un appassionato di meteorologia e posso garantirle che ci sono ottimi siti meteo, professionali e molto affidabili (ilmeteo.it, 3bmeteo.com, meteogiornale.it, meteorete.it), molto più professionali delle previsioni meteo che vediamo in TV. Vogliamo parlare di questo? Basta che guardiate le previsioni di Giuliacci su Canale 5, esposte praticamente in meno di 60 secondi, con la nuvoletta e il sole: niente a che fare con le ottime previsioni della trasmissione “Che tempo fa?” di Rai1 (condotta dal bravissimo Guido Caroselli), con tanto di immagine satellitare, resoconto della giornata, temperature minime e massime registrate, carta delle isobare, previsione del tempo, cartina dei mari e dei venti. Talmente bella che da anni i direttore di rete l’hanno spostata dalla sua collocazione prima del TG serale (ore 19:50) alle ore… 17: ma chi volete che le veda a quell’ora queste previsioni? Ecco come sono trattate le previsioni serie in TV: questo è il modo di fare informazione. Per non parlare poi di come la meteorologia quasi non si insegna nelle università italiane: ci sono solo 5, ripeto 5, docenti ordinari in materia!!!
Perché io semplice cittadino dovrei pagare per vedere un servizio di informazione? Perché di questo si tratta, di informazione: allora facciamo pagare anche la visione dei TG!! La meteorologia dovrebbe avere un’importanza fondamentale non solo per il semplice cittadino che vuole sapere come vestirsi prima di uscire di casa, se prendere l’ombrello o che tempo farà nel week-end, ma dovrebbe essere utile ai governi e agli enti preposti per la gestione di eventuali situazioni di crisi, per organizzare le varie attività, per chiudere in tempo strade ed autostrade prima che si verifichino incidenti mortali a causa della neve, per evacuare popolazioni in situazioni di pericolo: invece questo non viene mai considerato e puntualmente le autostrade si bloccano sepolte dalla neve e piene di automezzi, le barche e le navi salpano e trovano il mare in tempesta, i temporali estivi fanno danni incalcolabili.
È intervenuto anche il meteorologo Luca Mercalli sull’argomento: ha ragione quando dice che molti enti governativi si sono visti costretti ad aprire in vari Paesi un ramo commerciale delle loro attività di previsioni meteorologiche, ma i servizi pubblici devono assicurare un livello minimo di informazione meteorologica gratuita, soprattutto ai fini di protezione civile (prevedere un’alluvione o un uragano salva vite umane e non deve pertanto essere oggetto di mercato). Proprio per l’importanza che hanno sulla nostra vita, le previsioni meteorologiche (con annessa la complessa rete mondiale di stazioni di osservazione e i supercomputer) dovrebbero essere finanziate con denaro pubblico, anche perché molto utili al mondo scientifico per lo studio del clima. Altrimenti finiremo che tra un po’ di tempo per vedere le previsioni meteo in TV dovremo pagare, mentre per vedere culi e tette (ormai in quasi ogni trasmissione televisiva) no! Questa è l’informazione in Italia…

martedì 24 novembre 2009

SMOG IN DIRETTA SUL WEB

È stato creato un sistema di rilevamento dello smog (praticamente in diretta) che è on-line sul web: lo si può trovare sul sito http://eyeonearth.eu e rappresenta tutta l’Europa. Avvicinandosi alla zona prescelta si può trovare la centralina di rilevamento più vicina al punto dove siamo: si potranno così conoscere in tempo reale i dati relativi alle sostanze inquinanti presenti nell’aria.
Ricordo brevemente che tra le sostanze inquinanti più pericolose ci sono le PM10, ovvero quelle polveri finissime che hanno un diametro inferiore ai 10 micron, formate da metalli (come zinco, piombo e nichel) e da solfati, nitrati, amianto e scorie di cemento, così fini da penetrare facilmente nel nostro organismo causando gravi patologie (soprattutto alle vie respiratorie): tali polveri derivano dalla combustione degli idrocarburi, da processi industriali (come le fonderie e i cementifici) e dall’usura dei freni e delle gomme degli autoveicoli. Tra le altre sostanze inquinanti, troviamo gli ossidi di zolfo (che derivano dal riscaldamento domestico e da impianti industriali, responsabili di crisi asmatiche, bronchiti ed infiammazioni delle mucose delle vie respiratorie), gli ossidi di azoto (provenienti anch’essi dal riscaldamento domestico e da impianti industriali, ma anche dagli autoveicoli, e causano bronchiti, tracheiti, allergie, irritazioni e alterazioni in genere delle funzioni delle vie respiratorie), l’ozono (derivante generalmente dai catalizzatori delle auto, irritano le mucose delle vie respiratorie causando asma e disturbi respiratori), il monossido di carbonio (proveniente dagli autoveicoli, dal riscaldamento in generale e dai grandi impianti industriali come le acciaierie e le centrali elettriche, causano problemi all’apparato cardiovascolare e al sistema nervoso) e gli idrocarburi (provenienti dagli autoveicoli e dai grandi impianti industriali di combustione, causano cancro). In base ai dati storici, nel decennio 1997-2006 tra il 18 e il 50% della popolazione europea è stata esposta a polveri sottili, tra il 18 e il 42% a biossido di azoto e fino al 61% a ozono. Un quadro non proprio roseo…
È quindi importante sapere lo stato della qualità dell’aria del luogo dove dobbiamo recarci al fine di preservare la nostra salute. Ecco perché è stato messo a punto questo sistema per poter verificare in tempo reale la qualità dell’aria di molte località europee. Sul sito sopra menzionato vi sarà un semaforo che, in base alla quantità di sostanze inquinanti presenti nell’aria, indicherà rosso per “situazione a rischio”, giallo per “situazione di confine” e verde per “situazione regolare”.
Il nuovo servizio è stato lanciato lo scorso 18 novembre 2009 dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (http://www.eea.europa.eu/it) in collaborazione con Microsoft: elabora graficamente i dati forniti da 1.000 centraline sparse in 32 paesi europei, sarà attivo 24 ore su 24 e disponibile in ben 24 lingue (praticamente coinvolgerà ben 500 milioni di europei). Proprio grazie alla collaborazione con Microsoft, si è potuto creare questo sito all’avanguardia tecnologica in quanto utilizza il sistema cloud computing, che permette di utilizzare il software disponibile in rete: gli utenti potranno così lasciare i loro commenti oltre a poter consultare i rilevamenti sulla qualità dei mari, dei laghi e dei fiumi relativi a ben 22.000 località!
Un monitoraggio dello smog simile a quello europeo è cominciato anche in Italia: viene svolto nelle oasi del WWF (http://www.wwf.it) e servirà per trovare delle soluzioni di mitigazione dei danni tramite un piano di adattamento al quale stanno lavorando l’Università di Tuscia, il Corpo Forestale dello Stato e il Museo di Zoologia di Roma.
Quello del monitoraggio dello smog sarà uno strumento molto importante, sia per aiutare il cittadino che valuterà le situazioni di rischio di una esposizione prolungata in un ambiente inquinato, sia per aiutare i governi che potranno utilizzare i dati elaborati per varare piani di abbattimento dell’inquinamento e per contribuire di conseguenza alla lotta al cambiamento climatico. Si tratta di un tassello aggiuntivo per il monitoraggio dell’intero territorio, oltre a quello già operativo (dall’estate dal 2007) dell’acqua.

SCUOLA: ecco gli “ORTI IN CONDOTTA”

Ecco una nuova iniziativa per avvicinare gli studenti all’ambiente: si chiama “School garden”, in italiano “Orti in condotta”, ed è stata lanciata da SlowFood (http://www.slowfood.it) in collaborazione col Ministero dell’Istruzione (http://www.istruzione.it). Si tratta di una rete planetaria di piccole coltivazioni gestite dalle scuole che racchiude dentro di sé un progetto educativo, una lezione di agricoltura e un modello di vita per imparare a conoscere e a rispettare il nostro territorio. L’iniziativa è stata festeggiata da SlowFood lo scorso 11 novembre 2009 e ne ha dedicato un articolo sul quotidiano la Repubblica la giornalista Marina Cavallieri: la data dell’11 novembre non è casuale (si festeggia San Martino), data che infatti in molte zone rappresentava la fine dell’anno agrario e il giorno in cui scadeva l’anno lavorativo dei contadini, oltre che un periodo importante in quanto si procede con le semine invernali (tra l’altro, data che cade nella cosiddetta “estate di San Martino”, ovvero quel periodo attorno alla metà di novembre che da un punto di vista climatico si presenta nel nostro paese spesso mite e stabile, comportando pertanto una maggiore partecipazione alle iniziative).
L’iniziativa “School garden” è nata nel 2003 negli Stati Uniti e da allora si è espansa in molte parti del mondo, come in Australia (dove i bambini si scambiano le piantine che coltivano) e in Uganda (dove i bambini imparano a coltivare la terra, fonte importante di sostentamento nazionale), fino ad arrivare nel nostro paese: oggi ci sono in Italia 224 orti didattici attivi nelle scuole, che coinvolgono 16.800 bambini sparsi in 19 regioni italiane (al 1° posto la Toscana con 49 orti e al 2° posto il Piemonte con 41).
In realtà questa iniziativa è nata molto tempo fa, così come ricorda Valeria Cometti (responsabile delle attività educative dello SlowFood), visto che gli orti scolastici esistevano già ad inizio secolo a Milano, solo che dopo la tradizione è stata persa ed ora si è voluto recuperarla.
Lo scopo dell’iniziativa è innanzitutto avvicinare i bambini alla terra, dando loro una coscienza ambientale, ma anche quello di creare una comunità e di mantenerla, di formare un collegamento con i cuochi delle osterie, di creare un legame con i produttori che si mantenga nel tempo (a proposito di osterie: è uscita la guida SlowFood intitolata "Osterie d'Italia", che quest'anno compie 20 anni e che per il 2010 racconta 1.696 locali di tutta Italia). Ma la cosa va anche più in là: ovvero creare con questi orti un incontro generazionale tra bambini ed anziani che potranno partecipare a questi orti, ed inoltre coinvolgere gli istituti alberghieri per far capire loro l’importanza dei prodotti provenienti direttamente dal nostro terreno.
D’accordo con l’iniziativa è Carlo Petrini, che sullo stesso quotidiano ha espresso le sue idee in merito, che condivido pienamente. Se è vero che un tempo la coltivazione dell’orto era abituale per le famiglie per fornire un sostentamento alimentare durante tutto l’anno, negli ultimi anni questa usanza si è persa sempre di più perché considerata una cosa retrograda riservata a chi non poteva permettersi di comprare il cibo. Ora però sta tornando in auge e sta addirittura diventando un movimento globale molto serio: si usa l’orto come risposta intelligente ad alcuni mali della nostra società. Si può infatti, in questo modo, avere a disposizione verdure fresche in ogni stagione, avere soprattutto a disposizione prodotti genuini coltivati senza veleni, se ne ha la certezza della provenienza evitando di comperare al supermercato prodotti che hanno percorso migliaia di km quando avremo potuto averli dietro casa.
Per questo, come dice Petrini, con gli orti si consolida il legame col territorio e si sperimenta una forma di educazione per le nuove generazioni, si contribuisce a diffondere attenzione e rispetto verso il nostro ambiente. Insegniamo ai bambini cos’è il rispetto dell’ambiente e del territorio: solo insegnandolo a loro mentre sono piccoli si potrà pensare di avere un domani fatto di uomini diversi, responsabili, attenti al territorio dove abitano. E così lo si dovrebbe fare col diritto civile, con l’educazione civica, con l’ecologia: insegnando ai bambini questi temi forse un domani si potrà sperare in qualcosa di diverso…

venerdì 20 novembre 2009

QUANTO E’ IMPORTANTE IL VOLONTARIATO!

Martedì 17 novembre 2009 ho trovato un’interessante inchiesta sul quotidiano la Repubblica dedicata al volontariato in Italia, dalla quale si capisce l’importanza di questo campo nel nostro paese.
Cominciamo con i dati: secondo una ricerca di Eurispes in Italia ci sono 1.100.000 cittadini che si occupano di volontariato in modo continuativo, mentre sono altri 4.000.000 quelli che almeno una volta all’anno dedicano qualche ora di tempo ad una associazione. Si tratta in totale di 5.100.000 italiani, ovvero il 9.2% della popolazione! Ma secondo una rilevazione Ocse-Gallups ben il 21.1% degli italiani si dedica al volontariato: in questo caso per volontariato si intendono anche quelle piccole attività spontanee e non organizzate come un aiuto in parrocchia, il turno organizzativo tra genitori per portare a casa i figli da scuola, ecc… Tenendo in considerazione la percentuale del 9.2%, vediamo che cos’è questo volontariato: nel 2007 l’1.9% di questi volontari frequentava associazioni ecologiste, per diritti civili e per la pace, il 9.1% frequentava associazioni culturali e ricreative in genere, il 9.2% prestava attività gratuita in associazioni di volontariato, mentre il 16.7% versava soldi ad un’associazione. Sul totale dei volontari, il 14.6% si dedicava a cultura e attività ricreative, il 27.8% ad assistenza sociale e il 28.0% alla sanità. A livello geografico, la maggior parte dei volontari è concentrata nelle regioni del Nord Italia (fino al 12.3% in Emilia Romagna, al 12.6% in Lombardia, al 13.8% in Veneto e al 19.1% in Trentino - Alto Adige), mentre le percentuali minime si raggiungono al Sud (5.4% in Calabria, 5.2% in Campania e 4.8% in Sicilia, e comunque 5.5% nel Lazio). Le percentuali di volontari sono equamente distribuite in ogni fascia d’età: le fasce 14-17, 18-19, 20-24, 25-34, 35-44, 45-54, 55-59 e 60-64 hanno percentuali di volontari comprese tra il 9.1 e l’11.9%, poi le percentuali sono in calo al 7.9% nella fascia d’età 65-74 e al 3.4% oltre i 75 anni. Chi sono questi volontari? Il 43.6% è composto da persone che non hanno un’occupazione lavorativa, il 24.8% da dirigenti ed impiegati pubblici, il 10.8% da imprenditori e liberi professionisti, il 10.7% da lavoratori autonomi ed il 10.1% da operai. E arriviamo ai dati più eclatanti: alla domanda “In chi ha più fiducia?” il 27.7% ha risposto il Governo, il 38.8% la Chiesa, il 44.4% la magistratura, il 47.2% la scuola, il 62.1% il Presidente della Repubblica, il 62.7% la Guardia di Finanza, il 63.3% la Polizia, il 69.6% i Carabinieri e, udite udite, il 71.3% (ovvero la maggioranza) le associazioni di volontariato!!!
Riccardo Bonacina, direttore di Vita (la rivista del volontariato sociale, http://www.vita.it), ha affermato: “Il volontariato è un immenso giacimento di generosità, sopravvissuto alla crisi del mutualismo novecentesco di tradizione operaia, socialista o cattolica”. Proprio per questo immenso valore, il 4 e 5 dicembre prossimi si terrà a Roma la prima vera assemblea generale del Terzo settore, dedicata appunto al volontariato in genere.
Sono molti i settori che si occupano di volontariato: ecologia, territorio, sanità, aiuto a bisognosi, pace, sport, scuola, ecc… Il volontario sente di poter dare e fare qualcosa per gli altri o per qualcosa: posso testimoniare personalmente questo bisogno, visto che due anni fa ho fondato, assieme ad alcuni amici, un circolo legato a Legambiente (circolo chiamato “Perla Blu”, http://www.perlablu.it) per aiutare il nostro territorio laddove non lo fanno coloro che lo dovrebbero fare (le istituzioni in generale). E, a tal proposito, ha ragione Franco La Cecla quando, sulla stessa inchiesta del quotidiano la Repubblica, afferma che una delle conseguenze del volontariato in Italia è che certi nuovi mestieri utili come quelli legati all’ambiente e al miglioramento della vita sociale non sono considerati professioni e, di conseguenza, i cittadini li trasformano in volontariato.
Da Segretario del mio circolo “Perla Blu” legato a Legambiente (http://www.legambiente.eu), dico che purtroppo è vero: pochissimi mestieri in Italia si dedicano alla protezione dell’ambiente e del territorio, ma sono comunque pochi anche coloro che si dedicano al volontariato ambientale (secondo la ricerca di Eurispes solo l’1.9% dei volontari frequenta associazioni ecologiste, assieme a quelle per i diritti civili e per la pace). In un paese dove l’ambiente ed il territorio sono maltrattati in una maniera davvero inquietante, dovrebbero essere molti di più quelli che si impegnano in tal senso. E qui lancio un appello: nel vostro piccolo fondate qualche circolo, comitato o associazione che si occupa della protezione dell’ambiente della vostra zona, così potremo creare una fitta rete di associazioni ambientaliste che ricopra l’intero territorio nazionale. Bastano anche poche ore del vostro tempo ogni 7-15 giorni, trovare una sede per gli incontri ed organizzare ogni tanto qualche evento nella vostra città o nel vostro territorio (come una camminata storico-culturale, una biciclettata per monitorare aree inquinate, un gazebo in piazza per denunciare alcuni scempi, controllare periodicamente i lavori della vostra amministrazione comunale, ecc…). Vedrete che col tempo i risultati arriveranno e sarete fieri di avere fatto qualcosa per il vostro territorio.

martedì 17 novembre 2009

Ecco l’ARCHIVIO DEI PATRIARCHI

Abbiamo in Italia un patrimonio naturalistico immenso fatto di boschi e foreste con un numero impressionate di alberi, alberi che purtroppo sono sempre più a rischio per una serie di motivi quasi sempre riconducibili all’uomo. Per questo motivo è stato creato ora l’ARCHIVIO DEI PATRIARCHI, dove i patriarchi sono 5.327 alberi catalogati divisi per regione e provincia, e per i quali ne sono stati raccolti moltissimi dati (altezza, età, misura del tronco, chioma, ecc…). Si tratta di alberi secolari, alcuni addirittura millenari. L’archivio è stato realizzato dall’Associazione Patriarchi della natura di Forlì e potrà essere arricchito da chiunque (http://www.patriarchinatura.it): l’associazione è nata dal 2005, è presieduta dall’agronomo Sergio Guidi ed ha raccolto i dati messi assieme per vari decenni dal Corpo forestale dello Stato e da alcune Regioni. Lo scopo è non solo quello di allestire una galleria sugli alberi ma anche, e soprattutto, quello di stimolare la tutela di questo patrimonio naturalistico.
Ne ricordiamo alcuni di questi patriarchi. L’albero più antico d’Italia è un ulivo di Luras (Oristano) che ha ben 3.800 anni (è alto 11 metri ed ha un tronco della circonferenza di ben 13 metri), mentre l’albero da frutto più antico del nostro paese è il castagno di Cento Cavalli posto a Sant’Alfio (Catania) che ha circa 3.000 anni (è alto 14 metri ed è cresciuto su tre fusti cresciuti su un’unica ceppaia della circonferenza di ben 52 metri). Ma dobbiamo citare anche l’olivo dei Crociati, posto a Cicciano (Napoli), che ha 1.600 anni e si pensa sia stato originato dai semi portati dall’orto dei Getsemani; oppure il platano dei 100 bersaglieri a Caprino Veronese (Verona), che ha 640 anni (è il platano più grosso e più vecchio d’Italia); o ancora l’olmo di Bergemolo, a Demonte (Cuneo), che ha oltre 200 anni ed è l’olmo più alto d’Italia (26 metri), che si dice sia stato piantato da Napoleone; e che dire dei pioppi di Armarolo a Budrio (Bologna), che hanno 160 anni e sono non solo i più grandi dell’Emilia Romagna ma tra i più grandi d’Italia. La regione con più esemplari censiti è l’Emilia Romagna (ben 1.030), seguita dalla Toscana (463), dalla Lombardia (424), dalla Puglia (403) e dalla Sicilia (388). Davvero un patrimonio dal valore inestimabile.
Lo studio di questi alberi (grazie ad alcune tecniche come il carotaggio sul tronco) sarà di fondamentale importanza per scoprire il tipo di vegetazione in cui sono stati immersi nei secoli, il susseguirsi dei vari tipi di clima nella loro secolare o millenaria storia, il trattamento che hanno subito nel tempo da parte degli uomini: praticamente un libro aperto che permetterà, ad esempio, di studiare l’evoluzione del clima nel corso dei secoli aiutando la climatologia e la meteorologia.
Francesco Erbani ha dedicato un articolo a questi patriarchi sul quotidiano la Repubblica di martedì 10 novembre 2009, nel quale ha intervistato Giuseppe Barbera, uno dei massimi esperti di alberi, che insegna Colture Arboree all’Università di Palermo e che scritto alcuni libri come “Tuttifrutti” e “Abbracciare gli alberi”. Barbera lancia un allarme su questo immenso patrimonio naturalistico, che purtroppo è a rischio e per la cui protezione servono leggi di tutela. Pensate ai tantissimi ulivi secolari che vengono estirpati dalle regioni del Sud Italia per andare ad abbellire i giardini del Nord: uno scempio, perché molto spesso queste piante soffrono il trapianto e muoiono (è successo per almeno metà di esse), e questo solo per un peccato di egoismo…

Un post fatto ad… ARTE!

Ho deciso di raccogliere in questo post alcune news che ho trovato in questi giorni e che hanno come tema principale la tanto amata ARTE, che spesso viene lasciata da una parte a discapito di temi ben meno nobili…
MAXXI. Si tratta del Museo per le arti del XXI secolo, progettato da Zaha Hadid e appena completato, posto a Roma nel quartiere Flaminio (è stato costruito in un’area militare dimessa). La sua costruzione ha richiesto 10 anni di tempo ed un investimento di 150 milioni di euro: ha una superficie totale di 27.000 mq distribuiti su tre piani. Finalmente è stato inaugurato lo scorso 12 novembre alla presenza dei ministri dei Beni Culturali e dei Lavori Pubblici: l’apertura definitiva avverrà però a fine maggio 2010 e vi saranno esposte opere di 300 artisti contemporanei non solo italiani. Per informazioni http://www.maxxi.parc.beniculturali.it
INGANNI AD ARTE. È stata inaugurata a Firenze, presso Palazzo Strozzi, la mostra intitolata “Inganni ad arte. Meraviglie del trompe-l’oeil dall’antichità al contemporaneo”, a cura di Annamaria Giusti, che resterà aperta fino al 24 gennaio 2010. La mostra è incentrata su una serie di quadri che nel tempo sono stati incentrati sul trompe-l’oeil, una dizione ottocentesca che veniva utilizzata per quel tipo di pittura che cercava di misurarsi con la verosimiglianza, per ricreare al meglio la realtà con la pittura (emblematico l’esempio del dipinto “In fuga dalla critica” di Pere Borrel del Caso, del 1874). La mostra, articolata in dieci sezioni, esporrà capolavori dei pittori illuministi con nature morte e ritratti, tra cui Tiziano e Veronese. Per informazioni http://www.inganniadartefirenze.it
L’OROLOGIO DI COSIMO DE’ MEDICI. C’è una tela del 1560 del pittore tardo-manierista Maso da San Friano (1531-1571), esposta al Museo della Scienza di Londra, nella quale è raffigurato Cosimo I dè Medici mentre mostra un misuratore del tempo portatile: secondo il curatore del museo londinese, Rob Skitmore, si tratta del primo ritratto della storia di un orologio a sveglia portatile. Incredibile la precisione con cui è stato dipinto: si tratta di un orologio con la cassa in oro, il quadrante suddiviso in dodici tacche, una lancetta unica per indicare le ore e addirittura una suoneria da tavolo composta da due grandi campanelli. L’ipotesi sarà presto confermata anche dagli Uffizi di Firenze.
RIAPRE IL TORRINO. Riapre a Firenze il Torrino, una torre ottagonale alta 40 metri, posta sulla sommità del Museo della Specola nell’Oltrarno, accanto a Palazzo Pitti e al Giardino di Boboli: nel 1807 fu l’osservatorio astronomico dell’Imperiale e Reale Museo di Fisica e Storia Naturale. Rimasto chiuso per 150 anni, riapre dopo un lungo restauro che ha ridato splendore ad opere molto interessanti come una sala con decori con stucchi di cicogne nell’atto di spiccare il volo, un orologio solare sul pavimento (in marmo, rame e argento, con segni zodiacali in scagliola) tuttora funzionante, la Tribuna di Galileo (sala quadrata in stile neoclassico, con abside a emiciclo, sovrastata da una lanterna in ferro e ghisa, con statua di Galileo e lunette affrescate che celebrano lo scienziato, stanza voluta dal granduca Leopoldo II nel 1841). Il tutto in 34 sale meravigliose. Per informazioni http://www.msn.unifi.it
ARCHEOVIRTUAL. Si tratta della mostra annuale che si occupa dei software sviluppati per le ricostruzioni virtuali dei siti archeologici, mostra che sarà inserita nell’ambito della XII° edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico che si terrà a Paestum (Campania) dal 19 al 22 novembre. Quest’anno saranno presentati 11 progetti: L’Antica Agorà di Atene (Grecia), La Ricostruzione virtuale della Grotta di Santimamine (Spagna), Il Museo virtuale dell’Iraq (Italia), Vita e potere della Roma imperiale (Italia), Roma antica in 3d (Italia), Dublino medievale (Irlanda), Timeframe Harelbeke (Belgio), La Torre Vendicari (Italia), Il Museo del paesaggio a Stymphalia (Italia), Miti virtuali di Luxor e Dendara (Egitto) e Netconnect (Italia). Un modo nuovo per scoprire l’antichità. Per informazioni http://www.borsaturismo.com
SVENDUTO IL COMO’ DI GAUDREAUS. Esiste da qualche anno in Italia il cosiddetto “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio” il quale, come già la Legge Bottai del 1939, inserisce fra i beni culturali vincolati “le cose mobili e immobili che presentano interesse artistico particolarmente importante” di proprietà privata (art. 10). È ora il caso dello splendido comò del ‘700 creato da Antoine-Robert Gaudreaus (ebanista del re di Francia Luigi XV), del valore dichiarato di 15 milioni di euro… Sparito in Francia nel 1794, è rispuntato a Roma nel 1980 e da allora è vincolato dalla Soprintendenza, giustamente, anche se è di proprietà privata. Cos’è successo ora? Il direttore generale delle Belle Arti ha annullato il vincolo per il seguente motivo: il mobile non appartiene al patrimonio storico-artistico italiano in quanto è di produzione francese! Incredibile!!! Questo significa che ora sarà vendibile sul mercato: saranno prossimamente vendibili quadri di artisti stranieri presenti in chiese e musei italiani? Speriamo sia solo un incidente di percorso… Ah, naturalmente la preoccupazione in merito di Salvatore Settis (espressa sul quotidiano la Repubblica) viene derisa (e, soprattutto, negata) dal quotidiano il Giornale...

giovedì 12 novembre 2009

ATLANTICO: 2009 con pochi uragani, ma quante stranezze...

Sta ormai volgendo al termine la stagione 2009 degli uragani nell'Oceano Atlantico, che solitamente inizia il 1° giugno e termina il 30 novembre: l'utlimo uragano, "Ida," è transitato proprio in questi giorni sul sud degli USA e difficilmente qualcun altro se ne formerà entro la fine del mese.
Che annata è stata? Beh, senza ombra di dubbio il numero degli uragani è stato sensibilmente inferiore alla media, tuttavia questo non ha impedito il verificarsi di vari record e stranezze. Infatti, nonostante così pochi uragani, la stagione è partita addirittura in anticipo, con la depressione tropicale "One" che il 28 maggio si è posizionata a 640 Km a est-nord est del North Carolina, il che fece pensare che sarebbe potuta essere una super-stagione di uragani, ed invece per i successivi due mesi non se ne sono più verificati... Per notare la prima tempesta tropicale bisogna aspettare addirittura il 12 agosto, quando "Ana" apre un mese con ben tre tempeste tropicali (seguirono infatti "Claudette" e "Danny") ed addirittura un uragano di categoria 4 (su una scala dove il massimo è 5), ovvero "Bill". "Claudette" è stata la prima tempesta della stagione a colpire gli USA, mentre "Bill" (nonostante la sua potenza) ha appena sfiorato le coste del Labrador, dopo di chè (declassato a semplice depressione atlantica) ha colpito l'Europa.
Settembre invece ha fatto registrare solamente una tempesta tropicale ("Erika"), una depressione tropicale ("Eight") ed un uragano ("Fred"): ma qui si notano altriedue stranezze, ovvero mai nessun uragano come "Fred" si era formato più a sud e più ad est in Atlantico dall'avvento dei satelliti, ed è stato pure il 3° uragano di sempre (oltre categoria 3) ad essersi formato oltre il 36°Ovest. Sempre per quanto riguarda settembre, l'indice ACE (quello che misura l'energia accumulata dagli uragani) è stato il più basso dal 1994 ed addirittura il 6° più basso dal 1944.
Ottobre ha fatto registrare due tempeste tropicali ("Henri" e "Grace"): ebbene, quest'ultima è stata la tempesta più a nord-est mai registrata nell'Oceano Atlantico dall'avvento dei satelliti, tanto che è riuscita a portarsi ad appena 160 Km dalle coste irlandesi!!!
Arriviamo a novembre e a quest'ultimo uragano, "Ida": ha avuto una traiettoria anomala ed è stato il 6° uragano in tutta la storia ad aver causato delle inondazioni a novembre negli USA (proprio in questi giorni sono caduti vari record storici giornalieri di pioggia, come i 148 mm d'acqua di Columbus e i 112 mm di Atlanta, oltre che ai notevoli quantitativi di 168 mm in Alabama e di 172 mm in Florida, seppur non da record). Purtroppo nel suo tragitto "Ida" ha fatto anche numerose vittime (da questo punto di vista l'uragano più distruttivo del 2009): 136 morti nel solo El Salvador (oltre a 60 dispersi e 130.000 sfollati), con gravi danni anche in Nicaragua ed Honduras, ma di questo ne hanno parlato in pochi...
Il 2009 si è dunque concluso per l'Atlantico con 9 tempeste tropicali e 3 uragani (di cui solo 2 oltre categoria 3): la media del periodo 1950-2000 parla di 9.6 tempeste tropicali e 5.9 uragani (di cui 2.3 oltre categoria 3), quindi quest'anno siamo stati sotto la media. Diciamo subito che le previsioni fatte tra la fine del 2008 e l'inizio di quest'anno erano ben peggiori, in quanto tutte prevedevano che sarebbe stata una stagione con intensa attività: la prima proiezione del 10 dicembre 2008, fatta dalla Colorado State University, ipotizzava ben 14 tempeste tropicali e 7 uragani (di cui 3 oltre categoria 3), cifre poi corrette il 7 aprile rispettivamente in 12 e 6 (2) ed ancora il 4 agosto in 10 e 4 (2). La NOAA era stata più cauta, ipotizzando il 21 maggio 9-14 tempeste tropicali e 3-6 uragani (di cui 1-3 oltre categoria 3), cifre poi corrette il 6 agosto rispettivamente in 7-11 e 3-6 (1-2). Ricordo che tutti questi dati li ho raccolti da un articolo di Manuel Mazzoleni pubblicato sul ben informato portale meteo http://www.3bmeteo.com.
Come vedete, non è assolutamente facile fare previsioni in merito, quindi è inutile ogni anno parlare di stagione allarmante per gli uragani: probabilmente in molti sono rimasti scottati dalla super-stagione del 2005, anno in cui si scatenò "Katrina" e durante in quale si verificarono così tante tempeste tropicali ed uragani (oltre 25...) che non bastarono le lettere dell'alfabeto per denominarli e si dovette ricorrere all'alfabeto greco!!! Ma è anche vero che da allora si sono avute annate spesso sotto media: questo non significa sottovalutare il cambiamento cliamatico, però molti altri fattori influiscono sulla formazione degli uragani, ad esempio il fenomeno di El Nino di quest'anno oppure il sensibile raffreddamento delle acque dell'Oceano Atlantico Centrale in atto dallo scorso anno. Piuttosto si dovrebbe cercare di capire queste altalene nella formazione degli uragani, più che il loro numero, o di spiegare come mai questi uragani si spingono sempre di più oltre i loro naturali confini (uno quest'anno ha sfiorato l'Irlanda!!). La prevenzione si fa non "indovinando" il numero di uragani che si verificherà in una stagione, ma nel capire il cambiamento climatico in corso proprio attraverso la loro formazione (posizione, intensità, frequenza, ecc...). Questo sarebbe utile a livello globale proprio per lo studio del clima e del suo cambiamento.

CARTESIO è morto avvelenato?

Secondo Theodor Ebert, studioso dell'Università di Erlangen, sembrerebbe proprio di sì: lo apprendo da un articolo di Alessandra Rota sul quotidiano la Repubblica dell'11 novembre.
Facciamo un passo indietro e vediamo chi era Cartesio. Nato il 31 marzo 1596 a La Haye, il suo vero nome era Renè Descartes, noto anche con il nome latino Renatus Cartesius (da cui l'italiano Cartesio). Cartesio, ritenuto da molti il fondatore della filosofia moderna e padre della matematica moderna, è considerato uno dei più grandi e influenti pensatori nella storia dell'umanità: con il suo pensiero estese la concezione razionalistica e matematizzante della conoscenza (che era stata propugnata da Francesco Bacone, ma formulata e applicata effettivamente solo da Galileo Galilei) a ogni aspetto del sapere, dando vita a quello che oggi è conosciuto con il nome di razionalismo continentale, una posizione filosofica dominante in Europa tra il XVII ed il XVIII secolo. Si occupò dello studio della filosofia, della matematica, del linguaggio, addirittura di musica. Questo uno dei pensieri più importanti di Cartesio, estratto dal suo “Discorso sul metodo”: “Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi”. Cartesio morì a Stoccolma l'11 febbraio 1650, vittima della polmonite (le sue spoglie vennero portate in Francia e tumulate a Parigi nella chiesa di S.te Geneviève-du-Mont).
Ora però si sospetta che non sia morto di polmonite, ma sia stato ucciso avvelenato. A questa conclusione è arrivato Theodor Ebert, studioso all'Università di Erlangen, che ne parla nel libro intitolato “La misteriosa morte di Renè Descartes”: secondo lo studioso, l'assassino sarebbe stato Francois Vioguè, un padre agostiniano francese inviato dal papa Innocenzo X a Stoccolma come “missionario apostolico” per convertire al cattolicesimo la regina Cristina di Svezia (conversione che avvenne nel 1654). Questo frate sembra che odiasse Cartesio perché vedeva nell'insegnamento cartesiano un ideale illuminista anticlericale che avrebbe impedito la conversione al cattolicesimo della regina Cristina di Svezia. Per questo il padre agostiniano avvelenò Cartesio con un'ostia inzuppata d'arsenico: infatti lo studioso, in seguito ad una ricerca effettuata nell'archivio dell'Università olandese di Leiden, ha trovato una lettera del medico della regina Cristina (e medico personale anche di Cartesio) nella quale descriveva lo stato di salute di Cartesio all'ottavo giorno di malattia con sintomi di “perdurante singhiozzo, espettorazione di colore nero, respirazione irregolare”, tutti sintomi che non si addicono alla polmonite ma sono riconducibili proprio ad un avvelenamento da arsenico. Infatti, Cartesio cominciò ad avvertire dei malori subito dopo l'eucarestia presa durante una messa officiata da padre Vioguè nella piccola cappella dell'ambasciata francese a Stoccolma. Nel libro si rivela anche che Cartesio, prima di morire, chiese del vino con dentro del tabacco, un miscuglio che serviva a vomitare, segno quindi che sospettava di messere stato avvelenato...
Non sarebbe stato il primo (e neanche l'ultimo...) avvelenato o ucciso dalla Chiesa, basti ricordare quante persone scomode furono mandate nell'aldilà con l'arsenico da papa Alessandro VI e suo figlio Cesare Borgia, ed anche Urbano XIII sarebbe stato avvelenato con un'ostia all'arsenico. E non dimentichiamo che, particolare non di poco conto, l'ostilità della Chiesa cattolica nei confronti del pensiero cartesiano è comprovata dalla messa all'indice nel 1667 delle opere di Cartesio...

mercoledì 11 novembre 2009

GLOBAL WARMING: alcune considerazioni...

Lo scorso mese di ottobre il ben preparato sito meteo italiano meteogiornale.it ha pubblicato un articolo molto interessante intitolato "Il Global Warmin secondo il CNR", che potete trovare in questo link: http://www.meteogiornale.it/notizia/16426-1-il-global-warming-secondo-il-cnr.
Oggi lo stesso sito ha pubblicato la risposta di Antonello Provenzale, curatore dello studio "Clima, cambiamenti climatici globali e loro impatto sul territorio nazionale" per conto dell'ISAC-CNR, risposta che potete trovare in questo link: http://www.meteogiornale.it/notizia/16574-1-dibattito-global-warming-risposte-isac-cnr-domande-meteo-giornale. Naturalmente entrambi gli articoli si possono trovare sul sito http://www.meteogiornale.it.
Mi sono permesso di pubblicare integralmente entrambi gli articoli perchè li trovo molto interessaanti ed esaustivi in materia di global warming.

GEOGRAFIA: impararla giocando…

Un po’ di tempo fa dedicai un post alla materia geografia, così tanto trascurata dalla scuola, di ogni ordine e grado. Come mai? Eppure è una materia così importante, almeno dovrebbe esserlo, per la formazione di una persona: è così diffusa l’ignoranza geografica che quasi me ne vergogno a parlarne. Io ho la fortuna di avere sempre nutrito un interesse personale notevole per la geografia, e questo mi ha portato ad avere una conoscenza approfondita in materia: una conoscenza che non ho però appreso da scuola, tanto che in 5 anni di media superiore di geometra (tra l’altro in un corso sperimentale, dunque a maggior vocazione scientifica) non ho mai avuto nessuna, e ripeto nessuna, ora di geografia! Inquietante: la religione è più importante a scuola della geografia!!!
Ho trovato in questi giorni un interessante articolo di Paolo Bubici sul numero 5 settembre/ottobre 2009 della rivista “Geocentro” (bimestrale della fondazione “Geometri Italiani”), intitolato “Imparare giocando: satelliti e computer per un rinnovato studio della geografia”: Paolo Bubici è un geografo e un geometra che lavora presso l’Autorità Portuale di Genova dove si occupa di raffittimento e aggiornamento della rete di inquadramento GPS del porto, è anche esperto di GIS e cartografia, nonché promuove la diffusione dell’informazione geografica nelle scuole in qualità di socio dell’AIIG (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia).
L’articolo di Bubici si apre così: “Alla base della sfortuna dell’insegnamento della geografia nelle scuole c’è la reputazione di essere una materia poco gradita agli studenti perché memonica, in quanto generalmente si basa sulla ripetizione di una serie di elenchi: ricordare ad esempio i nomi dei fiumi, dei monti, delle città, ecc… E al riguardo non ha certamente giovato l’atteggiamento di molti insegnanti anch’essi poco disposti verso la materia che, di conseguenza, non sono riusciti a trasmettere ai ragazzi quelle che, invece, sono le peculiarità di tale insegnamento”. Giustissimo. Negli ultimi anni però qualcosa si sta cercando di fare per ricorrere ai ripari, soprattutto per combattere la diffusa ignoranza geografica tra i ragazzi: perché non ricorrere a dei giochi per apprendere più volentieri la geografia? Vediamone alcuni.
Geocaching. Si tratta di un gioco dove molti appassionati si divertono a nascondere oggetti che verranno rintracciati con l’ausilio del GPS (Global Positioning System), il che permetterà i ragazzi di scoprire il funzionamento del GPS, il concetto di coordinate geografiche, nonché la lettura e la descrizione della cartografia. Il gioco è scaricabile liberamente da http://www.geocaching-italia.com/index.zul
Dalla Terra alla Terra 1. si tratta di un programma didattico di educazione ambientale per i ragazzi da 8 a 14 anni con lo scopo di sensibilizzarli alle tematiche ambientali. Tra i vari giochi spicca ECOPOLI, un gioco ideato da Massimiliano Tabusi (docente dell’Università per Stranieri di Siena), ambientato nel 2150 nella Città Perduta (metropoli semideserta dell’Emisfero Nord del nostro pianeta): tale città è un ambiente ostile ed è quasi priva di energia ed acqua, pertanto i concorrenti dovranno addentrarsi nella città gestendo in maniera accurata (per poter sopravvivere) le risorse idriche, energetiche e i rifiuti prodotti. Il gioco è scaricabile liberamente da http://www.societageografica.it
Viaggi - Il giro del mondo in 6 giorni. È un insieme di tre giochi che hanno come tema il viaggio alla scoperta dei luoghi presenti sul nostro pianeta. Realizzato da Giuseppe Bettari, si sviluppa sotto varie forme (quiz, abilità, memoria). Il primo gioco (“Viaggio in Europa”) rappresenta un quiz in 10 tappe dove bisogna selezionare le entità geografiche corrispondenti alle tre domande entro 4 minuti, commettendo il minor numero di errori: se si commettono troppi errori, si scende dall’aereo! Gli altri due sono “A zonzo per il mondo” e “Il giro del mondo in 6 giorni”. Questo gioco non so dove si possa scaricare liberamente.
Viaggio – Puzzle delle regioni. Si tratta di un eserciziario interattivo basato sull’uso delle carte geografiche delle regioni e delle province italiane. Realizzato dall’IPRASE di Trento, parte con alcuni esercizi per accumulare denaro, passaporto, valigia e tutto quanto necessario per partire. Prima si devono collocare sulla carta geografica le regioni italiane, poi scrivere i nomi dei capoluoghi di regione, poi i capoluoghi di provincia, il tutto su più livelli di difficoltà: questo consentirà di memorizzare facilmente le regioni e le città italiane. Il gioco è scaricabile liberamente da http://www.iprase.tn.it/prodotti/software_didattico/giochi/index.asp
Google Earth. Si tratta di un software realizzato dalla Keyhole per Google che permette di avere una visione dall’alto di ogni angolo del pianeta Terra, con una risoluzione molto elevata (spesso anche a pochi metri dal suolo!). Consente inoltre di individuare molti temi geografici quali frane, scavi archeologici, movimenti dei cetacei, ecc… il che permetterà ai ragazzi di conoscere il nostro pianeta anche da un punto di vista naturalistico, antropico e fisico. Il software è scaricabile liberamente da http://earth.google.com
Wolrd Wind. Si tratta di un software sviluppato dalla NASA che permette di visualizzare in 3D qualunque punto del nostro pianeta servendosi delle immagini scattate dal satellite Landsat e dei dati provenienti dalla “Shuttle Radar Topography Mission”. È importante per spiegare i principi fondamentali del telerilevamento spaziale sulle componenti ambientali della Terra. Il software è scaricabile liberamente da http://worldwind.arc.nasa.gov
Ci sono dunque molti mezzi, cari genitori e cari insegnanti, per fare apprendere ai vostri ragazzi la geografia, colmando quella carenza scolastica che è ancora così troppo diffusa. La geografia è troppo importante per la formazione e per il sapere dell’uomo.

martedì 10 novembre 2009

“MAPPARE” il dissesto idrogeologico italiano

Partiamo da un dato: in Italia sono ben 5.581 i comuni a rischio idrogeologico, ovvero il 68.9% del totale!!! Di questi, il 63.8% è a rischio frane e il 36.2% a rischio alluvione. Sono i dati che si possono leggere nell’ultimo rapporto nazionale sul rischio frane e alluvioni, redatto dalla Protezione Civile e da Legambiente lo scorso mese di novembre 2008. Si tratta di dati davvero allarmanti. È ancora fresca nella nostra memoria la gravissima tragedia di Messina di inizio ottobre 2009, quando durante un temporale eccezionale è franato un pezzo di montagna su alcuni paesi della costa ionica causando oltre 30 morti: si tratta solo dell’ultima di una lunga serie di tragedie che negli ultimi decenni hanno colpito buona parte del territorio italiano.
Ora il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sta cercando di mettere a punto un piano per combattere il rischio idrogeologico del nostro paese. Cosa prevede questo piano? Prevede l’utilizzo della tecnologia del laser scanning, tramite l’impiego di aerei in ricognizione a 6.000 metri di quota e mini elicotteri in volo a 300 metri di quota. In cosa consiste questo laser scanning? È la stessa tecnica utilizzata dai sommergibili e consiste nel lanciare un segnale dall’alto che rimbalza sul punto di destinazione e torna indietro fornendo, col suo tragitto, le informazioni sulla distanza dell’oggetto e sulla sua consistenza. Completata questa fase istruttoria, si utilizzeranno i droni, ovvero dei mini elicotteri del peso di 2 kg cadauno che saranno teleguidati in un raggio di 7 km e completeranno il rilievo dall’alto. Questo permetterà così di designare il profilo del terreno e le sue caratteristiche, individuandone movimenti franosi, terreni dissestati, discariche abusive e, soprattutto, le opere edilizie abusive (un po’ come succede ora con le aerofotogrammetrie con cui i Comuni individuano dall’alto le opere abusive nel loro territorio).
Si arriverà così alla creazione di vere e proprie mappe sul dissesto idrogeologico, assai utili per prevenire ed intervenire laddove ce ne sarà bisogno: il piano scatterà tra poche settimane e si comincerà con le regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. La società che ha vinto l’appalto per questo intervento è la “VITROCISET” (appalto di 9,4 milioni di euro nato dalla collaborazione tra l’Unione Europea, il ministero dell’Ambiente ed il ministero degli Interni): il direttore della società, Lorenzo D’Onghia, intervistato in questi giorni da Antonio Cianciullo per il quotidiano la Repubblica, ha affermato che “Per la prima volta useremo la tecnologia del laser scanning per monitorare il territorio dall’alto, designando il profilo del terreno e le sue caratteristiche. In questo modo si costruirà, attraverso una serie di algoritmi, il modello digitale dell’area che permetterà di valutare il rischio idrogeologico”.
Quindi il progetto si articolerà così: gli aerei da una quota di 6.000 metri mapperanno il territorio, poi i carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) valuteranno queste mappe e decideranno su quali aree sarà più urgente intervenire, di conseguenza si utilizzeranno i droni (i mini elicotteri) che individueranno nel dettaglio ogni particolare (costruzioni, discariche, pendii, piantumazioni, ecc…), e qui si deciderà come operare (demolizione di edifici abusivi, chiusura di discariche abusive, rafforzamento di pendii, ecc…).
Il piano è in corso di preparazione e ci sta lavorando Claudio Pugliesi, geologo dell’ENEA, secondo il quale questo lavoro consentirà di individuare quelle situazioni a maggiore rischio che attualmente sono difficilmente individuabili con i mezzi a nostra disposizione.
Sicuramente un passo in avanti importante per combattere il rischio idrogeologico che colpisce buona parte del nostro paese: certo, presto si arriverà anche al problema cronico della mancanza di fondi, che sempre in minor quantità vengono elargiti dallo Stato al ministero dell’Ambiente. La Protezione Civile aveva recentemente calcolato che per mettere in sicurezza tutto il territorio italiano servirebbero 25 miliardi di euro. In un paese civile e in una società moderna dovrebbe essere un problema primario per lo Stato, almeno per garantire la sicurezza ai propri cittadini. Ed invece, è notizia di pochissimi giorni fa che il CIPE ha sbloccato i fondi per le grandi opere, e quindi ben 9 miliardi di euro per il Ponte di Messina ed alcune strade, ma tra le grandi opere non risulta la messa in sicurezza del territorio. Intanto, è notizia di stamattina dell'ennesima frana, questa volta sull'isola di Ischia, con almeno un morto. Non aggiungo altro…

lunedì 9 novembre 2009

ATENE: al Partenone si giocava a dadi?

Sembrerebbe di sì: è una scoperta dell’archeologa Eleni Karakitsou, la quale durante i lavori di conservazione e restauro del Partenone (il grandissimo tempio di Atene dedicato alla dea Atena, protettrice della città) ha rinvenuto sulle scalinate e sul pavimento del tempio circa 50 tavolieri (anche se si pensa fossero molti di più) sui quali sarebbero stati svolti dei giochi.
Facciamo un passo indietro. Il Partenone venne costruito su un precedente tempio sulla collina dell’Acropoli che sovrasta la capitale greca, ma subito dopo fu distrutto (480 a.C.) dai persiani. Il nome Partenone deriva da parthènos (che significa vergine), in onore della dea Atena: i lavori iniziarono nel 448 a.C. e furono terminati nel 432 a.C., ad opera degli architetti Ictino e Callicrate e dello scultore Fidia. Fu costruito interamente in marmo pentelico (marmo bianco estratto dall’omonimo monte greco): misura ml 69.00x30.87 e si tratta di un tempio dorico periptero (o perittero: detto di edificio cinto da un ordine di colonne distanti dal muro della cella), con 8 colonne sulla fronte e 17 sui lati. Per quanto riguarda le sue sculture, sulla facciata est (la principale) era rappresentata la nascita di Atena, mentre su quella ovest era rappresentata la contesa tra Atena e Positone per dare il nome alla città (la spuntò Atena…). Le metope (ovvero ciascuno degli spazi racchiusi tra un triglifo e l’altro, al di sopra del colonnato, dove il triglifo è una tavoletta sporgente quadrangolare di pietra o di terracotta) erano 92, mentre un fregio continuo si svolgeva sull’alto del muro esterno della cella e rappresentava la processione delle grandi Panatenaiche, processione con la quale si portava al tempio un nuovo peplo (abito femminile) per la divinità. Purtroppo non è mai stata trovata la mitica statua di Atena (vedi immagine), posta all’interno del tempio e della quale si hanno solo notizie letterarie, famosa per essere una gigantesca statua criselefantina (cioè in oro e avorio). Comunque, se vi incuriosice la mitologia greca andate sull'informatissimo sito http://www.miti3000.it.
Era doveroso dare alcuni cenni storici sul tempio, ma ora torniamo alla scoperta dei giorni nostri. Dicevamo dei tavolieri rinvenuti sul pavimento del tempio. La scoperta ha portato alla memoria una famosissima immagine di Achille e Aiace (che appare su molti vasi greci) che giocano a dadi sotto le mura di Troia: infatti, i greci antichi attribuivano l’invenzione dei dadi e dei giochi all’eroe omerico Palamede, il quale passava così il suo tempo libero a Troia. Secondo Sofocle, Palamede inventò anche un gioco che oggi in Grecia si chiama Tavli (simile al nostro Backgammon), anche se tavolieri simili sono stati trovati in Mesopotamia risalenti addirittura al III° millennio a.C.!! Sempre sul Partenone è stato rinvenuto anche un altro gioco greco, il Diagrammismos, ovvero il Pentagramma, una specie di scacchi con 16 pezzi (disposti su due file) per ciascuno dei due partecipanti. È stato rinvenuto infine un altro gioco, il Triliza (o Enneada) dove i giocatori, usando delle biglie, dovevano riunire gli angoli di tre quadranti concentrici (un gioco simile è stato trovato anche sul pavimento della Chiesa di San Paolo Fuori le Mura a Roma).
Tuttavia, bisogna considerare che il Partenone non era nato come tempio da gioco, ma come posto ove venerare la divinità Atena: solo quando il Partenone non ebbe più questa funzione, furono incisi i tavolieri sul suo pavimento. Ci sono parecchi dubbi sulla data in cui il Partenone perse la sua funzione di tempio per la venerazione, ma successe sicuramente dopo il I° secolo d.C. perché Plutarco (vissuto tra il 46 e il 127 d.C.) narra che il pavimento del Partenone era ancora pulito, anche se comunque vi si giocava già all’aperto, sulla spianata, così come accadeva in altri monumenti dell’Acropoli di Atene, come nei tempi di Efesto ed Eleusi. La maggior parte dei tavolieri è stata rinvenuta nella parte meridionale ed occidentale del tempio, ovvero quella più riparata dalle intemperie, a testimonianza di come gli antichi greci passassero qui molte ore dedicandosi ai giochi.
Una scoperta molto importante, che fa ancora più chiarezza sulla vita quotidiana degli antichi greci e che ci fa capire che, forse, molti nostri giochi attuali derivano proprio da quella fiorente civiltà.

ROMA: rinvenuta testa marmorea della dea Diana

Un importante scoperta è avvenuta lo scorso mese di ottobre a Roma ai piedi dell’Aventino: si tratta di una testa marmorea di Diana, scoperta dall’archeologo Alessandra Capodiferro della Soprintendenza archeologica di Roma ed esposta a Palazzo Altemps: si tratta di una rielaborazione della statua di culto del tempio di Artemide a Efeso.
La notizia l’ho appresa da un articolo di Andrea Carandini sul quotidiano la Repubblica: Carandini è il più famoso ed autorevole archeologo italiano, oltre che uno dei più importanti al mondo, tanto che il 25 febbraio 2009 il ministro Bondi lo ha nominato Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali (in sostituzione del dimissionario professore Salvatore Settis). È professore ordinario dal 1980 e dal 1992 insegna archeologia classica presso l'Università La Sapienza di Roma. Tra le sue scoperte più importanti, le mura del Palatino di Roma risalenti all'VIII secolo a.C. Il 20 aprile 2006 è stato insignito della Medaglia d'Oro ai Benemeriti della Cultura e dell'Arte; molti i libri che ha scritto, incentrati sull'archeologia e su Roma.
Torniamo alla scoperta che è stata effettuata: sembrava una delle “solite” tante scoperte che vengono rinvenute periodicamente nel ricco sottosuolo romano, ma subito si è capito che si era di fronte a qualcosa di importante: infatti, da anni si sta cercando, invano, sull’Aventino (ove è stata rinvenuta la testa marmorea) il mitico tempio di Diana.
Già nel ‘700 era stata rinvenuta in quest’area una statuetta in alabastro di Diana, tanto che già allora si ipotizzò che il tempio di Diana si trovasse sull’Aventino a sinistra della chiesa di Sant’Alessio: la chiesa si trova sulla sommità del colle ed è stata costruita sopra il tempio di Minerva (tempio che Marziale posizionava “in arce”, ovvero sulla sommità del colle). Inoltre, consultando un frammento della pianta marmorea di Roma (risalente agli inizi del III secolo d.C.), si scopre che accanto il tempio di Minerva c’era proprio quello di Diana (che secondo Giovenale sorgeva anch’esso “in arce”). Quel frammento della pianta marmorea della città è davvero importante: partendo dal fatto che i tempi pagani si disponevano lungo l’alto ciglio dell’Aventino sopra il Tevere, come anche le chiese, Carandini e colleghi sono riusciti a collocare il tempio di Diana proprio vicino alla chiesa di Sant’Alessio, nonostante questa loro scelta topografica sia stata spesso criticata da altri addetti ai lavori.
Tra l’altro, sempre quel frammento della pianta marmorea di Roma rivela anche parte della pianta del tempio di Diana: aveva una fila di 8 colonne ioniche sulle due fronti e due file di 15 colonne sui lati (come il tempio di Efeso, preso come modello dall’ammiraglio trionfatore Cornifico che aveva l’abitudine di girare Roma in elefante…). Si trattava senza ombra di dubbio di una delle meraviglie della Roma augustea, ma finora non gli è mai stata data la dovuta importanza: sarebbe una gran bella soddisfazione riuscire a riportare alla luce il tempio. Si potrebbe farlo facendo eseguire una prospezione geomagnetica in un cortile dell’Istituto degli Studi Romani, col quale si è già riusciti ad individuare il tempio di Quirino (nei giardini del Quirinale) e potrebbe essere utilizzato per rinvenire anche altri monumenti perduti come il tempio di Cerere, Libero e Libera risalente al V secolo a.C., sempre sull’Aventino (sulla pendice verso Circo Massimo).
Sia quello di Diana che quello di altri non ancora rinvenuti, sono templi tra i più importanti della Roma antica in quanto erano legati alla plebe, la quale si riuniva proprio davanti ad essi. Ad esempio, il culto di Diana sull’Aventino era stato istituito intorno alla metà del VI secolo a.C. dall’imperatore Servio Tullio come contraltare romano del culto ad Aricia (Nemi): lo stesso Servio Tullio aveva imitato Tarquinio Prisco che agli inizi del VI secolo a.C. aveva istituito il cultod i Giove Laziare sul Monte Albano (Cavo). Si tratta di tasselli importanti della storia romana in quanto sono i presupposti teologici dell’egemonia di Roma sui Latini non solo sulla riva sinistra del fiume Tevere (così come vollero a suo tempo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marcio) ma anche su tutto il Lazio antico (così come vollero Tarquinio Prisco e Servio Tullio), il che gettò le basi per quella che sarebbe diventata la Roma “potenza mediterranea”.
Trovo molto interessante come conclude il suo articolo Andrea Carandini in merito alla storia di Roma, pensiero che riporto integralmente: “Se continuiamo a procedere per frammenti sparsi che si accumulano, non adeguatamente organizzati e cartografati, non riusciremo a capire, raccontare e mostrare la città nel sistema dei contesti che si succedono nel tempo. Il fine sta dunque nel riguadagnare i singoli frammenti ai contesti per spiegare la storia nello spazio, oltre che nel tempo. Quando spiego Roma a visitatori anche colti, perfino ad archeologi non specialisti, mi accorgo che Roma non si spiega da sola”. Il sottosuolo di Roma ha ancora tanto da restituire…

venerdì 6 novembre 2009

ALBERI IN CITTA’: se non curati sono un pericolo!

Quante volte è stato detto che gli alberi sono assolutamente necessari nelle nostre città: però, come succede per il verde pubblico in generale, molto spesso quelli presenti sono talmente poco curati che rischiano addirittura di diventare un pericolo per i cittadini.
Pensate, ce sono un milione nelle nostre città, dei quali 30.000 a Palermo, 40.000 a Napoli, 170.000 a Torino, 180.000 a Milano e 340.000 a Roma (nelle città del Nord Italia si tratta generalmente di latifoglie, platani, ippocastani e tigli, mentre in quelle del Centro-Sud si tratta di conifere, querce e palme): per valutare lo stato di un albero esiste una apposita scala chiamata Vta, che è un criterio di valutazione internazionale che prevede quattro classi, ovvero A (albero che non presenta alcun problema), B (albero che ha piccoli problemi di salute che però non ne intaccano la stabilità), C (albero non stabile che va valutato una volta l’anno) e D (albero da abbattere). Ebbene, ogni anno circa 10.000 alberi ricadono nella categoria D e devono quindi essere abbattuti in quanto pericolosi.
Al tema ha dedicato un articolo Paolo Griseri sul quotidiano la Repubblica del 14 ottobre scorso, il quale ha intervistato Mario Palenzona (direttore dell’IPLA, l’Istituto per le Piante da Legno, http://www.ipla.org), secondo il quale: “In questo come in altri campi la sicurezza assoluta non esiste. Gli alberi resistono a particolari condizioni: se arriva una bufera che non si è mai verificata in duecento anni, possono cadere platani secolari. È un rischio con cui in qualche modo dobbiamo convivere. Invece, si usano troppo spesso le motoseghe per evitare guai giudiziari”. Invece che prevenire, si abbatte… È stato intervistato anche Antimo Palumbo, dell’associazione “Adea - Amici DEgli Alberi”, secondo il quale: “Il traffico, come i lavori di asfaltatura, rovinano spesso le radici e anche una ferita leggera può finire, col tempo, per compromettere la stabilità di una pianta”.
E qui siamo al punto: come mai questi alberi cittadini diventano instabili? Raramente per colpa loro: certo, può intervenire qualche malattia che li consuma, ma il più delle volte le colpe sono dell’uomo, colpe che possono essere riassunte così:
  • l’incuria da parte delle amministrazioni cittadine che spesso sottovalutano le malattie della pianta (che spesso portano al marcamento dei rami e/o del tronco facendolo crollare);
  • le potature spregiudicate (le cosiddette “capitozzature”), che vengono fatte solo per avere meno foglie da raccogliere…, che spesso indeboliscono la pianta per due motivi: espongono il tronco libero a funghi che lo divorano dall’interno, e poi sottopongono la pianta a maggior rischio caduta in caso di forte vento (infatti, in caso di forte potatura, l’albero emette molte foglie ma ha pochi rami in grado di fare peso e spezzare il vento, così le foglie fanno da vela);
  • il traffico, in quanto estirpare le radici superficiali, per asfaltare o per fare scavi, contribuisce a compromettere la stabilità degli alberi in quanto gli stessi alberi difficilmente hanno radici in profondità.
Ottima l’osservazione in merito del meteorologo Luca Mercalli: è una questione di scegliere correttamente le specie vegetali e di curarne la manutenzione. I vantaggi sarebbero non solo estetici (in quanto il verde riposa) ma soprattutto fisici (gli alberi infatti contribuiscono a mitigare gli eccessi termici estivi delle città, in quanto la loro evapotraspirazione abbassa la temperatura di qualche grado ed il loro ombreggiamento espone meno superficie alla radiazione solare, contribuendo ad un risparmio energetico con il conseguente minor utilizzo dei condizionatori). Da non sottovalutare inoltre quanta CO2 assorbe una pianta contribuendo alla lotta all’inquinamento e il fatto che le chiome degli alberi ospitano molti uccelli che divorano zanzare ed altri insetti fastidiosi.
Quindi, i vantaggi che gli alberi comportano nelle città sono molteplici: purtroppo nella loro (scarsa) manutenzione si pensa quasi sempre al lato economico (più si taglia minore sarà la manutenzione da fare…) senza valutare attentamente i vantaggi che gli stessi alberi portano alla vita delle città. E quando ci scappa il morto (per caduta di un ramo che causa un incidente stradale) non si pensi subito a segare le piante, pensiamo piuttosto a quante vittime ci sono ogni anno nelle nostre città per malattie respiratorie causate dall’inquinamento cittadino (che proprio un maggior numero di piante renderebbe meno grave): ma queste sono le cosiddette “morte invisibili” che non colpiscono l’opinione pubblica semplicemente perché quest’ultima non viene, purtroppo, informata in merito…

DIPENDENZA ENERGETICA DOPO L’ERA BUSH…

Ho trovato un interessante articolo di Simone Incontro sul quotidiano veronese L’Arena di domenica 1° novembre, dedicato all’uscita del libro intitolato “Petrolio shock” di Gabriele Catania, pubblicato da Castelvecchi Editore (344 pagine) ed incentrato sull’ormai fallimento della politica energetica mondiale basata sul petrolio. Il sottotitolo del libro “La crisi energetica dalle guerre di Bush alla polveriera iraniana” la dice lunga sul pensiero dello scrittore, secondo il quale Bush ed i suoi consiglieri conservatori (che speravano l’invasione dell’Iraq desse il via a un contro-shock petrolifero capace di abbattere le petromonarchie del Golfo) sono stati i principali responsabili del terribile shock energetico e della crisi finanziaria odierna.
Già qualcosa è cambiato con l’elezione di Obama: in questo primo anno di presidenza USA il tema che finora ha fatto più centro è stato senza ombra di dubbio la lotta al riscaldamento globale con la battaglia sull’ambiente. Poco più di un mese fa, durante il suo intervento al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite alla conferenza sul clima, Obama disse: “Il surriscaldamento del pianeta è una minaccia grave, urgente e crescente per il nostro pianeta. Se continuiamo di questo passo, rischiamo di consegnare alle generazioni future una catastrofe irreversibile”. Frase che Bush non avrebbe mai pronunciato… Per questo Obama vuole puntare sulle energie rinnovabili, su una nuova generazione di invenzioni e di prendere la California come modello energetico (così come Maurizio Molinari ha scritto nel suo libro “Il Paese di Obama”, edito da Laterza, 196 pagine): si vuole quindi contemporaneamente combattere il surriscaldamento del pianeta, aiutare la ripresa economica nazionale e ridurre la dipendenza energetica da paesi instabili come quelli arabi e il Venezuela.
Ritornando a quanto Gabriele Catania scrive nel suo libro “Petrolio shock”, lo shock petrolifero ha colpito l’Europa ed il Giappone molto più dell’America, ormai una superpotenza post-industriale e post-idrocarburica (infatti 2/3 del petrolio usato negli Stati Uniti è destinato ai trasporti). Basti pensare che l’Unione Europea importa all’incirca la stessa quantità di petrolio degli USA e che ne è il secondo consumatore mondiale; inoltre, come sottolinea lo stesso Catania, l’unica grande potenza che è riuscita a tenere il passo di Cina ed India è stata quella americana (perfino nel 2008, nonostante due guerre costosissime, 26 fallimenti bancari, la recessione immobiliare e il crollo delle Borse, gli USA hanno fatto registrare un Pil leggermente superiore a quello dell’Unione Europea!!!).
E arriviamo alla dipendenza energetica: ben il 74.5% dell’energia consumata in Italia è ricavato da petrolio e gas naturale, ricordando che il nostro paese deve importare buona parte dell’energia che consuma (dipendenza energetica dell’87%...). Peggio di noi all’interno dell’Unione Europea solo Cipro, Malta, Lussemburgo e Irlanda, mentre questa dipendenza energetica scende al 61% in Germania, al 51% in Francia e al 21% in Gran Bretagna… Se Bush (o un conservatore) avesse continuato a governare, ulteriori guerre a paesi del Golfo avrebbero comportato al taglio dei rifornimenti petroliferi ai paesi energicamente dipendenti (tra cui l’Italia) con conseguenze inimmaginabili. Certo, dovrebbero essere altri i motivi che dovrebbero portare ad un distacco dagli idrocarburi: la questione ambientale, la lotta al riscaldamento globale, la lotta all’inquinamento, il risparmio economico, la salute dei cittadini.
E, relativamente al nostro paese, non dovrebbe essere neppure l’energia nucleare a risolvere il problema, solo per il semplice motivo che l’Italia non ha fondi né per la costruzione di queste centrali né per smaltire le loro scorie (si devono ancora smaltire quelle di 20 anni fa…): il nostro fortissimo debito pubblico, con pochi eguali al mondo e che ci stiamo portando dietro da decenni, non può essere ignorato e ci costringerà sempre a scelte che devono essere valutate molto ma molto attentamente (e che invece potrebbero essere prese più facilmente in altri paesi). Quindi, se altri paesi possono permettersi “economicamente” le centrali nucleari (anche se ci sarebbe da discutere sulla convenienza e sulla sicurezza dell’energia nucleare, vedi miei precedenti post), da noi sembrerebbe molto più conveniente il ricorso alle energie rinnovabili, fotovoltaico in primis: com’è possibile che la Germania (paese notoriamente non così baciato dal sole) abbia più potenza fotovoltaica installata dell’Italia?